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The Lost Treasures
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CONDOMINIUM - J. G. Ballard

Capitolo I

In seguito, mentre mangiava del cane seduto sul balcone, il dottor Robert Laing ripensò agli insoliti avvenimenti che si erano succeduti all'interno dell'enorme condominio nel corso dei tre mesi precedenti. Adesso che tutto era tornato alla normalità, si stupiva che non ci fosse stato un inizio preciso, un punto oltre il quale le loro vite erano entrate in una dimensione decisamente sinistra. Con i suoi quaranta piani, mille appartamenti, supermercato, piscine, banca e scuola materna, il condominio offriva sufficienti occasioni per scatenare violenze e accentuare conflitti. Ma il suo appartamento-studio al venticinquesimo piano era l'ultimo posto al mondo che Laing avrebbe scelto come terreno di scontro. Dopo il divorzio aveva comprato quella specie di costosissima cella, incastrata come per caso nel dirupo della facciata, al solo scopo di salvaguardare la sua pace, la sua tranquillità e soprattutto il suo anonimato. Ma per quanto strano possa sembrare, nonostante i suoi sforzi per isolarsi dai duemila vicini e tenersi alla larga dalla serie di attriti e futili litigi provocati dalla vita in comune, il primo evento significativo era accaduto proprio lì, su quello stesso balcone dove ora stava accoccolato vicino a un fuoco di elenchi telefonici, a mangiare un cosciotto arrosto di pastore alsaziano, prima di andare a fare lezione all'università.
Una domenica mattina di tre mesi prima, poco dopo le undici, mentre si preparava la colazione, il dottor Laing era stato scosso di soprassalto da un'esplosione sul terrazzo del soggiorno. Una bottiglia di spumante era caduta da uno dei piani superiori, circa quindici metri più in alto, e dopo essere rimbalzata su un tendone, era scoppiata sulle piastrelle del suo terrazzo.
Il tappeto del soggiorno era cosparso di spumante e frammenti di vetro. A piedi nudi, in mezzo ai cocci taglienti, Laing rimase a guardare il vino spumeggiante che filtrava tra le crepe delle piastrelle. Al trentunesimo piano era in corso un party. Laing sentiva distintamente il chiacchierio animato e l'aggressivo frastuono del giradischi. Con tutta probabilità la bottiglia era stata gettata oltre la ringhiera da un ospite esuberante. Inutile dire che nessuno, al party si era preoccupato di come e dove fosse andato a finire il missile. Come aveva già avuto modo di constatare, i condomini dei piani più alti, tendevano a ignorare completamente quelli dei piani inferiori.
Laing attraversò la pozza di spuma gelida per andare a vedere da quale appartamento era arrivata la bottiglia. Sporgendosi oltre la ringhiera guardò in su lungo la facciata contando attentamente i balconi. Ma, come sempre, le dimensioni del palazzo di quaranta piani gli diedero il capogiro. Riabbassò gli occhi sulle piastrelle del pavimento e si appoggiò al pilastro. Lo spazio enorme che separava l'edificio dal condominio più vicino, a circa quattrocento metri di distanza, alterava il suo senso dell'equilibrio. A volte aveva l'impressione di vivere sul sedile di una ruota da luna-park eternamente sospeso a cento metri da terra.
Malgrado tutto, Laing era ancora entusiasta del suo condominio, uno dei cinque fabbricati identici compresi nel centro residenziale in costruzione, e il primo a essere occupato. Tutti insieme coprivano un'area di due chilometri quadrati, su cui prima sorgevano moli e magazzini ormai da tempo in disuso, lungo la riva nord del fiume. I cinque enormi condomini si ergevano sul perimetro orientale del complesso, di fronte a un laghetto artificiale, che per ora era solo una vasca di cemento vuota, vicino all'area di parcheggio e al deposito del cantiere. Sulla riva opposta c'erano la sala da concerti terminata da poco, la facoltà di medicina dove lavorava Laing, e i nuovi studi televisivi. Il monumentale spiegamento di cemento e vetro si trovava su un'ansa del fiume, che segnava il confine delle zone in decadimento lì intorno, con le case malconce che risalivano all'ottocento e le fabbriche vuote, ormai espropriate, destinate alla lottizzazione.
Benché la City si trovasse a meno di tre chilometri, i palazzi degli uffici del centro di Londra appartenevano a un mondo diverso, sia nel tempo che nello stazio. Le pareti a vetrate, e, ancora più su, le antenne venivano coperte dallo smog del traffico, che offuscava anche i ricordi di Laing. Sei mesi prima, quando aveva venduto la casa di Chelsea per venire a rifugiarsi nel condominio, aveva fatto un salto di cinquant'anni nel futuro, allontanandosi dalle strade intasate, dagli ingorghi di traffico, dai lunghi percorsi in metropolitana per raggiungere il vecchio ospedale adibito a facoltà dove condivideva uno studio con altri docenti.
Qui, invece, le dimensioni della sua vita erano lo spazio, la luce e il piacere di essere anonimo pur mantenendo la propria personalità. Il tragitto fino al reparto di fisiologia della facoltà non richiedeva più di cinque minuti, e a parte questa puntata all'esterno, la vita di Laing per il resto era autonoma come il condominio stesso. Il fabbricato, in effetti, era una piccola città verticale, con duemila abitanti chiusi in scatola dalla terra al cielo. I condomini erano collettivamente proprietari del fabbricato che gestivano tramite un amministratore, anche lui abitante li, e i suoi dipendenti.
Grazie alle sue dimensioni, il condominio disponeva di un numero impressionante di comodità. Tutto il decimo piano, vasto quanto il ponte di una porta aerei, era adibito a una serie di servizi: un supermercato, una banca, una piscina e una palestra, un ben fornito spaccio di alcoolici, e una scuola materna per i pochi bambini del condominio. Al trentacinquesimo piano, poi, c'erano una seconda piscina, più piccola, una sauna e un ristorante. Ben contento di avere tutte quelle comodità a portata di mano, Laing usciva il meno possibile. Sistemata la sua collezione di dischi, cominciò a suon di musica la nuova vita, seduto sul balcone a guardare oltre l'area di parcheggio e gli spiazzi di cemento sottostanti. Anche se il suo appartamento si trovava solo al venticinquesimo piano, aveva l'impressione di guardare il cielo dall'alto invece che dal basso. Ogni giorno che passava, i grattacieli del centro di Londra sembravano un po' più distanti, come il panorama di un pianeta abbandonato che sbiadisse nel ricordo. In contrasto con le linee piane e la geometria semplice della sala da concerti, il profilo dentellato della città pareva il grafico dell'elettroencefalogramma di un malato in preda a una crisi mentale.
L'appartamento gli era costato parecchio. Studio, soggiorno, camera da letto, cucina e bagno s'incastravano in modo da sfruttare al massimo lo spazio ed eliminare i corridoi interni. Laing aveva fatto notare a sua sorella Alice Frobisher che col marito editore abitava in un appartamento più grande, tre piani sotto il suo: «L'architetto deve essere cresciuto in una capsula spaziale. Mi sorprende che le pareti non siano curve.»
In un primo momento il plastico del progetto lo aveva sconcertato. Sembrava un'architettura creata per la guerra, almeno inconsciamente. Dopo la tensione provocata dal divorzio, l'ultima cosa che poteva desiderare era vedere tutte le mattine, svegliandosi, una fila di bunker di cemento. Ma Alice l'aveva convinto che la vita in un condominio di lusso aveva un fascino ineguagliabile. Maggiore di sette anni del fratello, si era presa a cuore la sua sorte nei mesi successivi al divorzio e gli aveva decantato l'efficienza dei servizi, la rigorosa privacy del condominio.
«È quel che ci vuole per te, Robert. Pensaci: vivere qui è come stare in una casa vuota.» Poi aveva aggiunto, contraddicendosi: «Inoltre ci abita un sacco di gente che dovresti conoscere.»
Con queste parole, però, aveva sottolineato un aspetto della situazione che non era sfuggito a Laing nel corso delle sue visite. I duemila condomini costituivano un insieme omogeneo di professionisti ad alto livello: avvocati, medici, consulenti fiscali, accademici, dirigenti di agenzie pubblicitarie, oltre ad alcuni piloti delle linee aeree commerciali, tecnici cinematografici e alcune hostess che si dividevano un appartamentino in tre. L'affinità tra questa gente, dal punto di vista finanziario e intellettuale, era molto maggiore che in qualsiasi altro gruppo misto: lo stava a dimostrare la somiglianza dei gusti, degli atteggiamenti, del modo di fare. Si rifletteva nettamente nella scelta delle auto sistemate nei parcheggi intorno al fabbricato, nel tipo di arredamento degli appartamenti, elegante ma piuttosto standardizzato, nel gusto per i cibi raffinati reperibili alla rosticceria del supermercato, nel tono sicuro e condiscendente delle voci. Insomma, era lo sfondo perfetto in cui Laing poteva rendersi invisibile. L'immagine espressa da sua sorella, di lui solo in una casa vuota, era più vicina alla realtà di quanto lei stessa non immaginasse. Il condominio, infatti, era un'enorme macchina costruita per servire non la collettività degli occupanti ma il singolo condominio, mantenendolo nel suo isolamento. Il complesso delle apparecchiature per il condizionamento dell'aria, degli ascensori, dei condotti della spazzatura, degli interruttori elettrici garantiva un servizio costante e accurato che solo un secolo prima avrebbe richiesto l'apporto di un esercito di infaticabili domestici.
Poi, dal momento che Laing era stato nominato titolare della cattedra di fisiologia alla nuova facoltà di medicina, l'acquisto di un appartamento nelle vicinanze aveva ancora più senso. Oltretutto, gli sarebbe servito a rinviare una volta di più la decisione di rinunciare all'insegnamento per dedicarsi alla libera professione. Prima di farlo, ripeteva a se stesso, aspettava ancora che arrivassero i pazienti... Li avrebbe forse trovati nel condominio? Alla fine, messi a tacere i dubbi sul costo dell'appartamento, aveva firmato il contratto d'acquisto e si era trasferito nel suo millesimo di proprietà della facciata-dirupo.

I rumori del party continuavano, sospinti e ingranditi dalle correnti di vento che si alzavano a tratti intorno all'edificio. L'ultimo rivoletto di vino scomparve nel tubo di scarico del balcone. Laing, a piedi nudi sulle piastrelle fredde, staccò con gli alluci l'etichetta da un coccio. Riconobbe subito il tipo di vino, una costosa imitazione di champagne, venduto già gelato allo spaccio del decimo piano, e molto apprezzato dai condomini.
Avevano bevuto la stessa qualità di spumante al party di Alice, la sera prima, un party pieno di chiasso e di confusione come quello ancora in corso qualche piano più in alto. Ansioso di rilassarsi dopo tutto un pomeriggio passato al laboratorio di fisiologia, e distratto dall'interesse per una graziosa invitata, Laing si era inesplicabilmente ritrovato coinvolto in un battibecco col suo vicino di porta del venticinquesimo piano, un giovane dentista ambizioso che rispondeva al nome di Steele, e con sua moglie, un'arrivista che faceva la consulente di moda. Lanciato ormai in una conversazione da ubriachi, Laing si era reso improvvisamente conto di averli offesi a morte a proposito del condotto della spazzatura, che avevano in comune. I due coniugi l'avevano chiuso dietro il bar di sua sorella, dove Steele l'aveva sottoposto a un fuoco di fila di pungenti domande, con lo stesso tono seccato che avrebbe potuto avere con un paziente in disaccordo con lui sulla cura per i suoi denti. La faccia magra sormontata dai capelli divisi nel mezzo - che Laing sospettava essere un segno inequivocabile di carattere nervoso - era così vicina alla sua che Laing temeva di vedersi cacciare in bocca una tenaglia o qualche altro strumento. La moglie, infuriata e aggressiva, gli dava man forte, e Laing sentì nel loro atteggiamento come una sfida al suo distacco e al suo disinteresse verso gli affari del condominio. La sua predilezione per i cocktail prima di pranzo, l'abitudine di fare i bagni di sole nudo sul terrazzo, la sua aria distratta e scostante, evidentemente avevano innervosito quella donna, secondo la quale Laing, all'età di trent'anni, avrebbe dovuto lavorare dodici ore al giorno in qualche dignitoso ufficio ed essere sempre rispettabile e pieno di arie come suo marito. Senza dubbio considerava Laing come una specie di disertore della professione medica, uno che frequentava di nascosto un ambiente inferiore.
Quel battibecco da cortile aveva stupito Laing. Ma poco dopo essersi trasferito nel condominio aveva percepito la presenza di un certo antagonismo più o meno velato fra i suoi occupanti. Lo stabile aveva una seconda vita, tutta particolare. La conversazione al party di Alice procedeva su due livelli; poco al di sotto della superficie del pettegolezzo professionale non mancava mai la dura base della rivalità personale. A volte si aveva l'impressione che la gente aspettasse solo che qualcuno commettesse un passo falso.

Dopo colazione, Laing scopò via i vetri dal balcone. Due piastrelle si erano rotte. Un po' seccato, raccolse il collo della bottiglia, ancora col tappo nella gabbietta di fil di ferro e la stagnola, e lo gettò giù dal balcone. Dopo qualche secondo lo sentì frantumarsi fra le auto del parcheggio sottostante.
Laing si fece coraggio e si sporse... avrebbe potuto rompere il parabrezza di una macchina. Ridendo forte del suo gesto sconsiderato, alzò la testa a guardare verso il trentunesimo piano. Cosa stavano festeggiando alle undici e mezzo del mattino? Il vocìo era aumentato per l'arrivo di nuovi ospiti. Si trattava di un party cominciato per sbaglio troppo presto, o di uno che era andato avanti tutta la notte e che ricominciava adesso? Il tempo, nel condominio, sembrava segnare un clima psicologico artificiale, con un ritmo proprio, prodotto da una miscela di alcool e d'insonnia.
Sul balcone posto in diagonale sopra al suo, una vicina, Charlotte Melville, era intenta a disporre un vassoio di bibite sul tavolo. Avvertendo un penoso senso di fastidio al fegato, Laing si ricordò di aver accettato un invito a un cocktail, la sera prima. Per fortuna Charlotte l'aveva salvato dal dentista afflitto da mania del condotto della spazzatura. Laing, a quel punto, era troppo ubriaco per arrivare a combinare qualcosa con quella piacente vedova trentacinquenne. Venne solo a sapere che era redattrice pubblicitaria presso una piccola ma ben avviata agenzia. Il fatto di averla come vicina, e i suoi modi aperti suscitarono in Laing un misto di desiderio e di fantasie romantiche. Invecchiando, scopriva di diventare contemporaneamente più sentimentale e più materiale.
Laing non si stancava mai di ripetersi che il condominio, almeno potenzialmente, era una riserva inesauribile di sesso. Mogli annoiate, vestite con ricercatezza come se dovessero partecipare a un gala notturno sul giardino pensile, ciondolavano nel ristorante e nella piscina nelle ore morte del primo pomeriggio, o passeggiavano sottobraccio su e giù per il decimo piano. Laing le osservava con attenzione, ma anche con prudenza. Nonostante le sue arie da cinico, sapeva di trovarsi in un momento vulnerabile, subito dopo il divorzio, col pencolo di finire a capofitto in un altro matrimonio. Sarebbe bastata una piccola avventura con una come Charlotte Melville per far precipitare la situazione. E invece lui si era trasferito nel condominio proprio per evitare qualsiasi rapporto con gli altri. Anche la presenza di sua sorella, e il ricordo della madre nevrastenica, la vedova di un dottore che scivolava a poco a poco nell'alcolismo, gli sembravano troppo vicini per permettergli di sentirsi a suo agio.
Ma Charlotte aveva presto placato i suoi timori. Era ancora angosciata per la scomparsa del marito, morto di leucemia, preoccupata per il figlioletto di sei anni, e, come confidò a Laing, per l'insonnia. Un tormento, questo, che condivideva con molti condomini, tra i quali l'insonnia era diffusa evidentemente come un'epidemia. Tutti quelli che Laing aveva conosciuto, oppure saputo che era medico, avevano sollevato a un certo punto l'argomento. Ai ricevimenti la gente discuteva della difficoltà di prendere sonno nello stesso modo con cui si lamentava di qualche difetto degli appartamenti. Soltanto alle prime ore del mattino i duemila condomini venivano, finalmente, sopraffatti da una silenziosa ondata di seconal.
Laing aveva conosciuto Charlotte alla piscina del trentacinquesimo piano, dove di solito andava a nuotare, un po' perché non era frequentata dai suoi vicini di piano, e un po' perché i bambini usavano esclusivamente quella del decimo. Quando l'aveva invitata al ristorante, lei aveva subito accettato, ma, appena messi a sedere, l'aveva avvertito: «Sentite, voglio parlare solo di me.»
Il che era piaciuto a Laing.

Quando arrivò, a mezzogiorno, nell'appartamento di Charlotte c'era già un altro ospite: Richard Wilder, un produttore della TV. Wilder era un individuo atticciato, d'indole combattiva, che in gioventù aveva giocato a rugby da professionista, e adesso abitava al secondo piano del condominio con la moglie e due figli. I chiassosi ricevimenti a cui invitava i coinquilini dei piani inferiori - in genere piloti e hostess - gli avevano già attirato molte critiche. A causa dei loro orari irregolari gli abitanti dei piani più bassi, avevano finito, sotto molti aspetti, per essere tagliati fuori dalla vita collettiva dei coinquilini dei piani superiori. In un momento di confidenza, Alice aveva sussurrato a Laing che in un appartamento c'era un bordello. I misteriosi via vai delle hostess soprattutto ai piani superiori al suo, turbavano veramente Alice, come se incidessero negativamente nell'ordine sociale naturale del fabbricato, in cui il sistema delle precedenze dipendeva dall'altezza dei piani. Laing aveva notato che i suoi coinquilini si mostravano molto più tolleranti nei riguardi dei rumori e del chiasso provenienti dai piani superiori che non da quelli inferiori. Però Wilder, col suo vocione e i suoi modi bruschi, gli era simpatico; portava una nota diversa dalla norma nel condominio. I suoi rapporti con Charlotte Melville non erano del tutto chiari, e la sua prepotente aggressività sessuale era sopraffatta da una eterna irrequietezza. Non c'era quindi da meravigliarsi se la sua pallida moglie, una signora laureata che recensiva libri per l'infanzia sulle colonne di alcuni settimanali letterari, aveva sempre l'aria esausta.
Mentre Laing sorseggiava sul balcone una bibita offertagli da Charlotte, il chiasso del ricevimento scese fino a lui portato da una corrente d'aria. Charlotte indicò un frammento di vetro sfuggito alla scopa di Laing.
«Vi hanno bombardato? Ho sentito cadere qualcosa.» Poi, a Wilder, che steso su un divano si guardava le gambe massicce, chiese. «Sono quelli del trentunesimo piano?»
«Chi sono?» domandò Laing, pensando che si riferisse a un gruppo particolare, una cricca di attori cinematografici o di consulenti fiscali particolarmente aggressivi o anche di ubriaconi irriducibili. Ma Charlotte liquidò la questione con una scrollata di spalle, come se non fosse il caso di entrare nei particolari. Era chiaro che aveva tracciato mentalmente una linea di demarcazione, non dissimile dal suo sistema di riconoscimento basato sul piano in cui abitavano le diverse persone.
«A proposito, cosa si festeggia?» chiese, mentre rientravano nel soggiorno.
«Non lo sapete?» Wilder fece un gesto vago in direzione delle pareti e del soffitto. «La casa è piena. Abbiamo raggiunto la massa critica.»
«Richard vuol dire che è stato occupato l'ultimo appartamento» spiegò Charlotte. «Dovete sapere che i costruttori hanno promesso di dare un ricevimento alla vendita del millesimo appartamento.»
«Chissà se manterranno la promessa» osservò Wilder. «Quel tipo sfuggente, Anthony Royal, dovrebbe fornire i beveraggi. Credo che l'abbiate conosciuto» disse a Laing «È l'architetto che ha disegnato il nostro paradiso pensile.»
«Giochiamo insieme a squash» rispose Laing, e poiché aveva notato una punta di ostilità nella voce di Wilder, aggiunse: «Una volta alla settimana. Lo conosco appena ma lo trovo simpatico.»
Wilder si piegò in avanti appoggiando la testa massiccia ai pugni. Laing osservò che si toccava di continuo, o si osservava i peli dei polpacci muscolosi, o si annusava il dorso delle mani piene di cicatrici, come se avesse scoperto solo in quel momento il proprio corpo. «Potete considerarvi un privilegiato» disse Wilder. Chissà perché, è un tipo scorbutico e io avrei i miei buoni motivi per essere offeso con lui, ma chissà perché mi fa pena. Pover'uomo, solo lassù sopra di noi come un angelo caduto.
«Abita in un attico» osservò Laing, che non aveva voglia di lasciarsi coinvolgere in una stupida discussione sulla sua amicizia superficiale con Royal. Aveva conosciuto l'architetto, già socio del consorzio che aveva disegnato il progetto, quando Royal era convalescente da un lieve incidente automobilistico. Lo aveva aiutato a installare la complicata macchina per la ginnastica terapeutica nell'attico dove lui viveva, al centro dell'attenzione e della curiosità di molti condomini. Secondo un'espressione ripetuta sempre da tutti, Royal viveva "in cima" alla casa; e lo dicevano come se abitasse in una specie di elegante baracca.
«È stato il primo a trasferirsi qui» continuò Wilder. «Quell'individuo ha qualcosa di strano. Forse è perseguitato da un senso di colpa. Sembra che si aspetti di essere scoperto da un momento all'altro. Credevo che non restasse qui per sempre. Ha una moglie giovane e ricca, quindi che motivo ha di rimanere?» Prima che Laing potesse ribattere, proseguì in fretta: «So che Charlotte ha delle difficoltà, qui... il guaio è che le case di questo genere non sono fatte per i bambini. L'unico spazio libero dove potrebbero giocare è quello dei parcheggi. A proposito, dottore, avrei intenzione di girare un documentario TV sui condomini, per mettere in evidenza le pressioni fisiche e psicologiche esercitate dalla vita in un condominio enorme come questo.»
«Il materiale non mancherà.»
«Ce ne sarà troppo, come sempre. Chissà se Royal accetterà di collaborare. Il suo punto di vista come architetto progettista e primo inquilino del condominio dovrebbe essere interessante. Anche il vostro.»
Laing smise di prestare attenzione a Wilder, che continuava a parlare con tale rapidità che le parole gli uscivano di bocca più veloci del fumo della sigaretta, e osservò Charlotte, intenta a fissare l'ospite e ad annuire quando lui esprimeva qualche parere. Quella donna gli era simpatica. Gli piaceva che si dimostrasse così decisa a badare da sola a se stessa e al suo bambino; dava prova di essere equilibrata e piena di buonsenso. Istintivamente ripensava al proprio matrimonio breve e disastroso, con una collega specializzata in malattie tropicali. Si era legato, imprudentemente, a una giovane ambiziosa e arrivista. A causa del suo modo di pensare, il rifiuto di Laing a rinunciare all'insegnamento - cosa già di per sé sospetta - e a dedicarsi agli aspetti politici della medicina preventiva, era stato il motivo determinante di un'infinità di rimproveri e litigi. Dopo solo sei mesi di vita in comune, lei aveva accettato di punto in bianco di far parte di un'organizzazione che lottava contro la fame nel mondo, ed era partita per un giro di tre anni. Laing non aveva nemmeno tentato di seguirla. Per motivi che non avrebbe saputo spiegare, non se la sentiva di lasciare l'insegnamento e di perdere quel senso di sicurezza che provava stando in mezzo agli studenti che erano quasi suoi coetanei.
Probabilmente, Charlotte l'avrebbe capito. Dentro di sé Laing prevedeva già lo svolgimento di una relazione fra loro. La vicinanza e l'isolamento garantiti dall'abitare nel condominio, quel terreno emotivamente neutro su cui potevano svilupparsi i rapporti più intricati, lo interessavano in quanto gli apparivano una via d'uscita rispetto ai suoi problemi. Ma per motivi che non avrebbe saputo spiegarsi, istintivamente si ritraeva di fronte a una possibilità del genere, sentendo che lui e Charlotte erano ormai più legati di quanto non credessero. Li teneva uniti una rete quasi tangibile di rivalità e di intrighi.
Intuiva che anche quella visita apparentemente senza importanza nell'appartamento di Charlotte era stata organizzata per saggiare il suo punto di vista nei confronti dei condomini dei piani superiori, che cercavano di vietare ai bambini l'uso della piscina del trentacinquesimo piano.
«A norma di contratto tutti i condomini hanno libero accesso alle comodità fornite dal condominio» spiegò Charlotte. «Abbiamo deciso di formare un comitato di genitori per intraprendere un'iniziativa.»
«E io cosa c'entro?»
«Abbiamo bisogno del parere di un medico. Il punto di vista pediatrico avrebbe peso maggiore se foste voi a esporlo.»
«Vedremo» rispose Laing senza compromettersi. Se cominciava a cedere, si sarebbe ritrovato di colpo a coprire un ruolo principale nel documentario televisivo o a partecipare a un sit-in davanti all'ufficio dell'amministrazione. Non avendo la minima voglia di trovarsi coinvolto in una bega tra inquilini dei diversi piani, Laing si alzò mormorando qualche scusa. Charlotte si era preparata una lista di lamentele, e mentre lui usciva si sedette sul divano accanto a Wilder e cominciò a esporre le proteste che avrebbe presentato all'amministratore, come un'insegnante coscienziosa che prepara le lezioni per il prossimo trimestre.

Quando Laing rientrò nel suo appartamento, il party al trentacinquesimo piano era finito. Uscì sul balcone a godersi il silenzio e la spettacolosa distesa di luce fino al condominio più vicino, distante quattrocento metri. L'edificio era stato appena ultimato e i primi condomini arrivavano, per una singolare coincidenza, proprio la stessa mattina in cui era stato occupato l'ultimo appartamento nel suo. Un furgone da traslochi stava arretrando verso l'ingresso del montacarichi, e tappeti, altoparlanti stereofonici, tavolini, lampade, sarebbero arrivati fra poco a destinazione per formare gli elementi di un mondo privato.
Pensando al piacere e all'eccitazione che i nuovi inquilini avrebbero provato guardando per la prima volta il panorama dai loro balconi, Laing fece un confronto con la conversazione di poco prima fra Wilder e Charlotte Melville. Anche se malvolentieri, doveva ammettere una cosa che finora aveva cercato di ignorare: i sei mesi appena trascorsi nel condominio erano stati un periodo di liti continue fra i suoi vicini, di meschine discussioni sui difetti degli ascensori, dei condizionatori e sugli inesplicabili guasti agli impianti elettrici, di proteste per i troppi rumori, di litigi per i posti nei parcheggi. Insomma, un susseguirsi di lamentele per tutti quegli innumerevoli difetti che gli architetti avrebbero dovuto evitare in una casa di lusso. Le tensioni latenti fra i condomini erano forti, anche se in parte attenuate sia dalla destinazione dell'ambiente sia dal bisogno per tutti che l'enorme condominio si rivelasse un successo.
Laing ricordava un piccolo, ma non per questo meno spiacevole incidente, accaduto al centro commerciale del decimo piano. Mentre era in attesa d'incassare un assegno, qualcuno litigava fuori dalla porta della piscina. Un gruppo di bambini ancora bagnati stava arretrando davanti all'imponente figura di un commercialista che abitava al diciassettesimo piano. La sua antagonista, destinata a perdere in partenza, era Helen Wilder. La vitalità e la combattività del marito avevano ormai spento da tempo tutta la sua sicurezza. Mentre cercava nervosamente di tener buoni i bambini, ascoltava con pazienza i rimproveri del commercialista, cui tentava ogni tanto di ribattere.
Laing si staccò dal banco per avviarsi verso il gruppo, dopo avere oltrepassato il supermercato e le file di donne sotto il casco del parrucchiere. In attesa che la signora Wilder lo riconoscesse, riuscì a capire che, secondo il commercialista, i bambini avevano fatto pipì nella piscina; e non era la prima volta che questo succedeva.
Laing cercò di intercedere, ma il commercialista se ne andò sbattendo le porte girevoli, sicuro di aver intimidito abbastanza la signora Wilder da convincerla a portarsi via una volta per sempre la sua masnada di marmocchi.
«Grazie per aver preso le mie difese... Non so perché Richard non si veda, doveva essere già qui.» Scostò una ciocca bagnata che le copriva un occhio. «Sta diventando una cosa impossibile. Hanno stabilito delle ore per i bambini, ma gli adulti ci vengono lo stesso.» Prese Laing per un braccio e si fece strada tra la folla. «Vi spiace accompagnarmi all'ascensore? Forse vi sembrerà paranoico, ma sono ossessionata dall'idea che una volta o l'altra mi aggrediscano...» rabbrividì sotto l'asciugamano bagnato, spingendo avanti i bambini. «Sembra quasi impossibile che si tratti di gente che abita qui.»
Quel pomeriggio, Laing si ritrovò a pensare all'ultima frase di Helen Wilder; per quanto paresse assurda, la sua osservazione aveva un fondamento di verità. Di tanto in tanto i suoi vicini, il dentista e la moglie, uscivano sul balcone e lo guardavano come se disapprovassero il suo modo di riposarsi sulla sdraio. Laing cercò di immaginare come si svolgesse la loro vita, quali fossero i loro passatempi, di cosa parlassero, come si comportassero a letto. Ma era difficile immaginare la loro realtà domestica; come se gli Steele fossero una coppia di spie, che recitavano in modo maldestro la parte di marito e moglie. Wilder invece era una persona naturale, ma non si adattava all'ambiente.
Sdraiato sul balcone, guardò il crepuscolo scendere oscurando le facciate degli altri condomini, le cui dimensioni apparivano diverse secondo i giochi di luce riflessi sulle pareti. A volte, quando tornava a casa dalla facoltà, Laing aveva l'impressione che nel corso della giornata il condominio fosse cresciuto. In piedi sulle sue gambe di cemento, il blocco di quaranta piani sembrava ogni volta più alto come se un gruppo di operai di uno studio televisivo, lavorando fuori orario, vi avessero aggiunto un piano. I cinque condomini che sorgevano lungo il perimetro orientale formavano una specie di enorme recinzione che, al crepuscolo, aveva già immerso nel buio le retrostanti vie suburbane.
Sembrava che le gigantesche costruzioni volessero sfidare perfino il sole. Anthony Royal e gli altri progettisti non avrebbero potuto prevedere la drammatica contesa che tutte le mattine si svolgeva fra quelle muraglie di cemento e il sole che sorgeva. Sembrava giusto che il disco solare dovesse fare la sua prima apparizione tra le gambe dei condomini, levandosi sull'orizzonte timidamente, come se avesse paura di svegliare quella fila di giganti. Di mattina, dal suo studio all'ultimo piano della facoltà, Laing vedeva le loro ombre stendersi attraverso i parcheggi e gli spiazzi vuoti del centro, simili a cancelli che si aprissero per far entrare il giorno. Nonostante tutte le sue riserve, Laing era il primo a convenire che quegli enormi fabbricati erano riusciti nel loro tentativo di colonizzare il cielo.

Quella stessa sera verso le nove si verificò un'interruzione di corrente al nono, decimo e undicesimo piano. Ricordando l'accaduto, in seguito, Laing non poteva fare a meno di stupirsi per la grande confusione che si era venuta a creare in quel quarto d'ora in cui era mancata la luce. Al centro commerciale si trovavano circa duecento persone, molte delle quali riportarono contusioni nel fuggi fuggi verso gli ascensori e le scale. Nel buio scoppiarono assurde e sgradevoli liti tra coloro che volevano scendere nei loro appartamenti ai piani inferiori e quelli che invece abitavano più in alto e volevano salire. Due dei venti ascensori non funzionavano, il sistema di condizionamento dell'aria era spento, e una passeggera intrappolata in un ascensore fra il decimo e l'undicesimo piano fu colta da un attacco isterico, e forse fu vittima di un tentativo di aggressione sessuale. Quando finalmente tornò la luce, si scopri un'abbondante messe di relazioni illecite che, nelle favorevoli condizioni del buio assoluto, erano fiorite come una pianta vorace.
Nel momento in cui era mancata la corrente, Laing stava recandosi in palestra. Per non mescolarsi alla calca del centro commerciale, aspettò che tornasse la luce in un'aula vuota dell'asilo. Seduto in uno dei piccoli banchi in mezzo ai buffi disegni dei bambini appuntati sui muri e appena visibili nella semioscurità, ascoltò le grida e lo scalpiccio della gente che correva verso gli ascensori. Quando poi tornò la luce, uscì e fece tutto il possibile per calmare i coinquilini ancora agitati. Provvide a far trasferire la donna in preda all'attacco isterico dall'ascensore a un divano dell'atrio. Moglie di un gioielliere del quarantesimo piano, grossa e pesante, gli restò aggrappata al braccio lasciandolo andare solo quando comparve suo marito.
Mentre la folla si diradava verso gli ascensori, Laing si accorse che due bambini se erano rifugiati in un'altra sala durante il blackout. Adesso stavano davanti all'ingresso della piscina e indietreggiavano con aria difensiva davanti all'alta figura del commercialista del diciassettesimo piano, che, autonominatosi guardiano, brandiva come un'arma uno schiumatoio dal lungo manico.
Laing si precipitò in preda all'ira, ma l'uomo non stava scacciando i bambini dalla piscina. Quando Laing si avvicinò, essi si spostarono. Il commercialista, fermo sul bordo della vasca, allungava lo schiumatoio sulla superficie calma. Nel lato dove la piscina era più profonda, tre nuotatori rimasti in acqua per tutto il tempo che era mancata la luce si stavano arrampicando ora al bordo. Uno dei tre, Laing lo notò senza farci caso, era Richard Wilder. Laing afferrò il manico di un bastone e, mentre i bambini stavano a guardare, aiutò il commercialista a dirigerlo in mezzo all'acqua: al centro della piscina galleggiava un levriero afgano, annegato.

Capitolo II

Nei giorni successivi all'annegamento del cane, l'eccitazione diminuì gradualmente. Ma al dottor Laing quella calma relativa pareva ancora più minacciosa. La piscina del decimo piano era sempre deserta, forse perché i condomini pensavano che l'acqua fosse stata infettata dalla carogna del cane. E in effetti si poteva quasi avvertire uno strano fetore che stagnava sull'acqua immobile. Era come se lo spirito della bestia morta stesse concentrando su di sé tutti gli impulsi di vendetta e di castigo presenti nell'edificio.
Pochi giorni dopo l'incidente, mentre andava a tenere lezione, Laing si fermò al centro commerciale del decimo piano. Dopo aver preso appuntamento per una partita a squash con Royal, s'avviò verso l'ingresso della piscina. Ricordava il panico e la confusione durante il blackout. Adesso invece il centro era deserto: c'era un solo cliente allo spaccio dei liquori. Laing spinse la porta girevole e fece il giro della vasca. Le cabine erano vuote, i locali delle docce chiusi dalle tende. Il custode, un insegnante di ginnastica in pensione, era assente. Forse non aveva retto alla profanazione dell'acqua.
Laing si fermò sul bordo piastrellato, dalla parte in cui la vasca era più profonda, sotto le luci fluorescenti. Di tanto in tanto la lieve oscillazione dell'edificio, causato dalle correnti d'aria esterna, faceva increspare l'acqua come se nelle oscure profondità della piscina un'enorme creatura si fosse mossa nel sonno. Laing ricordò che quando aveva aiutato il commercialista a tirare fuori dall'acqua il cane morto era rimasto sorpreso dalla leggerezza della bestia. Col pelo inzuppato di acqua clorata, l'animale deposto sulle piastrelle variopinte sembrava un grosso ermellino. Laing l'aveva esaminato attentamente mentre aspettavano che la proprietaria, un'attrice della televisione del trentasettesimo piano, venisse a prenderlo. Non c'erano ferite né segni di colpi sul corpo. Probabilmente il cane, uscito dal suo appartamento, si era infilato in un ascensore ed era sceso al decimo piano proprio durante i momenti di confusione quando era mancata la corrente, ed era caduto nella piscina morendo per mancanza di forze. Ma la spiegazione non si adattava ai fatti. La luce era mancata per almeno un quarto d'ora, e un cane di quella taglia poteva resistere a nuotare per ore. E poi avrebbe potuto benissimo spingersi nella parte bassa, dove non avrebbe avuto neanche bisogno di nuotare. Se invece fosse stato buttato nella piscina e tenuto a viva forza sott'acqua da un nuotatore robusto...
Sorpreso dai sospetti che gli erano venuti, Laing fece un altro giro della piscina. Qualcosa gli suggeriva che l'annegamento del cane era stata una provocazione, un atto gratuito fatto apposta per invitare alla rappresaglia. La presenza della cinquantina di cani che vivevano nel condominio suscitava da tempo una diffusa irritazione. Appartenevano in massima parte agli inquilini degli ultimi dieci piani; mentre al contrario, la cinquantina di bambini presenti abitavano quasi tutti nei piani più bassi. I cani erano tutte bestie di razza purissima e i loro proprietari non si curavano minimamente del fastidio che potevano dare agli altri. Abbaiavano nei parcheggi quando uscivano per la passeggiata serale, e sporcavano i corridoi di passaggio fra le auto. Più volte avevano bagnato di orina le porte degli ascensori. Laing aveva sentito Helen Wilder lamentarsi del fatto che anziché servirsi dei cinque ascensori rapidi che da un ingresso separato portavano direttamente negli ultimi piani, i padroni dei cani prendevano gli ascensori destinati ai piani più bassi, e invitavano le bestie a usarli come gabinetti.
La rivalità fra i proprietari dei cani e i genitori dei bambini aveva già diviso tutto l'edificio. Fra i primi e gli ultimi piani, la massa degli appartamenti intermedi - grosso modo dal decimo al trentesimo piano - formava una specie di stato cuscinetto. Nel breve intervallo seguito all'annegamento del cane, una calma quasi forzata si instaurò nella sezione centrale del condominio, come se gli abitanti si fossero già accorti di quanto stava preparandosi.
Laing lo scoprì tornando a casa quella sera. Alle sei, il parcheggio riservato ai condomini dal ventesimo al venticinquesimo piano di solito era pieno, e lui era costretto a lasciare la macchina nella parte riservata ai visitatori, a trecento metri dal condominio. Secondo una certa logica, gli architetti avevano suddiviso le zone di parcheggio in modo che gli inquilini dei piani più alti (e che quindi dovevano fare un tragitto più lungo in ascensore) potessero parcheggiare nelle immediate vicinanze della casa. I condomini dei piani più bassi dovevano fare un bel percorso a piedi per andare dal parcheggio a casa e viceversa e questo, come Laing aveva notato, faceva molto piacere, a qualche inquilino dei piani più alti, particolarmente meschino. Ma sembrava che la vita del condominio portasse alla luce proprio questo genere di sentimenti.
Quella sera, invece, giunto al parcheggio, Laing rimase sorpreso nel constatare quanto erano tolleranti i suoi coinquilini. Era arrivato contemporaneamente al suo vicino di porta, il dottor Steele; di regola avrebbero dovuto fare a gara per accaparrarsi l'ultimo posto libero, salendo poi al loro piano su due ascensori diversi, invece fecero di tutto per offrirsi reciprocamente il parcheggio più comodo, con una cortesia persino esagerata, e si avviarono addirittura insieme verso l'ingresso principale.
Nell'atrio, un gruppetto di condomini discuteva animatamente con la segretaria dell'amministratore. L'impianto di energia elettrica al nono piano era difettoso, e di notte tutto il piano restava al buio. Per fortuna era estate e la luce durava fino a tarda sera, ma per i cinquanta inquilini che vi abitavano si trattava di un serio inconveniente. Nessun elettrodomestico funzionava, e lo scarso senso di collaborazione dei vicini dei piani superiori e inferiori aveva raggiunto il limite.
Steel rimase a guardare con aria indifferente. Benché non avesse superato la trentina, aveva i modi di un uomo di mezza età. Laing non riusciva a distogliere lo sguardo dalla perfetta scriminatura al centro della testa.
«Devono sempre lamentarsi di qualcosa» disse Steele a Laing mentre salivano in ascensore. «Se non è per una cosa è per un'altra. Non capiscono che ci vuole del tempo perché tutto fili alla perfezione, in una casa nuova.»
«Però dev'essere seccante non avere energia elettrica.»
«Sovraccaricano gli interruttori principali con tutti quei loro inutili aggeggi elettronici» ribatté Steele. «Apparecchi stereo, ripetitori elettrici perché le madri sono troppo pigre per ripassare la lezione ai bambini, frullatori per le merende...»
Laing cominciava già a rimpiangere di avere stretto buoni rapporti con il vicino. Steele lo innervosiva. E ancora una volta si rammaricò di non avere comprato un appartamento al trentesimo piano o più in alto ancora. Gli ascensori rapidi erano una vera benedizione.
«Mi sembra che i bambini siano sani e robusti» disse, tanto per parlare, mentre scendevano al venticinquesimo piano.
Il dentista gli afferrò il gomito con una presa sorprendentemente robusta. Sorrise, mettendo in mostra una dentatura che pareva una minuscola cattedrale di avorio levigato.
«Date retta a me, Laing. Io li giudico dai denti.»
Il tono sprezzante di Steele, che parlava dei vicini benestanti come se fosse stata una banda di immigrati tradizionalmente malvisti, stupì Laing. Aveva conosciuto qualche condomino del nono piano, un sociologo amico di Charlotte Melville, e un controllore del traffico aereo che faceva parte di un trio d'archi con degli amici del venticinquesimo piano; un tipo simpatico e raffinato con cui Laing aveva spesso scambiato qualche parola in ascensore, mentre l'altro saliva col suo violoncello. Ma la lontananza toglieva le illusioni.
La portata di questa distinzione di giudizi, in base ai piani, divenne ancor più evidente per Laing la sera in cui salì per fare una partita a squash con Anthony Royal. Aveva raggiunto in ascensore il quarantesimo piano arrivando, come al solito, con dieci minuti di anticipo per poter andare un po' sul tetto. Il panorama spettacolare che si godeva di lassù accentuava l'ambiguità dei suoi sentimenti nei riguardi del condominio. Parte del fascino consisteva - fin troppo chiaramente - nel fatto che quel complesso era costruito non per l'uomo ma per l'assenza dell'uomo.
Laing si appoggiò al parapetto, rabbrividendo piacevolmente nella tenuta sportiva, e facendosi schermo intorno agli occhi per ripararli dalle forti correnti d'aria che salivano lungo la facciata. I tetti della sala concerti, il lungo fiume sinuoso e i muri perpendicolari formavano un complesso intreccio di linee geometriche che, secondo lui, faceva pensare non tanto all'architettura di un centro abitabile quanto all'inconsapevole diagramma di un misterioso turbamento psichico.
A una cinquantina di metri di distanza, sul tetto a terrazza, era in pieno svolgimento un cocktail party. Due lunghi tavoli da buffet coperti di candide tovaglie ostentavano vassoi di tartine e file di bicchieri. Un cameriere serviva le bibite a un bar portatile. Una trentina di persone in abito da sera stavano chiacchierando divise in gruppetti. Per qualche minuto Laing li ignorò, intento com'era a guardare il panorama mentre batteva distrattamente sul parapetto la custodia della racchetta; poi il tono aspro e sovreccitato delle conversazioni lo costrinse a voltarsi. Alcuni ospiti stavano guardando dalla sua parte, e Laing era certo che parlavano di lui. Nel frattempo si erano spostati, e i più vicini erano a pochi metri da lui. Riconobbe molti inquilini degli ultimi piani, e si stupì perché erano tutti vestiti in modo non solo insolito, ma volutamente formale. Nei ricevimenti a cui aveva partecipato finora, tutti gli intervenuti erano vestiti come se fossero a casa loro; qui invece gli uomini erano in giacca da sera e cravatta nera e le donne portavano abiti lunghi. Si capiva che l'abbigliamento aveva un significato voluto, prestabilito, come se invece di un party quella a cui partecipavano fosse una conferenza indetta per prendere una decisione importante.
A due passi da lui, il rinomato mercante d'arte, in un'immacolata giacca dai larghi risvolti, squadrava Laing da capo a piedi. Dall'altro lato le attempate mogli di un agente di cambio e di un fotografo dell'alta società fissavano con aria disgustata i suoi abiti sportivi.
Laing raccolse la racchetta e l'asciugamano, ma si accorse che l'uscita del terrazzo era bloccata dalla gente che lo circondava. Tutti i partecipanti al party erano spostati dalla sua parte, ed era rimasto solo il cameriere, fra il bar e i tavoli del buffet.
Appoggiato al parapetto, Laing valutò per la prima volta l'enorme distanza che lo separava da terra. Si trovava accerchiato dall'ansimante gruppo di coinquilini, ormai così a ridosso che poteva sentire l'aroma dei costosi profumi e dei dopobarba. Era curioso di conoscere le loro intenzioni, pur rendendosi conto nello stesso tempo che da un momento all'altro poteva accadere un atto di violenza, benché sembrasse assurdo.
«Dottore Laing... Signore, vorreste essere tanto gentili da lasciar libero il dottore?» Proprio all'ultimo momento, almeno questa era stata la sua impressione, era venuto a salvarlo un tipo dalla voce rassicurante e dai modi pacati. Laing riconobbe il gioielliere: il marito della donna isterica che lui aveva soccorso quando era mancata la corrente. Mentre l'uomo si soffermava a salutarlo, Laing vide che gli altri si allontanavano alla spicciolata, come gruppi di comparse chiamate a partecipare a un'altra scena. Automaticamente si diressero verso i tavoli dei buffet.
«Non è stata una fortuna che sia venuto io?» il gioielliere guardava Laing come se non riuscisse a capire perché aveva invaso il suo dominio privato. «Dovevate fare una partita a squash con Anthony Royal? Mi spiace ma ha deciso di rinunciarci.» E poi aggiunse più a se stesso che per Laing: «Mia moglie dovrebbe essere qui. È stata trattata in modo indegno, sapete, sono come bestie...»
Ancora un po' scosso, Laing andò con lui fino alla scala, voltandosi a guardare gli ospiti del party, incerto se la scampata aggressione fosse stata o no frutto della sua fantasia. Dopotutto, cosa avrebbero potuto fare, buttarlo giù dal parapetto?
Mentre era immerso in questi pensieri notò una faccia conosciuta, un tipo dai capelli chiari con una sahariana bianca, in piedi vicino all'apparecchio di ginnastica medica nell'attico che dava sulla parte nord del terrazzo. Accanto a Royal stava sdraiato il suo alsaziano dalla pelliccia artica, indubbiamente il re dei cani del condominio. Senza far nulla per nascondersi, Royal seguì Laing con uno sguardo assorto. Come sempre la sua espressione era un miscuglio di arroganza e di difesa: sembrava quasi rendersi conto fin troppo bene dei difetti dell'enorme edificio che aveva in parte progettato, ma ciò nonostante fosse deciso a sfidare le critiche, anche a costo di un gesto teatrale come la sahariana bianca e il cane sdraiato ai suoi piedi. Benché avesse superato la cinquantina, i capelli lunghi fino alle spalle gli donavano un aspetto falsamente giovanile, come se l'aria più fresca dell'ultimo piano lo avesse preservato in qualche modo dal normale processo d'invecchiamento. La fronte ossuta, su cui spiccavano le cicatrici dell'incidente, era piegata di lato, quasi stesse controllando la riuscita di un esperimento che aveva organizzato.
Mentre il gioielliere, lo spingeva verso l'uscita, Laing alzò una mano per salutarlo, ma Royal non rispose. Perché non gli aveva telefonato per annullare l'appuntamento? Per un attimo, Laing fu sicuro che Royal aveva fatto in modo di farlo salire sul tetto, sapendo che era in corso il party, solo per vedere come reagivano alla sua presenza gli ospiti del ricevimento.

La mattina dopo Laing si svegliò presto, con la testa limpida e ben riposato, ma senza rendersi conto di aver deciso di prendersi una giornata di vacanza. Alle nove, dopo aver passeggiato avanti e indietro per due ore, telefonò alla sua segretaria per avvertirla che quel giorno non avrebbe fatto lezione. Lei espresse il suo dispiacere credendolo malato, e Laing chiarì brusco: «Sto benone. È soprattutto un impegno importante.»
Ma cosa? Perplesso, non sapendosi spiegare perché si stesse comportando in quel modo, Laing continuò a vagare avanti e indietro. Anche Charlotte Melville era rimasta a casa. Si era vestita come per andare in ufficio, ma poi doveva aver rinunciato a uscire. Invitò Laing a bere un caffè, ma quando lui arrivò, un'ora dopo, gli offrì distrattamente un bicchiere di sherry. Lo aveva invitato, come Laing non tardò a scoprire, perché visitasse suo figlio. Il bambino stava giocando nella sua stanza, ma secondo Charlotte non stava abbastanza bene per andare all'asilo del decimo piano. Purtroppo la sorella del pilota che abitava al primo piano non aveva potuto venire a badargli.
«È una seccatura. Di solito lo fa volentieri. Ho contato su di lei per mesi. Al telefono mi ha dato qualche scusa vaga, evasiva...» Ascoltandola, Laing si chiedeva se si aspettasse che si offrisse lui di fare da babysitter. Ma Charlotte non vi accennò neanche da lontano. Giocando col bambino, Laing poté constatare che stava benissimo. Vivace come sempre, chiese a sua madre il permesso di andare a giocare nel pomeriggio coi bambini del terzo piano. Lei glielo negò senza pensarci due volte. Come Laing, anche Charlotte era in attesa che succedesse qualcosa.
Non dovettero aspettare a lungo. Nel primo pomeriggio ebbe inizio la prima di una nuova serie di provocazioni fra i piani rivali, che servì a mettere in moto la macchina della divisione e dell'ostilità. Si trattò di incidenti da poco, ma ormai Laing sapeva che riflettevano il radicato antagonismo della vita collettiva del condominio. Molti fattori si erano manifestati da tempo: le lamentele per i rumori e l'abuso delle comodità offerte dal tipo di costruzione, la rivalità verso quelli che abitavano negli appartamenti situati in posizione più vantaggiosa da parte di coloro che stavano lontani dagli ascensori e dai montacarichi, e inoltre, una certa, meschina invidia nei riguardi delle donne più attraenti che, secondo una credenza, che Laing avrebbe volentieri tentato di approfondire, abitavano tutte ai piani superiori. Quando era venuta a mancare la luce, la sposina diciottenne del fotografo alla moda che abitava al trentottesimo piano era stata assalita nel salone del parrucchiere da una donna rimasta sconosciuta. Forse per rappresaglia, tre hostess del secondo piano erano state pesantemente insultate da un gruppo di matrone degli ultimi piani capitanate dalla moglie del gioielliere.
Mentre guardava dal balcone di Charlotte, Laing aspettava che si verificasse il primo incidente. Con un bicchiere in mano, e vicino a una bella donna, si sentiva euforico. Sotto di loro, al nono piano, era in pieno svolgimento una festicciola di bambini. I genitori non facevano il minimo tentativo per frenare i figli, anzi li incitavano a far più rumore che potevano. Mezz'ora dopo, eccitati dall'alcool più che abbondante, i grandi presero il sopravvento sui bambini. Charlotte scoppiò a ridere quando li vide versare bottigliette di gassosa sulle macchine parcheggiate sotto, impiastricciando i parabrezza e i tetti delle lussuose limousine e delle vetture sportive situate nelle prime file.
Lo svolgimento della festa era seguito da centinaia di condomini usciti sui balconi. Accortisi di avere un pubblico, i genitori fecero scatenare i bambini. Ben presto la festicciola si trasformò in un caos. Bambini ubriachi giravano barcollando senza saper cosa fare. Al trentasettesimo piano, un'avvocatessa si mise a gridare con voce furibonda vedendo che i sedili della sua macchina sportiva erano tutti impiastricciati di gelato.
Regnava un'atmosfera di sagra paesana. Se non altro, pensò Laing, è qualcosa di diverso dal solito contegno formale del condominio. Senza volerlo, lui e Charlotte si unirono alle risate e agli applausi degli altri, come se fossero spettatori di un'improvvisata rappresentazione di dilettanti.
Quella sera ebbero luogo numerosi ricevimenti. Di solito quei trattenimenti si svolgevano a fine settimana, ma quel mercoledì sera pareva che tutti avessero voglia di divertirsi. I telefoni suonavano in continuazione e sia Laing sia Charlotte furono invitati a non meno di sei feste.
«Dovrei farmi i capelli» osservò Charlotte attaccandosi al braccio di Laing. «Ma cosa stiamo festeggiando?»
La domanda colse Laing di sorpresa. «Dio solo lo sa... non c'è niente che richieda dei festeggiamenti.»
Fra gli altri, erano stati invitati anche da Wilder, ma tutt'e due avevano declinato l'invito.
«Perché abbiamo rifiutato?» chiese Charlotte depositando il ricevitore. «Si aspettava che dicessimo di no.»
«I Wilder abitano al secondo piano» spiegò Laing. «Laggiù abita gente turbolenta.»
«Robert, questa è una scusa...»
La televisione accesa, alle spalle di Charlotte, stava trasmettendo in diretta un tentativo d'evasione in massa da una prigione. L'audio era abbassato, e lui vedeva le silenziose immagini di guardiani e poliziotti acquattati e delle barricate davanti alle celle attraverso le gambe di lei. Tornando nel proprio appartamento, Laing vide dalle porte socchiuse, le stesse immagini sul video dei vicini. Era la prima volta che i condomini non chiudevano le porte di casa e andavano senza tante cerimonie da un appartamento all'altro. Ma questo nuovo genere d'intimità si limitava ad alcuni piani; altrove si aggravavano ostilità e divisione.
Accortosi di essere rimasto senza liquori, Laing prese l'ascensore per scendere al decimo piano. Davanti allo spaccio degli alcoolici c'era una lunga fila di clienti in attesa, mentre altri bevevano al banco del bar. Avendo visto sua sorella Alice in prima fila, Laing la chiamò con l'intenzione di incaricarla dei suoi acquisti; lei rifiutò recisamente, lanciandosi poi in una veemente denuncia delle bravate di quel pomeriggio. Chissà per quale motivo metteva anche il fratello sullo stesso piano di Wilder e della sua cricca di disturbatori.
Mentre Laing aspettava di essere servito, quella che aveva tutta l'aria di essere una spedizione punitiva organizzata dai condomini dei piani più alti provocò un gran fracasso in piscina. Un gruppo di persone dall'aria bellicosa si era impadronito della piscina: fra queste c'era anche l'attrice a cui avevano annegato il cane. Si divertivano tutti a scorrazzare su e giù sui materassini di gomma, bevendo champagne e spruzzando l'acqua addosso alla gente che usciva dagli spogliatoi. L'anziano custode tentò invano di richiamarli all'ordine, ma alla fine rinunciò e si chiuse nel suo bugigattolo dietro i trampolini.
Gli ascensori erano pieni di gente aggressiva che spingeva e si faceva largo a gomitate. Le spie dei piani continuavano ad accendersi e spegnersi e i vani degli ascensori risuonavano dei colpi insistenti degli inquilini in attesa davanti ai cancelli. Laing e Charlotte si stavano recando a un party al ventisettesimo piano, quando il loro ascensore fu fatto scendere bruscamente al terzo da un terzetto di piloti ubriachi, che, bottiglie alla mano, tentavano da mezz'ora di salire al decimo... Afferrando Charlotte per la vita, uno dei tre cercò di trascinarla verso la piccola sala di proiezione posta accanto all'asilo. In origine vi davano film per bambini: adesso invece stavano proiettando un film pornografico fatto sul posto e interpretato da un gruppo di condomini.
Laing cominciò finalmente a rilassarsi per la prima volta durante quella giornata al party del ventisettesimo piano offerto da Adrian Talbot, uno psichiatra effeminato ma simpatico, suo collega di facoltà. Notò subito che gli invitati abitavano tutti negli appartamenti vicini. Facce e voci erano rassicuranti nella loro familiarità. In un certo senso, come fece notare a Talbot, erano tutti abitanti dello stesso villaggio.
«Forse sarebbe più esatto dire clan» commentò Talbot. «Gli abitanti di questo condominio non formano un insieme omogeneo come potrebbe sembrare a prima vista, Tra poco ci rifiuteremo perfino di rivolgere la parola a chi non fa parte del nostro settore.» E aggiunse: «oggi qualcuno ha tirato una bottiglia rompendo il parabrezza della mia auto. Potrei parcheggiarla più indietro, vicino alle vostre?» Nella sua qualità di medico specialista, Talbot aveva diritto di parcheggiare in una delle prime file, vicino al palazzo. Laing, che forse aveva intuito inconsciamente i futuri pericoli, non aveva mai approfittato di quella concessione. La richiesta dello psichiatra fu prontamente accolta dai coinquilini del piano; era un appello alla solidarietà che nessun membro del clan poteva ignorare.
Il party si rivelò uno dei più riusciti a cui Laing avesse partecipato. A differenza degli altri, in cui i condomini parlavano educatamente delle rispettive professioni prima di trovare una scusa per filarsela, in questo regnava un'atmosfera di genuina allegria; una voglia sincera di divertirsi senza inibizioni. Dopo una mezz'ora tutte le donne erano sbronze; per Laing questo era un indice sicuro per misurare il successo di un party.
Quando si congratulò con Talbot, lo psichiatra però non fu dello stesso parere: «C'è un'atmosfera eccitante, d'accordo. Ma non sono tanto sicuro che susciti gioia o solidarietà, anzi, al contrario.»
«Vi preoccupa?»
«Meno di quanto dovrebbe, non so nemmeno io perché... ma questo discorso vale per tutti.»
Le sue parole resero Laing più guardingo. Ascoltando le animate conversazioni degli invitati, rimase profondamente colpito dal fatto che nessuno si preoccupasse di nascondere l'antagonismo, addirittura l'ostilità nei confronti della gente che abitava negli altri piani del condominio. La malignità e la prontezza con cui accettavano pettegolezzi e insinuazioni sulla volgarità dei condomini dei piani inferiori o sull'arroganza di quelli degli ultimi piani, raggiungevano l'intensità di un pregiudizio razziale.
Ma, come aveva detto Talbot, Laing scoprì che anche lui non ci faceva molto caso. Anzi, provava una specie di piacere perverso nel dare il proprio contributo ai pettegolezzi, e nel constatare che Charlotte Melville - di solito molto misurata - stava bevendo con esagerazione. Dopo tutto era un modo come un altro per sentirsi più simili.
Quando la festa finì, si verificò un incidente, trascurabile ma spiacevole, davanti al cancello dell'ascensore sul pianerottolo del ventisettesimo piano. I condomini non facevano che entrare ed uscire vociando dai loro appartamenti, come bambini che si rifiutino di andare a letto. Gli ascensori a causa delle continue chiamate avevano finito col fermarsi, e gruppi di passeggeri impazienti sostavano sui pianerottoli. Benché dovessero recarsi a un party dato da un linguista che abitava al piano sotto, tutti quelli che finora erano stati da Talbot erano fermamente decisi a non servirsi delle scale. Perfino Charlotte, rossa in faccia e aggrappata al braccio di Laing, si univa alla protesta degli altri e tempestava il cancello dell'ascensore coi pugni robusti.
Quando finalmente la cabina arrivò e il cancello si aprì, videro che c'era una sola occupante, una giovane massaggiatrice mingherlina e nevrastenica che abitava al quinto piano insieme a sua madre, Laing riconobbe subito in lei uno dei "vagabondi": era gente abbastanza numerosa nel condominio che, stanca dell'ambiente familiare e di vivere confinata in un appartamento, passava gran parte del tempo libero ad andare su e giù in ascensore e a vagabondare per i lunghi corridoi alla continua ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso.
Spaventata alla vista del gruppo di ubriachi che si precipitavano nella cabina, la giovane donna si svegliò bruscamente dal suo sogno a occhi aperti e premette un bottone a caso. Il gesto fu salutato da un urlo di derisione degli ubriachi. In pochi secondi venne strappata fuori dalla cabina e sottoposta a una specie di terzo grado, scherzoso fino a un certo punto. La moglie di un esperto in statistiche, più sovreccitata delle altre, strillò con quanto fiato aveva in gola contro la sventurata ragazza, e, fattasi largo, la schiaffeggiò in piena faccia.
Laing si staccò da Charlotte e cercò di farsi avanti. Quella gente si comportava in maniera spiacevole, non bisognava prenderla sul serio, sembrava un gruppo di comparse improvvisate che recitasse la scena di un linciaggio.
«Venite, vi accompagno fino alle scale.» Cinse col braccio le spalle gracili della ragazza, cercando di guidarla verso la porta delle scale; ma venne salutato da un coro di grida ironiche; parecchie donne si misero a pizzicare la ragazza sul petto e sulle braccia e a schiaffeggiarla.
Laing fu costretto a rinunciare. Rimanendo in disparte vide la giovane donna spaventata spinta dall'uno all'altro, coperta d'insulti e di schiaffi prima che le fosse permesso di sparire giù dalle scale. Sta' attento si disse Laing, o prima che tu te ne accorga la moglie di un agente di cambio ti castrerà con la stessa disinvoltura con cui si può togliere un nocciolo a un avocado.
Il chiasso continuò per tutta la notte, con un continuo via vai nei corridoi, urli, rumori di vetri infranti nei pozzi degli ascensori, e il frastuono della musica che riempiva l'oscurità.

Capitolo III

Un cielo terso e immobile come l'aria su uno stagno si stendeva sopra i muri di cemento e le strade del centro residenziale in costruzione. All'alba, dopo quella nottata allucinante, Laing uscì sul balcone a guardare i sottostanti parcheggi immersi nel silenzio. A meno di un chilometro, verso sud, il fiume continuava a scorrere come al solito venendo dalla città, ma Laing esplorava con lo sguardo il panorama come se si aspettasse di notare qualche cambiamento radicale. Avvolto nell'accappatoio, si massaggiava le spalle indolenzite. Benché sul momento non se ne fosse nemmeno accorto, durante le feste a cui aveva partecipato non erano mancati episodi di violenza. Si toccò la pelle morbida, tendendo i muscoli, come se volesse ritrovare se stesso: il fisiologo che solo sei mesi prima aveva comprato un tranquillo appartamentino nel condominio di lusso. Tutto cominciava a sfuggirgli di mano. Disturbato dai rumori incessanti, aveva dormito meno di un'ora. Anche se ora il silenzio era piombato nel condominio, l'ultima festa, una delle più di cento che si erano svolte durante la notte, era finita soltanto da pochi minuti.
Giù in basso, le auto delle prime file erano cosparse di uova rotte, vino e gelato sciolto. Una dozzina di parabrezza erano stati rotti da bottiglie cadute dall'alto. Nonostante l'ora, almeno una ventina di condomini erano usciti sul balcone a guardare i rottami che si accumulavano ai piedi del dirupo.
Laing preparò la colazione. Era inquieto e distratto e rovesciò parte del caffè. Dovette fare uno sforzo per ricordarsi che aveva una lezione in mattinata; ma la sua attenzione non riusciva a staccarsi da ciò che accadeva al condominio, come se l'enorme edificio esistesse soltanto nella sua mente e dovesse svanire se avesse smesso di pensarci. Si guardò nello specchio della cucina, e notando le mani sporche di vino e le guance non rase cercò di ragionare, di tornare alla realtà. Ma le immagini delle donne ubriache che picchiavano la giovane massaggiatrice continuavano a turbarlo, trasportandolo su un altro piano della realtà. Il suo stesso tipo di reazione, con la rinuncia quasi immediata a ogni tentativo di aiutare quella poveretta, era un segno evidente di come la situazione stesse precipitando.
Usci alle otto per andare all'università. L'ascensore era pieno di vetri rotti e barattoli di birra. Parte del quadro dei comandi era stato danneggiato per impedire chiaramente le chiamate dai piani inferiori. Attraversando il parcheggio, Laing si voltò a guardare l'edificio: ormai il condominio occupava un posto stabile nella sua mente. Arrivato in facoltà, attraversò i corridoi vuoti sforzandosi di riconoscere uffici ed aule. Entrò nelle aule di anatomia dove si allineavano i tavoli di vetro e si fermò a osservare i cadaveri in parte sezionati. Le amputazioni prodotte dagli studenti su quei corpi, che alla fine si sarebbero ridotti in un ammasso di brandelli di carne e di ossa da seppellire, corrispondevano in pieno all'erosione del mondo che gravitava nel condominio.
Per tutta la giornata, mentre faceva lezione e pranzava alla mensa coi colleghi, continuò a pensarci. Era come un vaso di Pandora i cui mille coperchi si aprissero, uno per uno, verso l'interno. I veri padroni del condominio, pensava, quelli che meglio si adattavano a viverci, non erano gli estrosi piloti e i tecnici cinematografici dei piani inferiori, né le mogli aggressive e bisbetiche degli agiati inquilini degli ultimi piani. Sebbene a prima vista si avesse l'impressione che fossero loro a provocare tutta la tensione e l'ostilità, i veri responsabili erano i condomini tranquilli e appartati come il dentista Steele e sua moglie. Il condominio stava creando un nuovo tipo sociale, con un carattere freddo, poco emotivo, refrattario alle pressioni sociali della vita collettiva, che non sentiva il bisogno di privacy,come una specie di macchina che si faceva strada, attraverso quella atmosfera neutrale. Erano i tipi che si limitavano a starsene contenti e soddisfatti nei loro lussuosi appartamenti, a guardare la TV tenendo l'audio abbassato, in attesa che i coinquilini commettessero qualche passo falso.
Forse gli ultimi incidenti rappresentavano un estremo tentativo da parte di Wilder e dei piloti di ribellarsi contro quella logica di nuovo tipo. Era triste, ma le loro possibilità di successo erano scarse: proprio perché gli avversari erano gente soddisfatta della vita che conduceva nel condominio. Non avevano nulla contro quell'impersonale panorama di cemento e acciaio, non si lamentavano se i rappresentanti di qualche ufficio statale o i compilatori di dati e statistiche invadevano la loro privacy,e non solo non avevano niente in contrario contro quelle invisibili intrusioni, ma addirittura se ne servivano per i propri scopi. Erano i primi esemplari di un nuovo genere di vita nell'ultimo scorcio del ventesimo secolo. Si adattavano senza batter ciglia al rapido cambiamento di amici e conoscenti, all'assoluta indifferenza nei riguardi degli altri: sentendosi completamente autosufficienti, non avevano bisogno di niente e non venivano mai delusi.
Oppure, le loro necessità reali potevano venire a galla in un secondo tempo. Più la vita del condominio diventava arida e indifferente, maggiori erano le possibilità che offriva loro. Grazie alla sua efficienza, il condominio si assumeva il compito di mantenere la struttura sociale su cui si basava la vita dei suoi abitanti: per la prima volta, annullava in ognuno il bisogno di reprimere qualunque espressione di comportamento antisociale e li lasciava liberi di manifestare tutti gli impulsi devianti o ribelli, che stavano già emergendo come gli aspetti più importanti e interessanti nella vita di ciascun individuo. Sicura dentro il guscio del condominio come i passeggeri a bordo di un aereo guidato da un pilota automatico, la gente era libera di comportarsi come voleva, di esplorare tutti gli angoli più bui che era capace di trovare. Sotto molti aspetti, il condominio era un campione di tutto quanto era stato fatto dalla tecnologia per realizzare l'espressione di una psicologia veramente libera.

Nel pomeriggio Laing dormì nello studio, in attesa di poter lasciare la facoltà e tornare a casa. Quando finalmente uscì, guidò a velocità sostenuta finché non ebbe superato gli studi televisivi in costruzione e poi venne bloccato per cinque minuti da una fila di betoniere che stavano entrando nel cantiere di costruzione. Era lì che Anthony Royal era rimasto ferito, quando la sua auto era stata schiacciata sotto il cassone ribaltabile di un camion. L'incidente era sempre parso a Laing un'ironia della sorte. In un certo senso, gli sembrava tipico dell'ambigua personalità di Royal il fatto che non solo avesse preso parte alla stesura del progetto, ma fosse stato anche la vittima di un incidente nel posto stesso che aveva ideato.
Laing fremeva, infastidito dal ritardo. Senza un motivo preciso, aveva la sensazione che durante la sua assenza stessero succedendo cose importanti. Ne ebbe la conferma quando finalmente arrivò a casa alle sei e seppe che erano accaduti altri incidenti. Dopo essersi cambiato, andò a prendere l'aperitivo da Charlotte Melville, che era tornata a casa a mezzogiorno perché si sentiva preoccupata per il bambino.
«Non mi va che resti solo qui. Le baby-sitter sono così poco fidate.» Versò del whisky nei bicchieri, poi si mise a gesticolare con la caraffa come se volesse buttarla giù dal balcone. «Robert, cosa diavolo sta succedendo? Sembra che tutto sia in crisi... ho perfino paura a salire in ascensore da sola.»
«Charlotte, la situazione non è poi così brutta» disse Laing. «Non c'è motivo di preoccuparsi.»
Ma era davvero convinto che tutto filasse tanto liscio? Ascoltando la propria voce, però, dovette ammettere che suonava convincente.
L'elenco dei disordini e delle provocazioni era lungo, considerando che si erano verificati tutti in un solo pomeriggio. Due diversi gruppi di bambini abitanti ai primi piani erano stati respinti dal parco giochi sul tetto. Quel recinto dotato di altalene, scivoli giostre e mucchi di sabbia, era stato ideato da Anthony Royal per lo svago dei figli dei condomini. Adesso i cancelli del recinto erano chiusi con dei lucchetti, e i bambini che cercavano di entrarvi venivano scacciati. Intanto, le mogli di alcuni condomini degli ultimi piani sostenevano di essere state aggredite in ascensore. Altri, uscendo la mattina per andare in ufficio, avevano scoperto che qualcuno aveva tagliato i copertoni delle loro auto. Un gruppo di vandali aveva fatto irruzione nelle aule della scuola materna al decimo piano e aveva strappato tutti i disegni dei bambini. I pianerottoli del quinto piano erano stati misteriosamente sporcati da escrementi di cane, e per rappresaglia gli inquilini si erano subito affrettati a raccoglierli, a metterli su un ascensore e a spedirli all'ultimo piano.
Poiché Laing era scoppiato a ridere, Charlotte lo tirò per un braccio come se volesse svegliarlo.
«Robert, non c'è niente da ridire. Sono cose serie...»
«Infatti io...»
«Siete in trance!»
Laing la guardò, e si rese improvvisamente conto che quella donna intelligente e carina non arrivava a capire. Le circondò la vita col braccio e l'ardente abbraccio con cui lei corrispose non lo stupì. Ignorando i tentativi del bambino che cercava di aprire la porta della cucina, Charlotte si appoggiò al battente e attirò a sé Laing tastandogli le braccia, come per convincersi che esisteva qualcosa a cui potersi aggrappare.
Per tutto il tempo che rimasero in attesa che il bambino si addormentasse, lei non smise mai di toccare Laing. Ma anche prima di finire a letto, Laing era certo - quasi per una conferma della logica paradossale del condominio - che la loro relazione non sarebbe cominciata, ma finita col primo rapporto sessuale. L'atto li avrebbe divisi anziché unirli. Sempre per lo stesso paradosso, l'affetto e l'interesse che provava per lei mentre giacevano sul lettino avevano qualcosa di aspro invece di esprimere tenerezza. Un sentimento come quello era completamente estraneo alla realtà del mondo che li circondava. I pegni che avrebbero dovuto scambiarsi, come simbolo dell'amore reciproco erano stati sostituiti da un solo materiale ben diverso dal normale: fatto unicamente di erotismo e perversione.
Quando Charlotte si addormentò al calar della sera, Laing la lasciò e uscì per andare a cercare i suoi nuovi amici.
Fuori, nel corridoio e sui pianerottoli, c'era molta gente e Laing, che non aveva nessuna fretta di tornare nel suo appartamento, si soffermò presso un gruppo o l'altro ad ascoltare brani di conversazione. Quelle riunioni improvvisate erano destinate ad assumere una veste ufficiale, a diventare occasioni in cui i condomini avrebbero esposto le loro lamentele e i loro pregiudizi. Se gli ascensori non funzionavano, la colpa era degli inquilini dei primi e degli ultimi piani e non degli architetti o del materiale scadente. Laing notò che tutti tendevano ad attribuire i difetti e le manchevolezze agli altri condomini e non ai costruttori.
Il condotto delle immondizie che Laing aveva in comune con gli Steele si era di nuovo intasato. Provò a telefonare all'amministratore, ma quel poveretto era ridotto allo stremo, bombardato da continue lamentele e richieste di interventi immediati. Parecchi dei suoi dipendenti avevano dato le dimissioni, e i pochi rimasti stavano facendo di tutto perché gli ascensori funzionassero e tornasse la corrente al nono piano.
Laing raccolse tutti gli arnesi che riuscì a trovare e uscì nel corridoio per tentare di sbloccare da solo il condotto. Steele si precipitò a dargli una mano portando uno strumento apposito dotato di un insieme di lame rotanti. Mentre lavoravano, cercando di disincastrare un fagotto di stoffa su cui si era posata una colonna di rifiuti, Steele fornì a Laing una descrizione dei coinquilini dei piani superiori e inferiori, responsabili dell'ostruzione del condotto.
«Certa gente butta nella spazzatura le cose più strane» confidò a Laing. «Roba che dovrebbe interessare la squadra del buon costume. Per esempio quella tizia che ha un istituto di bellezza, al trentatreesimo piano, e quelle presunte radiologhe del ventiduesimo piano che abitano insieme. Strane ragazze, anche coi tempi che corrono.»
Almeno fino a un certo punto, Laing gli dava ragione malgrado la meschinità di quei pettegolezzi, era pur vero che la cinquantenne proprietaria dell'istituto di bellezza cambiava in continuazione le tende e gli arredi del suo appartamento, e gettava poi pezzi di stoffa, tappetini e perfino mobiletti nel condotto della spazzatura.
Steel si spostò indietro, mentre la colonna della spazzatura precipitava a valanga. Prese Laing per un braccio e lo costrinse a voltarsi in modo da vedere un barattolo di birra sul pavimento del corridoio. «Però anche noi abbiamo la nostra parte di colpa» disse. «Ho sentito che ai primi piani la gente lascia i sacchetti di immondizie davanti alla porta. Be', vi andrebbe di bere qualcosa? Mia moglie è ansiosa di rivedervi.»
Nonostante lo sgradevole ricordo del battibecco, Laing non esitò ad accettare. Come aveva previsto, essendosi allargato il campo dei contrasti, i dissapori che potevano esserci fra loro due vennero subito dimenticati. Con un'acconciatura fresca di parrucchiere, la signora Steele gli frullava intorno sorridendo come una "madama" novizia che intrattiene il primo cliente. Arrivò perfino a complimentarsi per il buon gusto musicale di Laing che aveva modo di giudicare attraverso le pareti sottili. Laing ascoltò la sua appassionata descrizione dei continui guasti che si verificavano nei servizi comuni, e dei vandalismi compiuti in ascensore e negli spogliatoi della piscina. Parlava del condominio come di un essere enorme e vivo che incombeva su di loro e osservava da padrone tutto quel che succedeva. In fondo, qualcosa di vero c'era: gli ascensori che salivano su e giù nei pozzi sembravano pistoni delle cavità cardiache, gli inquilini che andavano avanti e indietro nei corridoi erano cellule di un sistema arterioso e le luci negli appartamenti i neuroni di un cervello.
Laing guardava di là dello spazio buio la mole illuminata del condominio vicino, e quasi non si accorse che erano arrivati altri invitati: l'annunciatore della TV Paul Crosland e una donna, una certa Eleanor Powell, che aveva i capelli rossi e beveva forte, oltre ad occuparsi di critica cinematografica. Laing l'aveva incontrata più di una volta in ascensore mentre tentava, inutilmente di trovare il modo di uscire dal condominio.
Crosland era diventato il capo nominale del loro clan, un gruppo di condomini che abitavano gli appartamenti del venticinquesimo, ventiseiesimo e ventisettesimo piano. Decisero di andare tutti insieme a fare spese nel supermercato al decimo piano, come una banda di paesani che debbano avventurarsi in una città pericolosa.
Seduta accanto a lui sul divano, Eleanor Powell guardava Croslan con occhi vacui, mentre l'annunciatore, nel suo pomposo stile professionale, esponeva le proposte per rendere sicuri i loro appartamenti. Di tanto in tanto, la donna allungava la mano come se cercasse di aggiustare l'immagine di Crosland, attenuare il colorito del viso florido, o abbassare il volume della voce.
«Voi non abitate vicino al pianerottolo dell'ascensore?» chiese Laing. «Fareste meglio a barricarvi in casa.»
«Perché diavolo? Lascio sempre la porta spalancata» e notando la faccia perplessa di Laing aggiunse: «Fa parte del divertimento.»
«Secondo voi, in fondo, ci stiamo divertendo?»
«Perché, voi non lo credete? Io si, dottore. Per la prima volta da quando avevamo tre anni facciamo quel che ci pare senza curarci delle conseguenze. Se ci pensate, è molto interessante...»
Gli si accostò, appoggiandogli la testa sulla spalla. Laing disse pronto: «Dev'esserci qualche guasto all'impianto dell'aria condizionata. Sul balcone farà più fresco.»
Tenendolo per un braccio lei raccolse la sua borsetta. «Bene, aiutatemi ad alzarmi, dottore. Siete un libertino timido, dottore...»
Erano arrivati alla porta finestra quando si sentì un'esplosione di vetri da un balcone di sopra. Frammenti di vetro caddero come rasoi nell'aria notturna. Un grosso fagotto informe li seguì, precipitando a meno di cinque metri dal balcone. Eleanor, per la sorpresa andò a urtare contro Laing. Mentre si rimettevano in equilibrio sopraggiunse il rumore di una violenta collisione metallica, come se due auto si fossero scontrate. Seguì un breve silenzio, il primo, come notò Laing, da molti giorni.
Tutti si ammassarono sul balcone. Crosland e Steele si aggrapparono l'uno all'altro come se temessero di cadere oltre la ringhiera. Spinto in un angolo, Laing vide il proprio balcone vuoto a pochi metri di distanza, e in un momento di panico assurdo si chiese se non fosse lui la vittima. Gli altri balconi erano pieni di gente, che si sporgeva a guardare nel buio.
Giù, in basso, incastrato, nel tettuccio schiacciato di un'auto posteggiata in prima fila, c'era il corpo di un uomo in abito da sera. Eleanor Powell, pallida e sofferente, si staccò barcollando dalla ringhiera e si fece strada verso il soggiorno, spingendo da parte Crosland. Tenendosi stretto alla ringhiera, Laing guardava, scosso ed eccitato al tempo stesso. Ormai quasi tutti i balconi della enorme facciata erano occupati dai condomini che guardavano giù come se si trovassero nei palchi di un enorme teatro all'aperto.
Nessuno si avvicinò alla macchina schiacciata, o al corpo incastrato sul tetto. Notando la giacca da sera squarciata e le scarpe di vernice, a Laing parve di riconoscere il gioielliere del quarantesimo piano. Gli occhiali del morto erano finiti a terra davanti all'auto e le lenti, rimaste intatte, riflettevano le vivide luci del condominio.

Capitolo IV

Nella settimana che segui la morte del gioielliere, gli eventi presero rapidamente una piega sempre più inquietante. Richard Wilder, stando ventiquattro piani sotto il dottor Laing, era più esposto alle pressioni che si accumulavano nell'edificio, e fu uno dei primi a rendersi conto dell'effettiva portata dei cambiamenti che si andavano verificando.
Wilder era rimasto assente tre giorni, perché era andato a girare alcune scene di un documentario sulle rivolte nelle prigioni. Uno sciopero dei detenuti in un grosso carcere di provincia, di cui si occupavano molto, sia la stampa che la televisione, gli aveva offerto la possibilità di girare dal vivo alcune scene. Tornò a casa nelle prime ore del pomeriggio. Aveva telefonato a Helen tutte le sere, chiedendole minuziosamente notizie di quello che succedeva nel condominio; ma lei non aveva avuto molto da dire. Tuttavia il tono vago della moglie lo aveva allarmato.
Dopo aver parcheggiato, aprì con un calcio lo sportello e scese. Dal punto in cui si trovava, all'estremità del parcheggio, esaminò la facciata dell'edificio. A prima vista tutto sembrava in ordine. Le centinaia di auto erano parcheggiate in file ordinate. I balconi si innalzavano in lunghe linee al limpido sole con i loro vasi di fiori. Per un momento, Wilder provò una punta di rimpianto. Portato com'era all'azione si era goduto gli incidenti della settimana passata, ed era stato rude con i coinquilini, specie con quelli dei piani superiori, che avevano reso la vita difficile a Helen e ai bambini.
L'unica nota discordante era fornita dalla finestra panoramica del quarantesimo piano, dalla quale lo sventurato gioielliere era precipitato. Due attici occupavano quel piano, uno sul lato nord, dove abitava Anthony Royal, l'altro di proprietà del gioielliere e di sua moglie. La vetrata rotta non era stata sostituita e lo spacco riportato ricordò a Wilder il simbolo con cui venivano contrassegnati sulle fusoliere degli aerei gli apparecchi nemici abbattuti durante la guerra.
Prese la borsa e la cinepresa che aveva tenuto con l'intenzione di girare qualche scena del documentario sul condominio. L'inspiegabile morte del gioielliere aveva confermato questa sua decisione che andava già maturando da tempo. Avrebbe potuto prendere la morte del gioielliere come punto di partenza; il fatto che abitassero nella stessa casa, era una coincidenza fortunata, il programma avrebbe avuto l'efficacia di una biografia personale. Una volta concluse le indagini della polizia, il caso sarebbe finito in tribunale dando una vasta notorietà a quel condominio di lusso, a quel colossale palazzo capace secondo lui di creare intrighi e seminare distruzione.
Preso il resto del bagaglio, Wilder si diresse verso casa. Siccome abitava a uno dei primi piani, il posto che gli spettava al parcheggio era fra i più lontani e il percorso a piedi abbastanza lungo. Il suo appartamento era situato proprio al di sopra dell'ingresso principale, e lui si aspettava di vedere Helen uscire sul balcone e dargli il benvenuto, piccola ricompensa per la lunga camminata. Invece il balcone era vuoto e tutte le tapparelle abbassate.
Affrettando il passo, Wilder raggiunse le prime file del parcheggio, e l'illusione che tutto fosse normale svanì di colpo. Le auto delle tre prime file erano cosparse di rottami, la vernice costellata di macchie e i marciapiedi e i vialetti ingombri di bottiglie, barattoli vuoti, cocci di vetro. Quando arrivò nell'atrio principale scoprì che due ascensori non funzionavano. L'ingresso era deserto e silenzioso come se tutto il condominio fosse stato abbandonato. L'ufficio dell'amministratore era chiuso, e mucchi di posta giacevano sulle piastrelle vicino alla porta a vetri. Sulla parete di fronte a quella dove si aprivano i cancelli degli ascensori era stato scarabocchiato un messaggio, in parte cancellato: il primo di una serie di slogan e avvisi personali che un giorno avrebbero coperto tutto lo spazio disponibile dei muri. Quei graffiti riflettevano il grado d'intelligenza e di educazione dei condomini, nonostante l'umorismo e la fantasia, quei complicati giochi di parole e le oscenità scritte con vernice spray sui muri, finirono col trasformarsi in macchie di colori indecifrabili, non molto dissimili alle tappezzerie a buon mercato delle lavanderie o delle agenzie di viaggio che gli abitanti del condominio si sarebbero ben guardati dallo scegliere.
Wilder attese con crescente impazienza che arrivasse un ascensore. Continuò a premere irritato i bottoni di chiamata, ma nessuna cabina rispose. Erano tutte sospese in permanenza fra il ventesimo e il trentesimo piano, fra i quali compivano brevi tragitti. Wilder raccolse i bagagli e si avviò verso le scale. Arrivato al secondo piano scoprì che il corridoio era al buio e inciampò in un sacchetto di plastica pieno di spazzatura che bloccava la porta di casa sua.
Appena entrato in anticamera ebbe l'impressione che Helen se ne fosse andata coi bambini. Le tapparelle del soggiorno erano calate e il condizionatore spento. Il pavimento era cosparso di giocattoli e indumenti dei bambini.
Wilder aprì la porta della loro stanza: i piccoli dormivano insieme, respirando affannosamente nell'aria stagnante. Su un vassoio posato tra i lettini c'erano gli avanzi della cena del giorno prima.
Wilder passò nel soggiorno per andare in camera sua. Una tapparella era sollevata e la luce abbagliante solcava di linee le pareti bianche. Gli ricordò in modo inquietante la cella che aveva filmato un paio di giorni prima nel reparto psichiatrico della prigione. Helen giaceva completamente vestita sul letto rifatto. Wilder pensò che dormisse, ma quando fu vicino si accorse che lo fissava con occhi vacui.
«Richard... va tutto bene» disse calma. «Sono rimasta sveglia da quando hai telefonato ieri. Hai fatto buon viaggio?»
«I bambini... Cosa sta succedendo qui?»
«Niente» gli sfiorò la mano con un sorriso rassicurante. «Avevano sonno e li ho lasciati dormire. Non hanno altro da fare. Di notte c'è sempre rumore. Mi spiace che la casa sia tutta in disordine.»
«Non importa. Perché i ragazzi non sono a scuola?»
«È chiusa. Non ci sono più andati, dopo che sei partito.»
«Ma perché?» Irritato dall'atteggiamento passivo di sua moglie, Wilder cominciò a serrare i pugni facendo scricchiolare le nocche. «Helen, non puoi restartene qui sdraiata tutto il giorno. E il parco giochi, la piscina? Perché non ci andate?»
«Ho l'impressione che esistano solo nella mia fantasia. È troppo difficile...» indicò la cinepresa di Wilder che aveva posato a terra. «A cosa serve?»
«Pensavo di girare qualche scena del documentario sul condominio.»
«Ah, un altro documentario sulle prigioni.» Helen sorrise a Wilder senza nessun segno di allegria. «Posso dirti io da dove devi incominciare.»
Wilder le prese la faccia tra le mani, la toccò come per assicurarsi che esisteva ancora. Doveva trovare il modo di risollevarle il morale. Quando si erano conosciuti, sette anni prima, lei lavorava per una rete televisiva commerciale, era brillante e sicura assistente del produttore, e sapeva tenere testa alla lingua pungente di Wilder. Adesso dopo due figli e un anno di permanenza nel condominio, si era chiusa in se stessa, si occupava in maniera ossessiva delle attività più elementari dei bambini. Anche il suo lavoro di revisione di libri per l'infanzia era un aspetto di quella ritirata.
Wilder le portò un bicchierino del liquore dolce che le piaceva. Mentre cercava di decidere cosa fosse meglio fare, si massaggiò vigorosamente il petto. Una cosa che in principio gli aveva fatto piacere, ma che ora lo turbava più del resto, era che Helen non faceva più caso alle sue relazioni con qualche coinquilina. Anche se lo vedeva conversare con una di quelle ragazze che vivevano sole, gli passava vicino trascinandosi dietro i bambini, sembrava che non le importasse nulla di ciò che l'esuberante marito poteva combinare. Molte di quelle donne, come l'attrice a cui avevano affogato il cane in piscina, o la sceneggiatrice che abitava sopra di loro, erano diventate amiche di Helen. La sceneggiatrice, una ragazza seria che leggeva Byron mentre faceva la coda al supermercato, lavorava per un produttore indipendente di film pornografici: o così almeno gli aveva detto Helen. «Deve annotare con la massima precisione le posizioni sessuali fra un ripresa e l'altra. Lavoro interessante... però mi chiedo che avvenire possa avere.»
Wilder ne era rimasto scioccato. Un certo pudore gli aveva impedito di parlare della cosa con la sceneggiatrice. Quando facevano l'amore nel suo appartamento al terzo piano provava la sgradevole sensazione che lei mandasse automaticamente a memoria ogni gesto o posizione erotica, nel caso venisse chiamata fuori all'improvviso, per poi poter riprendere allo stesso punto preciso, magari con un altro partner. L'illimitata esperienza professionale del condominio aveva aspetti sconcertanti.
Wilder aspettò che sua moglie bevesse il liquore, poi le carezzò le cosce magre, nel tentativo di scuoterla dall'apatia. «Su, Helen... sembra che tu stia aspettando la fine. Vedrai che riusciremo a sistemare tutto e porteremo i bambini in piscina.»
Helen scrollò la testa. «C'è troppa ostilità. C'è sempre stata, ma adesso è più evidente. La gente non vuole i bambini, li scaccia... forse lo fa senza accorgersene» continuò mettendosi a sedere sul bordo del letto mentre Wilder si cambiava. «Anzi, direi che non è la gente, ma la casa... La colpa è della casa.»
«Lo so. Ma quando la polizia avrà concluso le indagini tutto tornerà come prima, vedrai. Adesso, senza accorgersene molti provano un senso di colpa.»
«Quali indagini?»
«Ma quelle sulla morte del gioielliere precipitato dal quarantesimo piano, no?» Wilder raccolse la cinepresa e tolse il coperchio dall'obiettivo. «Hai già parlato con la polizia?»
«Non so. Mi sono tenuta alla larga da tutti.» Riprendendosi con uno sforzo di volontà, si alzò e si avvicinò al marito. «Richard, non hai mai pensato di vendere l'appartamento? Potremmo andarcene. Parlo sul serio.»
«Helen!» Wilder era così sbalordito che rimase per un momento a fissare la faccia smunta ma decisa di sua moglie. Poi finì di spogliarsi, come se, mettendo in mostra il torace muscoloso e il corpo possente potesse in certo qual modo riuscire a ristabilire la sua autorità. «Ma sarebbe lo stesso che essere sfrattati. E poi non riuscirei mai a ricavare quello che ho pagato.»
Aspettò finché Helen non abbassò la testa e si voltò per tornare sul letto. Era stata lei che, sei mesi prima, aveva insistito per traslocare dal primo appartamento al pianterreno. A quell'epoca avevano discusso seriamente se trasferirsi in un'altra casa, ma Wilder era riuscito a persuaderla a restare: quanto ai motivi neppure lui era mai riuscito a capirli a fondo. Forse, più d'ogni altra cosa, non voleva ammettere di non essere riuscito a trattare da pari a pari i condomini dei piani superiori e snobbare gli altri.
Quando i bambini entrarono nella loro stanza con aria assonnata, Helen disse: «Forse dovremmo trasferirci più in alto.»
Mentre si radeva il mento, Wilder ripensava all'ultimo commento di sua moglie. Quella fragile richiesta aveva un significato particolare, che aveva portato alla luce nella sua mente un'ambizione da tempo repressa. Naturalmente Helen seguiva un'idea di progresso sociale, parlava di traslocare allo scopo di avere "dei vicini migliori", di allontanarsi da quei sobborghi adatti alle classi inferiori per andare ad abitare nell'elegante centro residenziale fra il quindicesimo e il trentesimo piano, dove i corridoi erano puliti e i bambini non sarebbero stati costretti a giocare in strada, e la tolleranza e la raffinatezza rendevano più civile l'atmosfera.
Wilder aveva delle idee diverse. Ascoltando la voce sommessa di Helen che parlava ai bambini in tono trasognato, si esaminò con cura allo specchio. Come un pugile prima di un incontro di campionato, si tastò i muscoli dello stomaco e delle spalle per accertarsi della loro solidità. In senso psicologico oltreché fisico, Wilder era sicuramente l'uomo più forte del condominio, e la debolezza di Helen lo irritava, anche perché non sapeva come comportarsi di fronte alla sua passività. Le proprie reazioni all'atteggiamento della moglie risentivano ancora dell'educazione che aveva ricevuto da una madre iperemotiva che l'aveva trattato come un bambino finché le era stato possibile, e gli aveva dato quella che lui aveva sempre considerato un'incrollabile fiducia in se stesso. Si era divisa dal padre di Wilder, una figura nebulosa di dubbia reputazione, quando era ancora piccolo. Il secondo matrimonio con un ragioniere simpatico, ma debole, appassionato di scacchi, era stato completamente dominato dai rapporti fra la madre e il figlio, che cresceva forte come un torello. Quando aveva conosciuto la sua futura moglie, Wilder aveva ingenuamente creduto di poter trasferire su di lei quello che sua madre aveva fatto per lui. L'avrebbe coccolata e protetta, le avrebbe dato la sicurezza, le avrebbe tenuto alto il morale. Ma, come si rendeva conto adesso, nessuno cambia mai: nonostante tutta la fiducia che aveva in se stesso, era lui che abbisognava di essere ancora curato e protetto. Un paio di volte, quando erano appena sposati, nei momenti di abbandono, aveva tentato di fare con lei qualcuno di quei giochetti infantili con cui si divertiva tanto insieme a sua madre, ma Helen non era stata molto capace di trattarlo come un figlio. Quanto a lei, poi, Wilder aveva l'impressione che amore e premure fossero le ultime cose che desiderava. Forse il collasso della vita nel condominio avrebbe esaurito le sue inconsce aspettative molto più di quanto lei stessa non si rendesse conto.
Mentre si massaggiava le guance, Wilder ascoltava l'irregolare ronzio dell'aria nell'impianto di condizionamento, i cui condotti passavano nel muro dietro alla doccia portando l'aria pompata dal tetto, trentanove piani sopra. Guardò poi l'acqua che scaturiva dal rubinetto. Anch'essa aveva fatto una larga discesa dai serbatoi del tetto, correndo negli interminabili tubi interni chiusi tra i muri del condominio, come una cascata che precipitava in una caverna sotterranea.
La decisione di girare un documentario era determinata in massima parte da un motivo personale, un tentativo voluto di venire a patti col condominio, di accettare la sfida e infine di dominarlo. Wilder non riusciva mai a liberarsi dall'opprimente sensazione dell'immenso peso di cemento che lo sovrastava, e dalla certezza che il proprio corpo costituisse il punto focale delle linee di forza che attraversavano l'edificio: come se Anthony Royal avesse disegnato apposta anche il suo corpo in modo che potesse reggere a quella tremenda stretta. Di notte, accanto a Helen che dormiva, gli capitava spesso di svegliarsi da un brutto sogno nella camera soffocante e di avvertire la pressione esercitata su di lui da ognuno degli altri 999 appartamenti che, premendo attraverso soffitti e pareti, gli toglievano l'aria. Sapeva di avere annegato l'afgano non perché il cane gli fosse antipatico o per fare un dispetto alla sua padrona, ma per vendicarsi contro gli ultimi piani del condominio. Aveva preso il cane per il collo, mentre l'animale vagava incerto nel buio, e dandogli un violento strattone l'aveva trascinato sott'acqua. Mentre lo tratteneva con forza, per impedirgli di risalire in superficie, aveva sentito che stava lottando non con una bestia che si dibatteva, ma col condominio intero.
Pensando agli ultimi piani, Wilder fece la doccia; aprì al massimo il rubinetto dell'acqua fredda per lasciarsi sferzare il petto e la schiena. Al contrario di Helen che aveva cominciato a cedere, lui si sentiva più che mai deciso. Come un alpinista che ha finalmente raggiunto le pendici del monte che, per tutta la vita, si era preparato a scalare.

Capitolo V

Indipendentemente dai progetti che poteva aver fatto per la scalata, e dalla via scelta per raggiungere la vetta, Wilder non tardò a rendersi conto che, nell'attuale stato di disfacimento, sarebbe rimasto ben poco del condominio. I servizi comuni potevano guastarsi in qualsiasi momento. Wilder aiutò Helen a rimettere in ordine l'appartamento e cercò di infondere un po' di vitalità nella sua apatica famiglia alzando le tapparelle e facendo un gran rumore mentre si muoveva per casa.
Ma non era impresa da poco. Ogni cinque minuti l'impianto di condizionamento cessava di funzionare, e col caldo estivo l'aria ristagnava. Wilder si accorse che aveva già cominciato ad abituarsi all'atmosfera fetida come se fosse normale. Helen gli riferì che, secondo le voci correnti, qualche condomino dei piani superiori aveva gettato apposta degli escrementi di cane nei condotti. Wilder aprì le finestre sperando di far entrare un po' di aria fresca, ma ben presto l'appartamento si riempì di polvere. Le superfici dei mobili erano già coperte da una pellicola grigiastra.
Nel tardo pomeriggio i condomini cominciarono a rincasare dal lavoro. Gli ascensori erano stipati di gente irrequieta e rumorosa. Tre avevano smesso di funzionare e tutti erano impazienti di raggiungere al più presto il proprio appartamento. Dalla porta aperta del suo, Wilder rimase a guardare i vicini che si spingevano l'un l'altro come minatori stanchi e irritati che risalivano dai pozzi.
Cedendo a un impulso improvviso, decise di mettere alla prova i suoi diritti di circolare liberamente in tutto il condominio e di poter usufruire di tutti i pubblici servizi, specialmente della piscina del trentacinquesimo piano e del parco giochi sul tetto.
Munito di cinepresa, si avviò insieme al maggiore dei suoi figli, ma non tardò a scoprire che gli ascensori rapidi erano guasti o bloccati con i cancelli aperti agli ultimi piani.
L'unico modo per raggiungere la parte più alta del condominio era l'ingresso privato laterale di cui non aveva mai avuto la chiave.
Deciso comunque a raggiungere lo scopo, Wilder aspettò uno degli ascensori comuni che l'avrebbe portato fino al trentacinquesimo piano. Quando arrivò, si fece strada a gomitate nella cabina affollata, incurante degli altri passeggeri che fissavano con aperta ostilità sia lui sia suo figlio. Arrivato al ventitreesimo piano, l'ascensore si rifiutò di salire oltre. I passeggeri si riversarono fuori dalla cabina diretti verso gli altri ascensori e si misero a picchiare contro i cancelli con le borse e le cartelle, seguendo quella che era diventata ormai una rituale manifestazione di malcontento.
Wilder infilò le scale tenendo in braccio il bambino. Grazie al suo fisico robusto, non avrebbe faticato ad arrivare fino al tetto. Ma dopo due piani trovò la scala bloccata da un gruppo di abitanti degli appartamenti vicini - fra cui riconobbe l'aggressivo dentista coinquilino del dottor Laing - che tentavano di sbloccare il condotto della spazzatura. Pensando che stessero invece sabotando l'impianto di condizionamento, Wilder si fece strada nel gruppo, ma fu prontamente respinto da un tale, che riconobbe come l'annunciatore di una rete televisiva.
«Questa scala è chiusa, Wilder. Vuoi capirlo, sì o no?»
«Cosa?» Wilder era sbalordito dall'affronto. «Come sarebbe a dire?»
«Che la scala è chiusa. Fra parentesi, cosa ci fai, tu, qui?»
I due uomini rimasero a squadrarsi. Divertito dai modi aggressivi dell'annunciatore, Wilder sollevò la cinepresa con l'intenzione di filmare la sua faccia florida. Ma Crosland lo scostò sgarbatamente, e allora sentì la voglia di colpirlo. Si trattenne solo per non spaventare il bambino, già abbastanza inquieto, e preferì ritirarsi a prendere l'ascensore per scendere a casa sua.
L'incidente, per quanto insignificante, lo aveva sconvolto. Ignorando sua moglie, si mise a passeggiare su e giù come una belva in gabbia agitando la cinepresa. Era eccitato senza sapere bene perché: un po' perché il progettato documentario minacciava di saltare, ma soprattutto a causa della crescente atmosfera di ostilità e contrasto.
Si soffermò sul balcone a guardare i condomini in costruzione, simili ad enormi prigioni. Il materiale visivo e sociologico che offrivano era virtualmente illimitato. Avrebbe potuto filmare gli esterni da un elicottero... con gli occhi della mente vedeva già un lungo zoom di sessanta secondi, che si spostava lentamente da tutta la facciata fino a un singolo appartamento visto in primo piano; una cella di quel termitaio da incubo.
La prima metà del programma avrebbe esaminato la vita nel condominio in rapporto ai difetti di progettazione e ai piccoli inconvenienti, mentre il resto del documentario si sarebbe concentrato sulla psicologia della convivenza in una comunità di duemila persone chiuse in una scatola che saliva verso il cielo, sondandone tutti gli aspetti: incidenza dei fatti criminosi, divorzio e aberrazioni sessuali, salute dei condomini e loro tendenza all'insonnia e ad altri disturbi psicosomatici. Le prove accumulate in parecchi decenni gettavano una luce critica sulle conseguenze sociali di condomini così grandi, ma il costo dei terreni fabbricabili e gli altri profitti del settore privato tendevano a far salire sempre più verso il cielo quelle città verticali, in contrasto con i reali bisogni dei loro abitanti.
Era ormai certo che la vita nei condomini influiva negativamente sulla psicologia umana. L'assenza di senso dell'umorismo, per esempio, aveva sempre colpito Wilder, che lo giudicava uno degli esempi caratteristici. E i risultati delle ricerche in quel campo avevano confermato il suo punto di vista: gli abitanti dei grandi condomini non amano fare dello spirito, soprattutto su se stessi. La vita era "priva di eventi", nel senso più ristretto della parola. Forte della propria esperienza, Wilder si era convinto che un appartamento nel condominio non poteva consentire lo sviluppo di un focolare domestico capace di incoraggiare le persone all'azione, di diventare un posto dove la gente non stesse solo per mangiare e dormire. La vita in un grande condominio esigeva un modo di comportarsi tutto particolare, adattamento misto a isolamento, con un briciolo di follia. Sarebbe stato il paradiso di un psicopatico, pensava Wilder. Il vandalismo era stato la piaga di quelle torri fin dall'inizio. Ogni telefono rotto, ogni maniglia strappata dalle porte antincendio, ogni interruttore fracassato, rappresentava un gradino verso la pazzia.
Ma quel che più di tutto irritava Wilder era il fatto che un insieme apparentemente omogeneo di professionisti ben pagati si fosse diviso in tre campi distinti e reciprocamente ostili. Le antiche suddivisioni sociali basate sul potere, sul capitale e sull'interesse personale si erano riaffermate li più che altrove.
In effetti, il condominio si era già diviso nei tre classici ceti sociali: alto, medio e basso. Il centro commerciale del decimo piano costituiva il netto confine fra i nove piani inferiori, col loro "proletariato" di tecnici cinematografici, hostess, piloti e simili, e la sezione mediana del condominio che andava dal decimo piano fino alla piscina e al ristorante del trentacinquesimo. Questi due terzi centrali del fabbricato formavano la classe media, composta da professionisti con tendenze egoistiche ma malleabili, medici e avvocati, commercialisti e consulenti fiscali, che per la massima parte non erano liberi professionisti ma funzionari di istituti medici e di grandi società. Puritani e disciplinati, possedevano quella forza di coesione che consentiva loro di essere "i migliori dopo i primi".
Più su, negli ultimi cinque piani, viveva la classe superiore: l'oligarchia discreta degli imprenditori e degli affaristi, delle attrici e dei baroni universitari, coi loro ascensori rapidi, i servizi migliori e la scala con la passatoia. Erano costoro che davano il là a tutto il condominio: loro per primi avevano esternato lamentele e proteste; loro che governavano in modo più o meno indiscreto sul condominio, decidendo se i bambini potevano o meno usufruire delle piscine e del campo giochi, che sceglievano il menu del ristorante, che decidevano le attribuzioni degli incarichi riservando a sé i più importanti. Ma soprattutto era la loro sottile influenza che teneva al suo posto la classe media, mettendole costantemente sotto il naso la carota dell'amicizia e dell'approvazione.
Il pensiero di quei condomini che vivevano lassù come signori feudali sui servi, riempiva Wilder d'irritazione e di risentimento. Si rendeva conto tuttavia che era molto difficile organizzare una qualsiasi specie di contrattacco. Sarebbe stato facile recitare la parte del leader populista e diventare il portavoce dei coinquilini dei piani inferiori, ma sapeva che erano degli individualisti privi di interessi e incapaci di unirsi; non sarebbero mai stati avversari pari ai ben disciplinati professionisti della parte mediana del condominio. Era gente superficiale e facilona, che di fronte a un eccesso di indebite interferenze si sarebbe limitata a fare i bagagli e traslocare. Insomma, il loro istinto territoriale, in senso psicologico e sociale, era atrofizzato al punto che si sarebbero lasciati sfruttare senza aprire bocca.
Per galvanizzare i vicini Wilder sentiva che occorreva qualcosa capace di renderli consapevoli della propria identità. Il documentario televisivo era quel che ci voleva, anche se loro forse non se ne sarebbero resi conto a fondo. Avrebbe messo in evidenza i motivi del loro risentimento, e dimostrato come i condomini dei piani superiori abusassero dei servizi e delle comodità che avrebbero dovuto essere alla portata di tutti. Forse sarebbe stato necessario fomentare ad arte le rivalità, estremizzare i contrasti e le difficoltà della vita nel condominio.
Ma, come Wilder doveva presto scoprire, il tono del documentario era già stato deciso.

Spinto dall'impulso di prendersi una rivincita, Wilder decise che era venuto il momento di risparmiare a Helen e ai bambini il suo continuo, irrequieto andirivieni. Adesso il condizionatore funzionava solo cinque minuti all'ora, e verso sera l'appartamento era ormai impregnato di umidità. Il rumore delle conversazioni a voce alta e dei giradischi tenuti al massimo si riversava dai balconi sovrastanti. Helen Wilder si avvicinò alle finestre già chiuse, premendo le mani sui vetri, come se volesse schiacciare la notte.
Troppo preoccupato per cercare di venirle in aiuto, Wilder armato di calzoncini da bagno e asciugamano partì per la piscina del decimo piano. Alcune telefonate ai vicini gli avevano confermato che erano disposti a partecipare al documentario, ma Wilder voleva la collaborazione dei condomini dei piani intermedi e dei piani superiori.
Dato che gli ascensori guasti non erano stati ancora riparati, Wilder imboccò le scale. Alcune rampe erano già adibite a scarico delle immondizie da parte degli inquilini dei piani superiori, e i cocci di vetro che ingombravano i gradini gli tagliarono le scarpe.
Il centro commerciale era affollato di gente che andava su e giù parlando a gran voce, come se fosse in attesa di un comizio elettorale. La piscina, solitamente deserta a quell'ora, era gremita di condomini che si divertivano a far scherzi spingendosi a vicenda nell'acqua e innaffiando gli spogliatoi. Il custode se n'era andato e la piscina cominciava già ad avere un aspetto trascurato, coi condotti di scolo pieni di rifiuti e asciugamani bagnati.
Alle docce, Wilder incontrò Robert Laing. Sebbene il dottore gli voltasse la schiena, Wilder ignorò lo sgarbo e si fermò sotto il getto vicino. Parlarono poco e di cose senza importanza. Wilder aveva sempre trovato Laing simpatico e alla mano, ma quel giorno stava sulle sue. Come tutti, anche lui era influenzato dall'atmosfera dell'ambiente.
«La polizia è già venuta?» chiese Wilder mentre si avviavano ai trampolini.
«No. Perché? Dovrebbe venire?» Laing sembrava sincero nella sua sorpresa.
«Vorranno pur interrogare i testimoni. In realtà, cos'è successo? L'hanno spinto? Sua moglie mi pare abbastanza robusta... forse voleva un divorzio rapido.»
Laing sorrise con condiscendenza, come se si fosse aspettato un'osservazione di dubbio gusto da un tipo come lui. «Non so nulla dell'incidente, Wilder» rispose. «Può darsi che si sia ucciso. Ma a voi interessa tanto?»
«Perché, a voi no, Laing? È alquanto strano che uno cada dal quarantesimo piano e nessuno faccia indagini.»
Laing s'incamminò sull'asse del trampolino. Wilder notò che aveva una muscolatura armoniosa come se fosse abituato a tenersi in esercizio.
Il medico aspettava che ci fosse un po' di spazio nella piscina affollata. «Credo che si possa contare sui nostri vicini perché sia fatto tutto il necessario» disse.
«Ho in progetto un documentario televisivo» disse Wilder alzando la voce. «La sua morte sarebbe un buon punto di partenza.»
Laing guardò Wilder con improvviso interesse. «Se fossi in voi ci rinuncerei» disse poi con voce decisa. Si portò sull'estremità dell'asse, e dopo un paio di saltelli si gettò a capofitto nell'acqua giallastra.
Nuotando per conto suo nella parte bassa della piscina, Wilder guardava Laing e i suoi amici che si divertivano all'estremità opposta. Solo qualche giorno prima si sarebbe unito a loro, soprattutto perché c'erano nel gruppo un paio di attraenti donnine: Chalotte Melville, che non vedeva da qualche giorno dopo il fallimento del progetto di un'associazione fra genitori, ed Eleanor Powell. Ma oggi sapeva di essere stato volutamente escluso. Lo sottolineava il fatto che Laing lo avesse sempre chiamato per cognome e si fosse tenuto nel vago sulla morte del gioielliere; soprattutto però lo aveva capito quando Laing gli aveva sconsigliato di girare il documentario, a cui prima, invece, si era sempre dimostrato interessato. Forse Laing a causa del suo esagerato bisogno di riservatezza preferiva che la folla collettiva dei condomini, coi loro dispetti puerili e le loro gelosie non venisse messa in mostra davanti agli occhi di milioni di telespettatori.
O forse era dominato da un altro impulso: il bisogno di escludere, ignorandolo volutamente, quello che stava succedendo, in modo che, senza intervenire, gli eventi potessero seguire la loro logica e finire col prendere completamene la mano? Nonostante l'entusiasmo professionale per il documentario, Wilder non ne aveva mai parlato fuori del condominio. Anche Helen, telefonando a sua madre, si era limitata a dire: «Va tutto bene. C'è un piccolo guasto nel condizionatore, ma lo aggiusteranno.»
La crescente e voluta ignoranza della realtà non stupiva più Wilder. La tacita decisione che il caos imperante nel condominio fosse una cosa che interessava solo i suoi abitanti spiegava il mistero del gioielliere morto. Almeno un migliaio di persone dovevano aver visto il cadavere. Wilder ricordava che quando era uscito dal balcone non l'aveva colpito tanto la vista del morto, quanto la folla enorme intorno. Chissà se qualcuno aveva avvertito la polizia. Prima ne era certo, tanto la cosa era ovvia, ma adesso ne dubitava. Wilder non riusciva a persuadersi che un uomo così raffinato e sicuro di sé si fosse potuto suicidare. Eppure nessuno se ne preoccupava. Tutti accettavano la possibilità che si fosse trattato di un delitto con la stessa calma con cui i frequentatori della piscina accettavano le bottiglie e i barattoli vuoti che rotolavano sotto i loro piedi sui bordi della vasca.

Dopo aver messo a letto i bambini, Wilder e sua moglie stavano per cominciare a cenare quando mancò improvvisamene la luce. Seduti uno di fronte all'altra al tavolo da pranzo, ascoltarono gli incessanti rumori provenienti dai corridoi, le discussioni dei vicini sul pianerottolo degli ascensori, i transistor a tutto volume da cui si riversava la musica attraverso le porte aperte.
Helen cominciò a ridere, rilassandosi per la prima volta dopo parecchi giorni. «Dick, sembra un'enorme festa di bambini scatenati.» Allungò la mano nel tentativo di calmare il marito. Nella fioca luce proveniente dal condominio vicino, la sua faccia sottile appariva di una calma quasi irreale, come se lei fosse convinta di non essere più coinvolta negli avvenimenti che si stavano svolgendo nella casa.
Dominandosi a stento, Wilder strinse con forza i bordi del tavolo. Aveva una gran voglia di pestare un pugno nel piatto. Quando tornò la luce, provò a telefonare all'amministratore, ma il centralino era sovraccarico di chiamate. Finalmente una voce lo informò che l'amministratore era ammalato, e che tutte le lamentele e le proteste sarebbero state annotate per essere prese in considerazione in seguito.
«Dio santo, avrà proprio voglia di ascoltarle tutte? Saranno chilometri di nastro registrato.»
«Credi?» ribatté Helen ridacchiando fra sé. «Forse nessuno ci bada e tu sei il solo a protestare.»
Il guasto all'impianto elettrico aveva aggravato la situazione del condizionamento dell'aria. Adesso, dalle bocche istallate nelle pareti uscivano sbuffi di polvere. Wilder strinse i pugni, esasperato. Come un nemico enorme e aggressivo, il condominio sembrava deciso a infliggere ai suoi abitanti tutti gli inconvenienti possibili. Wilder tentò di chiudere le grate, ma dopo pochi minuti furono costretti a cercare rifugio sul balcone. I vicini stavano pigiati contro le ringhiere con la testa rivolta verso l'alto, forse nella speranza di riuscire a individuare i responsabili.
Lasciata la moglie che girava per l'appartamento come un'idiota, sorridendo quando vedeva uscire la polvere dalle grate, Wilder andò in corridoio. Tutti gli ascensori erano fermi agli ultimi piani. Un gruppetto di vicini batteva ritmicamente i pugni sui cancelli lamentandosi e denunciando le provocazioni degli abitanti dei piani superiori.
Wilder si infilò sino al centro del gruppo, dove due piloti, seduti su un divano del pianerottolo, stavano scegliendo i membri di una spedizione punitiva. Wilder aspettò il suo turno, cercando di attirare la loro attenzione, finché non capì dai commenti eccitati dei presenti che lo scopo della spedizione era salire al trentacinquesimo piano e pisciare pubblicamente nella piscina.
Wilder fu tentato di discutere, di avvertirli che un gesto così infantile sarebbe stato controproducente. Finché non si fossero ben organizzati era assurdo pensare a una spedizione punitiva, erano troppo esposti alle rappresaglie. Ma alla fine ci rinunciò e si avviò verso la porta delle scale, convinto di non avere più niente a che fare con quella massa di gente impulsiva che si incitava a vicenda solo per delle sciocchezze inutili. Il loro vero avversario non era la gerarchia dei condomini degli ultimi piani, ma l'immagine che si erano fatti del fabbricato, i molteplici strati di cemento che li ancoravano al suolo.
All'improvviso si levò un grido di esultanza seguito da fischi: finalmente un ascensore si era mosso dal trentacinquesimo piano e stava scendendo, come indicavano i numeri luminosi che lampeggiavano da destra a sinistra. Mentre la cabina si avvicinava, Wilder pensò a Helen e ai bambini. Sapeva già che la decisione di dissociarsi dai vicini non era dettata dalla preoccupazione per la moglie e i figli.
L'ascensore arrivò al secondo piano e si fermò. Quando il cancello si aprì, ci fu un mormorio sommesso. Sul pavimento della cabina giaceva semisvenuto un vicino di Wilder, un omosessuale, controllore del traffico aereo, che cenava regolarmente al ristorante del trentacinquesimo piano. Distolse la faccia graffiata dal gruppo che lo fissava e cercò di abbottonarsi la camicia strappata sul petto.
La folla si aprì, attonita di fronte a quella manifestazione di violenza aperta, e mentre guardava, Wilder sentì dire che al quinto e all'ottavo piano era venuta a mancare la luce.

Capitolo VI

Era tutto il giorno che Richard Wilder si preparava alla scalata. Dopo la notte rumorosa passata a calmare i bambini e quella svanita di sua moglie, Wilder usci per andare negli studi della TV. Appena arrivato annullò tutti gli impegni e informò la segretaria che sarebbe rimasto assente per qualche giorno. Mentre le parlava, non si accorse delle occhiate perplesse della giovane donna e dei suoi colleghi curiosi degli uffici vicini: si era rasato solo metà faccia e non si cambiava dal giorno prima. Esausto, si addormentò alla scrivania russando sonoramente sulla posta che non aveva nemmeno letto. Dopo un'oretta prese la cartella e tornò a casa.
Il breve periodo in cui era rimasto lontano da casa gli sembrava irreale, come un sogno. Lasciò la macchina al parcheggio senza chiuderla e s'avviò verso l'ingresso, sentendo un crescente senso di sollievo. Anche i detriti sparsi ai piedi del condominio, le bottiglie vuote, le auto macchiate con i parabrezza rotti, rafforzavano stranamente in lui la convinzione che gli unici fatti reali della sua vita avvenivano dentro il condominio.
Benché fossero già le undici, Helen e i bambini dormivano ancora. Uno strato di polvere biancastra copriva i mobili del soggiorno e in camera da letto, come se lui fosse tornato a casa dopo un lunghissimo periodo e il tempo si fosse condensato nell'appartamento come una brina pietrificata. Durante la notte, Wilder aveva bloccato le griglie dell'impianto di condizionamento e nell'appartamento regnava silenzio e immobilità. Wilder guardò sua moglie, che giaceva sul letto circondata dai libri di cui doveva fare la recensione. Sapendo che l'avrebbe lasciata per qualche ora, si rammaricò che fosse troppo debole per seguirlo. Avrebbero potuto scalare insieme il condominio.
Per prepararsi con più calma e metodo all'ascesa, Wilder cominciò a riordinare l'appartamento. Usci sul balcone e scopò i mozziconi, cocci, i barattoli e i pezzi di giornale gettati dai piani superiori. Non ricordava più quando avesse deciso di arrampicarsi fino in cima al condominio, e non aveva la più pallida idea di quel che avrebbe fatto una volta arrivato lassù. Si rendeva però conto della profonda differenza tra la salita reale, bastava premere il bottone dell'ascensore, e la versione irreale che ne aveva fatto nella sua mente.
La stessa capitolazione a una logica più potente della ragione si manifestava nel comportamento dei suoi vicini. Sul pianerottolo dell'ascensore venne informato degli ultimi sviluppi della situazione. Nelle prime ore del mattino c'era stato un violento litigio fra i condomini del nono e quelli dell'undicesimo piano. Il centro commerciale del decimo era ormai diventato una specie di terra di nessuno fra due opposte fazioni, quella dei condomini dei primi nove piani e quella degli abitanti della fascia intermedia. Ma benché fosse chiaro che la situazione peggiorava e la violenza aumentava, sembrava che nessuno se ne preoccupasse. La vita quotidiana, le visite al supermercato, allo spaccio dei liquori e dal parrucchiere, continuavano come prima. Il condominio aveva in qualche modo la capacità di conciliare questa duplice logica. Anche quando descriveva qualche atto di violenza la gente ne parlava con tono calmo e naturale, come quello degli abitanti di una città toccata dalla guerra che non si meravigliano più del nuovo attacco aereo. Wilder si rese conto per la prima volta che in fondo i condomini godevano per il deterioramento dei servizi e la crescente ostilità fra di loro. Era anche questo un modo per sentirsi uniti, la fine del gelido isolamento dei mesi precedenti.
Nel pomeriggio, Wilder giocò coi bambini, in attesa della sera. Helen si aggirava silenziosa per le stanze, senza quasi badare alla presenza del marito. Dopo l'accesso di riso forzato della sera prima, il suo viso cereo non aveva più espressione. Di tanto in tanto, un tic le sollevava l'angolo destro della bocca, quasi a testimoniare la sua confusione mentale. Seduta al tavolo da pranzo, pettinava con gesti meccanici i capelli di uno dei bambini, e Wilder, incapace di trovare il modo di aiutarla, si convinse quasi che era lei ad abbandonarlo, e non il contrario.
Quando cominciò a calare il crepuscolo, Wilder si mise a guardare i condomini che tornavano dal lavoro. Fra gli altri, vide Jane Sheridan. Aveva troncato sei mesi prima una breve relazione con l'attrice; per quanto possa sembrare strano, l'aveva fatto per evitare lo sforzo di arrivare al trentasettesimo piano. Nell'appartamento di lei si sentiva a disagio. Non faceva che pensare all'enorme distanza che lo separava dalla moglie e dai figli, relegati tanti piani più sotto, simili alle donne e ai bambini sfruttati dagli imprenditori dell'Ottocento. Guardando la televisione mentre facevano all'amore nella stanza tappezzata di chinz dell'attrice, aveva l'impressione di sorvolare la città a bordo di un lussuoso aereo privato, fornito di boudoir e di bar. La loro conversazione, anche il tono e la scelta delle parole, erano stilizzati e convenzionali come quelli di due estranei vicini di posto su un aereo.
L'attrice si avviò verso l'ingresso privato, che dava sull'atrio degli ascensori rapidi, camminando senza farci caso in mezzo ai mucchi di rifiuti. Un viaggio fino all'appartamento di lei lo avrebbe portato virtualmente in un colpo solo in cima al condominio.
Helen stava mettendo a letto i bambini. Aveva trascinato l'armadio e la toeletta davanti ai loro letti perché servissero da paravento contro i rumori della prossima notte.
«Richard, esci?»
Parlando, emerse dal torpore appena in tempo per rendersi conto che sarebbe rimasta sola coi bambini.
Wilder aspettò che quel momento di lucidità si spegnesse, ben sapendo che sarebbe stato impossibile descriverle la missione che si era imposto. Helen si mise a sedere sul letto, con una mano sulla pila di libri, e lo fissò attraverso lo specchio con occhi assenti mentre lui usciva dalla stanza.
Wilder non impiegò molto ad accorgersi che salire al trentasettesimo piano era un'impresa più ardua del previsto. Gli ascensori che servivano gli ultimi cinque piani o non funzionavano, o erano bloccati in cima con le porte aperte.
Il pianerottolo del secondo piano era affollato dai suoi vicini, alcuni vestiti come quando andavano al lavoro, altri in tenuta balneare, e discutevano borbottando come turisti alle prese con una crisi di valuta. Wilder si aprì un varco in mezzo alla ressa per raggiungere le scale, e cominciò a salire verso il decimo piano, dove pensava che ci fossero più probabilità di trovare un ascensore.
Al quinto incontrò i partecipanti alla spedizione punitiva organizzata dai piloti, che tornavano senza aver compiuto la missione. Furiosi e agitati gridavano insulti alle persone che li schernivano dai pianerottoli superiori. L'ingresso al centro commerciale del decimo piano era stato barricato con i banchi e le sedie presi dalle aule dell'asilo. La spedizione, formata dai genitori dei bambini che lo frequentavano, aveva tentato di rimettere a posto i banchi, ostacolata dai condomini dei piani intermedi che aspettavano con impazienza l'apertura dello spaccio, rimasto sprovvisto i liquori.
Wilder superò la barricata, rammaricandosi di non aver portato con sé la cinepresa, mentre due coinquilini del diciottesimo piano, un chimico e un dirigente industriale, stavano filmando gli scontri fra i genitori e il gruppo avversario, e spinse il battente della porta girevole. Il centro pullulava di condomini. Centinaia di persone stavano razziando gli scaffali del supermercato in mezzo a un assordante frastuono di carrelli che si urtavano, di grida e di insulti. Nonostante tutta quella confusione, nel salone del parrucchiere una fila di donne sedeva tranquillamente sotto i caschi, leggendo delle riviste mentre i due cassieri di servizio alla banca svolgevano impassibili le loro mansioni.
Rinunciando a farsi strada in mezzo a quella calca, Wilder decise di andare in piscina. Non c'era nessuno, e il livello dell'acqua era sceso di una ventina di centimetri come se qualcuno avesse rubato quel fluido giallognolo. Un giornale galleggiava pigramente sotto il trampolino, e i suoi titoli sembravano un messaggio da un altro mondo. Sul pianerottolo del decimo piano una folla di condomini si accalcava impaziente davanti ai cancelli degli ascensori, con le braccia cariche di provviste per i ricevimenti della serata. Wilder tornò alle scale pensando che qualcuno sarebbe sceso dall'ascensore a uno dei piani superiori, permettendogli di salire.
La scala era deserta. Più si saliva in alto e meno i condomini erano propensi a servirsene, come se fosse un disonore fare le scale a piedi. Mentre saliva a due gradini alla volta, gettava di tanto in tanto un'occhiata dalle finestre che davano sul parcheggio. Il fiume lontano si stendeva verso il profilo quasi ormai buio della città, simbolo di un mondo dimenticato.
Imboccando l'ultima rampa prima del quattordicesimo piano, fra cartacce e barattoli vuoti, sentì qualcosa muoversi sopra di lui. Si fermò per guardare, ansante. Una sedia da cucina scese roteando, scagliata da un avversario tre piani più sopra. Wilder si ritrasse mentre la sedia d'acciaio colpiva la ringhiera, urtandogli il gomito prima di rimbalzare e proseguire la sua discesa.
Wilder si appiattì contro il muro per ripararsi, massaggiandosi il braccio. Almeno tre o quattro persone lo stavano aspettando, battendo ostentatamente le mazze di cui erano armati contro la ringhiera. Stringendo i pugni, Wilder si guardò intorno alla ricerca di un'arma. Pericolo nelle strade del cielo... il suo primo impulso fu di correre al contrattacco. Grazie al fisico eccezionalmente robusto sapeva di potere fare fronte ad almeno tre coinquilini, quei flaccidi e corpulenti consiglieri delegati e legali di grosse imprese spinti alla violenza delle loro bisbetiche mogli. Tuttavia si calmò, preferendo rinunciare ad un attacco frontale. Sarebbe arrivato lo stesso sulla vetta del condominio, ma con l'astuzia invece che con la forza bruta.
Arrivato al pianerottolo del tredicesimo piano sentì il rumore delle cabine in moto e il cigolio dei cavi. I passeggeri scendevano ai loro piani, ma i cancelli del tredicesimo erano stati chiusi con un lucchetto; quando una cabina passò, salendo, una faccia lo squadrò con ostilità e una mano ben curata gli fece segno di andarsene.
Tutte le porte degli ascensori fino al decimo piano erano state sbarrate. Deluso, Wilder tornò al centro commerciale. Sul pianerottolo c'era ancora una piccola folla in attesa degli ascensori, divisa in gruppetti secondo i piani, e ciascun gruppo aveva requisito una cabina.
Wilder andò al supermercato. Gli scaffali erano stati tutti saccheggiati e il personale se n'era andato dopo aver chiuso i cancelletti girevoli. Wilder ne scavalcò uno per raggiungere il magazzino sul retro. Dietro una piramide di scatoloni vuoti c'era uno dei tre locali di servizio del condominio, con un montacarichi e il complesso dei comandi del rifornimento dell'acqua, della corrente elettrica, e del condizionamento dell'aria.
Quando il montacarichi arrivò, Wilder salì sulla enorme piattaforma costruita per il trasporto dei monoblocchi delle cucine, le vasche da bagno e gli enormi quadri astratti o pop, il genere preferito dai condomini degli ultimi piani. Mentre stava chiudendo il cancello a griglia Wilder si accorse che c'era una donna, seminascosta dietro il quadro dei comandi. Era gracile, pallida e denutrita, ma guardò Wilder con interesse, come se fosse lieta di dargli il benvenuto nel suo dominio privato.
«Dove andate?» gli chiese. «Potremmo fare il tragitto insieme. Vengo con voi.»
Wilder riconobbe la massaggiatrice del quinto piano, una dei vagabondi che passavano il tempo a girare per il condominio, abitatori di un mondo interno che costituivano una seconda, invisibile popolazione. «Come volete. Vi va bene il trentacinquesimo?»
«Quelli del trentesimo sono più gentili.» La ragazza premette un bottone e il montacarichi si mise in movimento. La massaggiatrice gli rivolse un sorriso incoraggiante, adesso che erano in moto aveva ritrovato un po' di vivacità. «Se volete salire anche più in alto vi insegnerò io come dovete fare. C'è un'infinità di condotti di aerazione, sapete. Purtroppo hanno cominciato a entrarci i cani, e sono affamati...»

Un'ora dopo, quando Wilder mise piede sulla moquette che copriva il pianerottolo del trentasettesimo piano, si accorse di avere scoperto un secondo condominio all'interno di quello in cui abitava. Aveva lasciato la massaggiatrice ai suoi eterni vagabondaggi, rivelatori dell'odissea che si svolgeva nella sua mente. Nel corso dei tortuosi giri fatti con lei, cambiando montacarichi per salire fino al ventottesimo piano, salendo e scendendo lungo un dedalo di corridoi ai margini di angoli ostili, finché avevano preso uno degli ascensori rapidi per superare l'ultimo tratto, Wilder aveva avuto modo di vedere come si fossero organizzati i condomini dei piani intermedi e superiori.
Mentre i suoi vicini dei piani più bassi continuavano a formare una massa confusa, unita solo dal comune senso d'impotenza, qui tutti facevano parte di gruppi costituiti dagli inquilini di una trentina di appartamenti adiacenti. In questo modo erano nati dei clan che si estendevano per due o tre piani, basati sull'architettura dei corridoi, dei pianerottoli e dei vani degli ascensori. Ormai esistevano più di una ventina di gruppi, ognuno dei quali aveva stretto alleanze locali con quelli delle immediate vicinanze. Aumentava anche l'azione di vigilanza, in diverse forme: venivano erette barricate, si sbarravano le porte antincendio, si gettava la spazzatura sulle scale o sui pianerottoli dei gruppi rivali.
Al ventinovesimo piano, Wilder si era imbattuto in una comune formata esclusivamente da donne dominate da un'anziana scrittrice di libri per bambini, e dotata di un fisico e di un carattere che intimidivano il prossimo. Erano andate ad abitare con lei le tre hostess del primo piano. Mentre oltrepassava quella zona era contento di essere insieme alla massaggiatrice. Quello che lo impressionò quando lo interrogarono, a coppie, attraverso le porte semiaperte, fu il notare che gli erano ostili, non perché fosse un uomo, ma perché stava cercando di salire a un piano superiore a quello dove abitavano loro.
Aveva tirato un sospiro di sollievo arrivando sul pianerottolo deserto del trentasettesimo piano. Si avvicinò cauto alla porta delle scale, perché il fatto che nessuno sorvegliasse il pianerottolo lo aveva insospettito. Forse chi abitava a quel piano non sapeva cosa stava succedendo più sotto. I tappeti che coprivano i corridoi silenziosi erano abbastanza spessi da isolarli perfino dall'inferno.
Wilder percorse il corridoio che portava all'appartamento di Jane Sheridan. Forse sarebbe rimasta sorpresa nel vederlo, ma Wilder era convinto che sarebbe riuscito a passare la notte con lei. L'indomani, poi, si sarebbe definitivamente trasferito lì, e sarebbe passato a dare un'occhiata a Helen e ai bambini andando e tornando dagli studi TV.
Mentre suonava il campanello, sentì all'interno la voce di Jane, profonda, quasi maschile, resa popolare da innumerevoli teleromanzi. Finalmente la porta si socchiuse, trattenuta dalla catenella. L'attrice riconobbe subito Wilder, e lui intuì che lo aveva aspettato. Si comportava con distacco e imbarazzo nello stesso tempo, come uno spettatore costretto a guardare qualcuno che sta per essere coinvolto in un incidente. Wilder ricordò di avere detto dove intendeva recarsi a una delle donne del ventinovesimo piano.
«Jane, mi aspettavi! Ne sono lusingato.»
«Wilder, non posso...»
Prima che lui potesse rispondere, la porta dell'appartamento vicino di aprì di colpo. Sulla soglia c'erano un consulente fiscale del quarantesimo piano e un nerboruto coreografo che faceva esercizio di sollevamento pesi nella palestra del dodicesimo piano. I due uomini lo fissavano con aria apparentemente ostile.
Rendendosi conto che quella gente era informata del suo arrivo e lo aveva aspettato, Wilder si voltò per andarsene, ma scoprì che il corridoio alle sue spalle era stato bloccato. Un gruppo di sei condomini era uscito dal pianerottolo dell'ascensore. Indossavano calzoni sportivi e maglioni bianchi, e a prima vista potevano sembrare dei maturi signori che andavano a far ginnastica. Ognuno brandiva una mazza di legno levigato. Alla guida del gruppo, composto da un agente di cambio, due pediatri e due baroni universitari, c'era Anthony Royal. Indossava come al solito la sahariana bianca, che lo aveva sempre irritato, giudicandola più adatta al direttore di un circo o di uno zoo. Le lampade del corridoio illuminavano i suoi capelli biondi e mettevano in evidenza le cicatrici sulla fronte che sovrastavano come una serie di ironici punti interrogativi la faccia dall'espressione dura. Avvicinandosi a Wilder, mentre lui seguiva i giochi di luce sul metallo levigato, pregustando il piacere di attorcigliare il bastone attorno al collo di Royal.
Pur sapendo benissimo di trovarsi in trappola, non riuscì a trattenersi dal ridere alla vista di quel gruppo di matti. Quando le luci si spensero, affievolendosi dapprima come per dare un avvertimento, e poi oscurandosi tutte insieme, Wilder arretrò appoggiandosi al muro per lasciar passare il gruppo. Le mazze ticchettavano intorno a lui nel buio scandendo un ritmo che aveva tutta l'aria di essere stato provato e riprovato. Dalla porta dell'appartamento di Jane Sheridan sciabolò una luce di una torcia elettrica che lo illuminò in pieno.
Nel frattempo, il sestetto dei tamburini lo aveva circondato e passò all'azione. Le prime mazze rotearono alla luce della torcia. Senza preavviso, Wilder si sentì colpire alle spalle da una gragnola di mazzate. Prima di cadere riuscì ad afferrarne una, ma le altre lo abbatterono sulla moquette, ai piedi di Anthony Royal.
Quando si svegliò, giaceva lungo disteso su un divano dell'atrio al pianterreno. Le lampade fluorescenti si riflettevano nei pannelli a specchio del soffitto, e la loro luce uniforme pareva il riflesso dei lampi che aveva visto balenare nella sua testa. Due condomini aspettavano l'ascensore. Tenendosi strette le cartelle, i due lo ignorarono ritenendolo certamente ubriaco.
Wilder sollevò la mano per tastarsi la testa dietro l'orecchio destro; il movimento acuì i dolori alle spalle. Quando riuscì a reggersi in piedi, si avviò con passo malfermo verso il portone e si appoggiò al battente di vetro. Le file delle auto parcheggiate si stendevano a perdita d'occhio nel buio, sufficienti a portarlo a mille e una destinazione. Piegò la testa all'indietro per guardare la facciata, ma provò subito un enorme senso di stanchezza. Glielo provocò tanto l'impressione del peso dell'enorme edificio, quanto il proprio fallimento. Il suo avventato tentativo di scalare il condomino si era concluso in maniera umiliante. Sotto un certo punto di vista, era stato respinto più dal condominio che non da Royal e i suoi amici.
Quando riabbassò gli occhi vide che sua moglie stava guardando dal balcone del loro appartamento. Ma benché lui avesse gli abiti strappati e fosse pieno di lividi, Helen non aveva l'aria preoccupata. Sembrava che non l'avesse nemmeno riconosciuto.

Capitolo VII

Su al quarantesimo piano, i primi due condomini si preparavano ad andarsene.
Anthony Royal e sua moglie avevano passato tutta la giornata a fare i bagagli. Dopo il pranzo nel ristorante vuoto del trentacinquesimo piano, erano risaliti nel loro appartamento, dove Royal aveva trascorso le sue ultime ore nel condominio a smantellare lo studio. Senza fretta, ora che avevano deciso di andarsene, Royal si dedicò al compito come se fosse un rituale.
Il condizionatore non funzionava più, e la mancanza del familiare ronzio, per quanto irritante, lo innervosiva. Anche se controvoglia era costretto a riconoscere quello che aveva volutamente ignorato durante l'ultimo mese, nonostante l'evidenza: l'enorme edificio che aveva contribuito a progettare, man mano che le sue funzioni vitali si esaurivano una dopo l'altra, stava morendo. La pressione dell'acqua era in costante diminuzione per un guasto alle pompe, le sottostazioni elettriche dei vari piani saltavano progressivamente, molti ascensori si fermavano senza più rimettersi in moto.
Forse per affinità, lui aveva ricominciato a soffrire dei vecchi dolori alle gambe e alla schiena. Appoggiato al tavolo da disegno, Royal sentiva le fitte salire dalle ginocchia fino all'inguine. Sostenendosi col bastone di metallo, usci dallo studio e passò tra i tavoli e le poltrone del salotto, coperti dalle fodere contro la polvere. Nell'anno successivo all'incidente aveva scoperto che solo il moto calmava i dolori, e rimpiangeva le partite a squash con Robert Laing. Come il medico che l'aveva curato, anche Laing gli aveva detto che le ferite provocate da incidenti automobilistici sono lunghe a guarire, ma negli ultimi tempi Royal aveva cominciato a sospettare che le sue avessero un decorso tutto particolare.
Le tre valigie preparate la mattina erano pronte in anticamera. Royal le guardò sperando per un momento che appartenessero a qualcun altro. Erano valigie nuove, e la parte che avrebbero avuto fra poco nella sua Dunkerque personale ne accentuava l'umiliazione.
Royal tornò nello studio e riprese a staccare i progetti e i disegni appuntati ai muri. In quel locale, che era in origine una camera da letto, aveva raccolto i libri e le fotografie, vi aveva lavorato da quando era in convalescenza - per non sentirsi messo in disparte - e poi aveva continuato a servirsene finché non era diventato una specie di museo privato. Dopo l'incidente il progetto era stato sviluppato per lo più dai suoi colleghi, ma sia i disegni per la sala dei concerti e gli studi televisivi, sia la sua foto sul tetto del condominio il giorno della conclusione dei lavori, gli parevano un mondo più reale dell'edificio che stava per abbandonare.
Non era stato facile prendere la decisione di lasciare l'appartamento, già più volte rinviata. Malgrado il legame professionale che lo univa al condominio, in realtà il suo apporto al progetto era stato secondario. Sfortunatamente, però, riguardava proprio quelle parti che simboleggiavano l'ostilità dei condomini: il centro commerciale del decimo piano, la terrazza pensile col parco giochi adorno di sculture, l'asilo d'infanzia, oltre al disegno e agli arredi dei pianerottoli degli ascensori Royal aveva riflettuto a lungo prima di scegliere le tappezzerie delle pareti, ora coperte di oscenità disegnate con bombole spray. Forse era stupido da parte sua, ma non poteva fare a meno di considerarli insulti personali, soprattutto perché avvertiva fin troppo l'ostilità dei condomini nei suoi confronti. Il bastone di metallo e l'alsaziano bianco non erano più soltanto puramente teatrali.
In principio, l'ammutinamento di quei distinti e agiati professionisti contro l'edificio, che avevano acquistato collettivamente, non era stato diverso dalle numerose e ben documentate rivolte degli inquilini delle classi lavoratrici contro i condomini popolari costruiti dal Comune, scoppiate ripetutamente nel dopoguerra. Ma fin dall'inizio Royal aveva preso per fatti personali gli atti di vandalismo. Il decadimento dell'edificio come struttura sociale era una ribellione contro di lui, tanto che nei giorni successivi alla misteriosa morte del gioielliere aveva temuto di essere aggredito.
In un secondo tempo, tuttavia, il collasso del condominio, aveva rafforzato la sua volontà di resistere. La prova a cui era sottoposto il fabbricato, che in parte considerava una creatura propria, era una prova destinata a misurare anche le sue capacità. Ciò che più interessava a Royal era la constatazione che cominciava a emergere un nuovo complesso ordine sociale. Finora invece lui era stato convinto che una rigida gerarchia fosse stata la chiave dell'effimero successo degli altri fabbricati di quel tipo. Come spesso ripeteva ad Anne, palazzi di uffici dove lavoravano migliaia d'impiegati funzionavano senza inconvenienti per decenni grazie a una gerarchia altrettanto rigida e istituzionalizzata di quella dei formicai, con una percentuale di delitti, disordini e contrasti praticamente nulla. La comparsa, confusa ma innegabile, di questo nuovo ordine sociale - basato almeno in apparenza su piccoli gruppi tribali - affascinava Royal. Aveva così deciso di restare, qualunque cosa accadesse, anche se le ostilità si fossero dirette contro di lui, nella speranza di assistere e contribuire alla nascita di una nuova forma di società. Solo per questo non aveva informato gli ex colleghi del caos che regnava nel condominio. Come continuava a ripetersi, l'attuale decadenza poteva segnare il successo e non il fallimento dell'esperimento. Senza volerlo, lui aveva dato a tutta quella gente la possibilità di rifugiarsi in una nuova vita, e uno schema di organizzazione sociale che sarebbe diventato il paradigma di tutti i giganteschi condomini dell'avvenire.
Ma questo sogno di aiutare i duemila condomini a raggiungere la nuova Gerusalemme appariva completamente insensato ad Anne. Quando l'impianto di condizionamento e la fornitura dell'elettricità cominciarono a guastarsi, e diventò pericoloso girare soli per il palazzo, disse a Royal che dovevano traslocare. Puntando sulla preoccupazione che il marito nutriva per lei, e sul suo senso di colpa per il decadimento del condominio, riusci presto a convincerlo.
Royal andò in camera di Anne per vedere a che punto fosse coi bagagli. Due bauli armadio, un numero imprecisato di valigie grandi e piccole, cofanetti portagioielli e beauty-cases coprivano il pavimento e i mobili come la mostra di una valigeria. Anne stava riempiendo, o vuotando, una valigetta davanti allo specchio della toeletta. Royal aveva notato che negli ultimi tempi sua moglie amava circondarsi di specchi, come se la molteplicità delle sue immagini servisse a darle un senso di sicurezza. Anne aveva sempre immaginato che la gente non potesse che avere riguardo e rispetto per lei; le ultime settimane, però, sia pur nella relativa sicurezza dell'attico, l'avevano messa a dura prova. I lati infantili del suo carattere avevano cominciato a riaffiorare, come una forma di difesa. Il viaggio fino al ristorante del trentacinquesimo piano era diventato una vera impresa, e solo la prospettiva di andarsene per sempre l'aveva sorretta fino a quel momento.
Quando Royal entrò, si alzò per abbracciarlo. Come faceva sempre, senza pensarci, gli toccò le cicatrici sulla fronte, quasi volesse leggervi un riassunto dei venticinque anni che li dividevano o trovare la chiave di quella parte di vita di Royal che lei non aveva mai conosciuto.
«Che pasticcio» esclamò guardando quella giungla di bagagli. «Sarò pronta fra un'ora. Hai chiamato il tassì?»
«Ce ne occorreranno almeno due. Adesso non vogliono più aspettare, quindi è meglio chiamarli all'ultimo momento.»
Le loro due auto, parcheggiate in prima fila, erano state danneggiate dai condomini dei primi piani, e le bottiglie lanciate dall'alto avevano frantumato i parabrezza.
«L'importante è andarsene» dichiarò Anne tornando ai bagagli. «Avremmo dovuto farlo un mese fa, appena te lo dissi. Non capisco perché gli altri rimangano.»
«Anne, l'importante è che noi ce ne andiamo...»
«Finalmente!... E come mai nessuno ha chiamato la polizia o non ha reclamato coi proprietari?»
«I proprietari siamo noi.»
Royal distolse lo sguardo. Il suo sorriso affettuoso s'indurì. Guardò dalla finestra le luci del condominio vicino. Come al solito, le critiche di Anne lo avevano toccato personalmente.
Oramai Royal si era convinto che la moglie non si sarebbe mai adattata all'atmosfera particolare del condominio. Unica figlia di un industriale di provincia, era cresciuta nell'ambiente isolato di una grande casa di campagna, meticolosa copia di un castello della Loira, mantenuta in efficienza da uno stuolo di domestici secondo lo stile del diciannovesimo secolo. Qui nel condominio invece la servitù era composta da un visibile esercito di termostati e filtri dell'umidità, di interruttori computerizzati e altri meccanismi che svolgevano le loro funzioni in modo molto più sofisticato e in una versione astratta dei rapporti tra padroni e servitori. Tuttavia, nel mondo di Anne l'importante non era che il lavoro venisse fatto, ma che se ne potesse vedere lo svolgimento. Il continuo peggioramento dei servizi nel condominio e le rivalità fra gruppi di condomini l'avevano sconvolta, avevano finito per aggravare il suo leggero senso di insicurezza, caratteristico delle classi elevate che temono di non poter mantenere una posizione preminente. I disordini del condominio avevano messo in piena luce questo lato del suo carattere. Quando l'aveva conosciuta, Royal aveva creduto che fosse una donna sicura di sé, mentre era proprio il contrario. Anne aveva continuamente bisogno di riaffermare la propria posizione in cima alla scala sociale. In confronto, i professionisti suoi coinquilini, che si erano conquistati un posto nel mondo grazie alle proprie capacità, erano un modello di sicurezza di sé.
Quando si erano trasferiti nel condominio, l'avevano fatto col sottinteso che quello era solo un pied-à-terre,comodo perché vicino al progetto a cui Royal stava lavorando. Appena avessero trovato una casa a Londra avrebbero traslocato di nuovo. Ma poi Royal si era accorto che continuava a rimandare la decisione di andarsene. La vita di quella città verticale lo affascinava, come lo affascinava la gente attratta dal suo perfetto funzionalismo. Come primo occupante e proprietario dell'appartamento più bello, si considerava il signore del maniero, anche se l'espressione, presa in prestito dal galateo di Anne, non gli piaceva. Il suo senso di superiorità fisica - soprattutto come campione dilettante di tennis, un titolo conquistato su campi secondari ma non per questo meno importanti - si era inevitabilmente appannato col passare degli anni, ma ora era stato in qualche modo ravvivato dalla presenza di tanta gente che viveva sotto di lui, e sulle cui abitazioni ben più modeste la sua posava sicura.
Anche dopo l'incidente, quando era stato costretto a ritirarsi dalla società dei costruttori e a rimanere nell'attico su una sedie a rotelle, aveva sempre provato quel senso di rinnovata superiorità fisica. Nei mesi della convalescenza, man mano che le ferite guarivano e il corpo tornava a irrobustirsi, l'arrivo di ogni nuovo inquilino sembrava procurargli un miglioramento dei muscoli e dei nervi, una maggiore prontezza di riflessi, come se ciascuno portasse un invisibile contributo al suo benessere.
Invece, Anne aveva accolto l'arrivo di tanta gente con perplessità mista a irritazione. Si era goduta l'attico fintanto che erano rimasti gli unici abitanti del condominio, come se fosse convinta che era tutto di sua esclusiva proprietà. Saliva negli ascensori come su lussuosi vagoncini di una funicolare privata, nuotava tutta sola nelle acque tranquille delle due piscine, e si recava al centro commerciale come se andasse nella sua banca, nel suo supermercato, dal suo parrucchiere personale. Quando erano arrivati gli ultimi condomini, Anne era ormai così irritata che non vedeva l'ora di andarsene.
Royal invece si era sentito attratto dai suoi vicini, esemplari che andavano al di là di quanto avesse mai immaginato in fatto di etica puritana del lavoro. Sapeva da Anne che loro lo giudicavano un tipo stravagante e solitario, la vittima di un incidente costretta a vivere in poltrona nell'attico del condominio insieme alla giovane e ricca moglie che aveva la metà dei suoi anni e che lui era ben contento di vedere corteggiata da altri. Nonostante questa simbolica evirazione, Royal tuttavia era considerato in un certo senso come il padrone della chiave del condominio. La fronte segnata dalle cicatrici e il bastone cromato, la sahariana bianca indossata con ostentazione come un bersaglio, formavano gli elementi di un codice che nascondeva i veri rapporti fra l'architetto dell'enorme palazzo e i suoi malsicuri abitanti. Anche la continua possibilità che Anne si compromettesse con qualcuno di loro faceva parte del gioco, in cui Royal sentiva di poter rischiare tutto senza perdere niente.
A lui interessava l'effetto di tutto questo insieme di cose sui suoi vicini, specialmente sui tipi individualistici come Richard Wilder, capaci di tentare la scalata all'Everest muniti unicamente di un senso d'irritazione contro la montagna perché è più grande di loro; o il dottor Laing, che se ne stava tutto il giorno al balcone convinto di essere completamente estraneo al condominio, mentre con ogni probabilità era il più adatto a viverci. Se non altro, Laing sapeva qual era il suo posto, e ci stava. Tre sere prima erano stati costretti a impartire una dura lezione a Wilder.
Ripensando alla sua intrusione - uno dei tanti tentativi della gente dei primi piani di salire agli ultimi - Royal andò in anticamera a controllare se i catenacci erano a posto.
Anne interruppe i suoi preparativi mentre il marito sostava in corridoio. Attraverso i pozzi degli ascensori saliva un incessante mormorio dal primo piano.
«Tutto lì quello che porti?» chiese Anne indicando le tre valigie.
«Per il momento si. Tornerò poi a prendere il resto.»
«Tornerai? E perché? Preferiresti restare?»
«Il primo ad arrivare, l'ultimo ad andarsene» disse Royal, più a se stesso che a sua moglie.
«Cos'è? Uno scherzo?»
«No, naturalmente.»
Anne agli appoggiò una mano sul petto come se cercasse i segni di una vecchia ferita. «Ormai è finita, lo sai. Mi dispiace di doverlo dire, ma questo posto non ha funzionato.»
«Forse...» Royal non dava troppo peso alle sue parole. Senza accorgersene, Anne insisteva spesso sul fatto del fallimento perché temeva che Royal decidesse di tentare ancora, nella convinzione che, malgrado tutto il condominio fosse un successo. Inoltre i vicini erano stati fin troppo pronti ad accettarlo come capo. La sua partecipazione al consorzio era largamente finanziata dalla fornitura del padre di lei, che gli aveva spianato la strada; Anne non gli permetteva mai di dimenticare questo particolare, non tanto per umiliarlo, quanto per dimostrargli il proprio valore. Comunque fosse, ora lui ce l'aveva fatta. Era riuscito a salire, in tutti i sensi. Ma chissà che l'incidente non fosse stato un tentativo folle e tortuoso di uscire dalla trappola.
Ormai tutto questo apparteneva al passato. Come Royal ben sapeva, se ne andavano al momento giusto. In quegli ultimi giorni la vita là dentro era diventata impossibile. Per la prima volta, rivalità e contrasti avevano toccato direttamente anche i condomini degli attici. L'erosione continuava, come una lenta valanga psicologica che li trascinava tutti in basso.

Apparentemente, la vita nel condominio era ancora abbastanza normale: molti continuavano ad andare in ufficio, il supermercato restava aperto, la banca e il negozio del parrucchiere funzionavano ancora. Tuttavia la vera atmosfera era quella delle tre fazioni armate in aperto conflitto fra loro. Si era verificato un totale irrigidimento delle posizioni; e ormai non esistevano praticamente più contatti fra i gruppi dei piani bassi, intermedi e superiori. Nelle prime ore della giornata ci si poteva ancora muovere con una certa libertà all'interno del palazzo, ma più tardi dal pomeriggio in poi diventerà sempre più difficile, al crepuscolo, era addirittura impossibile. Banca e supermercato chiudevano alle tre. L'asilo era stato trasferito dalle aule devastate a due appartamenti del settimo piano. Si vedevano pochissimi bambini oltre il decimo, senza parlare del parco giochi che Royal aveva progettato con tanta cura proprio per loro. La piscina del decimo piano era semivuota, sull'acqua giallastra galleggiavano mucchi di rifiuti. Uno dei campi di squash era stato chiuso, gli altri tre erano pieni di immondizia e di mobili rotti. Dei venti ascensori, tre erano guasti in permanenza e gli altri, di sera, erano diventati il mezzo di trasporto privato dei gruppi rivali, che riuscivano a impadronirsene. Di notte cinque larghe strisce nere, corrispondenti ai piani a cui mancava la luce, segnavano la facciata dell'edificio come strati sovrapposti di cellule morte in un cervello in disfacimento.
Per fortuna di Royal e dei suoi vicini, le condizioni della parte superiore del palazzo non avevano ancora subito un declino così rapido. Il ristorante aveva sospeso il servizio serale, ma benché le portate fossero limitate, era sempre possibile ordinare un pranzo nelle ore in cui il personale rimasto poteva andare e venire senza difficoltà. Due camerieri erano già scappati, e pensava che anche il cuoco e sua moglie si sarebbero licenziati fra non molto. La piscina del trentacinquesimo piano era ancora praticabile ma il livello era calato e il rifornimento dell'acqua, come del resto dappertutto compreso il suo appartamento, era in balia dei capricci dei serbatoi e delle pompe elettriche.
Royal guardava il parcheggio dalle finestre dello studio. Molte macchine erano ferme da settimane, coi parabrezza rotti e l'abitacolo pieno di sporcizie, gomme a terra, circondate da un mare di rifiuti che andava allargandosi come uno stagno intorno al condominio.
Quel segno visibile di decadimento del palazzo serviva anche a misurare fino a che punto i condomini ne accettassero ormai il processo di erosione. A volte, Royal aveva il sospetto che i vicini sperassero inconsciamente in un peggioramento. Aveva notato che l'ufficio dell'amministratore non era più preso d'assalto da gruppi di condomini indignati. Anche i coinquilini degli ultimi piani, all'inizio fin troppo propensi a lamentarsi di tutto, adesso non criticavano più niente. Mancando l'amministratore - ancora in preda a un collasso mentale nel suo appartamento al pianterreno - i suoi due assistenti volontari (la moglie di un doppiatore del secondo piano e un primo violino del terzo) sedevano stoicamente ai loro posti, nell'ingresso, incuranti del deterioramento generale.
Una delle cose che più colpivano Royal era il modo estremamente rude con cui i condomini si comportavano nei confronti del palazzo, facendo il possibile per guastare gli ascensori e l'impianto di condizionamento e sovraccaricando i contatori. Una simile insensibilità nei confronti dei servizi utili rifletteva una confusione di giudizio e forse il sorgere del nuovo ordine sociale e psicologico che lui aspettava. Ricordando l'aggressione contro Wilder, che era scoppiato a ridere quando il gruppo di pediatri e accademici si era avventato su di lui brandendo le mazze come una squadra di ginnasti impazziti, Royal trovava l'episodio grottesco, ma sospettava che in fondo a Wilder non fosse dispiaciuto di essere stato gettato semisvenuto in un ascensore.
Si mise a passeggiare fra i mobili coperti dalle fodere frustando l'aria stagnante col bastone, con gli stessi gesti con cui aveva colpito Wilder. C'era da aspettarsi che da un momento all'altro facesse irruzione una squadra di poliziotti per arrestarli tutti. Ma sarebbe mai successo? Uno degli aspetti positivi della faccenda era la riservatezza dei condomini nei confronti del palazzo, diventato una specie di stato autonomo all'interno del più grande regno privato che era il centro residenziale. L'amministratore e i suoi impiegati, il personale del supermercato, della banca e del salone del parrucchiere, abitavano tutti nel condominio; i pochi che vivevano altrove se n'erano andati oppure erano stati licenziati. I tecnici che provvedevano alla manutenzione dei servizi comuni venivano solo se l'amministratore li chiamava, ed era evidente che non l'avevano mai fatto. Forse erano stati addirittura avvertiti che non c'era più bisogno di loro. Da parecchi giorni nessuno ritirava più le immondizie e molti condotti erano intasati. Ma nonostante il caos, i condomini dimostravano sempre meno interesse per il mondo esterno. Pacchi di posta giacevano sul pavimento dell'atrio al pianterreno in mezzo al disinteresse generale. Quanto ai rifiuti sparsi intorno, bottiglie, barattoli e cartacce, erano scarsamente visibili in lontananza. Anche le macchine danneggiate erano nascoste in parte dai mucchi di materiale da costruzione, cataste di legna e monti di sabbia non ancora portati via. Infine, quasi per una tacita cospirazione tesa a escludere il mondo esterno, nessun estraneo aveva messo più piede nel condominio da parecchio tempo. Erano mesi che Royal e Anne non invitavano amici a casa loro.
Royal rimase un po' a guardare sua moglie che si aggirava incerta nella stanza. Jane Sheridan, la sua più intima amica, era venuta ad aiutarla a preparare i bagagli. Le due donne stavano trasferendo una fila di abiti da sera dall'armadio ai bauli, e contemporaneamente toglievano dalle valigie camicette e calzoni che riponevano sugli scaffali. Dal loro modo di agire non si capiva se preparassero i bagagli o li disfacessero.
«Anne, ti decidi?» chiese Royal. «Sarà difficile che riusciamo a farcela per stasera.»
Anne indicò con un gesto vago le valigie mezze vuote: «È colpa dell'aria condizionata. Non riesco a pensare.»
«Adesso non potresti andartene nemmeno se volessi» le disse Jane. «Siamo bloccate qui. Gli ascensori sono stati tutti requisiti dagli altri piani.»
«Cosa? Hai sentito?» Anne guardò rabbiosamente Royal come se quell'atto di pirateria fosse la conseguenza di un difetto dei suoi progetti. «E va bene. Ce ne andremo domani mattina. Ma come facciamo per il mangiare? Il ristorante sarà chiuso.»
Non avevano mai mangiato in casa e in frigo c'era solo cibo per cani.
Royal si guardò nello specchio aggiustandosi la giacca bianca. Nella penombra la sua immagine aveva una vibrazione spettrale che lo faceva somigliare a un cadavere illuminato. «Be', qualcosa escogiteremo.» Strana risposta, se ne accorse lui stesso: come se ci fosse stato un altro posto dove procurarsi del cibo oltre al supermercato. Abbassò lo sguardo sulla florida figura di Jane Sheridan, che gli sorrise in modo rassicurante notando la sua espressione docile. Royal si era assunto il compito di badare a quella simpatica giovane da quando le aveva ucciso il cane.
«Fra un'ora o poco più gli ascensori saranno liberi, forse» disse. «Allora scenderemo al supermercato.» Poi gli venne fatto di pensare al cane, che probabilmente dormiva nella sua cuccia, e decise di andare a fare due passi sul tetto.
Anne aveva cominciato a disfare le valigie, con gesti di automa, come se parte della sua mente avesse cessato di funzionare. Nonostante tutte le sue lamentele, non aveva mai telefonato all'amministratore. Forse le sembrava di abbassarsi, comunque non aveva mai detto niente, se non ai coinquilini.
Pensando a questo, Royal notò che la spina nel telefono era stata staccata e il filo avvolto intorno al ricevitore.
Girando per casa alla ricerca del cane, vide che altri tre telefoni, in anticamera, in salotto e in cucina, erano stati staccati. Capì come mai da una settimana non avevano ricevuto telefonate, e si sentì confortato da un senso di sicurezza all'idea che non ne avrebbero ricevute neanche in futuro. Ormai sapeva che, nonostante tutto, non sarebbero partiti né la mattina dopo né mai.

Capitolo VIII

Dalle finestre aperte dell'attico, Royal guardava i grossi uccelli appollaiati sulle cabine di servizio degli ascensori, a una quindicina di metri di distanza. Appartenevano a una specie poco nota di gabbiani dell'estuario. Avevano risalito il fiume qualche mese prima prendendo l'abitudine di sostare fra le bocche di ventilazione e i serbatoi d'acqua, e nei vialetti del parco dei giochi ormai sempre vuoto. Li aveva visti arrivare, quando, convalescente, passava lunghe ore seduto in poltrona sulla sua terrazza. In seguito, istallata la macchina per la ginnastica metallica, gli uccelli si erano abituati a saltellare sulla terrazza mentre lui faceva gli esercizi. La giacca bianca e i capelli chiari di Royal li avevano attirati fin dall'inizio: forse perché quei colori somigliavano alla sfumatura delle loro piume, o forse perché lo avevano preso per uno di loro, un vecchio albatro invalido rifugiato in cima a un tetto vicino al fiume. A Royal piaceva questa supposizione e ci pensava spesso.
Le porte finestre oscillavano alla brezza della sera. L'alsaziano era scappato per andare a caccia da solo sul lungo tetto a terrazza. Adesso che l'estate era finita ci saliva pochissima gente. I resti di un tendone che era servito per un cocktail party erano finiti nel canaletto di scolo oltre la balaustra, dove li aveva trascinati la pioggia. I gabbiani, con le pesanti ali ripiegate, passeggiavano fra un mucchio di cartacce. Nessuno si prendeva più cura da mesi dei vasi delle palme, e il tetto a terrazzo somigliava ormai a un giardino incolto.
Royal si avviò, sotto lo sguardo ostile degli uccelli. Le sedie rovesciate, le palme spelacchiate, un paio di occhiali da sole dimenticati, con la montatura incastonata di pietre che erano state strappate dal becco degli uccelli: erano tutti segni di una rinascente barbarie. Cosa attirava gli uccelli in quell'isolato reame sul tetto? Al suo avvicinarsi un gruppo di gabbiani spiccò il volo, per poi gettarsi in picchiata sui rifiuti che pendevano da un balcone dieci piani più in basso. Si cibavano degli avanzi gettati nel parcheggio, ma Royal preferiva pensare che erano venuti sul tetto per stare vicino a lui, partiti da un paese arcaico seguendo il sacro richiamo della violenza. Nel timore che se ne andassero, portava loro spesso da mangiare, come per convincerli che valeva la pena di aspettare.
Spinse il cancelletto arrugginito del parco giochi. Dall'interno di una lanterna decorativa, prese una scatola di bocconcini di cereali, destinata in origine al cane, e li sparse sui vialetti e fra le sculture ornamentali. Il progetto del parco giochi aveva procurato una particolare soddisfazione e gli dispiaceva che i bambini non lo frequentassero più. Ma almeno era aperto agli uccelli. I gabbiani l'avevano seguito, ingordi: per poco il battito delle loro ali robuste non gli fece cadere di mano la scatola.
Appoggiandosi al bastone, Royal riprese a camminare evitando le pozzanghere sull'impiantito di cemento. Aveva sempre desiderato di avere uno zoo tutto suo, con una mezza dozzina di grossi felini, e, ancora più importante un'immensa gabbia, piena di uccelli di tutti i tipi. Aveva disegnato spesso progetti di giardini zoologici e uno stranamente verticale, altissimo perché gli uccelli potessero avvicinarsi di più al cielo che era la loro casa. Giardini zoologici ed edifici imponenti erano da sempre le sue strutture archeologiche preferite.
Nel canaletto di scolo dove l'avevano spinto gli uccelli, giaceva il cadavere di un gatto siamese. La bestiola si era arrampicata fin lassù lungo un condotto di aerazione, e aveva rivisto per pochi secondi la luce prima di essere massacrato dagli uccelli. Accanto al gatto c'era la carcassa di un gabbiano. Royal la sollevò, stupito di trovarla tanto pesante, e roteando il braccio la scagliò al di là della balaustra. La carcassa volteggiò scendendo verso terra in un interminabile volo, finché non andò a schiantarsi come una bomba bianca sul cofano di un'auto parcheggiata.
Nessuno l'aveva visto, ma a Royal non sarebbe importato comunque. Nonostante il morboso interesse che provava per i vicini, si sentiva irriducibilmente superiore a loro. Durante i cinque anni di matrimonio con Anne aveva acquisito molti pregiudizi nuovi. Per quanto gli seccasse ammetterlo, disprezzava i coinquilini per il modo con cui si erano perfettamente adattati alla parte di condomini loro assegnata, per l'eccessivo senso di responsabilità e la mancanza di originalità.
Più che altro, però, li disprezzava per il loro buongusto. Il condominio era un monumento al buongusto, alle cucine ben disegnate, agli utensili e alle stoffe raffinati, agli arredi sempre eleganti e mai vistosi: insomma al genere di sensibilità estetica che quei professionisti colti avevano imparato alle scuole di disegno industriale e dai premiati progetti di arredamento tanto reclamizzati durante l'ultimo scorcio del ventesimo secolo. Royal detestava quella ortodossia dell'intelligenza. Quando andava nell'appartamento di qualche vicino, provava un senso di disgusto, davanti a una caffettiera che aveva vinto un premio, all'accostamento perfetto di colori, al buon gusto e all'intelligenza che, come re Mida, trasformava tutto quello che si trovava nelle case in una combinazione di funzionalità e disegno. Sotto un certo aspetto, quella gente era l'avanguardia del proletariato colto e benestante, del futuro, inscatolato in costosi appartamenti, con gli arredi eleganti e una intelligente sensibilità, e senza alcuna possibilità di fuga. Royal avrebbe dato qualsiasi cosa per vedere un soprammobile volgare o un lavandino che non fosse immacolato. Li avrebbe considerati come un barlume di speranza nel futuro. Grazie a Dio lui e Anne stavano per scappare da quella prigione di lusso.
Il terrazzo si stendeva davanti a Royal fino a perdersi nella foschia della sera. Si era spinto al centro del tetto senza riuscire a trovare il cane, senza mai smettere di sentirsi addosso gli occhi dei gabbiani. Pensando che forse si erano già divorati il cane, sferrò un calcio rabbioso a una sedia rovesciata, e si avviò in direzione delle scale chiamando l'alsaziano per nome.
A pochi metri dalla parte privata del terrazzo, all'estremità meridionale del tetto, c'era una donna avvolta in una lunga pelliccia che stava appoggiata al parapetto. Scossa da un tremito continuo, fissava oltre il vuoto sottostante il fiume lontano, dove un rimorchiatore risaliva la corrente sotto il fascio di tre riflettori e un battello della polizia incrociava lungo la riva nord.
Avvicinandosi, Royal riconobbe la moglie del gioielliere. Aspettava l'arrivo della polizia, troppo orgogliosa per chiamarla personalmente? Stava per chiederle se avesse visto il cane, ma notò che sotto il rossetto e la cipria il suo viso aveva assunto un'espressione di violenta ostilità. Lo sguardo della donna era così duro da far male. Teneva nascoste le mani, e Royal strinse il bastone, nel timore che avesse un coltello sotto la pelliccia. Per un motivo che non avrebbe saputo spiegarsi, era certo che quella donna era responsabile della morte di suo marito e che sarebbe stata capacissima di afferrarlo, sollevarlo e gettarlo dal terrazzo. Ma nello stesso tempo, con stupore, provava il desiderio di toccarla, di metterle un braccio intorno alle spalle. Si sentiva spinto da un confuso impulso sessuale e per uno sconcertante momento fu tentato di far colpo su di lei.
«Sto cercando il cane di Anne» balbettò. E siccome la donna non rispondeva: «Abbiamo deciso di restare» aggiunse.
Colpito dalla sua reazione nei confronti della donna, Royal si voltò per tornare verso le scale. Nonostante il dolore camminava alla svelta, e percorse il corridoio del piano di sotto frustando le pareti col bastone. Vicino al pianerottolo centrale cominciò a sentire i latrati strazianti dell'alsaziano: provenivano dalla parte degli ascensori rapidi. Il cane saltava e ringhiava prigioniero della cabina ferma al quindicesimo piano, col cancello spalancato. Royal udì i colpi pesanti di una sbarra di ferro contro i muri, e le grida dei tre assalitori, fra cui una donna, che picchiavano l'animale.
Quando finalmente il cane smise di latrare, l'ascensore rispose alla chiamata. La cabina arrivò all'ultimo piano. Aveva del sangue anche sulla testa e sulle spalle e alle pareti dell'ascensore erano rimasti attaccati ciuffi di peli.
Royal cercò di ammansirlo, ma il cane, spaventato dal bastone, gli morse una mano. Intanto si erano radunati parecchi vicini, muniti di un eterogeneo assortimento di armi, racchette da tennis, manubri da ginnastica e bastoni da passeggio. Li aveva chiamati un amico di Royal, un ginecologo di nome Pangbourne che abitava nell'appartamento accanto all'atrio degli ascensori. Andava spesso a nuotare con Anne, e saliva sul tetto a giocare col cane.
«Lasciate che gli dia un'occhiata... Poverino, quei selvaggi ti hanno conciato per le feste...» Allungò una mano e cominciò ad accarezzare il cane. «Sarà meglio portarlo nel vostro appartamento, Royal. Poi ci occuperemo dell'ascensore.»
Pangbourne s'inginocchiò, chiamando il cane con una serie di strani fischi. Da alcune settimane il ginecologo insisteva con Royal perché si decidessero a manomettere gli interruttori generali, per rappresaglia contro i condomini dei piani inferiori. Il presunto predominio sul resto del palazzo era la base principale dell'autorità di cui Royal godeva fra i vicini, per quanto sospettasse che almeno Pangbourne fosse certo che lui non ne avrebbe mai abusato. Con le sue mani morbide e i modi da medico della classe agiata metteva a disagio Royal, che si aspettava sempre di vederlo indurre un'incauta paziente ad assumere una posizione ostetrica compromettente... In realtà Pangbourne apparteneva alla nuova generazione dei ginecologi che non toccavano mai le pazienti, e meno che mai aiutavano un bambino a nascere. Era specializzato nell'analisi computerizzata delle registrazioni dei vagiti dei neonati subito dopo la nascita, dai quali era in grado di diagnosticare un'infinità di future malattie. Si divertiva con quei nastri come un antico indovino che leggeva le profezie dei visceri. Comunque, si dimostrava utile col cane ferito. Royal aspettò che gli esaminasse le ferite, dopo averlo calmato. Pangbourne gli teneva il muso tra le mani come se lo avesse appena estratto dalla placenta. Poi, lui e Royal portarono il cane nell'appartamento dell'architetto.
Per fortuna, Anne e Jane Sheridan erano scese al supermercato con uno degli ascensori comuni.
Pangbourne depose il cane su un divano.
«È una fortuna che foste a casa» disse Royal. «Come mai non eravate in studio?»
Carezzando la testa gonfia del cane con le mani delicate sporche di sangue, il medico rispose: «Vado in ambulatorio due mattine alla settimana, il tempo necessario per ascoltare le ultime registrazioni. Per il resto faccio servizio qui. Se fossi in voi» aggiunse con un'occhiata significativa «sorveglierei di più Anne, a meno che...»
«Ottimo consiglio. Voi non avete mai pensato di andarvene? Le condizioni attuali...»
Il ginecologo lo guardò, incerto se stesse parlando sul serio. «Mi sono appena trasferito qui. Perché dovrei fare delle concessioni a questa gente?» e indicò il pavimento col dito sporco di sangue.
Colpito dalla ferma decisione di quell'uomo raffinato e ostinato a difendere il proprio terreno, Royal lo accompagnò alla porta ringraziandolo per l'aiuto e promettendogli di riprendere presto la discussione sul sabotaggio degli ascensori.
Poi passò una mezz'ora a medicare le ferite del cane, che si era addormentato. Le macchie di sangue sul pelo bianco e sulla fodera del divano accrescevano la sua tensione. Se finora aveva esercitato un'influenza moderatrice sui vicini, dissuadendoli da inutili rappresaglie, adesso era deciso ad agire, a qualunque costo.
Una bottiglia andò a fracassarsi su un balcone, qualche piano più sotto, esplodendo con un rumore che superò per un attimo la confusione di voci, musica, colpi. Ormai era buio, i mobili coperti dalle fodere sembravano sospesi intorno a lui come nuvole. Il pomeriggio era finito e fra poco sarebbe iniziata la parte più pericolosa della giornata. Pensando ad Anne e alle difficoltà che avrebbe incontrato nel risalire dal decimo piano, Royal si avviò per andare a cercarla.
Ma giunto sulla soglia, ci ripensò. Benché di minuto in minuto, fosse sempre più preoccupato per Anne, decise di aspettare un'altra mezz'ora prima di andare a cercarla... Il rinvio, suggerito da un impulso perverso, avrebbe aumentato il pericolo e la possibilità di uno scontro. Fece con calma il giro dell'appartamento, controllando i telefoni sempre staccati e col cavo avvolto intorno al ricevitore. Anche se fosse rimasta bloccata da qualche parte, Anne non avrebbe potuto chiamarlo.
Nell'attesa, uscì in terrazza a guardare i gabbiani il cui candore spiccava nel buio. Ma subito dopo, come se la sua agitazione li avesse contagiati, si levarono tutti in volo. Royal pensava a sua moglie, alla possibilità che l'aggredissero, e una febbre quasi sessuale di rischio e di vendetta gli tendeva i nervi. Fra venti minuti sarebbe uscito per calare nelle viscere del condominio, come la personificazione stessa della morte. Avrebbe voluto portare con sé gli uccelli. Gli sembrava di vederli scendere in picchiata dentro i pozzi degli ascensori, volare in lente spirali sulle scale dei corridoi. Li guardò roteare nell'aria, ascoltando le loro strida, mentre pensava alla violenza imminente.

Capitolo IX

Alle sette, Anthony Royal si avviò insieme al cane alla ricerca di sua moglie. L'alsaziano si era ripreso abbastanza e lo precedeva zoppicando un po', col pelo umido dove si erano rapprese scure macchie di sangue. Royal ne era fiero, come del sangue che macchiava la sua sahariana. Erano i segni del combattimento, l'emblema del giustiziere che si avviava a compiere la sua missione.
Prese uno degli ascensori rapidi per scendere nelle viscere del condominio. Un gruppo di condomini in preda a una grande agitazione era appena sceso dalla cabina. Quattro piani più in basso, un appartamento era stato razziato da una squadra di inquilini del quindicesimo piano.
Le incursioni sporadiche stavano diventando sempre più frequenti specialmente negli appartamenti che restavano vuoti, anche solo per poche ore. Un misterioso sistema di comunicazione avvertiva i predatori quando c'era una possibilità per loro.
Royal riusci a scendere senza difficoltà al trentacinquesimo piano. Il ristorante era chiuso. Dopo aver servito per l'ultima volta i Royal, il cuoco e sua moglie se n'erano andati per non tornare più. Sedie e tavoli erano stati ammucchiati in cucina per formare una barricata, le porte chiuse con un lucchetto, e le lunghe finestre da cui si godeva un magnifico panorama avevano le serrande calate.
Nella piscina, rimasta in ombra perché non vi si riflettevano le luci dell'attiguo ristorante, c'era un ultimo bagnante che stava uscendo. Era un analista del trentottesimo piano; sua moglie montò la guardia fuori dallo spogliatoio mentre lui si cambiava. Guardò il cane che leccava l'acqua sulle piastrelle sporche vicino al trampolino, e quando l'alsaziano alzò una zampa e orinò contro la porta di una cabina, continuò a fissarlo con indifferenza.
Royal cercò Anne per più di un'ora addentrandosi nella parte centrale del condominio. Man mano che passava da un piano all'altro, da un ascensore all'altro, poté rendersi conto in pieno del deterioramento generale. Davanti agli sportelli dei condotti della spazzatura si ammucchiavano montagne di rifiuti, le scale erano cosparse di vetri rotti, e altri rifiuti, interi tratti di ringhiera erano stati divelti. I telefoni pubblici istallati nel pianerottolo degli ascensori erano stati tutti strappati via come se i condomini, al pari di lui e di Anne, avessero deciso tacitamente di troncare le comunicazioni con l'estero.
Ai piani più bassi trovava danni sempre più gravi. Le porte di sicurezza erano scardinate, i finestrini delle pompe antincendio frantumati. Le lampade nei corridoi e sulle scale erano quasi tutte rotte e nessuno si era preoccupato di sostituirle. Alle otto, i corridoi si erano trasformati in gallerie semibuie piene di sacchi di spazzatura, sulle cui pareti spiccavano gli slogan osceni tracciati con la vernice luminosa. Un effetto da incubo.
Sui pianerottoli sostavano gruppi di condomini rivali che montavano la guardia agli ascensori e si guardavano in cagnesco dai corridoi. Molte donne avevano con sé una radiolina, e continuavano a cambiare stazione come se stessero sintonizzandosi su una guerra acustica. Altri portavano cineprese o macchine fotografiche munite di flash, per filmare eventuali incursioni nel loro territorio.
Cambiando ascensore ogni due piani, Royal riuscì a scendere fin verso il centro del palazzo. Nessuno lo molestò. I condomini si limitavano a guardarlo spostandosi per lasciarlo passare. Il cane ferito e la sua giacca sporca di sangue erano un salvacondotto che gli consentiva di attraversare i clan rivali, come se fosse stato un signorotto tradito sceso fra i vassalli ribelli a esibire le sue ferite.
Al decimo piano trovò solo poche persone in giro che guardavano i banchi vuoti. La banca e lo spaccio dei liquori avevano le serrande abbassate. Di Anne nessuna traccia. Royal entrò col cane nel locale della piscina, ormai semivuota. L'acqua giallastra era piena di rifiuti, e il fondo, dalla parte più bassa, era emerso e sembrava la riva di uno stagno per lo scarico delle immondizie. Un materassino galleggiava tra i rifiuti, circondato da pezzi di giornale e scatole vuote.
Royal pensò che se anche ci fosse stato un cadavere nessuno se ne sarebbe accorto. Mentre il cane andava annusando negli spogliatoi devastati, Royal sferzò col bastone l'aria umida e stagnante. Fra poco si sarebbe sentito soffocare in quella zona del condominio. Già era come schiacciato sotto la pressione di tutta la gente che abitava sopra, di migliaia di individui chiusi nelle loro celle.

Sentì delle grida provenienti dal pianerottolo degli ascensori, al lato opposto della piscina, e incitando il cane si avviò all'uscita secondaria, dietro i trampolini. Attraverso la porta a vetri vide che all'ingresso dell'asilo era in corso una violenta discussione tra un gruppo di condomini dei piani inferiori che portavano banchi e sedie, una lavagna e un cavalletto, con un altro gruppo che cercava di impedirglielo.
Presto passarono alle vie di fatto. Incitati da un operatore cinematografico che sollevava un banco sopra la testa, i genitori avanzarono decisi. Gli avversari, inquilini dell'undicesimo e del dodicesimo piano, rimasero impavidi al loro posto, facendo barriera. Scoppiò una violenta rissa a cui parteciparono uomini e donne.
Royal trascinò via il cane, preferendo non intervenire. Mentre si incamminava per riprendere la ricerca di Anne, la porta che dalle scale dava sul pianerottolo si aprì di colpo e alcuni inquilini del quattordicesimo e quindicesimo piano si riversarono fuori, gettandosi subito nella mischia. Li capeggiava Richard Wilder, che brandiva la cinepresa come un vessillo da combattimento. Royal pensò che stesse filmando una scena del documentario di cui gli aveva parlato tanto tempo prima, e che avesse organizzato apposta tutta la scena. Ma poi lo scorse al centro del gruppo mentre agitava minacciosamente la cinepresa incitando i suoi nuovi alleati contro i vicini di piano. Il gruppo che era salito con l'intenzione di rioccupare l'asilo venne respinto disordinatamente verso le scale dove abbandonarono banchi e lavagna.

Wilder sbatté la porta alle loro spalle, soddisfatto di essere riuscito a respingere quelli che fino a pochi giorni prima erano suoi amici. Agitando la cinepresa indicò l'aula dell'asilo, dove due donne - Anne e Jane Sheridan - si erano nascoste dietro un banco rovesciato. Come bambini colti sul fatto, guardavano impaurite Wilder che le segnava a dito. Royal prese il cane per il collare e aprì la porta facendosi strada tra i condomini intenti a spaccare i banchi rimasti sul terreno.
«Basta così, Wilder. Adesso ci penso io.»
Oltrepassò Wilder ed entrò nell'aula. «Ti porterò fuori da qui» disse ad Anne aiutandola ad alzarsi. «Non aver paura di Wilder.»
«Non ho...» nonostante la prova passata, Anne non aveva un capello fuori posto. Guardò Wilder con evidente ammirazione dicendo: «Santo cielo, sembra impazzito...»
Royal si aspettava che Wilder lo aggredisse. Nonostante i vent'anni di differenza, si sentiva calmo e pronto allo scontro. Ma Wilder non si mosse. Fissava l'architetto con interesse, mentre si grattava un'ascella come una bestia. Sembrava quasi contento di vedere che Royal si era degnato di scendere dalla sua reggia e di immischiarsi nella disputa per il terreno e le donne. Dalla camicia aperta sporgeva il torace prominente che Wilder ostentava con orgoglio. Teneva la cinepresa all'altezza della guancia come se inquadrasse il terreno, e lo svolgimento, di un complesso duello rimandato a un momento più adatto, su un altro palcoscenico, in una parte più alta del palazzo.

Quella notte, tornati nel loro appartamento, Royal si dette da fare per imporre il suo predominio sugli ultimi piani. Per prima cosa, mentre Anne e Jane Sheridan riposavano sul letto della moglie, fece mangiare al cane il poco cibo rimasto nel frigo, e gli ripulì le ferite. Più ancora dell'affronto subito da Anne lo indignava l'aggressione all'alsaziano. In fondo, muovendosi in ritardo, gli sembrava di essere stato lui a provocare le difficoltà in cui era venuta a trovarsi sua moglie. Come aveva previsto, lei e Jane, dopo aver fatto la spesa al supermercato, non erano riuscite a trovare un ascensore e dopo essere state molestate da un ubriaco avevano trovato rifugio nell'aula.
«C'è un sacco di gente che filma quel che succede laggiù» gli aveva detto Anne, affascinata dall'organizzazione, nonostante la dura prova subita. «Quando c'è un pestaggio, entrano in funzione almeno dieci cineprese.»
«Si divertiranno poi a proiettare i film, per vedere come si sono comportati durante gli scontri» aveva aggiunto Jane.
«Ma Wilder fa sul serio.»
Le due donne si erano avviate senza far caso a Royal, che però non se l'era presa. In un modo tortuoso e ambiguo, era stato il suo amore per Anne a suggerirgli di metterla in contatto coi condomini dei piani sottostanti, come contributo al nuovo regno che avrebbero creato insieme. Invece il cane, al contrario, apparteneva a un mondo più pratico. Sapeva che l'animale si sarebbe potuto rendere utile, in caso di bisogno, ed era molto più facile da comandare di una donna. Decise di non togliersi la sahariana macchiata, fiero di portare sul petto le macchie di sangue del suo cane. Quando le mogli dei vicini venute a confortare Jane e Anne si erano offerte di smacchiargli la giacca, lui aveva recisamente rifiutato.
L'aggressione al cane e alla moglie di Royal aveva convinto anche i vicini a riprendere l'iniziativa prima di finire per trovarsi intrappolati in cima al palazzo. Royal aveva spiegato a Pangbourne che per loro era d'importanza vitale assicurarsi l'appoggio degli inquilini che abitavano nei piani immediatamente sotto al trentacinquesimo.
«Per poter sopravvivere abbiamo bisogno di alleati che facciano da paraurti agli attacchi dei piani inferiori. Così potremmo anche disporre di un numero superiore di ascensori. Corriamo il rischio di essere tagliati fuori dalla parte centrale del palazzo.»
«D'accordo» disse il ginecologo, felice di constatare che Royal aveva finalmente afferrato la realtà della loro situazione. «Una volta conquistata una testa di ponte potremo respingerli più in basso dove si troveranno a fronteggiare gli inquilini dei piani inferiori. Così la parte centrale diventerà una specie di Balcani; poi daremo inizio alla colonizzazione di tutto il palazzo...»
Ripensandoci, Royal si stupiva della facilità con cui erano riusciti a realizzare quei progetti. Alle nove, prima che avessero inizio i ricevimenti serali, Royal aveva già cominciato ad assicurarsi l'appoggio di coloro che abitavano sotto la piscina del trentacinquesimo piano. Pangbourne era stato molto abile nel far leva sui disagi di cui soffrivano. Anche loro, come tutti gli inquilini degli ultimissimi piani, avevano subito danni alle auto e soffrivano per la scarsità d'acqua e i guasti all'impianto di condizionamento. Con gesto calcolato, Royal e Pangbourne annunciarono che li autorizzavano a usare gli ascensori di servizio agli ultimi piani: così, per raggiungere i rispettivi appartamenti, non avrebbero più avuto bisogno di passare dall'ingresso principale e affrontare il rischioso tragitto di trenta piani. Sarebbe bastato aspettare l'arrivo di un condomino degli ultimi piani, per poi entrare con lui nell'atrio privato degli ascensori rapidi. Una volta saliti direttamente al trentacinquesimo piano, dovevano scendere solo poche rampe di scale per arrivare a destinazione.
L'offerta venne accettata, e Pangbourne e Royal ebbero l'astuzia di non chiedere niente in cambio. La delegazione tornò al quarantesimo piano e gli altri scesero nei loro appartamenti per prepararsi alle feste della serata, Nel frattempo si era verificato qualche piccolo incidente: la matura moglie di un direttore amministrativo del ventottesimo piano era stata presa a pugni e gettata semisvenuta nella piscina quasi vuota, un radiologo del settimo era stato aggredito e picchiato nel salone di parrucchiere. Per il resto tutto era normale. Col passare della notte l'edificio si riempi di schiamazzi. A cominciare dai primi piani, le feste si moltiplicarono avvolgendo il condominio in un'atmosfera di allegria e di baldoria. Dal suo balcone, Royal ascoltava salire fin lassù la musica e le risate, mentre aspettava che sua moglie e Jane si vestissero. Un'auto si fermò davanti al condominio vicino e tre passeggeri si soffermarono a guardare le centinaia di balconi gremiti. Davanti a tutto quello spiegamento di luci chiunque avrebbe creduto che le migliaia di abitanti del palazzo formassero una collettività unita e felice.
Rianimate da quell'atmosfera stimolante, Anne e Jane si erano presto riprese. Anne non parlava più di andarsene, anzi sembrava addirittura che si fosse dimenticata di volerlo fare. I disordini e la confusione del decimo piano le avevano suscitato quel senso di solidarietà con i condomini dei piani superiori che prima le mancava. In futuro, la violenza sarebbe stata un utile mezzo di solidarietà sociale. Mentre Royal le accompagnava al primo party della serata, dato da un giornalista del trentasettesimo piano, lei e Jane lo precedevano tenendosi sottobraccio, eccitate dai rapporti su altri scontri e dalla notizia che anche il sesto e il quattordicesimo piano erano al buio.
Pangbourne se ne congratulò con Royal, come se questi ne fosse il responsabile dell'accaduto. Nessuno, apparentemente, nemmeno agli ultimi piani, si rendeva conto del contrasto fra l'eleganza sfoggiata nelle feste e lo stato di abbandono del condominio. Lungo i corridoi cosparsi di rifiuti, davanti all'imboccatura dei condotti intasati e agli ascensori devastati, con la massima indifferenza passavano uomini in giacca da sera, e le donne si limitavano a sollevare la gonna dell'abito lungo per scavalcare le bottiglie rotte o i sacchi di spazzatura. Il profumo dei costosi dopobarba si mescolava al tanfo dei rifiuti di cucina.
Quei bizzarri contrasti piacevano a Royal. Erano un segno lampante di quanto si fossero allontanati quei ricchi professionisti dal loro comportamento dignitoso e razionale. Ripensò al suo scontro con Wilder, emblema di tutte le forze in urto nel condominio. Era chiaro che aveva ritentato l'ascesa, riuscendo ad arrivare al quindicesimo piano. Royal sentiva che sarebbe stato più giusto se nel condominio fossero rimasti solo loro due. Il vero duello avrebbe dovuto svolgersi nei corridoi segreti e negli appartamenti abbandonati con gli uccelli come unici spettatori.
Intanto la minaccia di violenza che aleggiava nell'atmosfera aveva fatto maturare Anne, adesso che aveva imparato ad accettarla. Appoggiato alla mensola del camino nell'appartamento del giornalista, Royal la seguiva con uno sguardo pieno d'affetto. Sua moglie non civettava più con gli anziani affaristi e i giovani imprenditori, ma ascoltava con interesse il dottore Pangbourne, come se avesse intuito che il ginecologo avrebbe potuto rendersi utile ben oltre il suo campo professionale. Ma a dispetto del piacere che provava nel metterla in mostra, Royal si sentiva più possessivo nei suoi confronti, e questa specie di predominio sessuale si estendeva anche su Jane.
«Non hai pensato di trasferirti da noi?» le chiese. «Il tuo appartamento è molto esposto.»
«Mi farebbe molto piacere... Anne me ne ha accennato. Ho già portato su qualcosa.»
Royal ballò con lei sul pianerottolo cosparso di rifiuti, tastandole apertamente i fianchi forti e le cosce, come se facesse un inventario per rivendicare come sue in futuro quelle parti del corpo di lei.
Passata mezzanotte, quando Royal aveva ormai l'impressione che le feste non sarebbero più finite, si ritrovò completamente sbronzo in un appartamento vuoto del trentanovesimo piano. Stava sdraiato su un divano con la testa di Jane sulla spalla in mezzo a una grande confusione di tavolini colmi di bicchieri sporchi e posacenere colmi, resti di una festa abbandonata dagli ospiti. La musica proveniente dai balconi vicini faceva a tratti da sfondo a qualche atto di violenza. Si sentiva in lontananza il vocio esagitato di un gruppo di condomini che tempestavano di pugni e calci il cancello di un ascensore.
Era venuta a mancare improvvisamente la luce, e Royal giaceva nel buio cercando di mettere a fuoco le luci del condominio vicino. Senza quasi accorgersene, cominciò a carezzare il seno colmo di Jane, che non lo respinse. Quando poco dopo tornò la luce e si accese una lampada posata sul pavimento del balcone, lei riconobbe nel suo corteggiatore Royal, e si allungò addosso a lui.
Sentendo dei rumori di cucina, Royal guardò in quella direzione e vide sua moglie seduta al tavolo, con una mano sulla caffettiera elettrica che stava scaldandosi. Royal circondò Jane con le braccia, con lentezza voluta, come se eseguisse il gesto al rallentatore apposta per sua moglie. Sapeva che Anne poteva vederli, ma lei rimase seduta tranquillamente, accendendosi una sigaretta. E li guardò senza aprir bocca anche mentre facevano all'amore: non perché quella sfacciata infedeltà del marito la sdegnasse, ma per un senso di solidarietà tribale, di assoluta deferenza al capotribù. Royal se ne rese conto perfettamente.

Capitolo X

Poco dopo l'alba del giorno seguente, Robert Laing se ne stava seduto sul suo balcone al venticinquesimo piano, intento a consumare una frugale colazione e ad ascoltare i primi rumori che segnavano l'inizio dell'attività diurna negli appartamenti vicini. Alcuni condomini stavano già andando al lavoro e, camminavano nei vialetti del parcheggio pieni di spazzatura per raggiungere le loro auto sporche e danneggiate. C'era ancora parecchia gente che andava in ufficio, in studio, all'aeroporto. Nonostante la scarsità d'acqua e di riscaldamento, uomini e donne erano curati e ben vestiti; dal loro aspetto nessuno avrebbe potuto indovinare quello che stava succedendo negli ultimi tempi nell'interno del condominio. Ma sul lavoro molti, senza neppure accorgersene, passavano quasi tutto il tempo a dormire.
Laing mangiò la sua fetta di pane con metodica lentezza. Seduto sulle piastrelle screpolate, si sentiva come un pellegrino che avesse affrontato una rischiosa ascesa e si fosse fermato a compiere un rito, semplice ma significativo, davanti a un santuario lungo il percorso. La notte prima si era scatenato il caos dappertutto: dispute, litigi, risse tra ubriachi, razzie negli appartamenti vuoti, aggressioni agli individui isolati. Ormai parecchi piani erano senza corrente, compreso il ventiduesimo dove abitava sua sorella Alice. Nessuno aveva dormito, ma stranamente nessuno mostrava segni di stanchezza, come se ormai si fossero abituati a star svegli tutta la notte. Laing aveva il sospetto che l'insonnia di cui molti avevano sofferto in passato non fosse altro che una specie di inconscia preparazione a quello che doveva venire. Lui stesso si sentiva ben sveglio e in forma, nonostante i graffi e i lividi sulle spalle e le braccia. Alle otto sarebbe andato a mettersi in ordine, per poi recarsi all'università.
Aveva passato buona parte della notte a rimettere in ordine l'appartamento di Charlotte Melville saccheggiato da una banda di razziatori, mentre lei e il bambino si erano rifugiati nell'appartamento di alcuni amici. Più tardi, Laing aveva dato una mano a sorvegliare un ascensore requisito per qualche ora dai suoi amici, non perché dovessero usarlo, ma per il solo gusto di dimostrare a se stessi che potevano farlo.
La serata aveva avuto inizio come al solito con un party a casa di Paul Crosland, annunciatore televisivo e ora capo del clan. Crosland era stato trattenuto agli studi, e i suoi ospiti lo avevano guardato sul teleschermo nel telegiornale delle nove, mentre con la sua voce armoniosa descriveva i particolari di uno scontro multiplo in cui erano morte sei persone. Stretto fra i vicini che si accalcavano intorno al televisore, Laing si era aspettato che l'annunciatore riferisse anche le sventure del condominio, della morte del gioielliere (ormai dimenticato) alla divisione dei condomini in bande rivali. Forse, alla fine della trasmissione, avrebbe trasmesso anche un comunicato speciale per i suoi ospiti e membri del clan che stavano preparandosi da bere nel salotto fra i sacchi della spazzatura.
Quando Crosland tornò, col giubbotto e gli stivaletti che lo facevano sembrare un pilota di ritorno da un bombardamento, erano tutti ubriachi. Rossa ed eccitata, Eleanor Powell si avvicinò barcollando a Laing, e lo accusò per scherzo di avere tentato di saccheggiare il suo appartamento e di violentarla. La notizia suscitò un coro di risa e schiamazzi, come se un tentativo di stupro fosse un ottimo sistema per mantenere uniti i membri di un clan.
«Una bassa percentuale di criminalità, dottore» disse Eleanor «è segno di repressione sociale.»
Laing continuò a bere senza misura: sentiva l'alcool salirgli alla testa, cosciente di eccitarsi di proposito per cancellare le riserve che poteva nutrire sul buonsenso di persone come Crosland. In pratica, inoltre, ubriacarsi era l'unico modo di accostare Eleanor Powell. Nei momenti sobri, quella donna era una lagna che vagava annoiandosi per i corridoi come se avesse perso la chiave del proprio cervello. Dopo qualche cocktail invece, si animava a tratti come un monitor TV guasto che scattava da un programma all'altro; e Laing riusciva a capire quei suoi programmi solo quando era ubriaco. Benché lei lo rimbrottasse in continuazione mentre passeggiava inciampando nei sacchi della spazzatura, Laing non la lasciava, attratto dalle sue mani che gli carezzavano i risvolti della giacca. Non era la prima volta che lui e i suoi vicini attendevano con ansia lo scoppio dei disordini, ritenendoli il miglior sistema per ampliare la loro vita sessuale.
Laing vuotò il resto del caffè dal balcone. Lungo la facciata del condominio si stendeva una striscia ininterrotta di unto, lasciata dalla cascata di rifiuti che ora si ammucchiavano ai piedi del palazzo. Nessuno più si preoccupava se il vento spingeva la spazzatura in qualche appartamento dei primi piani. Laing portò il vassoio in cucina. I continui guasti all'impianto elettrico avevano fatto andare a male i cibi conservati nel frigo. Sui ripiani si allineavano bottiglie di latte inacidito e ricoperto di muffa. Il burro rancido colava attraverso le griglie. L'odore di cibo guasto non era poi tanto sgradevole, ma Laing prese un sacco di plastica e versò dentro tutto il contenuto del frigo. Poi andò a gettare il sacco nel corridoio dove si aggiunse al mucchio degli altri.
Un gruppo di vicini litigava rumorosamente davanti all'ascensore con un altro gruppo del ventottesimo piano. Crosland urlava con voce aggressiva nella cavità del pozzo. Di solito, a quell'ora, Laing non ci avrebbe fatto caso. Capitava spesso che Crosland litigasse senza sapere neanche perché. Gli bastava poter gridare. Senza trucco, la faccia di Crosland pareva quella di un annunciatore costretto a leggere un elenco di cattive notizie su se stesso.
Dall'ombra della porta vicina emerse, con studiata disinvoltura, il dentista. Steele e la sua coriacea moglie erano appostati da un pezzo dietro i sacchi della spazzatura tenendo d'occhio quello che succedeva. Prese per un braccio Laing e indicò verso il piano di sopra.
«Vogliono sbarrare definitivamente i cancelli» spiegò «e rifare i circuiti elettrici degli ascensori in modo che salgano direttamente dal pianterreno al ventottesimo senza fermate intermedie.»
«E noi?»
«Caro Laing, non credo che gliene importi molto di noialtri. Loro vogliono dividere il condominio a metà, qui al venticinquesimo piano. Questo è il piano chiave, per i servizi elettrici. Isolando i tre piani di sotto disporranno di una zona cuscinetto che dividerà la parte più alta da quella più bassa. Bisogna fare in modo che quando questo avverrà noi ci troviamo dalla parte giusta.»
S'interruppe vedendo arrivare la sorella di Laing che portava la sua caffettiera elettrica. Con un inchino, il dentista si ritirò nell'ombra calpestando coi piccoli piedi i sacchi di immondizie: la scriminatura al centro del cranio spiccava nella penombra. Laing lo seguì con gli occhi finché non fu entrato nel suo appartamento. Era sicuro che Steele sarebbe stato in grado di cavarsela egregiamente in qualsiasi situazione. Laing aveva notato che da parecchio tempo non usciva più. Dov'era finita la sua spietata ambizione? Dopo le battaglie delle ultime settimane stava probabilmente aspettando il momento buono in cui ci sarebbe stata una grande richiesta di cure dentarie.
Salutando sua sorella, Laing pensava che, se aveva ragione il dentista, sarebbe rimasta anche lei dalla parte sbagliata della linea divisoria, al buio, insieme al marito alcoolizzato. Era salita per fare il caffè nel suo appartamento, dove l'impianto elettrico funzionava ancora, ma appena entrata lasciò la caffettiera sopra il tavolo dell'anticamera e andò sul balcone, guardandosi intorno soddisfatta di trovarsi tre piani più su.
«Come sta Charles?» domandò Laing. «È andato in ufficio?»
«No. Ha chiesto qualche giorno di permesso. Ma se vuoi saperlo, secondo me ha smesso per sempre. E tu? Non dovresti trascurare gli studenti.»
«Stamattina vado a fare lezione. Vuoi che passi a dare un'occhiata a Charles, strada facendo?»
Alice ignorò l'offerta. Afferrandosi alla ringhiera, cominciò a dondolare avanti e indietro come una bambina. «Che pace c'è quassù. Robert, tu non hai idea della vita che fa la maggior parte di noi.»
Laing rise, divertito all'idea che secondo sua sorella lui fosse immune da tutto quello che stava succedendo nel condominio. Il pensiero tipico di una sorella maggiore che nell'infanzia aveva dovuto sacrificarsi per il fratellino.
«Puoi salire quando vuoi» le disse, cingendole le spalle con un braccio, nel timore che potesse perdere l'equilibrio. In passato si era sempre sentito fisicamente lontano da Alice perché somigliava troppo alla loro madre; ora invece, per ragioni non del tutto sessuali, quella somiglianza lo eccitava. Provava il desiderio di toccarle i fianchi, di posarle una mano sul seno. Come se avesse intuito questi suoi oscuri impulsi, Alice si appoggiò passivamente a lui.
«Stasera puoi fare da mangiare nella mia cucina» le disse Laing. «A quanto ho saputo ci sarà un gran caos. Qui sarai più al sicuro.»
«Va bene. Ma il tuo appartamento è così sporco...»
«Gli darò una pulita.»
Dominandosi, Laing abbassò lo sguardo sulla sorella. Se ne rendeva conto? Senza volerlo stavano progettando il suo trasferimento.
In tutto il condominio c'era gente che preparava i bagagli per trasferirsi qualche piano più su o più giù o in un altro appartamento dello stesso piano; tutti quei trasferimenti comportavano molto spesso anche il cambio del compagno o della compagna più o meno legittimi. Charlotte Melville, per esempio, al momento aveva una relazione con un esperto statista del ventinovesimo piano, e aveva quasi del tutto abbandonato il suo appartamento. Laing l'aveva vista traslocare con la massima indifferenza. Charlotte aveva bisogno di qualcuno capace di mettere in risalto la sua forza e la sua energia.
Pensando a lei, Laing si rammaricò di non essere riuscito a trovare un'altra compagna. Ma forse Alice gli avrebbe dato quel sostegno pratico di cui aveva bisogno, con la sua inesauribile dedizione alle virtù domestiche. Malgrado i suoi modi insinuanti, che gli ricordavano troppo la madre, la presenza della sorella gli forniva un senso di sicurezza.
Continuando a tenerla abbracciata, alzò lo sguardo verso il tetto a terrazza. Gli sembrava che fossero passati dei mesi dall'ultima volta che c'era stato, ma adesso non sentiva più l'impulso di salire lassù. Si sarebbe costruito lì il suo rifugio con Alice, in quella grotta sul dirupo della facciata.

Dopo che sua sorella se ne fu andata, Laing cominciò a prepararsi per uscire. Seduto sul pavimento della cucina, guardava i piatti sporchi e le altre suppellettili accatastate nel lavandino. Se ne stava comodamente appoggiato a un sacco di plastica pieno di rifiuti; osservando la cucina da quell'insolita prospettiva poté accorgersi di quanto fosse trascurata. Il pavimento era disseminato di avanzi, briciole e barattoli vuoti. Si stupì contando sei sacchi pieni di spazzatura; chissà perché era convinto che dovesse essercene soltanto uno.
Si pulì le mani sui calzoni sporchi. Semidistrutto su quel soffice letto di rifiuti, aveva una gran voglia di dormire, ma si tenne sveglio con uno sforzo. Da un po' di tempo era in atto un declino inarrestabile, una continua erosione dei capisaldi della vita normale, che coinvolgeva non solo l'appartamento ma anche le sue abitudini la sua igiene personale. Fino a un certo punto la colpa dei guasti nel rifornimento dell'acqua e dell'energia elettrica, dell'intasamento dei condotti di scarico della spazzatura: si trattava anche di una crescente indifferenza verso qualunque tipo di convenzioni sociali. Né lui né i suoi amici preparavano un pasto decente da settimane, limitandosi ad aprire il primo barattolo a portata di mano quando avevano fame. Allo stesso modo, nessuno badava a ciò che beveva, pur di potersi ubriacare in fretta per spegnere il residuo di sensibilità rimasto in loro. Da molto tempo Laing non ascoltava neppure i dischi, che aveva tanto amato e scelto con cura. Anche il suo modo di esprimersi era diventato più rozzo.
Eppure quel decadimento, sia personale sia dell'ambiente in cui viveva, gli riusciva in fondo gradito. In un certo senso, si costringeva a scendere a quei ripidi gradini verso la degradazione come un turista che scende in una valle proibita. Le mani sporche, le unghie orlate di nero, gli abiti trasandati, l'indifferenza nei riguardi di quello che mangiava e beveva, contribuivano a mettere in luce un aspetto più reale della sua personalità.
La corrente era tornata e si sentiva il ronzio del frigorifero che stava caricandosi. L'acqua cominciò a sgocciolare dai rubinetti, segno che le pompe si erano rimesse a funzionare. Ricordandosi delle critiche di Alice, Laing si alzò per mettere un po' d'ordine. Ma mezz'ora dopo, mentre stava portando un sacco di rifiuti dalla cucina al corridoio, smise di colpo e lasciò cadere per terra il sacco. Si era accorto di essere riuscito soltanto ad aumentare il disordine.
Più importante delle pulizie era la sicurezza dell'appartamento, specialmente quando restava incustodito. Laing vuotò la libreria del soggiorno gettando per terra i libri, poi, pezzo per pezzo, smontò gli scaffali. Portò le assi in anticamera e nell'ora seguente lavorò per trasformare l'appartamento in una specie di camera blindata di fattura casalinga. Trascinò in anticamera tutti i mobili più pesanti, come il tavolo da pranzo e il massiccio cassettone di quercia scolpita a mano della sua camera da letto, con le poltrone e la scrivania formò una solida barricata. Ultimato questo lavoro, trasferì le vettovaglie dalla cucina alla camera da letto. Non aveva molte provviste, ma bastavano per tirare avanti qualche settimana: sacchetti di riso, zucchero e sale, alcune scatole di carne e una pagnotta rafferma.
Dopo che l'impianto di condizionamento aveva smesso di funzionare, l'aria era diventata stagnante, e da qualche tempo Laing aveva notato un odore, strano ma non sgradevole: l'odore dell'appartamento, il suo odore personale.
Si tolse la camicia sporca e si lavò sotto lo scarso getto della doccia. Poi si rase e indossò una camicia e un abito puliti. Se fosse andato all'università conciato come un barbone, qualche collega avrebbe potuto intuire quello che stava succedendo all'interno del condominio. Quando fu pronto si guardò allo specchio. Quell'individuo magro, pallido, con la fronte graffiata, vestito di un completo troppo largo, gli sembrava stonato, fuori posto. Come un prigioniero rilasciato dopo una lunga condanna, infastidito dall'improvvisa luce del giorno e con un abito di tanti anni prima.
Dopo aver chiuso la porta con cura, Laing si accinse a scendere. Per fortuna uscire dal condominio era più facile che non girare nel suo interno. Un ascensore, per comune accordo, faceva ancora servizio dall'atrio principale nelle ore di lavoro. Ma l'atmosfera tesa e ostile, i contrasti, l'aria di assedio si notavano ovunque. Barricate di mobili e sacchi di spazzatura bloccavano gli accessi ai singoli piani. Scritte e disegni coprivano non solo i muri ma perfino i soffitti e i pavimenti dei pianerottoli e dei corridoi, in un confuso miscuglio di messaggi cifrati, nomi, indicazioni. Laing dovette fare uno sforzo per trattenersi dall'aggiungere anche il numero del suo piano agli altri scritti in caratteri cubitali sulle pareti dell'ascensore, come appunti sul diario di un pazzo. Tutto quanto poteva essere rotto era stato fracassato: telefoni, specchi, rivestimento di poltrone e divani, con un vandalismo addirittura esagerato. Forse serviva solo a mascherare l'intento dei condomini di isolarsi completamente dal resto del mondo mettendo fuori uso i telefoni.
Per qualche ora al giorno vigeva ancora nel condominio una specie di tacita tregua durante la quale ognuno poteva liberamente spostarsi, ma col passare del tempo questo periodo si abbreviava sempre più. I condomini giravano in piccoli gruppi alla spietata ricerca di qualche estraneo. Ognuno portava scritto in faccia il numero del proprio piano come un distintivo di riconoscimento.
Laing aspettò insieme a qualche altro passeggero che l'ascensore completasse la sua lenta discesa. Immobili nella cabina, sembravano manichini di un gruppo da museo: Inquilini di un condominio della fine del XX secolo.
Arrivato al pianterreno, Laing si avviò cautamente verso il portone, oltrepassando l'ufficio sbarrato dell'amministratore e i sacchi di posta abbandonati. Non usciva da parecchi giorni, e quando varcò i battenti di vetro fu subito colpito dall'aria più fresca, che gli parve l'atmosfera aspra di un pianeta sconosciuto.
Voltandosi di tanto in tanto a guardare il condominio, come per ricordarsi la strada, attraversò il parcheggio fra mucchi di barattoli e bottiglie rotte. Il giorno prima era venuto un tecnico dell'ufficio d'igiene, ma se n'era andato dopo un breve sopralluogo, convinto che quel disordine fosse dovuto al momentaneo guasto nel complesso sistema di scarico dei rifiuti del palazzo. Dal momento che gli inquilini non reclamavano, non gli era parso il caso di indagare più a fondo. Laing ormai non si stupiva più del fatto che i condomini pronti fino a poche settimane prima a lamentarsi del minimo incidente, ora facessero fronte compatto nell'assicurare agli estranei che tutto funzionava bene. Un po' era un malinteso orgoglio, ma soprattutto perché volevano risolvere senza interferenze le discordie interne come bande rivali fra loro, pronte però a unirsi per scacciare gli intrusi.
Arrivato al centro del parcheggio, poté abbracciare con lo sguardo tutta la facciata dell'altro condominio distante meno di duecento metri. Quel pianeta autonomo tutto linee rette e spigoli di vetro e cemento era identico al suo fin nei tendaggi e nel modello delle lavastoviglie. Ma a lui sembrava remoto e minaccioso. Osservando le lunghe file di balconi, si sentiva a disagio come un visitatore in un zoo di fronte a pile di gabbie contenenti creature straordinariamente feroci e crudeli. Qualche condomino appoggiato al davanzale lo guardava con indifferenza, e Laing ebbe la visione improvvisa di tutti gli inquilini che uscivano sui balconi per gettare tutto quanto avevano sottomano seppellendolo sotto una piramide di bottiglie, posacenere, bombolette di deodoranti e scatole di contraccettivi.
Raggiunta la sua auto, Laing si appoggiò alla fiancata. Sapeva che stava facendo una prova delle sue reazioni al mondo esterno, esponendosi a rischi e pericoli nascosti. Nonostante tutto, il condominio rappresentava la sicurezza, la salvezza. Laing ripensava all'aria chiusa del suo appartamento in cui ristagnava l'odore tiepido del suo corpo. Al confronto, l'atmosfera luminosa che si rifletteva nelle rifiniture cromate delle macchine era aspra e dura come la lama tagliente.
Laing improvvisamente tornò indietro e si avviò lungo il vialetto parallelo al condominio. Non si sentiva ancora pronto ad avventurarsi all'aperto, ad affrontare i colleghi di facoltà, a occuparsi dei lavori degli studenti. Forse avrebbe fatto meglio a restare a casa nel pomeriggio e preparare la lezione per l'indomani.
Quando arrivò all'altezza del laghetto ornamentale, un grazioso ovale lungo duecento metri, scavalcò il bordo di cemento, discese per il leggero pendio e dopo alcuni minuti si trovò sul fondo del lago vuoto. Le pareti di cemento umido si levavano curve tutt'intorno, lisce e in lieve pendenza, ma nello stesso tempo minacciose come i segni di una profonda psicosi regressiva. La mancanza di linee rette e di spigoli riassumeva ai suoi occhi tutti i rischi del mondo esterno.
Non poté più respirare. Si arrampicò sul bordo, lo scavalcò e corse a perdifiato verso il condominio fra le auto coperte di polvere.
Dopo dieci minuti era di nuovo nel suo appartamento. Tirò i catenacci e, scavalcata la barricata, fece il giro delle stanze semivuote. Respirando l'aria stantia si rianimò col proprio odore, come se avesse ritrovato se stesso. In camera da letto si strappò di dosso l'abito, insieme alla camicia e alla cravatta e li gettò in fondo all'armadio, per indossare di nuovo i calzoni sportivi e la camiciola sporca. Ormai sapeva che non avrebbe mai più tentato di uscire. Pensava ad Alice e a come avrebbe fatto per farla venire da lui. Ma sentiva che quegli odori forti e pungenti avrebbero funzionato da richiamo.

Capitolo XI

Alle quattro del pomeriggio tutti i condomini erano tornati a casa. Dal suo balcone, Laing guardava le auto comparire dalle strade di accesso e svoltare nei vialetti del parcheggio. Impugnando borse e cartelle, i condomini scendevano dall'auto e si dirigevano verso gli ingressi. Il fatto che, avvicinandosi al condominio, smettessero di parlare fra loro lo riempiva di sollievo. Le manifestazioni di contegno normale gli davano un senso di disagio.
Aveva riposato buona parte del pomeriggio per poter affrontare con calma e nel pieno delle forze la notte. Di tanto in tanto si arrampicava sulla barricata e sbirciava nel corridoio sperando di vedere Steele. La preoccupazione per Alice, che viveva tre piani più sotto con un marito debole e inetto, lo rendeva irrequieto. Desiderava uno scoppio di violenza per avere il pretesto di andare a salvarla. Se il progetto di dividere in due il condominio fosse riuscito, avrebbe avuto poche probabilità di rivederla.
Continuò a girare per l'appartamento controllando i suoi primitivi sistemi di difesa. Quelli che, come lui, abitavano ai piani superiori erano molto più vulnerabili di quanto credessero: potevano finire facilmente sopraffatti dai condomini dei primi piani. Wilder e la sua banda erano in grado di bloccare con facilità le uscite, distruggere le prese dell'acqua e della luce e dare fuoco ai piani alti. A Laing sembrava già di vedere le fiamme che salivano nelle trombe delle scale e degli ascensori, i pavimenti che crollavano mentre i condomini cercavano rifugio sul tetto in preda al terrore.
Sconvolto da quella fosca visione, Laing staccò gli altoparlanti stereo e li aggiunse ai mobili e alle suppellettili della barricata. Nastri e cassette giacevano sparsi per terra, e lui li prese a calci. Poi andò in camera da letto e sollevò le assi dal fondo dell'armadio, per infilare nella cavità sottostante il libretto degli assegni, le polizze di assicurazione, le cartelle delle tasse e tutti i documenti personali. Vi aggiunse la valigetta medica in cui teneva fiale di morfina, antibiotici e stimolanti cardiaci. Infine inchiodò le assi al loro posto, con la sensazione di aver eliminato per sempre gli ultimi residui della sua vita di prima. Ora poteva affrontare senza riserve quello che gli preparava il futuro.
Tutto sembrava tranquillo, almeno in superficie, ma al calar della sera cominciarono i primi incidenti. Fu un sollievo per Laing. Fin dal tardo pomeriggio era in attesa insieme a un gruppo di inquilini del suo piano, nell'atrio degli ascensori. Possibile che non succedesse niente? Poi era arrivato un esperto in politica estera, con la notizia che dieci piani più in basso erano scoppiati violenti disordini per il possesso degli ascensori. Adrian Talbot, il simpatico psichiatra del ventisettesimo piano, era stato inondato di orina mentre saliva le scale. Si diceva anche che fosse stato devastato un appartamento al quarantesimo piano. Tutte queste provocazioni garantivano una notte calda.
A tutto questo si aggiunsero le notizie di condomini che, tornati a casa avevano trovato gli appartamenti devastati, i mobili fatti a pezzi, gli elettrodomestici rotti. Stranamente, nessuno aveva toccato le provviste di viveri. Era evidente che i gesti vandalici erano fini a se stessi, senza senso né scopo. Forse i danni erano stati provocati dagli stessi proprietari, che agivano senza rendersi conto di quel che facevano solo per riattizzare la violenza.
Gli incidenti si moltiplicarono nel corso della sera. Dal balcone, Laing vedeva la luce delle torce elettriche lampeggiare dalle finestre degli otto piani sottostanti, rimasti privi di elettricità, come se fossero segnali dei preparativi di qualche rito cruento.
Allora andò in anticamera al buio, e si mise a sedere con la schiena alla barricata. Non voleva accendere la luce per l'assurdo timore che qualcuno potesse salire e aggredirlo dall'esterno. Scolando una fiaschetta di whisky, rimase a guardare i programmi serali della TV, ma senza l'audio, perché quello che trasmettevano gli sembrava remoto e irreale. Anche le immagini pubblicitarie, così vicine alla realtà della vita quotidiana, gli sembravano giungere da un altro pianeta. Accovacciato in mezzo ai sacchi di immondizie, con la barricata di mobili alle spalle, guardava le massaie che pulivano le loro cucine immacolate e le bombolette di deodoranti che venivano spruzzate su ascelle ben curate. Tutto quello apparteneva a un misterioso universo domestico.
Le urla e le voci stridenti che venivano dal corridoio non lo turbavano, anzi, pensando a sua sorella, quei segni precursori di violenza lo rallegravano. La sofisticata Alice probabilmente avrebbe arricciato il naso davanti allo stato di abbandono del suo appartamento, ma le avrebbe comunque fatto bene trovare qualcosa da criticare. Il sudore, e lo strato scivoloso che gli copriva i denti, lo avvolgevano in una corazza di sporcizia e di cattivo odore, che invece di dispiacergli lo riempiva di fiducia: gli dava la sensazione di avere dominato l'ambiente coi prodotti del proprio corpo. Anche la prospettiva che i servizi igienici restassero presto intasati per sempre - cosa che da prima lo avrebbe riempito di schifo e di preoccupazione - adesso era invitante.
Trascurare l'igiene personale era ormai diventata un'abitudine non solo per lui, ma anche per tutti i condomini. L'odore acre dei corpi era il contrassegno inimitabile del palazzo. Era proprio la mancanza di questo odore la cosa che lo turbava di più nel mondo esterno, anche se Laing poteva trovare qualcosa di simile nelle aule di anatomia. Pochi giorni prima si era ritrovato a girare intorno alla scrivania della sua segretaria, tentando di aspirarne l'odore. La ragazza aveva alzato gli occhi stupita quando l'aveva visto chino su di lei come un barbone su un mucchio di rifiuti.

Una bottiglia andò a infrangersi su un balcone tre piani più in alto. I frammenti di vetro si dispersero come proiettili luminosi nell'oscurità. Da una finestra aperta usciva la musica di un giradischi tenuto a pieno volume, che rimbombava nella notte.
Laing si arrampicò sulla barricata per aprire la porta d'ingresso. Sul pianerottolo degli ascensori c'erano alcuni coinquilini intenti a sbarrare l'accesso alle scale con una porta antincendio. Cinque piani più sotto era in corso una spedizione punitiva. Dal ventesimo piano, l'urlo straziante di una donna risuonò nel pozzo di un ascensore.
Visto che Steele non arrivava, Laing decise di andarlo a cercare. Ma pianerottolo e corridoi erano ostruiti dalla gente che correva urtandosi nel buio, come se tutti volessero scappare più su del venticinquesimo piano. C'era stato un tentativo di invasione, ma gli aggressori erano stati scacciati. La luce delle torce elettriche sciabolava le pareti come un semaforo impazzito. Laing scivolò su una chiazza di unto e cadde. Una donna sopraggiunta di corsa alle sue spalle gli calpestò la mano, ferendolo al polso col tacco.
Nelle due ore successive lungo i corridoi e sulle scale fu un continuo susseguirsi di scontri, di movimenti da un piano all'altro, mentre le barricate venivano disfatte e ricostruite in continuazione. A mezzanotte, mentre se ne stava accovacciato dietro la porta antincendio rovesciata, incerto se cercare di raggiungere l'appartamento di Alice, Laing vide Richard Wilder in mezzo a un mucchio di sedie di metallo sparpagliate. Stringeva in mano la cinepresa, simile a un grosso animale, fermo a riprendere fiato, che seguiva la sua enorme ombra proiettata sui muri e sul soffitto. Sembrava sul punto di lanciarsi fuori dal nascondiglio nell'ombra e avventurarsi su per le viscere del condominio.
Invece non accadde niente. Il venticinquesimo piano rimase tranquillo. I disordini si erano spostati più in basso e Laing e i suoi amici si radunarono nell'appartamento di Adrian Talbot, seduti sul pavimento fra tavoli rotti e cuscini sventrati. Intorno a loro le torce deposte per terra formavano un cerchio luminoso che faceva brillare le bottiglie di vodka e di whisky.
Lo psichiatra, con un braccio al collo, girava per le stanze devastate cercando di riappendere i quadri con le cornici rotte ai muri coperti di scritte in vernici di tutti i colori. Talbot pareva più offeso dall'insulto personale di quelle oscenità antiomosessuali, che dalle condizioni in cui era ridotta la sua casa. Nonostante tutto, però, Laing trovava quelle scritte stimolanti. Le caricature oscene risaltavano alla luce delle torce elettriche come le figure priapiche disegnate dai cavernicoli.
«Meno male che a voi non fanno niente» disse Talbot sedendogli vicino. «È chiaro che io sono stato scelto come capro espiatorio. Questo palazzo era una polveriera di sentimenti repressi e adesso tutti danno libero sfogo alle più svariate forme di aggressività infantile.»
«È un modo come un altro di realizzarsi.»
«Forse. Nel pomeriggio mi hanno rovesciato addosso un secchio pieno di orina. Se continua così finirò per girare anch'io armato di bastone. Ma è sbagliato credere che si stia andando verso uno stato di felice primitivismo. Mi sembra che qui il modello non sia il nobile selvaggio, ma il nostro io postfreudiano privo d'innocenza, oppresso dalle cure esagerate per la propria persona, da un'educazione soffocante, dall'affetto apprensivo dei genitori... un miscuglio molto più pericoloso di tutto ciò a cui dovevano far fronte i nostri avi vittoriani. I nostri vicini hanno avuto un'infanzia felice, eppure sono pieni di risentimento. Forse perché non hanno mai avuto l'occasione di diventare perversi...» Mentre si curavano i lividi e le ferite, non smisero mai di bere. L'alcol ridava loro forza e coraggio. Laing ascoltò i resoconti di contrattacchi e vendette. Steele non si vedeva ancora benché Laing pensasse che il suo posto era li, perché il dentista era più adatto di Crosland a fungere da leader. Nonostante le contusioni Laing si sentiva pieno di ardore e non vedeva l'ora di tornare a gettarsi nella mischia. Il buio era rassicurante, li proteggeva; era l'atmosfera naturale del palazzo. Laing era fiero di avere imparato ad aggirarsi per i corridoi bui, a tre passi alla volta, a fermarsi per saggiare le tenebre, a ritrovare la strada del suo appartamento strisciando il più possibile vicino alla terra. L'idea del giorno che sarebbe sorto fra poche ore lo infastidiva.
La vera luce, quella più adatta al condominio, era il lampeggiare metallico delle polaroid, che a scatti intermittenti registravano i momenti della tanto sospirata violenza, per la gioia di poterli poi rivedere. Forse una specie di flora elettrica degenerata sarebbe nata dalle passatoie cosparse di rifiuti dei corridoi, per reazione a quella nuova fonte di luce. I pavimenti erano letteralmente coperti da rotoli di negativi anneriti, come faville cadute da quel sole interno.
Con la testa confusa per l'eccitazione e l'alcol, Laing si alzò quando i suoi vicini cominciarono ad avviarsi come un branco di studenti ubriachi, urlando e schiamazzando per farsi coraggio. Tre piani più in basso, Laing perse il senso dell'orientamento. Erano entrati nel settore di un clan di appartamenti abbandonati del ventiduesimo piano e si misero a vagare per le stanze vuote, prendendo a calci i televisori e facendo a pezzi le suppellettili delle cucine.
Cercando di schiarirsi la testa prima di andare a recuperare sua sorella, Laing vomitò sul davanzale di un balcone. Chino nel buio, ascoltava i rumori provenienti dall'interno, deciso ad andare da Alice non appena i suoi amici fossero usciti.
A un tratto si accese la luce alle sue spalle, e Laing, colto di sorpresa, si appoggiò al parapetto, aspettandosi di venire aggredito. Dopo pochi attimi le luci cominciarono a tremolare come un cuore impazzito. Laing si guardò le mani sporche e la camicia macchiata di vomito.
«Entrate, dottore» era la voce nitida e chiara del dentista. «Venite. Ho trovato qualcosa di molto interessante.»
Steele era in camera da letto e fece segno a Laing di avvicinarsi, agitando il bastone d'acciaio. Laing pensò che fosse riuscito a intrappolare il proprietario dell'appartamento o un altro inquilino che si era rifugiato lì. Ma alla luce vacillante del lampadario vide che non c'era nessuno nella stanza. Poi, seguendo la direzione del bastone, vide che Steele era riuscito a braccare un gattino fra le gambe della toeletta. Strappata di colpo una tenda di broccato dalla finestra, se ne servì per colpire la bestiola terrorizzata e spingerla nel bagno.
«Aspettate, dottore» disse con un tono di gelida allegria. «Non andatevene ancora...»
Le luci continuavano a vacillare, con uno spietato realismo del documentario di un'atrocità. Confuso e sorpreso dalla propria reazione, Laing rimase a guardare Steele che torturava il gattino sotto la tenda. Per qualche tortuoso motivo sembrava che il dentista traesse un piacere maggiore dalla presenza di un testimone. Laing, fermo sulla soglia del bagno, malgrado una debole avversione naturale si augurava che le luci non si spegnessero. E aspettò, mentre Steel e soffocava lentamente il gatto e poi lo faceva a pezzi sotto la tenda, come se eseguisse una complicata operazione chirurgica.
Quando finalmente ritrovò la forza di muoversi, Laing se ne andò senza aprire bocca. Si avviò cautamente lungo il corridoio buio, illuminato a tratti dalla luce che filtrava attraverso le porte semiaperte degli appartamenti saccheggiati, dove era rimasta accesa qualche lampada rovesciata, o un televisore. Intorno aleggiava una musica sommessa. Un registratore a pile continuava a funzionare per conto suo. In una stanza vuota, un proiettore trasmetteva le ultime immagini di un film pornografico sulla parete di fronte al letto.

Arrivato davanti alla porta di Alice, Laing esitò non sapendo come giustificare la sua visita, ma la sorella apri subito la porta facendogli cenno di entrare. Capì che lo stava aspettando. In soggiorno c'erano due valigie pronte. Alice si soffermò per l'ultima volta sulla soglia della sua camera da letto. Frobisher era sprofondato in un sonno pesante sotto la luce gialla intermittente di una lampada. Vicino a lui giaceva una bottiglia di whisky semivuota.
«Sei in ritardo» disse Alice al fratello prendendolo per un braccio. «Sono ore che ti aspetto.» Si avviò senza mai voltarsi a guardare il marito. Laing si ricordò di quella volta che lui e Alice se l'erano svignata allo stesso modo dalla stanza dove la loro madre giaceva sul pavimento senza sensi dopo aver bevuto troppo.
Mentre salivano verso il rifugio buio e sicuro del venticinquesimo piano, sentirono in lontananza colpi e grida rimbombare dalla tromba delle scale. Quindici piani, compreso quello dove abitava Laing, erano ormai sempre al buio.
Come un temporale duro a morire, prolungato da scrosci improvvisi, la violenza rumoreggiò per tutta la notte mentre Laing e sua sorella giacevano svegli su un materasso, nell'appartamento di lui.

Capitolo XII

Quattro giorni dopo, verso le due del pomeriggio, Richard Wilder tornò a casa dagli studi della TV. Rallentando per godere in pieno il momento dell'arrivo, si rilassò dietro il volante mentre guardava la facciata del condominio. Le file di macchine che lo circondavano erano coperte da uno strato ormai spesso di sporcizia e polvere di cemento che le correnti d'aria portavano dai mucchi di materiale da costruzione. Ormai pochissime auto lasciavano il parcheggio e scarseggiavano i posti liberi, ma Wilder percorse avanti e indietro tutti i vialetti intermedi, fermandosi al termine di ciascuno, per poi tornare al punto di partenza.
Sul mento non rasato aveva una ferita, ricordo di uno scontro avvenuto la notte precedente in corridoio. Se la tastò fino a riaprirla, poi guardò soddisfatto il dito macchiato di sangue. Aveva percorso a velocità sostenuta il tragitto dagli studi, urlando e suonando il clacson per chiedere strada, e ora finalmente si sentiva calmo e rilassato. La vista dei cinque enormi condomini gli procurava un senso di pace e di realtà, mentre le ore trascorse agli studi gli parevano un brutto sogno.
Sicuro di riuscire a trovare un posto libero, continuò la sua gimkana. In origine, come inquilino di uno dei primi piani, gli toccava parcheggiare in una delle file più esterne, ma nel corso delle ultime settimane aveva lasciato la macchina sempre più vicina al condominio. Aveva cominciato come una specie di atto di vanità, uno scherzo ironico a proprie spese, ma era diventata col tempo una cosa seria: un segno visibile di successo o fallimento. Dopo aver dedicato tanto tempo ai tentativi di scalare il condominio, sentiva che era nel suo diritto parcheggiare nelle file riservate ai condomini degli ultimi piani. Poco per volta sarebbe arrivato alla prima fila. Al momento del trionfo, quando avrebbe raggiunto il quarantesimo piano, la sua macchina si sarebbe allineata ai rottami di lusso, a un passo dal condominio.
La notte prima era rimasto parecchie ore al ventesimo piano, ed era perfino riuscito a raggiungere inaspettatamente il venticinquesimo durante una scorribanda. All'alba però era stato costretto a ritirarsi da quella posizione avanzata ed era tornato al suo attuale campo base, un appartamento del diciassettesimo piano di proprietà di un regista della TV, un certo Hillman, suo compagno di bevute in passato, e che ora aveva accettato sia pure a malincuore l'ingombrante ospite nel suo nido. L'occupazione di un piano, nell'accezione data al termine da Wilder, significava ben più dell'occupazione di un appartamento abbandonato. Ce n'erano a dozzine, nel condominio, se avesse voluto. Wilder si era imposto un severo programma. Doveva essere trattato da pari a pari dai vicini, e rispettato per essere arrivato fin lì grazie a qualcosa di più della sua sola forza fisica.
Il merito di averlo portato al ventesimo piano, in effetti, era uno dei tanti capricci demografici che avevano disorientato la sua scalata al condominio. Nel corso di una delle battaglie notturne si era ritrovato a dare una mano alla costruzione di una barricata che doveva bloccare l'ingresso di un appartamento del ventesimo piano dove abitavano due donne sole, due analiste di mercato. Dopo aver tentato di rompergli la testa con una bottiglia di champagne, quando lui aveva fatto capolino attraverso la porta rotta, avevano capito che le sue intenzioni non erano cattive e si erano affrettate ad accettare le sue offerte di aiuto. Wilder non era mai tanto calmo nei momenti più critici. La maggiore delle due, una bionda briosa sulla trentina, si era complimentata con lui dicendogli che era l'unico di tutto il condominio che avesse ancora la testa a posto. Da parte sua, Wilder era stato contento di sostenere un ruolo domestico invece di fare il leader populista e il Bonaparte degli ascensori e delle barricate, sgolandosi a insegnare a una truppa inesperta di direttori di giornali e bancari come difendere una scala o catturare un ascensore rivale. A parte ogni altra considerazione, più Wilder saliva e peggiori diventavano le condizioni fisiche degli abitanti dei piani. Ore e ore di cyclette in palestra erano servite a dar loro le energie necessarie a pedalare per altre ore sulla cyclette.
Dopo avere prestato aiuto alle due donne, aveva tirato l'alba bevendo vino e tentando di persuaderle ad accoglierlo nel loro appartamento. Gesticolando, come sua abitudine, con la macchina da presa, parlò del documentario che aveva intenzione di girare e le invitò a prendervi parte. Ma nessuna delle due sembrava molto allettata dalla prospettiva, mentre i condomini dei primi piani si erano subito offerti di partecipare, per poter sfogare le loro lamentele, la gente che abitava ai piani superiori era già comparsa altre volte in televisione, in veste di esperta nei vari programmi. «Io la televisione la voglio guardare» disse una delle due donne «non lavorarci.»
Poco dopo l'alba era arrivato un gruppo di donne che si erano riunite per fare delle scorrerie. I loro mariti o compagni si erano trasferiti altrove, oppure le avevano semplicemente piantate. Le guidava l'anziana scrittrice di libri per l'infanzia, che fulminò Wilder con un'occhiata appena lui le propose di partecipare al documentario. Capita l'antifona, Wilder preferì ritirarsi e tornò alla base, nell'appartamento del diciassettesimo piano.

Ora, mentre faceva manovra per trovare un posto dove parcheggiare la macchina, sentì un'esplosione a pochi metri di distanza: era una bottiglia che era andata a frantumarsi sul tetto di un'auto, precipitata da molto in alto, probabilmente dal quarantesimo piano. Wilder rallentò fin quasi a fermarsi, per offrire un bersaglio migliore. Guardando verso l'alto si aspettava di scorgere Anthony Royal in giacca bianca, con l'inseparabile alsaziano, fermo in una delle sue pose messianiche.
Nei giorni precedenti aveva intravisto più di una volta l'architetto, fermo in cima a una scala, o mentre si infilava in uno degli ascensori diretti agli ultimi piani. Wilder era sicuro che si esponesse apposta per attirarlo e fargli tentare di scalare la vetta. A volte sembrava che Royal sapesse che l'immagine lontana del padre aleggiava sempre in cima ai pensieri di Wilder. Aveva deciso di impersonarlo, ritenendo che i confusi sentimenti di Wilder nei riguardi del padre lo indebolissero nel proposito di scalare il condominio? Ma Wilder non cedeva; ogni notte riusciva a scalare qualche gradino in più, accorciando i tempi che li separavano dallo scontro finale e decisivo fra loro due.
I cocci di vetro scricchiolavano sotto le ruote come se stessero aprendo una chiusura lampo nei copertoni. Davanti a Wilder, nelle file riservate ai condomini degli ultimissimi piani, si era liberato il posto occupato un tempo dall'auto del gioielliere morto. Senza esitare, Wilder sterzò per parcheggiarvi la sua macchina.
Soddisfatto, si rilassò guardando compiaciuto i mucchi di rifiuti e le file di macchine ai lati. Gli sembrava un presagio favorevole aver trovato quel posto libero. Indugiò prima di scendere e poi sbatté forte lo sportello. Avviandosi verso l'ingresso si sentiva come un grosso proprietario terriero che si fosse tolto il capriccio di comprarsi una montagna.
Un gruppo di inquilini del primo piano lo guardò mentre andava con passo sicuro verso l'ascensore. I suoi continui spostamenti, i passaggi da un gruppo all'altro, li insospettivano. Di giorno, Wilder trascorreva qualche ora con Helen e i bambini al secondo piano, tentando di infondere un po' di energia a sua moglie, che invece continuava a chiudersi sempre più in se stessa. Prima o poi avrebbe finito per abbandonarla definitivamente. Di sera, quando ricominciava la sua scalata, lei tornava a ravvivarsi un po'; qualche volta gli parlava, commentando programmi televisivi di cui si era occupato anni prima. La sera precedente, mentre lui stava per uscire, dopo aver messo a letto i bambini e aver controllato le serrature, Helen lo aveva improvvisamente abbracciato, come se volesse trattenerlo. I muscoli della sua faccia smunta continuavano a contrarsi a intervalli irregolari, come se cercassero di ritrovare un equilibrio.

Appena entrato in casa, Wilder ebbe la sorpresa di trovare Helen in preda a una grande eccitazione: insieme a un altro gruppo di madri, aveva ottenuto un piccolo trionfo. Le due giovani donne del settimo piano che in altri tempi avevano insegnato all'asilo, si erano offerte di riaprire la scuola.
Più tardi, mentre lui apriva l'ultima scatola di cibo per prepararsi la cena, Helen si mise a sedere al tavolo da cucina. Le sue mani continuavano a muoversi freneticamente, come una coppia di uccelli spaventati in gabbia.
«Non riesco ancora a crederci! Per un paio d'ore non avrò i bambini fra i piedi.»
«Dove faranno lezione?»
«Qui, almeno per i primi due giorni. È il minimo che potessi fare.»
«Ma allora come fai a dire che non avrai più i bambini fra i piedi? Però, contenta tu...»
Che Helen abbia intenzione di abbandonare i figli,pensò Wilder, e mentre giocava con loro prese in considerazione la possibilità di portarli con sé nella sua impresa. Helen intanto stava cercando di rimettere un po' d'ordine nell'appartamento. Il soggiorno era stato devastato durante un'incursione, e mentre lei e i bambini si erano rifugiati nell'appartamento di un vicino, la maggior parte dei mobili erano stati fatti a pezzi. Adesso Helen stava portando le sedie sconquassate della sala da pranzo nello studio, dove le sistemava in fila davanti alla scrivania di Wilder: sembrava una sfilata di spaventapasseri, la parodia di un'aula scolastica.
Wilder non tentò nemmeno di darle una mano. Guardando sua moglie trasportare le pesanti sedie con le braccia scarne pensava che forse faceva apposta a stancarsi e che si imponesse una forma di autolesionismo per riconquistare il marito. Tutte le sere, al suo ritorno, lui si aspettava di trovarla seduta con una gamba ingessata o con la testa avvolta in un bozzolo di bende. Perché continuava a tornare da lei? La sua unica ambizione, attualmente era di potersene liberare. E stava diventando tanto forte da sopraffare il suo bisogno giustificato di mantenere in vita il legame che lo univa ai figli. Lasciando Helen si sarebbe liberato da tutto l'insieme di costrizioni infantili che aveva cercato di scuotersi di dosso fin dall'infanzia. Anche il suo esagerato interessamento per le donne faceva parte di quel tentativo di liberarsi dal passato, ma Helen, chiudendo sempre un occhio, lo rendeva inutile. Tuttavia quelle avventure gli erano state utili almeno nella scalata del condominio: gli fornivano i punti di appoggio che lo avrebbero portato fino al tetto, passando sopra i corpi delle donne con cui aveva intrattenuto una relazione.
Adesso non se la sentiva più di partecipare ai guai di sua moglie e dei vicini, tutta gente dalla mentalità ristretta e dalla vita meschina. Anche quell'ostinazione nel volere riaprire la scuola, ultimo gesto di ribellione di gente sfruttata prima di cadere nella definitiva sottomissione, non era che un indizio della loro fine. Si era arrivati al punto che il gruppo di donne del ventinovesimo piano avevano offerto il loro aiuto a Helen. Durante la tregua di mezzogiorno, la scrittrice di libri per l'infanzia e le sue favorite giravano per il condominio a portare aiuto alle mogli abbandonate, apostoli di una sinistra carità.
Wilder entrò nella camera dei bambini, che stavano giocando alla guerra con i mitra di plastica. Indossavano una tutina mimetica e degli elmetti di latta. Un abbigliamento sbagliato, pensò Wilder, alla luce di quel che stava succedendo nel condominio. La divisa da combattimento più adatta era un completo da agente di cambio, cartella e cappello a bombetta.
I bambini avevano fame. Wilder andò in cucina e trovò Helen inginocchiata davanti al forno elettrico. Lo sportello era aperto, e Wilder ebbe l'impressione che sua moglie volesse infilare il suo corpo sottile nella cavità, per cuocersi, come supremo olocausto alla famiglia.
«Helen!» Si chinò per sollevarla sorpreso nel sentirla così leggera: un mucchietto di ossicini sotto la pelle bianca. «Per amor del cielo, stai...»
«Niente, niente, sto bene... Mangerò qualcosa dopo.» Lo respinse e cominciò a ripulire sovrappensiero il fondo unto del forno. Wilder capì che era svenuta per la fame. Andò ad aprire la dispensa ma tutti gli scaffali erano vuoti. «Aspetta» disse. «Salgo al supermercato a comprarti qualcosa da mangiare. Ma perché non mi hai detto che stai morendo di fame?» aggiunse, con rabbia.
«Richard, te l'avrò detto decine di volte.» Stando seduta per terra, lo guardò mentre frugava nella sua borsetta alla ricerca di un po' di spiccioli. Il denaro era l'ultima cosa a cui Wilder sapesse pensare, in quei giorni; non si era nemmeno preoccupato di cambiare l'assegno dell'ultimo stipendio. Subito dopo andò a prendere la cinepresa e quando si voltò verso Helen, prima di uscire, si stupì notando lo sguardo duro dei suoi occhi nel visino affilato: come se godesse nel vedere che suo marito non era capace di agire senza portare con sé quel costoso giocattolo, che gli serviva da scusa e da paravento.
Wilder si chiuse la porta alle spalle e parti alla ricerca di roba da mangiare e da bere. Durante la tregua pomeridiana una delle vie d'accesso al supermercato al decimo piano era ancora aperta agli abitanti dei piani inferiori. Le scale erano bloccate in permanenza dalle barricate formate da mobili ed elettrodomestici ammucchiati dal pavimento dei pianerottoli fino al soffitto. Più d'una decina dei venti ascensori erano fuori uso, e gli altri funzionavano a tratti, secondo il capriccio dei clan dei piani alti.
Arrivato sul pianerottolo, Wilder sbirciò attraverso la grata dei cancelli dentro i pozzi ostruiti da sbarre diagonali fatte con pezzi di ringhiera e di tubi in modo da impedire alle cabine di scendere o salire oltre.
Le pareti erano coperte da scritte, disegni ed elenchi di appartamenti da saccheggiare. Accanto alla porta delle scale, un avviso di tipo militare avvertiva che una certa scala era agibile nelle prime ore del pomeriggio, prima del coprifuoco delle tre.
Wilder sollevò la cinepresa inquadrando la scritta nell'obiettivo. Quella ripresa avrebbe costituito un sottofondo scioccante ai titoli di testa del documentario. Era sempre convinto della necessità di filmare gli avvenimenti che accadevano nel condominio, ma non si decideva mai a cominciare. Il lento disfacimento del palazzo gli ricordava alcune scene al rallentatore di un documentario su una città andina che andava lentamente sfaldandosi sui pendii della montagna, con gli abitanti che non volevano darsi per vinti e continuavano ad annaffiare i giardini e a preparare i pasti, mentre i muri si sgretolavano intorno a loro.
Ormai venti piani si trovavano al buio, e più di cento appartamenti erano stati abbandonati dai proprietari. Il sistema dei clan, che in principio era servito a dare una certa misura di sicurezza ai condomini, adesso si era quasi completamene disintegrato, e aveva lasciato il posto a gruppi individuali che scivolavano lentamente nella parodia o nell'apatia. Si diffondeva una tendenza generale a chiudersi negli appartamenti, o addirittura in una stanza, isolandosi con le barricate. Arrivato al quinto piano, Wilder si fermò, sorpreso di non trovare nessuno in giro. Insospettito accostò l'orecchio alla porta, temendo un agguato. L'alta figura di un sociologo di mezza età uscì dall'ombra e scivolò scomparendo come uno spettro lungo il corridoio ingombro di rifiuti con uno secchio di spazzatura in mano.
Nonostante le condizioni disastrose dei servizi, l'acqua mancava quasi dappertutto, le bocche di aerazione dell'impianto di condizionamento erano otturate da rifiuti ed escrementi, le ringhiere delle scale erano state divelte in più punti, il comportamento dei condomini continuava a essere quasi normale nelle ore diurne. Sul pianerottolo del settimo piano, Wilder si fermò per pisciare sugli scalini. Pur sorprendendosi del suo gesto, lo giudicò una scorrettezza di poca importanza. Di notte, invece, durante le scorrerie, e gli scontri, provava un vero piacere nel liberarsi ovunque si trovasse, incurante delle conseguenze igieniche che ne sarebbero potute derivare per tutti e anche per lui. La sera prima si era divertito a scacciare malamente una donna terrorizzata che lo aveva sorpreso a defecare sul pavimento del suo bagno.
Wilder si sentiva a suo agio solo di notte, perché al buio poteva sfogarsi senza ritegno, e liberare gli istinti repressi. Ed era felice che questo lato deviante del suo carattere avesse avuto modo di esternarsi, soprattutto perché quel contegno libero e degenerato gli riusciva più spontaneo via via che saliva più in alto, come se venisse incoraggiato dalla misteriosa logica del condominio.

Il centro commerciale del decimo piano era deserto. Wilder spinse il battente dai vetri rotti ed entrò. Banca, parrucchiere e spaccio dei liquori erano chiusi. L'unica cassiera rimasta al supermercato, la moglie di un cameraman del terzo piano, sedeva stoicamente al suo posto, dominando un mare di rottami. Wilder si aggirò fra gli scaffali vuoti. Involucri di cibo andato a male galleggiavano nell'acqua unta sul fondo dei banchi dei surgelati. Al centro del supermercato, una piramide di scatole di biscotti per cani era crollata ingombrando il passaggio. Wilder riempì il cestino con tre scatole di quei biscotti e una dozzina di scatolette di cibo per gatti. Sarebbero serviti a Helen e ai bambini fino a quando non fosse riuscito a razziare qualcosa di più sostanzioso in un appartamento.
«Non è rimasto altro che cibo per animali» disse alla cassiera. «Non fate rifornimento?»
«Non c'è richiesta» rispose la donna, grattandosi distrattamente un profondo graffio sulla fronte. «Si vede che c'è stata una corsa agli accaparramenti.»
Ma Wilder pensò che non era vero. Era entrato in molti appartamenti vuoti e non aveva trovato scorte di viveri. Sembrava che nessuno si preoccupasse di quello che poteva succedere il giorno seguente.
In fondo al salone, oltre la distesa dei caschi rovesciati fuori dal negozio di parrucchiere, si vedevano le luci dell'indicatore di un ascensore spostarsi da sinistra a destra. L'ultima cabina in servizio pubblico stava salendo. Fra il venticinquesimo e il trentesimo piano qualcuno l'avrebbe bloccata segnando la fine del periodo di tregua.
Wilder accelerò il passo senza pensarci. Arrivò al cancello mentre la cabina si era fermata al nono piano per scaricare un passeggero. All'ultimo momento, quando stava per ricominciare a salire, Wilder premette il bottone di chiamata.
Nei pochi secondi di attesa prima che la cabina arrivasse, si rese conto che aveva deciso di abbandonare Helen e i bambini per sempre. Ormai non gli restava che una strada, quella che portava in alto. Come uno scalatore che si è concesso un attimo di riposo a poche decine di metri dalla vetta, non aveva altra alternativa che salire.
Il cancello dell'ascensore si aprì e lui si trovò di fronte a una quindicina di persone, rigide come manichini in plastica. Si mossero all'unisono, con un forte stropiccio di piedi, per fargli posto. Wilder ebbe un attimo di esitazione, sentendo per un'ultima volta l'impulso di voltarsi e scendere di corsa le scale fino al suo appartamento. I passeggeri lo fissavano, incerti sui motivi del suo indugio, sospettando che potesse macchinare qualche atto di violenza contro di loro. All'ultimo momento, quando già il cancello stava per chiudersi, Wilder salì nella cabina brandendo la cinepresa. E ricominciò ancora una volta la scalata al condominio.

Capitolo XIII

Dopo una sosta di venti minuti, snervante come una fermata a un posto di confine, l'ascensore salì al sedicesimo, poi al diciassettesimo piano. Esausto per la lunga attesa, Wilder scese, guardandosi intorno alla ricerca di un posto dove lasciare lo scatolone coi cibi per animali. Spalla a spalla nella calca, i professionisti di ritorno a casa tenevano stretta la cartella ed evitavano di guardarsi negli occhi, preferendo fissare le pareti coperte di scritte. Il tetto d'acciaio della cabina era stato asportato e il lungo cunicolo che saliva sopra di loro li rendeva facile bersaglio degli oggetti che qualcuno poteva gettare dall'alto.
I tre passeggeri scesi assieme a Wilder scomparvero fra le barricate e fiancheggiavano i corridoi semibui. Quando Wilder arrivò all'appuntamento di Hillman trovò la porta sbarrata. Dall'interno non proveniva nessun rumore. Wilder tentò di scassinare la serratura. Probabilmente Hillman e sua moglie avevano lasciato l'appartamento per rifugiarsi presso qualche amico. Ma poi senti un leggero movimento al di là della porta, e accostando l'orecchio al battente sentì la signora Hillman che parlava da sola a mezza voce, trascinando un oggetto pesante sul pavimento dell'anticamera.
Dopo aver bussato e discusso a lungo, Wilder riuscì a entrare. Un'enorme barricata di mobili, elettrodomestici, libri e oggetti vari bloccava l'ingresso. Hillman era steso su un materasso in camera da letto con la testa avvolta in una benda fatta con una camicia strappata, da cui il sangue colava inzuppando il cuscino. All'ingresso di Wilder, alzò la testa e allungò una mano alla ricerca di un pezzo di ringhiera abbandonato per terra accanto al letto. Hillman era stato uno dei primi capri espiatori scelti come vittime di un'aggressione perché i suoi modi bruschi e indipendenti facevano di lui un bersaglio naturale. Nel corso di un'incursione al piano di sotto era stato colpito alla testa da una statuetta-premi di un concorso alla TV mentre cercava di aprirsi un varco sulla scala sorvegliata. Wilder l'aveva trasportato nel suo appartamento e aveva trascorso il resto della notte a curarlo.
Col marito ridotto in quello stato, la signora Hillman dipendeva in tutto e per tutto da Wilder, e sembrava che ci provasse gusto. Quando lui non c'era passava il tempo a preoccuparsi come una madre apprensiva che aspetta con ansia il figlio disubbidiente, pronta però a perdonarlo appena torna a casa.
Mentre Wilder guardava Hillman, la donna lo tirò per la manica. Si preoccupava più della barricata che del marito, al quale la ferita procurava gravi disturbi alla vista. Aveva aggiunto alla barricata tutti gli oggetti che era riuscita a trasportare, minacciando di chiuderli per sempre nell'appartamento come in una tomba. Wilder aveva preso l'abitudine di dormire nelle ore che precedevano l'alba su una poltrona incastrata nella barricata; nel dormiveglia la sentiva andare avanti e indietro instancabile, per aggiungere al cumulo qualche mobiletto, due o tre libri, un cofanetto portagioielli. Una volta, svegliandosi, l'aveva scoperta mentre cercava di incastrare nella barricata la sua gamba sinistra. Spesso gli ci voleva un'ora per aprirsi un varco e uscire dall'appartamento.
«Cosa c'è? Perché mi tiri per il braccio?» La donna stava sbirciando lo scatolone pieno di cibi per animali, che in mancanza di mobili, lui non sapeva dove appoggiare. Senza capirne il motivo, Wilder non voleva che anche lo scatolone finisse nella barricata.
«Hai visto che ti ho fatto trovare la casa pulita?» gli disse lei con una punta di fierezza. «Mi avevi chiesto di farlo, no?»
«Sì, certo.» Wilder si guardò intorno con aria da padrone. In realtà non si era proprio accorto di niente; e comunque fosse preferiva che l'appartamento restasse sporco.
«Cos'è?» La donna indicava lo scatolone conficcandogli un dito tra le costole tutta eccitata come una madre che avesse ricevuto dal figlio una sorpresa. «Mi hai portato un regalo?»
«Non toccare!» Wilder la respinse sgarbatamente, facendole quasi perdere l'equilibrio. In fondo però si divertiva a quell'assurdo cerimoniale che gli faceva provare uno stato d'intimità impossibile con Helen. Più in alto saliva, più si sentiva libero di dedicarsi a quei giochi.
La signora Hillman riuscì a estrarre un pacchetto di biscotti per cani dallo scatolone. Era piccola, ma estremamente agile. Guardò il grasso bassotto riprodotto sul coperchio. Sia lei sia il marito erano sparuti come spaventapasseri. In uno slancio di generosità, Wilder le offrì una scatola di carne per gatti.
«Inzuppa i biscotti nel gin... so che ne hai una bottiglia nascosta da qualche parte. Ti farà bene.»
«Prenderemo un cane» esclamò, poi vedendo che questa proposta lo aveva irritato, gli si appoggiò al petto, accarezzandolo. «Un cagnolino» piagnucolò con voce supplichevole. «Me lo porti un cagnolino? Per piacere, Dicky...»
Wilder cercò di scostarla, ma il tono implorante e il tocco delle sue dita sui capezzoli gli procuravano uno strano turbamento, eccitandolo. Hillman, con la camicia insanguinata avvolta come un turbante intorno alla testa, li guardava passivamente con la faccia esangue. Wilder pensava che i disturbi alla vista dovevano dargli l'impressione che l'appartamento fosse pieno di copie riflesse di lui e sua moglie che si abbracciavano. Per saggiarne la reazione, strinse a sé la signora Hillman, e cominciò a carezzarle le natiche simili a piccole mele, ma Hillman rimase indifferente. Wilder smise, accorgendosi che la donna rispondeva alle carezze, mentre lui voleva che i loro rapporti si sviluppassero su un altro piano.
«Dicky, io lo so perché sei venuto a salvarmi» la donna lo seguì mentre girava intorno alla barricata, senza mai lasciargli il braccio. «Dimmi, li punirai?»
Era un altro dei loro giochi. Andarla a salvare significava per lei soprattutto costringerli,cioè costringere tutti quelli che abitavano al di sotto del diciassettesimo piano a mangiare la polvere e a prostrarsi davanti alla sua porta.
«Li punirò» le promise Wilder. «Contenta?»
Stavano appoggiati alla barricata, e lei gli posava sul petto la faccia ossuta. Wilder pensava che non si sarebbe potuta trovare una coppia peggio assortita per recitare la parte di madre e figlio. Infatuata dalla prospettiva della vendetta, la signora Hillman allungò una mano ed estrasse un tubo di metallo dalla barricata. Man mano che lo sfilava, Wilder si accorse che era la canna di un fucile. Sorpreso, le tolse l'arma di mano. Lei lo guardava con un sorriso incoraggiante, come se si aspettasse di vederlo uscire subito e ammazzare qualcuno a fucilate. Aprì la culatta. Due cartucce erano già pronte sotto i percussori.
Wilder spostò l'arma in modo che fosse fuori dalla portata della signora Hillman, e solo allora gli venne fatto di pensare che doveva essere una delle tante armi conservate dai condomini: fucili da caccia, ricordi di guerra, pistole per difesa personale. Tuttavia non era mai stato sparato un solo colpo, nonostante l'epidemia di violenza. E Wilder sapeva perché. Lui stesso non si sarebbe mai deciso a servirsi di quel fucile, neppure in punto di morte. Fra i condomini vigeva un tacito accordo per cui le divergenze andavano risolte solo con mezzi fisici.
Infilò il fucile nella barricata, incastrandolo a fondo e respinse la donna con una manata sul petto. «Vattene, salvati da sola.»
Mentre lei protestava, un po' per scherzo e un po' sul serio prese qualche manciata di biscotti e li sparpagliò in giro. Si divertiva a trattarla male. Continuò a schermirla sotto gli occhi del marito impotente, fingendo di offrirle i biscotti finché lei non corse a rifugiarsi piangendo in cucina.
La serata proseguì felicemente su quel tono. Col calare delle tenebre, Wilder diventò sempre più sgarbato e volgare, divertendosi a infierire come un teppista minorenne contro un'insegnante inebetita.

Rimase nell'appartamento del diciassettesimo piano fino alle due di quella notte, contrassegnata solo dallo sporadico scoppio di qualche isolato episodio di violenza. Il sensibile declino del numero degli incidenti lo turbava, perché per terminare la scalata al condominio, Wilder contava di potersi offrire come mercenario a qualcuno dei grandi contendenti. Ma i conflitti tribali della settimana precedente erano cessati. Con il crollo della struttura dei clan, i conflitti e le linee di armistizio formali si erano dissolti ed erano stati sostituiti da una serie di piccoli nuclei, un insieme di tre o quattro appartamenti isolati, dove era molto più difficile penetrare e farsi valere.
Seduto nel buio del pavimento del soggiorno, insieme alla signora Hillman, stava in ascolto dei rumori provenienti dall'esterno. Gli inquilini del condominio erano come gli animali di uno zoo al buio, immerso in una quiete superficiale interrotta a tratti da brevi esplosioni di violenza feroce.
I vicini di porta degli Hillman, un assicuratore e sua moglie, due commercialisti e un farmacologo, erano gente incerta e disorganizzata. Wilder era andato più volte da loro, ma i suoi tentativi di allearsi e costituire un fronte unico erano caduti nel vuoto. Le loro menti inebetite si ridestavano solo nei momenti in cui esplodeva la più brutale e insensata violenza. Wilder inventava persino delle storie per eccitarli, ma le sue fantasie riuscivano a scuoterli dal torpore solo per pochi istanti.
Andava prendendo piede in tutto il condominio il nuovo sistema di raggrupparsi intorno a un capo più aggressivo e radicale. Dopo mezzanotte, dietro le barricate sui pianerottoli e nei corridoi, si vedevano lampeggiare le torce elettriche nei punti dove gruppetti di cinque o sei condomini sedevano in circolo fra i sacchi di spazzatura, eccitandosi a vicenda come ospiti di un pranzo di nozze in preda a un'allegria sensuale.
Wilder lasciò gli Hillman poco dopo le due, con l'intenzione di dare la sveglia ai vicini. Gli uomini se ne stavano accovacciati brandendo mazze e bastoni, con l'immancabile fiaschetta di whisky a portata di mano. La luce delle lampade illuminava i sacchi di immondizia ammucchiati intorno, con un museo visibile dei loro rifiuti. Malgrado avessero mangiato poco o nulla negli ultimi giorni, i vicini si dimostrarono riluttanti a seguirlo quando Wilder propose di fare un'escursione al piano di sopra per procurarsi del cibo. Visto che non riusciva a persuaderli, pensò astutamente di eccitare la loro fantasia. Ancora una volta scelse come capro espiatorio lo psichiatra Adrian Talbot, inventando lì per lì che aveva molestato un bambino in uno spogliatoio della piscina. Il fatto che l'accusa fosse falsa, e tutti lo sapessero, servi a darle maggior peso. Tuttavia, prima di decidersi a muoversi, insistettero perché Wilder inventasse un'accusa ancora più pesante, come se solo una colpa attribuita alle abitudini sessuali di Talbot avesse il potere di spingerli all'azione. Secondo la logica del condominio, i più innocenti diventavano i più colpevoli.
Prima dell'alba, Wilder si trovava in un appartamento vuoto del ventiseiesimo piano, già occupato da una donna col suo bambino che se n'erano andati senza preoccuparsi di chiudere la porta. Wilder era stanco morto e aveva piantato in asso i suoi compagni lasciando che cercassero da soli di fare irruzione per la decima volta nell'appartamento di Talbot. Lui aveva deciso di approfittare degli ultimi momenti di buio per sistemarsi e poi dormire tutto il giorno, in attesa di riprendere la scalata al tramonto.
Si mise a ispezionare le tre stanze, contento di non trovare nessuno nascosto in cucina o nel bagno. Girando al buio, cercò di fare quanto più danno poteva, sfondando a calci gli sportelli della credenza e gettando per terra libri e soprammobili. Prima di andarsene, la proprietaria aveva fatto un po' d'ordine, ma la vista dei pavimenti puliti e delle tende ben tirate gli dava fastidio. Tolse i cassetti e li sbatté per terra, levò i materassi dai letti e pisciò sul pavimento del bagno. Guardando la propria figura massiccia riflessa dallo specchio della camera da letto provò una gran voglia di spaccare la lastra di cristallo, ma la vista dei propri grossi genitali - una clava bianca che spiccava nella penombra - lo calmò. Gli sarebbe piaciuto adornarsi in qualche modo, magari intrecciando intorno alla fronte un nastro con un fiocco floreale.
Adesso che era solo, era certo che la sua impresa sarebbe riuscita. Sentiva anche fame, ma era molto più forte il senso di trionfo, per avere scalato più di metà del condominio. Dalle finestre riusciva a malapena a scorgere il terreno sottostante, parte di un mondo che si era lasciato alle spalle. In qualche punto sopra di lui, Anthony Royal passeggiava col suo grande cane bianco e ignorava la sorpresa che gli sarebbe capitata fra poco.
All'alba arrivò la proprietaria dell'appartamento che entrò tentoni in cucina, dove Wilder stava riposando. Ormai non era più tanto stanco e stava comodamente seduto per terra, con le spalle ai fornelli a gas, e intorno i resti del pasto consumato. Aveva trovato alcuni barattoli di cibo e un paio di bottiglie di vino rosso, nel solito nascondiglio, sotto il fondo dell'armadio a muro in camera da letto. Mentre apriva i barattoli si era divertito con un registratore a batteria che aveva trovato fra i giocattoli del bambino. Aveva registrato i suoi grugniti e i suoi rutti, per poi riascoltarli. Il divertimento consisteva nel combinare due o tre serie di rutti, ed era tutto soddisfatto dell'abilità delle sue mani sporche e dalle unghie nere nel manovrare l'apparecchio.
Le bottiglie di chiaretto gli avevano procurato una piacevole sonnolenza. Si stava imbrattando il petto con il vino rosso quando la donna entrò in cucina e inciampò nelle sue gambe.
Si fermò sorpresa a guardalo, e lui riconobbe la tizia che una volta si chiamava Charlotte Melville. Adesso il nome si era staccato da lei come il numero di contrassegno di un atleta strappato dal vento. Wilder sapeva di essere già stato varie volte in quell'appartamento, e questo spiegava perché i mobili e i giocattoli del bambino gli erano apparsi vagamente familiari, anche se le sedie e il divano erano stati disposti in modo diverso per coprire i nascondigli.
«Wilder?» Incerta, Charlotte Melville pronunciò adagio il suo nome. Aveva passato la notte col bambino nell'appartamento dell'esperto in statistica che abitava tre piani più in alto con cui conviveva da qualche tempo; alle prime luci dell'alba, quando era tornata la calma, era scesa con l'intenzione di prendere le ultime provviste di viveri prima di abbandonare per sempre il suo appartamento. Si riebbe subito dalla sorpresa e guardò con occhio critico l'uomo semisdraiato come un selvaggio, col sesso esposto, circondato dalle bottiglie di vino, e il petto muscoloso dipinto a strisce rosse. Non era offesa né seccata, accettava fatalisticamente i danni che lui aveva provocato nel suo appartamento e il forte odore di piscia proveniente dal bagno.
Le parve che Wilder fosse semiaddormentato e arretrò in punta di piedi verso la porta. Ma lui allungò una mano e l'afferrò per una caviglia, guardandola con un sorriso ebete. Poi si alzò, le prese la vita con un braccio, e sollevò il registratore come se volesse colpirla. Invece lo accese, per farle sentire la sequela di rutti e grugniti, soddisfatto di poterle dimostrare com'era bravo. Intanto la spingeva lentamente per l'appartamento, mentre lei arretrava da una stanza all'altra. Quando la colpì per la prima volta, facendola cadere sul pavimento della camera da letto, cercò di registrare il suo urlo soffocato, ma il nastro si era inceppato. Lo liberò, e si chinò a schiaffeggiarla, e smise solo quando fu riuscito a registrare una bella serie di urla e di lamenti. Si divertiva a terrorizzarla, e a registrare le sue reazioni, a volte esagerate, ma dettate da una genuina paura. Quando la possedette brutalmente sul materasso della camera del bambino, sistemò il registratore acceso sul pavimento; poi riascoltò i rumori del breve stupro, insieme a quello degli abiti strappati e degli ansiti di rabbia di lei.
Più tardi, stanco della donna e dei giochetti col registratore, scagliò l'apparecchio in un angolo. Il suono della propria voce, sebbene bassa e roca, era un elemento stonato. Gli seccava parlare con chiunque, come se le parole alterassero il senso di tutto.
Dopo che Charlotte si fu rivestita, mangiarono insieme sul balcone, educatamente seduti a tavola, con una formalità grottesca e fuori moda. Charlotte mangiò i rimasugli di carne in scatola che aveva trovato sparsi sul pavimento della cucina. Wilder scolò gli ultimi resti del chiaretto, e tornò a disegnarsi le strisce rosse sul petto. Il sole ormai alto sull'orizzonte gli riscaldava i genitali nudi, e lui si sentiva come un marito soddisfatto che se ne sta accanto alla moglie in una villa di montagna. Cercò di spiegare a Charlotte il motivo che lo spingeva a scalare il condominio, indicandole goffamente il tetto, ma lei non capì. Avvolgendo il corpo robusto nella vestaglia, lo guardava con aria indifferente e passiva, nonostante i lividi sulle guance e sulla bocca.
Dal balcone, Wilder riusciva a vedere la cima del palazzo, una dozzina di piani più su. La sensazione di vivere così in alto lo inebriava come vino. Riusciva a vedere le file di grossi uccelli appollaiati sulle balaustre, in attesa di arrivare a prenderne il controllo.
Sotto, al ventesimo piano, un uomo cuoceva sul balcone qualcosa su un fuoco alimentato da pezzi di sedie.
Un'auto della polizia stava avvicinandosi all'imbocco del centro residenziale. Alcuni condomini andavano al lavoro di buonora vestiti dignitosamente e con l'immancabile cartella in mano. Le macchine abbandonate nei viali d'accesso impedivano all'auto della polizia di arrivare fin sotto al condominio, e gli agenti smontarono mettendosi a parlare con i condomini di passaggio. Di solito nessuno avrebbe mai risposto a un estraneo, mentre ora tutti si raggruppavano intorno ai due poliziotti. Wilder temette per un attimo che si tradissero, ma poi, benché non potesse sentirli, fu certo che sapevano quel che dicevano. Cercavano di calmare i poliziotti, di convincerli che era tutto a posto, nonostante i mucchi di rottami e sporcizia.
Prima di andare a dormire, Wilder controllò che la porta d'ingresso fosse ben chiusa. Si fermò sulla soglia, mentre l'aria stagnante del corridoio veniva risucchiata dalla finestra sul balcone. Gli odori aspri e forti del condominio gli piacevano. Come la spazzatura, anche gli escrementi degli ultimi piani avevano un odore completamente diverso.
Tornato sul balcone, vide che la macchina della polizia si allontanava. Tre dei venti condomini o poco più che ancora uscivano tutte le mattine, stavano tornando, evidentemente esausti per avere parlato con gli agenti. Wilder li vide entrare in fretta nell'atrio convinto che non sarebbero usciti mai più. Ormai il condominio era quasi assolutamente separato dal mondo circostante, e la separazione definitiva avrebbe coinciso col suo arrivo sulla vetta. Confortato da quella immagine, Wilder si mise a sedere sul pavimento con la testa sulla spalla di Charlotte Melville e si addormentò mentre lei seguiva col dito i tatuaggi delle striature di vino che lui aveva sul petto e sulle spalle.

Capitolo XIV

Al crepuscolo, dopo avere rinforzato la guardia, Anthony Royal ordinò di accendere le candele sul tavolo della sala da pranzo. Con le mani nelle tasche della giacca da sera, guardava dalle finestre dell'attico al quarantesimo piano il complesso del centro residenziale circostante. I condomini usciti per andare al lavoro avevano già parcheggiato la macchina ed erano rientrati. Dopo averli visti rincasare tutti sani e salvi, Royal sentì per la prima volta che poteva rilassarsi, come un capitano ansioso di alzare le vele dopo che l'ultimo dei suoi uomini è tornato a bordo da una licenza in un porto straniero.
Era cominciata la sera.
Royal si mise a sedere a capotavola su una sedia di quercia dallo schienale alto. La luce vacillante delle candele illuminava le posate d'argento e le suppellettili dorate, riflettendo sulle superfici levigate l'immagine della sua giacca da sera. Di solito quell'esibizione teatrale lo faceva sorridere, come l'immagine pubblicitaria di un dubbio gusto e a buon mercato di qualche prodotto di lusso. La messinscena era cominciata tre settimane prima, quando lui e Pangbourne avevano deciso di vestirsi per la cena. Royal aveva ordinato alle donne di allungare il tavolo da pranzo, in modo da potersi sedere con la schiena contro le finestre da cui si vedevano le luci del condominio vicino. Ubbidendo ai suoi desideri, le donne avevano tolto le candele e l'argenteria dai nascondigli e servito un pasto elaborato. Le loro ombre ondeggiavano sul soffitto come se fossero stati nel salone da pranzo di un signorotto feudale. Pangbourne, seduto al lato opposto della tavola, era rimasto adeguatamente colpito.
Naturalmente, come il ginecologo sapeva bene, tutta quella pantomima non aveva senso. A un passo dal cerchio di luce delle candele s'innalzavano per due metri d'altezza i sacchi di spazzatura. Fuori, corridoi e scale erano ingombri di mobili rotti e barricate fatte di lavatrici e frigoriferi. I vani degli ascensori servivano come immondezzai. Nessuna delle venti cabine funzionava più, e nei lunghi pozzi si ammucchiavano rifiuti e carogne di cani. Una parvenza di civiltà continuava a sopravvivere negli ultimi tre piani, ultima unità tribale del condominio. Ma sia Pangbourne sia Royal avevano commesso un errore pensando che ai piani sottostanti fosse rimasta una qualche forma di organizzazione sociale da poter dominare e sfruttare ai propri fini. Intorno a loro non esisteva più traccia di organizzazione sociale. I clan si erano disintegrati riducendosi a gruppetti di assassini, cacciatori solitari che costruivano trappole per le persone negli appartamenti vuoti o assalivano chiunque riuscissero a trovare isolato nei corridoi o sui pianerottoli deserti.
Royal alzò gli occhi dal ripiano lucido del tavolo. Era entrata una donna reggendo fra le braccia robuste un pesante vassoio d'argento. Guardandola, si ricordò che era la signora Wilder. Indossava uno dei pigiami di ottimo taglio di Anne, e Royal pensò ancora una volta alla facilità con cui quella donna intelligente si era adattata alla vita dei piani superiori. Due settimane prima, quando l'avevano trovata rintanata coi bambini in un appartamento del diciannovesimo piano, dopo che Wilder l'aveva abbandonata, era esausta, mezza morta di fame e di rabbia. Aveva iniziato l'ascesa al condominio, forse per andare alla ricerca del marito, o forse invece spinta da uno sconosciuto istinto. La sua squadra che aveva partecipato alla scorreria l'aveva portata all'ultimo piano. Pangbourne avrebbe voluto sbarazzarsi di quella donna anemica e vagabonda, ma Royal l'aveva impedito. Wilder, ne era certo, stava ancora tentando la scalata, e un giorno forse sua moglie sarebbe diventata un ostaggio prezioso. Così, Helen si era unita al gruppo di mogli abbandonate che vivevano coi loro bambini nell'appartamento accanto, guadagnandosi la vita come domestiche.
In pochi giorni, la signora Wilder aveva riguadagnato le forze e la sicurezza di sé. Ora che non aveva più l'aria intontita e le spalle curve, ricordava a Royal la moglie seria e attraente di un regista televisivo che era venuto ad abitare nel condominio un anno prima.
Notando che sparecchiava il posto di Pangbourne, ammucchiando le stoviglie sul vassoio d'argento, le disse: «Non mi sembra che occorra pulirle. Il dottor Pangbourne non baderà se non sono perfettamente lustre.» Poiché lei lo ignorava continuando a sparecchiare le chiese: «Vi ha detto qualcosa? Non verrà stasera?»
«Né stasera né mai più.» E aggiunse, fissando Royal come se fosse preoccupata per lui: «Se fossi in voi non mi fiderei del dottor Pangbourne.»
«Ho sempre diffidato di lui.»
«Quando un uomo come Pangbourne perde l'appetito per il cibo, è logico presumere che ha trovato qualcosa di più interessante da mettere sotto i denti... e di molto più pericoloso, anche.»
Royal ascoltò il consiglio senza far commenti. Non lo stupiva che le cene a due fossero finite. Tanto lui quanto Pangbourne, prevedendo l'inevitabile scissione dell'ultimo clan del condominio, si erano ritirati nei rispettivi quartieri alle estremità opposte del tetto, portando con sé ognuno le sue donne. Pangbourne si era trasferito nell'attico che era stato di proprietà del gioielliere morto. Era strano, pensava Royal, ma a poco a poco stavano tornando al punto di partenza, ogni condomino isolato nel proprio appartamento.
Qualcosa gli suggeriva di rinunciare alla cena, tuttavia attese che la signora Wilder lo servisse. Essendo riuscito a sopravvivere così a lungo, non temeva niente di quel che poteva tramare il ginecologo. Col passare del tempo erano scomparsi anche i postumi dell'incidente e Royal si sentiva più forte e sicuro di prima. Era riuscito nel suo tentativo di dominare il condominio e aveva dimostrato ampiamente di avere il diritto di governare sull'enorme palazzo, anche a costo di mandare in frantumi il suo matrimonio. Quanto all'ordine sociale che aveva sperato di veder nascere, ora sapeva che la sua primitiva visione di una grande uccelliera verticale era più vicina alla realtà di quanto avesse immaginato. Senza saperlo, aveva costruito un gigantesco zoo verticale, con centinaia di gabbie sovrapposte. Tutto quello che era successo negli ultimi mesi aveva un senso se ci si rendeva conto che quelle brillanti ed esotiche creature avevano imparato ad aprire gli sportelli.
Royal si appoggiò allo schienale mentre la signora Wilder lo serviva. Poiché la sua cucina mancava degli utensili necessari, i pasti venivano preparati nell'appartamento vicino. Come sempre, la portata principale era un trancio d'arrosto. Royal non chiedeva mai di che animale fosse, probabilmente cane. Le donne sapevano come rifornirsi. La signora Wilder rimase in piedi accanto alla sedia, mentre lui assaggiava la carne fortemente drogata. Come una brava governante aspettava che Royal esprimesse la sua approvazione, benché almeno in apparenza né lodi né critiche la toccassero. Parlava con voce piatta, diversa dai toni concitati di Anne e delle altre. La signora Wilder passava più tempo con sua moglie di quanto ne passasse lui. Sei donne vivevano insieme nell'appartamento vicino, senza nascondersi, pensando in questo modo di evitare un attacco di sorpresa. A volte Royal andava a trovare Anne, ma in quel gruppo di donne così unite, che sedevano sui letti circondati da sacchi di spazzatura e badavano ai bambini di Wilder, avvertiva qualcosa che lo intimidiva. Lo fissavano mentre sostava sulla soglia, come se non vedessero l'ora di vederlo andare via. Anche Anne si era allontanata, un po' perché aveva paura di lui, ma anche perché aveva capito che Royal non aveva più bisogno di lei. Finalmente, dopo tutti quei mesi in cui aveva sempre cercato di conservare il suo predominio sociale, Anne aveva deciso di unirsi agli altri.
«Bene. Eccellente, come sempre. Un momento, non andatevene.» Royal depose la forchetta, e chiese con noncuranza: «Avete sue notizie? Qualcuno l'ha visto?»
Lei scosse la testa, annoiata da quelle domande senza senso. «Chi?»
«Vostro marito. Credo che si chiami Richard... Wilder.»
Lei lo guardò, fissandolo come se non lo riconoscesse. Royal era sicuro che non solo aveva dimenticato l'identità del marito, ma quella di tutti gli uomini, lui compreso. Per verificare questa supposizione le tastò una coscia. Lei rimase immobile col vassoio in mano; in passato era stata infastidita da tanti uomini, e ormai in generale le aggressioni sessuali non avevano più alcun senso. Poi Royal insinuò la mano fra le gambe, e allora lei reagì, ma non per scacciarlo. Prese la mano e se la posò sul petto, come se fosse stata la manina di uno dei suoi figli. Dopo che se ne fu andata con la porzione che Royal le lasciava sempre, lui rimase seduto contento di essere solo. Senza chiederglielo, la signora Wilder aveva lavato la sahariana bianca, facendo scomparire le macchie di sangue di cui era andato tanto fiero e gli avevano non solo conferito, ma anche confermato, la supremazia del condominio.
Che l'avesse fatto apposta, sapendo che senza quelle macchie si sentiva evirato? Royal ricordava l'epoca delle continue feste, quando tutti erano sempre ubriachi e lui aveva recitato la parte del signorotto feudale presiedendo ogni sera le riunioni che si tenevano nel suo salotto. Seduti intorno al tavolo illuminato dalle candele, neurochirurghi, agenti di cambio, banchieri e professori universitari avevano esibito tutta la loro abilità per gli intrighi e il potere, addestrati da anni di prestazioni nell'industria, nel commercio, nella vita universitaria. Nonostante il linguaggio formale, le agende e gli appunti, le proposte e le mozioni, quelle sedute ad alto livello erano né più né meno che dei raduni tribali. Lo scopo era discutere sulla possibilità di un'incursione per procurarsi viveri o donne, formulare piani di difesa contro gli attacchi dei condomini dei piani inferiori e stringere patti di alleanza o di guerra. E adesso era emerso il nuovo ordine, in cui la vita dell'interno del condominio ruotava intorno ai tre perni fondamentali della sicurezza, del cibo e del sesso.
Royal si alzò da tavola prendendo un candeliere, e andò alla finestra. Tutto il condominio era buio. Al quarantesimo e al trentasettesimo piano l'impianto elettrico funzionava ancora, ma nessuno accendeva la luce. Il buio era più confortevole, più adatto a far fiorire le illusioni.
Quaranta piani più sotto, una macchina entrò nel posteggio avviandosi nel dedalo di vialetti fino al suo posto, a duecento metri dal condominio. Il guidatore, che indossava un giubbotto di cuoio e stivaletti, scese e si avviò di corsa verso l'ingresso. Royal pensò che lo sconosciuto era probabilmente l'ultimo condomino che andava ancora al lavoro. Chiunque fosse, aveva trovato il modo di andare e tornare.

Sul tetto, si sentì guaire un cane. Molto più in basso, verso il ventesimo piano, qualcuno urlò. Un urlo breve, acuto, forse di dolore o di paura... che importava ormai? Royal aspettò, col cuore che accelerava i battiti. Un momento dopo l'urlo si ripeté, più debole, quasi un lamento.
Quei suoni erano l'espressione di emozioni quasi irreali, staccate dal contesto di eventi che si svolgevano intorno a loro.
Royal continuò ad aspettare che uno dei suoi vassalli venisse a informarlo sulla natura di quei rumori. Oltre alle donne dell'appartamento vicino, alcuni giovani condomini - fra cui il proprietario di una galleria d'arte e un parrucchiere alla moda - frequentavano gli ultimi piani, girando fra i sacchi di spazzatura nei corridoi armati di lance, e tenendo d'occhio le barricate che bloccavano le scale.
Royal prese il bastone d'acciaio cromato, e lasciò la sala da pranzo facendosi luce con una candela. L'appartamento era vuoto, tutte le stanze dagli alti soffitti deserte. Facendosi cautamente strada fra i sacchi di spazzatura di plastica semitrasparente, attraverso cui si scorgeva a tratti una benda insanguinata o una bottiglia rotta, Royal si chiedeva come mai nessuno avesse pensato a vuotarli. Forse per non esporre a sguardi estranei i loro rifiuti, ma più probabilmente perché anche la spazzatura era parte del condominio e i suoi abitanti erano riluttanti a distaccarsene.
L'architetto uscì cautamente nel corridoio. Nessuno montava la guardia alle barricate, e dalla porta aperta dell'appartamento delle donne non usciva nessuna luce. Sorpreso, perché di solito la cucina era sempre illuminata, Royal entrò nell'anticamera buia. Allontanò con un calcio un giocattolo abbandonato e sollevò in alto il candeliere cercando di illuminare le stanze adiacenti.
Sopra i materassi sparsi sul pavimento della camera matrimoniale erano posate alcune valigie aperte. Royal si fermò sulla soglia, mentre intorno a lui si addensava un miscuglio di odori, ultima traccia lasciata dalle donne. Dopo un attimo d'incertezza, Royal entrò nella stanza e accese la luce.
L'improvviso bagliore elettrico, così insolito dopo la tremula luce delle candele e quella delle torce portatili, illuminò i sei materassi. Le valigie mezze piene testimoniavano una fuga improvvisa, una partenza prima dell'orario previsto. Le donne avevano lasciato quasi tutti gli abiti, compreso il completo che Helen Wilder aveva indossato per servirgli la cena. Dallo sportello aperto dell'armadio si vedevano i vestiti di Anne, disposti in file ordinate come nella mostra di un negozio.
La luce spietata, simile a quella delle pose per le foto degli schedari della polizia, metteva in evidenza tutti i particolari dei materassi strappati e dei vestiti abbandonati, le macchie di vino sui muri e le scatole di cosmetici dimenticate.
Mentre Royal fissava gli astucci di rossetto ai suoi piedi, dal corridoio giunse un suono, una specie di debole fruscio che andava allontanandosi. Forse in corridoio c'era una delle due donne che stavano scappando. Erano giorni che sentiva quei gemiti, quei brontolii, quei grugniti, e cercava invano di non pensarci perché lo riempivano di un inesplicabile turbamento.
Spense la luce, afferrò saldamente il bastone e uscì. Dalla soglia dell'appartamento si sentiva in lontananza una serie di gemiti, che sembravano la parodia elettronica del pianto di un bambino. Provenivano dall'appartamento all'estremità opposta del tetto a terrazza, metallici e remoti, come se fossero le grida delle belve del suo zoo privato.

Capitolo XV

Scese la sera e gli appartamenti del condominio si chiusero nell'oscurità. A quell'ora il palazzo era sempre immerso nel silenzio, come se per un tacito accordo esso fosse un momento di tregua, che segnava il passaggio da una fase all'altra. Sul tetto, i cani continuavano a uggiolare. Royal spense le candele in sala da pranzo, e attraverso la scala interna salì ai locali superiori dell'attico. I tubi cromati della macchina per la ginnastica riflettevano le luci lontane degli altri condomini, come colonnine di mercurio sensibili al continuo variare del livello psicologico dei condomini degli altri piani. Quando Royal uscì sul tetto, il buio era rischiarato da centinaia di uccelli candidi. Le loro ali biancheggiavano nell'oscurità, mentre lottavano per trovare un posto su cui appollaiarsi.
Royal si fermò ad aspettare che lo circondassero, allontanando col bastone quelli che avvicinavano troppo il becco alle sue gambe. Adesso ricominciava a sentirsi calmo. Se le donne e gli altri avevano deciso di abbandonarlo, tanto meglio. Qui al buio, fra gli uccelli che roteavano e stridevano, fra i cani che guaivano, chiusi nel parco giochi, si sentiva perfettamente a suo agio. Era convinto più che mai che gli uccelli venivano lì perché attirati dalla sua presenza.
Si fece strada respingendoli a colpi di bastone, per raggiungere il cancello d ingresso del parco giochi. I cani lo riconobbero e cominciarono a guaire più forte e a tirare i guinzagli. Quei barboncini, quei bassotti erano gli ultimi superstiti degli animali che una volta vivevano agli ultimi piani del condominio. Rappresentavano una riserva strategica di viveri, ma Royal aveva fatto in modo che ne venissero mangiati pochi: i cani dovevano servire a lui. Li avrebbe tenuti in vita fino al momento decisivo, quando li avrebbe guidati giù, nelle viscere del condominio, e avrebbe spalancato agli uccelli le finestre degli appartamenti barricati.
I cani gli annusavano le gambe, coi guinzagli attorcigliati intorno alle sculture del recinto. Anche il suo preferito, l'alsaziano bianco era irrequieto. Royal cercò di ammansirlo accarezzando la pelliccia lucida, ma ancora macchiata di sangue. Il cane continuava a dargli spinte col muso in direzione delle ciotole vuote. Royal traballò, perdendo l'equilibrio. Quando si rialzò sentì un rumore di voci salire dalla scala centrale, una trentina di metri alle sue spalle. Una fila di torce elettriche tenute alte illuminarono la notte facendo volare via gli uccelli. Un registratore portatile a batteria riversava un torrente di suoni a pieno volume. Royal si riparò dietro un casotto degli ascensori nello stesso momento in cui un gruppo di vicini irrompeva sul tetto. Guidati da Pangbourne si sparpagliarono in cerchio sulla terrazza, disponendosi a festeggiare un recente trionfo. Senza che Royal ne fosse stato nemmeno informato, avevano compiuto un'incursione ai piani inferiori.
Il ginecologo era eccitatissimo ed incitava i ritardatari come una guida turistica impazzita. Gli uscivano di bocca ululati e grugniti che sembravano il richiamo d'amore di un uomo di Neanderthal, mentre in realtà erano l'imitazione dei vagiti dei neonati di cui Pangbourne analizzava le registrazioni. Royal aveva dovuto ascoltare quei rumori strani e impressionanti per settimane in continuazione perché i membri della sua corte si erano divertiti a impararli e a ripeterli in coro. Pochi giorni prima era riuscito a bandire quei chiassoni, per potersene restare solo nell'attico a pensare agli uccelli, ma lo innervosivano ancora gli schiamazzi delle donne dell'appartamento vicino. E comunque Pangbourne aveva continuato a tenere regolarmente delle riunioni nel suo appartamento all'estremità opposta del tetto, durante le quali faceva ascoltare alle donne sedute in circolo sul pavimento, le registrazioni dei vagiti della sua ricca raccolta. Poi, le donne cercavano di imitare i vagiti e questo era un emblema orale della crescente autorità di Pangbourne.
Adesso che avevano abbandonato Royal potevano sfogarsi a ripetere a piena gola tutto quello che avevano imparato: urlavano, grugnivano, gemevano e si lamentavano come un gruppo di future madri dementi che nell'attesa evocassero il trauma natale dei figli.
Aspettando il momento opportuno per fare il suo rientro, Royal tratteneva l'alsaziano per il guinzaglio. Una volta tanto non rimpiangeva la sahariana, che sarebbe spiccata nel buio come una fiamma.
Il gruppo aveva trascinato con sé due ospiti,un ragioniere del trentaduesimo piano con la testa fasciata e un meteorologo miope del ventisettesimo. La donna che portava il registratore era Anne. Vestita in modo trasandato, spettinata, si appoggiava alla spalla di Pangbourne e se ne staccò per portarsi al centro del cerchio di luci come una sgualdrina infuriata, brandendo il registratore come se volesse colpire i due prigionieri.
«Signore, per piacere... calma. Non abbiamo ancora finito.» Con gesti delle piccole mani ben curate che brillavano candide alla luce delle lampade Pangbourne riuscì a far tacere le donne. Il bar portatile rovesciato fu rimesso in piedi e accanto vennero sistemati un tavolo e due sedie dove gli ospiti riluttanti furono costretti ad accomodarsi. Il ragioniere si aggiustò la benda intorno alla testa, quasi per paura che volessero giocare a moscacieca. Il meteorologo strizzava gli occhi miopi alla luce incerta sperando di riconoscere qualcuno dei partecipanti alla festa. Royal li conosceva tutti, erano stati suoi vicini per un anno; gli sembrava quasi di partecipare a uno dei tanti cocktail che si erano svolti sulla terrazza durante l'estate. Nello stesso tempo, però provava anche la sensazione di assistere all'inizio di un'opera o di un balletto stilizzato, in cui un ristorante è ridotto a un solo tavolo e l'eroe condannato è schernito da uno stuolo di ballerini-camerieri prima di venire condotto a morte.
Gli organizzatori del ricevimento avevano bevuto parecchio prima dell'arrivo degli ospiti. La vedova del gioielliere avvolta nella sua lunga pelliccia, Anne col registratore portatile, Jane Sheridan che scuoteva uno shaker, ballavano al suono di una musica, stonata e stridente che solo Royal non riusciva a sentire.
Pangbourne rinnovò i suoi inviti alla calma. «Adesso facciamo divertire gli ospiti che hanno l'aria di annoiarsi. A che gioco giochiamo stasera?»
Gli rispose un coro di proposte.
«A moscacieca sull'asse!»
«Alla scuola di volo.»
«Alla passeggiata lunare!»
Pangbourne si rivolse agli ospiti per dire: «Io preferisco la scuola di volo. Lo sapevate che qui ce n'è una? No?»
«Abbiamo deciso di darvi qualche lezione gratis» disse Anne Royal.
«Una sola lezione» corresse Pangbourne, mentre tutti gli altri ridacchiavano. «Una è più che sufficiente, non è vero, Anne?»
«Oh, certo, basta e avanza.»
Capeggiati dalla moglie del gioielliere, trascinarono il ragioniere verso la balaustra calpestando la benda insanguinata che si stava sciogliendo. Un paio di malconce ali di cartapesta, resti di un costume d'angelo infantile, vennero applicate alle spalle di una delle vittime. Ululati e grugniti ricominciarono.
Trascinandosi dietro il riluttante alsaziano, Royal uscì dal nascondiglio. Occupati com'erano nei preparativi dell'esecuzione imminente, nessuno si accorse della sua presenza. Allora lui chiamò col tono più naturale che gli fu possibile: «Dottor Pangbourne... Dottor Pangbourne.»
Il rumore si attenuò. I raggi delle lampade illuminarono i risvolti di raso della sua giacca e si fermarono sull'alsaziano bianco che cercava di scappare.
«Scuola di volo! Scuola di volo!» ripetevano le voci cantilenanti. Royal aveva l'impressione di trovarsi in mezzo a una banda di bambini analfabeti. Lo zoo si era ribellato contro il guardiano.
Sentendosi chiamare, il ginecologo distolse l'attenzione dal prigioniero a cui aveva riannodato con mano esperta la benda. Si ripulì le mani e s'incamminò sul terrazzo, imitando l'andatura di Royal; intanto ne esaminava la faccia con una curiosità professionale, come se avesse deciso che l'espressione dura e risoluta dell'uomo potesse essere in qualche modo cambiata mediante il taglio di qualche nervo.
La cantilena continuava. I raggi delle lampade falciavano ritmicamente il buio, illuminando a tratti la faccia di Royal che aspettava un momento di calma per intervenire. Vedendo Anne staccarsi dalla altre e correre verso di lui, sollevò il bastone, pronto a colpirla. Lei gli si piazzò davanti con una smorfia, sollevando la veste con gesto provocatorio. Poi aumentò al massimo il volume del registratore e glielo scagliò addosso. Un frastuono di vagiti infantili squarciò l'aria.
«Royal!» chiamò la moglie del gioielliere in tono di avvertimento. «C'è Wilder.»
Colto di sorpresa, Royal si girò di scatto sferzando il buio col bastone. I raggi delle lampade gli roteavano intorno, l'ombra delle sedie rovesciate volteggiava sull'impiantito di cemento. Scrutando in cerca di Wilder, Royal fece un passo falso e s'impigliò nel guinzaglio del cane.
Alle sue spalle scoppiarono a ridere. Dominandosi a fatica, Royal tornò a voltarsi verso Pangbourne, ma il ginecologo si stava allontanando e ogni tanto si girava a guardarlo senza ostilità. Salutò Royal con un breve gesto della mano, e poi lo ignorò del tutto. La luce si spostò. Royal era dimenticato. Gli ospiti avevano qualcosa di più importante di cui occuparsi: dovevano torturare i due invitati.

Royal rimase a osservare da lontano, al buio. Lo scontro con Pangbourne era finito. O meglio, non era neppure cominciato. Si era limitato a un trucco che lo aveva innervosito, lasciandolo nell'incertezza: aveva avuto paura o no di sentire il nome di Wilder? Era stato umiliato, ma in un certo senso era giusto. Adesso il loro uomo era il ginecologo. Nessuno zoo sarebbe potuto durare a lungo con Pangbourne come guardiano, ma la sua presenza avrebbe probabilmente provocato un eccesso di violenza e di crudeltà che avrebbe aiutato gli altri a sopravvivere.
Era meglio che fossero gli psicopatici a prendere il comando: solo loro capivano quello che succedeva. Tenendo il guinzaglio, Royal si lasciò trascinare dall'alsaziano verso la zona sicura in ombra vicino al parco giochi. Tutti i bordi e i parapetti biancheggiavano di uccelli. Royal sentiva di nuovo guaire i cani. Ormai non aveva più niente con cui nutrirli. Le porte di vetro dell'attico rispecchiavano gli uccelli che si levavano in volo, come finestre di un padiglione segreto. Royal decise di chiudere l'appartamento, bloccare la scala interna e ritirarsi nelle stanze superiori dell'attico, portando con sé, come serva, la signora Wilder. Di lassù avrebbe dominato il palazzo, scegliendo come suo ultimo dominio il cielo.
Aprì il cancello del parco giochi e s'incamminò nel buio fra le sculture. I cani liberati scapparono via uno dopo l'altro e alla fine rimasero solo Royal e gli uccelli.

Capitolo XVI

Robert Laing non riusciva a distinguere chiaramente quello che lo circondava. Non si fidava più dei suoi sensi. Una strana luce, grigia e umida, ma nello stesso tempo dotata di una fioca luminescenza interna, aleggiava nell'appartamento. Laing stava cercando di far uscire qualche goccia d'acqua dal rubinetto di cucina; di tanto in tanto si voltava a sbirciare in mezzo a quella nebbia che copriva il locale come una tenda, arrivando fino al soggiorno, che gli sembrava una proiezione della sua mente. Non sapeva che ora fosse. Da quanto tempo era sveglio? Ricordava vagamente di avere dormito sulla stuoia sopra il pavimento della cucina, con un sacco di spazzatura come cuscino, fra le gambe del tavolo. Poi si era alzato ed era andato nella stanza dove dormiva Alice, ma non avrebbe saputo dire se era sveglio da cinque minuti o dal giorno prima.
Agitò l'orologio, tastando il quadrante rotto con un'unghia sporca. Si era fermato durante una zuffa sul pianerottolo del venticinquesimo piano, parecchi giorni prima: benché lui avesse dimenticato il momento preciso, le lancette dell'orologio rotto trattenevano l'unico istante di tempo finito che fosse rimasto, come un fossile gettato su una spiaggia, fissando per sempre una breve sequenza di eventi nell'immensità di un oceano scomparso. Ma l'ora e il giorno non importavano più. Contava solo la notte, quando la paura regnava sovrana e non gli restava altra scelta che rifugiarsi nell'appartamento al riparo della barricata semidistrutta.
Laing continuava ad aprire e chiudere il rubinetto dell'acqua fredda ascoltando il leggero cambiamento di suono. A rari intervalli, forse una volta al minuto, di giorno, dal rubinetto colava una goccia verdastra. Le piccole colonne d'acqua che salivano e scendevano lungo l'enorme intrico dei tubi, erano precedute da note diverse. Ascoltando quella musica remota e complessa, l'udito di Laing si era affinato, raggiungendo una sensibilità che si estendeva ora a tutti i rumori del condominio. Invece la vista era regredita. Venendo usata per lo più solo di notte, gli offriva uno spettacolo di un mondo sempre più opaco.
Ormai nel condominio regnava quasi sempre una completa immobilità: come se tutto quello che doveva succedere fosse già successo. Laing usci dalla cucina e andò a infilarsi nell'angusta nicchia fra la porta d'ingresso e la barricata, accostando l'orecchio al battente. Dalle vibrazioni leggerissime era immediatamente in grado di capire se c'era qualche malintenzionato negli appartamenti vicini, tutti vuoti. Nei brevi momenti del pomeriggio quando lui e Steele uscivano dai rispettivi appartamenti - simbolica imitazione dell'epoca in cui lasciavano il condominio - a turno appoggiavano le mani alle pareti di metallo della colonna di un ascensore, per captare le vibrazioni trasmesse dai loro corpi e accorgersi subito di qualsiasi brusco movimento quindici piani sopra o sotto. Oppure, accovacciati sulla scala con le dita sulla ringhiera metallica, ascoltavano i mormorii segreti dell'edificio, i lontani spasimi di violenza che si trasmettevano come esplosioni di radiazioni provenienti da un altro universo. Il condominio rabbrividiva sotto l'urto di queste vibrazioni: sinistre scie sonore lasciate da un inquilino ferito che si trascinava sulle scale, dallo scatto di una trappola che si chiudeva su un cane, da una vittima incauta caduta sotto una mazzata.
Quel giorno, come ben si addiceva a quella zona senza tempo e alla luce incerta, non c'erano rumori. Laing tornò in cucina ad ascoltare i tubi dell'acqua, parti di un gigantesco sistema acustico che funzionava a intervalli, relitto moribondo di uno strumento musicale, che un tempo aveva suonato all'unisono. I condomini restavano dov'erano, nascosti negli appartamenti dietro le barricate, cercando di salvare quel poco di sanità mentale rimasta a prepararsi per la notte. Sotto un certo aspetto la vita nel condominio aveva cominciato a somigliare a quella del mondo esterno, con la stessa crudeltà, con lo stesso spirito aggressivo nascosti sotto l'educata patina delle convenzioni.
Ancora incerto su quello che aveva fatto nella mezz'ora precedente, da quanto tempo era sveglio? Laing si mise a sedere fra le bottiglie vuote e i rifiuti che ingombravano il pavimento, fissando la lavatrice e il frigorifero ora adibiti a pattumiera. Non riusciva a ricordare bene quale fosse stata la loro funzione originale. Ora avevano assunto un nuovo significato: servivano a qualcosa che non era in grado di capire. Anche la progressiva decadenza del condominio era un modello del mondo verso cui li stava portando il futuro: un terreno al di là della tecnologia, dove tutto veniva abbandonato o, più ambiguamente, ricomposto in un modo imprevisto ma molto più significativo. Laing meditò su questi concetti; talvolta faceva fatica a convincersi di non vivere già nel futuro, e che adesso questo futuro stesse per finire.
Adagiato accanto al rubinetto asciutto, come un nomade del deserto, senza più limiti di tempo, Laing aspettava di vedere scendere una goccia grattandosi la sporcizia che gli copriva il dorso delle mani. L'idea che l'acqua servisse anche per lavarsi non gli passava più per la testa. Tutto il condominio puzzava. Gabinetti e immondezzai erano intasati e una sottile patina maleodorante copriva il condominio nei tratti in cui l'orina più forte di tutti gli altri, caratteristico e ambiguo, putrido e dolciastro che aleggiava negli appartamenti vuoti e sulla cui origine Laing preferiva non indagare.
Eppure, nonostante tutto, era soddisfatto di vivere nel condominio. Con la scomparsa di un gran numero di inquilini aveva modo di rilassarsi, di badare a se stesso, di muoversi e pensare alla propria vita. Come e dove, esattamente, non lo aveva ancora deciso.
La sua principale preoccupazione era Alice, che soffriva di un vago malessere e stava tutto il giorno sdraiata sul materasso in camera da letto, oppure vagava seminuda per le stanze sussultando alle impercettibili vibrazioni del fabbricato come un sismografo ultrasensibile. Quando Laing si mise a tamburellare sul tubo di scarico sotto il lavandino ricavandone un suono cavo e profondo, lei lo chiamò con un fil di voce.
Laing si avviò facendosi strada tra le cataste di pezzi di legna ricavate dai mobili fracassati. Si divertiva a spaccare sedie e tavoli.
Alice puntò contro di lui la mano scheletrita. «Quel rumore... stavi facendo ancora dei segnali... a chi?»
«A nessuno. A chi dovrei farli?»
«A quelli dei piani inferiori, quelli che ti sono simpatici.»
Laing sostava vicino a lei, incerto se mettersi a sedere sul materasso. La faccia di Alice era lustra e unta come un limone di cera. Per un attimo pensò che poteva morire; in due giorni aveva mangiato solo due fettine di salmone affumicato che lui aveva trovato nascosto sotto le assi dell'armadio a muro di un appartamento deserto. Per quanto sembrasse strano, proprio ora che il decadimento generale era giunto al culmine, i cibi dei superstiti diventavano sempre più raffinati, via via che venivano alla luce leccornie nascoste.
Ma il mangiare non era la cosa principale, e sotto altri aspetti Alice era sempre molto vitale. Laing prendeva gusto quando sua sorella lo criticava e cercava di accontentarla in tutti i capricci. In questo gioco lui si divertiva a recitare la parte del servitore premuroso e devoto di una padrona bisbetica, soddisfatto unicamente d'aver compiuto il proprio dovere. In realtà nel suo rapporto con Alice si era affermato un aspetto su cui sua moglie aveva già insistito una volta, intuendo che poteva costituire una base di accordo fra loro. A quell'epoca Laing non si era piegato, ma adesso pensava che se avesse ceduto come cedeva ora con Alice, il suo matrimonio si sarebbe potuto salvare.
«Sto solo cercando di procurarmi un po' d'acqua, Alice. Non vorresti un tè?»
«La teiera puzza.»
«La laverò. Devi bere, altrimenti ti disidrati.»
Lei rispose con un borbottio indistinto. «Cosa succede?»
«Niente. È già successo tutto.» Dal corpo di Alice saliva un odore forte, ma non sgradevole. «Sta tornando tutto alla normalità.»
«E Alan? Avevi detto che l'avresti cercato.»
«Temo che sia andato via.» Gli seccava parlare del cognato. Le allusioni al marito di Alice erano una nota stonata. «Sono riuscito a entrare nell'appartamento, ma è vuoto.»
Alice girò la testa dall'altra parte, per fargli capire che ne aveva abbastanza di lui. Laing si chinò per raccogliere i pezzetti di legna sparsi intorno al materasso. Le gambe delle sedie, impregnate di colla e di vernice, bruciavano bene. Laing aveva portato via quelle sedie dall'appartamento di Adrian Talbot, dopo la scomparsa dello psichiatra. Era una fortuna che i condomini dei piani superiori avessero scelto per mobilio quasi tutte imitazioni di stile antico, che si potevano trasformare in ottima legna da ardere. Quelli dei primi piani, invece, adesso si ritrovavano un mucchietto di tubi cromati e fintapelle, buoni solo per sedercisi sopra.
Ormai i condomini cucinavano esclusivamente su fuochi accesi sui balconi, o su fornelli improvvisati. Laing portò la legna spaccata sul balcone, ma quando stava per darle fuoco si ricordò di non avere niente da cuocere. Era stato costretto a cedere al suo vicino dentista le ultime scorte di barattoli: era il solo modo per tenerselo buono. Adesso la sua sicurezza personale dipendeva dalle fiale di morfina che aveva nascosto sotto il fondo dell'armadio.
Sebbene Steele gli facesse paura, con le sue imprevedibili crudeltà, il bisogno lo costringeva a restare unito a lui. Tante persone erano scomparse o si erano ritirate, isolandosi. Forse qualcuno aveva abbandonato il condominio? Improbabile. La sopravvivenza di Laing dipendeva in buona parte dagli alti e bassi dei suoi rapporti col dentista, di cui seguiva le imprese criminose. Nelle ultime settimane il comportamento di Steele era diventato addirittura spaventoso. Le aggressioni gratuite contro le persone sole, il gusto infantile di imbrattare di sangue le pareti degli appartamenti vuoti, erano imprese che turbavano profondamente Laing. Da quando era scomparsa sua moglie, Steele era teso come le corde degli enormi archi che si era fabbricato con corde di pianoforte e aveva montato sui pianerottoli e nei corridoi, armandoli di lance micidiali fatte col manico delle mazze da golf. Ma in superficie, Steele era calmo, e sembrava perseguire un suo scopo segreto.
Il dentista aveva l'abitudine di dormire nel pomeriggio, e così Laing aveva la possibilità di uscire per procurarsi un po' d'acqua. Stava andando a prendere la teiera quando Alice lo chiamò: non appena andò a vedere cosa volesse, lei se n'era già dimenticata.
Gli tese le mani, che lui aveva l'abitudine di massaggiare per scaldarla, ma quel giorno, per un distorto senso di lealtà nei riguardi del dentista, si rifiutò di farlo. Quella meschina dimostrazione di cattiveria, così come la trascuratezza dell'igiene e della salute personale, erano emblemi di un sistema che non voleva cambiare. Da settimane e settimane riusciva solo a pensare alle prossime scorribande, alle incursioni negli appartamenti vuoti, ai condomini da picchiare. Si divertiva a vedere Steele in azione, affascinato dalle sue manifestazioni di violenza insensata. Ognuno di quei gesti folli si avvicinava al fine ultimo a cui tendeva il condominio: un regno dove gli impulsi più anormali fossero finalmente liberi di sfogarsi in tutti i modi. A quel punto, la violenza fisica sarebbe finalmente scomparsa.
Laing aspettò finché Alice non si assopì. Dover badare a sua sorella gli richiedeva uno spreco di energie superiore a quello che poteva permettersi. Se era davvero moribonda, lui poteva fare ben poco, oltre che somministrarle alla fine un grammo di morfina e poi nascondere il cadavere prima che il dentista venisse a mutilarlo. Travestire i cadaveri e sistemarli in pose grottesche era uno dei passatempi preferiti di Steele. La sua fantasia, soffocata in tanti anni passati a rifare dentature, si sfrenava specialmente quando aveva a disposizione un cadavere. Il giorno prima, entrando in un appartamento, Laing l'aveva trovato intento a dipingere una maschera grottesca sulla faccia di un defunto direttore di banca, dopo averlo rivestito con uno sfarzoso abito da sera, trasformandolo nella grottesca caricatura di una vecchia prostituta. Col tempo, e con un'adeguata riserva di materiale, il dentista avrebbe ripopolato tutto il condominio.
Laing uscì dall'appartamento portando con sé la teiera. La stessa luce fievole e perlacea riempiva il corridoio e il pianerottolo, come un miasma sprigionato dal condominio, distillato dal suo materiale in disfacimento. Sulle pareti macchie di sangue coprivano dappertutto le scritte; mobili rotti e bobine di registratori giacevano fra i sacchi di immondizie ammonticchiati.
Laing camminava su uno scricchiolante tappeto di negativi polaroid che copriva il pavimento del corridoio. Ogni negativo portava impressa la testimonianza di un atto di violenza ormai dimenticato. A un tratto, mentre sostava per guardarsi intorno, nel timore di poter essere aggredito, la porta delle scale si spalancò ed entrò nel pianerottolo un uomo in giubbotto di cuoio e stivaletti. Seguendo con lo sguardo Paul Crosland che avanzava con passo sicuro sul tappeto cosparso di rifiuti, Laing capì che stava tornando dopo aver parlato al telegiornale di mezzogiorno, come faceva sempre. Era ormai l'unico che usciva dal condominio e continuava a mantenere un legame col mondo esterno. Perfino Steele lo evitava. Qualcuno seguiva ancora i notiziari sui televisori a batteria, al riparo delle barricate, sperando forse che una volta o l'altra Crosland invece di leggere il testo che aveva davanti si mettesse improvvisamente a parlare di quello che succedeva nel condominio.
Laing aveva istallato sulla scala una grossa trappola per cani costruita con una zanzariera tropicale rubata nell'appartamento di un antropologo. Un branco di cani famelici era sceso dai piani superiori, e Laing sperava di catturare almeno un pechinese o un bassotto con la rete di nailon. Sulla scala in quel momento non c'era nessuno; Laing approfittò dell'occasione per scendere al piano inferiore. Il pianerottolo era bloccato da una barricata di mobili, e lui svoltò nel corridoio dove si affacciavano i dieci appartamenti dell'ala nord.
La porta del terzo era spalancata, e Laing entrò. Tutte le stanze erano vuote, mobili e suppellettili erano stati rubati o distrutti da tempo. In cucina, Laing aprì i rubinetti, senza risultato. Allora tagliò i tubi della lavatrice e della lavastoviglie e ne ricavò una tazza d'acqua dal sapore metallico. Il bagno, sulle piastrelle del pavimento, giaceva il cadavere di un anziano consulente fiscale. Senza badarci, Laing lo scavalcò, e prosegui nelle sue ricerche. In soggiorno raccolse una bottiglia di whisky vuota. L'aroma di malto che ancora emanava gli diede una struggente nostalgia.
Passò poi nell'appartamento accanto, anch'esso abbandonato e saccheggiato. In una delle camere da letto notò sotto il tappeto un piccolo avvallamento circolare. Pensando si trattasse di un nascondiglio per le provviste, arrotolò il tappeto e scopri che qualcuno aveva segato l'impiantito in legno e trapanato la soletta di cemento, aprendo un passaggio per scendere al piano inferiore.
Sbarrata la porta d'ingresso, Laing tornò a chinarsi sull'orlo della botola. Un tavolo rotondo col ripiano di vetro miracolosamente intatto gli rimandò l'immagine della sua camicia macchiata di sangue e della sua faccia irsuta dal fondo della cavità. Vicino al tavolo c'erano due poltrone rovesciate. Le portefinestre che davano sul balcone erano chiuse e le tende ai lati pendevano intatte. Guardando quella scena di pace, Laing ebbe l'impressione di essere capitato per caso in un mondo parallelo escluso dalle leggi del condominio, un magico regno dove le abitazioni erano arredate, ma prive di abitanti.
D'impulso, Laing infilò nella botola le gambe magre, e si calò nella stanza sottostante. Rimanendo in piedi sul tavolo di vetro, esaminò l'appartamento. L'esperienza gli diceva che non era solo. Poi dalla parte della camera da letto sentì raschiare in lontananza, come se un piccolo animale cercasse di uscire da un sacco in cui l'avevano chiuso.
Laing spalancò di colpo la porta della camera. Sdraiata sul letto completamente vestita, una donna sulla trentina, coi capelli rossi, stava giocando con un gatto persiano. La bestiola portava un collarino di velluto con un campanello e il guinzaglio, legato all'altro capo al polso insanguinato della donna. Il gatto finì di leccare avidamente il sangue che gli macchiava la pelliccia, poi afferrò il polso della donna e si mise a graffiarlo come se volesse riaprire una ferita.
La donna, in cui Laing credette di riconoscere Eleanor Powell, non fece niente per impedire all'animale di cibarsi della sua carne. La sua faccia, seria, di un pallore cianotico, fissava il gatto come una madre indulgente può guardare un bambino che gioca.
Teneva la mano sinistra posata sulla coperta di seta, vicino a una matita e a un blocco per appunti. Davanti al letto erano sistemati quattro televisori sintonizzati su canali diversi, ma soltanto uno funzionava, un apparecchio a batteria che trasmetteva una corsa di cavalli. L'audio era abbassato.
Ma invece di seguire la corsa, Eleanor badava che il gatto le succhiasse il sangue. La bestiola era affamata e le strappava a morsi brandelli di carne. Laing fece per allontanarla, ma Eleanor diede uno strattone al guinzaglio, e la bestia riprese il pasto.
«La mantengo in vita» disse a Laing in tono di rimprovero. Guardando il gatto, le era affiorata sul viso un'espressione dolce e serena. «Dottore» continuò sollevando la mano sinistra. «Potete succhiare anche voi... pover'uomo, come siete magro!»
Il silenzio che regnava nell'appartamento era rotto solo dal suo respiro pesante e dal rumore che faceva il gatto succhiando. Laing aveva la sensazione che fra poco sarebbe rimasto l'unico superstite in tutto il condominio. Già si vedeva in quell'enorme edificio, libero di vagabondare attraverso le gallerie di cemento, di arrampicarsi nelle cavità silenziose dei pozzi degli ascensori di sedersi a turno su ciascuno dei mille balconi. Ma quel sogno, accarezzato fin dal suo arrivo nel condominio, d'un tratto lo colpì con un senso di paurosa irrealtà: come se, rimasto finalmente solo, avesse sentito avvicinarsi dei passi e si fosse ritrovato faccia a faccia con se stesso.
Alzò l'audio del televisore. Dall'altoparlante uscì la voce di un telecronista sportivo, che annunciava una sfilza incomprensibile di nomi. Sembrava una lista fatta da un pazzo, un elenco di oggetti raccolti alla rinfusa per popolare il condominio in una disperata trasfusione d'identità.
«Cosa? Dov'è il programma?» Eleanor sollevò la testa guardando il video senza riuscire a mettere a fuoco le immagini. Intanto annaspava con la sinistra per afferrare penna e taccuino. «Cosa sta dicendo?»
Laing infilò le braccia sotto il suo corpo, con l'intenzione di sollevarla, ma la trovò inaspettatamente pesante, e lui era più debole di quanto non avesse creduto. «Riesci a camminare? Tornerò poi a prendere il televisore.»
Lei scrollò un poco le spalle, barcollando nell'appoggiarsi a Laing, come un'ubriaca che accetta in un bar la proposta ambigua di un vecchio amico. Seduta vicino a lui sull'orlo del letto, gli appoggiò una mano sulla spalla, scrutando attentamente. «Bene» disse poi, dandogli un colpo sul braccio. «Ma prima devi trovare delle batterie.»
«Certo.» Quella dimostrazione di volontà era incoraggiante. Mentre lei restava seduta a guardarlo, Laing tirò fuori dall'armadio una valigia e la riempì coi suoi vestiti.

Fu così che Laing portò nel suo appartamento Eleanor Powell e il suo televisore. Sistemò per lei un materasso nel soggiorno, e passò le giornate a razziare gli appartamenti abbandonati, alla ricerca di acqua, viveri e batterie. La ricomparsa della TV nella sua vita aveva convinto Laing che nel condominio stava tornando la normalità. Quando Steele decise di trasferirsi ai piani superiori dove sperava di fare bottini più ricchi, rifiutò di seguirlo. Ormai aveva già deciso di isolarsi con le sue donne. Sentiva il bisogno di restare solo con Alice ed Eleanor, di essere di volta in volta aggressivo o timido, sicuro di sé o sottomesso, secondo il capriccio del momento. Non sapeva ancora che parte scegliere con le due donne, ma comunque l'avrebbe recintata entro le mura di casa sua.
Laing si sentiva più felice adesso che in passato, nonostante il rischio di morire di fame o per mano di qualche aggressore. Era soddisfatto della propria indipendenza, di avere trovato il modo di sopravvivere, di mantenersi sano di mente e proteggere le sue donne. Ma soprattutto era soddisfatto di poter sfogare liberamente gli impulsi che lo legavano ad Alice ed Eleanor. Di abbandonarsi alle perversioni create dalle illimitate possibilità del condominio.

Capitolo XVII

Quasi non volesse disturbare l'interno del condominio, il sole appena sorto esplorò il lucernario semicoperto dalla saracinesca in cima alla tromba delle scale, scivolò tra le vetrate infrante, e cadde obliquamente sugli scalini. Rabbrividendo all'aria fresca che scendeva da cinque piani più in alto, Richard Wilder guardò la luce del sole avvicinarsi. Stava seduto sui gradini, con la schiena appoggiata a un tavolo incastrato in una massiccia barricata che ostruiva le scala. Dopo essere rimasto accovacciato lì tutta la notte, adesso era gelato. Più saliva, più faceva freddo, tanto che a volte era tentato di scendere. Guardò l'animale accucciato accanto a lui, un barboncino nero, individuandone il pelo folto e irsuto. Wilder era seminudo; si fregò le strisce di rossetto dipinte sul torace e sulle spalle nella speranza che quel grasso dolciastro servisse da isolante contro il freddo.
Il cane fissava il pianerottolo del piano di sopra drizzando le orecchie come se sentisse dei rumori troppo fievoli per Wilder, prodotti da qualcuno che si muoveva dietro la barricata. Da quando stavano insieme, Wilder e il cane formavano un'ottima coppia di cacciatori, e non voleva spingere all'attacco il cane prima di essere pronto. Quel po' che restava dei calzoni di Wilder, tagliati all'altezza del ginocchio, erano tutti macchiati di vino. Una barba ispida gli copriva la faccia, nascondendo in parte una ferita alla mascella. Aveva un'aria esausta e malconcia, ma in realtà era sempre forte e robusto. Sul petto ampio ostentava un groviglio di linee che si stendevano fin sulle spalle e sulla schiena. Di tanto in tanto, abbassava gli occhi a esaminare quei disegni che si era fatti il giorno prima con un rossetto trovato in un appartamento vuoto. Era cominciato come uno scherzo da ubriaco, ma poi aveva assunto quasi un carattere rituale. Quei segni, oltre a spaventare i pochi condomini che ancora poteva incontrare, gli davano un forte senso di identità: celebravano la sua lunga e finora vittoriosa scalata al condominio. Deciso a fare la più bella figura nell'atto di mettere piede sul tetto, Wilder si leccò le dita e con una mano si massaggiò mentre con l'altra rinfrescò i disegni.
Stringendo saldamente in pugno il guinzaglio del cane, guardò il pianerottolo, dieci gradini più in alto. Il sole, proseguendo nella sua lenta e faticosa discesa, finalmente lo raggiunse e cominciò a scaldarlo. Wilder alzò lo sguardo al lucernario distante venti metri. Il rettangolo di cielo bianco diventava sempre più irreale via via che si avvicinava, come il soffitto finto di uno studio cinematografico.
Il cane fremeva per la tensione, allungando le zampe posteriori. A pochi metri da loro qualcuno stava rinforzando la barricata. Wilder aspettava pazientemente, col cane accucciato un gradino più in alto. Nonostante l'aspetto selvaggio e feroce, Wilder non perdeva mai l'autocontrollo. Dopo aver fatto tanta strada non voleva rischiare di essere colto di sorpresa. Guardò attraverso una fessura. Dalla parte opposta della barricata, qualcuno stava estraendo una piccola scrivania di mogano, che serviva da porta nascosta. Attraverso l'apertura comparve una vecchia semicalva che sbirciò nel divano, con un secchiello di champagne stretto in pugno. Indossava i resti di un costoso abito da sera, che metteva in mostra la pelle macchiata delle spalle e delle braccia muscolose.
Wilder la guardava con rispetto. Aveva avuto a che fare più d'una volta con persone anziane e sapeva che a volte erano sorprendentemente forti e veloci. Senza muoversi, aspettò che lei si sporgesse dalla ringhiera per vuotare il secchiello di rifiuti. Un getto di brodaglia unta colpì Wilder e il cane, che tuttavia non reagirono. Wilder si limitò a ripulire la cinepresa, posata accanto a lui sul gradino, le lenti erano andate in pezzi nel corso degli scontri sostenuti durante la scalata, e ora la cinepresa aveva un significato puramente simbolico. Si identificava in essa come si identificava nel cane. Tuttavia, pur essendogli affezionato e fedele, avrebbe lasciato presto l'animale... tutti e due avrebbero partecipato alla cena per festeggiare l'arrivo in vetta, ma il cane sarebbe stato nella pentola.
Pensando al pasto futuro - il primo decente da settimane - Wilder continuò a guardare la donna che borbottava fra sé. Si pulì la barba e si alzò dando uno strattone al cavo elettrico che faceva da guinzaglio, poi fischiò fra i denti spezzati.
Il cane si drizzò immediatamente, con un lungo fremito, e salì due gradini. La vecchia si ritirò svelta al riparo della barricata e un attimo dopo ricomparve impugnando un lungo coltello. Vide il cane a pochi gradini di distanza più in basso. L'animale giaceva supino, e gli occhi della donna fissavano avidi il suo stomaco. Il cane guaì, mentre Wilder non lo perdeva d'occhio da dietro il tavolo. Quello era il momento che lo divertiva di più; e il divertimento, man mano che saliva, aumentava.
Continuava a impugnare il guinzaglio, ma badando a non tirarlo. Finalmente la vecchia, senza mai staccare gli occhi dal cane, usci attraverso il varco aperto nella barricata.
«Povero piccolo» disse facendo cenno all'animale di avvicinarsi. «Ti sei perso, eh, bello? Vieni... vieni su...»
Sforzandosi per non ridere di fronte alla vecchia calva che fingeva di avere compassione del cane, Wilder si appoggiò al tavolo, in attesa. Da un momento all'altro quella vecchia avrebbe avuto una bella sorpresa, trovandosi sul collo il suo pesante stivale.
Dietro la barricata comparve una seconda figura. Era una donna sulla trentina, probabilmente la figlia, che scrutò al disopra della spalla della vecchia. Portava una giacca di camoscio sbottonata che metteva in mostra il seno floscio, ma aveva i capelli accuratamente avvolti nei bigodini, come se avesse preparato solo quelli per andare a una festa.
Le due donne guardavano il cane con le facce senza espressione. Mentre la figlia aspettava col coltello in mano, la madre scese qualche scalino, e mormorando parole rassicuranti, accarezzò il barboncino chinandosi per prendere il guinzaglio. Nello stesso istante in cui l'afferrava, Wilder fece un balzo avanti. Anche il cane scattò, affondando i denti nel braccio della donna. Ma, con agilità sorprendente, la vecchia si slanciò attraverso l'apertura della barricata, col cane attaccato al braccio. Wilder fece appena in tempo a seguirla, scaraventando lontano con un calcio la scrivania prima che la figlia facesse in tempo a rimetterla a posto. Strappò via il barboncino dal braccio insanguinato della donna, poi prese la vecchia per il collo e la fece volare su un mucchio di scatole vuote, dove rimase sbalordita e senza fiato come una duchessa stupita di ritrovarsi ubriaca a un ballo. Mentre si voltava per sbarazzarsi del cane, Wilder vide che la figlia gli si stava avventando contro. Aveva gettato via il coltello, e mentre con una mano si teneva a posto i bigodini, con l'altra impugnava una pistola d'argento. Wilder si scansò, con un colpo secco le fece cadere di mano la pistola e con un altro la spinse contro la barricata.
Mentre le due donne ansimavano sedute per terra, Wilder guardò la pistola, poco più che un giocattolo. La raccolse e si mise a ispezionare il suo nuovo regno. Si trovava all'ingresso della piscina del trentacinquesimo piano. La vasca d'acqua fetida, colma di rifiuti, rifletteva i sacchi di spazzature ammucchiati sul bordo piastrellato. L'interno di un ascensore bloccato sul pianerottolo era stato trasformato in rifugio. Vicino ai resti di un fuoco dormiva un vecchio - a Wilder sembrò di riconoscere un ex consulente fiscale - che non si era accorto dell'accaduto. Un camino fatto con pezzi di tubo di scolo dei balconi usciva da un buco sul tetto dell'ascensore.
Con la pistola in pugno, Wilder si voltò a guardare le due donne. La madre sedeva in mezzo alle scatole e si stava bendando il braccio con un pezzo di orlo del vestito. La figlia, appoggiata alla barricata, un po' accarezzava il cane, un po' si portava la mano alla bocca leccandola dove lui l'aveva colpita.
Wilder guardò la rampa che portava al trentaseiesimo piano. Il piccolo scontro lo aveva eccitato, facendogli venire la voglia di salire subito fino al tetto. Ma era digiuno dal giorno prima, e vicino all'ascensore si sentiva un buon profumo di arrosto. Wilder fece cenno alla giovane di avvicinarsi. Lei si alzò e ubbidì, guardando con interesse i disegni dipinti sul petto e sulle spalle dell'uomo. Wilder intascò la pistola e la spinse verso la cabina trasformata in rifugio. Scavalcarono il vecchio addormentato, ed entrarono. Le pareti erano schermate da tende, e sul pavimento erano stesi due materassi. Wilder si mise a sedere contro la parete di fondo, tenendo stretta a sé la donna. Da quel punto poteva vedere il pianerottolo e l'acqua gialla della piscina. Parecchi spogliatoi erano stati trasformati in abitazioni singole. Ma adesso erano tutti vuoti. Nella vasca galleggiavano due cadaveri appena visibili fra i cumuli di rottami, rifiuti di cucina e pezzi di mobilio.
Wilder mangiò gli avanzi del gattino arrostito sul fuoco, strappando coi denti la carne filacciosa, e succhiando con avidità il grasso che colava ancora tiepido dallo spiedo.
La giovane gli si era abbandonata felice di sentirsi circondare dal suo braccio robusto. L'odore fresco del suo corpo lo stupì, ma aveva notato che più in alto saliva e più le donne erano pulite. Chinò lo sguardo su quella faccia liscia e inespressiva. Sembrava che gli eventi degli ultimi mesi non l'avessero neppure sfiorata, come se avesse aspettato l'arrivo di Wilder in un locale isolato. Tentò di dirle qualcosa, ma riuscì solo a grugnire, incapace di articolare delle parole con i denti rotti e la lingua tutta tagliuzzata.
Sazio, si appoggiò alla giovane, giocherellando con la pistola; poi, senza pensarci, scostò i lembi della giacca di camoscio mettendole in mostra i seni. Carezzandoli, si assopì, mentre lei seguiva con le dita le linee dipinte sul suo petto come se stesse scrivendogli un messaggio.

Wilder riposò tutto il pomeriggio in quel comodo padiglione in riva al lago. La giovane gli rimase vicino, col seno contro la sua faccia, a far da balia a quell'uomo gigantesco, seminudo e col petto dipinto. I due vecchi avevano acceso il fuoco sul pianerottolo e ogni tanto la vecchia vi aggiungeva qualche pezzo di legno che aveva tagliato col suo coltello acuminato dai mobili della barricata.
Wilder li ignorò. Per lui esisteva solo il corpo della giovane e gli enormi pilastri di sostegno che arrivavano al tetto. Attraverso le finestre della piscina vedeva le torri dei quattro condomini gemelli, sospese come nuvole rettangolari nel cielo pomeridiano. Il tepore della cabina, che sembrava emanare dal corpo della giovane, gli aveva tolto forza e volontà. La donna guardava Wilder con aria tranquilla. Lo aveva accettato come avrebbe accettato qualunque razziatore. Dapprima avrebbe tentato di ucciderlo, e non essendoci riuscita gli avrebbe offerto del cibo e il suo corpo, e forse gli si sarebbe anche affezionata. Poi, appena si fosse addormentato, gli avrebbe reciso la gola. Ideale compendio del matrimonio felice.
Ripresosi, Wilder si mise a sedere e sferrò un calcio al barboncino che dormiva su un divano. Il guaito di dolore finì per svegliare completamente Wilder, che allontanò da sé la donna. Aveva bisogno di dormire, ma prima doveva trovare un posto sicuro, altrimenti la vecchia o sua figlia gli avrebbero fatto la festa.
Si alzò, e senza voltarsi indietro s'incamminò trascinandosi dietro il cane. Infilò la pistola nella cintura dei calzoni e controllò i disegni sul petto e sulle spalle; poi, dopo avere raccolto la cinepresa, scavalcò la barricata e tornò sulle scale, lasciandosi alle spalle il tranquillo accampamento e la giovane vicino al lago giallo.
Non sentiva il minimo rumore mentre saliva le scale. I gradini erano coperti da una soffice passatoia che attutiva i suoi passi pesanti, e lui era troppo occupato ad ascoltare l'ansito del proprio respiro per accorgersi che le pareti erano state riverniciate di fresco e le loro candide superfici brillavano al sole come l'ingresso di un mattatoio.
Wilder salì al trentasettesimo piano, annusando l'aria gelida che scendeva dal cielo aperto e avvolgeva il suo corpo nudo. Adesso poteva sentire distintamente le grida dei gabbiani. Quando il cane cominciò a guaire, rifiutandosi di procedere oltre, lui lo liberò e rimase a guardarlo mentre scompariva giù per le scale.
Il trentasettesimo piano era deserto, con tutte le porte spalancate. Troppo esausto per riuscire a pensare, Wilder entrò in un appartamento, si barricò nel soggiorno e si addormentò sdraiato per terra.

Capitolo XVIII

Anthony Royal, che si trovava tre piani più in alto di Wilder sul tetto a terrazza, non era mai stato così sveglio. Si sentiva pronto finalmente a unirsi agli uccelli marini. Dalla finestra dell'attico guardava, oltre l'area del complesso residenziale, la lontana foce del fiume. L'aria lavata dalla pioggia era limpida, ma gelida, e il fiume scorreva al di là della città come un torrente di ghiaccio. Royal non mangiava da due giorni, ma la mancanza di cibo, invece di indebolirlo era come uno stimolante. Le strida dei gabbiani riempivano l'aria e sembrava che lacerassero i tessuti del suo cervello nudo. Gli uccelli spiccavano il volo dai tetti dei casotti e dalle balaustre in un getto continuo, librandosi fino a formare un ampio vortice per poi calare in picchiata verso il parco giochi.
Royal era sicuro che lo stavano chiamando. Dopo che i cani lo avevano abbandonato - appena li aveva liberati erano scomparsi giù per le scale e nei corridoi sottostanti - era rimasto solo l'alsaziano bianco, che stava accucciato sotto i suoi piedi, ipnotizzato dal volo degli uccelli. Le sue ferite si erano rimarginate, e la folta pelliccia artica era di nuovo candida. Royal rimpiangeva le macchie di sangue, come rimpiangeva quelle sulla sahariana che la signora Wilder aveva lavato.
Aveva dato al cane il po' di cibo che aveva portato con sé prima di barricarsi nei locali dell'attico. Lui era ormai al di là della fame. Da tre giorni non vedeva nessuno, ma era felice di avere troncato i rapporti con la moglie e i vicini. Guardando la vorticosa nube di uccelli, sentiva che erano loro i veri padroni del condominio. Anche se allora non se ne era reso conto, aveva creato il parco giochi solo per loro.
Rabbrividì nell'aria rigida. Indossava la sahariana, e la stoffa leggera non bastava a proteggerlo dal vento che spazzava il tetto. Nell'aria tersa la stoffa bianca pareva grigia in confronto alla sua pelle pallida come il gesso. Vacillando con passo malfermo - aveva l'impressione che le ferite dell'incidente si fossero riaperte - varcò la soglia e si incamminò sull'enorme terrazza del tetto.
I gabbiani lo scortavano roteando la testa e pulendosi il becco sul cemento. La superficie del terrazzo era tutta striata di sangue, e solo allora Royal notò le impronte sulle balaustre: sembravano i simboli di una misteriosa, cruenta grafia.
Si sentiva in lontananza un mormorio di voci femminili. Nella parte centrale del terrazzo panoramico, oltre il parco giochi, c'era un gruppetto di donne che discutevano fra loro. Irritato da quell'intrusione nel suo dominio privato che gli ricordava come non fosse solo nel condominio, Royal si ritirò al riparo del muro posteriore del parco giochi. Le voci portate dal vento si dispersero, come se quella fosse l'ultima riunione. Forse lui dormiva quando le donne erano salite altre volte, o forse col peggiorare del tempo avevano deciso di scegliere un posto più riparato e sicuro per tenere le loro riunioni.
Il vortice degli uccelli si stava dissolvendo, e i gabbiani si tuffarono in picchiata lungo la facciata dell'edificio. Spingendo avanti il cane, Royal uscì dal riparo del muro. Due donne erano entrate nel suo attico, e una stava toccando la sua macchina per la ginnastica. Quello che più stupì Royal fu la naturalezza del gesto, come se quella donna fosse appena entrata in una villa che aveva affittato per le vacanze.
Dopo essere rimasto così a lungo solo con gli uccelli e il cane, la vista delle intruse lo turbava. Arretrò, tenendosi vicino l'alsaziano, deciso ad aspettare nel parco giochi finché le donne non se ne fossero andate. Aprì la porta posteriore del parco e si avviò fra le sculture geometriche dipinte. I gabbiani lo attorniavano a dozzine, ammassati sul pavimento a piastrelle. Seguivano Royal come se lo avessero aspettato, certi che avrebbe portato loro qualcosa.
Royal scivolò sulle piastrelle umide, e chinandosi a staccare dalla suola un frammento di sporcizia si appoggiò a una sfera dipinta di rosso vivo. Quando ritirò la mano, si accorse che era bagnata di sangue. Gli uccelli si levarono in volo, e lui, guardandosi intorno, vide che tutto il parco giochi era inzuppato di sangue. Il pavimento era coperto da un sottile strato di materia organica che lo rendeva scivoloso. L'alsaziano affamato ringhiò avventandosi su un pezzo di carne che pendeva dal bordo della vasca centrale. Sbigottito, Royal continuava a fissare le piastrelle insanguinate, le ossa bianche spolpate dagli uccelli.

Wilder si svegliò nel tardo pomeriggio. Un soffio d'aria fredda vorticava per la stanza facendo svolazzare un pezzo di giornale. Wilder ascoltò il vento che sibilava nei condotti di aerazione. I gabbiani non stridevano più; forse se n'erano andati per sempre. Wilder si mise a sedere in un angolo del soggiorno, con la sensazione di essere il primo e ultimo occupante del condominio.
Si alzò per andare sul balcone. Laggiù in basso si scorgevano le interminabili file di auto parcheggiate; le offuscava una leggera foschia, caratteristica di un mondo che non era il suo.
Succhiandosi le dita unte di grasso, Wilder entrò in cucina. Credenza e frigorifero erano vuoti. Ripensando alla giovane dell'ascensore e al suo corpo caldo, fu tentato di tornare da lei e dalle sue carezze che gli avevano scaldato il petto e le spalle.
Continuando a leccarsi le dita, uscì nel corridoio deserto e silenzioso, dove una corrente d'aria sollevava i rifiuti sparsi sul pavimento. Wilder portava ancora la cinepresa, senza ricordare più a cosa servisse né perché l'avesse conservata così a lungo.
Invece riconobbe subito la piccola pistola d'argento, che stringeva nella destra, divertendosi a puntarla contro le porte vuote, nella vaga speranza che uscisse qualcuno a giocare con lui. Il cielo era diventato padrone assoluto di quasi tutta la parte superiore del condominio. Wilder vedeva le nuvole bianche attraverso il pozzo di un ascensore incorniciato nel lucernario della scala, mentre saliva al quarantesimo piano.
Puntando la pistola contro un immaginario nemico, Wilder sfrecciò attraverso il pianerottolo degli ascensori del quarantesimo piano. Qui non c'erano barricate, e qualcuno aveva fatto di recente un po' d'ordine. I sacchi di spazzatura erano stati portati via, le barricate disfatte, gli arredi del pianerottolo rimessi al loro posto. Qualcuno aveva pulito le pareti facendo scomparire tutte le scritte che le avevano imbrattate.
Alle sue spalle, il vento fece sbattere una porta spegnendo un raggio di luce. Wilder continuava a giocare da solo nel palazzo vuoto, sicuro che prima o poi sarebbe arrivato qualcuno a giocare con lui. Ogni tanto s'inginocchiava, fingendo di sparare, poi si rialzava e correva. Quando si trovò davanti una porta chiusa, l'aprì con un calcio e irruppe in un appartamento, il più spazioso di tutti quelli che aveva visto finora. Anche qui era stato riportato l'ordine, le stanze erano ripulite, i tappeti stesi al loro posto, le tende appese alle alte finestre. Sopra un lungo tavolo di legno lucidato erano posati due candelabri d'argento.
Wilder fece il giro del tavolo, impressionato. Aveva la vaga, confusa sensazione di essere già stato in quel posto, molti anni prima di venire nel palazzo vuoto. Il soffitto alto e l'arredo di gusto maschile gli ricordavano una casa dove era stato bambino. Girò per le stanze, alla ricerca dei giocattoli preparati in vista della sua venuta.
Fra le due camere da letto c'era una scala a chiocciola che portava a un piccolo appartamento affacciato direttamente sul letto a terrazza. Eccitato dal mistero e dalla sfida di quella scala segreta, Wilder cominciò a salirla. Era arrivato a metà quando qualcosa gli sbarrò il passo. La figura scarna di un uomo alto, dai capelli bianchi, era uscita improvvisamente dall'ombra. Più anziano di Wilder, coi capelli scompigliati dal vento, stava in piedi in cima alla scala e guardava senza parlare l'intruso sotto di lui. La luce violenta impediva di vederlo in faccia, ma le cicatrici sulla fronte spiccavano nitide, e così le impronte di sangue fresco sulla giacca bianca.
Wilder si fermò. Gli sembrò confusamente di aver riconosciuto Royal, però non sapeva se l'architetto era venuto per giocare con lui o per rimproverarlo. Ma l'aria nervosa e sparuta facevano pensare che fosse stato nascosto, e non per gioco.
Sperando di indurlo lo stesso a unirsi a lui, Wilder finse di volergli sparare. Ma con sua grande sorpresa, l'architetto arretrò, come se avesse paura; poi vedendo che Wilder riprendeva a salire, sollevò il bastone di metallo e glielo scagliò contro.
Il bastone colpì la ringhiera e rimbalzò contro il gomito sinistro di Wilder. Il dolore acuto gli fece cadere di mano la cinepresa. Aveva il braccio intorpidito e per un attimo si sentì sperduto come un bambino maltrattato. Vedendo che l'architetto si avvicinava, alzò la pistola e gli sparò in pieno petto.
Quando l'eco dell'esplosione svanì nell'aria fredda, Wilder superò gli ultimi gradini. Il corpo dell'architetto giaceva scompostamente sulla scala, come se fingesse di essere morto. La faccia segnata dalle cicatrici ed esangue era voltata dall'altra parte. Era ancora vivo e guardava, attraverso le finestre aperte, gli ultimi uccelli che l'esplosione aveva fatto levare in volo.
Confuso perché il gioco aveva preso una piega per lui incomprensibile, Wilder scavalcò il corpo. La cinepresa giaceva ai piedi della scala, e così non la raccolse. Massaggiandosi il braccio indolenzito, gettò via la pistola e usci sul terrazzo.
A una ventina di metri da lui, un gruppo di bambini giocava nel parco. Le porte, rimaste chiuse per tanto tempo, adesso erano spalancate. Wilder riusciva a vedere le sculture geometriche che con i loro colori vivaci spiccavano sul bianco dei muri. Tutto era stato riverniciato di fresco e il tetto a terrazza vibrava di luce. Wilder fece un saluto agitando la mano, ma i bambini non lo videro. La loro presenza lo aveva risollevato. Provava un senso di trionfo, perché alla fine della scalata li aveva finalmente trovati. L'uomo con la faccia segnata di cicatrici e la giacca bianca insanguinata che giaceva dietro di lui, sulla scala, non aveva capito il gioco.
Uno dei bambini, un maschietto sui due anni completamente nudo, correva fra le sculture. Wilder si affrettò ad allentare la cintura lasciando cadere i calzoni. Barcollando come se non avesse ancora imparato bene a camminare, corse nudo a raggiungere i piccoli amici.
In mezzo al parco giochi, vicino alla vasca vuota, una donna stava appiccando fuoco a una catasta di mobili spaccati. Le sue mani robuste sistemarono uno spiedo fatto con un tubo della macchina per la ginnastica. Poi accovacciandosi accanto, cominciò ad alimentare il fuoco con pezzi di sedie, mentre i bambini continuavano a giocare.
Wilder si avvicinò, sperando che la donna notasse i bei disegni che gli adornavano il petto. Mentre aspettava che i bambini gli chiedessero di giocare con loro, vide una seconda donna a pochi metri sulla sua sinistra. Indossava un abito lungo fino ai piedi coperto da un grembiule altrettanto lungo di cotonina a quadretti, e portava i capelli tesi intorno al viso severo e raccolti in uno stretto nodo sulla nuca.
Wilder s'incamminò fra le statue, imbarazzato perché nessuno si accorgeva di lui. Altre due donne, vestite allo stesso modo, erano entrate dal cancello, e altre ancora avanzavano fra le sculture finché non formarono un cerchio intorno a Wilder. Sembravano appartenere a un altro secolo e a un altro ambiente, se non fosse stato per gli occhiali da sole, le cui ombre nere spiccavano sul cemento insanguinato del tetto.
Wilder aspettava che gli rivolgessero la parola. Era contento di essere nudo e di mettere in mostra il suo corpo adorno di bei disegni. Finalmente la donna accovacciata accanto al fuoco voltò la testa verso di lui. Nonostante l'abbigliamento insolito, Wilder riconobbe sua moglie Helen. Stava per correrle incontro, ma lo sguardo indifferente che lei gli rivolse lo fece desistere.
Ormai si era accorto di conoscere tutte quelle donne. Riconobbe vagamente Charlotte Melville, con una sciarpa attorno alla gola graffiata, che lo guardava con indifferenza. E vicino a Jane Sheridan c'era la giovane moglie di Royal, ora trasformata in governante dei bambini. Riconobbe anche la vedova del gioielliere con la sua lunga pelliccia e la faccia pesantemente truccata. Voltandosi, per avere la conferma che ogni via di scampo era bloccata, vide dietro di sé l'imponente figura statuaria della scrittrice di libri per bambini, seduta sulla porta finestra dell'attico, come una regina nel suo padiglione. In un ultimo barlume di speranza, pensò che forse gli avrebbe letto una storia.
Davanti a lui, nel parco giochi, i bambini si divertivano con un mucchietto di ossa.
Il cerchio delle donne si restrinse. Le prime lingue di fiamma si levarono dalla catasta e la vernice delle sedie antiche crepitava. Dietro le lenti scure, gli occhi delle donne erano fissi su Wilder, come per ricordargli che avevano lavorato sodo e ora avevano appetito. Tutte insieme infilarono una mano nella tasca del grembiule.
Quando riapparvero, le loro mani insanguinate impugnavano coltelli dalla lama sottile. Ancora timido, ma felice, Wilder, barcollando, andò incontro alle nuove madri.

Capitolo XIX

Il pranzo era quasi pronto. Seduto sul suo balcone, al venticinquesimo piano, Robert Laing attizzava il fuoco alimentato da fogli di elenchi telefonici. Le fiamme illuminavano le robuste spalle e il torace dell'alsaziano che stava arrostendo allo spiedo. Laing si augurava che Alice e Eleanor Powell, stese una accanto all'altra sul letto di sua sorella, apprezzassero quello che aveva fatto.
«Una delle regole della vita» mormorò fra sé punzecchiando la pelle bruna e croccante del cane, che aveva insaporito con aglio ed erbe aromatiche «è che se si sente odore d'aglio vuol dire che tutto va bene.»
E infatti, almeno per il momento, tutto andava a gonfie vele. L'alsaziano era quasi cotto, e un sostanzioso pasto a base di carne avrebbe fatto bene alle donne. Negli ultimi tempi erano diventate tutt'e due lagnose, a causa della scarsità di cibo, e troppo stanche per poter apprezzare l'abilità e il coraggio dimostrati da Laing nel catturare il cane, senza considerare poi la faticaccia di spellarlo e togliergli le interiora. Erano arrivate perfino a lamentarsi dei gemiti della bestia, mentre Laing sfogliava un libro di cucina trovato in un appartamento vicino. Era rimasto a lungo incerto sul modo migliore di cucinare il cane. Dai suoi insistenti guaiti sembrava che l'alsaziano si fosse reso conto del suo destino, come se sapesse di essere l'ultimo animale sopravvissuto nel condominio, e appunto per questo meritasse un maggiore sforzo culinario.
Il pensiero della fame che incombeva nel prossimo futuro non turbava per il momento Laing, che continuava ad alimentare il fuoco con le pagine degli elenchi. Forse c'era ancora della selvaggina ai piani inferiori, ma lui non si avventurava mai più in basso del ventesimo piano. Il fetore che saliva dalla piscina del decimo piano era troppo nauseabondo e s'infiltrava in tutti i condotti e nei pozzi degli ascensori. Laing era sceso solo una volta, nel corso dell'ultimo mese, quando aveva recitato per pochi minuti la parte del buon samaritano con Anthony Royal.
Aveva trovato l'architetto moribondo mentre stava raccogliendo la legna sul pianerottolo del venticinquesimo piano. Era chino ad estrarre un tavolino della barricata ormai inutile, quando Royal era caduto attraverso l'apertura e per poco non l'aveva buttato a terra. Sul petto aveva una piccola ferita rotonda, e la giacca bianca era cosparsa di impronte di mani insanguinate, come se l'architetto avesse voluto identificarsi in quelle tracce della sua morte vicina. Era allo stremo, cieco, e le ossa della fronte premevano contro la pelle tesa come se volessero tagliarla. Chissà come aveva fatto a scendere dal quarantesimo piano. Dopo, continuando a incespicare e sorretto da Laing, arrivò fino al decimo. Quando i due uomini entrarono nel centro commerciale devastato, il lezzo di carne putrefatta aleggiava sui banchi vuoti del supermercato. Dapprima Laing pensò che fosse l'odore di provviste nascoste che stavano marcendo. Aveva tanta fame che per poco non lasciò cadere Royal per andare alla ricerca di cibo. Ma l'architetto, con gli occhi semichiusi e una mano aggrappata alla sua spalla, gli indicò la piscina.
Nella luce gialla riflessa dalle piastrelle sporche, la lunga vasca-carnaio si stendeva in tutto il suo orrore davanti a loro. L'acqua era ormai prosciugata da tempo, e il fondo in pendenza era coperto dai teschi, ossa, e arti smembrati di dozzine di cadaveri. Ammucchiati l'uno sull'altro così com'erano stati gettati, sembravano bagnanti travolti su una spiaggia da un'improvvisa catastrofe.
Turbato più dal fetore che dalla vista dei corpi mutilati - forse condomini morti di vecchiaia o di malattia o assaliti da cani inselvatichiti - Laing si voltò per andarsene. Royal, che gli era rimasto aggrappato per tutto il tempo della discesa, ormai non aveva più bisogno di lui e arrancò verso la fila degli spogliatoi. Quando Laing lo vide per l'ultima volta, stava trascinandosi nella parte bassa della piscina, come se sperasse di trovare un posto dove sedersi dopo quella sua ultima discesa.

Accoccolato vicino al fuoco, Laing punzecchiò con uno spiedo l'alsaziano. La corrente fredda che saliva lungo la facciata del condominio lo fece rabbrividire. Con uno sforzo, scacciò il ricordo della piscina-carnaio. A volte gli veniva il sospetto che qualche condomino si fosse convertito al cannibalismo perché la carne di alcuni cadaveri era stata asportata con abilità da chirurgo. Gli abitanti dei piani inferiori, isolati e sottoposti a così lunghe privazioni, forse avevano ceduto alla necessità.
«Robert!... Cosa stai facendo?» la voce querula di Alice lo strappò dai suoi pensieri. Ripulendosi le mani nel grembiule, corse in camera da letto.
«Va tutto bene... il pranzo è quasi pronto.»
Parlava col tono rassicurante con cui una volta si rivolgeva ai bambini, durante il suo internato all'ospedale. Ma quel tono contrastava con lo sguardo annoiato e intelligente delle due donne.
«Riempi tutta la casa di fumo» disse Eleanor. «Stai ancora facendo segnali?»
«No, sto bruciando gli elenchi telefonici. La carta dev'essere fatta di plastica.»
«E le batterie di Eleanor?» chiese Alice. «Le avevi promesso di cercarle. Deve fare delle recensioni.»
«Sì, lo so.» Laing guardò lo schermo spento del televisore portatile sistemato per terra accanto a Eleanor. Non sapeva come giustificarsi: nonostante i suoi sforzi, tutte le batterie erano esaurite, e lui non ne aveva trovate altre.
Eleanor lo fissava con sguardo severo. Aveva riaperto la ferita al polso, e la stava mostrando al gatto che la guardava a un angolo. «Abbiamo pensato che dovresti trasferirti in un altro appartamento.»
«Cosa?» Non sapendo se la commedia stava diventando una cosa seria, Laing rise, divertito. Si eccitava nel vedere che Eleanor si rifiutava di atteggiare le labbra nel suo solito sorriso. Le due donne giacevano così vicine che sembravano compenetrarsi l'una nell'altra. A intervalli, nel corso della giornata, lui portava loro da mangiare, ma non sapeva mai con esattezza quale delle due stesse realmente servendo. Avevano deciso di stare entrambe nello stesso letto, per avere più calore, più sicurezza, ma soprattutto, come sospettava lui, per poterlo dominare meglio. Sapevano di dipendere in tutto e per tutto da lui. Nonostante la "pantomima", provvedevano a soddisfare i bisogni personali di Laing, mentre lui pensava alla loro sopravvivenza fisica. Questo scambio era molto conveniente per Laing così come gli conveniva che le due donne condividessero lo stesso letto: in questo modo infatti doveva affrontare una sfilza sola di domande e un solo repertorio di giochi nevrotici.
Era contento di vedere che Eleanor aveva ritrovato parte dell'antico spirito combattivo. Siccome le due donne soffrivano terribilmente per la denutrizione, si sentiva incoraggiato quando stavano abbastanza bene da recitare la loro parte nella rituale pantomima, trattandolo come governanti di una ricca famiglia che rimproverano un bambino ritardato e introverso. A volte, Laing avrebbe voluto che il gioco arrivasse alla sua logica conclusione, e che le due donne comandassero e lo trattassero con sovrano disprezzo. Una volta, recitare questa parte gli era tornato molto vantaggioso, quando una banda di donne guidate dalla signora Wilder aveva fatto irruzione nell'appartamento. Vedendolo così strapazzato, pensarono che fossero Alice e Eleanor a dominare, e se ne andarono senza far niente. O forse avevano capito anche troppo bene quello che succedeva.
Comunque fosse, per il momento Laing era libero di vivere nell'intimità della cerchia familiare, per la prima volta da quando era bambino. Quella situazione gli permetteva di esplorare a fondo se stesso, e con la sua fondamentale precarietà aiutare a tenere tutti desti e vigilanti. Anche se le adulava per farsi coccolare, lui poteva sempre ricorrere a nuovi e più forti vizi. Aveva ancora parecchie fiale di morfina, e progettava di far conoscere alle due donne i piaceri di quell'elisir mortale. L'assuefazione alla droga avrebbe fatto pendere dalla sua parte la bilancia dell'autorità, aumentando la loro dipendenza da lui. L'ironia della sorte aveva voluto che trovasse i suoi primi pazienti proprio qui nel condominio.
Più tardi, dopo aver fatto a pezzi il cane e servito porzioni generose, ma non eccessive alle due donne, Laing si sedette sul balcone con la schiena appoggiata alla balaustra, pensando a quanto era fortunato. Adesso finalmente non importava più come si comportava, quali impulsi capricciosi seguiva, quali vie tortuose e perverse decideva di imboccare.
Gli spiaceva che Royal fosse morto; era come se fosse in debito con lui, perché aveva contribuito al progetto del condominio e di conseguenza aveva reso possibile tutto questo. Strano che Royal si fosse sentito colpevole prima di morire.
Laing fece un cenno rassicurante alle donne sedute sul letto col vassoio sulle ginocchia intente a mangiare nello stesso piatto, e terminò la sua porzione aromatizzata dall'aglio. Poi alzò lo sguardo verso la facciata del palazzo. Tutti i piani erano al buio, cosa che lo rendeva felice. L'affetto che nutriva nei confronti delle due donne era sincero, come l'orgoglio che provava nel mantenerle in vita, ma non interferiva minimamente con la sua libertà.
In complesso, la vita del condominio era stata benevola con lui. Tutto tendeva gradualmente a tornare alla normalità. Laing aveva ricominciato a pensare alle lezioni di medicina. L'indomani forse, sarebbe andato al laboratorio di fisiologia, ma prima doveva fare un po' d'ordine. Aveva visto due vicine scopare il corridoio. Forse sarebbe stato possibile rimettere in funzione uno degli ascensori. Chissà, avrebbe anche potuto occupare un altro appartamento e arredarlo con mobili presi dalle barricate.
Ripensando alla minaccia di Eleanor, l'idea che le donne volessero scacciarlo gli procurava un brivido di proibito piacere. Doveva escogitare qualcosa per riconquistarsi il loro favore.
Ma questo, come la morfina in dosi crescenti, era solo l'inizio; un semplice saggio in vista delle vere eccitazioni che gli riserbava l'avvenire. In preda a queste sensazioni, Laing si appoggiò alla ringhiera.
Era calato il crepuscolo, e i tizzoni ardevano nel buio. La sagoma del grosso cane infilzato sullo spiedo ricordava la figura di un uomo mutilato in volo, sollevato da una forza potente del cielo, con i tizzoni che brillavano come gemme sulla sua pelle.
Laing guardò il condominio distante quattrocento metri. Per un temporaneo guasto all'impianto elettrico mancava la luce al settimo piano. Nel buio occhieggiavano già le luci delle lampade portatili. I condomini stavano facendo i primi, incerti tentativi per scoprire dove si trovavano. Laing li guardava con soddisfazione, pronto ad accoglierli nel loro nuovo mondo.

FINE