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The Lost Treasures
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GALASSIA CHE VAI - Frank Russell

PROLOGO

Quando si verifica un'esplosione, pezzi e frammenti volano in quantità dappertutto. Più lo scoppio è forte, più le schegge sono grosse e più lontano volano. Sono cognizioni fondamentali, note a qualsiasi scolaretto che abbia smesso di credere alla Befana e alla cicogna. Tuttavia erano ignorate, o almeno non comprese a fondo, da Johannes Pretorius van der Cam Blieder, sebbene il fato l'avesse predestinato al più spettacolare «bum» di tutta la storia universale.
Johannes ecc. ecc. Blieder era un fissato allo stesso modo di Unk (quello che scoprì il fuoco), di Wunk (quello che inventò la ruota), di Galileo, di Leonardo, dei fratelli Wright, e di tanti altri che avevano offeso l'ortodossia compiendo l'impossibile. Era un ometto striminzito, con il cranio mezzo calvo, una barbetta caprina e un paio d'occhi slavati e senza vita, ingigantiti da lenti spesse mezzo centimetro. Sgambettava con l'andatura di un papero ed era afflitto fin da piccolo da un'eterna goccia al naso che continuava a «tirar su» perché non trovava mai il fazzoletto.
Blieder era assolutamente privo di titoli e di competenze di qualsiasi genere. Se una nave spaziale in partenza per la Luna o per Venere schizzava in cielo rombando fragorosamente (avveniva da parecchie centinaia d'anni) lui sbirciava in su con lo sguardo miope, senza avere la minima idea di come il razzo venisse sparato via. E, quel ch'è peggio, non gli importava un corno di saperlo. Per quattro ore al giorno e per quattro giorni alla settimana, Blieder sedeva al tavolino in un ufficio. Il resto del tempo lo dedicava interamente, con grande sforzo di fantasia, all'hobby di cercare di far levitare una monetina. Denaro, potenza, belle donne: non c'era niente che avesse per lui la minima attrattiva. Tolta la caccia a qualche dannato fazzoletto, tutta la sua vita era votata a uno scopo che lui riteneva il trionfo dei trionfi: riuscire a mostrare un soldino che fluttuava a mezz'aria.
Uno psicologo potrebbe spiegare una simile ossessione adducendo a pretesto qualche esperienza subita da Blieder mentre si trovava nel grembo materno. Uno psichiatra potrebbe definirla la tendenza patologica di un omino dal naso che cola all'elevazione al di sopra dei suoi simili. Se Blieder fosse stato capace, e non lo era, di auto-analisi, avrebbe magari confessato l'ambizione delusa di diventare un prestigiatore di grido. Sebbene non sapesse nulla delle meraviglie della scienza, Blieder nutriva una sviscerata ammirazione per i maghi e gli illusionisti in genere. Per lui la massima gloria sarebbe stata quella di uscire su un palcoscenico e sbalordire «il colto e l'inclito» con una serie di giochi in cui effettivamente tutto avvenisse «senza trucco e senza inganno».
La verità, forse, era che la generosa Provvidenza l'aveva scelto per raggiungere uno scopo preciso, nello stesso modo in cui, più o meno, erano stati scelti altri imbecilli con il pallino dell'invenzione. Di conseguenza Blieder era animato da una specie di istinto premonitore, da un'intima certezza che, dai oggi, dai domani, la sua costanza sarebbe stata premiata. Così si intestardì per cinquant'anni a far levitare la monetina, provando metodi mentali, meccanici, o semplicemente cervellotici.
Ci riuscì il giorno del suo settantaduesimo compleanno. La monetina si sollevò di un centimetro sopra un disco di cobalto puro che rappresentava la parte esterna di una specie di congegno privo di ogni somiglianza con qualsiasi altro aggeggio ispirato alla logica. L'omino non si precipitò in strada per gridare la notizia ai quattro venti, non si ubriacò. Si limitò a fissare il soldino ammiccando con aria incredula, tirò su energicamente con il naso, ricercando invano un fazzoletto. Poi provò ad appoggiare un'intera pila di monetine sopra quella che fluttuava. Non vi fu alcun cambiamento. La colonnina di spiccioli rimase sospesa alla solita distanza di un centimetro dalla pietra di cobalto.
Tolte le altre monete, Blieder volle provare con un pesante fermacarte. La distanza non mutò di un capello. Tolse moneta e fermacarte, si domandò se un metallo diverso avrebbe ottenuto un altro effetto. Provò con il suo orologio d'oro. Il vecchio cipollone si sistemò a un centimetro di distanza al di sopra del disco. Blieder trafficò con il congegno, regolando e aggiustando qua e là sperando di aumentare la distanza. A un certo punto l'orologio vibrò, ma non andò né in su né in giù. Blieder tornò a insistere spostando e ritoccando, finché venne ricompensato con un rumore di energico sputo. L'orologio sparì, lasciando un buco nel soffitto e un foro, in corrispondenza, nel tetto.
Nei quattordici mesi che seguirono, Johannes Pretorius van der Cam Blieder lavorò di lena alla messa a punto del suo congegno. Dato che ignorava tutto sui metodi scientifici, i suoi sforzi venivano determinati dal caso, o da Dio. Alla fine di quel periodo era riuscito a far fluttuare qualsiasi oggetto portatile della casa, metallico o no, a una distanza di un centimetro dal disco di cobalto, o a farlo schizzare verso l'alto così in fretta da non riuscire a vederne la partenza.
«È il momento», si disse Blieder, «di chiedere l'aiuto di un cervello più agile.» Sempre coerente con se stesso, non venne nemmeno sfiorato dall'idea di rivolgersi alla Facoltà di fisica dell'Università più vicina. Scrisse invece al Magnifico Mendelsohn, un illusionista di fama mondiale. E fu un bene. Uno scienziato si sarebbe limitato a mandarlo a quel paese scambiandolo per uno dei soliti inventori da strapazzo, mentre il signor Mendelsohn, essendo un truffatore di professione, fu fin troppo contento di dare un'occhiata al nuovo trucchetto, sperando di perfezionarlo e confiscarlo a proprio uso e consumo.
Alla data stabilita il signor Mendelsohn arrivò, con tanto di mantello nero e di sorriso cinico. Passò tre giorni, veramente esasperanti, a cercare di capire esattamente come funzionasse l'aggeggio. Blieder non gli era di nessun aiuto; ciabattava attorno tirando su con il naso e giurando d'aver compiuto un miracolo senza essere in grado di dire come. Forte del suo prestigio, Mendelsohn chiamò due scienziati perché andassero a fondo del mistero e, possibilmente, trasformassero il congegno in qualcosa di più adatto per un palcoscenico di varietà.
Gli scienziati si accinsero al proprio compito con molta buona volontà: guardarono e notarono, provarono e riprovarono, controllarono e ricontrollarono. Alla fine mandarono a chiamare altri sei specialisti. In casa Blieder regnava ormai un'atmosfera lievemente isterica, che aumentava all'arrivo di nuovi esperti. Alla fine lo stesso Blieder, esausto e spaventato da quella ridda di cervelloni, cedette la sua invenzione in cambio del cinque per cento sugli eventuali profitti che se ne potessero trarre, più la promessa solenne, e su questo si mostrò irremovibile, che il nuovo principio da lui scoperto portasse in eterno il suo nome.
Dieci mesi dopo Blieder morì senza avere avuto il tempo di riscuotere nemmeno un centesimo. Undici anni dopo veniva varata la prima nave spaziale di nuovo tipo, puntualmente battezzata a propulsione «Blieder». La propulsione Blieder aveva fatto polpette delle distanze astronomiche e dei principi di astronautica e aveva liquidato una volta per tutte la teoria che nulla potesse superare la velocità della luce.
L'intero universo rimpicciolì molto più in fretta di come era rimpicciolita la Terra quando era stato inventato l'aeroplano. Galassie e sistemi solari, un tempo assolutamente irraggiungibili, adesso erano lì, girato l'angolo. La Terra, super-affollata, si vide offrire il cosmo su un vassoio d'argento, e non si lasciò scappare l'occasione.
Un vero e proprio fiume di navi a propulsione Blieder cominciò a partire dalla Terra, e venne mantenuto costante da tutte quelle famiglie, tribù, sette o associazioni varie che, convinte di trovarsi molto meglio altrove, prendevano la via delle stelle. Gli inquieti, gli ambiziosi, i malcontenti, i martiri, gli eccentrici, gli asociali, gli spostati o i semplici curiosi, prendevano il volo a decine, a centinaia, a migliaia, a centinaia di migliaia.
In meno di un secolo il cinquanta per cento della razza umana lasciò la vecchia e autocratica Terra sparpagliandosi per tutto l'universo, mettendo radici dovunque si potesse dare libero sfogo alle proprie idee o imporre i propri pregiudizi. Questo fu il risultato dell'ossessione di un oscuro levitatore di monetine. Il fenomeno passò alla storia come La Grande Esplosione.
La Terra si indebolì per circa quattrocento anni. Poi venne il momento di raccogliere le schegge e i frammenti...

Capitolo I

Quando le navi spaziali venivano spinte da fanghiglie di boro vaporizzate o da getti di cesio ionizzato, le loro dimensioni erano adeguate ai limiti della potenza disponibile. Nessun progettista poteva permettersi di ignorare il rapporto tra il carico consentito e l'energia del propellente. Blieder liquidò il problema in blocco.
In breve tempo le navi aumentarono enormemente di dimensioni e capacità di trasporto. Per progettisti e costruttori era quasi un dovere che ogni nuovo esemplare fosse più mastodontico del precedente.
La nave che in quel momento stava facendo il carico per la sua crociera d'inaugurazione era l'ultimissima, e quindi la più grande di tutte. Il suo enorme scafo, in una lega di cromo-titanio, misurava duecentoquaranta metri di diametro ed era lungo un paio di chilometri. Una simile massa che poggia su uno spazio ridotto tende a sprofondare nel terreno. L'immensa carena riposava in un solco profondo circa quattro metri.
I cronisti televisivi, ormai a corto di superlativi adatti, avevano ripetutamente descritto il vascello spaziale come «tale da far vacillare i sensi». Sempre disposto a fervide ovazioni, il pubblico era accorso in massa. Migliaia e migliaia di persone puntavano sulla nave i loro sguardi bovini di bravi e mansueti contribuenti. A nessuno passava per la mente l'idea che qualcuno aveva pagato per quella gigantesca visione, né il sospetto d'essere stati munti abbondantemente dai loro portafogli individuali e collettivi.
La gente era momentaneamente incapace di profonde riflessioni sui costi. La bandiera era salita sul pennone, le bande mandavano i loro tonanti squilli. Era una manifestazione patriottica, e si sa che nelle manifestazioni patriottiche non si fanno meschine considerazioni di quattrini; il cittadino che sceglie un momento simile per fare i conti è un traditore o un disfattista.
In conclusione, la nave era là, il totem sventolava nella brezza, le bande facevano udire suoni eccitanti, e una selezione accuratamente scelta di individui saliva a bordo. Il numero di coloro che salivano lo scalandrone assommava a altri duemila individui, divisi in tre tipi distinti... Quelli alti, smilzi, dagli occhi un po' socchiusi e penetranti, costituivano l'equipaggio. Quelli dai capelli a spazzola e la mascella forte erano i militari. Quelli infine dall'occhio spento, lo sguardo miope e il cranio pelato, erano i burocrati.
I primi si comportavano con la disinvoltura professionale di chi considera un lungo viaggio come una normale tappa di una eterna-routine. Chini su per la passerella sotto il peso del solito equipaggiamento, i militari ostentavano la cupa rassegnazione di chi si è consegnato anima e corpo nelle mani di alcuni imbecilli, uno dei quali, fermo ai piedi dello scalandrone, sceglieva ogni tanto una vittima e la copriva di insulti. I burocrati si distinguevano per l'espressione bastonata di chi sta subendo un trattamento che non si farebbe nemmeno a un cane. Erano stati strappati dalle loro scrivanie: davvero l'ultima goccia!
Un'ora dopo che l'ultimo uomo, l'ultima cassa, l'ultimo bagaglio erano stati portati a bordo, arrivò l'ambasciatore imperiale: un tipo rubicondo, con gli occhi porcini e pancetta prominente. Salito sulla pedana, scrutò la marea di popolo con aria d'importanza, fece un cenno di condiscendenza verso le telecamere, poi si schiarì la voce e disse:
- Con questa meravigliosa astronave, promessa di molte e ancor più grandi unità, ci prepariamo ad estendere la nostra autorità sui nostri fratelli lontani, oltre che nel nostro, nel loro interesse! Finché ne abbiamo la possibilità e l'occasione, e, prima che sia troppo tardi, dobbiamo creare un impero cosmico di enorme potenza e di sconfinata vastità! - Entusiasmo della folla. - Non sappiamo... non sappiamo contro quali formidabili antagonisti la nostra specie potrebbe essere chiamata a misurarsi in un momento qualsiasi del futuro, e prima che questo accada la Terra deve radunare i propri figli affinché essi possano presentare al nemico un fronte comune, un fronte unito. L'universo nasconde una moltitudine di segreti che potrebbero rivelarsi estremamente pericolosi. Noi li affronteremo insieme e li sconfiggeremo, come i Terrestri hanno sempre fatto! - Delirio della folla. - Uniti sapremo resistere, divisi potremmo soccombere. È tempo che le parti lontane formino un tutto unico con la madre comune: la Terra!
Continuò per una buona mezz'ora, interrotto di tanto in tanto dagli applausi. Com'è proprio degli oratori, sorpassò se stesso al punto di autoconvincersi della sacrosanta bontà della propria causa. Era reduce da recenti libagioni, di buon umore. La folla si faceva impaziente e la noia cominciava a infiacchire gli applausi. La gente era venuta per assistere alla partenza dell'astronave e quel grassone, con le sue chiacchiere, ritardava l'evento.
Finalmente l'ambasciatore terminò: fece un cenno di saluto alla folla, s'inchinò alle telecamere, si arrampicò per l'ultima passerella rimasta e sparì. Il portello stagno si chiuse subito. Un minuto dopo suonò una sirena e senza nessuna visibile manifestazione di potenza la nave si staccò dal suolo, dapprima lentamente, poi sempre più veloce, fino a svanire oltre le nuvole. A bordo l'ingegnere di decimo grado Harrison disse all'ingegnere di sesto grado Fuller: - Hai sentito il discorso? Di' un po', e se i nostri fratelli sparsi in tutto il cosmo non ci tenessero per niente ad essere amati dalla madre Terra?
- C'è qualche ragione per cui non dovrebbero? - disse Fuller.
- Ecco, al momento non me ne viene in mente nessuna.
- E allora perché fasciarsi la testa prima di rompersela? Non hai qualche preoccupazione più seria?
- Sì! Una, almeno, ce l'ho - disse Harrison, un tipo scimmiesco, con le orecchie a sventola. - La mia bici... sarà bene che la metta in ordine.
- La tua che? - saltò su Fuller, guardandolo a bocca aperta.
- La mia bici - ripeté Harrison, senza scomporsi. - L'ho portata con me. Dovunque vada, la mia bicicletta mi accompagna.

Il primo pianeta apparve sullo schermo simile a una palla rosata, ma era un'illusione ottica, dovuta alla fluorescenza: visto a occhio nudo il colore dominante era verde. Quarto d'una famiglia di nove pianeti circondava un astro di tipo-Sole, e l'intero sistema si trovava in una specie di deserto cosmico.
Nella cabina di comando, il capitano Grayder si rivolse all'ambasciatore: - Secondo le vecchie carte, questo mondo è l'unico abitabile di tutto il gruppo. Circa un milione di persone vennero scaricate quassù prima che cessassero le comunicazioni.
- Sarà una bella sorpresa per loro quando sentiranno che la Terra li ha raggiunti di nuovo - commentò l'ambasciatore. - E di quali stranezze si vantavano coloro che vennero a stabilirsi qui?
- Veramente - disse Grayder - questo fu l'unico pianeta che non venne scelto dai suoi primi colonizzatori.
- No? Come sarebbe a dire?
- Che questi ci vennero spediti per forza. Erano criminali. Quando qualcuno si rendeva poco gradito la Terra se ne sbarazzava deportandolo dove potesse vivere con i suoi pari. Il principio era: «Lasciamo che i cani mangino i cani». Capite?
- Ora che mi ci fate pensare, ricordo d'aver letto qualcosa del genere quand'ero all'università. Sì... il libro presentava la cosa come un esperimento interessante che avrebbe dovuto risolvere una volta per tutte il problema della criminalità. Stabilire se si trattava di un fenomeno ambientale o ereditario.
- È per questo che ci hanno ordinato di fare qui la prima tappa. Alcuni dei nostri studiosi vogliono conoscere i risultata - Grayder assunse un'aria pensosa. - Forse la Terra ha già un altro esercito pronto per essere spedito quassù.
- In questo caso, ha i impiegato parecchio ad ammassarlo! Quattrocento anni sono qualcosa.
- Dopo un completo repulisti - disse Grayder - potrebbero occorrere parecchie generazioni prima che la vena criminale torni a riaffiorare.
- Se il fenomeno è ereditario. Ma se è ambientale, il repulisti avrebbe dovuto avere un effetto quasi nullo.
- Non sono un esperto, però credo che non sia né una né l'altra cosa.
- E in che modo lo spiegate?
- Ciascuno nasce con il proprio destino. Puoi nascere fisicamente perfetto o fisicamente imperfetto, e in quest'ultimo caso sei un debole o uno storpio. Puoi nascere mentalmente perfetto o mentalmente imperfetto, e allora sei un deficiente o un criminale. Ho il sospetto che la maggior parte dei criminali potrebbe essere curata completamente da un buon chirurgo del cervello, se conoscessimo la tecnica necessaria. Purtroppo, non la conosciamo.
- Forse avete ragione - disse l'ambasciatore.
- Il grosso problema è di sapere se la deformazione mentale può essere superata, se le colpe dei padri ricadono sui figli fino alla terza o alla quarta generazione.
- Questi, ormai, dovrebbero essere arrivati alla ventesima.
- Dicevo così per dire - rispose Grayder. Guardò lo schermo ormai praticamente riempito dall'immagine del pianeta. - Tanto, tra poco lo sapremo.
L'ambasciatore taceva, lievemente a disagio.
- Dal punto di vista generale - disse Grayder - la Grande Esplosione liberò il nostro mondo da una massa di rompiscatole anticonformisti. Però, come voi stesso potete valutare in questo momento, le cose viste da una nave che naviga nello spazio appaiono notevolmente diverse. Il pianeta natio è lontano, perduto tra una miriade di stelle. E su qualsiasi mondo sconosciuto un terrestre rimane un terrestre, anche se è pazzoide o se ha perso i contatti con i suoi simili. È della nostra stessa forma e sostanza. Ed è questo che conta.
- Tuttavia, potrebbe essere notevolmente diverso da noi - disse l'ambasciatore - altrimenti non si troverebbe isolato tra le stelle. Una deformazione resta tale, qualunque sia. - Si batteva la mano sul grosso ventre, sottolineando inconsciamente le parole. - Intendiamoci, non ho niente contro quelli che abbandonarono la Terra ma nemmeno li ho in simpatia. Vediamo di prenderli come sono, e cerchiamo di giudicarli unicamente in base ai meriti... ammesso che ne abbiano.
- Sì, Eccellenza - disse Grayder, che non aveva voglia di discutere. Ma intanto rifletteva tra sé che sarebbero sorte una quantità di opinioni discordi su ciò che costituisce o non costituisce un merito.

L'esame della superficie da distanza ravvicinata riservò una sorpresa. Tutti si aspettavano di notare segni evidenti di attività e di progresso. Al contrario, ai duemila che scrutavano dagli oblò, appariva chiaro che gli abitanti del pianeta vivevano in pochi agglomerati lontanissimi gli uni dagli altri.
Non c'erano città, né piccoli centri, né villaggi. Di tanto in tanto si scorgeva qualche gruppo di edifici malandati che sorgevano quasi sempre in cima a un colle, o su qualche lingua di terra circondata dall'acqua.
Non si vedevano grandi arterie di comunicazione e da quell'altezza non era possibile distinguere strade o sentieri. La nave sorvolava immense zone di foresta o di prateria, sulle quali non si vedeva alcun segno di vita. Passarono sopra una grigia distesa desertica, interrotta da formazioni circolari di sporgenze rocciose; dentro uno di quegli strani crateri pareva esserci un accampamento di una ventina di tende.
L'ambasciatore sbuffò, disgustato. - Non vale nemmeno la pena di occuparsene. Tutti assieme non formerebbero nemmeno sei reggimenti di fanteria spaziale. O sono stati decimati da qualche epidemia, o hanno trovato il modo di andarsene altrove.
- Credo di intuire come mai sono meno numerosi di quanto pensavamo - disse Grayder, dopo aver riflettuto.
- Cioè?
- La storia dice che spedimmo circa un milione di criminali. Non ricordo di aver mai letto quanti di loro fossero donne.
- Nemmeno io.
- Probabilmente gli uomini erano in maggioranza, diciamo in rapporto di nove a uno.
- In una situazione del genere, quel branco di selvaggi si saranno scannati a vicenda, senza risparmio - osservò l'ambasciatore, mettendo al lavoro la fantasia.
- Sarà stato senz'altro così. - Grayder strinse le spalle. - Che i cani mangino i cani, no? - Guardò dal portello d'osservazione di prua. - Non possiamo continuare a girare attorno fino a farci venire il capogiro. E neppure possiamo atterrare dove capita. Uno scafo di queste dimensioni ha bisogno di una superficie piatta e di un fondo solido.
- Scegliete pure il punto di atterraggio - ordinò l'ambasciatore - ma se è possibile fate in modo che sia nelle vicinanze di un luogo abitato. In un modo o nell'altro, bisognerà stabilire dei contatti.
- Farò del mio meglio. - Staccò la cornetta del citofono e tenendola in mano continuò a guardare fuori del portello. Dopo un bel po' disse: - Tanto vale atterrare qui.
Cominciò a mitragliare ordini nel microfono.
Maestosamente l'immenso scafo descrisse una lunga curva verso destra cominciando a perdere velocità. Negli alloggiamenti della truppa, tutto quello che stava sulle cuccette di destra precipitava verso quelle di sinistra, tra un coro generale di imprecazioni. Il sergente maggiore Bidworthy tuonò per imporre il silenzio. Nessuno gli fece caso.
Completata la curva, la nave si fermò, rimase momentaneamente sospesa, poi cominciò a scendere. La sua imponente mole scendeva dolcemente nell'atmosfera, perfettamente sotto controllo, in un modo che un certo Blieder di buona memoria avrebbe considerato miracoloso. Per la verità, anche coloro che erano abituati a manovre del genere non riuscivano mai a superare un senso di meraviglia all'idea di fluttuare verso terra, né a liberarsi del tutto dalla sgradevole sensazione che se qualcosa non avesse funzionato lo scafo si sarebbe sfracellato al suolo. Nessuna nave a propulsione Blieder aveva mai avuto incidenti, ma non si può mai dire.
Così l'equipaggio si comportò con esagerata ostentazione di sangue freddo, mentre i militari e i burocrati seguivano la manovra tremando visibilmente.
A quindici metri dal suolo, Grayder inclinò leggermente lo scafo in avanti, per metterlo nella posizione voluta. L'ordine colse tutti di sorpresa, salvo l'equipaggio. I funzionari slittavano sulle loro burocratiche terga lungo i pavimenti metallici, i soldati rotolavano all'indietro finendo l'uno sopra l'altro in un groviglio di corpi, armi ed equipaggiamenti, tra una valanga di bestemmie. Aggrappato a una paratia, Bidworthy elencò i nomi di quelli che secondo lui andavano fucilati all'alba.
La nave toccò terra, affondò nel terreno per quattro metri, si assestò. Sinistri crepitii percorsero lo scafo, mentre ciottoli e pietre si spaccavano e si sbriciolavano sotto l'enorme peso. I burocrati si rialzarono dignitosi con aria offesa, spazzolandosi gli abiti e lustrando gli occhiali. I soldati si districarono pazientemente e si rimisero in ordine sotto gli occhi di Bidworthy che latrava a più non posso.
Un campanello squillò nella cabina di manovra: il segnale d'aprire il portello centrale di sinistra. L'ingegnere capo McKechnie accese il motore che azionava il congegno di apertura, mentre l'ingegnere di decimo grado Harrison andava a controllare che il portello stagno funzionasse a dovere. Là venne raggiunto dal sergente Gleed che non vedeva l'ora di posare lo sguardo sulla terra ferma.
Aprendosi, il portello esterno rivelò una scena di pastorale bellezza, e Gleed se la trangugiò con gli occhi come un cammello assetato. Un terreno verde e rigoglioso si stendeva dalla nave fino a un largo gomito di fiume, sulla riva opposta del quale sorgeva un vasto edificio, o un fitto agglomerato di edifici piccoli. Qualcosa che assomigliava incredibilmente all'albero maestro di un veliero, completo di coffa, s'innalzava al di sopra della costruzione. In mezzo al fiume un uomo con una canoa remava verso l'altra sponda.
Il citofono del compartimento stagno trillò, Gleed rispose, e la voce di Grayder domandò: - Chi parla?
- Il sergente Gleed, signore.
- Bene! Sergente, scendete al fiume più in fretta che potete. C'è un tizio in acqua che voga verso la sponda opposta. Cercate di convincerlo a tornare indietro. Vorremmo parlargli.
- Devo prendere la pistola, signore?
Un breve silenzio all'altro capo della linea, poi Grayder disse: - Non credo che sia necessario. Farebbe cattiva impressione. In ogni caso sarete ben protetto dalle batterie della nave.
- Benissimo, signore. - Gleed riagganciò e, con una smorfia, si rivolse a Harrison: - Cala la scaletta. Vado giù.
- E chi ve ne ha dato il permesso? - domandò una voce gelida.
Gleed si voltò, trovandosi così faccia a faccia con il colonnello Shelton appena entrato nel compartimento. S'irrigidì, batté i tacchi e si tenne sull'attenti.
- Il capitano Grayder mi ha ordinato di chiamare quell'uomo con la canoa, signore.
- Ah, davvero? - fece il colonnello, come se avesse tutti i motivi di dubitarne.
- Signorsi.
- Sono io che comando le truppe - gridò in tono acido Shelton. - Il capitano Grayder comanda la nave.
- Signorsi.
- Dovete eseguire i miei ordini, e basta. Un graduato dovrebbe saperlo, senza aspettare che glielo spieghi io.
- Pensavo...
- Non tocca a voi pensare. Lasciate che lo facciano i vostri superiori. Sarà meglio per tutti. - E attaccandosi al telefono, Shelton aggiunse con fare minaccioso: - Ora vedremo se il capitano Grayder confermerà quello che asserite. - Evidentemente si aspettava che Grayder non lo facesse, dando per scontato che l'unico scopo di Gleed fosse quello di sgattaiolare a terra e reclamare per primo la sua parte di vino, donne e canti. Del resto Gleed doveva ringraziare solo se stesso per i sospetti dell'ufficiale, essendo in genere il primo a sbarcare e l'ultimo a risalire a bordo ogni volta che si toccava un nuovo lido. Ma Shelton, con sua sorpresa, si sentì confermare la storia da Grayder, e riagganciata la cornetta si rivolse al subalterno: - Molto bene. Scendete al fiume più in fretta che potete... abbiamo già perso anche troppo tempo.
Indignato, ma senza dimostrarlo, Gleed si preparò a scendere la scala.
- Dov'è la vostra pistola? - domandò Shelton.
- È qui - disse Harrison, raccogliendola da terra e mostrandola.
- E cosa ci fate voi, con quella pistola?
- La reggo.
- Questo lo vedo anch'io - disse Shelton sarcastico. - Siete rimbambito, per caso?
- Dovreste chiederlo al capitano Grayder - disse Harrison. - È lui, il mio comandante.
A questo punto Gleed si arrampicò fino al portello, afferrò la pistola, se la cacciò nella fondina e scese la scala a tempo di record. Sembrava contentissimo di essere fuori di là.
Shelton lo seguì con lo sguardo, poi colpì Harrison con una occhiata feroce. - Immagino che non essendo sottoposto alla disciplina militare, possiate fare quello che vi garba, vero?
Harrison non rispose.
Sbuffando come un mantice, Shelton lasciò il compartimento. Era appena scomparso lui che arrivò il sergente maggiore Bidworthy. Il sergente aguzzò bene la vista per contemplare il paesaggio sconosciuto. La faccia gli diventò improvvisamente cianotica.
- Chi ha dato al sergente Gleed il permesso di lasciare la nave?
- Il colonnello Shelton.
- Ve l'ha detto Gleed?
- No. Ero presente quando ha ricevuto l'ordine.
- Controllerò - fece Bidworthy minaccioso. - Il cielo vi aiuti se per caso state cercando di spalleggiare un bugiardo.
Bidworthy filò via alla ricerca di Shelton. Alle sue spalle l'ingegnere scosse la testa, guardò fuori dal portello e agitò le sue grandi orecchie.

Gleed raggiunse la riva proprio mentre il suo uomo spingeva in secco la canoa sulla sponda opposta. Il fiume era largo, lento e profondo. Gleed si portò le mani ai lati della bocca: - Ehi, laggiù!
L'altro lo guardò, facendosi schermo agli occhi con la mano. La distanza era un po' troppa perché Gleed potesse vedere bene il suo uomo; nel complesso gli sembrava basso, tozzo, e infagottato.
- Ehi, amico! - ripete Gleed facendo gesti di richiamo.
Dopo un momento di incertezza, l'altro gli urlò: - Che cosa volete? - Il linguaggio terrestre dell'uomo era antico, ma comprensibile.
- Venite qui - gridò Gleed, cercando di rendere amabile e gradevole la sua vociaccia da caserma.
- E perché?
- Dobbiamo parlarvi.
- Non sono fiusso - disse l'altro misteriosamente, e così dicendo prese qualcosa dalla canoa, se lo caricò in spalla e cominciò a risalire l'altra sponda.
Aguzzando meglio la vista, Gleed si rese conto che il carico dell'altro era certamente un'arma. Per Giove, ma sì, un arco! Lui ne aveva visti, qualche volta, nei musei, ma qui sembrava che lo usassero ancora. Con il cordiale disprezzo del soldato moderno per le armi primitive, non si domandò nemmeno se per caso non si trovasse entro la portata del tiro. Del resto la cosa era secondaria. L'arciere si allontanava deciso nella direzione opposta senza mostrare nessuna intenzione di aggredirlo.
- Non venite? - urlò Gleed, sapendo che un buon numero di persone seguiva gli approcci dall'astronave.
- Aspettate! - gli gridò l'altro.
Brontolando tra sé, Gleed cercò un bel ciuffo d'erba folto e morbido, sedette e aspettò. La figura dell'altro continuò ad allontanarsi con l'arco a spalle, raggiunse l'edificio, o gli edifici e sparì. Seccato, Gleed si mise a studiare il posto. Si accorse che sulla coffa in cima all'albero maestro c'era appollaiato qualcuno. Evidentemente quella costruzione era un forte. Gleed si chiese sorpreso come mai quella gente giudicasse necessario montare la guardia in un mondo occupato unicamente dai propri simili.
Passò del tempo prima che una nuova figura apparisse, scendesse cautamente in riva al fiume e si fermasse accanto alla canoa.
- Cosa volete? - urlò il nuovo venuto.
- Parlare! - rispose Gleed.
- Solo parlare?
- Sì.
- Di che cosa?
Cercando di non perdere la pazienza Gleed urlò: - Veniamo dalla Terra, come potete vedere dalla nostra nave. Il nostro capitano desidera parlare con qualcuno di voi.
- Allora che venga lui qui.
- Vuole che uno di voi visiti la nave - insistette Gleed, che cominciava a innervosirsi.
- Gli piacerebbe, eh? Crede che siamo una manica di fiussi?
- Sentite un po' - strepito Gleed: - noi non sappiamo nemmeno che cosa sia un fiusso.
L'altro digerì la notizia e ponderò con riluttanza una decisione: - Manderemo un uomo da voi se ne manderete uno vostro qui.
- Perché?
- Se uccidete il nostro uomo, noi uccideremo il vostro.
- Ma che fesserie state dicendo? - urlò Gleed, sbalordito.
- Ah! - parlò l'altro, con l'aria di chi ha visto confermati i suoi più neri sospetti. - E dicevate di non sapere che cosa sono i fiussi. Tanto per cominciare, siete bugiardi.
- Perché dovremmo uccidere il vostro uomo? - chiese Gleed, che non aveva nessuna voglia di discutere le oscure relazioni tra fessi e fiussi.
- Perché non dovreste farlo?
- Perché non ce ne viene in tasca niente.
- A parole!
Ora toccò a Gleed: - Aspettate! - Poi tornò alla nave, si arrampicò su per la scala, ed entrò.
- Com'è andata? - chiese Harrison, interessatissimo. - Ci hai guadagnato una birretta, sì?
- Piantala - ringhiò Gleed. Afferrò il citofono, ma lo riaggancio in fretta, folgorato da un dubbio. - Con chi devo parlare, con Shelton o con Grayder?
- Spiffera tutto quanto al primo che viene a rispondere.
- Già, giusto - approvò Gleed, grato del saggio consiglio.
Allungò la mano, ma in quel preciso istante l'apparecchio si mise a squillare con violenza. Gleed che non se l'aspettava, sobbalzò per lo spavento, poi si portò la cornetta all'orecchio e disse d'un fiato: - Sergente Gleed.
- Lo so - rispose la voce di Grayder. - Vi ho visto rientrare. Com'è andata? Ci mandano qualcuno o no?
- Dicono che possiamo avere uno di loro in cambio di uno dei nostri.
- In cambio? Credono che siamo venuti fin qua al solo scopo di barattare individui?
- Pare che abbiano paura di noi, signore. Dicono che se uccideremo il loro uomo, loro uccideranno il nostro.
- Ma che gente! L'idea di massacrare un visitatore a noi non passerebbe nemmeno per l'anticamera del cervello!
- Pare che in loro sia molto radicata, signore.
- Dev'esserci qualcosa di molto strano, su questo pianeta. - disse Grayder. - Restate un momento in linea.
Gleed restò in linea. Dalla cabina di comando arrivava un fitto brusio di voci: almeno mezza dozzina di persone discutevano la faccenda. Riconosceva le voci di Shelton, di Grayder e dell'ambasciatore, ma non capiva un accidente di quello che dicevano. A poco a poco una vaga inquietudine si impadronì di lui. Si faceva strada nel suo cervello la convinzione che tra non molto avrebbe attraversato quel fiume.
Grayder parlò al microfono. - Non troviamo nulla di male in questa proposta di scambio. È evidente che qualsiasi cosa può diventare un'arma a doppio taglio.
- Signorsi - disse Gleed, al quale non piacque la parola «taglio».
- Perciò, tocca a voi - concluse Grayder.
- Che cosa, signore?
- Tocca a voi andarci, mentre l'uomo viene qua.
- Posso ricevere l'ordine dal colonnello Shelton, signore?
- Naturalmente.
Shelton venne al citofono e confermò le istruzioni. - Tenete bene aperti gli occhi e le orecchie, sergente, e cercate di raccogliere qualche informazione utile, mentre siete là.
- Bene, signor colonnello.
- Dai maschi - aggiunse Shelton, in tono significativo.
- Cosa? - fece Gleed, meravigliato.
- Non sprecate il vostro tempo con le gonnelle!
- Non ne avevo la minima intenzione, colonnello - assicurò Gleed.
- Vi credo - disse Shelton. - Nessuno ne dubiterebbe.
Tolta la comunicazione, Gleed si trattenne un momento a saettare sguardi di fuoco verso il citofono e a infierire contro i suoi ufficiali.
- Non sputare nel compartimento stagno - disse Harrison. - Allora, resti o vai?
- Vado. Come ostaggio.
- Come che?
- Ostaggio! Un gagliardo sergente in cambio di un borghese straccione e rosicchiato dai tarli.
- Abbiamo tanti civili a bordo - osservò Harrison, pensando ai burocrati. - Se anche ne perdessimo uno, nessuno se ne accorgerebbe. Di' a Shelton che mandi uno di quelli, al posto tuo.
- Non essere idiota. Un ordine è un ordine, quindi tocca a me.
E scese la scala. Harrison si affacciò dal portello e lo seguì con gli occhi pensosi.
Quando Gleed arrivò al fiume una dozzina di membri della parte avversa si erano radunati sull'altra riva. Avevano tutti l'arco a tracolla e fissavano in direzione di Gleed con aria d'attesa.
Gleed, facendosi portavoce con le mani, sbraitò: - Verrò io!
Due di essi scaricarono le armi, le affidarono ai compagni, spinsero in acqua la canoa e cominciarono a remare. Gleed li studiava attentamente a mano a mano che si avvicinavano, e non era per nulla entusiasta di ciò che vedeva. Facce ossute e scarne, occhi infossati e maligni, chiome irsute e panni laceri che sembravano ricavati da vecchi sacchi. Unico punto in loro favore era che si rasavano, per lo meno una volta al mese. «Proprio un paio di luridi barboni» pensò Gleed.
I due accostarono e misero la canoa di traverso. - Saltate su.
- No - disse Gleed, che conosceva i suoi diritti - se prima uno di voi non salta giù.
I due si scambiarono un sorrisetto perfido. Uno saltò a terra e rimase sulla riva osservando con aria oziosa Gleed che montava nella canoa. Poi saltò dentro a sua volta, mentre il compagno spingeva la canoa al largo. Entrambi misero energicamente mano alle pagaie.
Ma Gleed era stato per troppo tempo nella naia spaziale per lasciarsi abbindolare così facilmente. La canoa si era staccata di soli tre metri dalla riva quando lui si gettò con tutto il suo peso contro il bordo, riuscendo a capovolgerla. In quel punto l'acqua era profonda poco più di un metro. Gleed agguantò il barbone più vicino per il colletto e lo trascinò con sé mentre raggiungeva la riva a guado.
L'altro, intanto, stava nuotando vigorosamente nella direzione opposta, mentre la canoa, capovolta, veniva trascinata alla deriva dalla corrente. Sulla riva opposta gli spettatori vociavano, agitavano i pugni e si abbandonavano a una goffa danza di guerra. Tre di essi avevano imbracciato gli archi e stavano incoccando le frecce.
Intanto il prigioniero, con una abile torsione, riuscì a scivolare fuori dalla lacera giacca che Gleed teneva saldamente in pugno. Tentò di tuffarsi nel fiume, ma Gleed, più svelto di lui, gli fece lo sgambetto buttandolo a terra. Poi, imprecando tra i denti, il sergente afferrò l'uomo per i capelli, lo rimise in piedi con uno strattone e gli assestò un calcio nel fondo della schiena.
Come reazione, la danza di guerra sull'altra sponda aumentò di vigore. Le urla si levarono più stridule. Senza occuparsene Gleed attanagliò il braccio del suo prigioniero e cominciò a sospingerlo verso la nave. Qualcosa passò sibilando sulle loro teste, e il prigioniero cercò di buttarsi a terra. Gleed glielo impedì.
- Ma ci tirano addosso! - protestò l'altro.
- E tu digli che smettano - replicò Gleed.
- Basta! - strillò il prigioniero, un po' in ritardo, perché già un altro «zzz» sibilava alle loro orecchie. - Piantatela, mammalucchi pidocchiosi!
- Non avrei saputo esprimermi meglio! - approvò Gleed.
Una divergenza di opinioni era sorta intanto sull'altra riva: tre arcieri millantavano la loro abilità di infilzare Gleed senza danneggiare il compagno, gli altri si riservavano il beneficio del dubbio. La discussione si riscaldò al punto che uno di loro strappò l'arco di mano a un altro e glielo ruppe sulla testa. Un amico della vittima espresse con veemenza il suo risentimento, e ci guadagnò una bella botta.
Voltandosi di tanto in tanto a sbirciare, Gleed disse: - Non c'è disciplina tra i tuoi compagni, direi. Una vera manica di fiussi, eh?
Il prigioniero gli allungò un calcio negli stinchi. Gleed replicò con un altro, molto più energico, e affrettò il passo. Raggiunsero la scala a pioli.
- Prima tu.
L'uomo recalcitrava. Gleed lo afferrò per i capelli e gli fece sbattere una mezza dozzina di volte il muso contro il sesto piolo. Misura energica che non migliorò le sembianze del prigioniero, ma il comprendonio sì, perché l'uomo cominciò a salire, e Gleed gli tenne dietro.
Una scorta di quattro uomini arrivò nel compartimento stagno proprio mentre Gleed e la sua preda vi entravano. Preso possesso dell'indigeno, la pattuglia lo scortò verso la cabina di comando. Gleed rimase a contemplarsi amareggiato l'uniforme inzuppata dalla vita in giù.
- Se io andassi a giocare nell'acqua, prima mi svestirei - disse Harrison.
- Quanto sei spiritoso! - ringhiò Gleed. Prese a battere i piedi, facendo sprizzare l'acqua dagli stivali. - E vuoi scommettere che non è ancora finita? Finirò sotto processo per maltrattamenti a un pacifico borghese.
- Non mi meraviglierebbe - commentò Harrison. - non te ne va bene una.

Capitolo II

Nella cabina di comando, Grayder, Shelton, il maggiore Hame e l'ambasciatore esaminavano il nuovo venuto con aria perplessa. L'impressione generale nel vedere quegli occhietti di topo, quella tenuta indescrivibile, e tutto l'aspetto dell'individuo, era piuttosto negativa.
- Come vi chiamate? - cominciò Grayder.
- Alaman Tung.
Con loro grande sorpresa, lo sconosciuto non se ne uscì in una sdegnata filippica per il modo com'era stato trattato. E neppure rifiutava di rispondere alle loro domande. Se ne stava piantato là, con espressione assente, come se fosse convinto dell'idea che, in certi casi, protestare non serve. Il gruppo di terrestri aveva l'impressione che l'uomo si considerasse un prigioniero di guerra in attesa di sorte sconosciuta. Evidentemente era convinto che i terrestri fossero nemici, e tutto sommato il suo pensiero aveva trovato negli stivali di Gleed solide pezze di appoggio.
- Da dove venite? - continuò Grayder.
- Dalla fortezza di Tung.
- Sarebbe quel posto al di là del fiume?
- Sì.
- Lo chiamate fortezza. Intendete dire che è un centro militare, un avamposto?
- Avamposto? - ripeté Alaman Tung, inarcando le sopracciglia.
- È un posto da difendere?
- Si capisce.
- Contro chi?
- Contro chiunque.
- Chiunque - ripeté Grayder agli altri. - Ma che succede quassù? - E senza aspettare che i colleghi avanzassero ipotesi, si rivolse a Tung: - Chiunque si avvicina alla vostra fortezza è un nemico?
- A meno che non faccia il segnale di scambio.
- Allora non siete contro chiunque, come avete detto prima?
- Chiunque e sempre, meno che nella stagione degli scambi.
- E quanto dura? - volle sapere Grayder.
- Pochi giorni.
- Ogni quanto tempo?
- Una volta all'anno. Solo quattro o cinque giorni all'anno, in primavera.
- E che cosa commerciate in quei giorni?
- Donne - spiegò Tung.
Grayder inorridì. - Volete dire che barattate le donne come se fossero mercanzia.
- Solo quelle che rifiutano di accoppiarsi.
Grayder si fece torvo. - E qual è la loro sorte dopo che sono state barattate?
- Dipende.
- Non è una risposta! - Grayder calò un pugno sul tavolo. - Vogliamo sapere esattamente che fine fanno.
- Ma che fine dovrebbero fare! - sospirò Alaman, evidentemente annoiato dall'argomento. - Se in un'altra fortezza vedono uno che a loro piace, si sistemano con lui. Se no, fanno domanda per essere scambiate un'altra volta. E continuano così finché non sono soddisfatte della scelta. Donne! Sono nate per farci impazzire!
- E chiedono veramente di essere trasferite da un posto all'altro? - domandò Grayder, sorpreso.
Prima che l'altro potesse rispondere, l'ambasciatore lo interruppe con autorità. - Non ci vedo niente di tragico, capitano. Se voi date vostra figlia in sposa a qualcuno, praticamente la cedete all'uomo di sua scelta. La differenza sta nel fatto che qui non mollano una donna appetibile senza riceverne un'altra in cambio.
- Ma...
- E del resto è una legge di natura che la gente si accasi al di fuori della cerchia familiare. I matrimoni tra consanguinei sono sconsigliabili. - L'ambasciatore squadrò l'interrogato. - Avete chiamato questo vostro posto «fortezza Tung». Significa che è occupata esclusivamente dai Tung?
- Sì.
- Una sola grande famiglia? Tutta gente imparentata, sia pure alla lontana?
- Gli schiavi Tung non sono imparentati con noi - spiegò l'altro con manifesto disprezzo.
- Schiavi - disse Grayder, di nuovo truce. - E quanti schiavi avete?
- Dieci.
- Come ve li siete procurati?
- In una zuffa.
- Li avete fatti prigionieri?
- Naturalmente. - Era chiaro che la domanda gli sembrava assai sciocca. - Giacevano feriti, pronti per essere catturati, e non erano troppo malridotti da non potersi rimettere in forze per lavorare. Solo un idiota lavora quando può far, lavorare qualcun altro. E noi Tung non siamo mica scemi.
- Vi piacerebbe se un altro facesse schiavo voi? - domandò Grayder incuriosito.
Alaman era stato preso alla sprovvista. Parve un po' confuso, e finalmente rispose: - E non è questo che intendete fare?
- No.
- Eppure sono sano e forte. Valgo di più da vivo che da morto. Ci rimettete, se mi fate la pelle.
- Noi non ammazziamo la gente, quando possiamo farne a meno - gli spiegò Grayder. - E nemmeno la facciamo schiava.
- E cosa ne fate?
- Niente.
- Allora perché sono qui?
- Vogliamo delle informazioni. Quando le avremo avute, potrete anche andarvene.
- Dovete essere imbecilli - brontolò Alaman Tung, sconcertato e poco convinto. - Oppure bugiardi.
- Gli idioti e i bugiardi non costruiscono navi come questa - disse Grayder. - Se vi trovate di fronte a una cosa che non potete capire, non cercate di capirla. Piuttosto rispondete alle nostre domande: quanta gente abita nella fortezza Tung?
- Saranno circa settecento persone.
- E quante altre fortezze ci sono?
- Eh... tante.
- Siate più preciso. Quante di numero?
- E come faccio a sapere quante ce ne sono? - protestò Alaman Tung. - È già un bel rischio avventurarsi al di fuori del proprio terreno di caccia, e voi vi aspettate che la gente se ne vada a esplorare il mondo come se niente fosse? Nessuno sa quante sono, nemmeno i Roms.
- E chi sarebbero questi Roms?
- Dei porci. Vagabondi. Sono i soli che vanno in giro e che non hanno una fortezza tutta loro. Vagano nel deserto come bestie, e di tanto in tanto fanno una sortita e vanno a rubare sul terreno di caccia di qualcuno. Non combattono mai, se possono farne a meno. Al primo segno di attacco, se la danno a gambe e spariscono nel deserto.
- Deve trattarsi di quella gente accampata sotto le tende - disse il maggiore Hame.
Grayder assentì e riprese l'interrogatorio: - Dunque, vi procurate il cibo cacciando?
- In buona parte. Le donne ne raccolgono un po', dove lo trovano. Gli schiavi coltivano qualcosa, ma poca roba.
- Non sarebbe più sicuro e più facile produrlo sistematicamente, e su larga scala?
- Già, così appena è pronto c'è un'incursione notturna e te lo soffiano! - osservò Alaman Tung, sprezzante. - Non siamo così tonti da coltivare la roba da mangiare per gli altri, noi! E poi, bisognerebbe lavorare.
- Non vi piace lavorare?
- Perché, a voi piace?
- Che c'è di male, nel lavoro? - insistette Grayder.
- Tutto, c'è. Intanto, è stupido. E poi non è necessario, tranne che per i fiussi. Perché lavorare quando se ne può fare a meno?
Ignorando la questione, Grayder domandò: - è stato vostro padre a dirvelo?
- Sicuro. E a lui l'aveva detto il nonno. Tutta gente di cervello, capito? Per questo avete cacciato dalla Terra i nostri antenati, perché avevano cervello. Gli altri lavoravano e loro no. E agli altri non andava che i dritti gliela facessero in barba. E così pensarono bene di sbarazzarsene.
- Anche questo ve l'ha detto vostro padre?
- Questo lo sanno tutti - dichiarò Alaman, come se affermasse una verità incontrovertibile.
- Allora - disse Grayder - visto che i vostri antenati erano così in gamba, come mai non hanno cacciato loro noi?
- Perché quelli come voi erano troppi. Sulla Terra i merli sono sempre stati più numerosi dei dritti.
- Io sarei un merlo? - chiese incuriosito l'ambasciatore.
- Direi di sì - rispose Alaman. - L'aria ce l'avete. Scommetto che se trovate qualcosa di valore che appartiene a un altro, correreste a restituirgliela.
- Si capisce!
- Visto?
Seccato, l'ambasciatore continuò: - E perché non dovrei farlo?
- Chi trova una cosa se la tiene. È la ricompensa per quello che la trova, che ha dimostrato di avere testa, e il castigo di chi l'ha persa perché non ne ha. Voi mi pare non capiate niente di giustizia.
- Se vi rubassi gli abiti che avete addosso e il cibo che state per mangiare, voi lo trovereste giusto?
- Certo... se foste abbastanza in gamba da riuscirci e io tanto scemo da lasciarvelo fare.
- E non fareste niente per ripagarmi?
- Come no!
- Che cosa fareste?
- Alla prima occasione tornerei a rubarvelo, con in più qualcosa di vostro.
- E se l'occasione non venisse?
- Allora mi rifarei su qualche merlo più merlo di me.
- In altre parole ciascuno per sé e il diavolo per ultimo?
- Cioè i dritti per sé, e gli stupidi che s'impicchino. Non so cosa intendete per diavolo. È una parola che non conosco.
Visto che l'ambasciatore si dava per vinto, Grayder tornò alla carica: - Avete mai sentito parlare di Dio?
- Cosa sarebbe? - domandò Alaman stupito.
Abbandonandosi contro lo schienale, Grayder cominciò a tamburellare sulla scrivania e non rispose. Dopo un lungo silenzio, si rivolse all'ambasciatore: - Per essere sinceri, Eccellenza, non credo che valga la pena di continuare. Stiamo sprecando tempo.
- Lo penso anch'io - confermò l'ambasciatore. - D'altra parte la Terra vuole un rapporto. Sarà meglio cercare di renderlo comprensibile, per quanto si può. Vorrei fare qualche altra domanda a questo individuo. Per essere onesti, sembra disposto a rispondere.
- Ammesso che dica la verità - disse Grayder, osservando Alaman Tung.
Non ci fu alcuna reazione, almeno apparente. Senza dubbio l'uomo aveva sentito l'osservazione e l'aveva capita. Ma invece di indignarsi, come avrebbe fatto un terrestre, sembrava del tutto indifferente al fatto d'essere considerato bugiardo piuttosto che leale.
Evidentemente Alaman Tung non conosceva la differenza tra bene e male, oppure i suoi concetti non collimavano con quelli terrestri. Ammesso che dicesse la verità, probabilmente lo faceva solo perché lo riteneva conveniente.
L'ambasciatore interruppe le meditazioni di Grayder ponendo un'altra domanda: - E che mezzi di comunicazione ci sono tra queste diverse fortezze?
- Comunicazione? - Alaman non capiva.
- Parlate con gli altri, no?
- Solo nella stagione degli scambi.
- Altrimenti mai?
- Mai.
- Allora non ricevete notizie dai luoghi lontani.
- No. Cosa dovremmo farcene delle notizie? Non si può né mangiarle, né berle, né farci l'amore. A cosa servono?
- Ma vi farà pure piacere sapere che cosa succede sul vostro pianeta.
- A noi? Non ce ne importa un corno. Pensiamo agli affari nostri e lasciamo che gli altri badino ai loro. Quello che succede altrove non ci riguarda. I ficcanaso hanno i guai proprio perché se li cercano.
L'ambasciatore provò un'altra pista: - Con quante fortezze avete contatti durante la stagione degli scambi?
- Con quelle che hanno il terreno di caccia confinante con il nostro.
- E quante sono?
- Sei.
- E lo stesso vale per gli altri? Hanno contatto solo con i vicini?
- Già.
- Le altre fortezze sono della stessa grandezza della vostra? Contengono settecento persone?
- Gli Howard sono di più, i Sommers di meno, ma il numero esatto non lo sappiamo. Che ce ne importa finché ci lasciano in pace e se ne restano sul loro territorio?
- Quindi - concluse l'ambasciatore - non c'è un gruppo che mantenga i contatti con tutte le fortezze?
- E come potrebbe esserci? Dovrebbe pestare i calli a tutti, se volesse farlo. Non vivrebbero a lungo... a meno che non facciano come i Roms, e se la svignassero nel deserto.
- Lasciamolo andare - disse l'ambasciatore rivolto a Grayder. - Non credo che si possa sapere qualcosa d'interessante.
Grayder premette un pulsante. La scorta riapparve, riaccompagnò Alaman Tung al portello e lo mandò giù per la scala. Tung discese a fatica e si diresse verso il fiume con passo zoppicante. In risposta ai suoi richiami arrivò una canoa e lo traghettò fino all'altra sponda. Giunto sulla riva opposta Tung estrasse dalla sgamba destra dei calzoni un coltellaccio per disboscare e lo agitò in aria verso la nave. Bidworthy, che osservava dal portello, passò immediatamente in ispezione la scorta, scoprì che a un soldato mancava il coltello e i suoi commenti risuonarono per tutta l'astronave.
Nella cabina di comando, Grayder disse: - Date le circostanze, non posso permettere che gli uomini scendano a terra. Bella figura ci faremmo se riportassimo delle perdite per essere stati assaliti con gli archi.
- Lo so - disse l'ambasciatore. - Infatti, hanno già tentato d'infilzarci il sergente Gleed, che l'ha scampata per puro miracolo. - Tenendosi il ventre con le mani, soppesò la situazione. - Allora voi consigliereste di puntare direttamente su un altro pianeta?
- Prima o poi dovremo farlo, Eccellenza.
- Già, ma penso che prima si debba atterrare a qualche distanza da qui, catturare un secondo indigeno e interrogarlo. Può darsi che altrove siano diversi. Se invece sarà la stessa cosa, potremo ragionevolmente concludere che è così dappertutto.
- Come desiderate, Eccellenza - rispose Grayder, cercando di nascondere la sua mancanza di entusiasmo.
- È essenziale che il nostro rapporto dia alla Terra l'impressione che ci siamo dati da fare. Non voglio che qualche autorità pensi che abbiamo dato solo una occhiata distratta.
- È giusto.
Grayder prese il microfono e parlò all'ingegnere capo McKechnie. - Chiudete e preparatevi al decollo.
Dieci minuti dopo la sirena urlò. Poi la grande nave si librò verso l'alto in maestoso silenzio, puntò la prua verso la roccaforte Tung e diresse a ovest. Shelton chiamò Bidworthy a rapporto.
- Sergente, voglio una squadra pronta nel compartimento stagno. Appena atterriamo debbono precipitarsi a terra e afferrare il primo che viene loro a tiro. Nessuna violenza, a meno che non sia necessario. Desidero che la cosa venga compiuta con fredda e calma efficienza. Chiunque venga catturato, dovrà essere immediatamente condotto qui. Mi sono spiegato?
- Signorsi - rispose Bidworthy, con militaresca precisione.
- L'ordine non deve, ripeto «non deve» essere sfruttato come un pretesto per far salire una donna a bordo - continuò Shelton, ossessionato dalla preoccupazione che i suoi uomini avessero la solita idea fissa. - Il prigioniero dev'essere un maschio adulto, preferibilmente con intelligenza sufficiente per contare sulle cinque dita. Questo ficcatelo bene in testa alla squadra, capito, sergente?
- Signorsi.
- Ah, un'altra cosa, sergente.
- Sì, colonnello?
- Osservavo dall'oblò quando quel Tung ha attraversato il fiume. Non usavo il cannocchiale, ma ci vedo benissimo anche a occhio nudo. Si è arrampicato sulla riva e ha agitato qualcosa che sembrava un coltello da giungla numero tre in dotazione alla fanteria spaziale. - Gratificò il subalterno di un'occhiata molto penetrante. - È possibile, sergente maggiore?
Il sergente maggiore ammise che era possibile. Anzi, si affrettò a definire lo spiacevole fatto come una pratica certezza, in quanto la presenza del coltello laggiù era stata scoperta in coincidenza con la sparizione di un coltello a bordo.
- Chi l'ha perso? - volle sapere Shelton, furibondo.
- Il soldato Moran, signore.
- Dev'essere un bel deficiente. Come mai l'ha perso?
- Non sa spiegarlo, signore. Dice che un momento prima l'aveva, e un momento dopo non l'aveva più.
- È in grado di stabilire se ha ancora gli stivali?
- Spero di sì, signore - rispose Bidworthy, tenendo gli occhi fissi su un punto invisibile a un centimetro dal naso del colonnello.
- Quali provvedimenti avete preso?
Sospirando Bidworthy recitò come un registratore: - Soldato Moran, Patrick Michael Kevin, matricola 1727365, accusato di aver smarrito parte del corredo mentre si trovava in servizio attivo e nella fattispecie un coltello da boscaglia, del tipo numero tre, in dotazione all'esercito destinato alla fanteria spaziale, elencato nelle liste dei magazzini al prezzo di sette dollari e quaranta centesimi. Trovato colpevole e condannato a dieci giorni di ramazza e a ripagare il suddetto articolo di corredo il cui prezzo gli verrà trattenuto sulla paga.
- Grazie, sergente - approvò Shelton, soddisfatto.
Salutando con tale scatto da rischiare di cavarsi gli occhi con il pollice, Bidworthy distolse lo sguardo dal punto invisibile, eseguì un impeccabile dietro-front e pestando fragorosamente i tacchi sul pavimento uscì con passo marziale.
- Disciplina - commentò Shelton. - Ecco cosa ci vuole!
- Sarà - disse Grayder, scettico.
- Non c'è «sarà» che tenga, amico. Disciplina ed efficienza sono tutt'uno.
Senza ribattere, Grayder parlò nel citofono: - McKechnie, chi c'era di servizio nel compartimento, l'ultima volta?
- Harrison, signore. Lo chiamo?
- No, non voglio parlare con lui. Domandategli solo se per caso ha perso qualcosa.
La voce di McKechnie si fece risentire poco dopo: - No, signore, nulla.
Senza commenti, Grayder rimise a posto il microfono, andò al finestrino e cominciò a osservare il terreno che scorreva al di sotto. L'ambasciatore si accorse che il capitano sorrideva soddisfatto, e che Shelton mandava lampi.

Il secondo atterraggio venne effettuato a casaccio. Da prua avvistarono un gruppo di cacciatori che faceva ritorno alla loro roccaforte. Venne avvertita la cabina di comando, e Grayder ordinò l'atterraggio in un punto tra i cacciatori e la loro destinazione. Immediatamente, la squadra di soldati si precipitò all'aperto, sollecitata dalle invettive di Bidworthy.
La squadra era in buona preponderanza numerica, rispetto ai cacciatori. Considerato questo, i cacciatori non si soffermarono a parlamentare e preferirono alzare i tacchi. Scappare era il loro forte: probabilmente l'avevano nel sangue. In breve l'inseguimento si trasformò in una specie di battuta attraverso la campagna, dove gli indisciplinati avevano senz'altro la meglio sui disciplinati.
I due gruppi svanirono rapidamente in distanza mentre Shelton, in cabina di comando, serrava i pugni e i denti, e Bidworthy, nel compartimento stagno, camminava su e giù snocciolando frasi irripetibili.
Dopo un'oretta, una nuvola di polvere apparve da un'altra direzione. Era il gruppo dei cacciatori che ormai aveva un vantaggio di tre chilometri e non faticava a conservarlo. Fermandosi accanto alla cacciagione abbandonata nel fuggire, la raccolsero in fretta, e ripartirono descrivendo una larga curva che, passando ben lontano dall'astronave, li avrebbe ricondotti alla roccaforte.
Il citofono del compartimento stagno squillò e la voce di Shelton arrivò scandita:
- Presto, sergente! Mandate una nuova squadra a inseguirli, intanto che sono esausti. Ormai li teniamo in pugno. Sbrigatevi!
- Non c'è una squadra pronta, colonnello - lo informò Bidworthy, sudando.
- Fate in modo che ci sia. Azione, giovanotto, azione!
Bidworthy organizzò una squadra ricorrendo al sistema di scaraventare fuori i primi che gli venivano a tiro, senza badare se fossero più o meno vestiti. Gli uomini si ammassarono alla rinfusa nel compartimento, scivolarono, o rotolarono, giù dalla scala a pioli, cercando disperatamente di abbottonarsi le giacche, di stringere le cinture e di allacciare i sottogola degli elmetti.
Ma, se non altro, si mostravano volonterosi. Mentre la prima squadra, annunciata da una nuvola di polvere, avanzava lentamente da lontano, la seconda prese la rincorsa fidando nel fatto che gli inseguitori erano stanchi e impacciati dal carico. Uno spilungone di caporale dalle gambe elastiche, in testa a tutti, procedeva a balzelloni come un canguro nervoso. Coprì una cinquantina di metri a tempo di primato prima che i calzoni gli cadessero del tutto, gli si arrotolassero attorno alle caviglie, e lo mandassero a sbattere il naso nella polvere. Il resto del gruppo lo scavalcò con maestria, salvo un tale che saldò un vecchio debito montandogli in pieno sulla schiena.
La fortezza verso là quale erano diretti, era arroccata su un picco raggiungibile solo attraverso uno stretto sentiero che saliva a zig-zag. Nessun fiume serviva a isolarla, ma la sua posizione era inespugnabile. Assomigliava a un castello diroccato ed era quasi il doppio della fortezza dei Tung.
Senza mai abbandonare la cacciagione, gli indigeni raggiunsero l'inizio del sentiero e cominciarono ad arrampicarsi con tutta la velocità consentita. Intanto la seconda squadra era a mezza strada verso il picco, mentre la prima passava in quel momento davanti alla nave, sbuffando e ansimando. A questo punto, Grayder si disse che il troppo è troppo.
- Per conto mio, è meglio suonare la ritirata.
- Mi permetto di ricordarvi che la truppa la comando io - gridò Shelton.
- E io ho il comando della nave. Volete che decolli senza di loro?
- No, certo, ma...
- Suonate pure la ritirata, capitano - tagliò corto l'ambasciatore. - Proviamo da qualche altra parte. Qui non è il caso di insistere, ormai.
Shelton si arrese. La sirena della nave fischiò tre volte in rapida successione. Fuori, le squadre in corsa si arrestarono e si voltarono a guardare come se non credessero alle loro orecchie. La sirena ripeté il segnale per dimostrare che le orecchie erano degne di credito. Con evidente disgusto, i soldati si accinsero a rientrare con passo ciondolante. Alcuni si ficcarono addirittura le mani nelle tasche, come per rendere chiaro il loro parere su tutto l'ufficialame balordo che non sapeva mai quello che voleva.
Alle loro spalle i cacciatori smisero di correre per il sentiero e cominciarono a godersela un mondo a urlare commenti quanto mai saporiti all'indirizzo di fiussi e mammalucchi. Un tipo con una voce particolarmente acuta contribuì con nutrite osservazioni a proposito di fresconi. Un altro fingeva di correre come un matto e di perdere i calzoni. Quella gazzarra, unita alla disordinata ritirata delle squadre, fece desiderare a Bidworthy di sprofondare sottoterra.
Sudati e senza fiato, i militari si arrampicarono a bordo, mentre Bidworthy, piantato nel compartimento, li accoglieva incenerendoli uno ad uno. Lo sfortunato caporale venne ricompensato con una scarica di insulti fuori ordinanza. Il poveraccio se la svignò velocissimo mentre Bidworthy continuava a sprizzare scintille. Con un sibilo e uno schianto, il portello si chiuse.
Harrison disse con aria candida: - Avete dimenticato di contare i coltelli.
- Non tollero il vostro spirito - sbottò Bidworthy. - Capito, pezzo di... di...
- Che ve ne pare di «fiusso frescone»? - suggerì Harrison.
-...di fiusso frescone! - latrò Bidworthy, troppo fuori di sé per pensare a qualcosa di più appropriato. Uscì furibondo nel corridoio e si diresse verso i quartieri di truppa. Il suono dei suoi passi evocava una carica di elefanti.
La sirena suonò per annunciare il decollo e poco dopo la nave si librò verso l'alto. Coprì circa seimila chilometri prima di ridiscendere per atterrare sulle sponde di un piccolo lago. Una roccaforte occupava tutto un isolotto roccioso proprio al centro dello specchio d'acqua.
Un soldato munito di tromba scese la scala a pioli, si spinse fino al bordo dell'acqua, puntò lo strumento verso l'isola ed emise le prime battute di «Sono così triste senza Mary». Non c'era nessun motivo di supporre che il motivetto assomigliasse a quello che Alaman Tung aveva definito «segnale di scambio». D'altra parte, come giustamente aveva detto Grayder, in simili circostanze un pezzo di musica vale l'altro, e tutto era preferibile a una maratona a fondo perduto.
Passò più di un'ora, durante la quale il soldato ripeté pazientemente la sua frase musicale ogni cinque minuti. Poi una barca si staccò dall'isola e attraversò l'acqua sotto la spinta di tre paia di remi. Avanzò decisa fino a una ventina di metri dallo sponda. Poi si fermò.
Un parlamentare da prua gridò in linguaggio antiquato: - Siete della Terra?
- Sì.
- Ci pareva. È la prima nave spaziale che vediamo. Certi credono che siano un mito. Ce ne avete messo del tempo a venire, eh?
- Non è colpa mia - rispose il soldato, rifiutando di addossarsi responsabilità. Accennò con il pollice all'astronave. - Il capitano vorrebbe scambiare qualche parola con voi.
- Ah, sì? E che cosa ci guadagniamo?
- Non lo so.
- Allora andate a chiederglielo.
Obbediente, il soldato tornò alla nave, telefonò al compartimento stagno: - Vogliono sapere che cosa ci guadagnano, signore.
- Fatevi dire che cosa vogliono prima - disse Grayder.
Il soldato eseguì, ritornò, riferì: - Vogliono conoscere la vostra offerta.
Shelton, che aveva sentito, andò sulle furie. - Ma che razza di faccia tosta! Perché non gli rispondiamo che affondiamo la barca, a meno che non vengano a bordo seduta stante?
- Diamo loro la scelta tra quello che abbiamo a bordo - suggerì l'ambasciatore - tanto scommetto che chiederanno armi. Solo che quelle non possiamo dargliele. Nonostante siano passati i secoli, questo pianeta è considerato una colonia penale... e tale rimarrà finché le autorità terrestri non decideranno il contrario.
- Comunque, le armi leggere sono di mia competenza - precisò Shelton. - E io non darei un'arma rotta e scarica nemmeno se venissero a chiedermela in ginocchio.
- Nessuno pensa di dar loro le armi - disse Grayder. Guardò pensoso dal finestrino, osservando la barca, poi per vedere meglio prese il binocolo da campo. I passeggeri della barca erano ancor più sbrindellati dei Tung. - Qualche tuta gli farà comodo di certo. Pare che non abbiano idea di come si mette assieme un vestito decente.
- Se è per questo, non hanno idea di nulla che comporti la necessità di lavorare - disse l'ambasciatore. - Abbiamo qualche tuta in soprannumero?
- Fin che ne vogliamo. - Grayder chiamò il magazzino e ordinò che alcune tute venissero portate nel compartimento stagno. Poi parlò di nuovo con il compartimento: - Ora viene Cassidy a portarvi delle tute. Mostratele a quegli straccioni. Tre tute per l'uomo che verrà a bordo a parlare con noi.
- Benissimo, signore.
Dalla cabina di comando, videro il soldato scendere verso la spiaggia e spiegare le offerte.
Seguirono altre contrattazioni, poi il soldato tornò e si attaccò al telefono.
- Dicono che accetteranno le tute, signore, più tre paia di stivali come i miei. Vogliono anche la tromba.
- Per Giove! - tuonò Shelton sdegnato. - Ma qui abbiamo a che fare con i discendenti dei mercanti arabi. Per chi ci prendono questi dannati pezzenti?
- Comunica - ordinò Grayder - che siamo disposti a dare tre tute e niente altro. Prendere o lasciare.
Il soldato ritornò sui suoi passi. L'ultimatum diede il via a nuove discussioni. Finalmente i remi vennero rituffati in acqua, la barca accostò a riva, un uomo scese a terra.
Mentre il soldato lo scortava verso l'astronave, gli altri due ripresero i remi, si portarono a prudente distanza e aspettarono.
Poco dopo il nuovo venuto entrava nella cabina di comando. Era un tipo pelle e ossa; aveva lo sguardo acuto e mobile di una scimmia spaventata e nel complesso aveva tutto il fare di uno scommettitore afflitto da scalogna cronica.

Capitolo III

Grayder iniziò l'interrogatorio, e gli altri furono ben contenti di lasciare che se la sbrigasse lui.
- Sedete. Come vi chiamate?
- Tom Hamarverd.
- Come si chiama quel posto sull'isola?
- È la tenuta Hamarverd.
- Tenuta? Non la chiamate Roccaforte?
- No, quella è una parola straniera.
- Ah, sì? E chi sarebbero gli stranieri? Dove vivono, secondo voi?
- Laggiù, lontanissimo - rispose Tom, indicando verso Est.
- Ci siete mai andato?
- Ma neanche per sogno! Uno ha già abbastanza guai, senza andarseli a cercare apposta.
- Ma allora - osservò Grayder, credendo di scorgere un riferimento a qualche sistema sia pure rudimentale di comunicazione - come fate a sapere che usano una parola diversa?
- Abbiamo preso alcune donne straniere in uno scambio. Spesso usano quella parola.
- E queste donne acconsentirono a esservi cedute di loro volontà?
Era chiaro che Hamarverd trovava ridicola la domanda. - E che altro potevano fare, visto che non c'era nessun uomo di loro gusto nella loro tenuta? Forse che le vostre donne non si scelgono il tipo che garba loro?
- Lasciamo perdere, capitano - intervenne l'ambasciatore. - Abbiamo già sviscerato l'argomento.
Cambiando discorso, Grayder esaminò gli stracci dell'informatore e domandò: - Che ve ne pare delle tute?
- Magnifiche. Ce ne servirebbero di più. E anche degli stivali. - Guardava speranzoso i presenti. - Vi hanno mandato qui per rifornirci?
- No, per niente - disse Grayder. - Dopo tanto tempo, avevamo dato per scontato che vi foste organizzati. A quanto pare, non c'è nulla che ve lo impedisca. Mancano solo organizzazione e lavoro.
- Se qualcuno crede di organizzarci si sbaglia - dichiarò Hamarverd perentorio. - E si sbaglia anche se crede di farci lavorare. Non ne vogliamo sapere. E che crepino tutti!
Gli ufficiali si scambiarono occhiate, poi Grayder riprese:
- Ma sentite un po', nessuno vi ha mai detto che il lavoro è una benedizione?
- Come no! Un tale che diceva di chiamarsi Samel il Santo. Lavorava come uno schiavo e tutta la tenuta campava alle sue spalle. Era scemo dalla nascita, poveraccio.
- E come è finito?
- È morto di fatica. Se non fosse stato matto, avrebbe vissuto di più e in buona salute.
- Ma sulla Terra lavorano tutti - disse Grayder.
- Me lo immagino.
- Non mi credete?
- Perché, quello là lavora? - disse indicando la pancia dell'ambasciatore.
- Certo che lavoro - rispose l'ambasciatore.
- Come no, basta guardarvi.
- Io svolgo un lavoro di estrema importanza, nel caso non lo sappiate!
- A chi volete darla da intendere, ciccione?
Grayder si affrettò a intervenire: - Se non lavorassimo, come faremmo, secondo voi, ad avere i vestiti che indossiamo e questa stupenda nave?
- Avete degli schiavi, ne avete a milioni. E noi siamo qui perché i nostri antenati rifiutarono di essere vostri schiavi. Scelsero la libertà, capito?
- Questa mi giunge nuova - disse sarcastico l'ambasciatore. - Era mia ferma convinzione che fossero stati spediti qui senza nemmeno essere interpellati.
- Se tutto quello che sapete lo sapete così, caro ciccione, siete piuttosto ignorante.
- Smettetela di chiamarmi ciccione!
- Vi chiamo come mi pare - ribatté Tom Hamarverd. - Qui non siete sulla Terra, ricordatevelo.
- Nemmeno voi, grazie al cielo!
Stavolta fu Shelton a fare la faccia truce. - Ehi - minacciò - se non vi va di mostrarvi educato, a noi potrebbe non andare di darvi la ricompensa promessa.
- A chi volete far paura, frescone, con quegli occhiacci? L'avevo già messo in bilancio, che le vostre promesse fossero tutte chiacchiere.
Intervenne di nuovo Grayder per rimettere la pace: - Se dubitavate della nostra parola, perché siete venuto a bordo?
- Perché volevamo sapere come mai v'interessavate a noi dopo tanto tempo.
- Per ragioni di alta politica.
- Sì, giù paroloni, dai - disse Hamarverd ironico. - Volete che vi dica io una cosa?
- Sentiamo.
- Se la Terra crede che sia venuto il momento di mettersi a commerciare, per noi va benissimo. C'è una quantità di cose che ci farebbero comodo. Al momento potremmo dare dieci tonnellate di carne di lucertola fresca per alcuni mitragliatori, completi di pezzi di ricambio e di munizioni. Vi interessa?
- No.
- Ma se i terrestri credono di fare i furbi con noi, possono andare a farsi impiccare! Non potete trasferirci su un altro pianeta, né venir qui a confiscare questo. Qui siamo e qui restiamo, e non prendiamo ordini dalla Terra. Non siete riusciti a far alzare un dito per voi a un milione di nostri antenati, figuriamoci oggi che siamo di più.
- E chi siete, voi, per parlare a nome di tutto il pianeta? - domandò l'ambasciatore.
- Io parlo per la tenuta Hamarverd. Le altre rispondono ciascuna per sé. Tanto, so già quello che diranno. - Strinse le spalle. - I Muller e gli Yantoff sono un po' tardi di comprendonio, ma non sono scemi al punto da mettersi a lustrare le scarpe ai terrestri.
- Vi è mai passato per la mente - domandò Grayder - che un giorno o l'altro potreste venire assoggettati da gente che non ha nessuna somiglianza con i terrestri?
- Per esempio?
- Da qualche forma di vita estranea, con ambizioni territoriali.
- Per esempio?
- Resta da vedere - disse Grayder, evasivo.
- Allora ci crederemo quando lo vedremo.
- Potrebbe essere troppo tardi.
- Questi sono affari nostri, non vostri.
- E credete che la Terra se ne starebbe con le mani in mano, permettendo che pianeti deboli e sottosviluppati in cui vivono dei loro consanguinei venissero occupati uno per uno? - intervenne Shelton.
- E chi sarebbe il conquistatore?
- Un'altra forma di vita, come vi ha detto il capitano.
- Non ha detto niente che valga la pena di essere ascoltato - replicò Hamarverd. - Ha detto solo che, se non stiamo attenti, l'orco ci mangia. E noi sappiamo benissimo chi sono gli orchi.
- Vi riferite ai terrestri, immagino - disse l'ambasciatore.
- Bravo, ciccione, vedo che sei svelto.
- Ma voi non sapete niente della Terra - continuò pazientemente l'ambasciatore. - Siete rimasti privi di contatti per quattrocento anni. Nel frattempo le cose sono molto cambiate.
- Anche qui sono cambiate.
- Non per il meglio, da quanto posso vedere. Avete stabilito uno stupido e inefficiente compromesso tra l'unità familiare e l'antiquato sistema delle bande. Il risultato è una quantità di miserabili clan, ciascuno con il suo quartier generale di tuguri, i suoi terreni di caccia e niente altro. Niente comodità, niente sicurezza, niente progresso, nessuna moralità.
- Niente tasse, niente lavoro, niente intruppamento - aggiunse Hamarverd.
L'ambasciatore, non sapendo che dire, fece un gesto seccato. - Dategli quelle tute, per amor del cielo. Ne hanno bisogno. E magari gli farebbe comodo anche qualche pezzo di sapone.
Hamarverd si insospettì. - Cos'è il sapone?
- Una cosa che manda via il tanfo.
- Quale tanfo?
- Voi non ve ne accorgete, dato che ci siete abituati - disse l'ambasciatore. - Ma io comincio a capire perché le vostre donne si fanno trasportare da un posto all'altro. La speranza è l'ultima a morire.
- Di' un po', pallone gonfiato, stai cercando di fare lo spiritoso?
- Ora basta! - intervenne Grayder, d'autorità. Si voltò e parlò al soldato che era appena entrato nella cabina: - Dategli le tute e mandatelo via.
- Bene, signore.
I due uscirono. Poco dopo Hamarverd scendeva sulla spiaggia con un fagotto sotto il braccio. La barca accostò, lo prese a bordo. Poi si allontanò da riva per una cinquantina di metri e si fermò, restando a dondolare dolcemente sull'acqua tranquilla, mentre i suoi tre occupanti urlavano epiteti ingiuriosi all'indirizzo della nave.
Shelton, afferrato il citofono, s'informò: - A proposito, sergente maggiore, il soldato Wagstaff ha ancora il coltello?
Un breve silenzio, poi Bidworthy tornò con la risposta:
- Signorsi.
- È già qualcosa.

Mentre osservava l'atteggiamento ingiurioso dei tre nella barca l'ambasciatore disse, amareggiato: - Un mondo occupato esclusivamente da lazzaroni buoni a nulla.
- Per ragioni ereditarie o ambientali? - domandò subito Grayder.
- Ereditarie, naturalmente. Non siete d'accordo?
- Non saprei. Quelli che vennero espulsi dalla Terra erano assassini recidivi, criminali incorreggibili. I discendenti mi sembrano migliori. Siamo d'accordo che non hanno tutte le rotelle a posto, ma questo non basta a farne dei delinquenti abituali come i loro antenati.
- Spiacente, capitano, ma non sono d'accordo - rispose brusco l'ambasciatore. - Sono sudici, dissoluti, pigri, inetti e totalmente privi di morale. Sono criminali ostacolati dalla mancanza di occasione di commettere crimini... perché in un mondo composto unicamente di gente di questo stampo è chiaro che i cani possono soltanto mangiare i cani.
- La vera prova - si intromise Shelton - l'avremmo trasferendone qualcuno sulla Terra.
- Dio ce ne scampi! - disse l'ambasciatore. Si lasciò cadere su una poltrona e meditò a lungo prima di continuare. - Il mio compito è quello di stabilire contatti con l'autorità centrale di ciascun pianeta e creare accordi per la difesa reciproca. Questo però, essendo catalogato come ostile, fa eccezione. Qui, sono autorizzato a regolarmi come ritengo opportuno, in considerazione delle condizioni esistenti.
Guardò gli altri come per invitarli a esprimere un parere, ma nessuno parlò. - Inoltre - continuò - devo stabilirmi in qualità di rappresentante terrestre sul pianeta più grande e meglio organizzato, lasciando un console, con relativo personale e guardia del corpo, su ciascuno degli altri.
- Qui servirebbe proprio - disse il colonnello Shelton. - Ma anche a nominare un solo incaricato per roccaforte, ce ne vorrebbe un esercito. Per di più, volendo sopravvivere almeno una settimana, ciascuno avrebbe bisogno di una guardia del corpo abbastanza numerosa da proteggerlo giorno e notte. - Tacque, aspettando che le parole facessero l'effetto voluto, poi concluse: - Calcolate un po' il numero di soldati che occorrerebbero, e vi accorgerete che sarebbe lo stesso occupare militarmente il pianeta.
- Da escludersi! - dichiarò l'ambasciatore. - Troppo alto il costo, troppo basso il valore strategico. - Rifletté ancora: - Prima che ci possa servire, il pianeta dovrà subire un'istruzione e organizzazione intensiva ed estensiva, che gli piaccia o no. Ma il problema riguarda la Terra, non noi. Stenderemo un rapporto comprensibile a beneficio degli esperti e...
Venne interrotto da un tremendo versaccio sgradevole, che risuonava all'esterno. Grayder corse al finestrino e guardò fuori, meravigliato. Lo stesso fecero gli altri.
La barca era ormai quasi in mezzo al lago e procedeva lentamente verso l'isola. Una figura ritta a prua reggeva qualcosa che mandava uno scintillio metallico. Il versaccio si ripeté. Agguantato il binocolo, Grayder guardò, mandò un'imprecazione e si attaccò al telefono:
- È lì il sergente maggiore Bidworthy? No? E dov'è? Andate a cercarlo. Voglio parlargli immediatamente.
All'altro capo della linea una voce gridò: - Ehi, Casartelli, il colonnello vuole l'Esse Emme.
Più distante, un'altra voce echeggiò lungo il corridoio di metallo: - Ehi, Pongo, sei lì? Faccia di Formaggio sbraita che vuole Remigio Ligio. Diglielo.
Shelton ringhiò nel microfono: - Dite al soldato Casartelli che tra un'ora si presenti a rapporto da Faccia di Formaggio!
- Signorsi - fu la risposta sconcertata. Poi, dopo un silenzio: - Ecco il sergente maggiore, colonnello.
- Ebbene, sergente? - latrò il colonnello appena Bidworthy fu in linea.
Un imbarazzato colpo di tosse, poi il tono preciso e formale di Bidworthy. - Sono spiacente di informarvi, colonnello, che il soldato Wagstaff ha perso la sua tromba.
- E si può sapere come ha fatto?
- L'ha lasciata su un sasso lungo la spiaggia, signore, mentre accompagnava quel visitatore alla nave. Siccome non ha riaccompagnato il visitatore fino alla spiaggia, ha dimenticato la tromba. Se n'è ricordato adesso.
- Perché quei buffoni della barca si sono fatti un dovere di ricordarglielo - commentò Shelton sarcastico.
Un altro versaccio sonoro e prolungato arrivò dal lago, a conferma. Shelton chiuse gli occhi, esasperato.
- Il fatto è inqualificabile, sergente!
- Signorsi.
- Era la nostra unica tromba.
- Signorsi.
- E adesso è scomparsa.
- Signorsi.
- La tromba, più un coltello da boscaglia.
- Signorsi.
- Non sapete dire altro, oltre «Signorsi»?
- Signorsi.
- E allora ditelo!
Prendendo un respiro lungo e profondo, Bidworthy cominciò a snocciolare: - Soldato Wagstaff, Arnold Edward Sebastian, matricola 1768421, accusato di aver smarrito un articolo del corredo, mentre si trovava in servizio attivo, e nella fattispecie un corno in si bemolle, otto...
- Un... che? - domandò Shelton.
- Un corno in si bemolle - ripeté Bidworthy. - Così è elencato dal magazzino, colonnello.
- Non voglio sentire altro - esplose Shelton, scaraventando giù il ricevitore.
L'ambasciatore, aggrottando la fronte, disse: - Pare che il nostro colonnello sia fuori dei gangheri.
- Tutti abbiamo i nostri momenti neri - assentì Grayder.
- D'accordo, d'accordo. - L'ambasciatore sospirò. - Ci restano altri mondi da visitare. Credete che possiamo cavarcela anche senza tromba?
- Spero di sì, Eccellenza.
- Allora perché Shelton se la prende tanto?

L'astronave decollò, ma prima di riprendere il viaggio compì un paio di volte la circumnavigazione del pianeta per scattare un certo numero di fotografie.
Una squadra di specialisti si pose all'opera per interpretare le foto e mettere assieme alcuni dati basandosi sulle dimensioni e sulla popolazione già note della fortezza Tung. Mentre la nave riprendeva la sua corsa attraverso lo spazio, gli esperti presentarono le loro statistiche.
Il pianeta, affermavano, conteneva probabilmente circa sedicimila agglomerati, senza contare cinquanta o cento accampamenti di Roms. Gli agglomerati andavano dai più piccoli di circa quattrocento abitanti ai più grandi di circa tremila e il numero medio di abitanti si aggirava probabilmente sulle milleduecento anime. La popolazione totale del pianeta assommava probabilmente a diciassette o diciotto milioni.
Scorrendo il rapporto, l'ambasciatore sospirò con ironia: - Mi sembra utilissimo. Giustifica pienamente il tempo che vi hanno perso gli esperti. Ora abbiamo un numero di «fatti», ciascuno preceduto dalla parola «probabilmente». Mostra una lodevole dose di prudenza!
- Una deduzione intelligente è sempre meglio di nulla, Eccellenza - disse Shelton, che nel frattempo aveva sfogato le sue ire sul malcapitato Casartelli.
- Ma non è neppure una deduzione intelligente! Si basa unicamente su quanto abbiamo visto. Non si fa nemmeno riferimento a ciò che non abbiamo visto. - L'ambasciatore batté sul rapporto. - Si calcolano sedicimila agglomerati... in superficie. E sottoterra, quanti potrebbero essercene?
- Sottoterra? - ripeté Shelton, sconcertato.
- Ma certo! Potrebbero esserci cinquantamila impianti sotterranei, per quanto ne sappiamo.
- Ma non ne abbiamo visto neanche uno!
- Dice che non ne abbiamo visto neanche uno - sospirò l'ambasciatore, rivolgendosi a Grayder. E allargò le braccia come a indicare che ogni commento era superfluo.
Grayder fece notare: - Ci sono altre cose che non abbiamo visto.
- Lo so - ammise l'ambasciatore. - Non abbiamo visto donne, per esempio, nemmeno una. Ma dato che esiste la razza, è logico supporre che le donne ci siano. E questa è una deduzione intelligente ricavata indipendentemente da ciò che abbiamo visto.
- Le donne le hanno nominate più di una volta, però - precisò Shelton.
- C'è un'altra cosa che non abbiamo visto - disse Grayder. Rifletté un momento e aggiunse: - I criminali che deportammo quassù, erano una manica di ubriaconi. Circa il novanta per cento era costituito da alcolizzati inguaribili.
- E con questo? - domandò l'ambasciatore.
- Non abbiamo visto niente che facesse pensare a una distilleria.
- Ora che ci penso, è vero.
- Il che significa - concluse Grayder - che, a prescindere da tutti i suoi difetti, la popolazione odierna non è dedita all'alcool.
- Chissà! Potrebbe mancare la materia prima, o forse non conoscono la tecnica. Questo non esclude che siano dediti a qualche droga locale. Quell'Hamarverd aveva l'occhio vitreo, ed era particolarmente aggressivo. Se volete il mio parere, aveva tutte le caratteristiche del cocainomane.
Grayder si limitò a alzare le spalle. Mancavano i dati di fatto, ogni deduzione restava tale, ed era inutile lasciarsi fuorviare da pregiudizi personali.
- Quand'era piccolo - riprese l'ambasciatore - detestavo gli spinaci. Ogni volta che me li mettevano sul piatto li trangugiavo in gran fretta, così dopo potevo gustare in pace il pranzo. - Sorrise al ricordo. - Così abbiamo fatto noi: ci siamo occupati subito del pianeta ostile e adesso dovremmo avere qualche bella prospettiva più piacevole. Qual è il prossimo, capitano?
- Un pianeta che si chiama Igea.
- Ah, sì, ricordo, il secondo della lista. Avrei dovuto documentarmi un po' su questi diversi luoghi, ma chi ne ha mai avuto il tempo! Che dice di bello quel vostro libretto?
- Non molto. Igea è registrato come un mondo fertile e lussureggiante, che venne confiscato da una massa di stravaganti che si auto-definivano Figli della Libertà. Partirono tutti, una nave dopo l'altra, finché sulla Terra non ne rimase più traccia. Qualche tempo dopo un altro gruppo di pazzoidi, noti come Naturisti, si trasferì su Igea probabilmente con il consenso dei primi. Non si conosce con esattezza il numero totale di quelli che partirono, ma viene calcolato intorno ai due milioni e mezzo.
- I Figli della Libertà? Uhm, suona piuttosto anarchico, come nome. Si sa niente di loro, capitano?
- No, Eccellenza. Durante la Grande Esplosione le minoranze che si trasferirono altrove furono più di trecento. È impossibile ricordare i particolari di ognuna.
- Già. Peccato non avere a bordo un professore di storia. - L'ambasciatore si immerse in una silenziosa contemplazione della paratia, poi disse: - Certamente si tratterà di gente stramba. In ogni modo, i tipi strambi stanno un poco al di sopra dei comuni criminali.

Il secondo pianeta affiorò dallo spazio. Era una vivida palla verdazzurra che girava attorno a un astro arancio pallido, parente stretto del Sole. Altri nove pianeti e una dozzina di satelliti completavano il sistema, ma secondo le antiche carte spaziali Igea era l'unico abitato da esponenti del genere umano.
Le macchine fotografiche entrarono in funzione appena il pianeta venne a trovarsi a distanza sufficientemente ravvicinata. Vaste zone di foresta apparivano intatte, molti fiumi scorrevano non attraversati da alcun ponte.
Tuttavia, una parte del territorio indicava che i coloni non se n'erano stati con le mani in mano. Autostrade e ferrovie attraversavano buona parte delle vallate più grandi e più fertili, coltivate fino al limite delle foreste. Altre vallate, città e villaggi sorgevano un po' dappertutto, e si vedevano anche opifici e altri segni di attività industriale. C'era una città in riva al mare con un sistema di banchine e grandi velieri ancorati nelle rada.
Il tutto dava l'impressione di abitanti più numerosi e attivi che non sul pianeta precedente.
Per l'atterraggio, Grayder scelse una lunga piattaforma di solida roccia. A lui non interessava occupare la posizione dal miglior punto di vista strategico, il tonnellaggio dell'astronave richiedeva un robusto punto d'appoggio, e la responsabilità di atterrare in un luogo in cui l'astronave non rischiasse di sprofondare fino ai portelli era sua.
Lo scafo si assestò con il solito scricchiolio. La corrente venne tolta. I ventilatori sbadigliarono incamerando l'atmosfera fresca, tiepida e ricca di ossigeno. I portelli di prua, di poppa e di mezzo vennero aperti. Questa volta l'equipaggio non calò una scala a pioli: venne abbassata addirittura la passerella.
Lo sbarco avvenne secondo tutte le formalità protocollari. Primo l'ambasciatore, che pestò un augusto calcagno sul suolo con l'aria di affermare: «Occupo questo pianeta in nome della Terra». Secondo veniva il capitano Grayder, impassibile e indifferente. Terzo, il colonnello Shelton, che si guardava attorno accigliato come se sperasse in bene ma temesse il peggio. Quarto, il burocrate più anziano, che sbirciava incuriosito, attraverso le spesse lenti.
Poi, naturalmente, quelli che stavano uno scalino sotto, e nello stesso ordine: il segretario privato di Sua Eccellenza, il secondo ufficiale della nave, il maggiore Hap secondo al comando delle truppe, e il penultimo imbrattacarte.
Giù un altro gradino e poi un altro, finché rimasero soltanto il barbiere, cameriere e lustrascarpe di Sua Eccellenza, i membri dell'equipaggio con l'infimo grado di M. S. S. (Marinai Spaziali Semplici), soldati con l'infimo grado di semplici soldati, e un certo numero di scribacchini provvisori che sognavano il giorno in cui sarebbero entrati di ruolo e avrebbero avuto una scrivania personale. Quest'ultima collezione di diseredati restò a bordo a ripulire la nave; e vietato fumare, s'intende.
Se il mondo nuovo fosse stato ostile, abitato da extraterrestri e bene armato, l'ordine di sbarco sarebbe stato capovolto, esemplificando così la promessa della Bibbia che gli ultimi saranno i primi e viceversa. Ma il pianeta, sebbene ufficialmente nuovo, in senso non ufficiale, non lo era affatto, e certamente non era abitato da extraterrestri. Quanto alla sua totale assenza di ostilità, si poteva darla per scontata. Gli igeani non erano criminali e di conseguenza si poteva star certi che avrebbero accolto i loro superiori col dovuto rispetto.
Ai piedi del colle si estendevano campi coltivati, nei quali un lussureggiante raccolto d'orzo era ormai biondo e maturo, una leggera brezza faceva fremere le spighe altissime. Da un lato le coltivazioni andavano fino alle foreste che s'intravvedevano all'orizzonte. Dall'altro, a circa un paio di chilometri sorgeva un centro abitato di media grandezza.
I terrestri esaminarono la città con l'aiuto dei binocoli. Le case periferiche, piccole e graziose, sembravano solidamente costruite in pietra o in mattoni. Gli edifici del centro, più alti, arrivavano al massimo a quattro piani. La piccola città si crogiolava al sole sotto il cielo limpido, e né fumo né alcuna traccia di nebbia offuscavano i limpidi contorni dei tetti. Non si vedevano veicoli meccanici, ma verso nord una gonfia nuvola di vapore candido si alzava da una locomotiva in partenza.
- Ebbene, caro capitano - si compiacque l'ambasciatore - bisogna ammettere che questo posto si presenta molto più accogliente dell'altro. - Annusò l'aria tonificante. - Davvero un bel posto, una degna colonia del nostro impero.
- Sì, Eccellenza - ammise Grayder, senza prendersi il disturbo di far osservare che gli abitanti potevano pensarla diversamente.
- Sarei ancora più soddisfatto - disse Shelton - se avessero maggiore contingente umano e potenziale industriale. Militarmente parlando, mi sembrano debolucci. Un patto di difesa reciproca si trasformerà in un vero affare per loro, per quanto ci riguarda.
- Qualsiasi apporto alla potenza terrestre sarà apprezzato - obiettò l'ambasciatore. - Inoltre, questi pianeti lontani serviranno da Stati-cuscinetto e assorbiranno il primo urto.
Grayder fu tentato di domandare: «Da parte di chi?» ma si trattenne. In quegli ultimi secoli le navi a propulsione Blieder avevano esplorato buona parte del cosmo senza mai trovare forme di vita di intelligenza superiore a quelle di un cane terrestre. Secondo lui, tutte quelle chiacchiere di possibili aggressioni erano una comoda scusa per estendere l'autorità fin dove era possibile.
Tornando a scrutare con il binocolo l'ambasciatore commentò compiaciuto: - Bene, il problema di stabilire contatti si è risolto da sé. Un paio di persone vengono verso di noi attraverso i campi. - Sorrise, benevolo. - Molto bello da parte loro reagire con tanta sollecitudine.
- Potrebbe anche essere stupido, da parte loro - disse Shelton. - Come fanno a sapere che questa è una nave terrestre? Se avessero un filo di senso comune, e non dico molto, si sarebbero accertati della nostra identità, prima di avvicinarsi.
Sempre osservando i due che avanzavano, e dei quali sporgevano al di sopra delle spighe solo le teste, l'ambasciatore replicò: - Si vede che lavoravano nei pressi quando siamo atterrati, altrimenti non avrebbero potuto arrivare così in fretta. Questo significa che sono lavoratori della terra. Non si può pretendere che due semplici contadini abbiano del genio militare, mio caro colonnello.
Shelton non rispose, ma tra sé rimuginava che un po' di prudenza si può pretenderla da tutti, perfino da un piantapatate. Il gruppo di terrestri continuò a osservare mentre i due avanzavano attraverso il campo. Finalmente emersero ai piedi del colle e cominciarono a salire il sentiero.
A questo punto l'ambasciatore lasciò cadere il binocolo, si fregò gli occhi e batté ripetutamente le palpebre. Shelton emise un gemito scandalizzato.
Alle sue spalle, il sergente Bidworthy pareva un vulcano in ebollizione.

Capitolo IV

Gli igeani erano altissimi e ben fatti, dei veri Mister Muscolo. Ognuno di loro portava una borsa a tracolla. Ognuno di loro era elegantemente abbigliato con un paio di sandali... e niente altro.
Scrutando l'assemblea con malcelato disprezzo, uno dei due pronunciò un fraterno benvenuto: - Eccoli qua i terrestri... i soliti sudicioni incorreggibili.
L'ambasciatore accolse l'osservazione come una botta in testa. Subito reagì.
- Sarebbe a dire?
- Che continuate a nascondervi alla gloria dei raggi solari e alla faccia del creato - rispose l'aborigeno. E appuntando significativamente gli sguardi sull'epa dell'ambasciatore, osservò, rivolto al compagno: - Bisogna riconoscere che questo ha i suoi buoni motivi per vergognarsi del suo corpo, eh, Pincuff?
- Sì - approvò Pincuff. - Si sa che l'ingordigia e la dissolutezza fanno il loro effetto.
- Non vi permetto! - protestò l'ambasciatore.
- Hai sentito, Boogle? Lui non permette - disse Pincuff, sbottando in una risata. I suoi occhi si posarono sulla nave, notarono le facce attonite che si affacciavano un po' dappertutto. - E guarda quelli, Boogle. Hanno paura di venir fuori e di farsi vedere. Sembrano tanti vermi flaccidi.
- Già - confermò Boogle.
- Dio abbia pietà dei loro petti rachitici.
Poi si gettò a terra, eseguì venti flessioni, saltò in piedi e si massaggiò l'addome. - Vediamo un po', fallo tu - sfidò l'ambasciatore.
- Per vostra norma, sono il rappresentante della Terra e non un acrobata da circo.
- Dici sul serio? Ma almeno dei semplici piegamenti li potrai fare.
- No. No e poi no.
- Almeno uno - supplicò Boogle. - Tanto per cominciare. In seguito potrai farne di più. Ti farebbe bene, sai?
- Sono io che stabilisco ciò che mi fa bene - dichiarò l'ambasciatore, deciso a controllare i propri nervi. - E non sono venuto qui per discutere di ginnastica. Desidero essere messo in contatto con qualche autorità.
- E perché?
- Motivi strettamente confidenziali.
- Ehi, non senti? - domandò Boogle a Pincuff, in tono sospettoso. - Qui c'è qualcosa che puzza.
- Viene dalla nave - spiegò Pincuff. - È piena d'aria viziata e di panni vecchi. Nessuno fa il bagno da mesi. Una vera stalla.
- L'aria della nave viene pulita e sterilizzata sei volte l'ora - lo informò Grayder.
- Lo credo bene! - disse Pincuff. - Altrimenti potreste tagliarla col coltello.
- Che sudicioni - aggiunse Boogle per buona misura. - Probabilmente rappresentano l'unica forma di vita che ha reputato necessario inventare i centri di disinfestazione.
- E dove avete sentito queste cose? - domandò gelido l'ambasciatore.
- Abbiamo studiato. Sappiamo una quantità di cose riguardo alla Terra. Là tutti sono sudici fisicamente, hanno abitudini anti-igieniche, e hanno una concezione poco pulita del proprio corpo. Sono malati, depravati, e infestati da microbi. Perseguitano chiunque non abbia paura di affrontare il vento, la pioggia e il sole nel suo stato naturale.
- E questa la chiamate istruzione?
- Certo che lo è.
Cambiando tattica, l'ambasciatore arrischiò: - Immagino che questi siano gli insegnamenti che vi hanno dato i Figli della Libertà, vero?
- Per la barba di Satana! - esclamò Pincuff inorridito. - Ci ha presi per Doukhobortsy.
- Se volete i Douk - disse Boogle sprezzante - sono al di là delle colline a rotolarsi nel fango. Ce li abbiamo mandati noi, duecento anni fa.
- Perché?
- Perché non c'era niente da fare, con loro non si poteva andare d'accordo. Una manica di scocciatori, sempre pronti a fare discorsi, che cercavano di convincerci a pensarla come loro. E ci mettevano in croce se rifiutavamo di lasciarci illuminare. Credevano che siccome noi naturisti eravamo sempre stati perseguitati per la nostra nudità, fossimo pane per i loro denti. Ci hanno lasciati venire con l'idea di sottometterci alle loro teorie, ma avevano sbagliato i conti.
- E come andò a finire?
- Mordemmo il freno finché non fummo abbastanza forti, e poi li cacciammo verso il sud. Chiunque fa causa comune con i Douk è un deficiente fatto e finito. Ma per fortuna, noi naturisti non lo siamo affatto. - Eseguì un paio di piegamenti, saltellò e tirò pugni all'aria per qualche secondo e infine concluse: - Mente sana in corpo sano. Dico bene, Pincuff?
- Sì - approvò Pincuff.
L'ambasciatore cercò di saperne di più. - E voi siete più numerosi di quei... ehm... Douk?
- Sicuro. Siamo almeno venti a uno. Loro stanno, scomparendo.
- Il che significa che i naturisti occupano la parte più importante del pianeta?
- Esatto.
- Quindi, a tutti gli effetti, il vostro governo è il governo del pianeta?
- Già.
- Bene! Voglio un colloquio con i membri del vostro governo.
- Poverino, si contenta di poco - osservò Pincuff, rivolto a nessuno in particolare.
- Vero? - disse Boogle.
- «Andate a chiamarmi il governo»... così, come se niente fosse. Crede che quelli stiano seduti là ad aspettare che li chiamiamo, per arrivare di corsa.
- Io chiedo soltanto - insistette l'ambasciatore - che andiate in città a riferire della nostra presenza qui. È chiaro che le autorità penseranno a fare qualcosa.
- In città sanno benissimo che siete arrivati - disse Pincuff. - Siamo in linea d'aria, è impossibile che non abbiano notato l'atterraggio di un'astronave di quelle dimensioni.
- Gli occhi li abbiamo - disse Boogle. - Occhi buoni che vedono lontano un miglio - indicò il burocrate anziano che lo fissava affascinato attraverso le grosse lenti cerchiate di corno. - Non siamo orbi come quella specie di rottame incitrullito, noi.
- Scommetto che il cinquanta per cento di voi porta gli occhiali - disse Pincuff. - E che una metà di quelli che non li portano ne avrebbero bisogno.
- E lo stesso per i denti finti - aggiunse Boogle. Spalancò le fauci rivelando una doppia fila di candide zanne, e andò a sciorinarla sotto il naso dell'ambasciatore. - Visto? Tutti miei. A te quanti ne restano?
- Non sono affari che vi riguardano - replicò l'ambasciatore.
- Non vuole dirlo - spiegò Boogle rivolto agli altri. - Scommetto che di suoi non ne ha più nemmeno uno.
- E che porta i sostegni negli stivali, perché ha i piedi piatti!
- Non ho i piedi piatti - si difese l'ambasciatore.
- Allora prova a fare come me - Boogle cominciò a saltare come un canguro impazzito. - Coraggio, prova. Salta a tempo con me.
L'ambasciatore si rivolse a Grayder e Shelton e agli altri: - Credo che non serva a nulla prolungare questo stupido colloquio. Torniamocene nella nave e aspettiamo che arrivi qualcuno con più cervello.
Dopo di che, si avviò per la passerella. Gli altri lo seguirono, intenti a mantenere l'ordine di precedenza. Bidworthy salì per ultimo, fermandosi solo il tempo necessario a incenerire gli igeani con una delle sue occhiatacce.
- Fegato ingrossato ed eccesso di bile - diagnosticò Pincuff.
- E una quantità di ciccia da smaltire - aggiunse Boogle. - È proprio in condizioni disperate. Avrebbe bisogno di una corsa di venti chilometri e di una ora nel bagno turco.
- Voi due potete andare all'inferno - urlò Bidworthy, e fece tremare la passerella sotto il peso della sua andatura militaresca.
- Ed è anche sboccato - osservò Pincuff, a coronamento di un giudizio tutto negativo. - Su, torniamo alla vita civile.
Ignorando le centinaia di facce che li seguivano a bocca aperta dai portelli e dai finestrini, girarono sui tacchi e si diressero verso la città presentando per forza di cosa ai terrestri le parti posteriori. Per gli attoniti spettatori, quella visione di abbronzate terga aveva il vago sapore di una dichiarazione d'indipendenza.

Il secondo ufficiale, Morgan, sbirciò dallo sgabuzzino e si accigliò per quello che vide. - Ma come, di nuovo lì. Possibile che non conosci un modo più intelligente di passare il tempo?
- Sì... quello di pedalarla - rispose l'ingegnere di decimo grado Harrison. - Nella nave non posso farlo. Ho bisogno di essere all'aperto, con una solida strada sotto le ruote. Non ti secca se mi occupo della mia bicicletta, vero?
- A me? Figurati quanto me ne importa. Solo mi sembra un modo molto stupido di sprecare il proprio tempo libero. - Tirò fuori un taccuino e impugnò una matita. - In che turno vuoi che ti metta, nel primo o nel secondo o nel terzo?
- Perché, possiamo andare in libera uscita?
- Subito no. Ne abbiamo diritto a cominciare dalle diciotto di giovedì. Il capitano conosce i regolamenti e si aspetta che gli presenti le liste per l'approvazione. Su quale devo metterti?
- Mah, ci sono i pro e i contro, veramente - rifletté Harrison fregandosi il naso con uno straccio unto d'olio. - Il primo turno va fuori alla cieca, mentre l'ultimo ha il vantaggio delle informazioni portate da quelli che sono già andati a terra. D'altra parte, se i primi fanno tanto da disgustare quelli del posto, quelli che ci vanno di mezzo sono gli altri. Basta un paio di ubriaconi attaccabrighe nel primo turno e gli altri possono incassare un numero spaventoso di occhi neri.
- Deciditi - sbuffò Morgan, spazientito. - Non posso restar qui tutto il giorno, mentre valuti i vantaggi dei vari turni. Dove vuoi che ti metta, nel primo, nel secondo o nel terzo?
- Vada per il terzo. Preferisco andare a terra svantaggiato piuttosto che ignorante.
- Nel terzo - ripeté Morgan scrivendo. - Dove sono ingegnere di nono grado Hope e ingegnere di settimo Carslake?
- Sono corsi nelle loro cabine poco fa. Hanno detto che volevano ricaricare le macchine fotografiche. Sembravano eccitatissimi, ma non so perché.
- Sì, eh? - Morgan gli lanciò un'occhiata. - Tu dov'eri, durante quest'ora?
- A lustrare la bicicletta. Perché, c'è qualcosa di male, forse?
- No, no, figurati! - Morgan corse in cerca di Hope e di Carslake, lasciando l'altro con tanto d'occhi.
Harrison stava facendo girare la ruota posteriore, ascoltandone il fruscio regolare e bene oliato, quando il sergente Gleed mise dentro la testa.
- T'ha cercato Morgan?
- Sì.
- Che turno hai scelto?
- Il terzo.
- Fatto male! Vedrai che non ce la farai ad andare in permesso. Te lo dico sempre: schizzare fuori appena l'occasione si presenta e mai fermarsi a pensarci su. I primi potranno anche farcela, i secondi non so, i terzi no di certo.
- E perché?
- Perché i fusti locali troveranno da ridire per il modo come qualcuno dei nostri userà gli occhi, specialmente i marinai. Sai com'è, una cosa tira l'altra e vedrai se non finisce in un vero macello, com'è vero che Bidworthy abbaia anche nel sonno. Dopo di che, Grayder ritirerà i permessi.
- Non so perché ti preoccupi tanto - osservò Harrison, accingendosi a lustrare la sella. - Qui sarà come altrove, no? Che differenza c'è?
- Ma tu da quanto tempo stai trafficando attorno a quella trappola?
- Non ne ho idea. Non sono in servizio, quindi non bado al tempo.
- E non hai dato un'occhiata ai maschioni indigeni?
- Io no. Sono tali e quali a noi, quindi... Ne ho visti abbastanza di terrestri, ormai.
- Già, ma non nudi.
- In che senso, nudi?
- Nudi come vermi.
- Non capisco.
- Ma non potresti piantarla un momento con quell'arnese? Sono nudi, ti dico. Completamente spogliati. Insomma, come te lo devo spiegare?
- Oh, no.
- Oh, sì, invece.
- Anche le donne?
- Non le abbiamo viste, ma ci puoi scommettere.
- Non ci credo!
- Vedrai, ci crederai...

Verso sera arrivò una delegazione. Era composta da una mezza dozzina di nudisti anziani e abbronzatissimi, capeggiati da un tale che sembrava il fratello maggiore di Matusalemme. Questi sfoggiava una barba di circa sessanta centimetri, che gli copriva il petto e una buona parte dell'addome, e gli dava l'aria di essere vestito in modo indecente. Reggeva una specie di asta dipinta in oro, con in cima un disco di legno sul quale era inciso uno stemma.
Arrivati ai piedi della passerella, il barbuto guardò in su verso il portello, sulla cui soglia se ne stava indolentemente il sergente Gleed. Una fuggevole espressione di disgusto passò sui lineamenti del venerando nudista, che tuttavia alzò cerimoniosamente la sua mazza e parlò:
- La salute sia con te.
- Lo è - rispose Gleed, che non si sentiva particolarmente malato.
L'altro parve dubitare dell'assicurazione, ma non era disposto a discuterla. - Sono Radaschwon Bouchaine, sindaco di Sunnyside. - E indicò la città. Poi accennò ai compagni, che stavano osservando i vestiti di Gleed con l'espressione di una vecchia zitella alla vista di un topo morto. - E questi sono alcuni dei miei consiglieri.
- Piacere - fece Gleed gratificandoli di un sorriso.
- Vorremmo conoscere il vostro capo - terminò il sindaco Bouchaine.
- Aspettate, vado a sentire che ne dice. - Gleed andò al citofono del compartimento, e intanto stabiliva che avrebbe considerato «Capo» il primo che fosse venuto a rispondere. Caso volle che fosse Grayder. - C'è un gruppo di nudisti accanto alla passerella - gli spiegò Gleed. - Dicono di volervi parlare. Uno di loro afferma di essere il sindaco di qui. Ha una specie di totem per provarlo.
- Bene, sergente, accompagnateli nella cabina di comando.
Gleed tornò al sommo della passerella. - Potete salire a bordo.
Questo suscitò una discussione tra i sette, durante la quale venne fatto abbondante uso dei termini «sporcizia», «germi» e «microbi». Gleed ascoltava con crescente indignazione, e alla fine sbottò: - Ma cosa vi siete messi in testa, che siamo un lebbrosario viaggiante?
Seguì un silenzio imbarazzato, poi il sindaco domandò: - Il tuo capo non potrebbe venir fuori lui?
- No, nonnino. Io non posso dare gli ordini, è lui che li dà a me. Mi ha detto di accompagnarvi nella cabina di comando. Venite o no?
- Alla mia età, che cos'ho da perdere? - commentò il sindaco, avviandosi su per la passerella. Cinque consiglieri lo imitarono a malincuore. Il sesto si sedette e dichiarò con aria decisa: - Sindaco, non sono disposto ad accettare i rischi della contaminazione.
- Fa' come ti pare, Gerpongo - disse il sindaco, continuando a salire.
- Fa' come ti pare, Gerpongo - ripeté Gleed, cercando di essere il più possibile sgarbato. - Stattene accucciato sulle fondamenta, Gerpongo e buon pro ti faccia. Lascia che l'aria fresca e limpida volteggi attorno alla tua carrozzeria, Gerpongo, così ti sentirai bene!
- Questo lo dovrebbero fare tutti - dichiarò ostinato Gerpongo. - E io lo faccio.
Gleed fece strada attraverso la nave, mentre gli altri lo seguivano in fila indiana. Il sergente notò che i visitatori mantenevano il più completo silenzio e pensò che stessero cercando di respirare il minimo necessario. Arrivato alla cabina di comando, li spinse dentro e si allontanò brontolando tra sé.
- Gerpongo - ripeteva. Suonava come un'imprecazione in lingua straniera.
In cabina di comando, intanto, il sindaco si lisciava la barba e scrutava a turno l'ambasciatore, Grayder, Shelton e Hame. Infine decise di rivolgersi al primo:
- La salute sia con te.
- Grazie - rispose l'ambasciatore, che per la prima volta sentiva una parola cortese.
- Questa è la prima nave che arriva dal Vecchio Mondo, da quando ci siamo stabiliti qui - continuò il sindaco. - Credevamo proprio che la Terra non s'interessasse più a noi, ma eravamo in errore. Il governo mi ha incaricato di venire a parlare con voi per chiedervi lo scopo di questa visita.
- Ah, quindi siete già stato in contatto col vostro governo?
- S'intende. Ho telefonato a Radiant City appena siete atterrati.
- Benissimo - approvò l'ambasciatore compiaciuto. - E credo che per semplificare le cose potremo trattare addirittura con le vostre massime autorità.
- Si rivolse a Grayder: - Le foto, capitano.
Da un cassetto, Grayder estrasse le fotografie enormemente ingrandite e le allargò sul tavolo. L'ambasciatore tornò a rivolgersi al sindaco: - E adesso se volete essere così gentile da precisarci l'esatta posizione di Radiant City, ci trasferiremo là, e ci risparmieremo tutti una quantità di tempo e di complicazioni.
- Dovrei indicarvi dove ha sede il nostro governo?
- Appunto.
- Non sono autorizzato a farlo.
L'ambasciatore lo guardò, sorpreso. - Perché?
- Dovrò prima consultare la capitale.
- Ma perché diavolo non potete dirci dov'è, che cosa temete? Pensate che si voglia tentare un colpo di Stato?
- Non posso accettare la responsabilità di trasferire una potenziale epidemia nella nostra capitale.
- Una epidemia? - L'ambasciatore si guardò attorno esterrefatto. - Una epidemia di che?
- Non vogliamo malattie terrestri, quassù - dichiarò il sindaco. - Se un veicolo d'infezione deve accamparsi nei pressi di Radiant City, ci vuole il benestare delle autorità.
- Francamente, non capisco di che cosa stiate parlando - proruppe l'ambasciatore. - In fin dei conti, siete d'origine terrestre come noi, e di conseguenza, se qualche malattia vi affligge, dev'essere di origine terreste.
- Qui non abbiamo malattie, salvo il comune raffreddore - precisò il sindaco.
- E la lombaggine - aggiunse un consigliere.
- E tutt'al più un mal di pancia - completò un altro, affrettandosi a precisare: - Attribuibile a una dieta sbagliata. La dieta è importantissima, e non si sta mai abbastanza attenti.
- Sentite - tagliò corto l'ambasciatore. - Io voglio solo venire a un'intesa col vostro governo.
- Su che cosa? - indagò il sindaco, tormentandosi la barba con un'espressione furba.
- Circa un accordo militare.
- Militare? - Il sindaco Bouchaine strinse gli occhi fino a farli scomparire quasi del tutto. S'immerse in un profondo raccoglimento, poi confessò: - Ho letto questa parola da qualche parte, probabilmente nei libri di storia, ma non ricordo assolutamente che cosa significa.
- Voi non avete esercito? Non avete soldati?
- Esercito? Soldati?
- Niente guerrieri, niente lottatori?
- Ah, sì, lottatori! - La faccia barbuta del sindaco s'illuminò di luce improvvisa. - Abbiamo pugili e lottatori in gran numero. Tutta gente forte, atletica e di ottima scuola, potete credermi. Lasciate che vi racconti quello che...
Il colonnello Shelton, che era stato ad ascoltare con aria incredula, domandò: - Quando cacciaste quei Douk, non ne uccideste nessuno?
- Avete sentito? - fece il sindaco ai consiglieri, che apparivano esterrefatti. Poi si guardò attorno, verde come se gli fosse venuto un attacco di nausea.
- Ma insomma, in che modo li avete cacciati? - insistette Shelton.
- Prendendoli a calci nei fondelli - gli spiegò il sindaco, meravigliato che ci volesse tanto a capire.
Disgustatissimo, Shelton sospirò: - E cosa fareste se veniste attaccati da una forma vitale così misteriosa e bizzarra, da non poter distinguere i fondelli dal resto?
- Di che forma di vita stai parlando, se è lecito?
- Una che potrebbe capitarvi addosso così, all'improvviso.
- Da dove?
- Da un punto qualsiasi del cosmo.
- Solo una dieta sbagliata e un tenore di vita anti-igienico fanno fare i brutti sogni - disse il sindaco, in tono giudizioso. - Noi infatti non ne facciamo mai.
- Sarà altro che un sogno, se capita - replicò Shelton.
- Non è capitato in questi quattrocento anni, non so perché dovrebbe capitare nei prossimi quattrocento.
- Vedete - intervenne l'ambasciatore - su questo pianeta avrebbero anche potuto esserci degli esseri non umani; e sarebbe stata interamente colpa loro se, quando capitaste qui voi, si fossero lasciati prendere alla sprovvista. Voi capite, no, che quanto avreste potuto fare agli altri potrebbe essere fatto a voi? Se un'altra forma di intelligenza dovesse espandersi nel cosmo e mettere gli occhi su Igea...
Il sindaco rifletteva. - Già, giusto. Se quello che avremmo potuto fare agli altri... resta da vedere se c'è chi potrebbe farlo a noi. Comunque non sta a me prendere in considerazione l'ipotesi. Riferirò al nostro governo. Però... vorranno sapere che c'entra in tutto questo la Terra. Che cosa dovrò dire?
- Dite che un nemico spietato potrebbe conquistare rapidamente pochi pianeti isolati, mentre troverebbe ben altro filo da torcere se avesse a che fare con una confederazione unita, e decisa a difendersi contro il nemico comune. Perciò la Terra pensa che sia giunto il momento di prendere le misure per raggiungere un accordo reciproco.
- Quali misure?
- Tanto per cominciare - lo informò l'ambasciatore chiamando a raccolta tutta la sua faccia tosta - vorremmo stabilire un consolato su Igea. Il console sarebbe il nostro rappresentante. Naturalmente, dovremmo lasciargli anche del personale per l'ordinaria amministrazione, e un corpo di guardia.
- Un corpo di guardia? A che scopo?
- Per proteggerlo contro gli attacchi esterni. Saremmo responsabili della sua incolumità, capite? Vi daremmo una compagnia di quaranta o cinquanta soldati, armati di armi moderne. Sarebbero preziosi anche per la vostra difesa. - Fece un sorriso benevolo. - Lasceremmo anche un paio di radio-trasmittenti e un certo numero di tecnici per mantenerle in efficienza.
- Per metterci in contatto permanente con la Terra? - disse il sindaco, lasciando capire che la cosa non lo entusiasmava. - Sì, certo. In una guerra spaziale le comunicazioni rapide sono di primaria importanza. Come potremmo accorrere in vostro aiuto, senza sapere che vi occorre aiuto?
- Non lo so - confessò il sindaco, a corto di obiezioni ma per nulla convinto. - Telefonerò al governo. Tocca a loro prendere una decisione.
- Ecco, bravo - approvò l'ambasciatore.

Gleed li riaccompagnò nel compartimento stagno e rimase a guardarli mentre scendevano la passerella. Gerpongo si rimise in piedi, frugò nella borsa a tracolla e tirò fuori un aggeggio che somigliava a un piccolo estintore. Gli altri si misero in fila con le fauci spalancate, e Gerpongo spruzzò loro in gola a turno. Eseguì un lavoretto accuratissimo, spruzzando prima le ugole, poi i corpi, davanti e di dietro. Un lieve odore di catrame e di cinnamomo si sparse nel compartimento aperto, mentre Gleed annusava disgustatissimo.
Intanto il secondo ufficiale Morgan si stava dirigendo verso la cabina di comando. Bussò, entrò e posò un foglio davanti al capitano. - L'elenco del primo turno, signore. Volete firmarlo?
Grayder sospirò con aria stanca. - Signor Morgan, il regolamento dice che durante la libera uscita l'equipaggio deve comportarsi in modo degno della marina spaziale, osservare e rispettare tutte le usanze del luogo e non fare nulla per suscitare l'antipatia degli abitanti.
- Sì, signore - approvò Morgan. - Li avvertirò severamente di non ubriacarsi e di non attaccare briga con i locali.
- Non mi preoccupo che si ubriachino, signor Morgan. Mi preoccupo del loro abbigliamento.
- Il sergente maggiore Bidworthy ed io passiamo sempre in rivista gli uomini prima di lasciarli scendere a terra - disse Morgan. - Se un uomo non è in condizione di far onore alla nave...
- Sono tanti i pareri su ciò che può far credito - obiettò Grayder. - C'è chi guarda al fisico...
- Sì, signore - disse Morgan, che non riusciva a capire dove l'altro volesse arrivare.
Grayder espose il problema in termini sbrigativi. - Signor Morgan, temo che gli uomini dovranno andare a terra senza vestiti.
- Senza vestiti? - Un'espressione di indicibile orrore comparve sulla faccia di Morgan.
- Proprio così, signor Morgan. Gli abitanti di Igea giudicano molto più igienico e decente andarsene a spasso nudi. Non siamo in posizione tale da imporre i nostri punti di vista e di conseguenza dobbiamo accettare le loro usanze e adeguarci. Gli uomini che desiderano andare in città, dovranno andarci nudi.
- Ma, signore...
- Non ho detto che ritiro i permessi. So che gli uomini hanno diritto di scendere a terra su un mondo non ostile. Ma non posso permettere che scoppi una rissa solo perché uno di loro gira con i calzoni. Gli uomini andranno in libera uscita in costume adamitico. È un ordine.
- Buon Dio! - esclamò Morgan impallidendo.
- Gli stivali possono tenerli - disse l'ambasciatore. - Anche gli igeani portano sandali.
Shelton, che diventava progressivamente paonazzo, d'improvviso disse a Grayder: - Quello che fate con l'equipaggio è affar vostro, ma io non posso permettere che i miei soldati si facciano vedere in giro solo con gli stivali.
Grayder, volendo evitare che Morgan assistesse a uno spiacevole incontro tra superiori, lanciò un'occhiata supplichevole all'ambasciatore.
Questi gli venne subito in aiuto: - Caro colonnello, non possiamo accordare i permessi all'equipaggio e rifiutarli alla truppa. Una simile parzialità sarebbe contro le regole, e distruggerebbe i rapporti cordiali che esistono tra i vostri uomini e quelli del capitano.
- Io non nego ai miei uomini il permesso di andare a terra. Dico soltanto che devono andarci con l'uniforme, com'è prescritto dai regolamenti.
- Ci sono altri regolamenti, colonnello. Come ha precisato il capitano Grayder, fa parte del regolamento che gli uomini rispettino le usanze locali.
- E altrettanto severamente sono tenuti a mostrarsi in abbigliamento decoroso.
- Su questo pianeta l'abbigliamento decoroso è costituito da un paio di sandali - disse l'ambasciatore. - In mancanza di quelli dovranno usare gli stivali. Siete disposto ad addossarvi la responsabilità di eventuali incidenti provocati dall'indecenza scostumata dei vostri uomini?
- Per tutti i diavoli! - tuonò Shelton. - Sono quelli di Igea che vanno in giro in mode indecente.
- Loro non la pensano così. Ed è la «loro» città, quella che i nostri uomini si propongono di visitare.
Accorgendosi che la discussione poteva continuare all'infinito e che l'esterrefatto Morgan ascoltava ad occhi sgranati, Grayder tagliò corto dicendo: - Eccellenza, forse il colonnello sarebbe tanto cortese da accettare un vostro ordine ufficiale perché i suoi uomini vadano in libera uscita solo con gli stivali.
- Siete d'accordo? - domandò l'ambasciatore.
- Accetto, ma con molte riserve - finì con il dire Shelton, lieto in cuor suo d'essersi scaricato della responsabilità.
- Molto bene. - L'ambasciatore si rivolse a Morgan: - La lista è approvata, purché quelli in libera uscita escano nudi.
Presa la lista, Morgan fece osservare debolmente: - Non so proprio che cosa diranno gli uomini, Eccellenza.
- Nemmeno io - disse l'ambasciatore. - Ma sarà interessante vedere le loro reazioni.
Morgan, leggermente inebetito, prese congedo.

Capitolo V

Procedendo come un sonnambulo verso poppa, Morgan incontrò Gleed, e gli disse: - Ho delle novità per te.
- Sentiamo, M'incuriosisci, amico.
- Ti devi spogliare.
- Eh?
- Se vai in città, devi andarci allo stato naturale.
- Quanto sei spiritoso!
- È un ordine.
- Di chi? Del tuo Grayder? Non prendo ordini da lui, io.
- È un ordine di Sua Eccellenza, del colonnello, e del capitano insieme. Non scherzo affatto. Tutti gli uomini che andranno in città dovranno indossare soltanto gli stivali e un po' di brillantina. Sarà meglio che tu vada a preparare i tuoi alla bella notizia. Io informerò l'equipaggio.
E filò via. Gleed, dopo un momento di esitazione, pensò che Morgan si dava troppe arie per abbassarsi a scherzi infantili, e si affrettò verso i quartieri della truppa. A metà strada incontrò Bidworthy.
- Scusate, sergente - incominciò - sapete niente dell'ordine che gli uomini devono andare a terra svestiti?
Bidworthy lo guardò lentamente dalla testa ai piedi e con altrettanta lentezza dai piedi alla testa. - Quanti anni di servizio avete?
- Venti.
- Vent'anni di servizio. Tre strisce, un sergente maturo, fatto e finito. Bevete ancora frottole del genere?
- Me l'ha detto il secondo ufficiale Morgan - disse Gleed.
- Allora il secondo ufficiale Morgan deve avere uno strano senso dell'umorismo! Con la vostra anzianità e con il vostro grado, dovreste avere un po' più di sale in zucca, no?
Con sottile astuzia, Gleed domandò: - Allora, è per vostro ordine che dobbiamo andare a terra in divisa?
- Per mio ordine un corno! È una norma del regolamento che tutti devono rispettare. E quando passerò l'ispezione, guai se trovo qualcuno che non è in perfetto ordine. Anche se si tratta di un sergente anziano!
Prima che Gleed potesse replicare, un soldato sbucò da una porta e disse: - Scusate, sergente, il colonnello vi chiama al telefono. Volete rispondere da qui?
- Certo.
Bidworthy si affrettò nel locale lasciando la porta aperta. La tentazione fu troppo forte e Gleed rimase nel corridoio tendendo le orecchie.
- Signore! - risuonò la voce di Bidworthy. - Signorsi. Il primo turno, cosa? - Seguì una serie di gorgoglii soffocati. - Ho sentito bene, signore? Volete dire proprio «nudi»? Ma, colonnello, il regolamento... - Altri gorgoglii. - Capisco, signore. È un ordine...
Il click della cornetta che veniva riappesa. Un silenzio rotto da un respiro ansante. Poi Bidworthy emerse dal locale. Con un bel colorito da colpo apoplettico, passò oltre Gleed senza nemmeno vederlo.
Un minuto dopo Gleed faceva irruzione nel primo dormitorio guardando attorno con occhio autoritario. Alcuni soldati se ne stavano in branda sprofondati nella lettura. Altri giocavano a carte, altri ancora stiravano giacche e pantaloni. Sulla prima brandina, il soldato Piatelli era tutto intento a lustrarsi gli stivali.
- Tu sei del primo turno? - s'informò Gleed.
- Sì, sergente.
- Allora lustrali come non li hai mai lustrati in vita tua. Lustrali in modo perfetto, eccellente, superbo!
Piatelli lo guardò. - Perché?
- Perché questi stivali saranno l'unica cosa che potrai indossare.
- L'unica? - disse Piatelli, che non capiva.
- Sì, unica, te l'ho detto.
- Volete dire che hanno abolito il turno? Che m'hanno tolto il permesso di andare a terra? Perché proprio a me? Non ho fatto niente, io.
Nel frattempo i lettori avevano lasciato cadere i libri, i giocatori avevano abbandonato le carte, il lavoro di stireria si era fermato. Tutti fissavano Piatelli.
- Mi dispiace privarti della palma del martirio - disse Gleed - ma devo dirti subito che la cosa vale per tutti. Per ogni figlio di mamma. L'ordine è che chi va in libera uscita deve andarci come Dio l'ha fatto!
- No! - esclamarono i lettori, i giocatori e gli stiratori.
- Sì - confermò Gleed.
Piatelli scaraventò gli stivali a terra. - Io non vado in permesso. Mi rifiuto di andare in permesso.
- E perché? - si meravigliò Gleed. - Hai qualche tatuaggio mal riuscito?
- Ma quella città sarà piena di donne!
- E con questo? Le donne di Igea non sono mica come le altre. Sono una banda di Eve senza la foglia di fico. Un nudo di più o uno di meno, che differenza volete che faccia, visto che ce ne sono a milioni?
- Io non ci vado se non ho almeno un costume da bagno.
- Codardia di fronte al nemico! Mi sorprendi, Piatelli. Non hai fegato, manchi di spina dorsale.
- Sempre meglio che senza mutande - rimbeccò Piatelli.
Qualche impudente gridò: - Voi siete del primo turno, sergente. Andrete fuori soltanto con gli stivali?
- Purché ci venga anche qualcun altro - disse Gleed. - Non c'è gusto ad andarsene in giro da soli.
Lasciò il dormitorio tra una confusione di voci, passò in quello seguente, tornò a comunicare la notizia. Poi nel prossimo, e così via.

Alle dieci del mattino, otto uomini si allinearono nel compartimento stagno centrale. Erano le cavie di duecento compagni che avevano pensato di rimandare l'uscita in attesa d'avere informazioni di prima mano sull'effetto che faceva andarsene a zonzo per una città in costume adamitico. Cinque degli otto erano membri di associazioni elio-terapiche, imperturbabili perché per loro la cosa non era affatto nuova. Uno era appassionato di atletica leggera, più che disposto a sfoggiare il corpo scultoreo. Un altro lo faceva per scommessa. L'ottavo era Gleed, deciso a difendere il diritto di andarsene a terra, costi quel che costi.
Bidworthy arrivò, si piantò davanti al primo uomo, scoccò una rapida occhiata carica di ripugnanza al corpo e concentrò l'attenzione sugli stivali. Era evidente che si sentiva terribilmente imbarazzato dalla mancanza di elmetti da aggiustare, di cinture da stringere, di bottoni da fare allacciare. Mantenne lo stesso atteggiamento nel passare in rassegna la fila, poi arrivò a Gleed. Là, finalmente, aveva trovato qualcosa da criticare.
- Come mai - s'informò con esagerata cortesia - non sono stato informato della vostra improvvisa degradazione?
Gleed lo guardò senza capire.
- Dove sono i gradi? - gridò Bidworthy.
- Sull'uniforme. Solo che al momento non la indosso.
- Davvero? Vi sono grato dell'informazione. Se non me l'aveste fatto notare, quasi non me ne sarei accorto. - Mandò alcune scintille, poi ruggì: - Appiccicatevi in qualche modo quei gradi, non m'importa come! Dipingeteveli addosso, se occorre. Il fatto che siate nudo non significa che siate stato esonerato dal servizio spaziale, e che abbiate cessato di essere un graduato. - Dopo di che uscì con passo marziale dal compartimento, fermandosi solo un istante per esclamare: - E che Dio ci aiuti!
- Remigio Ligio ha qualcosa che lo turba - osservò l'atleta, gonfiando il petto e pavoneggiandosi. - Venite con noi, sergente, o andate per conto vostro?
- Prima dovrò mettermi questi benedetti gradi. Come faccio? Voi avete un'idea?
- Andate da O'Keefe, nel quarto dormitorio - suggerì uno degli altri. - Ha una raccolta di rossetti per labbra.
- Ottimo! Aspettatemi, ragazzi. - Gleed corse nel quarto dormitorio, trovò O'Keefe seduto sulla brandina e intento a fare giochetti di prestigio. Gli altri occupanti ridacchiarono all'arrivo del sergente, con assoluta mancanza di rispetto per il grado. Facendo finta di nulla, Gleed domandò: - È vero che tu hai il rossetto?
- Rossetto? - O'Keefe fece una faccia addolorata. - Ma per chi mi avete preso? - Estrasse una cassetta da sotto il letto, l'aprì e da una confusione di oggetti da prestigiatore tolse un astuccio che sembrava contenere delle candeline colorate. - Cerone d'artista - spiegò. Pescò fuori una barba finta, nerissima e folta. - Volete truccarvi?
- No... devo solo ostentare i galloni. Ho pensato che potresti disegnarmeli sul braccio.
- Spiacente - disse O'Keefe, divertendosi un mondo. - Come soldato semplice, non ho l'autorità di farvi sergente.
- Sbrigati a disegnarmi questi gradi, altrimenti appena riprendo servizio farò singhiozzare tutta la camerata per la tua sorte.
E presentò il bicipite mettendo i muscoli bene in evidenza. O'Keefe fece come gli veniva ordinato. Gleed esaminò il lavoro e rimase soddisfatto. Poi gettò un'occhiata alle facce da schiaffi dei presenti.
- Be', scimmioni, che c'è? È la prima volta che vedete un uomo senza pantaloni?
- Non è per i pantaloni, sergente - spiegò un soldato - ma per gli stivali. Sono... assurdi, anacronistici.
- Già - disse Gleed, seccato. - Non abbiamo sandali, quindi non c'è niente da fare. O stivali, o niente. - Tornò nel compartimento. - Su, ora sono un modello di sartoria. Andiamo, gente.
Gli otto scesero la passerella, dirigendosi verso il sentiero che gli igeani avevano tracciato attraverso il grano, e cercarono di ignorare i commenti che piovevano dalla nave. Trottando di buon passo, uscirono dai campi coltivati e infilarono una stradina che portava verso la città. Non c'era traffico, salvo una specie di carro a cavallo, ma molto in distanza.
Il soldato Yarrow, uno dei fissati della cura del sole, dichiarò: - Accidenti, comincio a sentirmi un pascià! Qualsiasi cosa pur di allontanarmi da Bidworthy e da quel barattolo nel quale viaggiamo. Andrei sui trampoli, se occorresse. Non capisco perché gli altri abbiano fatto tante storie.
Il soldato Kinvig disse: - Hai notato una cosa? Siamo tutti soldati. Nessuno dell'equipaggio!
- Figurati, quei vermi! - commentò Yarrow.
- Ehi, palliduzzi! - urlò una vocetta stridula.
Come un sol uomo, gli otto si girarono verso la voce. Due bimbetti di nove anni, abbronzati come bagnini, sedevano in cima a un muretto e li indicavano ridendo.
- Visi pallidi! - gridò uno dei due.
- Sepolcri imbiancati! Facce di cadaveri! - rincarò l'altro, ridendo a crepapelle.
- Fate finta di niente - ordinò Gleed, tirando innanzi con dignità.
- Pare che non apprezzino la nostra carnagione - disse Kinvig, addoloratissimo della scoperta.
- Tra pochi giorni saremo più abbronzati di loro - lo consolò Gleed. - Io mi abbronzo già, mentre cammino.
Ormai la città era in vista. E anche due tipi strani, che venivano in direzione del drappello. I due attiravano subito l'attenzione, perché erano alti circa due metri e dieci, e robusti in proporzione. Entrambi erano adorni di un disco di metallo istoriato, che pendeva dal collo sostenuto con una catena.
Bloccando la strada, i due strani tipi intimarono l'alt.
- Siete terrestri? - chiese uno, con voce profonda e autoritaria.
- Ma è evidente, Lashman - disse il secondo. - Pallidi, magri, rachitici, e si torturano le piante dei piedi con quei pedalini.
- Lo so, Fant - disse Lashman. - Ma le formalità vanno rispettate. - Riportò l'attenzione su Gleed, perché aveva notato le strisce dipinte. - Terrestri?
- Sì - rispose Gleed, accettando la parte di portavoce.
- Dove andate?
- A voi che ve ne... importa? - disse Gleed, con faccia da duro.
- Moltissimo ce ne importa.
- Lashman accennò al disco che gli brillava sul torace possente. - Siamo Guardie Civiche. Abbiamo il diritto di fare domande. Dove siete diretti?
- In città.
- E chi vi ha dato il permesso?
Gleed, al quale non piaceva la situazione, né la stazza degli avversari, si disse che un po' di tatto non guasta mai. - Il nostro comandante ha avuto un colloquio con il vostro sindaco, dopo di che ci ha permesso di scendere a terra.
- Allora vediamo i vostri certificati di fumigazione.
- I certificati di che? - chiese Gleed, allibito.
- Di fumigazione - ripeté Lashman, e aggiunse rivolto a Fant: - Udito difettoso. Necessita di irrigazioni auricolari.
- Avete fatto la fumigazioni sì o no? - domandò l'altro.
- No, non l'abbiamo fatta.
- Non potete entrare in città se prima non avete fatto la visita medica e la disinfezione. È la legge.
- Ah, ah, pupazzi di cera! - gridò da lontano una vocetta indisponente.
- E poi, perché vi siete tolti le coperture? Perché mostrare i vostri corpi ripugnanti alla vista di tutti? Non capite che siete indecenti e disgustosi?
- Per tutti i diavoli! - Gleed aveva gli occhi fuori della testa. - Ci hanno ordinato di uscire conciati così! Di fare come fate voi.
- Come facciamo noi? - Lashman non nascose la sua disapprovazione. - Ma noi non mostriamo corpi come i vostri. Se fossi debole e indecente la metà di quanto lo siete voi, andrei a impiccarmi al primo albero. Tu no, Fant?
- E come! - disse Fant, convintissimo.
- Noi esibiamo un fisico robusto, sano - riprese Lashman.
- Come questo! - E si batté sull'addome. Dal rumore si sarebbe detto che aveva battuto su una lastra di granito. - Un fisico che valga la pena d'essere visto.
- Vi credete bello, vero? - domandò il soldato Yarrow, con evidente sarcasmo.
Lashman lo fissò furibondo. - Nessuno vi ha chiesto di dare un giudizio. Pelleossa!
- Torniamo alla nave - disse Gleed. - Farò rapporto, al colonnello. Forse prenderà qualche provvedimento adatto.
- E il nostro permesso? - protestò Kinvig. - Così ci rimettiamo la libera uscita.
- Hai un'altra idea? - replico Gleed.
Kinvig non ne aveva. E nemmeno gli altri. Un attacco in forza contro le smisurate Guardie Civiche poteva anche finire con la vittoria, ma non avrebbe certo dato loro le chiavi del paradiso. Al contrario, sarebbero finiti davanti alla corte marziale per aggressione e percosse.
- Io torno a bordo - dichiarò Gleed. - Voi potete fare come vi pare.
Fece dietro-front e s'incamminò. Naturalmente, gli altri lo seguirono come pecore, mentre Lashman e Fant osservavano sprezzanti le loro gracili terga.
Il gruppo proseguì in silenzio tra il malumore generale. Poco dopo arrivarono all'altezza del muretto. Una palla di terra descrisse una parabola e andò a infrangersi sulla schiena dell'esperto di educazione fisica.
- Yu-hu! - risonò un grido di trionfo. - Scheletri!
- Centrato in pieno - osservò Gleed, ammirato.
Fermandosi di colpo, rosso come un galletto, il colpito dichiarò senza preamboli: - Vi avverto che sto per commettere un omicidio.
- No, te ne guardi bene - ordinò Gleed, afferrandolo per un braccio. - L'infanticidio non è permesso. Cammina, torniamo alla nave.
Ripresero il cammino, mentre le urla di vittoria e le grida di scherno svanivano in distanza. Poco dopo s'imbatterono nel carro notato poco prima. Era trainato da un vero cavallo terrestre, che roteava gli occhi come se perfino lui osservasse uno spettacolo mai visto.
Meno supercolosso, delle due guardie, l'uomo a cassetta era pur sempre una bella fiera di muscoli. Dopo aver dato ai terrestri un'occhiata di disgusto, scosse le redini e mise il cavallo al trotto. In cima al carro, due ragazze se ne stavano sprofondate per tre quarti nel carico di fieno.
Gettando un'occhiata all'insù al loro passaggio, il soldato Yarrow si fermò come trattenuto da una mano invisibile ed esclamò in tono di riverenza: - Ehi, ragazzi, due bambole in carne e ossa.
Le ragazze, indicando Yarrow, cominciarono a ridere. Una mormorò un'osservazione all'altra, e tutt'e due si abbandonarono a una vera crisi di riso. Con le lacrime agli occhi si aggrapparono l'una all'altra, in un parossismo di ilarità, mentre il carro si allontanava traballando.
Yarrow andò su tutte le furie. - Ma che ci sarà da ridere tanto?
- Noi - disse Gleed.
Lasciata la strada, ripresero il sentiero attraverso i campi, raggiunsero la nave e uno alla volta salirono la passerella. Avevano l'aria di pellegrini che si sono visti negare la salvezza per peccati ignoti. Nel compartimento stagno, Harrison li accolse con faccia sorpresa.
- Come, già di ritorno?
- Le loro accoglienze entusiastiche ci hanno sfiniti - spiegò Yarrow. - Siamo tornati per rimetterci in forze.
- Perché non andate anche voi, così vi cavate il gusto?
- Lo farò senz'altro. Ma sono nel terzo turno.
- Sarete proprio un bel quadretto - disse Kinvig. - Nudo in bicicletta. - E si affrettò dietro gli altri.
Gleed fu l'ultimo a entrare. Aveva la faccia verdognola.
- Qualcosa che non va? - gli domandò Harrison, premuroso.
- Pare di sì. Siamo sgraditi con gli abiti e senza. Vado a sentire cosa ne dice il colonnello.
Si diresse verso la cabina di comando, bussò, aspettò un istante ed entrò. Non c'era nessuno. Provò nella sala nautica. Vuota. Finalmente, tentò nella sala di ricreazione degli ufficiali. Bussò. Una voce rispose: - Avanti!
Gleed entrò marciando con militaresca decisione. Ignorando un paio di dozzine di occhi sgranati, si arrestò davanti a Shelton, e restò rigidamente piantato sull'attenti.
- Colonnello, vorrei far rapporto sul...
- Ma che diavolo vi piglia di comparirmi davanti in queste disgustose condizioni? - urlò Shelton. - Siete impazzito?
- Con tutto il rispetto, colonnello, gli uomini in libera uscita hanno ricevuto l'ordine di...
- Non siete in libera uscita! Siete in mia presenza! Se un sergente non conosce il regolamento, che cosa possiamo mai aspettarci dagli uomini?
- Sissignore, ma...
- Vi proibisco di starvene lì nudo come un verme, a discutere con me. Andate a vestirvi. La vista delle vostre nudità mi ripugna. Se volete parlarmi, rispettate le dovute forme.
- Signorsi - disse Gleed, deglutendo.
Fece un saluto impeccabile, eseguì un perfetto dietro-front e uscì marciando. Nel richiudere la porta sentì che Shelton diceva agli altri: - È abominevole! Il servizio spaziale sta andando a rotoli!
Gleed si precipitò nel dormitorio dei sottufficiali, lanciò via gli stivali, s'infilò un paio di calzoni corti, e si lasciò cadere sulla brandina lanciando occhiate d'odio alla paratia.

Nel primo pomeriggio gli uomini fuori servizio vennero a un compromesso: scendere a terra ma senza allontanarsi dalla nave e comunque tenersi lontani dalla città. Qualcuno si mise a giocare al pallone, ma la maggioranza fu contentissima di starsene sdraiata sull'erba, all'aria e al sole, a discutere sul modo di indurre gli indigeni alla ragione.
- Lo spazio - disse il soldato Yarrow, che se ne stava sdraiato a masticare una pagliuzza - è un posto dove può accadere qualsiasi cosa...
- L'hai detto! - sostenne Kinvig. -. Hai notato come l'ufficialame si sia ben guardato dal dare esempio a noi della bassa forza? Forse che Shelton è venuto in città senza mutande? Forse che sua Sconcezza l'ambasciatore si è presentato allo stato naturale? Macché! Se ne stanno seduti nel loro salone a sbevazzare e ad aspettare che il tempo passi.
- Non hanno il coraggio di farsi vedere come li ha fatti la mamma - disse il soldato Jacobi. - Il novantanove per cento della loro autorità sta nelle uniformi, nei distintivi e nelle decorazioni. Mi sa che ci sarebbe molto da dire in favore della nudità universale. Spoglia un individuo dei suoi fronzoli, e cosa ti resta? Un altro fessacchiotto come tanti.
- Giustissimo - approvò Yarrow. - Siamo venuti al mondo nudi. Non ci sarebbe niente di male se tali restassimo.
- Si risparmierebbe tempo, soldi e la noia delle prove dal sarto - disse Kinvig.
- Darei un occhio, per vedere Bidworthy che si dà arie vestito solo degli stivali! - sospirò Jacobi, con aria trasognata. Gleed apparve, sempre in calzoncini e stivali, li guardò dall'alto della passerella. - È una ora che osservo la campagna con un cannocchiale. Pare che questi bifolchi non abbiano né automobili né aerei. Solo cavalli e locomotive a vapore. - E continuò, come se avesse un suo progetto in mente. - Nessuno di voi se ne intende di cavalli?
- Io - disse Veitch, alzandosi.
- Bravo! - disse Gleed. - Allora va' in cucina, a dare una mano a quel vecchio ronzino del sergente Schneed. Fila!
- Verrà il giorno che andrò in congedo! - disse Veitch. - Allora potrò dare una lezione a certa gente. - Scomparve su per la passerella. Gleed si sdraiò sul posto lasciato vuoto, rimirò il cielo limpido e mandò un sospiro di soddisfazione.
- Mi meraviglio di Veitch - osservò. - Sette anni di servizio e ancora così ingenuo.
Sorridendo tra sé, Gleed si stirò ben bene e rimase a fissare il cielo finché le palpebre gli si appesantirono. Un po' alla volta, chiuse gli occhi e scivolò nel sonno. Russava di gusto da un'ora, quando Yarrow arrivò a svegliarlo.
- Sergente, quella delegazione sta venendo di nuovo qui.
Gleed si levò a sedere, diede un'occhiata, riconobbe il sindaco e i consiglieri. Si precipitò su per la passerella e si attaccò al telefono. Rispose Grayder.
- Capitano, stanno tornando i rappresentanti.
- Portateli nella cabina di comando come l'altra volta.
- Bene, signore.
Con il barbone che dondolava al vento, il sindaco salì la passerella, sempre brandendo il suo totem civico. I consiglieri lo seguirono eccettuato Gerpongo, che se ne restò sull'erba, all'aperto.
Gleed condusse gli ospiti dal capitano, aprì la porta per farli entrare, ma si guardò bene dal farsi vedere. Per il momento preferiva evitare lo sguardo irato di Shelton. Ciò che l'occhio non vede, la mente gallonata non vitupera.
Sindaco e consiglieri fecero il loro ingresso, restando in gruppo come la volta precedente.
Il sindaco si rivolse a Sua Eccellenza:
- La salute sia con te.
- Grazie - replicò l'ambasciatore, pensando che quella storia della salute cominciava dargli sui nervi.
- Abbiamo consultato il nostro governo e dopo scrupolosi riflessione le autorità hanno deciso di accettare le vostre proposte - disse il sindaco.
- Ah! - esclamò contentissimo l'ambasciatore.
- A determinate condizioni, s'intende.
La contentezza svanì rapidamente, com'era nata. - Quali condizioni?
Estraendo una carta dalla borsa a tracolla, il sindaco la spiegò, la posò sulla scrivania di Grayder e vi puntò sopra l'indice incartapecorito. - Vedete questo punto? Bene, non è lontano da qui e vi scorre il fiume Sambar. Il fiume a un certo punto si divide e i due rami scorrono attorno a un'isola. È un'isola bellissima, verde e salubre. Misura circa mille acri ed è l'ideale per un campo di isolamento.
- Isolamento? - disse l'ambasciatore, accigliato.
- Potete prendere l'isola a patto che i vostri uomini vi restino per un periodo di quarantena della durata di un anno.
- Quarantena?
- Passato l'anno, dovranno sottoporsi all'esame medico e alla disinfezione. Quelli che non verranno considerati fisicamente perfetti resteranno sull'isola fino a quando saranno in condizioni di superare la prova.
- È tutto? - domandò l'ambasciatore.
- Oh, no. Resta inteso che sull'isola resterà anche il console, e i due trasmettitori con i relativi tecnici. Ma se in futuro voleste aumentare il numero di trasmettitori, dovrete chiedere il permesso a noi.
- C'è altro?
- Sì. I terrestri che trascorso l'anno riceveranno l'autorizzazione a circolare, non dovranno disgustare la popolazione indossando abiti. Non possiamo permettere che i nostri bambini vengano scandalizzati e pervertiti da un così turpe esibizionismo. I terrestri dovranno giustificare la libertà di cui godono mantenendo un comportamento decente, e simile al nostro. Non mi sembra che sia chiedere troppo.
- Non direi - disse l'ambasciatore, che aveva un lieve capogiro.
- E per finire - concluse il sindaco - se a suo tempo dovessero nascere rapporti affettivi e venissero celebrati matrimoni tra i terrestri e le nostre donne, questi matrimoni saranno riconoscibili in tutta la loro legalità e validità. Lo sposo avrà il diritto di stabilire la sua residenza su Igea. Non avrete alcun diritto di obbligarlo ad abbandonare moglie e figli per trasferirlo su qualche altro pianeta.
Shelton intervenne: - È un comodo sistema perché ogni malcontento pianti in asso il servizio spaziale appena gli salti il ticchio di farlo.
- Potrebbe farlo in qualunque caso - gli fece osservare l'ambasciatore. - Gli basterebbe buttare la divisa nel fiume e unirsi all'esercito dei nudisti.
- Ma non legalmente - disse Shelton.
- Se metà degli uomini si danno alla macchia, che importa che lo facciano legalmente o illegalmente? Si saranno dileguati in entrambi i casi.
- Ma è inutile incoraggiarli fornendo loro una scappatoia!
Prima che l'ambasciatore potesse replicare, il sindaco intervenne severamente: - Mi pare che stiate mettendo il carro avanti ai buoi... e senza ragione.
- In che senso? - domandò Shelton.
- A quanto pare vi illudete che tutti i vostri uomini abbiano un fascino irresistibile e che le nostre donne considereranno un gran privilegio sposare uno di loro.
- Che c'è di male a sposare un soldato terrestre?
Stavolta fu l'ambasciatore a intervenire: - Mio caro colonnello, teniamoci ai fatti, per l'amor del cielo! Abbiamo qualcosa di meglio da fare che discutere i vantaggi dei matrimoni misti. Dobbiamo studiare i termini sui quali si baserà la nostra presenza sul pianeta.
Si rivolse al sindaco: - Un attimo... torno subito.
Uscì, corse al salone, cercò il tenente Deacon. - Tenente, mentre noi discutiamo sulle proposte degli igeani, vorrei che intratteneste qui il gruppo dei rappresentanti. Fateli accomodare e riempite spesso i bicchieri. - Rivolse all'altro una strizzatala d'occhio. - Fateli bere, tenente, a volontà.
- A volontà?
- Sì. Questi nudisti sono troppo sani, boriosi e pieni di sé, per i miei gusti. Sarebbe bello se il sindaco dovesse essere trasportato a casa esalando fumi dell'alcool dalla barbaccia. Spero che mi abbiate capito, tenente.
- Sì, Eccellenza... farò del mio meglio.
Ritornando accompagnato da Deacon, l'ambasciatore disse agli ospiti: - Vorremmo discutere le condizioni in privato, se non vi dispiace. Il tenente vi accompagnerà nel salone. Vi comunicheremo le nostre decisioni al più presto possibile.
Senza sollevare obiezioni, il sindaco e i consiglieri si allontanarono nella scia di Deacon. Uscito il gruppo, l'ambasciatore si fregò le mani tutto soddisfatto.
- Signori, non perdiamoci in chiacchiere. C'è una sola cosa da stabilire: accettiamo le loro condizioni, sì o no?
- A me non va - dichiarò Shelton.
- Perché mai?
- Sono loro che dettano condizioni a noi, invece che noi a loro.
- È il loro mondo - disse Grayder.
- Ma se saranno attaccati, i fastidi saranno nostri - ribatté Sheldon. - Vogliono la nostra protezione? Accettino il nostro prezzo.
- Pensate che ci sia un mercato della protezione? - domandò l'ambasciatore.
- Sicuro che c'è. Noi abbiamo armi, navi e uomini. Abbiamo potenza industriale, capacità produttiva, esperienza tecnica. Questi buffoni non hanno niente da offrire, nemmeno i vestiti.
- Sarà - disse l'ambasciatore - ma a che serve un mercato senza un acquirente?
- Ma sono disposti a comprare... altrimenti non avrebbero accettato la nostra proposta.
- Non ci giurerei. Per me questi non credono affatto al pericolo di un'invasione dallo spazio. Stanno al gioco, ma nella speranza di cavarne qualcosa. E voi, capitano Grayder, cosa ne dite?
- Che è sempre meglio poco che niente.
- Sono d'accordo. L'isola che ci hanno offerto sarà una base terrestre, sia pure ristretta. In seguito troveremo un pretesto per espanderci. In fin dei conti, non possiamo confiscare pianeti con le sole forze di questa nave. Se accettiamo l'offerta di Igea - concluse - avremo assolto la nostra missione. Propendo per accettare e lasciare che i nostri capoccia se la sbrighino con i particolari. Voi cosa ne dite?
- Ci restano due mondi da visitare. Nessuno sa quali complicazioni ci attendono. Più presto ce la sbrighiamo, meglio è.
- Io è inutile che parli, visto che siamo due contro uno - brontolò Shelton con mala grazia.
- Perciò, la decisione è unanime - disse l'ambasciatore. - Andiamo a dirglielo e uniamoci ai brindisi di rito.

Capitolo VI

Il sindaco li accolse osservando:
- Avete strane idee sull'ospitalità. - Puntò il suo bastone contro Deacon. - Quest'uomo ci ha invitato a rovinarci l'apparato digerente con l'alcool.
- È un'usanza terrestre - spiegò l'ambasciatore, preso alla sprovvista.
- Non ne dubito - disse il sindaco, come a dire che sapeva i terrestri capaci di ogni iniquità. - Se vi piace degenerare è affar vostro. Ma non crediate che noi si segua il vostro esempio. C'è una sola bibita adatta per una mente sana in corpo sano. - Si girò verso i consiglieri: - E qual è?
- L'acqua pura - risposero quelli in coro.
- Dovreste esaminare l'acqua con un potente microscopio - suggerì l'ambasciatore. - È una zuppa di microbi.
- Può darsi... sulla Terra. E se i serbatoi della nave sono pieni di quell'acqua, bevetela pure voi. - Troncò con un gesto l'oziosa discussione e cambiò discorso. - Allora, avete deciso? Cosa devo riferire al nostro governo?
- Che accettiamo l'offerta.
- Quanto vi occorrerà per sbarcare uomini e materiale?
- Dovremo trasferire la nave sull'isola o nelle vicinanze, dove ci sia un posto adatto per l'atterraggio. Ci occorre un solido fondo di roccia.
- L'isola non va. È tutta boschi, giardini e campi coltivati. C'è anche un certo numero di edifici e una palestra attrezzatissima. Credo che i vostri uomini trarranno grande vantaggio, da una palestra. In ogni modo, siccome l'atterraggio comporterebbe inutile sconquasso, vi consiglio di scaricare tutto qui.
- E gli uomini come faranno a raggiungere l'isola?
- Provvederemo noi ai cavalli per il trasporto del materiale. Gli uomini andranno a piedi. Non credo che una marcia di tre giorni li ammazzerà. Saranno gracili, ma non fino a questo punto, spero!
L'ambasciatore, non osando ribattere, si rivolse a Grayder: - Non potremmo usare qualcuna delle nostre scialuppe?
- No, Eccellenza, non sono state progettate per tragitti brevi.
- Già! Portiamo migliaia di uomini attraverso milioni di miglia, con l'ultimo modello di supernave spaziale e poi pretendiamo che facciano il resto della strada a piedi.
- Perché, i piedi a cosa servono? - disse il sindaco.
Incapace di rispondere a tono, l'ambasciatore preferì non insistere. - E va bene. Scaricheremo qui gli uomini e le attrezzature.
- Saranno pronti per domani mattina presto?
- Credo di sì. Perché?
- Manderemo un carro a cavalli. Sarà meglio mettersi in viaggio al più presto possibile, perché gli uomini avranno tutta la giornata dinanzi a sé. Dato che sono bevitori e fumatori cronici, trotteranno a passo ridotto, temo.
- Non conoscete le mie truppe spaziali - urlò Shelton, seccato.
- Lasciamo perdere, colonnello - disse l'ambasciatore. E al sindaco: - Benissimo, saranno pronti domattina presto.


- Allora informerò il governo perché faccia i preparativi necessari.
Il tenente Deacon scortò i visitatori all'esterno. Ai piedi della passerella Gerpongo eseguì la solita disinfezione. Dal finestrino, l'ambasciatore seguì con lo sguardo il gruppetto che si allontanava, fino a che lo perse di vista.
- Ho l'impressione - disse
- che quegli sbruffoni vogliano liberarsi di noi. Più presto lasceremo il loro pianeta, più contenti saranno.
- Forse hanno in animo di sgozzare tutti i terrestri rimasti, nell'attimo stesso in cui la nave decollerà - disse Shelton.
- Sciocchezze, colonnello. Hanno tutto da guadagnare e niente da perdere se si attengono alla parola data.
- E allora, com'è che non vedono l'ora che ci leviamo dai piedi?
- Per ragioni psicologiche - disse l'ambasciatore, con il tono di chi la sa lunga. - Non hanno niente in contrario ad avere qui i nostri uomini, tanto più che possono trattarli come una razza inferiore. Ma la nave è un simbolo di potenza, e a loro non piace, perché non possono mostrare nulla che regga il confronto.
- L'idea di andarmene non mi rattrista - assicurò Shelton. - Ne ho abbastanza di nudità e di impertinenza.
Cavando di tasca un libriccino, l'ambasciatore consultò degli appunti. - Ho a disposizione tre consoli, ciascuno con un seguito di venti funzionari. Sarà meglio informarsi se a qualcuno di loro piacerebbe installarsi su Igea. Non voglio dare ordini se posso evitarlo: un volontario è sempre meglio di un coscritto.
- Anch'io ho avuto istruzioni perché i corpi di guardia siano formati da volontari - disse Shelton, con evidente disapprovazione.
- E non siete d'accordo?
- I regolamenti vogliono che il corpo di guardia di un consolato sia composto come minimo da una compagnia: due ufficiali, otto subalterni, e quaranta uomini. Come faccio se il numero dei volontari non sarà sufficiente?
- Dovrete allettarli a restare, - in un modo o nell'altro.
- Con tutto il rispetto, Eccellenza, un comandante non alletta i suoi subordinati.
- Be', convincete i riluttanti che l'alternativa sarà di tribolare ulteriormente ai vostri ordini. Avrete più volontari di quanti ve ne servono - brontolò l'ambasciatore.
- Qui ci vuole Bidworthy - decise Shelton, ignorando il commento. E uscì in fretta, alla ricerca del sergente maggiore.
Bisognava riconoscere che, entro i loro particolari limiti, gli igeani erano rapidi ed efficienti. Un gruppo di indigeni lavorò durante la notte per aprire un sentiero di due metri e mezzo attraverso i campi coltivati. Poco dopo l'alba una dozzina di carri trainati da cavalli apparve in distanza, arrancò cigolando fino in cima alla collina e si allineò vicino, alla passerella. I carri erano accompagnati da una dozzina di Guardie Civiche, e da un tipo dal naso a punta, dallo sguardo penetrante, che sfoggiava un paio di eleganti giarrettiere al di sopra del ginocchio. Quest'ultimo venne accompagnato nella cabina di comando, dove salutò i comandanti terrestri con formale cortesia.
- La salute sia con voi.
- Grazie - rispose per tutti l'ambasciatore, fissando, affascinato, le giarrettiere.
- Sono Smaile, del Ministero - disse l'igeano. Estrasse alcune carte dalla sua borsa a tracolla e le sciorinò sulla scrivania. - Ho portato i documenti in doppia copia dell'accordo negoziato dal sindaco Bouchaine. Li abbiamo firmati e adesso dovete firmare voi.
- Giusto. - L'ambasciatore cercò la penna.
- Ho l'incarico di sottoporre alla vostra attenzione una clausola che abbiamo pensato di aggiungere. - Prese una copia e lesse a voce alta: - «Il console terrestre presso il nostro pianeta sarà considerato come un rappresentante del suo mondo presso l'intera società di Igea, e non presso una parte soltanto».
- E che cosa significa? - s'informò, insospettito, l'ambasciatore.
- Che se i Douk vorranno trattare con voi terrestri, dovranno farlo tramite noi. Non potete nominare un altro rappresentante presso di loro.
L'ambasciatore ci pensò un attimo. - Be', non ci vedo niente di male. È inutile che ci prendiamo tanta briga per un piccolo gruppo di fanatici anarchici.
Firmò l'accordo con uno svolazzo, restituì una delle copie. Smaile le ripose nella borsa, parlò di nuovo: - I vostri uomini intendono viaggiare vestiti o spogliati?
- Perché?
- La strada più breve per portarli a destinazione passa attraverso due città e otto grossi villaggi. Se insistono per restare coperti, dovranno aggirare le zone abitate e allungheranno il percorso di una quarantina di chilometri. Non possiamo permettere che una parata di manifesta immoralità attraversi i nostri centri abitati.
- Qualcuno li vedrà, da qualunque parte passino - fece osservare l'ambasciatore.
- Già, purtroppo - disse Smaile. - Non potreste convincerli a svestirsi, tanto per apparire decenti?
- No, non posso. Il console ha dichiarato categoricamente che rifiuterà il posto se dovrà girare nudo. L'ho convinto a restare solo promettendogli che potrà indossare tutto quello che vuole. Lo stesso vale per tutti i funzionari.
- Se il loro concetto di diplomazia è di fare pubblicità alle loro morbose fisime, perché tutti le notino - obiettò Smaile - non faranno molta strada sul nostro pianeta. Ma immagino che neppure il più depravato dei terrestri sia refrattario a qualche miglioramento. Con il tempo riusciremo a curarli... mi auguro.
- Non si sa mai - disse l'ambasciatore, che intanto pensava al console designato: un tipo lungo e smilzo, con il naso rosso e il raffreddore da fieno. Aspettò che Smaile si congedasse, poi osservò, rivolto agli altri:
- Pare che si diano pensiero per quei Douk, anche se sono inferiori di numero. È evidente che li considerano una seccatura. Bisogna che sottolinei il fatto, nel rapporto che farò alla Terra. Potrà venire un momento in cui ci farà comodo aiutare una minoranza oppressa.
- Pensate che dovremmo metterci in contatto con i Douk, mentre siamo qui?
- L'idea mi tenta, ma non la giudico saggia. Potrebbe rovinare i rapporti attuali. Aspetteremo di incontrarli, finché non avremo bisogno di loro, per una cosa o per l'altra.
- Per esempio? - fece subito Grayder.
- Se, in seguito, alla Terra dovesse far comodo dare una lezione a questi igeani, potremmo usare i Douk come una specie di giustificazione. A prezzo immenso e grande sacrificio, accorreremmo a liberarli da un nemico crudele. Non dovete dimenticare, caro capitano, che se la Terra trova opportuno fare una cosa, la fa immancabilmente per il più nobile dei motivi! Allora, signori miei, andiamo a presenziare al nostro primo, memorabile passo storico verso la conquista di un impero.
Lasciò il locale, seguito dagli altri. Raggiunsero il compartimento stagno, si fermarono in cima alla passerella e guardarono in giù.
I carri erano già stati caricati. I primi quattro trasportavano i pezzi di due potentissimi trasmettitori. Il quinto e il sesto contenevano le riceventi, più piccole e più leggere. Un piccolo motore atomico e un grosso generatore occupavano il settimo e l'ottavo. Gli ultimi quattro erano stati caricati con gli effetti personali dei funzionari, più una generosa provvista di generi antigienici: alcool e tabacco.
Ai piedi della passerella, un burocrate dall'aria delusa fumava una sigaretta dopo l'altra, con più velocità che entusiasmo. Nei pressi, due Guardie Civiche e un conducente di carro lo guardavano con raccapriccio. Il fumatore tossì: i tre si scambiarono un'occhiata d'intesa. Il fumatore tossì di nuovo e i tre si affrettarono ad allontanarsi.
Più in là, la compagnia D era allineata su tre file, affardellata fino al collo di armi, corredo ed equipaggiamento. Nessuno degli uomini dava segno di volersi abbandonare a manifestazioni di giubilo. Se ne stavano chiusi in un cupo silenzio, ciascuno chino sotto il peso che gli gravava sulle spalle e sul petto, di dentro e di fuori.
Bidworthy passava lentamente lungo i ranghi, ispezionando accuratamente ogni uomo. Era la sua ultima occasione di ricordare a quel particolare branco di buoni a nulla che i loro genitori si erano resi colpevoli di un gravissimo errore, nel metterli al mondo.
Alla fine, sbuffando come un cavallo infuriato, tornò a portarsi davanti alla compagnia, si piantò sull'attenti di fronte all'ufficiale che la comandava, salutò e starnazzò: - La compagnia D è presente al completo, signore.
Poi i carri si misero in marcia scendendo lentamente la collina con gran cigolio di freni. Il console e i suoi funzionari li seguivano trascinando il passo senza ritmo né ordine, com'è abitudine dei borghesi. La compagnia si mise in marcia con passo deciso e militaresco, reso difficoltoso dall'incedere lento di quelli che la precedevano; nel complesso, un corteo molto più adatto a seguire un feretro avvolto in una bandiera.

Quando la sfilata di uomini e carri fu svanita in lontananza, l'ambasciatore sospirò: - E anche questa è fatta!
Tornato con gli altri nel salone, si versò una dose generosa di whisky e si gettò a corpo morto sulla poltrona più vicina. - Abbiamo una testa di ponte su Igea. Ora tocca alla Terra allargarla e consolidarla nel tempo.
- Sicuro, Eccellenza - disse Shelton.
- Stenderò un rapporto ufficiale per descrivere quanto è stato fatto. Potreste trasmetterlo al più presto possibile, capitano?
- Certamente, Eccellenza - promise Grayder.
- Bene! - L'ambasciatore sorseggiò la bibita e continuò: - E adesso che ci siamo tolti il primo pensiero, veniamo a noi. Non vedo nessun motivo per restare qui. Non abbiamo nulla da guadagnare a perdere il nostro tempo. Voi cosa ne dite?
- Prima di dare l'ordine di partenza, devo consultare il secondo ufficiale Morgan.
- Morgan? Non ha mica il comando della nave, lui.
- Gli uomini hanno diritto alle loro ore di libertà. Non posso privarli di questo diritto senza il loro consenso. Morgan organizza i turni di permesso e soltanto lui può dirmi se gli uomini sono disposti ad andare o se insistono per portare a termine la libera uscita.
L'ambasciatore fece una smorfia. - Va bene, consultatelo. Ma ditegli che vorremmo partire al più presto possibile.
Grayder fece chiamare Morgan e quando il secondo ufficiale arrivò, disse: - Signor Morgan, vorremmo partire appena gli uomini sono pronti... A che punto siamo con i permessi?
- Andiamo piuttosto male, capitano. I ragazzi hanno bisogno di allegria, di divertimenti. E qui, niente da fare. Ci sono quelli che rifiutano di uscire nudi. Altri, che l'hanno fatto, hanno scoperto che è impossibile entrare in città. Così, non possono fare altro che starsene sdraiati sull'erba o passeggiare per i prati. Credo che ne abbiano fin sopra i capelli di Igea, signore.
- La prossima volta andrà meglio, speriamo - disse Grayder. - Mi sembra impossibile che anche sui prossimi mondi saremo tenuti a distanza come appestati.
- Già, signore - rispose Morgan, pensoso.
- Parlatene con gli uomini - ordinò Grayder. - Informatemi, appena saprete se sono disposti a rimandare le ore di libertà che restano per trascorrerle su qualche pianeta più ospitale.
Passarono due ore prima che Morgan tornasse con la risposta: - Tutti quelli che sono riuscito a trovare, signore, sono contentissimi di trasferirsi altrove. Ma un gruppetto di dieci uomini è andato a fare una passeggiata nei boschi e non rientrerà prima di sera.
- E come mai? - si meravigliò Grayder. - Ci sono andati solo per sgranchirsi le gambe?
- Sì, signore. Manca anche la squadra del sergente Gleed, signore. Un'ora fa, il sergente è andato con i suoi uomini fino a una fattoria vicina.
- A far che? - chiese Shelton, sospettoso.
- L'ingegnere di decimo grado Harrison m'ha detto che il sergente Gleed ha visto quei due indigeni, Boogle e Pincuff, che lavoravano nei campi, ed è riuscito ad attaccare discorso. Ha dato loro a intendere un sacco di bubbole, asserendo che noi terrestri manchiamo di una dieta equilibrata fin dalla nascita e che le autorità ci tengono in soggezione negandoci il nutrimento. Si è complimentato ripetutamente con loro per la loro splendida virilità, ha fatto una quantità di lusinghieri apprezzamenti sul loro fisico e li ha convinti a regalargli due carri di verdura e di frutta fresca. Ora ha preso con sé la squadra per andare a fare il carico.
Shelton si batté una mano sulla fronte. - Un soldato spaziale che imbroglia il prossimo come un vagabondo qualunque! Un sergente che si comporta come un mendicante lagnoso! Un sergente, capite?
- Dovrebbe essere almeno tenente, infatti - disse l'ambasciatore, leccandosi le labbra al pensiero della frutta fresca e della verdura.
- Questa me la pagherà! - gridò Shelton. - Io gli...
- Voi non farete niente - si oppose l'ambasciatore. - Non possiamo dividere il bottino senza condonare il crimine. E io intendo dividere il bottino.
- Ma, Eccellenza, la disciplina...
- E che disciplina dei miei stivali! - scattò l'ambasciatore, perdendo la calma. - Mangeremo frutta, lo capite? Sono stufo di mangiare roba che sa di scatola. Ringraziamo il cielo, piuttosto, per l'abbondanza che sta per pioverci addosso. - Si illuminò, colpito da una idea improvvisa. - Se un sergente riesce a ottenere due carri, un colonnello dovrebbe riuscire a ottenerne dieci.
- Non mi abbasserei mai a dire menzogne agli indigeni - disse Shelton.
- Nemmeno per un bel melone sugoso, tutto per voi?
- Assolutamente no!
- Allora ringraziamo il cielo per aver creato i sergenti - commentò l'ambasciatore.
Grayder mise termine alla discussione: - Signor Morgan, partiremo appena l'ultimo uomo sarà rientrato. Avvertitemi immediatamente, dopo l'appello.
- Benissimo, signore.
Verso il tramonto, tutti erano a bordo. Anche la frutta fresca e la verdura. Bidworthy capitò sul posto proprio quando il carico veniva tirato su attraverso il portello e mandò un ruggito alla vista di sei sacchi di mele rosate.
- Gleed, dove vi siete procurato tutto quel ben di Dio?
- In quella fattoria laggiù, sergente.
- Con il pieno consenso del padrone?
- Santo Iddio, sergente! - disse Gleed, ferito nel più profondo dell'anima. - Non crederete che abbiamo razziato la proprietà durante l'assenza del fattore, spero.
- Sono nel servizio spaziale da vent'anni - disse Bidworthy. - Quanto basta per sapere che l'unico crimine è quello di essere scoperti. - Assunse un'aria molto esperta. - D'accordo, Gleed, e quanto avete pagato questa roba? E con che cosa?
- Ma non ho dato un soldo.
- Avete convinto un ideano a regalarvi due carichi di roba fresca?
- Proprio così.
- Per niente?
- Ve l'ho già detto.
- È rimasto incantato dal vostro fascino personale, forse?
- Be'... effettivamente - ammise Gleed, visto che era la verità pura e semplice.
- Siete un bugiardo. E lo sapete. Come se non bastasse, sapete che lo so anch'io. Vero?
- Sì, sergente.
- Ora andrò a controllare le armi e il contenuto dei magazzini - disse Bidworthy. - Se trovo che manca qualcosa, povero voi. Il colonnello vi strapperà i gradi con le sue stesse mani.
Così dicendo, affondò la mano in uno dei sacchi, pescò una bella mela rossa e succosa, grossa quasi quanto la sua testa, e si allontanò tempestoso.
Un'ora dopo la passerella veniva ritirata, i portelli chiusi, sonata la sirena e in pochi minuti la nave si staccava da terra.
Il soldato Casartelli guardava bramoso attraverso un portello d'osservazione, mentre il pianeta rimpiccioliva al di sotto.
- Mamma! - sospirò. - In quel mondo non mancava proprio niente: terra buona e solida, sole, aria pura, frutta e fiori. Senza contare diversi milioni di splendide ragazze, vestite soltanto delle loro folte capigliature. Un Eden popolato di meravigliose Eve.
- Io non ne ho viste - precisò O'Keefe. - Tu sì?
- No, purtroppo. Ma ci sono, ragazzo mio, ci sono! - Sospirò. - Quei disgraziati della Compagnia D! Ma si può essere più fortunati, chiedo io?
Il soldato Yarrow lo guardò con aria ironica. - Non mi sono accorto che tu morissi dalla voglia di offrirti volontario.
- Remigio Ligio non me ne ha dato il tempo, accidenti a lui!
- Ah! - fece Yarrow, scettico.
- Parola mia, ti dico! Ha schiaffato sull'attenti la compagnia D, ha letto i nomi in ordine alfabetico e ha detto agli uomini che la loro proposta di offrirsi volontari era stata accettata. Capisci, di che cosa è capace? E quelli non hanno potuto neanche fiatare, disgraziati! Del resto, scommetto che se qualcuno avesse fatto domanda sul serio, gliel'avrebbe respinta. Quello annusa odor di zolfo anche dove non c'è.
- Va' là, consolati - sospirò Yarrow. - Le pupe igeane vanno in sollucchero solo per una mente sana in un corpo sano. E tu non hai né l'una né l'altro.
- Senti chi parla! - rimbeccò Casartelli.
Restò a osservare Igea attraverso il finestrino finché il pianeta non fu che una piccola mezzaluna appena distinguibile accanto a un sole sfolgorante. Poi, in punta di piedi, entrò nella minuscola cabina di Bidworthy e gli soffiò la mela.

Capitolo VII

Il pianeta ruotava attorno a un astro più giovane e più grosso del Sole. Era il sesto di undici pianeti, e aveva pressappoco le caratteristiche e le dimensioni della Terra. Sette piccole lune lo attorniavano.
L'ambasciatore, che osservava interessato dal finestrino, s'informò: - Dove siamo?
- A Kassim - rispose Grayder.
- Ne sapete qualcosa?
- Pochissimo. Venne confiscato da circa un milione di individui, seguaci di un pazzoide di nome Kassim, il quale voleva riunire maomettani e buddisti asserendo d'essere la reincarnazione del Profeta di Allah. Furono perseguitati in tutti i modi e finalmente levarono le tende e vennero a stabilirsi quassù.
- Allora possiamo già immaginare quello che ci aspetta. Insisteranno per farci portare le pantofole e per farcele togliere ogni volta che attraversiamo una soglia. Dovremo andare dappertutto portandoci dietro il tappetino delle preghiere, e dieci volte al giorno dovremo prostrarci verso est e dire «salàm, salàm».
- Non mi meraviglierei - disse Grayder.
- Morale, dovrò trovare un console abbastanza beota da uniformarsi. Per me ho la facoltà di scegliere il mondo su cui fissare la mia residenza, e non sceglierò di sicuro una masnada di muezzin con le rotelle fuori posto.
- Per quanto riguarda questo viaggio, Eccellenza - disse Grayder - non vi resta molto da scegliere. O questo pianeta, o il prossimo. Quattro pianeti da visitare sono il massimo consentito, dopo di che la nave deve rientrare per essere revisionata. Se non ve ne piace nessuno, temo che dovrete aspettare fino al prossimo viaggio.
- Dite bene, capitano - sospirò l'ambasciatore. - Purtroppo, i miei ordini sono di stabilirmi su uno di questi pianeti e sovrintendere anche agli altri tre. C'è una caterva di consoli e di ambasciatori pronti a imbarcarsi sulle altre navi. Io devo scegliere tra questi quattro. Naturalmente, voglio riservarmi il migliore. Se gli altri due saranno meno attraenti dei primi due...
- Sì? Cosa farete?
- Ecco... trasferirò il console di Igea e mi stabilirò là. Avrò almeno la consolazione di sapere che gli altri posti sono anche peggio.
- Igea è un paradiso, paragonata a certi mondi che ho sentito descrivere - disse Grayder.
Poi il capitano andò nella cabina di comando. Già le macchine fotografiche stavano riprendendo il pianeta, ora un emisfero ora l'altro mentre l'astronave girava attorno al mondo. Lentamente, l'enorme apparecchio riduceva la distanza, descrivendo orbite sempre più ravvicinate.
Il nuovo pianeta era più rigoglioso degli altri due. Il sole, che ardeva attraverso sottili banchi di nuvole, faceva scintillare oceani e fiumi e gettava luci e ombre su immense distese di intricata vegetazione.
Poco dopo, l'ambasciatore raggiunse il capitano Grayder. - Stavo guardando dai finestrini, capitano. Pare che ci troviamo in piena giungla.
- Ho visto, Eccellenza.
- Si vede solo qualche piccolo agglomerato. Strano! Avete detto che erano quasi un milione quelli che emigrarono quassù, no?
- È quanto risulta dai documenti dell'epoca.
- Allora la popolazione è sensibilmente diminuita. Il pianeta sembra deserto! - Gettò uno sguardo dall'oblò più vicino. - È molto strano, però. Non è nel carattere asiatico calare di numero in modo così drastico. M'aspettavo di trovare questo pianeta eccezionalmente popolato, anzi.
- Anch'io, Eccellenza.
- Tra non molto il mistero sarà chiarito. Avete trovato un punto adatto per l'atterraggio, capitano?
- Non ancora, Eccellenza. Aspetto gli ingrandimenti delle fotografie.
- Già, giusto. Bisognerà scegliere il posto con cura. Non possiamo permetterci di sprecare qualche settimana per aprirci la strada a colpi d'ascia fino al più vicino villaggio.
Sedette e aspettò, ansioso, che arrivassero le foto. Grayder, le sparpagliò subito sul tavolo e le esaminò in silenzio una per una, passandole via via all'ambasciatore. Finalmente, puntò il dito su una fotografia.
- Date un'occhiata qui, Eccellenza.
L'ambasciatore guardò. - Hm! Sembra un bel villaggio, grande. È brutta la foto, però. Poco chiara.
- Non avete l'occhio allenato per queste istantanee scattate: dall'alto. - Grayder indicò un armadietto a muro. - Infilatela in quell'ingranditore stereoscopico, e guardatela meglio.
Seguendo le istruzioni, l'ambasciatore adattò al viso l'oculare di gomma, e studiò la scena che adesso gli appariva nitida in tre dimensioni.
- Tutto deserto e invaso dalla sterpaglia - esclamò. - Solo edifici in rovina, che sembrano disabitati da molti anni. Niente strade o sentieri. È stato tutto ingoiato dalla giungla!
- Visto? Anche le altre sono così. - Grayder mostrò un fascio di fotografie per avvalorare quel che diceva, e appena l'ambasciatore guardò, disse: - Ebbene, Eccellenza?
- Si direbbe che questo pianeta è disabitato da circa un secolo. Non vedo il minimo segno di vita.
- Neanch'io.
- Una ragione dev'esserci.
- Già. L'ambasciatore manifestò un dubbio improvviso. - Quello che temiamo è già accaduto. Sono sfati aggrediti di sorpresa e sterminati!
- Non credo.
- Perché?
- Perché una forma di vita, capace di estendere il potere nello spazio cosmico, deve possedere intelligenza, se non senso morale. E l'intelligente non distrugge, conquista. Del resto, anche ammesso che esseri extraterrestri avessero spazzato via dal pianeta la razza umana, dovremmo vedere almeno un segno della loro esistenza. Anzi, a quest'ora ci avrebbero già attaccati. - Grayder indicò le fotografie. - E poi, questi villaggi sono rimasti vittime del tempo e della giungla, non di una guerra.
- Già, sembra anche a me. - L'ambasciatore meditò a lungo, poi espose una nuova teoria: - Però, non conosciamo l'esatta natura di quella giungla. Non è detto che sia pericolosa. Potrebbe anche offrire ottimo nutrimento e sicuro rifugio, facendo nascere nell'uomo l'irresistibile tentazione di ritornare alle sue origini scimmiesche. Non dobbiamo dimenticare che difficilmente i fanatici religiosi si comportano in modo razionale. Poniamo che il loro ispiratissimo capo abbia ordinato loro di abbattere la giungla e di innalzare un centinaio di divine residenze: quelli, naturalmente, si sono messi a sfacchinare come schiavi per accontentarlo. Ma, d'improvviso, lui ha la rivelazione che la salvezza dell'anima si ottiene solo vivendo come Tarzan. Ed ecco che i suoi seguaci abbandonano i palazzi e se ne vanno sugli alberi. Cosa ne dite?
- Ammettiamolo pure, ma una minoranza di gente più sensata sarebbe pur rimasta nei villaggi, per tenere in piedi qualcosa. In genere, le nuove generazioni si comportano esattamente al contrario degli anziani. - Grayder tornò a indicare le fotografie. - Non mi va il fatto che siano scomparsi in modo totale. Per me, è un brutto segno.
- Comunque sia, non c'è senso a girare intorno al pianeta accampando ipotesi - osservò l'ambasciatore. - Niente ci impedisce di atterrare e vedere come stanno le cose. Su, cercate un posto adatto.
- Non sono d'accordo - disse Grayder.
L'altro lo guardò sorpreso. - No? Ma abbiamo l'ordine di atterrare su ogni pianeta e fare un rapporto completo.
- Questo non vale per i mondi effettivamente o apparentemente morti.
- Chi lo dice?
- È una norma fondamentale della navigazione spaziale.
- Ah, sì? È la prima volta che ne sento parlare. E quale sarebbe il motivo?
- I nemici più pericolosi dell'umanità sono le malattie, specialmente quelle sconosciute, o alle quali non possiamo opporre resistenze naturali. Quando si scopre che su un pianeta i coloni terrestri sono stati decimati o sterminati, la causa viene attribuita a qualche germe particolarmente virulento. Non posso correre il rischio di atterrare, Eccellenza, perché nella migliore delle ipotesi diverremmo portatori di germi e li trasporteremmo sulla Terra o su altri pianeti.
- La norma che citate mi è nuova, ma riconosco che sembra sensata. Però, è come dire che anche il pianeta più invitante rischia di essere messo al bando per un semplice sospetto.
- Per ora sì, Eccellenza. Ma la Terra sta costruendo una nave speciale, per l'esplorazione telecomandata dei mondi ostili o sospetti. Non so quando sarà pronta, ma appena entrerà in funzione sapremo tutto su questo pianeta.
- Mi fa piacere - approvò l'ambasciatore. - Non mi va l'idea che nello spazio fluttuino dei misteri insoluti, specie nel settore che dipende da me. È già seccante diventare il custode ufficiale di un obitorio, vorrei sapere almeno quanti cadaveri ho in consegna e che cosa li ha resi tali.
Entrò Shelton: - Come mai tanto ritardo, capitano? Qualcosa non va?
- Il posto sembra un cimitero.
- Si saranno sgozzati a vicenda - disse Shelton, senza scomporsi. - I pazzi sono capaci di tutto. Perché non andiamo a dare un'occhiata? Noi non ci sgozzeranno di sicuro. Terrò pronti i miei uomini, armati fino ai denti.
- Il capitano pensa che siano stati spazzati via da qualche infezione galoppante - disse l'ambasciatore. - Ci tenete a buscarvela?
Shelton inorridì. - Mio Dio, no!
- Neanch'io. E così, preferiamo andarcene.
- Non visitiamo il pianeta?
- Già.
- Ottimamente. Mi dispiacerebbe vedere le mie truppe decimate senza nemmeno aver sparato un colpo.
- Se invece l'avessero sparato, allora vi piacerebbe? - domandò Grayder.
- Sapete benissimo che cosa voglio dire. Un soldato è fatto per morire in battaglia!
- In questo caso, pare proprio che la scalogna li perseguiti - disse Grayder.
Shelton, indignato per la frecciata, uscì sbuffando. L'ambasciatore domandò: - Come mai voi e il colonnello vi prendete a beccate, di tanto in tanto?
- Lui è dell'Esercito e io della Marina. È tradizionale che le due armi si scontrino.
- Ah, è così? Be', allora è strano che a suo tempo Marina ed Esercito non si siano trasferiti su pianeti diversi. - Gettò un'occhiata all'esterno. - Sarà meglio spedire subito un rapporto sulle ultime novità. Appena trasmesso, potremo rimetterci in viaggio. Qual è la prossima tappa?
Grayder consultò il suo libro. - Un pianeta indicato come «K 299», Eccellenza. Dovrebbe essere il Quartier Generale adatto a voi, penso.
- Perché?
- Vi si trasferì una quantità di gente. Quattro milioni di persone. Di conseguenza, dovrebbe essere quello che ha raggiunto un migliore sviluppo.
- Non è detto - disse l'ambasciatore, sospettoso. - E a quale categoria appartenevano, tutti quei fanatici?
- Non saprei, Eccellenza. Il libro non specifica. I coloni vengono descritti come dissidenti eterogenei. Definizione un po' vaga.
- Ma qualcosa in comune l'avranno pure avuta, qualcosa che servisse a dare unità di propositi!
Grayder si strinse nelle spalle: - La speranza del cielo e il timore dell'inferno sono una ragione sufficiente, per molti.
- Non sono esattamente entusiasta dei paradisi che abbiamo visto fin qui. E ci sarebbe molto da dire sul cosiddetto inferno terrestre nonostante tutte le sue pecche. Farò questo benedetto rapporto. Non c'è molto da dire, grazie al cielo. Qui ci sono soltanto cadaveri!

Il quarto e ultimo pianeta era il terzo di dieci raggruppati intorno a un astro di tipo-Sole. Somigliava molto alla Terra, aveva solo meno acque e continenti più grandi. Calotte polari uguali a quelle terrestri scintillavano ai due poli. E c'era una bella luna.
- Oh, qui sì, sembra d'essere a casa - dichiarò, soddisfatto, l'ambasciatore. - E se una volta atterrati l'impressione mi resta, pianto le tende qui. Una luna! Una luna normale, della misura giusta. Ecco cosa mi piace vedere. Una mezza dozzina di lunette che si rincorrono nel cielo ti ricordano troppo i milioni di chilometri da casa tua. Ma con lo scenario adatto, l'atmosfera giusta, e un bel chiaro di luna, uno può anche far finta di essere sulla Terra. Spero solo che gli abitanti abbiano un minimo di senso comune, e si comportino come si deve.
L'astronave si avvicinava al pianeta, mentre l'emisfero illuminato a giorno si espandeva rapidamente. Seguì il solito numero di giri in orbita e le fotografie. La superficie rivelava città e piccoli villaggi, e vaste zone di terra coltivata. Era evidente che il pianeta, esplorato ancora in minima parte, si trovava nelle mani di coloni energici e numericamente forti.
Contento di vedere che lì la vita era abbondante e apparentemente salva da parassiti sconosciuti, Grayder atterrò sul primo poggio adatto. L'enorme massa della nave si posò come una piuma su una lunga e bassa striscia collinosa, tra campi ben tenuti. Gli oblò si popolarono di facce.
Aperto il portello di mezzo, venne calata la passerella. Come la volta precedente, l'uscita avvenne nella massima osservanza del cerimoniale, con l'ambasciatore alla testa e il sergente Bidworthy in coda. Raggruppatisi ai piedi della passerella, tutti indugiarono per qualche istante, a inebriarsi di sole e d'aria fresca.
Sua Eccellenza toccò con il piede l'erba folta, e si chinò a coglierne uno stelo, ansando per lo sforzo.
- Erba di tipo terrestre. Visto, capitano? È una coincidenza, o si erano portati, i semi? Comunque, sento che questo posto mi piacerà. - L'ambasciatore scrutò in distanza con orgoglio di proprietario. - Pare che ci sia qualcuno al lavoro, laggiù. Sta manovrando un piccolo aratro a motore. Non sono tanto arretrati, eh? - Si grattò il triplo mento. - Portatemelo qui. Faremo due chiacchiere e sentiremo un po' da che parte è meglio cominciare.
- Benissimo. - Il capitano Grayder si rivolse al colonnello Shelton: - Sua Eccellenza desidera parlare a quel contadino. - E indicò la figura lontana.
- Vedete quel bifolco? - disse Shelton, rivolto al maggiore Hame. - Sua Eccellenza desidera parlargli.
- Conducete qui quell'uomo - ordinò Hame al tenente Deacon. - Presto.
- Va' a chiamare quel tipo - ordinò Deacon al sergente maggiore Bidworthy. - Svelto! Sua Eccellenza aspetta.
Bidworthy si guardò intorno alla ricerca di un inferiore, ma si ricordò che erano tutti dentro, a pulire la nave, e a non fumare, per ordine suo. Toccava proprio a lui.
Attraversati di buon passo quattro campi e fermatosi a prudente distanza dall'obiettivo, eseguì un alt di militaresca precisione, emise un bel latrato da caserma che suonò: - Ehi, voi! - e aggiunse enfatici cenni di urgenza.
Il contadino smise di trottare appresso alla seminatrice, si asciugò la fronte, si guardò intorno con aria indifferente. Da tutto il comportamento era chiaro che considerava l'imponente mole della nave un miraggio, e che i miraggi, da quelle parti, andavano a un soldo la dozzina. Bidworthy gli fece cenno nuovamente, stavolta con più autorità. Improvvisamente conscio dell'esistenza del sergente maggiore, il contadino ricambiò con un cenno vago e riprese il lavoro.
Bidworthy lasciò partire un fiume di vocaboli che tradotti in linguaggio più ortodosso significavano: «Accidenti a te!», e si avvicinò di una cinquantina di passi. Il contadino era un tipo legnoso, alto, e magro.
- Ehi! - urlò il sergente.
Smettendo di nuovo di seminare, il fattore si appoggiò alla stanga del suo arnese e prese a levarsi qualcosa da un dente.
Folgorato dal sospetto che in quei quattro secoli il linguaggio terrestre fosse stato abbandonato in favore di qualche altro gergo, Bidworthy si portò a una normale distanza di suono e domandò: - Capite quello che dico?
- Forse che non si capiscono tutti, tra loro? - s'informò il contadino con chiara dizione.
Bidworthy si trovò afflitto da un istante di confusione. Riprendendosi, disse in fretta: - Sua Eccellenza l'ambasciatore della Terra desidera parlare subito con voi.
- Ah, sì? - l'altro lo scrutava intento, senza smettere di lavorare col mignolo tra i due incisivi. - E cos'è che lo rende eccellente?
- È una persona di considerevole importanza - spiegò Bidworthy, incapace di stabilire se l'altro si stava divertendo a sue spese, o se era semplicemente un bel tipo, come si suol dire. A molti pionieri, rimasti isolati per tanto tempo, piace comportarsi da originali.
- Di considerevole importanza - ripeté il fattore, socchiudendo gli occhi e fissando l'orizzonte. Sembrava che cercasse di penetrare un concetto completamente sconosciuto. Dopo aver meditato, chiese: - Cosa accadrà sul vostro pianeta quando quella persona morirà?
- Niente - dovette confessare Bidworthy.
- Tutto andrà avanti come prima?
- Sì.
- La Terra continuerà a girare intorno al Sole?
- Naturale.
- Allora - dichiarò l'altro, deciso - non può essere importante. - E ricominciò a spingere la sua macchina.
Ficcandosi le unghie nel palmo, Bidworthy restò mezzo minuto a incamerare ossigeno prima di replicare in tono aspro:
- Venite a parlare con l'ambasciatore o no?
- No.
- Non posso tornare senza portare almeno un messaggio per Sua Eccellenza.
- Sul serio? - L'altro sembrava incredulo. - Cosa ve lo impedisce? - Poi, notando che la faccia di Bidworthy aumentava di colore in modo allarmante, aggiunse, compassionevole:
- Oh, insomma, ditegli che ho detto... «Dio vi benedica e statemi bene».
Il sergente maggiore Bidworthy era un pezzo d'uomo che pesava più di novanta chili, che aveva girato il cosmo in lungo e in largo, e che non indietreggiava mai di fronte a niente. Di lui si sapeva che non aveva mai un capello fuori posto, nemmeno nei momenti più drammatici... eppure, quando arrivò di nuovo ai piedi della passerella, il sergente maggiore Bidworthy tremava da capo a piedi.
Sua Eccellenza lo fissò con occhio gelido e domandò: - Ebbene?
- Si rifiuta di venire. - Le vene sporgevano turgide sulle tempie di Bidworthy. - Signore, se solo potessi averlo per pochi mesi nel servizio spaziale, gli raddrizzerei la spina dorsale e gli insegnerei a scattare quando gli si parla.
- Non ne dubito, sergente - disse Sua Eccellenza. Poi si girò a bisbigliare all'orecchio del colonnello: - È un buon diavolo, ma manca di diplomazia. Troppo brusco, voce sgraziata... È meglio che andiate voi stesso a chiamare quel contadino. Non possiamo restare qui in eterno, senza avere almeno qualche idea precisa.
- Benissimo, Eccellenza. - Arrancando attraverso i campi, Shelton raggiunse il colono, sorrise amabilmente, disse: - Buon giorno, amico mio.
Fermata la macchina, l'agricoltore sospirò, come se quel giorno non gliene andasse diritta una. I suoi occhi, mentre fissava il nuovo venuto, erano scurissimi, quasi neri.
- Che cosa vi fa credere che io sia vostro amico?
- Si dice così per dire - spiegò Shelton. Ora capiva cosa non andava. Bidworthy era andato a imbattersi in un tipo irascibile. Era stato un vero incontro di cani ringhiosi. Ma un ufficiale superiore sapeva come trattare gli uomini, i buoni e i cattivi, i mansueti e gli epatici. Shelton, infatti, continuò come se nulla fosse: - Cercavo solo di mostrarmi cortese.
- Bisogna proprio dire - fece l'altro, meditativo - che vale la pena di provarci... ammesso che possiate farcela.
Arrossendo lievemente, Shelton continuò deciso: - Mi comandano di sollecitare il piacere della vostra presenza a bordo.
- Vi comandano?
- Già.
- Volete proprio dire che vi comandano?
- Seeeh!
L'altro parve smarrirsi in una specie di fantasticheria prima di ritornare con i piedi per terra e informarsi in tono svagato: - Ma pensate che caveranno qualche piacere dalla mia presenza a bordo?
- Ne sono certo - assicurò Shelton.
- Bugiardo - replicò il colono.
Un poco più rosso, il colonnello Shelton scattò: - Non permetto a nessuno di darmi del bugiardo!
- L'avete appena permesso - gli fece osservare il colono.
Sorvolando, Shelton tornò insistere: - Allora, venite a bordo?
- No.
- Perché no?
- Fift! - disse il fattore.
- Dicevate, prego?
- Fift! - ripeté l'uomo. Suonava come una specie di insulto.
Shelton se ne tornò sui suoi passi e spiegò all'ambasciatore: - Quel tipo vuol fare il furbo. In conclusione, tutto quello che gli ho cavato di bocca è stato «Fift!», e non ho idea di che cosa significhi.
- Gergo locale - intervenne Grayder. - In quattro secoli chissà quanti modi di dire sono nati. Sono capitato su un paio di pianeti dove il gergo era sviluppato a un punto tale da formare una vera e propria lingua.
- Ma lui vi capiva? - chiese l'ambasciatore a Shelton.
- Sì, Eccellenza. E parla anche in modo chiarissimo. Ma non vuole lasciare il suo lavoro. - Rifletté un istante, suggerì: - Se dipendesse da me, lo farei trascinare qui da una scorta armata.
- Il che lo incoraggerebbe senz'altro a darci informazioni essenziali - commentò l'ambasciatore ironicamente. Si assestò la giacca, lanciò un'occhiata alle sue lucidissime calzature. - Andrò io da lui.
Shelton ne fu scandalizzato.
- Ma, Eccellenza, non si può.
- Perché, poi?
- Sarebbe indecoroso.
- Lo so, colonnello - rispose l'ambasciatore, secco. - Allora cos'altro mi suggerite?
- Possiamo mandare una pattuglia a cercare qualcuno che si mostri più arrendevole.
- Va bene. - L'ambasciatore rinunciò all'idea di comportarsi indecorosamente. - Mettete insieme una squadra, e vediamo cosa succede.
Senza farselo ripetere, Bidworthy salì la passerella, cacciò la testa nel compartimento e gridò: - Sergente Gleed, fuori con la vostra squadra... scat... tare!
- Annusò sospettoso e s'inoltrò nel compartimento. La sua voce aumentò di parecchi decibel. - Chi ha fumato? Per tutti i diavoli, se pesco quello che...

Al di là dei campi, la macchina continuava tranquillamente a fare ciuff-ciuff, rotolando in avanti sulle ruote.
La pattuglia, formata da due file di otto uomini ciascuna, partì di scatto a un latrato del sergente maggiore scegliendo la direzione a caso. Comunque Gleed non dovette andare molto lontano con i suoi uomini. Erano a cento metri oltre la gigantesca prua della nave, quando il sergente notò un tale che procedeva attraverso i campi, alla sua destra. Riservando alla nave la massima indifferenza, l'uomo procedeva imperterrito verso il primo colono, che continuava a seminare parecchio più in là, verso sinistra.
- Pattuglia, front'a-dest! - urlò Gleed.
La pattuglia andò a destra, e passò oltre il viandante che la ignorò completamente. Gleed ordinò un dietro-front e lo fece seguire dall'ordine di accerchiamento.
Affrettando il passo, la pattuglia divenne una doppia fila di uomini che arrancavano ai due lati del solitario pedone. Ignorando la scorta improvvisamente acquistata, quest'ultimo continuò il suo incedere ritmico, come chi è convinto che tutto è illusione.
- Fianc-a-sinist! - tuonò Gleed, cercando di far piegare l'intero drappello verso l'ambasciatore in attesa.
Con scatto e disciplina, la doppia fila piegò a sinistra, un uomo per volta. Fu un'esecuzione perfetta, bella a vedersi. Una sola cosa la guastava: l'uomo al centro manteneva ostinatamente l'orbita scelta e vagolava a casaccio tra il quarto e il quinto uomo della fila di destra.
Gleed era sconvolto, anche perché la pattuglia, in mancanza di nuovi ordini, continuava ad avanzare verso l'ambasciatore, e Sua Eccellenza si vedeva offrire lo spettacolo poco militaresco di una scorta che procedeva scioccamente in un senso, mentre il suo prigioniero se ne andava imperturbabile nell'altro. A suo tempo il colonnello Shelton avrebbe avuto molto da dire in proposito, e se per caso il colonnello avesse dimenticato qualcosa, l'avrebbe aggiunta Bidworthy.
- Pat-tuglia! - sbraitò Gleed puntando un dito accusatore verso il fuggitivo e dimenticando per un attimo tutta la terminologia militare, aggiunse: - Abbrancate quel deficiente della malora!
Rompendo le righe, gli uomini eseguirono di scatto e circondarono il vagabondo tanto da vicino da impedirgli ulteriori movimenti. L'altro fu costretto a fermarsi.
Gleed si avvicinò, e disse col fiato grosso: - Sentite... l'ambasciatore della Terra vuole parlare con voi e... E basta!
L'altro lo scrutò con i suoi miti occhi azzurri. Era un tipo dall'aspetto abbastanza curioso, e soprattutto era urgente che si facesse la barba. Una frangia di cespugli riccioluti che gli sporgevano tutt'intorno al viso lo facevano vagamente somigliare a un girasole.
- Dovrebbe interessarmi... - osservò.
- Venite a parlare con Sua Eccellenza? - insistette Gleed.
- Naaah! - L'altro accennò verso il seminatore. - Vado a parlare con Zeke.
- Prima l'ambasciatore - minacciò Gleed, sfoggiando la sua espressione più feroce. E siccome l'altro non si faceva né in qua né in là, Gleed ordinò ai suoi: - Sta bene, portatecelo di peso.
L'uomo-girasole scelse quel momento per sedersi. Lo fece in modo deciso, assumendo l'aspetto di una statua di Buddha ancorata per sempre all'eternità. Ma Gleed s'era già trovato ad avere a che fare con renitenti seduti. L'unica differenza era che questo non era ubriaco.
- Tiratelo su, e trasportatelo - ordinò.
Gli uomini obbedirono e lo trasportarono, afferrandolo prima per i piedi e da ultimo per la barba. L'uomo si lasciò portare a corpo morto, offrendo solo resistenza passiva. In questo modo, che non faceva presagire nulla di buono, arrivò alla presenza dell'ambasciatore, dove la scorta lo rimise in piedi.
Senza perdere un istante, l'uomo si avviò per andare da Zeke.
- Tenetelo, maledizione! - ringhiò Gleed.
La pattuglia agguantò l'uomo. L'ambasciatore rimirò i cespugli, e celando il disgusto, da persona ben nata, tossì lievemente e parlò: - Sono spiacente che siate stato condotto da me in questa maniera.
- In questo caso - gli ricordò l'altro - avreste potuto risparmiarvi l'angoscia, non permettendo che questo accadesse.
- Non avevamo scelta. Dovevamo pur stabilire i contatti in qualche modo.
- Non vedo perché - replicò il barbuto. - Che c'è di speciale, in questa data?
- La data? - L'ambasciatore non capiva. - Che c'entra la data?
- È quello che chiedo a voi.
- Spiacente, ma non afferro. - L'ambasciatore guardò la sua gente. - Qualcuno capisce cosa vuole dire quest'uomo?
- Secondo me, Eccellenza - disse Shelton - vuole dire che, visto che siamo rimasti senza contatti per quattrocento anni, non c'è urgenza di stabilirli oggi. - E guardò il girasole, aspettando conferma.
Il girasole confermò, commentando: - Non male, per uno che ha quella faccia.
Troncando la protesta del colonnello, l'ambasciatore riprese:
- Sentite, non è per divertimento che vi abbiamo disturbato, né vogliamo trattenervi più a lungo del necessario. Vogliamo solo...
L'altro lo interruppe: - E siete voi, naturalmente, che stabilite quanto dura il «necessario»?
- Al contrario, potete decidere da voi - disse l'ambasciatore, che dava prova di un ammirevole auto-controllo. - Dovete soltanto...
- Allora ho già deciso - disse il prigioniero. Cercò di liberarsi dalle mani della scorta. - Lasciatemi, devo parlare con Zeke.
- Dovete soltanto - insistette l'ambasciatore - dirci come possiamo trovare un vostro funzionario che ci metta in contatto col governo. - Il suo sguardo era severo, autorevole, quando aggiunse: - Per esempio, dov'è il più vicino posto di polizia?-
- Fift! - disse il barbuto.
- Come?
- Fift!
- E lo stesso a voi - rimbeccò l'ambasciatore, che cominciava a perdere la calma.
- È quello che sto cercando di fare - gli rispose l'altro, enigmatico. - Ma con voi, non è possibile.
- Se posso dare un consiglio, Eccellenza - intervenne Shelton - permettetemi di...
- Non mi servono consigli e non permetto un corno! - scattò l'ambasciatore, ormai fuori dei gangheri. - Ne ho fin sopra i capelli di questi deficienti. Si vede che atterrando a caso siamo capitati in un'area riservata agli imbecilli. Tanto vale ammetterlo e andarcene di qua senza perdere altro tempo!
- Ora sì, parlate sensato - disse il barbuto. - E più lontano ve ne andrete, tanto meglio.
- Non abbiamo intenzione di andarcene dal pianeta, se è questo che intendete in quella vostra mente ottusa! - L'ambasciatore calcò un piede sulle zolle. - Tutto questo fa parte dell'Impero Terrestre. E il fatto verrà riconosciuto, documentato e organizzato! - Si rivolse alla scorta: - Lasciatelo andare. Probabilmente avrà fretta di farsi prestare un rasoio.
Quelli mollarono la presa. Il barbuto si voltò immediatamente verso il colono che seminava in distanza, quasi fosse un ago magnetico orientato irresistibilmente in direzione di Zeke.
Delusione e disgusto si dipinsero sui volti di Bidworthy e di Gleed, al vederlo andar via.
- Decolliamo immediatamente, capitano - disse l'ambasciatore a Grayder. - Atterriamo in vicinanza di una città... non in piena campagna, dove ogni bifolco considera gli stranieri come una manica di imbroglioni.
Risalì con passo deciso la passerella, seguito da Grayder, da Shelton, e via via, nell'ordine, dagli altri. Ultimi, venivano Gleed e i suoi uomini.
Il portello si chiuse. La sirena fischiò. Nonostante la mole spropositata, la nave si sollevò da terra e schizzò nel cielo senza bagliori né rumori assordanti. Tutto silenzio, salvo un motorino che mandava un allegro ciuff-ciuff, e il parlottare dei due uomini che camminavano dietro la seminatrice. Nessuno dei due si prese il disturbo di voltarsi, per vedere com'era andata a finire.
- Sette libbre di tabacco grezzo è un po' tanto, mi sembra, per una cassa di brandy - protestava il barbuto.
- Non per un brandy come il mio - diceva Zeke. - È più forte di mille gand, e va giù meglio di un terrestre che cade dal quinto piano.

Capitolo VIII

L'atterraggio successivo venne eseguito su una larga radura a circa tre chilometri da una città che si calcolava potesse contare da dodici a quindicimila abitanti. Venne calata la passerella e la processione discese nello stesso ordine.
Gettando uno sguardo verso la città, l'ambasciatore mostrò una certa irritazione. - Qui c'è qualcosa di molto strano. La città è poco distante. Siamo perfettamente in vista, con una astronave che sembra il picco dell'Everest. Almeno un migliaio di persone dovrebbero averla vista scendere, anche se tutti gli altri stanno seduti dietro le tende chiuse o giocano a poker in cantina. E non si vede nessuno qua attorno. Sono indifferenti, non mostrano alcuna sorpresa. Ma cos'hanno?
- Non sono curiosi - arrischiò Shelton.
- Già, oppure hanno paura. Oppure, dal primo all'ultimo, potrebbero essere più matti di tutti i gruppi degli altri pianeti. Probabilmente, nei quattrocento anni trascorsi, la follia di quelli che vennero a installarsi qui sarà diventata talmente di ordinaria amministrazione, che ormai la logica non sanno più nemmeno dove stia di casa. Ma li cureremo! Oh, se li cureremo.
- Sì, Eccellenza!
L'ambasciatore indicò verso sud-est. - C'è una strada, laggiù. Ampia e ben costruita, a quanto sembra. Le autostrade non si costruiscono per divertimento. È chiaro che dev'essere un'arteria importante..
- Pare anche a me - disse Shelton.
- Mandateci quella vostra squadra, colonnello. Se entro un tempo ragionevole i vostri uomini non mi portano qui un indigeno disposto a mostrarsi educato, spediremo in città tutto il battaglione.
- Una pattuglia - disse Shelton al maggiore Hame.
- Chiamate la pattuglia - ordinò Hame al tenente Deacon.
- Fate tornare la pattuglia, sergente maggiore - trasmise Deacon.
Bidworthy scovò subito Gleed e i suoi uomini, indicò la strada e li spedì via affrettandone i movimenti con qualche energico latrato.
Gli uomini si misero in marcia, con Gleed alla testa. L'obiettivo era a mezzo miglio di distanza e faceva una curva piegando verso la città. La fila di sinistra godeva una visione ampia dei sobborghi più vicini, rimirava gli edifici con occhio bramoso, e augurava a Gleed di finire in un angolo molto caldo, con Bidworthy accanto, a far vento sui tizzoni.
Prima che raggiungessero l'obiettivo si profilò un cliente. Arrivava dalla periferia della città, su un ronzante trabiccolo che assomigliava vagamente a un motociclo. Le ruote erano due sfere di gomma, e il motorino era una specie di ventilatore chiuso in una gabbietta. Gleed appostò i suoi uomini bloccando la strada.
Il misterioso veicolo fece udire d'improvviso un rumore aspro e penetrante, che faceva pensare a Bidworthy in presenza di un paio di stivali poco lustri.
- Attenzione! - avvertì Gleed. - Se uno di voi allenta il cordone e lascia scappare quell'uomo, lo mangio vivo.
Di nuovo lo stridulo avvertimento. Nessuno si mosse. La macchina rallentò, arrivò alla loro altezza, si arrestò. Il ventilatore continuò a girare, mandando un sibilo.
- Allora? - domandò il motociclista. Era un tipo sulla trentina, dai lineamenti scarni, portava un anello al naso, e aveva un codino lungo circa un metro.
Sbattendo le palpebre a quello spettacolo, Gleed riuscì ad accennare col pollice verso l'astronave: - Viene dalla Terra.
- Ah! E cosa dovrei farci, secondo voi? Abbandonarmi a una crisi isterica?
- Secondo noi, dovreste solo collaborare - lo informò Gleed ancora sconcertato dal codino. Non aveva mai visto una cosa simile!
- Collaborare - ripeté il motociclista. - Senti che bella parola! E per sapere esattamente, cosa significa?
- Che discorsi, m'avete preso per un idiota?
- Il grado della vostra idiozia non è in discussione, al momento - gli ricordò l'altro. Quando parlava, l'anello al naso dondolava un po'. - Stavate parlando di collaborazione. Immagino che ne offriate molta, vero?
- Si capisce - assicurò Gleed. - E così fa chiunque ci tenga a vivere tranquillo.
- Restiamo in seminato, se non vi dispiace. Vi danno degli ordini e voi obbedite. È così?
- Certo. Me la passerei brutta se...
- E questa voi la chiamate collaborazione? - interruppe l'altro. Chinò le spalle e si tirò il labbro inferiore. - Be', fa piacere poter controllare personalmente. Il testo storico poteva anche essere inesatto. - Il ventilatore si rimise a girare con violenza e la macchina scattò in avanti. - Permesso.
La sfera di gomma anteriore si aprì un varco tra due uomini, buttandoli a terra come birilli senza far loro alcun male. Con un ronzio stridulo, il veicolo schizzò via lungo la strada, mentre il codino del guidatore sventolava all'indietro.
- Asini rimbecilliti! - urlò Gleed, mentre i due si rimettevano in piedi spolverandosi gli abiti. - Vi avevo detto di tenere forte. Perché ve lo siete fatti scappare?
- Non c'era molto da scegliere, sergente - rispose immusonito uno dei due.
- Non cercate scuse! Se aveste tenuto la pistola pronta, avreste potuto sgonfiargli le gomme. Si sarebbe fermato.
- Non ci avete ordinato di sparare.
- E la vostra dov'era? - aggiunse una voce anonima.
Gleed si girò di scatto. - Chi ha parlato? - I suoi occhi incontrarono una fila di facce abuliche. Impossibile scoprire il colpevole. - Vi farò vedere io! Vi sbatto tutti di ramazza. Vi...
- Arriva il sergente maggiore - avvertì uno degli uomini.
Bidworthy era a trecento metri e faceva marziali progressi nella loro direzione. Arrivato a portata di voce, gettò una occhiata sprezzante sulla pattuglia.
- Cos'è successo?
Gleed gli fornì un breve resoconto dell'incidente.
Bidworthy sollevò un adeguato pandemonio, poi fulminò con gli occhi il gruppo di uomini. - Avanti, fuori le pistole... ammesso che le abbiate, che sappiate a cosa servono e che siate capaci di usarle! Ora gli ordini li darò io. Tratterò personalmente con il prossimo pagliaccio che arriva.
Sedutosi su un grosso sasso ai margini, della strada, prese a fissare con occhio speranzoso dalla parte della città. Gleed gli stava accanto, lievemente a disagio. La pattuglia era disposta di traverso sulla strada, con le pistole puntate. Passò mezz'ora senza che comparisse un'anima.
- Possiamo fumare, sergente? - supplicò uno degli uomini.
- No!
Caddero tutti in un lugubre silenzio, rimuginando pensieri omicidi.
Finalmente, una grossa vettura sbucò dal fondo dello stradone e avanzò alla loro volta. Era una cosa lunga, scintillante, affusolata, che rotolava su venti sfere disposte su due file di dieci, mandava un sibilo simile a quello del motociclo, ma più forte, e non aveva ventilatori visibili. Era carica di gente.
A circa duecento metri dal blocco stradale, un altoparlante posto sotto il veicolo cominciò a strepitare: - Fate largo! Fate largo!
- Ci siamo - commentò Bidworthy, soddisfatto. - Stavolta facciamo una bella retata. Uno di loro parlerà, o giuro che do le dimissioni dal servizio spaziale! - Si alzò e si tenne pronto.
- Fate largo! Fate largo!
- Forategli i palloni, se tenta di passare - ordinò Bidworthy.
Non fu necessario. La vettura ridusse la velocità, e infine si fermò col cofano a meno di un metro dalla fila di uomini. Il conducente fece capolino dalla cabina. Altre facce sbirciavano incuriosite dai finestrini.
Dominandosi, ben deciso a provare gli effetti della cordialità fraterna, Bidworthy si avvicinò al conducente e disse con un certo sforzo: - Buongiorno!
- Il vostro senso del tempo è sballato in pieno - rispose l'altro, scortese. Aveva mascelle quadrate, il naso rincagnato, e le orecchie a cavolfiore. - Ma non ce l'avete un orologio?
- Come?
- Non è più giorno! È quasi sera.
- Lo so - ammise Bidworthy, sforzandosi di sorridere. - Allora, buonasera.
- Ma, non direi - fece l'altro, appoggiandosi al volante e grattandosi la zucca. - La sera viene tutti i giorni, e più o meno sono tutte uguali. Il giorno passa e cosa succede? Arriva la sera. Comincio a esserne stufo. Ogni volta, è un passo di più verso la tomba.
- D'accordo - concesse Bidworthy - ma io ho altre cose di cui preoccuparmi e...
- Serve proprio, preoccuparsi di qualcosa, passata, presente o futura che sia! - sospirò il conducente. - Tanto, vengono avanti sempre nuove preoccupazioni. E più il tempo passa, più grosse diventano.
- Sarà - disse Bidworthy. - Ma preferisco risolvere i miei guai a modo mio.
- Nessuno può dire che i suoi guai siano soltanto suoi - continuò l'oracolo. - Non è così?
- Non lo so e non me ne importa - ringhiò Bidworthy, la cui calma si assottigliava via via che la pressione sanguigna aumentava. Era conscio che Gleed e gli uomini si stavano godendo la scena, e, magari, ci si divertivano. Inoltre, c'era il gruppo dei passeggeri che osservavano a bocca aperta. - Per me, chiacchierate solo per farmi perdere tempo. Sappiate subito che è inutile. Sono qui per uno scopo ben preciso: l'ambasciatore terrestre sta aspettando...
- Anche noi - fece notare il conducente.
- Vuole parlarvi - proseguì Bidworthy imperterrito. - E vi parlerà.
- Sarei l'ultimo a impedirglielo. Abbiamo libertà di parola, qui. Venga qui, faccia il suo discorsetto, e così potremo rimetterci in cammino.
- Voi - lo informò Bidworthy - andrete da lui. - Indicò il resto della carrozza. - Tutti quanti.
- Io no - stabilì subito un ciccione sporgendo la testa dal finestrino. Portava lenti spessissime che facevano assomigliare i suoi occhi a due uova in camicia. Per di più, era adorno di un cappello alto a righe bianche e rosa.
- Io neanche - fece eco il conducente.
- Sta bene! - Bidworthy decise di passare ai mezzi convincenti. - Avanzate di mezzo metro, e spareremo in quegli strani copertoni fino a ridurli a fette. Scendete da quel carrozzone!
- Io ci sto comodo. Provate a tirarmi giù!
Bidworthy chiamò di rinforzo i sei soldati più vicini. - L'avete sentito? Tiratelo giù.
Spalancata la portiera della vettura, i sei afferrarono il renitente. Se si aspettavano una resistenza energica, rimasero delusi. L'altro non tentò di opporsi. Lo agguantarono, tirando tutti insieme, e lui lasciò fare. Il corpo s'inclinò su un fianco e uscì per metà dalla portiera.
Non riuscirono a estrarlo del tutto.
- Andiamo - esortò Bidworthy impaziente. - Non fate cerimonie. Mostrategli che non deve fare il furbo. Non sarà infisso, no?
Uno degli uomini si arrampicò oltre il corpo, sbirciò dentro il carrozzone e annunciò: - Mi dispiace, sergente. Lo è.
- Cosa stai dicendo?
- È incatenato all'asta dello sterzo.
- Sciocchezze. Fa' vedere a me. - Bidworthy controllò e constatò che era vero. Una catena, con un piccolo ma complicato lucchetto, legava il conducente alla sua vettura. - Dov'è la chiave?
- Perquisitemi.
La perquisizione venne fatta, ma inutilmente. La chiave non c'era.
- Chi ha la chiave?
- Fift!
- Rimettetelo sul sedile - ordinò Bidworthy, furente. - Prenderemo i passeggeri. - Passando lungo le portiere, le spalancò a una a una. - Fuori tutti... e scat-tare!
Nessuno batté ciglio: lo guardavano con espressione di compatimento. Il grassone con il cappello a strisce sorrideva.
- Scendete con i vostri piedi - disse Bidworthy, rivolto a tutti in generale - se non volete venire giù a rotoloni!
- Se non sapete usare la testa, usate almeno gli occhi - commentò il grassone divertito. E si spostò sul sedile, con un accompagnamento di fragore metallico.
Bidworthy accettò il consiglio, mise la testa dentro la carrozza per vedere. Poi montò nel veicolo, lo percorse in tutta la sua lunghezza osservando attentamente i passeggeri. Quando smontò, la sua faccia era di un bel rosso acceso.
- Sono tutti incatenati. Tutti quanti. - Fulminò con un'occhiata il conducente. - A che scopo avete incatenato questa gente?
- Fift! - fece il conducente, imperturbabile.
- Chi ha le chiavi?
- Fift!
Dopo aver respirato a fondo, Bidworthy disse: - Di tanto in tanto si sente dire che un tale ha perso il lume degli occhi e ha fatto una carneficina. Mi sono sempre domandato come mai... ma adesso capisco! - Si morsicò le nocche, e rivolto a Gleed aggiunse: - Non possiamo guidare questo strano arnese perché c'è quel deficiente al volante. O troviamo le chiavi, o andiamo a prendere le tenaglie e spezziamo le catene.
- Oppure potreste lasciarci andare per la nostra strada e prendervi una pillolina per i nervi - suggerì il conducente.
- Zitto! A costo di star qui un milione di anni, vi assicuro che...
- Arriva il colonnello - mormorò Gleed, assestandogli una gomitata.

Il colonnello Shelton arrivò, fece con passo ufficiale un giro attorno alla carrozza, esaminò il veicolo, soppesò gli occupanti. Trasalì vedendo il cappello a righe mentre il proprietario del copricapo lo ricompensava con un sorriso. Infine, raggiunse il gruppo scoraggiato dei subalterni.
- Che succede, sergente maggiore?
- Sono più pazzi di tutti gli altri, colonnello. Rispondono: "Fift!", non vogliono scendere e non possiamo costringerli perché sono incatenati.
- Incatenati? - Le sopracciglia di Shelton raggiunsero l'attaccatura dei capelli. - E perché?
- Non lo so, colonnello. Posso dirvi solo che sono incatenati come gangster e...
Shelton si allontanò senza aspettare il resto. Diede un'occhiata per accertarsene, ritornò.
- Avete ragione, sergente. Ma non credo che siano criminali, è più probabile che siano matti trasferiti da un manicomio all'altro. Lo domanderò al conducente. - E avvicinatosi al posto di guida, s'informò: - Vi dispiace dirmi qual è la vostra destinazione?
- Sì - rispose l'altro.
- Bene, qual è?
- Sentite - replicò il conducente - parliamo lo stesso linguaggio, o no?
- Eh?
- Mi avete domandato se mi dispiace e ho risposto di sì. Vuol dire che mi dispiace.
- Rifiutate di dirmelo?
- Fate progressi, figliolo.
- Figliolo? - intervenne Bidworthy, vibrante di sdegno. - Ma lo sapete che state parlando a un colonnello?
- Che cos'è un colonnello? - domandò interessato il conducente.
- Per Giove, se...
- Lasciate parlare me - interruppe Shelton, spingendo da parte l'inferocito Bidworthy. Con aria gelida, riportò l'attenzione sul conducente. - Andate pure. Mi dispiace che abbiate perso tempo.
- Per carità - fece l'altro, con esagerata cortesia. - Farò lo stesso per voi, un giorno o l'altro.
E con quel commento enigmatico, rimise in moto la vettura.
La pattuglia si divise per lasciare il passo. Con un sibilo sempre più stridulo, il veicolo sparì in un nuvolone di polvere.
- Questo pianeta - imprecò Bidworthy, seguendolo con occhio ardente - ha più lazzaroni di qualsiasi altro posto al...
- Calmatevi - consigliò Shelton. - La penso come voi, ma ho cura delle mie arterie. Farle scoppiare non risolverebbe nulla.
- Può darsi, signore, ma...
- Ci troviamo di fronte a uno strano fenomeno. È chiaro che dovremo escogitare una nuova tattica. Riportate gli uomini alla nave, sergente maggiore!
- Signorsi! - Bidworthy salutò, roteò su se stesso, batté i tacchi e spalancò la bocca: - Pattuglia... front-a-dest!

A bordo dell'astronave, la conferenza durò fino a notte inoltrata, e per buona parte del mattino seguente.
- Ma siete certo - chiese - l'ambasciatore a Grayder - che questo pianeta non sia più stato visitato da quando l'ultima nave scaricò l'ultimo gruppo di emigrati quattro secoli fa?
- Certissimo, Eccellenza. Una visita risulterebbe da qualche documento.
- Già, se fosse stata fatta da una nave regolare. Ma poniamo che siano stati aggrediti da una banda di pirati? O truffati da mercanti disonesti? Qualcosa mi dice che questa gente si è vista giocare un brutto scherzo da qualcuno arrivato dallo spazio e quindi non è più disposta ad accogliere nessuno.
- Impossibile, Eccellenza. Non esistono navi capaci di coprire una distanza simile. Solo quelle del governo possono farlo. E non esistono nemmeno bucanieri dello spazio. Una nave a propulsione Blieder costa talmente tanto che un aspirante-pirata dovrebbe essere miliardario per poter iniziare la carriera di corsaro.
- E allora - sospirò rassegnato l'ambasciatore - torno alla mia vecchia idea. Quattro secoli di pazzia ereditaria li hanno resi più pazzi dei loro antenati.
- Ci sarebbe molto da dire in favore di questa teoria - disse Shelton. - Avreste dovuto vedere quella specie di diligenza. C'era un tale che sembrava un cadavere fallito e aveva delle strane scarpe: una marrone e l'altra di un giallo orribile. E un tipo con la faccia da luna piena che sfoggiava un cappello a righe bianche e rosa, come uno scatolone di modista. - E volendo fare dello spirito, Shelton aggiunse: - Gli mancava solo una cannuccia per le bolle di sapone... ma probabilmente gliela daranno appena arriva.
- Arriva dove?
- Non lo so, Eccellenza. Si sono rifiutati di dirci dove erano diretti.
Gratificandolo di un'occhiata ironica, l'ambasciatore continuò: - È una notevole aggiunta alla somma totale delle nostre cognizioni. Ora le nostre menti sono arricchite dal pensiero che un individuo non altrimenti identificato si vedrà fornire di un oggetto futile, per uno scopo indefinibile, non appena avrà raggiunto la sua ignota destinazione.
Shelton si chiuse in un dignitoso silenzio, maledicendo in cuor suo il momento in cui aveva messo piede su quel maledetto pianeta.
- Da qualche parte dev'esserci una capitale, una sede civica, un centro di governo - disse l'ambasciatore. - Dobbiamo trovare questa città, prima di pensare al da farsi. Una capitale, in genere, è un posto importante, che si fa notare in qualche modo, e dovrebbe essere facilmente riconoscibile dall'alto. Dobbiamo condurre ricerche sistematiche per trovarla... anzi, avremmo dovuto farlo subito. Ma già, con questo bestione di astronave! Sarebbe ora che le navi a propulsione Blieder avessero scialuppe a propulsione Blieder, dico io!
- Sono d'accordo, Eccellenza - disse Grayder. Prese le fotografie del pianeta che non rivelavano niente che assomigliasse a una capitale, e le chiuse in un cassetto. - Il guaio è che tutto quello che abbiamo al giorno d'oggi, va troppo in fretta. Ci occorrerebbe un bell'aeroplano di quelli a elica. Potrebbe fare quello che non siamo in grado di fare noi: sorvolare il pianeta lentamente e a bassa quota.
- Tanto varrebbe sperare di avere una bicicletta - commentò l'ambasciatore, sarcastico.
- L'abbiamo, una bicicletta - lo informò Grayder. - L'ingegnere di decimo grado Harrison ne ha una.
- E se l'è portata dietro?
- Se la porta dovunque va. Dicono che se la tenga vicino anche di notte.
- Un pilota spaziale in bicicletta! Immagino che si senta esaltato dalla sensazione di velocità che prova pedalando.
- Non saprei, Eccellenza.
- Chiamate questo Harrison. Mi piacerebbe vederlo. Forse potremmo mandare un pazzo a trattare con i pazzi. Dovrebbero intendersi.
Avvicinatosi al sistema di citofoni, Grayder chiamò: - L'ingegnere di decimo grado Harrison a rapporto in cabina di comando. Subito.
Dieci minuti dopo compariva Harrison, senza fiato e vestito alla meglio. Aveva dovuto percorrere tre quarti di chilometro per venire dalla sala Blieder. Lungo e secco, aveva orecchie abbastanza grandi da aiutare la pedalata con un buon vento in poppa, e le agitava nervosamente mentre se ne stava di fronte al gruppo dei pezzi grossi. L'ambasciatore lo esaminò incuriosito, come uno zoologo che osserva una giraffa verde.
- Signore, mi risulta che possedete una bicicletta.
Sempre sulla difensiva, Harrison rispose: - Non è contrario al regolamento, signore, e di conseguenza...
- All'inferno i regolamenti - imprecò l'ambasciatore. - Piuttosto, sapete andarci?
- Certo, signore.
- Bravo! Ci troviamo in una situazione quanto mai singolare, e dobbiamo ricorrere a mezzi singolari per risolverla. Il destino di un impero potrebbe dipendere dalla vostra abilità e buona volontà, di farvi una corsa in bicicletta. Mi capite, signor Harrison?
- Capisco, signore - rispose Harrison, che non capiva assolutamente nulla.
- Ragione per cui, vorrei affidarvi un incarico di estrema importanza. Voglio che tiriate fuori la bicicletta, che arriviate fino in città, che mi peschiate il sindaco, lo sceriffo, il maraja, o quel che diavolo si fa chiamare e gli diciate che è ufficialmente invitato a cena per domani sera insieme a tutti gli altri dignitari civili che vorrà tirarsi dietro. Incluse le mogli, naturalmente.
- Benissimo, signore.
- Niente cravatta nera aggiunse l'ambasciatore.
Harrison rizzò un orecchio abbassò l'altro. - Dicevate, signore?
- Che potranno vestirsi come vogliono.
- Capisco. Vado subito, signore?
- Subito. Tornate al più presto e portatemi la risposta.
Harrison uscì. Sua Eccellenza aprì una sedia a sdraio, vi si allungò sopra, sorrise soddisfatto.
- Facilissimo - disse, estrasse un lungo sigaro, ne stacco la punta. - Visto che non possiamo colpirli nella fantasia, li prenderemo per la gola. Guardò Grayder e strizzò un occhio. - Capitano, interessatevi che ci sia da bere in abbondanza. Date loro una tavola ben fornita e bicchieri colmi e parleranno per tutta la sera. Non riusciremo più a farli tacere. - Accese il sigaro, cominciò a tirar boccate gustose. - È una antica tecnica dell'alta diplomazia... l'insidiosa seduzione delle budella sazie. Funziona sempre. Vedrete!

Capitolo IX

Pedalando veloce lungo la strada, l'ingegnere di decimo grado Harrison raggiunse la prima via cittadina, fiancheggiata da casette graziose e fronteggiate da piccoli giardini ben tenuti. Una donna grassoccia, dall'aria cordiale, stava potando una siepe in uno dei giardinetti. Harrison frenò lì accanto, e si toccò il berretto con gesto compito.
- Scusate, signora, cerco un pezzo grosso, il pezzo più grosso della città.
Lei si girò, gli gettò un'occhiata indifferente, puntò le cesoie verso sud. - Dev'essere Jeff Baines. Prima a destra e seconda a sinistra. Ha una piccola rosticceria.
- Grazie.
Harrison proseguì e alle sue spalle il tic-tac delle cesoie riprese il suo ritmo regolare. Prima a destra. Harrison girò attorno a un autocarro basso e lungo, montato su grosse sfere di gomma, parcheggiato sull'angolo. Seconda a sinistra. Tre marmocchi gli fecero cenni allarmati e gli gridarono che la sua ruota posteriore girava. Harrison trovò la rosticceria, appoggiò la bicicletta al marciapiede, le diede un colpetto rassicurante, sul manubrio, poi entrò per vedere in faccia questo Jeff Baines.
Ce n'era, da vedere. Jeff aveva quattro menti, un collo larghissimo e una pancia che sporgeva di mezzo metro. Un palombaro avrebbe potuto infilarsi in una delle gambe dei suoi calzoni senza prendersi il disturbo di togliersi lo scafandro. Jeff Baines pesava come minimo centocinquanta chili ed era probabilmente il pezzo più grosso della città.
- Volete qualcosa? - domandò Jeff, con evidente sforzo.
- Non esattamente. - Harrison osservava la succulenta esposizione di cibarie. - Cerco una certa persona...
- Davvero? In genere io cerco di evitarla... ma ognuno ha i suoi gusti. - Jeff si tirò il labbro grasso. - Provate Sid Wilcock, nella Dave Avenue. È la persona più «certa» della città. Sa tutto.
- Non intendevo dire sicura di sé, intendevo dire, una persona particolare.
- Allora perché diavolo non l'avete detto subito? - Jeff Baines meditò sul nuovo problema, e finalmente suggerì: - Tod Green dovrebbe fare proprio al caso vostro. È abbastanza particolare per chiunque. È addirittura minuzioso.
- Continuate a fraintendermi. - Harrison cercò di spiegarsi meglio: - Cerco un parruccone locale, per invitarlo a una sbaffata.
Prendendo posto su un alto sgabello, dal quale straripava tutt'intorno di almeno trenta centimetri, Jeff Baines lo guardò incuriosito. - In questa faccenda c'è qualcosa di sballato. Mi sembra follia pura.
- Perché?
- State sprecando una considerevole fetta di vita a cercare un tipo che porta la parrucca, tanto più che avete precisato che dev'essere una parrucca molto grande. E a parte questo, a che scopo scaricargli un ob, solo perché porta la parrucca?
- Eh?
- Il senso comune dice di piantare un ob per cancellarne un altro, no?
- Sì? - Harrison se ne stava a bocca aperta, mentre la sua mente lottava con il difficile problema di come si pianta un ob.
- Ma non lo sapete? Eh già, ecco perché mettete in mostra le tonsille e fate quella faccia tonta: non lo sapete. - Jeff Baines si grattò i primi due menti e sospirò. Puntò un dito contro Harrison. - È un'uniforme quella che indossate?
- Sì.
- Una autentica uniforme di pura lana?
- Ma certo.
- Ah! - fece Jeff. - Ecco perché mi ero ingannato... siete venuto da solo. Se foste stati in compagnia, tutti vestiti uguali, avrei capito subito che si trattava di una uniforme. Ecco cosa significa uniforme: tutti uguali. È così, vero?
- Credo di sì - rispose Harrison, che non ci aveva mai pensato.
- Dunque venite da quella nave. Avrei dovuto immaginarlo. Si vede che oggi sono un po' lento di riflessi. Ma non m'aspettavo di vederne uno, proprio uno solo, arrivare su un trabiccolo a pedali. Dovrebbe dare nell'occhio, vero?
- Già - disse Harrison, lanciando un'occhiata alla bicicletta, per assicurarsi che nessuno gliela avesse rubata mentre lui chiacchierava.
- Bene, sentiamo un po'. Che cosa volete?
- Ho cercato di dirvelo fin dal principio. Sono stato mandato...
- Siete stato mandato? - Jeff sbarrò gli occhi. - Volete dire che avete acconsentito ad essere mandato?
Harrison lo guardava sbalordito. - Ma certo. Perché no?
- Ah, ora ci sono - disse Jeff, e la sua espressione si illuminò. - Parlate in modo così strano che mi confondete le idee. Voi volete dire che avete piantato un ob su qualcuno, no?
Disperato, Harrison domandò: - Per amor del cielo, che cos'è un ob?
- Non lo sa - commentò Jeff Baines, alzando gli occhi al soffitto. - Non sa neanche questo! - Contemplò per un attimo quel fenomeno di crassa ignoranza con commiserazione mista a condiscendenza. - Avete fame, per caso?
- Se andiamo avanti di questo passo...
- Va bene. Potrei dirvi che cos'è un ob. Ma farò di più... ve lo mostrerò. - E calatosi dallo sgabello, si diresse verso la porta sul retro. - Dio solo sa perché perdo tempo a educare un'uniforme. Si vede proprio che mi annoio. Venite, su.
Obbediente, Harrison passò dietro il banco, si fermò per fare un cenno rassicurante alla sua bicicletta, poi seguì l'altro lungo un breve corridoio e in un cortile.
Jeff Baines indicò una pila di casse. - Roba in scatola. - Indicò un magazzino adiacente. - Apritele e ammucchiate i vuoti qua fuori. Se volete farlo o no, è affar vostro. Siamo liberi, no? - E se ne tornò nel negozio.
Lasciato solo, Harrison si grattò le larghe orecchie, e rifletté ben bene. Doveva esserci di sicuro un trucco. Un candidato di nome Harrison veniva indotto a dar prova di meritare la patente di babbeo. Ma se il giochetto tornava a vantaggio di quello che l'aveva pensato, valeva ugualmente la pena di passarci da stupido per rifarsi poi su altre vittime. Provare per imparare.
E così, Harrison si occupò delle casse. Spese venti minuti di dura fatica, poi ritornò nel negozio.
- E adesso - spiegò Baines - voi avete fatto qualcosa per me. Cioè, mi avete piantato addosso un obbligo. Non vi ringrazio di quanto avete fatto. Non ce n'è bisogno. Non devo fare altro che sbarazzarmi dell'ob.
- Ob?
- Obbligo. Perché usare una parola lunga quando la si può accorciare? Un obbligo, o una obbligazione, è un ob. E state a vedere come lo scarico. Seth Warburton, due porte più in là, ha una mezza dozzina di ob da saldarmi. Così mi sbarazzo del mio verso di voi, e svincolo lui da uno dei suoi verso di me, mandandovi da lui a mangiare. - Scribacchiò qualcosa su un pezzo di carta. - Dategli questo.
Harrison guardò il foglietto. La frase scarabocchiata in fretta diceva: «Sfama questo pelandrone».
Un po' stravolto, Harrison uscì, si fermò accanto alla bicicletta e tornò a esaminare il messaggio. Pelandrone, diceva. Chissà quanti sulla nave sarebbero andati su tutte le furie a sentirsi chiamare così. Poi la sua attenzione si posò sul secondo negozio della fila. Aveva una vetrina zeppa di roba da mangiare, e sull'insegna si leggeva: «Ingoiatoio Seth».
Allettato, Harrison entrò deciso da Seth, tenendo il foglietto come, se fosse una sentenza di morte. All'interno notò un lungo bancone, del vapore e un acciottolio di stoviglie. Harrison scelse un tavolino col piano di marmo al quale sedeva già una brunetta con gli occhi grigi.
- Vi disturba? - s'informò compito, mentre si sedeva.
- Mi disturba che cosa? - Lei stava osservando le sue orecchie come se fossero un fenomeno mai visto. - I bambini, i cani, i parenti anziani o l'aspettare sotto la pioggia?
- Vi disturba, se mi seggo qui?
- Se mi disturba, peggio per me. Siamo liberi, no?
- Ah, certo - disse Harrison. Cercò qualcos'altro da dire, e in quel momento un uomo magro in giacca bianca gli mise davanti un piatto di pollo fritto e tre tipi di contorni sconosciuti. Quella vista lo lasciò di stucco. Non ricordava da quanti anni non assaggiava pollo fritto, o da quanti mesi non aveva assaggiato verdura che non fosse in polvere.
- Allora - domandò il cameriere, male interpretando la sua sorpresa - non vi piace?
- Sì. - Harrison gli porse il foglietto. - Certo. Come no!
Gettando un'occhiata al biglietto, l'altro gridò a un tale che si intravedeva dietro il bancone:
- Hai scaricato uno di quelli di Jeff. - E si allontanò, stracciando il foglietto in mille pezzi.
- Siete stato in gamba - commentò la brunetta, accennando al piatto colmo. - Lui si accolla un grosso ob-pranzo, e voi glielo riscaricate subito. Io dovrò lavare i piatti per scaricare il mio.
- Ho messo in magazzino una tonnellata di roba in scatola. - Harrison prese coltello e forchetta, mentre sentiva già l'acquolina in bocca. Non c'era bisogno di coltelli e forchette, a bordo: non servono per mangiare pillole e polverine. - Non c'è molto da scegliere qui, eh? Bisogna prendere quello che ti mettono davanti.
- Ma non quando è Seth che deve scaricarsi di un ob - disse la bruna. - In questo caso, deve scaricarlo nel modo migliore. Avreste dovuto accollarglielo subito, invece di lasciar fare al destino e poi lamentarvi.
- Ma io non mi lamento.
- Ah, è vostro diritto. C'è la libertà, no? - La bruna rifletté un momento. - Non capita spesso che io sia in vantaggio di un ob su Seth, ma quando capita, grido subito che voglio un gelato di ananas, e lui me lo porta di corsa. Quando è in vantaggio lui, tocca a me correre, e quindi... - Gli occhioni grigi si socchiusero, improvvisamente sospettosi. - Ma voi ascoltate tutto questo come se fosse una novità. Siete straniero?
Lui assentì, con la bocca piena di pollo. Finalmente inghiottì, e disse: - Vengo da quella nave spaziale.
- Povera me! - Lei si raggelò immediatamente. - Un antigand! Non l'avrei mai pensato. Incredibile, sembrate quasi un umano!
- È da molto che mi vanto di questa somiglianza. - Harrison masticò, inghiottì, si guardò attorno con aria interrogativa. L'uomo in giacca bianca accorse. - Che c'è da bere? - domandò Harrison.
- Dit, doppio dit, shemak e caffè.
- Caffè. Nero e forte.
- Lo shemak è meglio - disse la bruna, mentre il cameriere si allontanava. - Ma perché dovrei dirvelo, poi?
Il caffè arrivò in una specie di caraffa. Posandola, il cameriere disse: - Tocca a voi scegliere, visto che è Seth che deve scaricare l'ob. Cosa vi porto per dopo?
- Gelato di ananas.
L'altro lo guardò stupito, rivolse alla bruna uno sguardo accusatore, portò il gelato e lo posò con malgarbo sul tavolo.
Harrison spinse il gelato verso la ragazza. - Prendete il cucchiaino e godetevela.
- È vostro.
- Non potrei mangiarlo neanche se volessi. - Ingollò un altro boccone di pollo, mescolò il caffè e cominciò a sentirsi molto ben disposto verso quel pianeta. - Qui ho più di quanto possa ingoiare. - Fece un gesto incoraggiante con la forchetta. - Andiamo, siate golosa e al diavolo la linea.
- No. - Lei respinse il gelato con fermezza. - Se lo mangiassi, mi troverei caricata di un ob.
- E con questo?
- Non permetto che gli estranei mi scarichino addosso i loro ob.
- Giustissimo. Molto saggio. Spesso gli estranei si fanno strane idee.
- È giusto, sì - disse lei. - Per quanto, non capisco cosa ci sia di strano in un'idea.
- No, eh? - Il gelato fece un altro passo in direzione della ragazza. - Se avete paura che vi accolli un ob, potete scaricarlo subito e in modo correttissimo. Voglio solo un'informazione.
- Quale?
- Ditemi solo dove posso trovare il melone più grosso della città.
- Facilissimo. Andate da Alec Platers, a metà della Decima Strada. - E la bruna attaccò con entusiasmo il gelato.
- Grazie. Cominciavo proprio a credere che qui fossero tutti strambi o afflitti da deficienza cronica.

Harrison terminò il pasto e si appoggiò soddisfatto allo schienale. Il nutrimento insolito ebbe sul suo cervello l'effetto di indurlo a sforzarsi un poco e dopo un minuto un'espressione dubbiosa rivelò che il lavorio era stato proficuo. - Questo Platers ha un negozio di frutta e verdura? - domandò.
- Naturalmente. - Con un sospiro di soddisfazione, la ragazza respinse il piattino vuoto.
Harrison imprecò tra sé, poi spiegò: - Ma io cerco il sindaco.
- Cos'è?
- Il numero uno. Il capo, lo sceriffo, il maraja, o come diavolo lo chiamate.
- Non capisco - fece lei, sincera.
- L'uomo che dirige questa città. Il condottiero, la guida.
- Spiegatevi meglio - lo esortò lei, sforzandosi di aiutarlo. - Chi o che cosa dovrebbe condurre?
- Voi, e Seth, e tutti gli altri. - E accennò tutt'attorno.
- Ma dove dovrebbe condurci?
- Dovunque voi andiate. Lei fece segno al cameriere di venirle in aiuto.
- Matt, andiamo da qualche parte?
- E che ne so?
- Prova a domandarlo a Seth.
L'uomo si allontanò. Poi ritornò. - Seth dice che lui alle sei va a casa, e a voi che ve ne importa?
- Qualcuno ce lo conduce? - s'informò lei.
- Che scemenza - replicò Matt. - Conosce benissimo la strada, e non è ubriaco.
Harrison intervenne: - Scusate, io non capisco dove sia la difficoltà. Dovete solo dirmi dove posso trovare un funzionario: il capo della polizia, il tesoriere, il direttore dell'obitorio, un semplice giudice di pace... un funzionario qualunque, insomma.
- Cos'è un funzionario? - domandò Matt, che non ci si raccapezzava.
- Cos'è un giudice di pace? - chiese la bruna.
Per un attimo Harrison credette d'impazzire. Impiegò qualche tempo a ritrovare l'equilibrio e la chiarezza di idee.
- Facciamo l'ipotesi - disse a Matt - che questo posto vada a fuoco. Che cosa fareste?
- Farei vento per tenere acceso il falò - replicò Matt, che ne aveva abbastanza e non faceva alcuno sforzo per nasconderlo. E se ne tornò al banco, con l'aria di chi non ha tempo da perdere per dare retta a un mentecatto.
- No, lo spegnerebbe - precisò la bruna. - Ma scusate, fate certe domande, voi!
- Immaginiamo che non ce la facesse.
- Chiamerebbe gli altri ad aiutarlo.
- E verrebbero?
- Sicuro. - Lo guardò, meravigliata. - Di corsa, anche. Potrebbero accollargli un bel numero di grossi ob, capite?
- Già, è vero. - Harrison cominciava a dubitare di venire a capo della sua missione, ma volle fare un tentativo disperato. - E se il fuoco fosse troppo violento perché i passanti riuscissero a spegnerlo?
- Seth manderebbe a chiamare la squadra-antincendio.
Il senso di sconfitta dileguò.
- Ah, dunque c'è una squadra-antincendio? Ecco cosa intendevo quando parlavo di funzionari. È questo che cercavo. Svelta, ditemi dove posso trovarla.
- In fondo alla Dodicesima Avenue. Non potete sbagliare.
- Grazie! - Si alzò in fretta. - Ci vediamo, bella. - Uscì di corsa e inforcò la bicicletta.
La sede della squadra-antincendio era un immenso locale che conteneva un certo numero di attrezzi e carri antincendio, provvisti di annessi e connessi, motorizzati e montati sulle solite sfere di gomma. Harrison, entrando, si trovò faccia a faccia con un omino che indossava un paio di pantaloni alla zuava.
- Cercate qualcuno? - s'informò l'omino.
- Sì, il capo dei vigili.
- Chi sarebbe?
Ormai abituato a questo genere di risposta-controdomanda, Harrison parlò come se si trovasse di fronte a un bambino: - Vedete, signore, questa è la sede di una squadra-antincendio. Qualcuno la comanda. Qualcuno organizza tutto: riempie i rapporti, schiaccia i bottoni, spara ordini, distribuisce le promozioni, prende a calci quelli che non fanno il loro dovere, si accolla lui tutto il merito, scarica sugli altri quello che non va, e in genere fa il bello e il cattivo tempo. - Puntò il dito contro il petto dell'altro. - Ed è la persona con la quale devo parlare, e gli parlerò dovessi restare qui tutta la vita, ad aspettarlo.
- Ma nessuno è più importante di un altro. Come potrebbe esserlo? Io credo che voi siate pazzo.
- Pensate quello che vi pare, ma io vi dico che non me ne vado di qui se...
Venne interrotto da uno squillo insistente. Venti uomini apparvero come per magia, salirono a bordo di un paio di macchine, e si allontanarono facendo un fracasso del diavolo.
Elmetti bassi, a forma di catini, erano l'unico articolo di vestiario che i pompieri avessero in comune. A parte quelli, indossavano quanto di più iniquo si può concepire in fatto di vestiario. L'uomo con i calzoni alla zuava, lanciatosi con un balzo felino su una delle autopompe, si teneva aggrappato tra un grassone che sfoggiava una specie di cinturone multicolore, e un mingherlino con un gonnellino giallo. Un ritardatario decorato di orecchini che assomigliavano a piccoli campanelli inseguì a tutta corsa l'auto-pompa, cercò di aggrappatisi, non ci riuscì, e rimase a guardare con espressione furente la macchina che spariva in distanza. Poi tornò indietro, facendo dondolare l'elmetto.
- La mia solita scalogna - disse ad Harrison, che lo guardava esterrefatto. - La più bella chiamata dell'anno. Un incendio in una grossa distilleria. Prima arriveranno là, e più grosso sarà l'ob che gli pianteranno, al proprietario. - Leccandosi le labbra al pensiero, sedette su un rotolo di tubo. - Oh, be', tanto di guadagnato per il fegato.
- Ditemi una cosa - disse Harrison: - Ma come vi guadagnate da vivere?
- Che domanda cretina. Non lo vedete anche da voi? Sono nella squadra-antincendio.
- Lo so. Ma voglio dire, chi vi paga?
- Pagarmi?
- Chi vi dà il denaro per fare le cose.
- Parlate in modo strano. Cos'è il denaro?
Harrison si grattò la zucca per far circolare il sangue nel cervello. Cos'è il denaro? incredibile. Provò a girare la domanda:
- Se vostra moglie ha bisogno di un cappotto nuovo, come se lo procura?
- Va in un negozio gravato di ob-incendio. Ne può avere anche un paio.
- Ma se nessun negozio di vestiti ha avuto un incendio, come fa?
- Siete ignorante forte, fratello. Da che mondo venite? Quasi tutti i negozi hanno ob-incendio. Se il padrone ha criterio, se ne procura un certo numero al mese, come una assicurazione. Sono previdenti, capite? Piantano gli ob in anticipo, così che quando corriamo per un allarme ci tocca scaricare un buon numero dei nostri, prima di piantarne dei nuovi sul negozio. Questo ci impedisce di strafare, di comportarci da profittatori. È logico, no? Riduce le passività dei negozi.
- Può darsi, ma...
- Ora capisco - interruppe l'altro, socchiudendo gli occhi. - Voi siete di quell'astronave! Siete un maledetto antigand.
- Sono un terrestre - replicò Harrison, facendo appello a tutta la sua dignità. - Per di più, tutti quelli che vennero a stabilirsi qui in origine erano terrestri.
- Volete insegnarmi la storia? - L'uomo sbottò in una risata. - Vi sbagliate. C'era un cinque per cento di marziani.
- Anche i marziani discendono dai terrestri.
- E con questo? Ne è passato del tempo, ormai. Le cose cambiano, se non lo sapete. Non ci sono più marziani o terrestri su questo pianeta... salvo quella vostra nave, che è capitata qui non richiesta. Qui siamo tutti gand. E voialtri siete degli antigand.
- Non siamo anti-niente, che io sappia. Da dove viene quest'idea?
- Fift! - fece l'altro, improvvisamente deciso a non continuare la discussione. Gettò l'elmetto in un canto e sputò per terra.
- Eh?
- Avete sentito benissimo. Pigliate quel vostro macinino e filate.
Non vedendo altra soluzione, Harrison fece come gli veniva consigliato. Seccatissimo, se ne tornò alla nave.
Sua Eccellenza lo investì in tono autoritario. - Eccovi qua, finalmente. In quanti vengono e a che ora?
- Nessuno, signore - rispose Harrison, con le ginocchia molli.
- Nessuno? - Le anguste sopracciglia si inarcarono pericolosamente. - Volete dire che hanno rifiutato il mio invito?
- No, signore.
- Spiegatevi - scattò l'ambasciatore. - Non statevene lì imbambolato come se la vostra bicicletta avesse partorito all'improvviso un pattino a rotelle. Avete detto che non hanno rifiutato il mio invito... ma che non verrà nessuno. Cosa dovrei capire, secondo voi?
- Non ho invitato nessuno.
- Ah, no? - L'ambasciatore si rivolse a Grayder e agli altri. - Non ha invitato nessuno! - Riportò l'attenzione su Harrison. - Ve ne siete dimenticato, immagino. Intossicato dalla libertà e dall'ebbrezza della pedalata, ve ne siete andato a spasso correndo a trenta all'ora, spargendo la costernazione tra i cittadini, mettendo a repentaglio la vita di vecchi e bambini, senza nemmeno scomodarvi a suonare il campanello...
- Ma non ho campanello, signore - precisò Harrison, internamente ferito da quell'elenco di enormità. - Ho un fischietto che viene azionato pedalando all'indietro...
- Basta! - urlò l'ambasciatore. Sedette affranto, poi, chinandosi in avanti, pose la domanda con voce rauca e sibilante: - Perché non avete invitato nessuno?
- Non ho trovato nessuno da invitare, signore. Ho fatto del mio meglio, ma nessuno capiva quello che dicevo...
L'ambasciatore sbirciò fuori dall'oblò. - Sta calando la sera. Un'altra giornata persa! Siamo qui da due giorni, e non abbiamo ancora concluso niente. E va bene! Visto che stiamo sprecando tempo, tanto vale che ascoltiamo il vostro resoconto:
Harrison raccontò tutto e concluse: - A parer mio, signore, avrei potuto continuare per settimane intere a discutere con quella gente, ma è come se i loro cervelli fossero orientati a est e il mio a nord. Si può conversare da qui all'eternità, si fa amicizia, si scherza... e nessuno capisce completamente che cosa stia dicendo l'altro.
- Pare che sia così - ammise asciutto l'ambasciatore. Si rivolse a Grayder: - Voi, che avete girato tanto e avete visto un'infinità di mondi, ne capite qualcosa?
- È un problema che riguarda la semantica - disse Grayder, che era stato costretto dalle circostanze a studiare la materia. - Ci si imbatte in una quantità di parole che da tempo sono cadute in disuso e qui pare che il fenomeno offra un caso limite. Il linguaggio è rimasto lo stesso, più o meno, e la somiglianza è tale, in apparenza, che i cambiamenti in un primo momento sfuggono; in realtà, i significati base sono stati alterati, i concetti sostituiti con altri nuovi, la forma mentis ha una prospettiva diversa e, per finire, non bisogna dimenticare il gergo che si è formato in tutti questi anni.
- Con termini come «fift» - suggerì l'ambasciatore. - Ecco una parola strana, che non ha una radice terrestre. E non mi piace il tono sarcastico in cui la pronunciano. Suona come un insulto. Non è escluso che sia connessa con questi ob, di cui tanto parlano, ma il vero significato mi sfugge.
- Non credo, signore - intervenne Harrison. Esitò, vide che gli altri lo guardavano interessati e si fece coraggio. - Durante il ritorno, ho visto di nuovo quella signora che mi aveva mandato da Baines. Mi ha domandato se l'avessi trovato e le ho risposto di sì. Abbiamo chiacchierato un po'. Le ho domandato il significato di «fift», e m'ha detto che era una parola di gergo, formata da iniziali. - Tacque, senza osare di spiegarsi meglio.
- Forza, su - lo esortò l'ambasciatore. - A questo punto, sono disposto ad ascoltare qualsiasi cosa.
- Fift - disse Harrison, lievemente imbarazzato - significa «fatti i fatti tuoi», f-i-f-t. Capite?
- Ah! - L'altro diventò rosso. - Allora è questo che hanno continuato a ripetermi?
- Temo di sì, signore.
- Si vede che hanno molte cose da imparare. - Calò un pugno sul tavolo e dichiarò con voce tonante: - E le impareranno!
- Sì, signore - approvò Harrison, sempre più a disagio e ansioso di allontanarsi di là. - Posso andare a occuparmi della mia bicicletta?
- Sì, potete - ruggì l'ambasciatore, con lo stesso tono esasperato. Alzò le braccia al cielo e si voltò verso il capitano Grayder: - Biciclette! C'è nessuno, su questa nave, che abbia un tirasassi?
- Ne dubito, Eccellenza, ma posso informarmi, se ci tenete.
- Non fate l'imbecille - esplose l'ambasciatore. - Abbiamo già la nostra quota di teste di legno, e ne avanzano!

Capitolo X

La seduta del mattino seguente fu relativamente breve e calma. L'ambasciatore prese posto al tavolo, si schiarì la voce con importanza, si raddrizzò la cravatta e si guardò attorno accigliato. - Diamo un'altra occhiata alla situazione. Sappiamo che i testoni di questo pianeta si fanno chiamare gand, si disinteressano della loro origine terrestre e insistono nel riferirsi a noi come antigand. Questo sottintende un'istruzione e il relativo atteggiamento che ne risulta, ostile a noi. Sono stati abituati da piccoli a prendere per scontato che, ogni qualvolta noi compariamo in scena, finiamo per rivelarci in contrasto con tutti i loro interessi.
- E non abbiamo la più pallida idea di quali siano i loro interessi - completò il colonnello Shelton. Non c'era bisogno della precisazione, ma serviva a dimostrare che anche lui era presente, attentissimo e pronto a dare il pieno contributo del suo intelletto.
- Sono anche troppo consapevole della nostra ignoranza sotto questo aspetto - disse l'ambasciatore, acido. - Questa gente mantiene una congiura del silenzio per tenerci all'oscuro di tutto. Dobbiamo riuscire in qualche modo a infrangerla.
- E qui - disse Shelton - sta il problema.
Senza badargli, l'ambasciatore continuò: - Dobbiamo stabilire chi tiene le redini del potere, e dove. Ma come? - Incrociando le mani sul ventre, concluse: - Mettete al lavoro le vostre meningi e sentiamo se qualcuno suggerisce qualcosa di intelligente.
Grayder si alzò, con un grosso libro rilegato in cuoio tra le mani. - Eccellenza, non credo che abbiamo bisogno di lambiccarci il cervello per stabilire contatti e raccogliere informazioni essenziali. La prossima mossa ci verrà senza dubbio imposta dalle circostanze.
- Come sarebbe a dire?
- Nel mio equipaggio ho un buon numero di veterani, e naturalmente ce ne sono anche tra la truppa. - Batté sul volume con aria significativa. - Gente che conosce il Regolamento Spaziale meglio di me. A volte, penso che ne sappiano anche troppo.
- E con questo?
Grayder aprì il libro. - L'articolo 127 dice che su un mondo ostile l'equipaggio resta consegnato in stato di preallarme fino a che non si torna nello spazio libero. Su un mondo non ostile, l'equipaggio si considera in normale servizio di tempo di pace.
- E allora?
- L'articolo 131, comma A, dice che in tempo di pace l'equipaggio, salvo un numero minimo di uomini richiesti per tenere in ordine la nave, ha diritto alla libera uscita subito dopo avere scaricato quello che la nave trasporta, o entro settantadue ore-Terra dall'arrivo. - Alzò gli occhi dalla pagina. - A mezzogiorno gli uomini saranno tutti pronti per andare in città e smaniosi di andarci. Se non riceveranno il permesso, saranno guai.
- Sul serio? - L'ambasciatore sorrise furbescamente. - E se dichiariamo il pianeta ostile? Questo li metterà subito a tacere, no?
Continuando impassibile a consultare il suo tomo, Grayder replicò: - L'articolo 148 dice che un mondo viene definito ostile se si oppone sistematicamente, con la forza, ai cittadini terrestri. - Voltò pagina. - Nel significato particolare, la forza è definita come qualsiasi corso d'azione calcolato per infliggere danni fisici, indipendentemente dal fatto che l'azione riesca o meno nel suo intento.
- Non sono d'accordo. - L'ambasciatore sottolineò quanto diceva con un fiero cipiglio. - Un mondo può essere psicologicamente ostile anche senza far ricorso alla forza. Ne abbiamo un esempio proprio qui. Non può essere certo definito un pianeta cordiale, questo.
- Non ci sono mondi «cordiali» tra quelli contemplati dal Regolamento Spaziale. I pianeti rientrano in due ordini: ostile o non ostile. - Batté sulla copertina del volume. - C'è scritto così, nel libro.
- Buttate quel libro dal finestrino, mettetelo nel bruciarifiuti, sbarazzatevene come vi pare... e non pensateci più.
- Chiedo scusa, Eccellenza, ma non posso farlo. - Grayder aprì il tomo proprio all'inizio. - Gli articoli base 1 A, 1 B e 1 C comprendono quanto segue: nello spazio o a terra, il personale di una nave resta sotto il comando diretto del suo capitano o del suo rappresentante, che dovrà attenersi unicamente e in qualsiasi caso al Regolamento Spaziale e sarà responsabile solo verso il Comitato Spaziale che ha sede sulla Terra. Lo stesso vale per la truppa, gli ufficiali e i civili, che si trovano a bordo di un vascello spaziale: senza alcuna considerazione di grado o di autorità, essi sono indistintamente soggetti al capitano o al suo rappresentante. Il rappresentante è per definizione un primo, secondo, o terzo ufficiale di bordo, facente funzioni di capitano in assenza o per motivi di inabilità al servizio di quest'ultimo.
- Tutta questa pappardella serve solo a dirci che qui chi comanda siete voi - osservò l'ambasciatore, tutt'altro che soddisfatto. - Se non ci va, dobbiamo abbandonare la nave.
- Con il massimo rispetto, Eccellenza, le cose stanno proprio così. Non posso farci niente: i regolamenti sono i regolamenti. E gli uomini lo sanno! - Grayder posò il libro sulla tavola. - È molto probabile che gli uomini aspettino fino a mezzogiorno, stirando calzoni, impomatandosi i capelli e facendosi belli in tutti i modi. Dopo di che mi chiederanno il permesso secondo tutte le regole e io non avrò nulla da obiettare. Chiederanno al primo ufficiale di presentarmi i turni di libertà perché io dia l'approvazione. - Mandò un profondo sospiro. - Potrei al massimo cancellare qualche nome per motivi di indisciplina, ma non posso rifiutare la libera uscita in blocco.
- Un buco fuori dal mondo civile, come questo, si mette subito in agitazione quando c'è la flotta in porto - disse Shelton. - Grazie alla libera uscita dovremmo stabilire contatti a dozzine. Non è quello che vogliamo?
- Noi vogliamo trovare i rappresentanti politici del pianeta - ribatté l'ambasciatore. - Non me li vedo a mettersi in ghingheri e precipitarsi fuori per dare il benvenuto a una folla di marinai scatenati. - Assunse un'espressione austera: - Dobbiamo trovare il classico ago nel pagliaio, e non lo si trova abbandonandosi a schiamazzi e intemperanze.
- Forse avete ragione, Eccellenza - disse Grayder. - Ma dobbiamo tentare. Se gli uomini insistono che vogliono andare a terra, io non posso impedirglielo. C'è una sola cosa che potrebbe darmene il potere.
- Quale?
- La prova, chiara e irrefutabile, che mi permettesse di definire ostile il pianeta in conformità ai significati del Regolamento Spaziale.
- E allora, non potremmo fare qualcosa? - Senza aspettare la risposta, l'ambasciatore continuò: - Ogni equipaggio ha la sua stupida e inguaribile testa-calda. Pescate la vostra, dategli una buona dose di cognac venusiano, ditegli che può andare subito in permesso... e poi avvertitelo che non potrà spassarsela perché questi miserabili gand ci considerano come rifiuti dell'umanità. Dopo di che, sbattetelo fuori del portello. Appena lui ritorna con un occhio nero, e comincia a vantarsi che quello che gliel'ha fatto è conciato molto peggio, dichiarate ostile il pianeta. E siete a posto; violenza fisica, eccetera, tutto come vuole il libro.
- Articolo 148, comma A - precisò Grayder. - L'opposizione violenta dev'essere sistematica e le zuffe individuali non costituiscono prova di ostilità.
L'ambasciatore si sfogò sul burocrate più anziano: - Quando tornerete sulla Terra, se ci tornerete, riferite a chi di dovere che il servizio spaziale è semiparalizzato dai burocrati che si mettono a scrivere libri!
Prima che l'altro potesse trovare una risposta in difesa dei colleghi senza contraddire apertamente l'ambasciatore, venne bussato un colpo alla porta. Il primo ufficiale Morgan entrò, salutò e presentò a Grayder un foglio di carta.
- Primo turno per la libera uscita, signore. Volete firmarlo?

Più di quattrocento uomini andarono in città nel primo pomeriggio. Si misero in marcia con la solita eccitazione di chi da tempo non mette piede in mezzo al mondo civile: erano azzimati, allegri, e procedevano a gruppetti di due o di tre.
Gleed si attaccò ad Harrison. Erano tutti e due un po' spaesati, Gleed essendo l'unico sergente in permesso, e Harrison l'unico ingegnere di decimo grado. Poiché erano in borghese, si trovavano inoltre come pesci fuor d'acqua: Gleed si sentiva spogliato, senza la divisa, e Harrison era infelice senza la sua bicicletta. La somma di queste circostanze cementò in loro un senso di cameratismo.
- Hai fatto caso? - osservò Gleed. - Tutte le volte che siamo andati a terra, Grayder, Shelton e Bidworthy ci hanno tenuto interminabili predicozzi raccomandandoci di creare una impressione favorevole, di comportarci da uomini dello spazio e via discorrendo. Stavolta, Grayder ha parlato di denaro.
- È stato l'ambasciatore a dargli l'idea.
- Chiunque sia stato, l'idea è splendida - affermò Gleed. - Una settimana di paga extra, una bottiglia di cognac, e libera uscita doppia per chiunque riesca a portare sulla nave un gand adulto, maschio o femmina, che sia socievole e disposto a parlare.
- Non credere che sia facile.
- Un mese di paga extra per chiunque si procuri nome e indirizzo del massimo dignitario civico. Due mesi per il nome e la posizione, esatta della capitale del pianeta. - Gleed fece udire un fischio di entusiasmo, poi aggiunse: - Qualcuno diventerà ricco, e non sarà Bidworthy. C'è tempo prima che lui vada a terra.
Smettendo di colpo di chiacchierare, il sergente si voltò a osservare una bionda longilinea che gli passava accanto. Harrison lo tirò per un braccio.
- Qui c'è il negozio di quel Baines, di cui ti ho parlato. Entriamo un momento.
- Come vuoi - fece Gleed di malavoglia, continuando a interessarsi della bionda.
- Buongiorno - disse Harrison a Jeff Baines.
- No, per niente - negò subito Baines. - Gli affari vanno male. C'è una partita di campionato, e mezza città è andata ad assistere all'incontro. Torneranno a casa e cominceranno a pensare di mettere qualcosa nello stomaco. Mi capiteranno qui tutti insieme e io non farò in tempo a servirli.
- Come possono andarvi male gli affari, se non guadagnate un soldo nemmeno quando vanno bene? - volle sapere Gleed forte delle informazioni avute da Harrison.
Gli occhi a palla di Jeff si girarono lentamente verso di lui, poi tornarono a posarsi su Harrison. - Un altro pelandrone venuto da quella vostra nave, eh? Di che sta parlando?
- Di denaro - spiegò Harrison. - È una cosa che noi usiamo per semplificare il commercio. Certi foglietti stampati, come ob documentati di varia importanza.
- Ora capisco molte cose - osservò Baines. - Gente che deve tenere una registrazione stampata di ogni ob non merita certo molta fiducia. - Andò a sistemarsi sul suo solito sgabello. - E questo conferma quello che ci hanno insegnato a scuola, e cioè che un antigand imbroglierebbe perfino la madre.
- A scuola vi hanno insegnato molte sciocchezze - disse Harrison.
- Può darsi. Ma noi ci atteniamo a quel che abbiamo imparato, finché non abbiamo di meglio a cui attaccarci. - Lo squadrò. - Allora, che cosa volete?
- Qualche consiglio - disse subito Gleed. - Siamo in libera uscita. Vorremmo che ci indicaste dove possiamo mangiare bene e divertirci.
- Quanto tempo avete?
- Fino al tramonto di domani.
- Mi dispiace. - Jeff Baines scosse la testa. - Se foste cittadini locali sarebbe diverso; Potreste avere subito quello che volete caricandovi di ob da sbrigare in futuro. Ma non so chi possa far credito a degli anti-gand che oggi sono qui e domani vattelapesca.
- Domani vattelapesca non tanto - disse Gleed. - Quando arriva un ambasciatore imperiale, significa che i terrestri intendono fermarsi.
- Chi lo dice?
- L'impero terrestre. Ne fate parte anche voi, no?
- No - dichiarò Jeff, deciso. - Non facciamo parte di niente, non vogliamo farne, non c'interessa. E nessuno si illuda di poterci costringere.
Appoggiandosi al bancone e fissando con aria assente una grossa scatola di carne di maiale, Gleed disse: - Visto che sono in borghese e fuori servizio, posso anche essere d'accordo con voi. Nemmeno io ci terrei a vendermi anima e corpo a una caterva di burocrati di un altro pianeta. Ma vi predico che sarà una faccenda dura sbarazzarsi di noi. E potete credermi.
- Non fidatevi delle apparenze - disse Jeff. - Abbiamo più di quanto voi pelandroni potete immaginare.
- Per esempio?
- Be', tanto per cominciare, abbiamo l'arma più potente che sia mai stata concepita dalla mente di un uomo. Siamo gand, capito? Non abbiamo bisogno di navi, fucili e altri giocattoli. Abbiamo qualcosa di meglio, di più efficace. Non c'è difesa contro di quella.
- Accidenti! Mi piacerebbe proprio vederla - lo stuzzicò Gleed. I dati riguardanti un'arma nuova ed eccezionalmente potente dovevano valere molto più dell'indirizzo del sindaco. Chissà che Grayder, allettato dall'importanza della cosa, non promettesse una ricompensa addirittura favolosa per averli. - Ma naturalmente, non ci aspettiamo che ci riveliate segreti tanto preziosi.
- Non c'è niente di segreto - rispose Jeff, tranquillissimo. - Potete averla quando volete, e gratis. Volete sapere perché?
- Magari!
- Perché funziona solo in un senso. Noi possiamo usarla contro di voi... ma voi non potete servirvene contro di noi.
- Sciocchezze! - disse Gleed. - Non esiste un'arma simile. Fatemela vedere, se è vero.
Scendendo pesantemente dallo sgabello, Jeff andò alla parete, staccò una targhetta lucida e la porse all'altro attraverso il bancone.
- Potete tenerla - disse. - E buon pro vi faccia.
Gleed la esaminò, rigirandola tra le dita. Non era altro che una striscia ovale di una sostanza che sembrava avorio. Da un lato era liscia. Dall'altro, portava una scritta incisa in lettere dorate: «L. M. R.».
Lanciando un'occhiata a Baines, con espressione perplessa, Gleed osservò: - E la chiamate un'arma, questo coso?
- Sicuro.
- Allora, proprio non capisco. - Passò la targhetta a Harrison: - E tu?
- No. - Harrison la esaminò con cura. - Che cosa significa questo «L. M. R.»?
- È gergo formato con le iniziali - spiegò Baines. - È diventato il motto del pianeta. Potete vederlo scritto dappertutto, se già non l'avete notato.
- L'ho visto qua e là, ma non ci avevo dato importanza. Ora ricordo che era scritto in parecchi posti, compreso il locale di Seth e quello dei pompieri.
- Ed era anche sul fianco dell'autobus che non abbiamo potuto scaricare - fece eco Gleed. - Ma per me, non significa niente.
- Significa tutto, invece - disse Jeff. - «Libertà Mi Rifiuto».
- Capisco meno di prima - dichiarò Gleed. Osservò Harrison, che senza parlare si metteva in tasca la targhetta. - Una specie di rebus. Che razza di arma!
- L'ignoranza è una benedizione - disse Baines, stranamente sicuro di sé. - Specialmente quando si ignora che ciò con cui si sta giocando è la chiusura di sicurezza di qualcosa che può esplodere.
- E va bene - disse Gleed, prendendo la palla al balzo. - Mostratemi come funziona.
- Mi rifiuto. - Il sorriso di Baines riapparve. Il grassone sembrava stranamente soddisfatto di qualcosa.
- Ah, bell'aiuto! - Gleed si sentiva demoralizzato, anche perché vedeva sfumare la ricompensa sognata. - Vi date un mucchio di arie, asserite questo e quest'altro, e poi ammutolite di colpo. Perché non me lo dite, ora?
- Mi rifiuto - ripeté Baines, mentre il suo sorriso si faceva sempre più trionfante. Poi, guardò Harrison che lo osservava attento, e gli strizzò l'occhio.
Subito una molla scattò nella mente di Harrison, che rimase per un attimo a bocca aperta, estrasse la targhetta di tasca, e la fissò come se la vedesse per la prima volta.
- Ridatemela - ordinò Baines, che lo teneva d'occhio.
Rimettendosela in tasca, Harrison replicò con fermezza: - Mi rifiuto.
Baines ridacchiò. - C'è chi è più sveglio di comprendonio, e chi meno!
Offeso, Gleed tese la mano verso Harrison. - Fammi dare un'altra occhiata a quell'affare.
- Mi rifiuto - disse Harrison, fissandolo bene negli occhi.
- Ehi, che modi sono questi di trattare... - La protesta di Gleed si smorzò all'improvviso. Il sergente rimase là, con lo sguardo lievemente appannato, mentre il suo cervello compiva un veloce lavorio. Poi, in tono sommesso, Gleed aggiunse: - Eh, già!
- Ci siete? - ridacchiò Baines.
Sopraffatto dalla ridda di pensieri che gli si accavallavano nel cervello, Gleed si rivolse ad Harrison con voce rauca: - Vieni, usciamo di qua! Devo riflettere. Ho bisogno di sedermi in un posticino tranquillo per riordinare le idee.
C'era un parco con panchine, prati, fiori, e una fontanella attorno alla quale giocava un gruppo di bimbi. Scegliendo una panchina che guardava su un'aiuola in fiore, i due sedettero per un poco a meditare intensamente.
Alla fine, Gleed commentò: - Ho spinto la fantasia fin dove mi era possibile, e il risultato mi dà le vertigini.
Harrison rimase zitto.
- Per esempio... - disse Gleed. - Per esempio, immagina che, quando ritorno a bordo, quel rinoceronte di Bidworthy mi dia un ordine. Io lo guardo impassibile e dico: «Mi rifiuto». Che succede? Ne segue, come un'inviolabile legge di natura, che lui casca fulminato, oppure mi sbatte al fresco.
- Il che ti farebbe bene.
- Aspetta... non ho finito. Io sono in gattabuia, rinnegato e vituperato da tutto l'ufficialame, ma l'ordine va eseguito ugualmente. Perciò, Bidworthy si sceglie qualcun altro. La vittima, un mio collega, fa la stessa faccia ebete, e dice: «Mi rifiuto». Viene sbattuto al fresco e io non sono più solo. Bidworthy tenta di nuovo. La prigione non tiene più di venti persone e così gli altri vengono rinchiusi nella mensa ingegneri.
- Cosa c'entra la nostra mensa! - protestò Harrison.
- Usano la mensa come prigione - insisté Gleed, deciso a ledere gli interessi degli ingegneri. - Ben presto anche quel locale straripa di dissidenti, Bidworthy continua a sbattere al fresco più gente che può... se già non gli sono scoppiati una dozzina di vasi sanguigni. E così, devono usare i dormitori Blieder...
- Ma perché continui a sfrattare l'equipaggio?
-...e riempirli fino al soffitto di gente che si rifiuta - continuò Gleed che traeva un piacere sadico da quell'immagine. - Finché alla fine Bidworthy deve prendere secchio e spazzola e mettersi a lavare i ponti, mentre Grayder, Shelton e gli altri ufficiali si alternano al turno di guardia. Intanto Sua Eccellenza l'ambasciatore è in cucina a preparare il pranzo per tutti, assistito da tutti i suoi burocrati!
Una palla colorata rotolò verso di lui. Chinatosi, Gleed la raccolse. Subito arrivò un bimbo di circa sette anni.
- Ridatemi la palla, per piacere.
- Mi rifiuto.
Non ci furono pianti né proteste. Il bambino si limitò a prendere atto di quelle parole con disappunto, e si allontanò.
- To', piccolo, prendi! - Gleed gettò la palla.
- Grazie. - Afferrata la palla al volo, il bambino scappò via.
Harrison osservò: - Di', pensa se ogni essere vivente dell'impero terrestre, da Prometeo a Kaldor Quarto, attraverso milleottocento anni-luce di spazio, ricevesse la bolletta delle tasse, la stracciasse in mille pezzi e dichiarasse: «Mi rifiuto». Cosa credi che succederebbe?
- Non ci sarebbero più tasse. Le autorità dovrebbero farne a meno, volenti o nolenti.
- Succederebbe il caos. - Harrison accennò alla fontana e ai bimbi che vi giocavano attorno. - Ma qui non c'è caos. Io non lo vedo, almeno. Evidentemente, loro non approfittano di quest'arma del rifiuto. La usano con criterio, su basi stabilite di comune accordo. Ma quali sono queste basi? Ecco ciò che mi sfugge.
Un uomo anziano si fermò lì accanto, li guardò esitante, decise di rivolgersi a un giovanotto che passava. - Potete dirmi dove posso trovare l'autobus per Martinstown?
- In fondo all'Ottava - spiegò il giovanotto. - Parte ogni ora. Vi fisseranno le manette prima della partenza.
- Le manette? Perché? - Il vecchio era sbalordito.
- La strada passa in prossimità dell'astronave. Gli antigand potrebbero trascinarvi giù.
- Ah, già, capisco. - Il vecchio gettò un'altra occhiata a Gleed e Harrison, e commentò: - Questi antigand... che scocciatura.
- Davvero - disse Gleed a voce alta. - Continuiamo a dir loro di sgomberare, e quelli insistono nel rispondere: «Mi rifiuto».
Il vecchio per poco non inciampò, fissò Gleed con aria indagatrice, poi riprese la sua strada.
- Pare che non a tutti piaccia il nostro accento - osservò Harrison. - Eppure, mi hanno trattato benissimo quando ho mangiato da Seth.
Gleed rizzò le orecchie, improvvisamente attento. - Senti un po', dove hai mangiato una volta, potresti anche mangiare una seconda. Su, facciamo un tentativo. Che cosa ci perdiamo?
- La pazienza - sospirò Harrison, alzandosi. - Be', proviamo da Seth. Se non va, tenteremo da qualche altra parte. E se nessuno vorrà darci da mangiare, torneremo alla nave prima di morire di fame.
- Temo proprio che farci morire di fame rientri nei loro propositi - disse Gleed, avvilito. - Ma sai cosa ti dico? Per riuscirci, dovranno passare sul mio cadavere.
- Bravo! - approvò Harrison.

Capitolo XI

Accorse Matt, con un tovagliolo sul braccio. - Non servo anti-gand, io.
- L'altra volta mi avete servito - gli rammentò Harrison.
- Può darsi. Non sapevo che foste sceso da quella nave. Ma ora lo so. - Sbatté il tovagliolo su un angolo, per spazzar via qualche immaginaria briciola. - E non servo antigand, io.
- C'è qualche altro posto dove potremmo mangiare?
- No, a meno che non troviate qualcuno che si lasci accollare un ob da voi. Non lo faranno, sapendo chi siete, ma potrebbero commettere l'errore che feci io. - Altro colpo di tovagliolo. - E che non rifarò di certo.
- Ne state commettendo un altro - disse Gleed, con voce dura. Diede una gomitata a Harrison bisbigliando: - Sta' a vedere. - Poi estratta la pistola, la puntò contro Matt. - Forza, portateci da mangiare.
- Mi rifiuto - disse Matt, serrando le labbra e ignorando la pistola puntata.
Gleed fece scattare la sicura. - Attento, ora il colpo potrebbe partire da un momento all'altro. Spicciatevi.
- Mi rifiuto - ripeté Matt. Con manifesto disgusto, Gleed rimise l'arma nella fondina. - Stavo solo scherzando. Non è nemmeno carica.
- Anche se lo fosse stata, non ci sarebbe stata nessuna differenza. Io non servo gli antigand e non ho altro da aggiungere.
- E se avessi perso la testa e vi avessi sparato davvero?
- Come avrei potuto servirvi, in questo caso? Un cadavere non serve nessuno. È tempo che voi antigand impariate un po' di logica. - E si allontanò.
- Non ha torto - ammise Harrison, molto depresso. - Un cadavere non dipende da nessuno.
- Un paio di cadaveri però potrebbero servire da ammonimento agli altri. Allora sì, li vedresti trottare.
- Perché ragioni in termini terrestri - obiettò Harrison. - Qui sta l'errore. Ormai questi non sono più terrestri, sono gand.
- E cosa sarebbero questi gand?
- Non lo so. Penso che siano dei fanatici... - Harrison si interruppe, perché la sua attenzione era stata attratta da qualcos'altro. Gleed seguì il suo sguardo, e vide una brunetta appena entrata nel locale.
- Carina - approvò Gleed. - Né troppo giovane, né troppo vecchia, né troppo grassa, né troppo magra. Un tipo giusto.
- La conosco. - Harrison fece dei cenni per richiamare l'attenzione della ragazza.
Lei si accostò al loro tavolo e sedette. Harrison fece le presentazioni.
- Un amico mio, il sergente Gleed.
- Mi chiamo Arthur - disse Gleed, mangiandosela con gli occhi.
- E io Elissa. Che cosa sarebbe un sergente?
- Una via di mezzo tra uno che comanda e uno che obbedisce - disse Gleed. - Io trasmetto gli ordini a quelli che devono eseguirli.
Lei lo guardò con sorpresa.
- Volete dire che c'è chi acconsente a lasciarsi dare degli ordini?
- Certo. Perché no?
- Devono avere l'anima servile. - Elissa spostò lo sguardo su Harrison. - Dovrò ignorare in eterno il vostro nome?
Arrossendo, lui si affrettò a riparare all'omissione, e aggiunse:
- Ma James non mi va, preferisco Jim.
- Jim, d'accordo. Matt non vi ha ancora serviti?
- Si rifiuta di farlo.
Lei scosse le spalle. - È suo diritto. C'è la libertà, no?
- Noi lo chiamiamo ammutinamento, però - disse Gleed.
- Non fate il bambino - lo rimproverò Elissa. Si alzò. - Aspettate, vado a sentire cosa dice Seth.
- Non capisco - confessò Gleed, appena lei si fu allentata. - A sentire quel tizio della rosticceria, la loro tecnica è di trattarci a docce fredde per indurci ad andarcene. Ma lei... lei... - S'interruppe, cercando una definizione adatta. - È... a-gandiana.
- Affatto - precisò Harrison. - Hanno il diritto di dire «Mi rifiuto», nel senso in cui preferiscono, e quella ragazza non fa che esercitarlo.
- È vero, già. Non ci avevo pensato. Possono usarlo nei confronti nostri come dei loro concittadini.
- Appunto. - Harrison abbassò la voce. - Eccola che torna.
Riprendendo il suo posto, Elissa si aggiustò un poco i capelli e annunciò: - Seth ci servirà personalmente.
- Un altro traditore - osservò Gleed, ridendo.
- A una condizione - continuò lei: - Prima di andarvene, dovete avere un colloquio con lui.
- Non chiede molto - ammise Harrison. Poi gli venne un dubbio: - Non sarà per caso che toccherà a voi scaricare ob per tutti e tre, vero?
- Soltanto uno per il mio pranzo.
- E come mai?
- Seth ha delle idee tutte sue. Non è affatto tranquillo a causa degli antigand, come non lo sono gli altri. Ma ha l'istinto del missionario. Non è d'accordo che li si debba trattar male tutti. Pensa che si debbano mettere in fuga solamente quelli troppo stupidi o testardi per essere convertiti. - Sorrise a Gleed, che si sentì emozionato. - Seth pensa che ogni antigand intelligente è un gand in potenza.
- Ma che cos'è un gand, in effetti? - chiese Harrison.
- È un abitante di questo pianeta.
- Ma il nome da che cosa deriva? Dove l'hanno pescato?
- Deriva da Gandhi - spiegò lei. - Un antico terrestre. Quello che inventò l'Arma.
- Mai sentito nominare.
- Non mi sorprende.
- Ah, no? - Harrison era irritato al pensiero che lei lo credesse ignorante. - Allora lasciate che vi dica che noi terrestri abbiamo un'ottima istruzione...
- Calmatevi, Jim - disse lei, con voce dolcissima, posandogli una mano su un braccio. - Intendo dire che molto probabilmente Gandhi è stato eliminato dai vostri testi di storia. Avrebbe potuto farvi venire idee pericolose. E così non potete sapere quello che non avete avuto possibilità di studiare.
- Vorreste dire che i testi di storia terrestri sono censurati? Non ci credo.
- È un vostro diritto. Siamo liberi, no?
- Fino a un certo punto.
- Fino a quale punto?
- Un uomo ha dei doveri. E non ha il diritto di rifiutarli.
- No? - Lei inarcò le deliziose sopracciglia. - E chi definisce i doveri, lui stesso o qualcun altro?
- In genere i suoi superiori.
- I superiori - disse lei, con incredibile disprezzo. - Nessun uomo è superiore a un altro. Nessuno ha il diritto di definire i doveri altrui. Se sulla Terra qualcuno esercita questo impudente potere, è solo perché degli idioti, che amano la loro catena e baciano le loro manette, gliel'hanno permesso!
- Non dovremmo ascoltarvi, sapete? - protestò Gleed. - Siete ribelle quanto carina.
- Avete paura dei vostri pensieri? - lo stuzzicò lei, ignorando il complimento.
Il sergente arrossì. - Niente affatto. Ma... - la voce gli mancò perché Seth stava arrivando con tre piatti colmi e appetitosi, che posò sul tavolo.
- Ci vediamo dopo - disse Seth. Era un tipo di media statura, con i tratti taglienti, e gli occhi mobilissimi. - Ho qualcosa da dirvi.

Seth si unì a loro poco dopo la fine del pranzo.
Prese una sedia, si asciugò il sudore, li guardò con aria intenta.
- Che cosa sapete, voi due?
- Quanto basta per discutere - intervenne Elissa. - Si preoccupano dei doveri, di chi li definisce e di chi li esegue.
- Ed è logico - si difese Harrison. - Nemmeno voi potete sfuggire ai doveri.
- Voi dite? E in che senso?
- Questo mondo si basa su qualche strano sistema di obblighi reciproci. Come potrebbe una persona cancellare un ob, se non riconoscesse che è suo dovere, farlo?
- Il dovere non c'entra affatto - disse Seth. - Se anche fosse un dovere, ciascun uomo dovrebbe riconoscere i propri. Sarebbe un oltraggio che qualcun altro si permettesse di ricordarglieli e impensabile che qualcuno gli desse ordine di soddisfarli.
- Allora ci sarà chi se la passa molto bene, quassù - disse Gleed. - Da quel che vedo, nessuno, potrebbe impedirglielo. - Scrutò Seth, prima di domandare: - Come ve la cavate con un cittadino che non ha coscienza?
- È facilissimo.
- Raccontategli la storia di Jack l'Ozioso - propose Elissa.
- È una favola da bambini. I piccoli la conoscono a memoria. Una favola classica come quella di...
- Di Cappuccetto Rosso? - suggerì Harrison.
- Appunto - disse Seth, grato del paragone. - Questo Jack l'Ozioso arrivò qui dalla Terra da bambino, crebbe nel nostro mondo, capì il funzionamento del nostro sistema economico e pensò di fare il furbo. Decise di diventare uno scroccone. Fino a sedici anni se la cavò, perché era ragazzino e i ragazzini hanno la tendenza a scroccare. Noi tutti lo sappiamo e portiamo pazienza. Ma dopo i sedici anni, cominciò a trovarsi nei guai.
- E come? - domandò Harrison, interessato.
- Bighellonava per la città accollandosi ob verso tutti quanti. Le nostre città sono piccole, e tutti si conoscono... e si chiacchiera molto. Entro pochi mesi, l'intera città sapeva che Jack era uno scroccone, volontario e incorreggibile.
- Continuate - esortò Harrison, impaziente.
- A un certo punto, le fonti di pasti, vestiti e altri generi, si inaridirono. Dovunque Jack si presentasse, la gente lo accoglieva con un «Mi rifiuto». Jack non riusciva a ottenere più nulla ed era scansato da tutti. Ben presto cominciò a soffrire la fame. Arrivato agli estremi fece irruzione nella dispensa di un tale e finalmente si riempì lo stomaco.
- E cosa gli fecero?
- Assolutamente nulla.
- Ma era come incoraggiarlo a continuare così, no?
- E perché? - disse Seth, sorridendo. - C'era poco da incoraggiare. Il giorno dopo Jack aveva fame di nuovo, e si vide costretto a rubare ancora. E così per qualche giorno. Allora la gente divenne guardinga, mise la roba sotto chiave e montò la guardia. La situazione di Jack si faceva sempre più seria. Divenne così insopportabile che ben presto la cosa migliore per lui fu quella di abbandonare la città e trasferirsi in un'altra. E Jack così fece.
- E ricominciò a fare la stessa vita - disse Harrison.
- Con lo stesso risultato e per le stesse ragioni - ribatté Seth. - E di là si trasferì in una terza, una quarta, una ventesima.
- Ma intanto se la cavava - obiettò Harrison - con il solo disturbo di trasferirsi di tanto in tanto.
- No, amico mio. Le nostre città sono piccole, ma la gente viaggia molto da un posto all'altro. La voce si spargeva e in ogni città dove arrivava Jack era costretto ad accorciare sempre più il suo soggiorno. Non arrivò mai nella ventottesima città.
- No?
- Nella venticinquesima restò due settimane, nella ventiseiesima otto giorni, nella ventisettesima un giorno solo. E fu la fine. Sapeva che, appena avesse messo piede nella ventottesima, sarebbe stato immediatamente riconosciuto.
- E allora cosa fece?
- Tentò di vivere come una bestia selvaggia, cibandosi di bacche e di radici. Poi scomparve... e un giorno lo trovarono impiccato a un albero. Il suo corpo era scheletrito e coperto di stracci. E così finì Jack l'Ozioso, quando non aveva ancora vent'anni.
- Sulla Terra - disse Gleed con sussiego - non impicchiamo la gente solo perché è pigra e lazzarona.
- Nemmeno noi - continuò Seth. - Ma la incoraggiamo a impiccarsi. E così, per ognuno di loro che s'impicca, il mondo si ritrova migliore. - Li osservava, con aria divertita. - Ma non lasciatevi spaventare da una favola. Da quando sono al mondo, nessuno è mai ricorso a decisioni così drastiche. La gente fa onore ai suoi ob perché li considera una necessità economica e non per il senso del dovere. Nessuno dà ordini, nessuno assilla il prossimo, ma c'è una specie di mutuo consenso che fa parte della mentalità. O la gente sta onestamente al gioco... o soffre. E nessuno si diverte a soffrire, nemmeno il più sprovveduto.
- Già, forse avete ragione - disse Harrison, un po' turbato.
- Certo che ho ragione. Ma quello di cui volevo parlarvi, è molto più importante. Ditemi: qual è la vostra massima ambizione nella vita, dopo che vi sarete ritirati dal servizio spaziale? Non credo che potrete restarci in eterno, no?
- Non voglio pensarci - disse Harrison.
- Eppure dovrete farlo. Vi manca molto?
- Quattro anni-Terra e mezzo - disse Harrison.
- E a voi? - Seth guardò Gleed.
- Tre anni-Terra.
- Non è molto - disse Seth. - Del resto, me l'aspettavo. Una nave che si addentra così profondamente nello spazio ha in genere un equipaggio composto di veterani esperti, che sono quasi vicini alla pensione. Il giorno in cui quella nave toccherà di nuovo la Terra, per molti di voi sarà concluso l'ultimo viaggio, vero?
- Per me, sì - sospirò Gleed, tutt'altro che felice all'idea.
- In ogni modo, siete ancora piuttosto giovane - osservò Seth. - Immagino che vi comprerete un naviglio-spaziale privato e continuerete a scorrazzare per il cosmo per conto vostro.
- Non dite sciocchezze - scattò Gleed. - Il massimo che un riccone potrebbe permettersi è un battello per la Luna. E fare continuamente la spola tra la Terra e il satellite non è divertente, quando si è abituati a girare l'Universo in lungo e in largo. Nemmeno i miliardari possono pagarsi il lusso di una nave spaziale, sia pure piccola. Solo il governo può permetterselo.
- Per il «governo» intendete la comunità?
- In un certo senso.
- Ma allora cosa farete quando sarete in congedo?
- Io non sono come Orecchioni, qua - e Gleed accennò a Harrison. - Sono un soldato, non un tecnico. La mia scelta sarà limitata dalla mancanza di qualifiche. - Si grattò la testa, prese un'aria pensosa. - Sono nato e cresciuto in una fattoria. Me ne intendo di lavori agricoli. Mi comprerò un pezzetto di terra e mi sistemerò così.
- E ce la farete ad acquistarlo? - chiese Seth, che lo studiava attentissimo.
- Sulla Terra no, i miei risparmi non basterebbero a nulla. Ma su Igea, o Falder, o Norton's Pink Heaven... Certo, i prezzi della Terra, chi può permetterseli?
- Volete dire che non riuscireste ad ammucchiare un numero sufficiente di ob?
- Ecco, sì, per intenderci - disse Gleed, avvilito. - Nemmeno se risparmiassi fino all'ultimo giorno di vita!
- E questa sarebbe la ricompensa che vi dà la Terra dopo un lungo periodo di fedele servizio: abbandonare i vostri sogni, o andarvene?
- State zitto!
- Mi rifiuto - replicò Seth. - Perché credete che quattro milioni di seguaci di Gandhi se ne siano venuti quassù, e altra gente si sia trasferita su Igea, e via dicendo? Perché la ricompensa che la Terra offre a un buon cittadino è sempre stata, dai tempi dei tempi, lo stesso ordine perentorio: rinuncia, o vattene. E così, noi ce ne siamo andati.
- Però - interruppe Elissa - secondo i nostri libri di storia, la Terra a quell'epoca era eccessivamente popolata. Noi, andandocene, contribuimmo anche a migliorare le condizioni degli altri.
- Questo adesso non c'entra - disse Seth, e continuò, rivolto a Gleed: - Voi volete una fattoria. La vorreste sulla Terra, ma è impossibile. La Terra dice: «No! vattene!». Perciò, dovete farvela altrove. - Aspettò che le parole producessero il loro effetto, poi aggiunse: - Qui potete averne una senza la minima difficoltà. - Fece schioccare le dita. - Così!
- Non prendetemi in giro - pregò Gleed, che moriva dalla voglia di crederci. - Come sarebbe a dire?
- Su questo pianeta, ogni pezzo di terra appartiene alla persona che lo ha in possesso, alla persona che ne fa uso. Non dovete fare altro che cercarvi un pezzo di terra libero, e coltivarlo, e nessuno vi contesterà il diritto di proprietà finché continuerete a coltivarlo. Nell'attimo in cui comincerete a servirvene, sarà vostro. Nell'attimo in cui cesserete di usarlo e lo abbandonerete, chiunque avrà diritto di impossessarsene.
- No! - disse Gleed, incredulo.
- Sì! E per di più, se vi guardate attorno e avete un po' di fortuna, potete anche subentrare nella fattoria che qualcun altro ha abbandonato, per decesso, o per malattia, o per il desiderio di trasferirsi altrove, o per qualsiasi altra ragione. In questo caso, trovereste un terreno già dissodato, più la casa, la stalla, il granaio e tutto il resto. E sarebbe vostro, tutto vostro.
- E cosa dovrei dare, a quello che l'occupava prima di me?
- Niente. Nemmeno un ob. Che c'entra? Se non è sottoterra, vuol dire che l'ha lasciata per prendersi qualche altra cosa sempre gratuitamente. E quindi, perché dovrebbe reclamare qualcosa da voi?
- Non ha senso, questa storia. Per conto mio, il trucco dev'esserci. Sono sicuro che, in un modo o nell'altro, dovrei accollarmi una quantità di ob.
- Questo è logico. Voi avviate una fattoria. Un gruppo di gente del luogo vi dà una mano a costruire la casa. Naturalmente vi caricano di grossi ob. Il falegname vuole prodotti del suolo per la sua famiglia, per i prossimi due anni. Voi glieli date, e così vi sbarazzate dell'ob. Continuate a dargliene per un altro paio di anni, e così accollate un ob a lui. La prima volta che dovrete riparare una staccionata, o fare qualche altro lavoretto, lui verrà di corsa per diminuire il suo ob. E così con tutti gli altri che vi forniscono materia prima, sementi, attrezzi, o che fanno del lavoro per voi.
- E come posso regolare i conti con qualcuno che riceve già i prodotti da qualche altra fattoria?
- Niente paura. Questa persona trasferirà a voi qualche suo ob che non ha là possibilità di cancellare, e così, tutti felici e soddisfatti.
Gleed meditò su quelle informazioni. - Perbacco, mi tentate. Non dovreste farlo! È un crimine perseguibile tentare di allettare un soldato spaziale a disertare l'arma. È ribellione bella e buona. La Terra è molto severa in questi casi.
- Tanto piacere! - rise Seth. - Qui abbiamo le leggi gandhiane.
- Non dovete fare altro - suggerì Elissa, dolcemente persuasiva - che dire a voi stesso che dovete tornare alla nave, che è vostro dovere farlo, che né la nave né la Terra possono fare a meno di voi. Poi, considerarvi un uomo libero e dire: «Mi rifiuto» a tutti quelli che vi impartiscono ordini.
- Mi spellerebbero vivo! Bidworthy lo farebbe con le sue mani!
- Non credo - disse Seth. - Questo Bidworthy e tutto il resto dell'equipaggio si trovano nella vostra stessa situazione. Il suo avvenire presenta due sole uscite. Prima o poi, si ritroverà in viaggio verso casa, deluso per la vecchiaia che lo aspetta, oppure se ne andrà in giro con un furgone, fischiettando, a distribuire il latte della vostra fattoria... perché in fondo è quanto ha sempre desiderato di fare.
- Non conoscete Remigio Ligio - disse Gleed. - Ha un blocco d'acciaio al posto dell'anima.
- Strano - osservò Harrison. - Fino a oggi, avrei detto lo stesso di te.
- Sono fuori servizio. Ecco perché posso permettere al mio vero «io» di darsi alla pazza gioia. - Spostando indietro la sedia, si alzò. Aveva lo sguardo ostinato, la mascella serrata. - Ma ora ci ritorno... e subito.
- Sei in libertà fino a domani sera - protestò Harrison.
- Non me ne importa affatto. Preferisco tornare subito.
Elissa aprì la bocca per dire qualcosa, la richiuse a un segno di intesa di Seth. Rimasero tutti in silenzio mentre Gleed usciva con andatura decisa.
- Buon segno - mormorò Seth, stranamente soddisfatto. Ridacchiando, l'uomo si rivolse a Harrison. - E qual è la vostra aspirazione massima?
Anche Harrison si alzò, molto a disagio. - Grazie del pranzo. Era buono e ne avevo bisogno. - Fece un gesto scoraggiato verso la porta. - Lo raggiungo. Se lui torna a bordo, è meglio che ci torni anch'io.
Di nuovo Seth strizzò l'occhio a Elissa. I due non dissero nulla mentre Harrison si dirigeva verso l'uscita, e richiudeva piano piano la porta dietro di sé.
- Pecore - disse Elissa, delusa chissà per quale motivo. - Uno segue l'altro. Proprio come le pecore.
- Ti sbagli - disse Seth. - Sono esseri umani, animati dagli stessi pensieri e dalle stesse emozioni che animavano i nostri antenati, i quali non erano affatto pecore. - Giratosi verso il banco, fece cenno a Matt: - Portaci due shemak. - Poi, a Elissa: - Brindiamo alla loro conversione. Se vuoi sapere come la penso, quella nave non ha nulla da guadagnarci a fermarsi qui troppo a lungo.

Capitolo XII

Il sistema di altoparlanti dell'astronave sbraitava in tono imperioso: - Fanshaw, Folsom, Fuller, Garson, Gleed, Gregory, Haines, Harrison, Hope... - e così via, in ordine alfabetico. Molti nomi non rispondevano all'appello.
Di tanto in tanto, il secondo di bordo, Morgan, si affacciava sulla soglia della cabina di comando e urlava un nome già chiamato dagli altoparlanti. In genere, non otteneva risposta.
- Harrison - urlò Morgan. Con aria perplessa, Harrison entrò.
Il capitano Grayder sedeva dietro la sua scrivania e contemplava, seccato, la lista che aveva dinanzi a sé. Il colonnello Shelton si teneva da parte, rigido ed eretto, insieme al maggiore Hame. Entrambi avevano l'aria di chi tollera un cattivo odore mentre un idraulico poco esperto tenta invano di trovare la falla.
Davanti alla scrivania, l'ambasciatore camminava su e giù, mormorando a mezza voce: - Solo cinque giorni, e già il male è dilagato. - Si arrestò vedendo entrare Harrison, e subito lo investì: - Ah, siete qua. Quando siete rientrato a bordo?
- L'altra sera, signore.
- Prima del tempo, eh? Curioso. Come mai? Avete forato?
- No, signore. Non avevo portato con me la bicicletta.
- Ah, meno male - commentò l'altro - altrimenti, a quest'ora sareste a mille miglia da qui, e sempre intento a pedalare a più non posso.
- Perché, signore?
- Perché? E mi chiedete perché! È quello che vorrei sapere anch'io... perché? - Diede tempo all'ira di sbollire, e continuò: - In città siete andato solo o in compagnia?
- Ero con il sergente Gleed, signore.
- Chiamatelo - ordinò l'ambasciatore, guardando Morgan.
Morgan aprì la porta e urlò: - Gleed! Gleed!
Nessuna risposta.
Ancora una volta, fecero ricorso agli altoparlanti. Il nome risonò per tutto lo scafo, da prua a poppa. Gleed rifiutava di darsi presente.
- Ma è tornato a bordo? Grayder consultò l'elenco. - Sì. È rientrato ventiquattr'ore prima del previsto.
- Gleed - sbraitava Morgan all'esterno. Un attimo dopo fece capolino e annunciò: - Eccellenza, uno degli uomini dice che il sergente Gleed non può essere a bordo, perché lui l'ha visto in città circa un'ora fa.
- Mandatemelo qui. L'ambasciatore trattenne Harrison con un gesto impaziente. - Restate anche voi, e smettetela di agitare quelle orecchie. Non ho ancora finito con voi.
Un tipo alto e dinoccolato entrò e si guardò attorno, evidentemente ammaliato da quell'assemblea di pezzi grossi.
- Che cosa potete dirci del sergente Gleed? - lo aggredì l'ambasciatore.
L'altro si morsicò le labbra pentito di aver nominato il sottufficiale assente. - Ecco, vostro onore...
- Chiamatemi «signore»...
- Sì, vostro onore, signore. Era seduto in una di quelle lunghe vetture che sembrano autobus. M'è sembrato un po' strano, per la verità.
- Venite al sodo, presto! Che cosa vi ha detto, vi ha parlato?
- Non molto, signore. Sembrava piuttosto eccitato. Ha parlato di una giovane vedova che non ce la faceva a star dietro a duecento acri. Qualcuno gli aveva parlato di lei, e così aveva pensato di andare a vedere. - L'uomo esitò, si fece coraggio e concluse: - Ha detto anche che l'avrei rivisto in ceppi, o mai più.
- E non vi ha spiegato esattamente dove andava?
- No, vostro... ehm, signore. Gliel'ho domandato, ma ha fatto una faccia divertita e m'ha risposto: «Fift!». E così sono tornato alla nave.
- Va bene. Potete andare. - L'ambasciatore aspettò che il soldato uscisse, poi si rivolse ad Harrison: - Facevate parte del Primo turno?
- Sì, signore.
- Allora vi dirò una cosa, signor Harrison. Più di quattrocento uomini sono andati in città, e solo duecento sono rientrati. Di questi, quaranta sono ubriachi fradici, e dieci, chiusi nella stiva, non fanno che urlare: «Mi rifiuto», tutti in coro. Immagino che continueranno a urlare finché non gli sarà passata la sbornia.
Fissò Harrison, come se lo ritenesse responsabile di quell'ira di Dio. Poi riprese: - C'è qualcosa di paradossale in questa situazione. Posso capire gli ubriachi. C'è sempre qualcuno che si riduce così, quando va a terra. Ma dei duecento che sono ritornati a bordo, una metà è rientrata prima del tempo, proprio come voi. Le ragioni addotte erano sempre le stesse: la città è inospitale, sono stati trattati come se la gente nemmeno li vedesse, e a un bel momento si sono stancati e hanno fatto ritorno alla nave.
Harrison non fece commenti.
- Abbiamo perciò due reazioni diametralmente opposte. Un gruppo afferma che, piuttosto che restare in città, ha preferito rinunciare alle ore di permesso. L'altro trova la città talmente ospitale che ha deciso di disertare il servizio. Voglio una spiegazione. Dev'esserci per forza. Voi siete stato in città due volte. Che cosa potete dirci?
Guardingo, Harrison spiegò: - Dipende. Bisogna vedere se uno viene subito riconosciuto come terrestre, oppure no. Inoltre, bisogna vedere se si è imbattuto in qualche gand che preferisce tentare di convertirci, invece di cacciarci via. - Rifletté qualche secondo e aggiunse: - Le uniformi sono un pessimo fattore. Pare che i gand le detestino.
- Volete dire che sono allergici alle uniformi?
- Sì, signore.
- E perché?
- Non saprei, signore. Le giudicano un segno degradante, che indica sottomissione. I gand si compiacciono di esprimere la loro assoluta libertà individuale sfoggiando qualsiasi stranezza: dal codino agli stivali rosa.
- Li chiamate gand. Da dove hanno ricavato questo nome?
Harrison glielo spiegò, ripetendo quello che aveva appreso da Elissa. Gli sembrava di rivedere la ragazza e il locale di Seth, con i suoi tavolini invitanti, e il vapore che s'innalzava dietro il bancone, e gli odori appetitosi che arrivavano dai fornelli. Ora che la scena gli ritornava alla memoria, gli pareva che tutto l'insieme contenesse qualcosa di sottile e di vago, ma di essenziale, che la nave non aveva mai posseduto.
- E questo Gandhi - concluse - inventò quella che loro chiamano l'Arma.
- Hm! E dicono che fosse un terrestre, eh? Ma che aspetto aveva? Non avete visto un ritratto, una statua?
- Non hanno statue, signore, per lo meno statue commemorative. Asseriscono che nessuna persona è più importante di un'altra.
- Fesserie! - sbottò l'ambasciatore, che istintivamente respingeva quel punto di vista. - E non avete pensato a raccogliere qualche particolare, a domandare in quale periodo della storia venne inventata questa arma miracolosa?
- No, signore. Non mi sembrava che fosse importante.
- Eh, già! Ma dove vivete, domando io! Non voglio criticare la vostra abilità di tecnico spaziale, ma come agente di spionaggio siete un vero disastro.
- Mi dispiace, signore - disse Harrison.
«Ti dispiace? Ma sei matto!» bisbigliò qualcosa all'interno del suo cervello. «Perché dovrebbe dispiacerti? Lui è solo un ciccione pomposo che non saprebbe scaricare un ob nemmeno se ci provasse. Non è meglio di te. Se tentasse di montare la tua bicicletta, con quella pancia, chissà che ruzzolone farebbe. È solo uno dei tanti pelandroni terrestri. Digli: "Mi rifiuto!". Non avrai paura, per caso?»
- No! - disse Harrison, a voce alta ed enfatica.
Il capitano Grayder lo guardò, sorpreso. - Se cominciate a rispondere alle domande prima che vi vengano rivolte, farete meglio a consultare il medico. O abbiamo dei telepatici, a bordo?
- Stavo solo pensando - spiegò Harrison.
- Vi approvo - commentò, sarcastico, l'ambasciatore. Tirò giù due grossi volumi da uno scaffale, e cominciò a sfogliarli rapidamente. - Pensate pure, ogni volta che vi capiterà l'occasione di farlo. Finirete con l'abituarvi. È facile, vedrete.
Rimise a posto i volumi, ne tirò giù altri due, poi gridò al maggiore Hame che era il più vicino a lui: - E non statevene lì imbambolato, sembrate un pupazzo di museo militare. Datemi una mano, no? Voglio sapere chi è Gandhi, a costo di sfogliare tutta l'enciclopedia.
Hame si diede subito da fare con i volumi e così Shelton. Solo Grayder rimase al suo tavolo, a meditare sui disertori.
- Ah, eccolo, risale a circa seicento anni or sono. - L'ambasciatore fece scorrere il dito grassoccio sotto le righe. - Cittadino indiano, filosofo e uomo politico. Si oppose all'autorità con un piano ingegnoso definito disobbedienza civile. Gli ultimi seguaci scomparvero in seguito alla Grande Esplosione, ma ne esistono ancora su qualche pianeta fuori mano.
- Pare proprio di sì - commentò Grayder.
- Disobbedienza civile - ribatté l'ambasciatore, aggrottando la fronte. - Ma non possono farne una base sociale! Non ha senso.
- E invece sì - disse Harrison, dimenticando di aggiungere «signore».
- Osate contraddirmi, signor Harrison?
- Affermo un fatto.
- Eccellenza - intervenne Grayder - vi consiglierei...
- Lasciate decidere a me. - E l'ambasciatore, rosso come un papavero, zittì il capitano con un gesto irato. Continuava a fissare ferocemente Harrison.
- Vi rendete conto di non essere un esperto di problemi di economia sociale?
- Io vi dico che funziona - insistette Harrison, meravigliato lui stesso della propria sfrontatezza.
- Anche la vostra stupida bicicletta funziona. Avete una mentalità altrettanto scadente, ve lo dico io!
Qualcosa scattò dentro di Harrison, il quale si accorse di ribattere in tono categorico: - Non dite idiozie!
- Cosa?!
- Idiozie! - ripeté, sentendo che ormai non poteva più tirarsi indietro.
Precedendo l'ambasciatore che stava per scoppiare, Grayder si alzò con espressione severa, e fece appello a tutta la sua autorità.
- Harrison, siete consegnato! Uscite subito di qua!
Harrison uscì, con la mente in tumulto e l'anima stranamente soddisfatta.

Altri quattro giorni, lunghi e tediosi, passarono senza che accadesse nulla di nuovo. A bordo c'era scontento. Gli uomini del terzo e del quarto turno che non avevano il permesso di andare in città finché quelli del secondo non fossero rientrati al completo, diventavano sempre più impazienti. Un gruppetto stava appunto discutendo animatamente su quell'ingiustizia, quando Harrison passò con in mano una lettera.
- To', guarda quel tale che ha messo a tacere Sua Superbia l'ambasciatore ed è rimasto consegnato a bordo... Proprio come noi - osservò uno.
- È qui il bello - disse Harrison. - Meglio essere consegnati per un motivo che per nulla.
- Non durerà a lungo, vedrete! Non siamo disposti a rimanere qui in eterno. Prima o poi, faremo qualcosa.
- Per esempio?
- Ci stiamo pensando - rispose evasivo l'altro, che non si aspettava di sentirsi prendere in parola. Poi, notò la busta. - Che avete lì... la posta del mattino?
- Appunto - rispose Harrison. - È proprio una lettera.
- A chi volete darla a bere? Nessuno riceve posta in questa parte sperduta del cosmo.
- Io sì.
- E chi ve l'ha recapitata?
- Worrall me l'ha portata dalla città alcuni minuti fa. Un amico mio gli ha offerto la cena e gli ha dato la lettera da consegnarmi, per cancellare l'ob. - Sorrise, vedendo le facce sbalordite degli altri. - Conoscenze e prestigio, ecco che cosa ci vuole.
Seccatissimo, uno degli uomini osservò: - E perché Worrall può andare a terra? È un raccomandato di ferro, lui?
- In un certo senso. Ha moglie e tre figli.
- E con questo?
- L'ambasciatore pensa che di alcuni ci si possa fidare più che di altri. E così manda a terra i padri di famiglia a cercare informazioni sugli scomparsi.
- E hanno trovato qualcosa?
- Quasi niente. Dice Worrall che è solo una perdita di tempo. Hanno rintracciato qualcuno dei nostri, qua e là, hanno cercato di convincerli a tornare; ma quelli hanno risposto: «Mi rifiuto», i gand hanno aggiunto «Fift», e chi s'è visto, s'è visto.
- Deve esserci qualcosa in questa faccenda dei gand - osservò uno degli uomini, pensoso. - Non so cosa darei per vedere un po' con i miei occhi.
- È proprio quello che Grayder vuole impedire.
- Se ne accorgerà, Grayder, se continua a trattarci così! La nostra pazienza è al limite.
- Ma questo è ammutinamento! - disse Harrison, fingendosi addolorato. - Ragazzi, mi meraviglio di voi.
E proseguì lungo il corridoio. Raggiunse la sua cabina rigirando la busta ansioso di aprirla. Sperava che la lettera fosse scritta in calligrafia femminile. Stracciò la busta, guardò: no, calligrafia maschile.
La lettera, firmata da Gleed, diceva: «Non ti dico dove sono e cosa faccio... la lettera potrebbe cadere in mani estranee. Ti dico solo che sto per sistemarmi a meraviglia, mi occorre solo un po' di tempo per stringere i rapporti. Il resto, riguarda direttamente te».
Harrison si sdraiò sulla brandina e tenne la lettera bene in luce.
«Ho trovato un omino grasso che dirige un negozio vuoto. Sta lì senza far niente per ora, ma ho saputo che così facendo tiene occupata la proprietà. Lo fa per conto di una fabbrica che costruisce veicoli a due ruote: sai, quegli strani motocicli a ventilatore. La fabbrica ha bisogno di qualcuno che diriga il negozio, per la vendita e le riparazioni. L'omino grasso ha già avuto due proposte, ma da gente senza abilità ed esperienza tecnica. Quello che otterrà il posto pianterà un ob funzionale sulla città, e non chiedermi cosa voglia dire perché non lo so. In ogni modo, sembra fatta su misura per te. Il posto è tuo, se lo vuoi. Salta dentro insieme con me... l'acqua è calda!»
- Ma senti, senti! - mormorò Harrison. Poi, i suoi occhi caddero sulla nota a piè pagina.
«P. S. Seth ti darà l'indirizzo. P. P. S. Il posto dove mi trovo al momento è la città natale della tua brunetta e lei sta pensando di tornarci. Vuole vivere vicino a sua sorella. Lo stesso voglio fare io, amico! Se vedessi che sorella!»
Harrison rilesse la lettera tre o quattro volte, poi si alzò e cominciò a passeggiare per la cabina. Passeggiò a lungo, ponderando seriamente, poi uscì e si diresse zitto zitto nell'antimagazzino, dove restò un'ora a lustrare e oliare la sua bicicletta. Quando tornò in cabina, era già il crepuscolo. Estratta una sottile targhetta di tasca, Harrison l'appese a un gancio della paratia. Poi si sdraiò sulla cuccetta, e restò a contemplare la targa: L. M. R.
L'altoparlante della cabina fece udire un clic, poi una voce annunciò: - Tutto il personale si riunirà domattina alle otto, per ricevere istruzioni.
- Mi rifiuto - mormorò Harrison, e poco dopo si addormentò.

Grayder afferrò il microfono e ordinò: - Tutto il personale si prepari immediatamente per la partenza! - Poi staccò il ricevitore del citofono e parlò: - Chi è in linea? Il sergente maggiore Bidworthy? Sentite, sergente, c'è un gruppetto di uomini che gironzola fuori del portello di centro. Ordinate loro di risalire immediatamente a bordo... stiamo per partire. L'ambasciatore, vista la situazione, ha deciso il ritorno per riferire sugli sviluppi imprevisti.
Nel frattempo, le passerelle di poppa e di prua erano rientrate nelle loro apposite cavità. Quella di mezzo stava rientrando lentamente. Alcuni ufficiali zelantissimi, per impedire ulteriori fughe, avevano fatto risalire anche la scala a pioli, intrappolando così Bidworthy, e un buon numero di disertori dell'ultimo momento, a bordo dell'astronave.
Ostacolato dallo strapiombo di quindici metri, Bidworthy non poté fare altro che arrestarsi sull'orlo del portello e incenerire dall'alto il gruppetto rimasto a terra. I baffi gli tremavano di sdegno. Cinque degli individui che attiravano la sua fiera attenzione erano membri del primo turno. Uno di loro era il soldato Casartelli. Un soldato! Era troppo per Bidworthy. Il sesto era Harrison, completo di bicicletta, lustra e scintillante.
Fulminandoli uno a uno, Bidworthy gridò dall'alto: - Tornate a bordo. Non fate i furbi! Stiamo per partire!
- Hai sentito? - disse uno, urtando un altro con il gomito. - Torna a bordo. Se non sai saltare quindici metri, allarga le braccia e vola.
- Non fate gli spiritosi - tuonò Bidworthy. - Io ho i miei ordini da fare eseguire!
- Sentilo, prende ancora ordini! Alla sua età.
Bidworthy fece scorrere la mano lungo il bordo liscio del portello nella vana ricerca di un appiglio al quale ancorarsi per non cadere in preda a un attacco isterico.
- Vi avverto che se cercate di...
- Zitto, buffone!
- Risparmiati il fiato, Remigio - aggiunse Casartelli. - D'ora in poi, sono un gand. - Voltò le spalle e si allontanò rapidamente verso là strada. Altri quattro lo seguirono.
Mettendosi a cavalcioni della bicicletta, il sesto, Harrison, posò un piede sul pedale. Immediatamente la gomma di dietro si sgonfiò, con un rumoroso sibilo.
- Tornate indietro! - sbraitò Bidworthy, al quintetto che si allontanava. - Tornate indietro! - Faceva gesti strani, cercando di liberare la scala a pioli dai morsetti automatici che la trattenevano. Una sirena fischiò all'interno dello scafo, aumentando l'agitazione del sergente maggiore.
- Avete sentito? - Con espressione omicida, Bidworthy guardava Harrison, che calmo calmo aveva applicato la pompa a mano alla gomma posteriore. - Stiamo per decollare! Per l'ultima volta...
Di nuovo la sirena, questa volta in una successione di squilli brevi. Bidworthy fece un balzo all'indietro mentre la chiusura automatica del portello scendeva dall'alto. Il portello si chiuse ermeticamente. Harrison tornò a inforcare la bicicletta, ma rimase a guardare.
Il mostro di metallo vibrò da un'estremità all'altra, poi si sollevò lentamente, nel più assoluto silenzio. C'era qualcosa di grandioso nell'ascesa di quello scafo gigantesco. Un po' alla volta, la nave aumentò la velocità di decollo, salì sempre più rapida, divenne un giocattolo, un puntolino e, finalmente, scomparve.
Per un attimo, Harrison provò una punta di dubbio, un pizzico di rimpianto. Ma subito gli passò. Guardò verso lo stradone.
«La tua brunetta» aveva scritto Gleed. Harrison diede un'ultima occhiata intorno. C'era un enorme solco, lungo un miglio e profondo tre metri. In quel punto, c'erano stati, qualche giorno prima, duemila terrestri.
Poi, milleottocento.
Poi milleseicento.
Meno cinque.
- Ne resta uno solo - si disse Harrison.
Sospirò, alzò le spalle, posò un piede sul pedale e cominciò a correre allegramente verso la città.
E non ne rimase più nessuno.

FINE