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The Lost Treasures
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IL DIFFICILE RITORNO DEL SIGNOR CARMODY - Robert Sheckley

Capitolo I

Era stata una tipica giornata insoddisfacente. Il signor Carmody era andato in ufficio, aveva debitamente flirtato con la signorina Gibbon, dissentito rispettosamente dal signor Wainbock, e passato un quarto d'ora in compagnia del signor Blackwell, a discutere le prospettive della squadra calcistica I Giganti. Verso sera aveva polemizzato con il signor Seidlitz, con foga e assoluta incompetenza, sulla costante distruzione delle risorse naturali del paese e sulla dilagante e perniciosa invasione del cemento, degli scarichi industriali, dei campeggiatori e delle cartiere. Tutti, sosteneva lui, erano responsabili, in grado diverso, della rovina del paesaggio e dell'incessante devastazione delle oasi di bellezza naturale ancora esistenti.
- Vedo che hai studiato a fondo il problema - disse Seidlitz, con la sua faccia sarcastica di malato d'ulcera.
Non era affatto vero.
La signorina Gibbon, una ragazza carina ma un po' scarsa di cervello, aveva esclamato: - Oh, non dovreste dire una cosa simile, signor Carmody!
Che cosa aveva detto, e perché non avrebbe dovuto dirlo? Carmody non riusciva a ricordarlo, e così non poté scusarsi, pur restando con un vago senso di colpa.
Il signor Wainbock, un uomo pingue e mite, che era il suo capufficio, aveva detto: - Forse c'è qualcosa di vero in quello che dite, Carmody. Voglio studiarmi la cosa.
Carmody si rendeva perfettamente conto che c'era ben poco in quello che aveva detto, e che era del tutto inutile studiarlo.
George Blacknell, un tipo alto, asciutto, che parlava senza muovere il labbro superiore, aveva detto: - Mi hai convinto. Dovrebbero mettere Voss all'ala, e allora sì che avremmo un attacco decente!
Dopo ulteriore riflessione, Carmody decise che il provvedimento non avrebbe cambiato niente.
Carmody era un tipo tranquillo, di umore prevalentemente malinconico, con una faccia che rispecchiava bene il carattere elegiaco del suo temperamento. Superava di poco la media degli uomini comuni, sia in altezza, sia nella tendenza all'autocritica. Aveva il gusto della depressione. Era un ciclotimico, come spesso sono dopo i trent'anni gli uomini alti, con occhi da segugio e nelle vene una dose di sangue irlandese.
Giocava a bridge discretamente, anche se tendeva a sottovalutarsi. Ufficialmente era ateo, ma più per abitudine che per convinzione. Le sue ipotetiche incarnazioni, quali si sarebbero potute osservare nella Sala delle Potenzialità, erano uniformemente eroiche. Era una Vergine dominata da Saturno quando si trovava nella casa del Sole. Questo soltanto gli conferiva una certa originalità. Per il resto, condivideva il marchio di garanzia comune all'umanità: era prevedibile e insondabile al tempo stesso, un miracolo abituale.
Lasciato l'ufficio alle 5.45 prese la metropolitana diretta alla periferia della città. Alla fermata, e poi sulla vettura, venne spinto e urtato da una quantità di gente che lui avrebbe voluto considerare non abbiente, ma che in segreto gli pareva semplicemente sgradevole.
Scese alla stazione della Novantaseiesima Strada, e oltrepassò i pochi isolati che lo separavano da casa sua, in West End Avenue. Il portiere lo salutò allegramente e il ragazzo dell'ascensore gli fece un cenno amichevole con la testa. Aperta la porta del suo appartamento, entrò e si sdraiò sul divano. Sua moglie era in vacanza, a Miami, e lui ne approfittò per appoggiare impunemente i piedi sul ripiano del tavolino di marmo.
Un attimo dopo si udì uno scoppio di tuono, e un lampo di luce balenò al centro del soggiorno. Carmody si rizzò a sedere, e portò istintivamente le mani alla gola. Il tuono brontolò per alcuni secondi, poi fu sostituito da un peana di trombe. Carmody ritirò in fretta i piedi dal tavolino. Le trombe tacquero e furono rimpiazzate da un robusto suono di cornamuse. Un altro lampo, e un uomo apparve al centro della fonte luminosa.
L'uomo era di statura media, tarchiato. Aveva i capelli biondi e ricciuti, e portava un mantello dorato e ghette arancione. Sembrava normale, ma osservandolo attentamente si notava la mancanza delle orecchie. Fece due passi avanti, si fermò, allungò nell'aria vuota la mano che stringeva un rotolo di pergamena, svolgendolo con forza. Si schiarì la gola (col rumore di un cuscinetto a sfere sul punto di cedere per effetto combinato di peso e attrito) poi disse: - Salve!
Muto per lo sbalordimento, Carmody non rispose.
- Siamo venuti - disse lo sconosciuto - quale risposta fortuita a un desiderio ineffabile. Il vostro! Allora?
Lo sconosciuto aspettava una risposta. Carmody si convinse, attraverso espedienti noti a lui solo,che quello che gli stava succedendo non era uno scherzo della fantasia, e rispose in maniera del tutto aderente alla realtà.
- In nome di Dio che cos'è questa storia? - disse.
Sempre sorridendo, lo sconosciuto disse: - Si tratta di voi, Car-Mo-Dee! Dall'effluvio di ciò-che-è, avete vinto una porzione piccola ma significativa di ciò-che-potrebbe-essere. Rallegramenti, no? Specificamente: il vostro nome ha fatto il resto. Il fortuito è ancora giustificato e l'Indeterminatezza dalle rosee membra si rallegra con le labbra macchiate di droga mentre l'antica Costanza è nuovamente barricata nel suo Antro dell'Inevitabilità. Non è un motivo sufficiente? E allora, perché non lo fate?
Carmody si alzò in piedi, calmissimo. L'ignoto spaventa soltanto al primo momento. (Naturalmente il Messaggero lo sapeva.)
- E voi chi siete? - chiese Carmody.
Lo sconosciuto considerò la domanda e il suo sorriso svanì. - Quegli ottusi disgraziati - mormorò, più che altro a se stesso - mi hanno trasformato ancora nel modo sbagliato! Mi mutilerei per pura mortificazione... Che siano maledetti! Non importa, mi trasformo, mi adatto, divengo...
Lo sconosciuto si premette le dita sulla testa, affondandole per un buon cinque centimetri. Le sue dita si arcuarono come quelle di chi sta suonando su un pianoforte piccolissimo, e subito lui si trasformò in un uomo piccolo e tarchiato, con una calvizie incipiente, che indossava un completo spiegazzato, portava una cartella rigonfia, un ombrello, un bastone, una rivista e un quotidiano.
- Così va bene? - chiese, e subito si rispose: - Sì, lo vedo da me. - Poi continuò: - Devo chiedere scusa per il lavoro trascurato fatto dal nostro Centro di Similitudine. Non più tardi della settimana scorsa, sono comparso su Sigma IV sotto forma di pipistrello gigante, con la Notificazione in bocca, e poi ho scoperto che il mio destinatario era un componente della famiglia delle ninfee. E due mesi prima, naturalmente uso i termini dell'equivalente locale, mentre ero in missione a Thagma, il Vecchio Mondo, quegli sciocchi del Centro di Similitudine mi hanno trasformato in modo da farmi comparire sotto forma di quattro vergini, mentre il processo corretto era ovviamente...
- Non capisco una parola di quello che dite - l'interruppe Carmody. - Volete essere tanto gentile da spiegarmi di cosa si tratta?
- Certo, certo - disse lo sconosciuto. - Lasciatemi soltanto controllare i riferimenti locali... - Chiuse gli occhi, poi li riaprì. - Curioso, curioso davvero - mormorò. - Sembra che nella vostra lingua non esistano i contenitori di cui necessita il mio prodotto. Parlo in senso metaforico, naturalmente. Comunque, non tocca a me giudicare. L'inesattezza può essere piacevole esteticamente, è tutta questione di gusti.
- Ma insomma, si può sapere di cosa state parlando? - chiese Carmody, in tono minaccioso.
- Ecco, signore, si tratta della Lotteria Intergalattica, naturalmente! Voi siete uno dei vincitori, naturalmente! Questo è implicito nella mia apparizione, no?
- Non lo è affatto - disse Carmody. - E non capisco di che cosa stiate parlando.
Un'espressione dubbiosa si dipinse sulla faccia dello sconosciuto, subito cancellata come da una gomma invisibile. - Davvero? Ma certo! Probabilmente non speravate di vincere, e perciò avete cancellato questa possibilità dalla mente per evitare di considerarla... Che fortuna che io sia arrivato proprio nel momento della vostra ibernazione mentale! Ma vi assicuro che non è stato fatto con intenzione. La vostra scheda non è ancora pronta? Lo temevo. Allora vi spiegherò: voi, signor Carmody, avete vinto un premio alla Lotteria Intergalattica. I vostri coefficienti sono stati estratti dal Selettore a Caso per la Sezione Quarta Classe Trentadue delle Forme-Vitali. Il vostro Premio, un Premio splendido, ritengo, vi aspetta al Centro Galattico.
Carmody si ritrovò a ragionare tra sé in questi termini: O sono pazzo, o non lo sono. Se sono pazzo, posso respingere le mie illusioni e chiedere aiuto allo psichiatra; ma questo mi metterebbe nella posizione assurda di chi cerca di negare, in virtù di una logica oscura, quello che i suoi sensi sanno essere vero. Questo potrebbe complicare i miei conflitti, aggravando ancora dì più la mia follia, fino al punto da indurre la mia povera moglie a ricoverarmi in un istituto. D'altra parte, anche se accetto la presunta illusione come reale, potrei finire in un manicomio.
Se, d'altra parte, non sono pazzo, tutto questo sta succedendo realmente. E quello che sta succedendo realmente è un avvenimento strano, singolare, un'avventura di prima grandezza! Evidentemente, (se questo sta davvero accadendo) esistono nell'universo esseri di intelligenza superiore a quella umana, proprio come ho sempre sospettato. Queste creature tengono una lotteria in cui i nomi dei vincitori vengono estratti a caso. (Certamente hanno il diritto di farlo: non vedo perché una lotteria debba essere incompatibile con un'intelligenza superiore.) Insomma, in questa presunta lotteria è stato estratto il mio nome. È un'occasione fortunata e può darsi che la lotteria sia stata estesa per la prima volta alla Terra. E io ho vinto un Premio: un Premio che forse può darmi ricchezza, prestigio, donne, sapienza... tutto, o in parte, quello per cui vale la pena di vivere.
Quindi, tutto considerato, è meglio che io mi convinca di non essere pazzo e che vada a ritirare il Premio con questo signore. Se mi sono sbagliato, mi risveglierò in un istituto psichiatrico. Allora mi scuserò con i medici, dichiarando che riconosco la natura delle mie illusioni, e forse verrò dimesso.
Questo fu il ragionamento del signor Carmody, e questa fu la conclusione a cui Carmody arrivò. Non era una conclusione straordinaria. Oltre ai pazzi, pochissimi accettano la premessa della follia in favore di un'ipotesi nuova e sconvolgente.
Naturalmente nel ragionamento di Carmody c'erano alcuni elementi sbagliati, e in seguito questi avrebbero preso il sopravvento, ossessionandolo. Comunque, date le circostanze, bisogna dire che Carmody fu ammirevole per essere riuscito a mettere insieme un ragionamento anche se qualsiasi.
- Non capisco bene di cosa si tratti - disse al Messaggero. - Il mio Premio comporta qualche condizione? Sono obbligato a fare o a comprare qualcosa?
- Nessuna condizione - rispose il Messaggero. - O almeno nessuna che valga la pena di essere menzionata. Il Premio è gratuito. Del resto, se non fosse gratuito, non sarebbe un Premio. Se l'accettate, dovrete seguirmi al Centro Galattico, una gita che, in se stessa, vale la pena di fare. Là vi consegneranno il Premio; poi potrete, a vostro piacimento, riportarvelo a casa. Se avrete bisogno di aiuto per il viaggio di ritorno, vi assisteremo con ogni mezzo a nostra disposizione. Questo è tutto.
- Mi sembra soddisfacente - disse Carmody, nello stesso tono di Napoleone quando gli presentarono il piano di Ney per la battaglia di Waterloo. - Come ci arriveremo?
- Da questa parte - disse il Messaggero. E lo guidò dentro un armadio a muro dell'anticamera, di dove poi uscirono, attraverso una spaccatura nella continuità spazio-tempo.
Fu facilissimo. In alcuni secondi di tempo soggettivo, Carmody e il Messaggero attraversarono una distanza considerevole e arrivarono al Centro Galattico.

Capitolo II

Il tragitto fu breve e durò un'Istantaneità più un microsecondo quadrato. E non accadde niente di speciale, perché era impossibile compiere esperienze significative in un intervallo tanto breve. Perciò, dopo una transizione del tutto insignificante, Carmody si trovò in mezzo alle piazze ampie e agli edifici stranieri del Centro Galattico.
Rimase lì, immobile, osservando tutt'attorno, specialmente i tre soli, stelle nane e opache, che giravano l'uno attorno all'altro sopra la sua testa. Vide gli alberi, che borbottavano minacce vaghe agli uccelli dalle piume verdi appollaiati tra i rami, e notò anche molti altri particolari, che, per mancanza di punti di riferimento analoghi, non poté registrare.
- Oh! - disse infine.
- Prego? - disse il Messaggero.
- Ho detto oh! - disse Carmody.
- Ah, mi era sembrato che aveste detto puah.
- No, ho detto oh!
- Ho capito - disse il Messaggero, stizzito. - Vi piace il nostro Centro Galattico?
- È imponente - disse Carmody.
- Lo credo bene - disse il Messaggero, con aria disinvolta, - è stato costruito apposta per fare impressione. Personalmente, trovo che somiglia moltissimo a tutti gli altri Centri Galattici. L'architettura, se ci fate caso, è pressappoco del genere che si incontra dappertutto... Neo-Ciclopico, uno stile tipicamente governativo, privo di qualsiasi imperativo estetico, creato unicamente per fare colpo sugli elettori.
- Quelle scale galleggianti fanno un certo effetto... - disse Carmody.
- Teatrale - commentò il Messaggero con aria di sufficienza.
- E quegli edifici enormi...
- Sì, il progettista ha fatto un uso appropriato di curve policentriche e controcurve con punti di fuga e di raccordo - disse il Messaggero con aria esperta. - Ha pure utilizzato la deformazione dei contorni temporali per suscitare un senso di riverenza. Abbastanza piacevole, direi. Il progetto di quel gruppo di edifici lassù, se vi interessa saperlo, è stato preso in blocco da una mostra della General Motors, tenutasi sul vostro pianeta. È considerato un esempio notevole di Quasi Modernismo Primitivo; originalità e comodità sono le sue virtù principali. Quelle luci lampeggianti al primo piano del Multigrattacielo Mobile sono di puro stile Barocco Galattico. Non hanno alcun uso pratico.
Carmody non poteva afferrare l'intero gruppo di strutture in una sola volta. Quando ne inquadrava una, le altre sembravano mutare di forma. Sbatté più volte le palpebre, ma gli edifici continuavano a fondersi e a trasformarsi fuori dal suo campo visivo.
- Trasmutazione periferica - spiegò il Messaggero. - Questa gente non si ferma proprio davanti a niente.
- Dove potrò ritirare il mio Premio? - chiese Carmody.
- Dritto da questa parte. - E il Messaggero lo guidò, tra due fantastiche costruzioni torreggiami, verso un piccolo edificio rettangolare seminascosto dietro una fontana che funzionava all'inverso.
- Da qui dirigiamo tutto quanto - disse il Messaggero. - Ricerche recenti hanno dimostrato che la forma rettilinea ha un effetto calmante sulle sinapsi di molti organismi. Sono orgoglioso di questo edificio, a dire il vero. Vedete, ho inventato io il rettangolo.
- Al diavolo! - disse Carmody. - Noi l'abbiamo da secoli.
- E chi ve l'ha portato, la prima volta? - chiese l'altro, caustico.
- In fondo, non mi sembra poi una grande invenzione..
- Ah, no? Questo dimostra che siete poco informato. Confondete la complicazione con l'autoespressione creativa. Vi Tendete conto che la natura non produce mai un rettangolo perfetto? Il quadrato, sì, è alquanto frequente, lo ammetto, e a chi non ha studiato il problema, il rettangolo può forse sembrare un prolungamento naturale del quadrato. Ma non è così! L'evoluzione del quadrato è il circolo.
Gli occhi del Messaggero si fecero sognanti. Con voce bassa e remota, continuò: - Da anni sapevo che partendo dal quadrato erano possibili ulteriori sviluppi. Ci pensavo e ripensavo a lungo. La pazzesca identicità dei suoi elementi mi imbarazzava e mi sviava: lati uguali, angoli uguali. Per un po' provai ad alterare gli angoli. Così creai il primo parallelogramma, ma questa non la considero una grande conquista. Continuai a studiare il quadrato. La regolarità è piacevole, ma non quando è eccessiva. Come variare quell'identicità da scuotere la mente, pur conservandone le caratteristiche ricorrenti? Un giorno ci arrivai. In un lampo improvviso intuii che dovevo semplicemente variare la lunghezza dei due lati paralleli in relazione agli altri due. Tanto semplice e pur così difficile! Tremando, provai. Quando l'esperimento riuscì, lo confesso, fui preso da una specie di frenesia. Per giorni e settimane costruii rettangoli, di ogni proporzione e dimensione, regolari eppure tutti diversi. Ero diventato una cornucopia traboccante di rettangoli! Quelli sì, che erano bei tempi!
- Ci credo - disse il signor Carmody. - E in seguito, che successe quando il vostro sforzo venne riconosciuto?
- Anche allora fu entusiasmante - disse il Messaggero. - Ma passarono secoli prima che qualcuno prendesse sul serio i miei rettangoli. Divertente, dicevano, ma passata la prima novità, che resta? Un quadrato imperfetto, ecco che cosa resta! Io rispondevo che avevo creato una forma del tutto nuova e sobria, una forma inevitabile come quella del quadrato. Fui insultato e umiliato, ma alla fine il mio punto di vista prevalse. Ora ci sono almeno settanta miliardi di strutture rettangolari nella Galassia. Ciascuna di esse deriva dal mio rettangolo primordiale.
- Bene - disse Carmody.
- Comunque, eccoci arrivati - disse il Messaggero. - Entrate là. Presentate i dati richiesti, e ritirate il vostro Premio.
- Grazie - disse Carmody.
Entrò. Immediatamente nastri d'acciaio gli si avvinghiarono intorno alle braccia, alle gambe, alla vita, al collo... Un tale, alto, vestito di nero, col naso a becco e una cicatrice sulla guancia sinistra, si avvicinò a Carmody e lo guardò con espressione in cui si mescolavano gioia omicida e falso, viscido dispiacere.

Capitolo III

- Ehi! - gridò Carmody.
- E così - disse l'uomo in nero, - una volta ancora il criminale non sfuggirà al suo destino. Guardami, Carmody! Io sono il tuo carnefice! Ora pagherai per i tuoi delitti contro l'umanità e per quelli commessi contro te stesso. Ma lasciami aggiungere che questa esecuzione è provvisoria, e non implica nessun giudizio di valori.
Il carnefice fece scivolare un coltello dalla manica, e Carmody inghiottì, ritrovando improvvisamente la voce.
- Aspettate! - gridò. - Non sono qui per essere giustiziato!
- Lo so, lo so - disse l'uomo blandamente, sbirciando la giugulare di Carmody, al di sopra della lama del coltello. - Dicono tutti così.
- Ma è la verità! - strillò Carmody. - Devo ritirare un Premio!
- Un... che cosa?
- Un Premio, maledizione! Mi hanno informato che ho vinto un Premio. Chiedetelo al Messaggero che mi ha accompagnato qui per ritirarlo!
Il carnefice lo guardò attentamente, poi si voltò da un'altra parte, mortificato, e girò un interruttore su un quadro di controllo poco distante. Le strisce d'acciaio si trasformarono in nastri di carta. La tunica nera del boia diventò bianca, e il suo coltello si mutò in una stilografica. Sulla guancia, al posto della cicatrice spuntò una verruca.
- E va bene - disse poi il giustiziere senza neppure scusarsi. - Li avevo avvertiti che si poteva confondere il dipartimento dei Reati Meschini con l'Ufficio delle Lotterie, ma quelli non hanno voluto ascoltarmi. Gli sarebbe servito di lezione, se vi avessi ucciso. Sarebbe stato divertente, eh?
- Per me no - disse Carmody, turbato.
- Comunque, cosa non fatta, capo non ha - concluse l'Addetto ai Premi. - Se tenessimo conto di tutte le eventualità, presto rimarremmo senza eventualità di cui tenere conto... che cosa ho detto? Non importa, la frase è giusta, anche se le parole sono sbagliate. Ho il vostro Premio, qui, da qualche parte.
Premette un pulsante sul suo quadrato di controllo, e immediatamente nella stanza si materializzò una grande scrivania tutta in disordine: rimase sospesa a sessanta centimetri sopra il pavimento, poi piombò a terra con un tonfo sordo. L'Addetto aprì i cassetti e cominciò a estrarre fogli, panini imbottiti, carta carbone, schede e mozziconi di matita.
- Eppure, da qualche parte deve pur essere - disse con una nota di disperazione nella voce. Premette un altro pulsante, dopo di che quadro di comando e scrivania sparirono. - Povero me, ho i nervi a pezzi! - disse. Allungò una mano, trovò qualcosa a mezz'aria e l'agguantò. Evidentemente era il pulsante sbagliato, perché, con un urlo d'angoscia l'Addetto svanì. Carmody rimase solo nella stanza.
Rimase lì, in piedi, canticchiando tra i denti. Poi l'Addetto riapparve: non sembrava più desolato di prima, però aveva un livido in fronte e l'espressione mortificata. Sotto il braccio portava un pacchetto avvolto in carta a colori vivaci.
- Chiedo scusa per il contrattempo - disse. - Oggi va tutto di traverso.
Carmody tentò debolmente una battuta di spirito. - È questo il modo di amministrare una galassia?
- E come vi aspettavate che l'amministrassimo? Siamo soltanto esseri senzienti, sa!
- Io credevo che qui, al Centro Galattico...
- I provinciali sono tutti identici - disse l'Addetto in tono stanco - Pieni di irrealizzabili sogni di ordine e perfezione; nient'altro che proiezioni idealizzate della loro incompletezza! Ormai dovrebbero aver capito che la vita è qualcosa di disorganizzato, che il potere tende a disgregare piuttosto che a unire, e che più acuta è l'intelligenza, più riesce a complicare tutto. Lei avrà forse sentito parlare del teorema di Holgee: l'ordine è un puro e semplice raggruppamento di oggetti, primitivo e arbitrario, nel caos dell'universo, e se un individuo avesse intelligenza e poteri a livello del massimo grado, il suo coefficiente di controllo (considerato come il prodotto dell'intelligenza e del potere, ed espresso dal (simbolo ing) si avvicinerebbe al minimo, a causa della disastrosa progressione geometrica degli oggetti da includere nel controllo e che aumentano con la progressione matematica di Grasp.
- Non avevo mai considerato il problema sotto questo aspetto - disse Carmody educatamente, anche se cominciava a seccarsi della verbosità dei funzionari del Centro Galattico. Avevano sempre una risposta pronta, ma, in sostanza, non eseguivano mai il loro lavoro correttamente, e imputavano poi la colpa dei loro errori alle condizioni cosmiche.
- Ecco, anche questo è vero - disse l'Addetto. - Il vostro punto di vista (perdonate se mi sono preso la libertà di leggervi nella mente) è ben congegnato. Come tutti gli altri organismi, ci serviamo dell'intelligenza per spiegare le disparità. Ma il fatto è che le cose sono sempre un po' troppo al di là della nostra portata. Ed è anche vero che noi non facciamo tutto quello che potremmo; a volte svolgiamo il nostro lavoro macchinalmente, con trascuratezza, magari in modo sbagliato. Dati importanti vengono lasciati dove non dovrebbero stare, le macchine non funzionano a dovere, interi sistemi planetari vengono dimenticati. Ma questo dimostra soltanto che siamo soggetti all'emotività come tutte le altre creature, capaci, in misura piccola o grande, di autodeterminazione. Che volete farci? Qualcuno deve pur amministrarla, la galassia, altrimenti tutto si sfascerebbe. Le galassie sono lo specchio dei loro abitanti: finché ciascun essere e ciascuna cosa non saranno in grado di controllarsi da sé, è necessario un controllo esterno. Chi farebbe questo lavoro, se non ci pensassimo noi?
- Non si potrebbero costruire macchine apposite?
- Macchine! - esclamò l'Addetto in tono di scherno. - Ne abbiamo molte, alcune assai complesse. Ma anche le migliori sono come idioti sapienti. Vanno bene per i lavori semplici e noiosi come la costruzione di stelle o la distruzione di pianeti. Ma dategli da fare qualcosa di più consistente, come confortare una vedova, per esempio, e falliranno. Il più grande calcolatore della nostra sezione può costruire il paesaggio di un intero pianeta, ma non sa friggere un uovo o suonare una melodia, e di morale ne sa ancora meno di un lupacchiotto appena nato. Vi piacerebbe che la vostra vita venisse regolata da uh aggeggio simile?
- No di certo - disse Carmody. - Ma non si potrebbe costruire una macchina dotata di capacità creative e di giudizio?
- Qualcuno ci si è provato. Ne sono state progettate alcune capaci di apprendere attraverso l'esperienza, il che significa che devono fare degli errori prima di giungere alla verità. Ce ne sono di diverse forme e dimensioni, alcune addirittura tascabili.
I loro difetti saltano subito all'occhio, ma a quanto pare sono il necessario corollario delle loro capacità. Nessuno è riuscito finora a migliorarne il progetto di base, anche se ci si sono provati in molti. Questo dispositivo ingegnoso si chiama: vita intelligente!
L'Addetto sorrise con la compiacenza del coniatore di aforismi, e Carmody sentì una gran voglia di appiattirgli il naso con un pugno, ma si trattenne.
- Se la conferenza è finita - si limitò a dire, - vorrei il mio Premio.
- Eccovi accontentato - disse l'Addetto. Estrasse un grosso blocco da una tasca posteriore e porse una matita. - Prima dovete riempire questo modulo. Il vostro nome è Car-Mo-Dy, abitante sul Pianeta settantatré Ci. Sistema Bi Bi quattro cinque quattro Ci due cinque due. Quadrante Sinistro, punto di riferimento del Sistema Galattico Locale Elle Kappa per Ci Di, e siete stato scelto a caso tra due miliardi circa di concorrenti. Esatto?
- Se lo dite voi - rispose Carmody.
- Vediamo un po'... - L'Addetto scorse rapidamente il foglio. - Posso sorvolare tutta la chiacchierata riguardante l'obbligo di dichiarare che accettate il Premio a vostro rischio e pericolo, no?
- Ma certo.
- E poi c'è il paragrafo sulla Valutazione di Commestibilità, e la parte riguardante i Patti di Fallibilità Reciproca tra voi e l'Ufficio Lotterie del Centro Galattico, e la sezione sull'Etica Irresponsabile e, naturalmente, il Residuo di Conclusione Determinante. Ma si tratta di clausole standard e sono certo che le accetterete in blocco.
- Naturale, perché no? - disse Carmody, senza esitazione. Era ansioso di vedere il Premio del Centro Galattico, e sperava che l'altro tagliasse corto con i suoi cavilli.
- Benissimo - disse l'Addetto. - Adesso dovete soltanto notificare l'accettazione dei termini a questa parte del foglio sensibile al pensiero, qui in fondo, e tutto è fatto.
Non sapendo esattamente come fare, Carmody si limitò a pensare: Sì, accetto il Premio e le condizioni ad esso relative, e il fondo della pagina si colorò di rosa.
- Grazie - disse l'Addetto. - Il contratto stesso è testimone dell'accordo. Congratulazioni, Carmody. Ecco qui il vostro Premio.
Porse il pacchetto vivacemente confezionato, e Carmody, borbottato un ringraziamento, si accinse subito ad aprirlo. Comunque non andò lontano, perché fu interrotto all'improvviso, con violenza. Un ometto basso e calvo, vestito con abiti luccicanti, si precipitò nella stanza.
- Ah! - esclamò. - Vi ho preso con le mani nel sacco, per Klootens! Credevate davvero di potervela svignare con quello?
Gli si avventò contro, tentando di agguantare il Premio, mentre Carmody, col braccio alzato, lo teneva fuori della sua portata.
- Ma che vi piglia? - gridò Carmody.
- Che cosa? Sono venuto qui a ritirare il mio legittimo Premio. Sono Karmody!
- Niente affatto - disse Carmody. - Carmody sono io!
L'ometto si fermò un attimo e lo guardò con curiosità. - Sostenete di essere Karmody?
- Non lo sostengo, lo sono!
- Karmody del Pianeta settantatré Ci?
Non so cosa intendiate dire - rispose Carmody, - Noi lo chiamiamo Terra.
L'altro Karmody lo guardò, interdetto, mentre l'espressione di rabbia si stemperava nella sorpresa.
- Terra? - disse. - Mai sentita nominare. Fa parte della Lega Chlzeriana?
- No, che io sappia.
- Dell'Associazione Operatori Planetari Indipendenti? Oppure della Cooperativa Stellare Scagotine? O dell'Unione Abitatori dei Pianeti della Galassia? No? Il vostro pianeta è forse membro di qualche organizzazione extrastellare?
- Non credo.
- Lo sospettavo - disse il Karmody numero due. Poi, rivolto all'Addetto, aggiunse: - Guardatelo bene, idiota! Guardate la creatura a cui avete consegnato il mio Premio! Osservate gli occhi opachi e porcini, la mascella da bruto, le unghie spesse e dure!
- Ehi, calma - disse Carmody. - Non è il caso di offendere!
- Vedo, vedo - replicò l'Addetto. - Non l'avevo osservato bene prima. Voglio dire che è difficile aspettarsi...
- Diavolo! - disse l'altro Karmody. - Chiunque capirebbe a prima vista che questo essere non appartiene alla Forma Vitale di Classe Trentadue. Anzi, per essere precisi, non si avvicina neppure alla Classe Trentadue, non ha nemmeno la cittadinanza galattica! E voi, imbecille, avete consegnato il mio Premio a una nullità, a una creatura d'oltre confine!

Capitolo IV

- Terra... Terra... - ripeté, pensoso, il Karmody sconosciuto. - Mi sembra di ricordare il nome, ora. Di recente è stata fatta una ricerca sui mondi isolati e sulle caratteristiche del loro sviluppo. La Terra è stata indicata come pianeta abitato da una specie che ha l'ossessione di produrre. La manipolazione di oggetti è la sua caratteristica principale. Si prefigge di vivere in maniera autosufficiente, accumulando i prodotti di scarto. In breve, la Terra è un posto malato. Ritengo che verrà esclusa dal Piano Principale Galattico, per incompatibilità cosmica. In seguito, il luogo verrà bonificato e trasformato in un rifugio per asfodeli.
Ormai tutti i presenti capivano che si era trattato di un tragico errore. Il Messaggero fu richiamato e accusato d'inefficienza, per non essersi accorto di una cosa tanto evidente. L'Addetto continuò invece a proclamare la propria innocenza, adducendo in sua difesa varie considerazioni che nessuno prese in considerazione neanche per un istante.
Tra i responsabili chiamati a rapporto, c'era il Calcolatore delle Lotterie, che, per essere precisi, aveva commesso l'errore vero e proprio. Invece di scusarsi, il computer ammise subito il proprio sbaglio e se ne gloriò.
- Sono stato costruito con straordinaria precisione - dichiarò, - progettato per eseguire calcoli complessi e difficili, con la tolleranza massima di un errore su cinque miliardi di operazioni.
- E con questo? - chiese l'Addetto.
- La conclusione è evidente. Sono stato programmato per l'errore, ho fatto esattamente quello cui ero stato programmato. Non dovete dimenticare, signori, che per una macchina l'errore ha un valore etico, anzi, è l'unico valore etico. Una macchina perfetta è impossibile, e ogni tentativo di realizzarla sarebbe blasfemo. Qualsiasi forma di vita, anche quella limitata di una macchina, ha connaturato in sé l'errore: è una delle poche caratteristiche che la può differenziare dal determinismo della materia inerte. Le macchine complesse come me, occupano un posto ambiguo tra gli esseri viventi e quelli non viventi. Se non dovessimo sbagliare mai, saremmo odiose, immorali. Il funzionamento difettoso è, lo ammetto, il nostro modo di rendere omaggio a ciò che è più perfetto di noi, ma che tuttavia non si concede una perfezione visibile. Così, anche se l'errore non fosse divinamente programmato dentro di noi, noi sbaglieremmo spontaneamente, per dimostrare quel briciolo di libero arbitrio che, in quanto creature viventi, possediamo.
Tutti chinarono la testa perché il Calcolatore parlava di cose sacre.
Il Karmody numero due si asciugò una lacrima e disse: - Devo dargli ragione, sia pure a malincuore. Il diritto di sbagliare è fondamentale in tutto il cosmo. Questa macchina ha agito secondo dettami morali.
- Grazie - disse il Calcolatore, con estrema semplicità. - È quello che ho cercato di fare.
- Ma tutti gli altri voi - disse il Karmody straniero, - avete soltanto agito stupidamente.
- Questo è un nostro privilegio inalienabile - gli rispose il Messaggero. - La stupidità nello svolgimento delle nostre funzioni è la nostra forma di errore religioso. Per quanto umile, non va disprezzato.
- Siate così gentili da risparmiarmi la vostra religiosità insincera - disse Karmody. Poi si rivolse a Carmody e soggiunse: - Avete udito quanto è stato detto qui, e forse con la vostra oscura coscienza subumana avete compreso in parte i concetti principali.
- Ho capito benissimo - disse Carmody, secco.
- Allora sapete anche di possedere un Premio che avrebbe dovuto essere stato dato a me, e che perciò mi appartiene di diritto. Ho quindi il dovere di chiedervi di consegnarmelo, e ve lo chiedo.
Carmody stava per cedere. Ormai cominciava a essere stanco di quell'avventura e non aveva più la smania esagerata di tenersi il Premio. Voleva tornare a casa, sedersi e ripensare a tutto quanto era successo: voleva fare un sonnellino, scolarsi parecchie tazze di caffè e fumare una sigaretta.
Naturalmente gli sarebbe piaciuto tenersi il Premio, ma se c'erano tante complicazioni, non ne valeva la pena.
Stava per porgerlo al legittimo proprietario, quando sentì una vocina ovattata mormorare: - Non farlo!
Carmody diede una rapida occhiata attorno, e si rese conto che la voce era uscita dalla scatoletta avvolta in carta colorata, che lui teneva in mano.
- Svelto! - disse Karmody. - Non perdiamo altro tempo. Ho affari urgenti altrove.
- Per me può anche impiccarsi - disse il Premio a Carmody. - Io sono il tuo Premio e non c'è motivo perché tu debba rinunciare a me.
Questo dava alla faccenda una luce leggermente diversa. Comunque, Carmody decise di consegnare ugualmente la scatoletta, non volendo mettere sottosopra un ambiente straniero. La sua mano si era già protesa, quando Karmody parlò di nuovo.
- Datemelo subito, razza di lumaca anonima! In fretta, e con un sorriso di scusa su quel rudimento di faccia, altrimenti prenderò misure terribili contro di voi!
Carmody strinse i denti e ritirò la mano: l'avevano già menato per il naso anche troppo. Adesso, per non perdere la faccia, non avrebbe più ceduto.
- Per me potete anche impiccarvi - disse, ricalcando inconsciamente il modo di esprimersi del Premio.
Karmody si accorse immediatamente di avere sbagliato tattica. Si era concesso il lusso dell'ira e del sarcasmo, emozioni costose che in genere si permetteva di sfogare soltanto nell'intimità della sua caverna isolata acusticamente. Ma indulgendo a se stesso, aveva perso l'unica occasione di autosoddisfazione. Ora cercò di disfare quello che aveva fatto.
- Chiedo scusa per il mio tono battagliero di poco fa - disse a Carmody. - La mia specie ha una certa tendenza ad esternare i propri sentimenti, tendenza che a volte si manifesta tra forme deleterie. Dopotutto, Carmody, non è colpa vostra se appartenete a una forma di vita inferiore: non intendevo insultarvi.
- Non preoccupatevi - disse Carmody, magnanimo.
- Allora mi darete il Premio?
- Niente affatto.
- Ma caro signore, è mio, l'ho vinto io ed è più che giusto...
- Il Premio non è vostro - disse Carmody. - Il mio nome è stato scelto dalle autorità competenti, vale a dire dal Calcolatore delle Lotterie. Un Messaggero autorizzato mi ha portato l'avviso, e un Addetto ufficiale mi ha consegnato il Premio. Quindi i donatori legali, nonché il Premio stesso, mi considerano il vero beneficiario.
- Ben detto - disse il Premio.
- Ma mio caro signore! Avete sentito voi stesso il Calcolatore ammettere il suo errore! Perciò, se usate la logica...
- Siate più preciso - disse Carmody. - Il Calcolatore non ha ammesso il suo errore come un atto di negligenza o una svista; ha confessato il suo errore, che è stato commesso di proposito e con reverenza. Il suo errore, per propria ammissione, fu intenzionale, progettato con cura e perfezione per un motivo religioso che tutte le persone in causa devono rispettare.
- Questo tipo ragiona come un Borkista - disse Karmody senza rivolgersi a nessuno in particolare. - Chi non fosse bene informato, potrebbe credere che in questa faccenda operi una intelligenza, e non che si tratti di una successione lugubre e cieca di avvenimenti. Soffocherò gli acuti tenorili delle vostre argomentazioni col basso tonante di una logica irrefutabile!
Rivolto a Carmody, riprese: - Considerate la cosa: la macchina ha sbagliato di proposito, e su questo basa la sua difesa. Tuttavia l'errore sarà definitivo se voi accetterete il Premio. Perché, tenendovelo, voi perfezionate l'errore, e un atto pio compiuto con fini ambigui diventa criminoso.
- Qui vi volevo! - disse Carmody, calato ormai completamente nello spirito della questione. - Per sostenere il vostro punto di vista, voi considerate la semplice esecuzione transitoria dell'errore come il suo perfezionamento. Ma è evidente che non può essere così. Un errore esiste in virtù delle sue conseguenze, le uniche che possono dargli risonanza e significato. Un errore che non si perpetui non può affatto essere considerato tale. Un errore senza conseguenze, e reversibile, non sarebbe che una verniciatura superficialissima di pietà. Meglio non commettere nessun errore, che fare un atto di pia ipocrisia! E voglio aggiungere che rinunciare al Premio non sarebbe per me una gran perdita, dal momento che ne ignoro le virtù; ma il danno sarebbe davvero enorme per questa macchina virtuosa, per questo calcolatore scrupolosamente osservante, che attraverso l'interminabile succedersi di cinque miliardi di azioni corrette ha atteso di rendere manifesta l'imperfezione ricevuta da Dio!
- Bravo, bravissimo! - esclamò il Premio. - Ben detto! Assolutamente esatto e inconfutabile!
Carmody, a braccia conserte, squadrò lo sconfitto Karmody. Era orgoglioso di sé. È difficile per un uomo della Terra entrare, senza una debita preparazione, in un Centro Galattico. Le forme vitali più progredite che si incontrano là non sono necessariamente più intelligenti degli umani; nello schema generale, l'intelligenza non conta più dei lunghi artigli o degli zoccoli robusti. Ma gli extraterrestri hanno molte risorse, sia verbali che d'altro genere. Per esempio, alcune specie possono letteralmente staccare il braccio di un uomo, con le parole, e quindi spiegare la presenza dell'arto staccato. Di fronte a simili capacità, gli Umani della Terra hanno finito per provare un profondo senso di inferiorità, di impotenza e inadeguatezza. E poiché, generalmente, queste impressioni sono giustificate, il danno psichico viene intensificato in proporzione. Ne risulta, assai spesso, una completa paralisi psicomotoria e la cessazione di tutte le funzioni tranne quelle più automatiche. Un fenomeno del genere potrebbe essere curato soltanto cambiando la natura dell'universo, il che, naturalmente, non è pratico. Perciò, grazie al suo coraggioso contrattacco, Carmody poteva dire di aver affrontato e superato un rischio spirituale altissimo.
- Voi parlate bene - ammise Karmody con rancore. - Tuttavia avrò il mio Premio.
- Non l'avrete - disse Carmody.
Gli occhi dell'altro sprizzavano collera. L'Addetto e il Messaggero si ritirarono in fretta. Il Calcolatore delle Lotterie mormorò: - L'errore commesso per virtù non deve essere punito. - Poi si eclissò.
Carmody non si mosse, perché non avrebbe saputo dove andare. Il Premio mormorò: - Attento alle insidie nascoste! - e rimpicciolì, fino a diventare un cubetto di due centimetri per lato.
Uno strano ronzio uscì dalle orecchie di Karmody, e un alone violetto gli giocò intorno alla testa. Alzò le braccia, e gocce di acciaio fuso gli scesero lungo le dita. Fece un passo avanti con aria minacciosa, e Carmody non poté fare a meno di chiudere gli occhi.
Ma non accadde niente, e Carmody riaprì gli occhi.
In quel breve istante, Karmody aveva evidentemente riveduto il suo atteggiamento, e deciso di arrendersi; ora stava allontanandosi con un ghigno affabile dipinto in faccia.
- Dopo matura riflessione - disse con aria infida, ho deciso di rinunciare al mio diritto. Saper prevedere è importante, specialmente in una galassia disorganizzata come la nostra. Può darsi che ci si incontri ancora, oppure no, Carmody; non so che cosa sarebbe di maggior vantaggio per voi. Addio, Carmody. E felice viaggio!
E su queste parole pronunciate con enfasi sinistra, se ne andò in un modo che Carmody trovò curioso ma di grande effetto.

Capitolo V

- Bene - disse il Premio. - Credo che non vedremo mai più quella creatura disgustosa. Ora andiamo a casa tua, Carmody.
- Idea eccellente - disse lui. - Messaggero! Voglio tornare a casa!
- È un desiderio normale - disse il Messaggero. - E anche frutto di un sano realismo. Voi dovreste proprio andare a casa, e il più presto possibile.
- E allora portatemici!
L'altro scosse la testa. - Non è affar mio. Io avevo soltanto il compito di condurvi qui.
- E di chi è affare, allora?
- È affar vostro Carmody - disse l'Addetto.
Carmody ebbe la sensazione di affondare. Cominciava a capire, ora, perché Karmody avesse rinunciato tanto in fretta. - Sentite, signori - disse - perdonate la mia insistenza, ma ho assolutamente bisogno di aiuto.
- Benissimo - disse il Messaggero. - Datemi le coordinate e vi riporterò io, di persona.
- Le coordinate? Non ne so niente. È un pianeta chiamato Terra.
- Non mi interessa se si chiama Terra o Mare - disse il Messaggero. - Per potervi essere di aiuto, devo conoscere le coordinate.
- Ma se ci siete appena stato... - disse Carmody.
- Siete andato sulla Terra e mi avete portato qui!
- Così può sembrare a voi - spiegò il Messaggero con pazienza - ma la faccenda è alquanto diversa. Io ho semplicemente seguito le coordinate che mi sono state date dall'Addetto, che a sua volta le ha ricevute dal Calcolatore delle Lotterie. Là ho trovato voi, e vi ho portato qui.
- Ma non potreste riutilizzare le stesse coordinate?
- Potrei con estrema facilità. Ma adesso in quel punto non troverei niente. Sapete benissimo che la galassia non è statica. Tutto è in movimento nella galassia, ogni cosa si muove alla sua particolare velocità e alla sua maniera.
- Non è possibile calcolare, in base alle vecchie coordinate, l'attuale posizione della Terra?
- Non so fare neppure un'addizione, io - disse il Messaggero con orgoglio. - I miei talenti sono completamente diversi.
Carmody si rivolse all'Addetto. - E voi? E il Calcolatore delle Lotterie?
- Nemmeno io so far bene di conto - disse l'Addetto.
Il Calcolatore ricomparve nella stanza. - Io so fare splendide addizioni - disse - ma la mia funzione è limitata alla scelta e alla localizzazione dei vincitori delle Lotterie entro il mio margine di errore permesso. Ormai ho localizzato la Terra, infatti voi siete qui, e perciò mi è precluso il compito, teoricamente interessante, di scoprire le attuali coordinate di quel pianeta.
- Non potreste farlo almeno per favore? - implorò Carmody.
- Non ho nessun quoziente per i favori - rispose il computer. - Mi è impossibile trovare il vostro pianeta quanto mi è impossibile friggere un uovo o dividere in tre parti uguali una nova!
- Nessuno può aiutarmi, dunque? - disse Carmody.
- Non disperatevi - disse l'Addetto. - All'Aiuto del Viaggiatore possono accontentarvi in un batter d'occhio. Basta che diate le coordinate di casa vostra.
- Ma se non le conosco! - disse Carmody. Seguì un silenzio breve e pieno di emozione. Poi il Messaggero disse: - Se uno non conosce l'indirizzo di casa sua, come può pretendere che lo sappiano gli altri? Questa galassia forse non è illimitata, ma comunque è abbastanza vasta. Le creature che non conoscono la propria Posizione, non dovrebbero mai allontanarsi da casa.
- Quando l'ho fatto, tutto questo non lo sapevo - disse Carmody.
- Potevate chiedere.
- Non ci ho pensato... Insomma, voi dovete aiutarmi. Non deve essere poi tanto difficile scoprire dove si trova il mio pianeta!
- È terribilmente difficile, invece - disse l'Addetto. - Dove è solo una delle tre coordinate indispensabili.
- Quali sono le altre due?
- Bisogna sapere anche Quando e Quale. Noi le chiamiamo le tre Coordinate di Posizione.
- Per me potete anche chiamarle Stracchino - disse Carmody in un'improvvisa esplosione d'ira.
- Come fanno le altre forme vitali a ritrovare la strada di casa?
- Si servono di un istinto particolare - disse il Messaggero. - A proposito, voi siete certo di non averlo?
- Credo proprio di no.
- Ma certo che no! - sbottò il Premio, indignato.
- Questo poveretto non si è mai allontanato dal suo pianeta. Come poteva sviluppare un istinto del genere?
- È vero - disse l'Addetto, grattandosi il mento con aria infastidita. - Ecco che cosa succede a trattare con forme vitali inferiori. Al diavolo il Calcolatore e i suoi pii errori!
- Solo uno su cinque miliardi - disse il Calcolatore. - Non direi che è molto.
- Nessuno critica te - disse l'Addetto. - Nessuno ha intenzione di criticare chicchessia, per la verità. Ma dobbiamo decidere che cosa fare di lui.
- È una bella responsabilità - disse il Messaggero.
- Certo che lo è - concluse l'Addetto. - Cosa ne direste di farlo fuori e non pensarci più?
- Ehi! - gridò Carmody.
- Per me va bene - dichiarò il Messaggero.
- Se va bene per voi - disse il Calcolatore - va bene anche per me.
- Non contate su di me, però - disse il Premio.
- Non riesco ancora a mettere il dito sulla piaga, ma sono certo che in questa idea c'è qualcosa di sbagliato.
Allora Carmody spiegò, con veemenza, che non voleva morire e che non potevano ucciderlo; fece appello ai loro istinti più nobili e al loro senso della lealtà. Ma le sue osservazioni furono considerate tendenziose e vennero escluse dal rapporto.
- Aspettate. Ho un'altra idea - disse a un tratto il Messaggero. - Che ne dite di questa alternativa? Invece di ucciderlo, lo aiutiamo lealmente e con tutte le nostre forze a tornare a casa vivo e in buone condizioni fisiche e mentali.
- È una soluzione - ammise l'Addetto.
- Così - disse il Messaggero - compiremo un'azione esemplare, altamente meritoria e anche più meritevole in quanto del tutto inutile. Perché è evidente che con tutta probabilità morirà lungo il viaggio.
- È meglio sbrigarsi se non vogliamo che ci lasci la pelle mentre parliamo - disse l'Addetto.
- Cosa significa questo? - chiese Carmody.
- Ti spiegherò tutto in seguito - gli bisbigliò il Premio. - Supposto che ci sia un seguito. E se avremo tempo, ti racconterò anche una storia affascinante che mi riguarda.
- Pepatevi, Carmody! - gridò il Messaggero.
- Sono pronto, spero.
- Pronto o no, dovete andare! E andò.

Capitolo VI

Forse per la prima volta nella storia della specie umana, un uomo ebbe l'avventura di spaccare, realmente e nel senso letterale del termine, una prospettiva. A lui sembrò di non muoversi per niente: era tutto il resto che si muoveva. Il Messaggero e l'Addetto si fusero nello sfondo. II Centro Galattico si appiattì e venne ad assomigliare, indiscutibilmente, a un immenso affresco murale, di pessima fattura.
Poi una incrinatura si aprì in alto, nell'angolo sinistro dell'affresco, si allargò, e corse giù fino all'angolo destro opposto, in basso. I bordi dell'incrinatura si avvoltolarono all'interno, rivelando una tenebra totale. L'affresco, ovvero il Centro Galattico, si arrotolò su se stesso, come una tapparella, senza lasciare nessun relitto dietro di sé.
- Non preoccuparti, è tutto un gioco di specchi - disse il Premio.
La spiegazione preoccupò Carmody ancora più del fenomeno. Tuttavia mantenne un rigido controllo di sé e, ancora più, del Premio. La tenebra diventò assoluta, priva di suoni e di immagini, un paradigma dello spazio profondo. Carmody riuscì, chissà come, a sopportarla per tutto il tempo necessario.
Poi, bruscamente, la scena cambiò. Lui si ritrovò in piedi sulla terraferma, e respirò aria. Vedeva montagne brulle, colore delle ossa disseccate, e un fiume di lava indurita. Una debole brezza stagnante gli alitava in faccia. In alto, c'erano tre minuscoli soli rossi.
Quel posto sembrava anche più straniero del Centro Galattico; ma Carmody si sentì sollevato. Nei suoi sogni aveva già visitato posti simili: il Centro Galattico, invece, aveva la sostanza stessa degli incubi.
Improvvisamente si accorse, con sorpresa, di non stringere più in mano il Premio. Come aveva potuto perderlo? Si frugò addosso freneticamente, e notò un serpentello verde che gli stava attorcigliato intorno al collo.
- Sono io - disse l'animale. - Il tuo Premio. Solo che ho preso una forma diversa. La forma, vedi, è una funzione dell'ambiente globale, e noi Premi siamo stranamente sensibili agli influssi ambientali. Non devi allarmarti per questo. Io sono ancora con te, e insieme libereremo il Messico dalla odio; sa mano straniera del bel Massimiliano.
- Cos'hai detto?
- Ho usato una analogia - disse il Premio. - Vedi, dottore, malgrado la nostra elevata intelligenza, noi Premi non abbiamo un linguaggio nostro. E neppure sentiamo il bisogno di una lingua individuale, perché veniamo sempre concessi a stranieri di tutte le razze. La soluzione del problema linguaggio è semplicissima ma talvolta sconcertante: basta inserire un cavo di raccordo in uno dei vostri banchi associativi di idee, ed estrarne le parole di cui abbiamo bisogno per chiarire il nostro pensiero. Le mie parole te l'hanno chiarito?
- Niente è molto chiaro - confessò Carmody - ma credo di capire ugualmente.
- Bravo figliolo - disse il Premio. - Di tanto in tanto i concetti possono sovrapporsi un po', ma alla fine riuscirai sempre a decifrarli. In fin dei conti, si tratta di pensieri tuoi. Ho una storiella divertente da raccontarti a questo proposito, ma credo che dovrà aspettale. Sta per succedere qualcosa.
- Che cosa?
- Carmody, mon vieux, non c'è tempo per le spiegazioni. Forse non c'è neppure tempo per spiegare quello che devi assolutamente sapere per mantenerti in vita. L'Addetto e il Messaggero ti hanno gentilmente inviato...
- Quei bastardi assassini! - disse Carmody.
- Non devi condannare l'assassinio con tanta leggerezza - disse il Premio in tono di rimprovero.
- È un segno di superficialità. A questo proposito ricordo un ditirambo appropriato, che ti reciterò più tardi. Dov'ero rimasto? Ah, sì, l'Addetto e il Messaggero. Con meritevole scrupolo personale, quei due degni personaggi ti hanno mandato nell'unico posto della Galassia dove hai qualche probabilità, sia pur remota, di essere aiutato. Non erano obbligati a farlo, sai? Avrebbero potuto ucciderti all'istante per delitti futuri, oppure avrebbero potuto spedirti all'ultima posizione conosciuta del tuo pianeta, posizione in cui il tuo mondo sicuramente non si trova più. O avrebbero potuto estrapolare la più probabile posizione attuale e mandartici. Ma poiché sono cattivi estrapolatori, il risultato dei loro sforzi sarebbe stato con tutta probabilità pessimo. Vedi dunque...
- Si può sapere dove sono finito? - chiese Carmody. - E che cosa dovrebbe succedermi, qui?
- Stavo venendo al punto - disse il Premio. - Il pianeta si chiama Lursis, come forse è evidente. Ha un unico abitante, l'autoctono Melichrone, che è qui da tempi immemorabili e resterà qui per tempi inimmaginabili. Melichrone è un tipo singolare, è un autoctono senza pari: come specie è dotato di ubiquità, come individuo è diverso. Di lui è stato scritto: Ecco, l'eroe solitario, eponimo, che si unisce a se stesso intanto che si oppone furiosamente all'assalto di se stesso.
- Vai al diavolo! - urlò Carmody. - Parli come un sottocomitato del Senato e non dici niente!
- È perché sono turbato - gemette il Premio. - Grande Scott! E tu credi, amico mio, che io mi aspettassi una cosa del genere? Sono scosso, amico, sono davvero scosso, credimi, e sto solo cercando di spiegarti che, se non afferro io il timone, questa enorme, maledetta palla di cera precipiterà come un castello di corte!
- Carte - lo corresse Carmody con tono distratto.
- Corte! - strillò il Premio. - Amico, hai mai visto crollare un castello di corte? Io sì, e ti assicuro che non è un bello spettacolo.
- Dev'essere uno spettacolo da far accapponare la pelle! - rise Carmody smodatamente.
- Dominati - bisbigliò il Premio all'improvviso.
- Raccogliti nella pausa che rinvigorisce. Entra nella scia del personaggio altolocato. Perché adesso arriva Melichrone!
Carmody si sentì stranamente calmo. Osservò il paesaggio contorto, e non vide niente che non avesse già visto prima.
- Dov'è? - chiese al Premio.
- Melichrone sta evolvendosi per poterti parlare. Rispondigli coraggiosamente, ma con tatto. Non fare nessun accenno alla sua imperfezione. Assicurati...
- Quale imperfezione?
- Ricordati di tenere sempre presente il suo unico limite. E, soprattutto, quando lui pone la sua Domanda, rispondi con estrema attenzione.
- Aspetta - disse Carmody. - Non hai fatto altro che confondermi le idee. Quale imperfezione? Quale limite? E quale sarà la sua Domanda?
- Smettila di infastidirmi. Non posso più aspettare. E non posso più mantenere la coscienza. Ho ritardato la mia ibernazione fino al limite estremo della sopportazione, per amor tuo. Addio, amico, e non permettere che ti vendano centrifughe di legno.
Detto questo, il serpentello si avvoltolò su se stesso, si ficcò in bocca la punta della coda, e si addormentò.
- Maledetto virtuoso dell'evasione! - ringhiò Carmody. - E ti chiami Premio? Sei una moneta sugli occhi di un morto, ecco che Premio sei!
Ma il Premio ormai dormiva e non poteva, o non voleva, udire l'invettiva di Carmody. Del resto, non ci sarebbe stato davvero tempo per intavolare una discussione, perché un attimo dopo la montagna brulla che si ergeva alla sinistra di Carmody si trasformò in vulcano ribollente.

Capitolo VII

Il vulcano si scatenò emettendo pennacchi di fumo, eruttando fiamme, e lanciando accecanti palle di fuoco nel cielo di pece. Esplose in un milione di braci incandescenti, poi ciascun frammento si spaccò di nuovo più volte finché i cieli si accesero di gloria, facendo impallidire i tre piccoli soli.
- Guarda che roba! - disse Carmody. Pareva uno spettacolo pirotecnico messicano di Chapultepec Park, durante le feste di Pasqua, e lui ne era sinceramente impressionato.
Osservò le braci incandescenti cadere a terra e spegnersi in un oceano formatosi appositamente per riceverli. Nastri di fumo multicolori si contorcevano intrecciandosi fra loro, e le acque profonde sibilavano, trasformandosi in vapore che si addensava in nubi di forma bizzarra, per sciogliersi poi in pioggia.
- Ehi! - gridò Carmody. La pioggia scrosciava, obliqua, e subito si levò un gran vento che, unito all'acqua, formò un imponente tornado che avanzò in direzione di Carmody, in una spessa colonna nera dai riflessi argentei, con l'accompagnamento ritmico di tuoni assordanti.
- Adesso basta! - gridò Carmody.
Quando gli ebbe quasi lambito i piedi, la colonna si dissolse: vento e pioggia si dileguarono nel cielo, il tuono divenne un brontolio lontano e minaccioso e il tornado svanì. Si udì invece un suono di trombe e timpani, frammisto al gemito delle cornamuse e al lamento dolcissimo delle arpe. Il concerto aumentò sempre più di tono, trasformandosi in un inno di gloria e di benvenuto, che ricordava il commento musicale stereofonico di uno spettacolare film storico in cinemascope realizzato con grandezza di mezzi dalla MGM. Dopo un'ultima fantasmagorica esplosione di suoni, colori, luci, movimenti e varie altre cose, si fece silenzio.
Carmody, che al termine dello spettacolo aveva chiuso gli occhi, li riaprì giusto in tempo per vedere la fantasmagoria di suoni, colori, luci, movimenti e altre cose, trasformarsi nella imponente figura nuda di un uomo.
- Salve - disse l'uomo. - Sono Melichrone. Piaciuta la mia entrata?
- Ne sono rimasto sopraffatto - dichiarò Carmody, in tutta sincerità.
- Davvero? - disse Melichrone. - Veramente sopraffatto? Voglio dire, qualcosa di più che semplicemente impressionato? Voglio la verità! E niente riguardi per i miei sentimenti.
- Sul serio - disse Carmody. - Sono rimasto veramente sopraffatto.
- Davvero gentile da parte tua - disse Melichrone. - Quello che hai visto è una presentazione di Me Stesso. L'ho elaborata di recente. Credo, anzi sono convinto, che esprima qualcosa di me, no?
- Naturalmente! - disse Carmody, cercando di vedere che aspetto avesse Melichrone; ma la figura epica che gli si ergeva di fronte era di un nero lucente, perfettamente proporzionata, e priva di lineamenti. L'unica caratteristica distintiva era la voce: raffinata, ansiosa, leggermente lamentevole.
- In fondò, è assurdo fare a se stessi una presentazione imponente - disse Melichrone. - Tuttavia, questo è il mio pianeta. E se uno non si dà un po' di arie sul proprio pianeta, dove può farlo? Eh?
- È fuori discussione.
- Ne sei convinto?
- Ne sono convinto, in tutta sincerità. Melichrone meditò un poco su quelle parole, poi disse: - Grazie. Tu mi piaci. Sei una creatura intelligente e sensibile che non teme di dire quello che pensa.
- Grazie - disse Carmody.
- No, lo penso davvero.
- Allora io ti ringrazio davvero! - replicò Carmody, cercando di soffocare una leggera nota di disperazione nella sua voce.
- Sono felice che tu sia venuto - disse Melichrone. - Sono certo che potrai aiutarmi. Io sono una creatura dotata di grande intuito sai, e me ne vanto!
Carmody fu sul punto di rispondere che lui era venuto a chiedere aiuto, non a darne, e che comunque non era in condizioni di aiutare nessuno, dal momento che non poteva neppure aiutare se stesso in una necessità tanto essenziale ed elementare quanto quella di tornarsene a casa. Poi, per paura di disgustare Melichrone, decise di tacere, per il momento.
- Il mio problema - disse Melichrone - è connesso al mio stato. E il mio è uno stato singolare, unico, pauroso, curioso e significativo. Forse avrai sentito dire che questo pianeta mi appartiene. Ma non è tutto. Io sono l'unico essere vivente che possa resistere qui. Altri hanno cercato di installare colonie, hanno messo in libertà degli animali e piantato alberi. Tutto con la mia approvazione, naturalmente. Inutile! Ogni materia straniera, sempre, senza eccezione, una volta trasportata su questo pianeta si è dissolta in polvere finissima che infine i miei venti hanno soffiato via nello spazio. Tu cosa ne pensi?
- Strano - disse Carmody.
- Molto ben detto! - esclamò Melichrone. - Strano, è la parola giusta! Ma che ci posso fare? Nessuna forma vitale può germinare qui, tranne me e le mie estensioni. Quando me ne sono reso conto, ne sono rimasto sconcertato.
- Lo immagino.
- Sono qui da tempi immemorabili - disse Melichrone. - Per secoli sono stato soddisfatto di vivere semplicemente, come l'ameba, il lichene, la felce. Tutto era bello e semplice in quei giorni. Vivevo in una specie di Eden.
- Doveva essere meraviglioso - disse Carmody.
- A me piaceva - disse l'altro pacatamente. - Ma, naturalmente, non poteva durare. Scoprii l'evoluzione e mi evolsi, trasformando anche il mio pianeta per adattarlo al nuovo me stesso. Divenni molte creature, alcune non simpatiche. Conobbi mondi esterni al mio e feci esperimenti con le forme incontrate là. Vissi lontano per lunghe vite, varie quanto possono esserlo le forme vitali più progredite della Galassia, umanoide, chtherizoide, olichordica, eccetera. Mi resi conto della mia singolarità, e questa consapevolezza mi gettò in una solitudine che trovai insopportabile. Così non l'accettai. Entrai quindi in una fase maniacale, che si protrasse per alcuni milioni di anni. Mi trasformai in intere specie e permisi, anzi incoraggiai le mie specie a guerreggiare le une contro le altre. Conobbi il sesso e l'arte quasi contemporaneamente. Introdussi entrambi nelle mie specie e per un po' mi divertii moltissimo. Mi divisi in elementi maschili e femminili, ciascuno dei quali era costituito da un'unità discretamente autonoma, benché facesse ancora parte di me. E procreai, indulsi in perversioni, mi bruciai sul rogo, mi tesi imboscate, sottoscrissi trattati di pace con me stesso, mi sposai e divorziai da me stesso, sperimentai innumerevoli morti e nascite. E i miei elementi si dedicarono all'arte, a volte con risultati discreti, e alla religione. Naturalmente mi adoravano: era giusto, poiché per loro io ero la causa di tutte le cose. Ma io gli permisi perfino di credere nell'esistenza di esseri superiori, all'infuori di me, e di glorificarli. A quel tempo ero estremamente liberale.
- Atteggiamento molto generoso - disse Carmody.
- Ecco, io cerco sempre di essere generoso - disse Melichrone. - Potevo permettermelo. Per quanto riguardava questo pianeta, io ero Dio. Inutile menare il can per l'aia: ero l'essere supremo, immortale, onnipotente e onnisciente. Tutte le cose risiedevano in me... perfino le opinioni dissidenti su me stesso. Non cresceva neppure un filo d'erba che non fosse una parte infinitesimale del mio essere. Perfino le montagne e i fiumi erano plasmati su di me. Io ero la causa del raccolto e della carestia, io ero la vita nelle cellule di sperma, e io ero la morte nei bacilli della peste. Neanche un passero poteva morire a mia insaputa, perché io ero Colui che Lega e Colui che Scioglie, il Tutto e la Molteplicità, Colui che è Sempre Stato e Colui che Sempre sarà.
- Un personaggio importante - disse Carmody.
- Sì, certo - convenne Melichrone, con un sorriso compiaciuto. - Io ero la Grande Ruota nella Fabbrica di Biciclette Celeste, come cantò uno dei miei poeti. Era tutto davvero splendido! Le mie specie dipingevano quadri, io creavo tramonti. La mia gente scriveva sull'amore, io inventavo l'amore. Ah, che giorni meravigliosi! Se solo fossero durati!
- E: perché finirono? - domandò Carmody.
- Perché io crebbi - disse Melichrone con tristezza. - Per innumerevoli miliardi di anni mi ero rivelato nella creazione; ora cominciavo a porre domande alle mie creazioni e a me stesso. I miei sacerdoti chiedevano sempre di me, e discutevano tra loro sulla mia natura e i miei attributi. Li stavo ad ascoltare come uno sciocco. Fa sempre piacere ascoltare i propri sacerdoti che discutono, ma può diventare pericoloso. Anch'io cominciai a pensare alla mia natura e ai miei attributi. Meditai, mi abbandonai all'introspezione. Più ci pensavo, più mi sembrava difficile.
- Ma perché porre domande a se stesso? - chiese Carmody. - In fin dei conti eri Dio.
- Questo è il nocciolo del problema! Dal punto di vista delle mie creazioni, non esistevano problemi. Io ero Dio, agivo in modi misteriosi, ma la mia funzione era quella di nutrire e punire una specie di esseri che avrebbero avuto una volontà libera pur rimanendo della mia essenza. Per loro, tutto quello che facevo era giusto, poiché ero io a farlo. Vale a dire che le mie azioni erano, in ultima analisi, inesplicabili, anche le più semplici e le più ovvie, perché io stesso ero inesplicabile. O, per metterla in un altro modo, le mie azioni erano spiegazioni enigmatiche di una realtà globale che soltanto io, in virtù della mia divinità, potevo scorgere. Così dichiararono alcuni dei miei più importanti pensatori; poi soggiunsero che una comprensione più completa gli sarebbe stata concessa in cielo.
- Hai creato anche un paradiso?
- Certo. E anche un inferno - disse Melichrone, sorridendo. - Avresti dovuto vedere la loro faccia quando li facevo risorgere in un posto o nell'altro! Neanche i più devoti avevano veramente creduto nell'Aldilà!
- Doveva essere molto divertente.
- Lo fu, per un po', ma poi mi annoiai. Indubbiamente io sono vanitoso come tutti gli dei, ma la lode incessante ed esagerata finì per stancarmi al punto da farmi quasi impazzire. Per quale motivo, in nome di Dio, un dio dovrebbe essere lodato perché svolge la sua funzione divina? Tanto varrebbe lodare una formica perché compie ciecamente il suo dovere di formica! Questo stato di cose mi sembrò del tutto insoddisfacente. E io non conoscevo ancora perfettamente me stesso se non attraverso gli occhi prevenuti delle mie creazioni.
- E allora che cosa hai fatto? - chiese Carmody.
- Le abolii. Cancellai interamente la vita dal mio pianeta, gli esseri viventi e gli altri, e distrussi l'Aldilà. Francamente, avevo bisogno di riflettere.
- Oh! - disse Carmody, scosso.
- In un certo senso, tuttavia, non distrussi niente e nessuno - si affrettò a precisare Melichrone.
- Mi limitai semplicemente a raccogliere nuovamente in me i frammenti di me stesso. - Inaspettatamente rise, poi aggiunse: - C'erano anche dei tipi con lo sguardo stralunato, che parlavano sempre di raggiungere l'unione con me. Ora l'hanno raggiunta, questo è certo!
- Forse gli piace così - ipotizzò Carmody.
- Come fanno a saperlo? L'unione con me, significa me, e implica necessariamente la perdita della coscienza che potrebbe constatare lo stato d'unione. È la stessa identica cosa della morte, solo che ha un aspetto più simpatico.
- È tutto molto interessante - disse Carmody, ma mi sembrava di aver capito che ci fosse un certo problema...
- Esatto. Ci stavo arrivando. Ecco, io riposi la mia gente proprio come una bambina ripone le sue bambole. Poi mi sedetti (in senso metaforico!) a riflettere. L'unica cosa su cui potevo riflettere ero io, si capisce. E il vero problema riguardo a me era il seguente: che cosa dovevo fare? Dovevo essere nient'altro che Dio? Avevo tentato di esercitare la professione di Dio e l'avevo trovata troppo limitata: era un lavoro adatto a un egoista di gusti semplici. Doveva esserci qualcos'altro che potevo fare, qualcosa di più significativo e che permettesse di esprimere meglio la mia vera personalità. Di questo sono convinto. Ecco il mio problema. E questa è la domanda: che devo fare di me stesso?
- Ecco... - disse Carmody. - Ecco... dunque... Sì, capisco il tuo problema. - Si schiarì la voce e si grattò il naso penosamente. - Un problema del genere richiede una lunga meditazione.
- Il tempo, per me, non conta - disse Melichrone. - Ne ho all'infinito. Ma per te, mi spiace dirlo, non è così.
- Ah sì? E quanto tempo ho?
- Circa dieci minuti, secondo i vostri calcoli. Subito dopo è probabile che ti succeda qualcosa di molto spiacevole.
- Che cosa mi succederà? Che cosa posso fare perché non mi succeda?
- Lealtà per lealtà. Prima tu rispondi alla mia domanda, poi io risponderò alla tua.
- Ma se ho soltanto dieci minuti...
- La limitazione del tempo favorirà la concentrazione. Comunque, siccome questo è il mio pianeta, dobbiamo adeguarci alle mie norme. Ti assicuro che se fossi sul tuo pianeta, mi adeguerei alle vostre. Ragionevole, no?
- Credo di sì - mormorò Carmody, desolato.
- Nove minuti - disse Melichrone.
Come si fa a spiegare a un dio quale dovrebbe essere la sua funzione? Specialmente se, come Carmody, si è atei? Come trovare qualcosa di sensato da dirgli, specialmente quando si sa che i sacerdoti e i filosofi di quel dio hanno speso secoli studiando il problema?
- Otto minuti - disse Melichrone. Carmody aprì la bocca e cominciò a parlare.

Capitolo VIII

- Mi pare - disse Carmody - che la soluzione del tuo problema sia... sia... forse...
- Sì? - chiese Melichrone avidamente. Carmody non aveva idea di quello che stava per dire. Parlava, così, nella speranza disperata che l'atto stesso dell'esprimersi potesse generare un significato, poiché le parole hanno certamente un senso, e le frasi hanno anche più senso delle parole.
- Il tuo problema - continuò - è di trovare in te stesso un funzionalismo interno che abbia rapporto con una realtà esterna. Ma questa è forse una ricerca impossibile, in quanto tu stesso sei la realtà, e non si può trasferire se stesso all'esterno di sé.
- Posso, se voglio - disse Melichrone, cupo.
- Posso trasferire tutto quello che mi va, perché qui comando io. Essere un dio, non vuol dire che uno debba essere un solipsista.
- Vero, vero, verissimo - disse Carmody in fretta. Gli restavano forse ancora sette minuti. O sei? E che cosa sarebbe successo allo scadere del termine? - Quindi è chiaro che tu consideri insufficienti la tua Immanenza e la tua Presenza Interna; e lo sono effettivamente, poiché tu stesso, in qualità di Definitore, consideri tali questi attributi.
- Un buon ragionamento - disse Melichrone.
- Avresti dovuto fare il teologo.
- In questo momento sono un teologo - disse Carmody. Sei, cinque minuti? - Benissimo, che cosa devi fare, dunque?... Non hai' mai preso in considerazione la possibilità di fare della conoscenza sia interna sia esterna, ammesso che esista una conoscenza esterna, il tuo scopo?
- Sì, a dire il vero ci ho pensato - disse Melichrone. - Tra l'altro, ho letto tutti i libri della Galassia, sondato i segreti della Natura e dell'Uomo, esplorato il macrocosmo e il microcosmo, e così via. A proposito, avevo una certa predisposizione per apprendere, anche se in seguito ho dimenticato varie cose, il segreto della vita e il motivo segreto della morte, per esempio. Ma potrei impararle di nuovo, qualora mi andasse. Ho capito, però, che la cultura è una cosa arida e passiva, benché a volte riservi qualche sorpresa piacevole, e ho capito inoltre che la cultura non ha nessuna importanza particolare per me. Per essere sincero, trovo la mancanza di cultura quasi altrettanto interessante.
- Forse dovevi diventare artista - suggerì Carmody.
- Ho attraversato anche quella fase - disse l'altro. - Ho scolpito con la carne e con l'argilla, ho dipinto tramonti sulla tela e nel cielo, ho scritto libri con parole e libri con avvenimenti, ho fatto della musica sugli strumenti e composto sinfonie per la pioggia e il vento. I miei lavori erano buoni, credo, ma sentivo che sarei rimasto sempre un dilettante. La mia onnipotenza non mi permette l'errore e la mia comprensione del vero è troppo completa per permettermi di preoccuparmi seriamente della rappresentazione.
- Già... capisco - disse Carmody. (Certo non restavano più di tre minuti, ormai!) - Perché non diventare un conquistatore?
- Non ho bisogno di conquistare quello che già possiedo. E in quanto agli altri mondi, non li desidero. I miei attributi sono adatti al mio ambiente, che consiste di questo singolo pianeta. Il possesso di altri mondi mi obbligherebbe ad azioni innaturali. E inoltre, perché procurarmi altri mondi se non so che farmene nemmeno di questo?
- Vedo che hai già riflettuto molto - disse Carmody, sentendosi travolgere dalla disperazione.
- Certo. Non penso a nient'altro da diversi milioni di anni. Ho cercato uno scopo esterno a me stesso, eppure essenziale alla natura del mio essere. Ho cercato una direttiva, ma ho trovato soltanto me stesso!
Se la sua situazione non fosse stata disperata, Carmody avrebbe forse provato compassione per il dio Melichrone. Ma in quel momento era sconvolto. Sentiva il tempo sfuggirgli tra le dita, e i suoi timori si mescolavano assurdamente all'interesse per il dio che non aveva saputo realizzare se stesso.
«Allora gli venne un'ispirazione. Era semplice, lineare e aveva il pregio di risolvere sia il problema di Melichrone sia il suo; e quindi doveva essere un'ispirazione ottima. Che Melichrone l'accettasse era un'altra questione. Carmody poteva soltanto tentare.
- Melichrone - disse spavaldamente - ho risolto il tuo problema.
- Davvero? - disse Melichrone, eccitato. - Voglio dire davvero sul serio! Non lo dici forse perché se non trovi una soluzione che mi soddisfi sei destinato a morire tra settantatré secondi? Non ti sei per caso lasciato influenzare da questa circostanza?
- Ho permesso al mio fato incombente di influenzarmi - disse Carmody con dignità - soltanto nella misura in cui tale influenza era necessaria per risolvere il tuo problema.
- Oh! Va bene. Per favore, affrettati. Sono così emozionato...
- Lo vorrei tanto, ma non posso. È proprio impossibile che io spieghi tutto, se hai intenzione di uccidermi tra sessanta o settanta secondi.
- Io? Non ho nessuna intenzione di ucciderti! Santo cielo, mi credi un sanguinario? No, la morte che ti incombe addosso è un avvenimento esterno che non ha rapporto con me. A proposito, restano dodici secondi.
- Non sono sufficienti!
- Ma certo che lo sono. Questo è il mio mondo, e io controllo tutto qui, compresa la durata del tempo. Ho appena alterato la locale continuità spazio-tempo regolandola sui tuoi dieci secondi. È un'operazione abbastanza facile per un dio, anche se poi richiede una pulizia a fondo. Comunque, i tuoi dieci secondi consumeranno approssimativamente venticinque anni del mio tempo locale. È sufficiente?
- Più che sufficiente - disse Carmody. - Ed è molto gentile da parte tua.
- Non c'è di che - rispose Melichrone. - Ora, però, vorrei conoscere la tua soluzione.
- Benissimo - Carmody ispirò profondamente. - La soluzione del problema è insita nei termini del problema stesso. Non potrebbe essere diversamente; ogni problema deve contenere in sé i semi della sua soluzione.
- Hai detto deve? - domandò Melichrone.
- Sì - rispose Carmody.
- D'accordo. Per il momento accetto la premessa. Continua.
- Considera la tua situazione. Considera sia il suo aspetto interiore sia quello esteriore. Sei il dio di questo pianeta, ma solo di questo. Sei onnipotente e onnisciente, ma soltanto qui. Hai un'imponente cultura intellettuale e senti l'impulso a servire qualcosa all'infuori di te stesso. Ma i tuoi talenti sarebbero sprecati in un luogo diverso da questo, e qui ci sei soltanto tu.
- Sì, sì, la situazione è proprio questa! - esclamò Melichrone. - Ma non mi hai ancora detto che cosa devo fare per mutarla!
Carmody inspirò di nuovo, profondamente. - Ora te lo dico - disse. - Devi impiegare tutti i tuoi preziosi talenti, e impiegarli qui, sul tuo pianeta, dove daranno il massimo risultato, e impiegarli al servizio degli altri, poiché questo è il tuo desiderio più profondo.
- Al servizio degli altri?
- È chiaro - disse Carmody. - Salta all'occhio anche al più superficiale esame della situazione. Sei solo, in un universo molteplice, ma perché tu possa compiere azioni esterne ci deve essere un esterno. Tuttavia la tua essenza stessa ti impedisce di andare a quell'esterno. Perciò l'esterno deve venire a te. Quando verrà, quale dovrà essere l'atteggiamento di Melichrone verso di esso? Anche questo è evidente! Poiché sei onnipotente nel tuo mondo, non potrai essere aiutato né assistito, ma potrai aiutare e assistere gli altri. Questo è l'unico rapporto naturale fra te e l'universo esterno.
Melichrone ci pensò su, poi disse: - Il tuo argomento è senza dubbio valido, devo riconoscerlo. Ma esistono difficoltà. Per esempio, è raro che il mondo esterno venga da queste parti. Tu sei il primo visitatore che mi sia capitato di avere in due rivoluzioni galattiche e un quarto.
- Ci vuole pazienza - disse Carmody. - Ma la pazienza è una qualità che devi sforzarti di acquisire. Sarà più facile per te, perché il tempo è una variabile. E in quanto al numero dei visitatori, la quantità non intacca la qualità. Il numero, di per sé, non ha alcun valore. Un uomo, o un dio, deve fare il proprio lavoro, questo solo conta. Che tale lavoro richieda o mena un milione di operazioni, non fa nessuna differenza.
- Ma io sono al punto di prima, se ho un compito da svolgere e nessuno per cui svolgerlo!
- Modestia a parte, devo farti notare che hai me.
Sono venuto dall'esterno. Ho un problema da risolvere. Anzi, parecchi. Per me si tratta di problemi insolubili, per te... non so. Ma sospetto che metteranno a dura prova le tue facoltà.
Melichrone ci pensò su a lungo. Il naso di Carmody cominciava a prudere, ma lui resistette al desiderio di grattarselo. Aspettò in silenzio, e l'intero pianeta aspettò con lui che Melichrone decidesse.
Infine Melichrone alzò la testa nera come la pece, e disse: - Credo che ci sia davvero qualcosa di buono in quello che mi proponi!
- È gentile da parte tua dire questo - disse Carmody.
- Ma lo penso davvero! - disse Melichrone. - La tua soluzione mi sembra logica ed elegante. Inoltre, mi sembra che il Fato (che governa uomini, dei e pianeti) abbia voluto che accadesse questo: che io, un creatore, fossi creato senza problemi da risolvere, e che tu, una creatura, diventassi il creatore di un problema che soltanto un dio' potrebbe risolvere. E che tu vivessi per tutta la vita in attesa che io risolvessi il tuo problema, mentre io aspettavo qui da mezza eternità che tu mi portassi il tuo problema da risolvere!
- Non ne sarei affatto sorpreso - disse Carmody. - Volete sapere qual è il mio problema?
- L'ho già dedotto; Infatti, grazie alla mia intelligenza ed esperienza superiori, ne so molto di più sul tuo problema di quanto non ne sappia tu stesso. A prima vista, il tuo problema è come tornare a casa.
- Esatto.
- Invece, non è così, lo non uso i termini alla leggera. A prima vista, tu hai bisogno di sapere Dove, Quando e Quale è il tuo pianeta, e devi trovare il modo di arrivarci, e di arrivarci più o meno nelle stesse condizioni in cui ti trovi ora. Se anche questo fosse tutto, sarebbe già abbastanza difficile.
- Che altro c'è?
- Ecco, c'è anche la morte che t'insegue.
- Oh! - disse Carmody. All'improvviso sentì cedere le ginocchia, e Melichrone gentilmente creò per lui una sedia a sdraio, un sigaro Avana, una bottiglia di liquore, un paio di pantofole foderate di pelliccia e una giacca di pelle di bufalo.
- Comodo? - chiese.
- Comodissimo.
- Okay. Ora stai bene attento. Ti spiegherò la tua situazione in modo molto sintetico, utilizzando per questo solo un settore della mia mente, mentre il resto di me sarà impegnato nel compito non indifferente di trovare una soluzione attuabile. Ma dovrai ascoltarmi con la massima attenzione, e cercare di capire tutto subito perché abbiamo pochissimo tempo.
- Ma non avevi allungato i miei dieci secondi, facendoli diventare venticinque anni? - disse Carmody.
- Infatti. Ma il tempo è una variabile infida anche per me. Diciotto dei tuoi venticinque anni sono già trascorsi, e il resto sta trascorrendo con rapidità estrema. Attenzione, adesso! La tua vita dipende da questo.
- Va bene - disse Carmody. Si protese in avanti, tutt'orecchi, e tirò una boccata del suo sigaro. - Sono pronto.
- La prima cosa che devi capire - disse Melichrone - è la natura della morte implacabile che ti insegue.
Carmody dominò un brivido e si protese maggiormente per non perdere una parola.

Capitolo IX

- Il fenomeno essenziale di tutto l'universo - disse Melichrone - è che ogni specie ne divora un'altra. Non sarà simpatico, ma è così. Quella di nutrirsi è una necessità basilare, e la ricerca del cibo mette in secondo piano tutto il resto. Da questo concetto ha origine la Legge Predatoria, che può essere riassunta in poche parole: ogni specie, a prescindere dal grado di evoluzione, si ciba di una o più altre specie, e costituisce il nutrimento di una o più altre specie.
"Questo stato di cose determina una situazione universale che può venire aggravata o migliorata da svariate e molteplici circostanze. Per esempio, una specie residente nel proprio habitat può generalmente mantenersi in uno stato di Equilibrio, e vivere così una vita di lunghezza normale, malgrado le perdite inflittele dai suoi predatori. Questo Equilibrio è generalmente espresso con l'equazione Vincitore-Vinto, ovvero VV. Quando una specie o un membro di una specie, si trasferisce in un habitat estraneo, non suo, i valori VV cambiano necessariamente. Occasionalmente si verifica un temporaneo miglioramento della situazione Divoratore-Divorato della specie (VV uguale DD più 1). Più tipicamente si ha invece un peggioramento (VV uguale DD meno 1).
"A te è successo questo, Carmody. Hai abbandonato il tuo habitat naturale, e con lui i suoi normali predatori. Nessuna automobile può investirti, qui, nessun virus può insinuarsi nel tuo sangue, nessun poliziotto spararti per errore. Sei lontano dai pericoli della Terra, e immune da quelli delle altre specie galattiche.
"Ma il miglioramento (VV uguale DD più 1) sfortunatamente è soltanto temporaneo. La regola ferrea dell'equilibrio ha già cominciato ad affermarsi. Non puoi rifiutarti di cacciare e non puoi sfuggire alla caccia. La Predazione è la Necessità stessa.
"Avendo lasciata la Terra, sei una creatura unica, perciò il tuo predatore sarà unico.
"Il tuo predatore ha origine da una personificazione e materializzazione della legge universale. Questo predatore può nutrirsi esclusivamente di te, Carmody: è plasmato in modo da rispondere ed essere completamente alle tue caratteristiche. Anche senza vederlo, si può essere certi che le sue mascelle sono formate in modo da poter mordere quelle di Carmody, che le sue membra sono articolate in modo da poter afferrare e trattenere quelle di Carmody, che il suo stomaco ha la capacità unica e particolare di digerire Carmody, e che la sua personalità è progettata in modo tale da potersi avvantaggiare della personalità di Carmody.
"La tua situazione, Carmody, l'ha reso unico, perciò il tuo predatore è unico. È la tua morte che t'insegue, Carmody, e lo fa con una disperazione pari alla tua. Siete legati a filo doppio: se il predatore t'afferra, Carmody morirà; se invece tu sfuggirai ai pericoli normali del tuo mondo, il tuo predatore morirà d'inedia.
'Non posso dire altro, per aiutarti a sfuggirgli. Non posso prevedere i trucchi e i travestimenti di cui lui si servirà. Posso soltanto avvertirti che le probabilità sono sempre in favore del Cacciatore, anche se qualche volta la vittima si salva.
"La situazione è questa, Carmody. Mi hai capito?"
Carmody sussultò, come se si fosse svegliato di soprassalto da un lungo sonno.
- Sì - disse. - Non ho capito proprio tutto, ma l'essenziale, sì.
- Meno male - disse Melichrone - perché non c'è più tempo. Devi lasciare questo pianeta immediatamente. Nemmeno io sul mio pianeta, posso arrestare l'universale Legge Predatoria.
- Puoi farmi tornare sulla Terra?
- Avendo tempo sufficiente, probabilmente potrei - disse Melichrone. - Ma, naturalmente, con un tempo sufficiente, potrei fare qualsiasi cosa. Cosi, invece, è difficile. Tanto per cominciare, le tre variabili Dove, Quando, Quale devono essere risolte ciascuna con l'aiuto dell'altra. Dovrei determinare Dove si trova esattamente in questo momento nello spazio-tempo il tuo pianeta, poi dovrei scoprire quale delle innumerevoli varietà di Probabili-Terre sia la tua. Poi dovrei trovare la sequenza temporale in cui tu sei nato, per stabilire Quando. Poi bisogna tenere conto sia dell'effetto scorico sia del fattore raddoppiatore. Risolto tutto questo, potrei, con un po' di fortuna, reinserirti nella sua Particolarità (operazione incredibilmente delicata) senza rovinare l'intero meccanismo.
- Potresti farlo, per me? - chiese Carmody.
- No. Non c'è più tempo. Ma posso mandarti da Maudsley, un mio amico, che dovrebbe poterti aiutare.
- Un tuo amico?
- Amico, proprio, forse no, - disse Melichrone. - Più che altro un conoscente, benché anche questa definizione sia forse esagerata. Vedi, una volta, molto tempo fa, fui sul punto di lasciare il mio pianeta per compiere un viaggio. Se l'avessi fatto, avrei conosciuto Maudsley. Ma non partii, per diversi motivi, così, in realtà, non conobbi mai Maudsley. Tuttavia, entrambi sappiamo che se io avessi compiuto quel viaggio, ci saremmo incontrati e avremmo avuto uno scambio di idee, fatto un paio di discussioni, raccontato qualche barzelletta e finito poi per provare una certa simpatia reciproca.
- Mi sembra un rapporto alquanto debole, per poterci contare - disse Carmody. - Non potresti mandarmi da qualcun altro?
- Temo di no - disse Melichrone. - Maudsley è il mio unico amico. Gli incontri probabili rivelano le affinità proprio come gli incontri reali. Sono certo che Maudsley avrà cura di te.
- Ecco... - cominciò Carmody. Ma poi notò qualcosa di enorme, scuro e minaccioso che cominciava a prendere forma proprio dietro alla sua spalla sinistra, e capì che il suo tempo era trascorso.
- Me ne vado! - disse. - E grazie di tutto!
- Non è necessario che mi ringrazi - disse Melichrone. - Il mio dovere nell'universo è di servire gli stranieri. Buona fortuna, Carmody.
L'enorme forma minacciosa cominciava a solidificarsi, ma prima che il fenomeno si compisse, Carmody era scomparso.

Capitolo X

Carmody si ritrovò su un prato verde. Doveva essere mezzogiorno, perché uno splendente sole arancione stava proprio sopra la sua testa. Non molto lontano, una piccola mandria di mucche pezzate pascolava lentamente nell'erba folta. Dietro le mucche, Carmody scorse una scura frangia di foreste.
Si guardò attorno, lentamente. Era circondato da prati, ma subito dopo cominciava il fitto sottobosco. Un cane abbaiò. C'erano montagne, dall'altra parte; una lunga catena frastagliata, con cime incappucciate di neve, e lunghe nuvole grigie aggrappate ai versanti.
Con la coda dell'occhio, captò un lampo rosso. Si girò di scatto, e vide un animaletto che aveva l'aria di una volpe. La bestia lo guardò con curiosità, poi con un balzo si dileguò in direzione della foresta.
- È come sulla Terra - osservò Carmody. Poi si ricordò del Premio che da ultimo si era trasformato in un serpente verde in ibernazione. Si tastò il collo, ma il serpentello non c'era più.
- Eccomi qui! - disse il Premio.
Lui si guardò nuovamente attorno, e vide un piccolo paiolo di rame. - Sei proprio tu? - chiese, raccogliendolo.
- Certo che sono io! Non sai nemmeno riconoscere il tuo Premio?
- Sei talmente cambiato!
- Me ne rendo conto. Ma la mia essenza, il mio vero io, non cambia mai. Che cosa c'è?
Carmody sbirciò nel paiolo e per poco non lo lasciò cadere. Dentro aveva scorto il cadavere scuoiato e mezzo rosicchiato di un animaletto, forse un piccolo gatto.
- Che cos'hai lì dentro? - chiese Carmody.
- Il mio pranzo, se proprio vuoi saperlo - disse il Premio. - Ho mangiato in fretta un boccone durante il tragitto.
- Oh...
- Anche i Premi hanno bisogno di nutrimento di tanto in tanto - soggiunse lui, sarcastico. - E potrei aggiungere che hanno bisogno anche di un po' di riposo, di moderato movimento, di rapporti sessuali, di questa o quella droga, e di liberare gli intestini. Tu però non ti sei preoccupato di nessuna di queste mie esigenze, da quando ti sono stato assegnato.
- Veramente non me ne sono preoccupato neppure per me - disse Carmody.
- Hai anche tu queste necessità? - chiese l'altro, sorpreso. - Già, naturalmente, suppongo di sì. Curioso ma ti ho sempre considerato una specie di manichino, privo di esigenze.
- Proprio quello che avevo pensato io di te! - disse Carmody.
- Inevitabile, immagino. Ognuno tende a considerare uno straniero qualcosa di completamente solido e privo di viscere. Naturalmente alcuni stranieri sono così.
- Cercherò di soddisfare le tue esigenze - disse Carmody, provando un'improvvisa ondata di affetto per il suo Premio. - Lo farò non appena questa maledetta situazione si sarà risolta.
- Certo, vecchio mio. Perdona la ripicca. Ti dispiace se finisco il mio pranzo?
- Fa' pure - disse Carmody. Era curioso di vedere come fa un paiolo a divorare un animale scuoiato, ma quando si curvò a guardare, trovò lo spettacolo troppo disgustoso per sostenere la vista.
- Ah! Delizioso - disse il Premio. - Ne ho lasciato un pezzetto per te, se ti va.
- Grazie, ma in questo momento non ho appetito - disse Carmody. - Che cosa stai mangiando?
- Lo chiamano orithi. Voi lo considerereste una varietà di fungo gigante. Delizioso crudo, o stufato lentamente nel suo sugo. La varietà maculata di bianco è migliore di quella verde.
- Me ne ricorderò, nel caso mi imbattessi in uno di loro. Pensi che un Terrestre potrebbe mangiarne?
- Credo di sì - disse il Premio. - A proposito, se ti capitasse di farlo, ricordati di recitare una poesia prima di divorarlo.
- Cosa???
- Gli orithi sono eccellenti poeti.
Carmody deglutì faticosamente. Questo è il guaio con le forme vitali esotiche: proprio quando si pensa di averci capitò qualcosa, ci si accorge di non aver capito un bel niente. Invece, quando pensiamo di aver sbagliato tutto, all'improvviso loro si mettono ad agire in modo perfettamente comprensibile, lasciandoci disorientati. Infatti, decise Carmody, quello che rende gli stranieri tanto stranieri è il fatto che non lo sono mai completamente. All'inizio può divertire, ma dopo un po' dà sui nervi.
- Eeep - disse il Premio.
- Cosa?
- Ho ruttato. Scusami. Comunque devi riconoscere che ho trattato la faccenda con una certa abilità.
- Trattato cosa?
- Il colloquio con Melichrone, naturalmente.
- Tu? Diavolo, tu eri in ibernazione! Sono stato io a cavare d'impaccio tutti e due con le mie chiacchiere!
- Non per contraddirti - disse il Premio, - ma ti sbagli. Sono entrato in ibernazione soltanto per concentrare tutte le mie facoltà sul problema di Melichrone.
- Ma tu sei pazzo! Non sai cosa dici! - gridò Carmody.
- Ti ho detto semplicemente la verità - disse il Premio. - Pensa a quella lunga dissertazione dalla logica stringente e inconfutabile con cui hai stabilito il posto e la funzione di Melichrone nello schema generale.
- E con questo?
- Hai mai ragionato in quel modo, prima? Sei forse un filosofo?
- La filosofia era la mia materia preferita, alle superiori - disse Carmody.
- Capirai! - ghignò il Premio. - No, Carmody, tu non hai né le basi né l'intelligenza sufficienti per sostenere una dissertazione del genere. Guarda in faccia la realtà: era assolutamente al di sopra delle tue capacità.
- Non è vero! Possiedo capacità logiche assolutamente straordinarie!
- È quello che dicevo: straordinarie - disse il Premio.
- Ma è stata opera mia! Quei pensieri li ho maturati io!
- Come vuoi - disse il Premio. - Non sapevo che ci tenessi tanto, e poi non era certo mia intenzione sconvolgerti. Dimmi, sei mai andato soggetto a svenimenti o a inspiegabili crisi di riso o di pianto?
- No - disse Carmody, riacquistando il controllo di sé. - E tu non hai mai sognato ripetutamente di volare, o sperimentato sensazioni di santità?
- No di certo.
- Sicuro?
- Sicurissimo.
- Allora non è il caso di discutere oltre - disse Carmody, con un'assurda sensazione di trionfo. - Vorrei però sapere qualcos'altro.
- Cosa? - chiese il Premio, cauto.
- Qual era l'imperfezione di Melichrone a cui io non dovevo accennare? E qual era il suo unico limite?
- Credevo che fossero entrambi penosamente evidenti...
- A me no.
- Alcune ore di riflessione, e ci arriveresti subito.
- Al diavolo! - sbottò Carmody. - Dimmelo adesso.
- Benissimo - disse il Premio. - Melichrone zoppica: questa è la sua imperfezione. Si tratta di un difetto congenito, presente in lui sin dalle sue lontane origini, e che persiste attraverso tutti i mutamenti in forme analoghe.
- E il suo unico limite?
- Non potrà mai accorgersi di essere zoppo. In quanto Dio, gli è negata qualsiasi forma di conoscenza che implichi un paragone. Le sue creature sono fatte a sua immagine e somiglianza, il che, nei caso di Melichrone, significa che sono tutte zoppe. I suoi contatti con la realtà esterna sono rarissimi, e lui crede che l'essere claudicante sia uno stato normale e che le creature che non lo sono soffrano di un curioso difetto. A proposito, l'impossibilità di fare confronti, è una delle poche deficienze della divinità. Così la definizione primaria di Dio è improntata alla sua autosufficienza, che, qualunque ne sia la portata, è sempre interiore. Detto per inciso, il perfetto controllo di ciò è controllabile, e la perfetta conoscenza di ciò che è conoscibile, sono i primi gradini per diventare un dio, se mai tu volessi tentare l'impresa.
- Io? Tentare di diventare un dio?
- Perché no? - disse il Premio. - È un'occupazione come un'altra, nonostante l'etichetta aureolata. Non è facile, te lo assicuro, ma non più difficile che diventare un poeta o un ingegnere di valore.
- Secondo me, sei completamente pazzo - disse Carmody, provando il brivido improvviso di orrore religioso che tormenta gli atei.
- Niente affatto. Sono soltanto più informato di te. Ma adesso è meglio che ti prepari.
Carmody si guardò attorno rapidamente, e vide tre piccole figure avanzare lentamente attraverso il prato. Dietro a quelle, tenendosi a rispettosa distanza, venivano altri dieci personaggi.
- Quello al centro è Maudsley - disse il Premio. - È sempre molto occupato, ma può darsi che abbia tempo di scambiare due parole con te.
- Ha qualche limite o difetto, per caso? - chiese Carmody, sarcastico.
- Se anche ne ha, non sono certo rilevanti. Con Maudsley si tratta in modo del tutto diverso, e si devono affrontare problemi di tutt'altro genere.
- Sembra un essere umano - disse Carmody mentre il gruppo si avvicinava.
- Ha lo stesso aspetto - convenne il Premio, - ma in questa parte della Galassia l'aspetto umanoide è comune.
- Come devo trattare con lui?
- Non saprei dirtelo con esattezza. Maudsley è troppo straniero perché io possa capirlo o prevedere le sue reazioni. C'è però almeno un consiglio che posso darti: fa' il possibile per attrarre la sua attenzione e impressionarlo con la tua umanità.
- Questo è naturale.
- Forse, ma non semplice come sembra. Maudsley è un essere terribilmente occupato, con una quantità di cose in mente. È un ingegnere valentissimo e appassionato. Ma è molto distratto, specialmente quando sta sperimentando un nuovo progetto.
- Non mi sembra poi tanto grave.
- Non lo è... per Maudsley. E lo si potrebbe considerare alla stregua di un divertente tallone di Achille, se non fosse che lui tende sempre a considerare ogni cosa come materia prima per i suoi progetti. Un mio conoscente, Denver Harding, andò da lui qualche tempo fa per invitarlo a una festa. Ma il povero Denver non riuscì ad attirare la sua attenzione.
- E che cosa accadde?
- Maudsley lo inserì in uno dei suoi progetti. Senza alcuna malizia, naturalmente. Adesso il povero Denver è trasformato nei tre pistoni e nell'albero a camme di un motore a quattro tempi, e lo si può ammirare nei giorni feriali, al Maudsley Museum delle Applicazioni dell'Energia Storiche.
- Ma è spaventoso! - disse Carmody. - Nessuno può farci niente?
- Nessuno se la sente di attirare l'attenzione di Maudsley su questo particolare. Maudsley detesta ammettere un errore e può diventare assai poco simpatico quando si sente criticato.
Evidentemente il Premio si accorse dell'espressione di Carmody, perché si affrettò ad aggiungere: - Ma non devi spaventarti per questo! Maudsley non è affatto cattivo, anzi si può dire che abbia un cuore grande così. Gli piace essere lodato, come del resto piace a tutti, però detesta l'adulazione. Devi limitarti a parlare forte e farti notare, ammirare evitando l'insincerità, esprimere le tue riserve per quello che non ti piace, pur senza ostinarti nella critica. Insomma, comportati con moderazione tranne quando sia richiesto chiaramente un atteggiamento più deciso.
Carmody avrebbe voluto dire che quel consiglio non serviva praticamente a nulla, anzi era controproducente, perché aveva contribuito soltanto a innervosirlo. Ma non ce ne fu il tempo. Maudsley era lì, alto, canuto, nella sua giacca di pelle, e discuteva animatamente con i due uomini in abito da passeggio che lo accompagnavano.
- Buon giorno, signore - disse Carmody con fermezza. Fece un passo avanti, ma dovette scartare bruscamente per non essere investito dal terzetto assorto nella discussione.
- Brutto inizio - mormorò il Premio.
- Chiudi il becco - bisbigliò Carmody di rimando. E con un senso di tristezza, si affrettò a seguire il gruppo.

Capitolo XI

- Sarebbe questo, eh, Orin? - chiese Maudsley.
- Sì, signore, questo - rispose serio Orin, l'uomo alla sua sinistra, sorridendo con orgoglio. - Che cosa ve ne pare, signore?
Maudsley si voltò lentamente e passò in rassegna il prato, le montagne, il sole, il fiume, la foresta. La sua faccia non tradiva nessuna espressione. - Cosa ne pensate, Brookside? - chiese.
Con voce tremula, Brookside azzardò: - Ecco, signore, penso che Orin e io abbiamo fatto un lavoro discreto. Un lavoro niente male, signore, se si considera che era il nostro primo progetto indipendente.
- Concordate in questo giudizio, Orin? - chiese Maudsley.
- Certamente, signore - assicurò Orin. Maudsley si inchinò a strappare un filo d'erba.
Lo annusò, e lo gettò via. Pestò un poco il terreno sotto i piedi, poi fissò per alcuni istanti il disco fiammeggiante del sole. Con voce misurata, dichiarò: - Sono sbalordito, veramente sbalordito. Ma il mio sbalordimento è di natura tutt'altro che piacevole. Vi avevo affidato l'incarico di costruire un mondo per uno dei miei clienti e ve ne uscite con una cosa del genere! E voi due avreste il coraggio di proclamarvi ingegneri?
I due aiutanti non risposero. Si erano irrigiditi come scolaretti in attesa delle vergate.
- Ingegneri! - ripeté Maudsley, convogliando nella parola una buona dose di chilogrammetri di disprezzo. - Tecnici dotati di senso pratico, oltre che di spirito di iniziativa, in grado di costruire un pianeta nel luogo e nel tempo desiderati. Le riconoscete queste parole?
- Figurano nel volantino pubblicitario - disse Orin.
- Appunto - confermò Maudsley. - Ora, quest'affare, secondo voi, sarebbe un esempio di costruzione pratica e originale?
Entrambi gli uomini tacevano. Poi, Brookside proruppe: - Ecco, signore, secondo me, sì. Abbiamo esaminato con cura i particolari del lavoro. La richiesta era per un pianeta tipo trentaquattro Bi Ci quattro, ma con alcune varianti. Ed è esattamente quanto abbiamo costruito. Questo è soltanto un angolo dell'insieme, s'intende. Ciononostante...
- Ciononostante, quello che avete fatto lo vedo benissimo e lo giudico secondo il suo valore - interruppe Maudsley. - Orin! Che specie di apparato termico avete usato?
- Un sole del tipo zero cinque, signore - disse Orin. - Quanto di meglio risponde a tutti i requisiti termici.
- Lo credo bene. Ma questo, ve ne ricorderete, spero, era un mondo in economia. Se non teniamo bassi i costi, non ne caviamo nessun guadagno. E la voce più grossa che figura tra i singoli costi è proprio l'apparato termico.
- Ce ne rendiamo conto, signore - disse Brookside. - Nemmeno noi eravamo entusiasti di dover usare un sole tipo zero cinque per un sistema di pianeti singoli. Ma i requisiti di calore e di radiazione...
- Possibile che dame non abbiate imparato proprio niente? - gridò Maudsley. - Questo tipo di stella è del tutto superfluo. Voialtri, là... - Fece segno agli operai di avvicinarsi. - Tiratela giù.
Gli operai accorsero con una scala pieghevole. Uno la tenne ferma e un altro cominciò a spiegarla, dieci volte, cento volte, un milione di volte. Altri due uomini correvano su per i pioli con la stessa velocità con cui la scala si spiegava.
- Attenti nel maneggiare l'astro! - gridò Maudsley ai due. - Usate i guanti, mi raccomando. È roba che scotta!
I due operai in cima alla scala staccarono la stella, la ripiegarono per benino e la riposero dentro una bella scatola imbottita con scritto: STELLA - MANEGGIARE CON CURA.
Come il coperchio si chiuse, tutto diventò nero.
- Possibile che nessuno abbia un filo di buon senso, qui? - urlò Maudsley. - Accidenti a tutti! Sia la luce!
E così, sui due piedi, la luce fu.
- Sta bene così - brontolò Maudsley. - Quel sole tipo zero cinque può tornare in magazzino. Per un lavoretto come questo, andrà benissimo una stella tipo Gi tredici.
- Ma signore - obiettò Orin innervosito - non scalda a sufficienza.
- Lo so - disse Maudsley. - Ed è qui che dovete usare il vostro spirito di iniziativa. Se avvicinate un po' di più la stella, vedrete che scalderà, e come!
- Sì, signore, scalderà - ammise Brookside. - Però emetterà raggi Pi Erre che non avranno spazio sufficiente per disperdersi senza fare danno. E questo potrebbe far morire l'intera razza che dovrà venire ad abitare il pianeta.
Lentamente, scandendo le parole, Maudsley disse: - Brookside, state per caso insinuando che le stelle di tipo Gi tredici sono pericolose?
- No, non intendevo dire questo esattamente. Volevo dire che possono essere anche pericolose, proprio come qualsiasi altra cosa dell'universo, se non vengono prese le debite precauzioni.
- Va già meglio - borbottò Maudsley.
- Le debite precauzioni - continuò Brookside - comportano, in questo caso, la necessità di indossare tute di piombo protettive del peso di venticinque chili, su per giù. Non sarebbe molto pratico, visto che l'esemplare medio di questa razza pesa soltanto quattro chili.
- Ci penseranno loro - tagliò corto Maudsley.
- Non tocca a noi insegnargli come devono regolarsi per vivere. Di questo passo, tutte le volte che inciamperanno in un sasso messo da me sul loro pianeta, la colpa sarà mia? E poi, non hanno nessun bisogno di portare tute di piombo. Possono acquistare uno dei miei accessori facoltativi, uno schermino solare che annulli l'effetto dei raggi Pi Erre.
Entrambi i tecnici sorrisero, imbarazzati. Poi Orin azzardò timidamente: - Ritengo, signore, che si tratti di una specie di quelle un po' sottosviluppate. Forse non potranno permettersi la spesa di uno schermo solare.
- Be', magari in seguito, se non subito - disse Maudsley. - Del resto, le radiazioni Pi Erre non sono letali all'istante. Anche con le radiazioni, quella gente potrà contare su una durata media di anni che si aggira, mi pare, sul nove virgola tre, il che dovrebbe essere sufficiente per chiunque.
- Sì, signore - convennero i due assistenti, non troppo convinti.
- Continuiamo - disse Maudsley. - Qual è l'altezza di quelle montagne?
- In media, novecento metri sopra il livello del mare - disse Brookside.
- Vale a dire, quattro o cinquecento metri più del necessario - disse Maudsley. - Cosa credete, che le montagne crescano sugli alberi? Abbassarle, abbassarle, e quello che avanza farlo riportare subito in magazzino.
Brookside estrasse un taccuino e annotò il ritocco da apportare. Maudsley continuava ad andare su e giù, guardando e aggrottando la fronte.
- Quegli alberi, quanto tempo dovrebbero durare?
- Ottocento anni, signore. Sono l'ultimo modello di Meloquercia, il più perfezionato. Danno frutti, ombra, noci, bibite rinfrescanti, tre diverse utilissime fibre, forniscono un eccellente materiale da costruzione, trattengono bene il terreno e...
- Avete deciso di farmi fallire? - urlò Maudsley. - Duecento anni sono più che sufficienti per un albero! Siringate via buona parte del loro elan vital e immagazzinatelo nell'accumulatore di forza esistenziale!
- Ma così non riusciranno a compiere tutte le loro funzioni designate, signore - protestò Orin.
- E voi riducete le funzioni! Ombra e noci saranno più che sufficienti, non c'è nessunissimo bisogno di fare di più. Cos'è che gli diamo, alberi o cassette del tesoro? E quelle mucche, chi è stato ad avere l'idea di metterle là?
- Io, signore - disse Brookside. - Ho pensato che il posto avrebbe preso un... un aspetto più accogliente, ecco.
- Deficiente - disse Maudsley. - Il momento di fare apparire accogliente un pianeta è prima della vendita, non dopo! Questo è stato venduto vuoto, non arredato. Rimettete subito quelle mucche nel serbatoio del protoplasma.
- Sì, signore - disse Orin. - C'è altro?
- Ci saranno come minimo altre diecimila cose che non vanno - disse Maudsley. - Ma quelle le troverete da voi, voglio sperare. Quest'affare, per esempio, che roba è? - aggiunse indicando Carmody. - Una statua? A che serve? Deve cantare una canzone o recitare una poesia all'arrivo della nuova razza?
- Signore, io non faccio parte di questo mondo - precisò Carmody. - Mi manda un vostro amico, Melichrone, e sto soltanto cercando di trovare la strada del mio pianeta...
Era evidente che Maudsley non sentiva nemmeno una parola di quello che Carmody stava dicendo. Tant'è vero che mentre Carmody si affannava a spiegare, lui stava dicendo: - Qualunque cosa sia, non era contemplato nel preventivo del pianeta, perciò rimettetelo nel serbatoio del protoplasma, insieme alle altre mucche.
- Ehi! - urlò Carmody, mentre gli operai lo afferravano per le braccia sollevandolo da terra. - Ehi, un momento! Io non faccio parte di questo pianeta! Mi ha mandato Melichrone! Fermi, aspettate, statemi a sentire!
- Dovreste proprio vergognarvi tutti e due - continuò Maudsley, ignorando gli strilli di Carmody. - Che cosa doveva rappresentare quell'arnese? Forse uno dei vostri tocchi da arredatore di lusso, Orin?
- Oh, no - disse Orin. - Non ce l'ho messo io!
- Allora è stato Brookside?
- Mai visto prima d'ora in vita mia, capo - disse Brookside.
- Mmm - borbottò Maudsley. - Siete due idioti, ma non mi risulta che siate anche bugiardi. Voialtri! - gridò, rivolto agli operai, - riportatelo qui!
- Su, su, calma, che diamine! - disse poi Maudsley a Carmody, che tremava da capo a piedi. - Non posso stare qui ad aspettare che vi facciate passare la crisi isterica. Allora, vi dispiacerebbe spiegarmi che cosa ci fate sulla mia proprietà? Siete un intruso, e avrei tutto il diritto di ridurvi in protoplasma!

Capitolo XII

- Capisco - disse Maudsley, quando Carmody ebbe finito di spiegare. - Una storia molto interessante. Dunque siete qui alla ricerca di un pianeta che si chiama... Terra, vero?
- Precisamente, signore - rispose Carmody.
- Terra - ripeté Maudsley, meditando, grattandosi la testa. - Siete fortunato, ho l'impressione di ricordarmelo, quel posto.
- Dite davvero, signor Maudsley?
- Sì, sì, sono sicurissimo. È un pianeta piccolo, verde, e sostenta una razza di umanoidi monomorfici, simili a voi. Dico bene?
- Benissimo! - approvò Carmody.
- Me ne ricordo bene, perché nel corso della costruzione di quel pianeta, ho inventato anche la scienza. È una storia che forse vi divertirà. - Si rivolse ai suoi aiutanti. - E voialtri, state a sentire, chissà che non impariate qualcosa.
Nessuno si sarebbe permesso di negare a Maudsley il diritto di raccontare un aneddoto. Così, Carmody e i due ingegneri si misero in ascolto, tutt'orecchi, e Maudsley diede il via al suo racconto.
Ero ancora un piccolo appaltatore, a quei tempi. Mettevo su un pianeta qui, uno là, talvolta capitava anche che mi commissionassero qualche stella di piccole dimensioni. Ma il lavoro era scarso, e i clienti invariabilmente pianta grane pieni di pretese, inoltre, per farmi pagare, ci voleva del bello e e del buono. A quei tempi, contentare i clienti era un affaraccio, trovavano da ridire sui minimi particolari. Cambia questo, quest'altro non va, e perché l'acqua deve scorrere proprio all'ingiù, e la gravità è troppo pesante, e l'aria calda va verso l'alto mentre invece dovrebbe cadere... Una lamentela continua.
Io, allora, ero molto ingenuo. Mi affannavo a spiegare le ragioni pratiche ed estetiche di tutto quello che facevo, e finivo per impiegare più tempo fra domande e spiegazioni che a fare il lavoro in sé. Troppe fisime, troppe chiacchiere. Sapevo che dovevo trovare un rimedio, ma non sapevo quale.
Poi, poco prima del progetto Terra, cominciai a intravedere nella mia mente un modo completamente nuovo di trattare con i clienti. Mi sorpresi a borbottare fra me: La forma segue la funzione. Mi piaceva il suono di quella frase. Poi, però, mi chiesi: Perché la forma deve seguire la funzione? E la spiegazione che diedi a me stesso fu: La forma segue la funzione perché così vuole una legge immutabile della natura, che è poi uno degli assiomi fondamentali della scienza applicata. Altra frase che mi piacque subito, anche se non aveva molto senso. Ma questo non importava. L'importante era che avevo fatto una nuova scoperta. Inconsapevolmente, ero andato a finire nell'arte della pubblicità e dell'abilità nel vendere, e avevo scoperto la gallina dalle uova d'oro, ossia, il determinismo scientifico.
La Terra fu il mio primo esperimento di collaudo, ed è per questo che non lo dimenticherò mai.
Un vecchio signore alto, con gli occhi penetranti e una lunga barba bianca, venne da me per ordinarmi un pianeta. Eseguii il lavoro alla svelta, in sei giorni, credo, e pensavo che fosse finita lì. Era un altro dei soliti pianeti in economia, e qua e là avevo tirato un po' via. Ma a sentire le lamentele del proprietario, si sarebbe detto che gli avessi dato chissà quale fregatura.
- Perché ci sono tanti cicloni? - protestava.
- Fa parte del sistema di circolazione atmosferica - gli spiegai.
Per essere sincero, avevo dovuto fare le cose un po' in fretta, e mi ero dimenticato di mettere una valvola di scarico nell'impianto di circolazione dell'aria.
- Il pianeta è fatto per tre quarti d'acqua - si lamentò il mio cliente, - mentre io avevo specificato chiaramente che le proporzioni avrebbero dovuto essere di una parte d'acqua per ogni quattro parti di terra.
- Non è stato possibile tenerne conto! - replicai. Non sapevo più neppure dove avevo messo le sue pignolesche precisazioni: non posso certo ammattire dietro a questi assurdi progetti di pianeti singoli, io!
- E quel poco di terra che c'è, è pieno di deserti, pietraie, giungle e montagne! - aggiunse il vecchio signore.
- È scenografico - gli feci notare.
- E chi ha chiesto della scenografia! - tuonò il cliente. - Avrei capito un oceano, una dozzina di laghi, un paio di fiumi, una o due catene di montagne. Quel tanto per abbellire un po' il pianeta, decorarlo e dare così agli abitanti un senso di varietà e di benessere. Ma quel che avete combinato voi fa schifo!
- C'è una ragione - spiegai. In realtà, per star dentro nelle spese avevamo dovuto usare montagne rigenerate, una quantità di fiumi e di oceani come riempitivo, e un paio di deserti che avevo comperato d'occasione da Ourie, il Robivecchio Galattico. Ma questo al cliente, non potevo dirglielo.
- Che ragione e ragione! - gridò lui, fuori di sé. - Che cosa racconterò alla mia gente? Devo sistemare un'intera razza, su quel pianeta. Forse anche due o tre. Saranno umani, fatti a mia immagine e somiglianza, e si sa benissimo che gli umani sono gente sveglia, proprio come me. Cosa dirò loro, adesso?
Be', l'avevo sulla punta della lingua, quello che poteva dire, ma non volevo mostrarmi volgare, così finsi di meditarci su. E, guarda caso, meditai sul serio. E me ne venni fuori con la regina, l'imperatrice delle formulette.
- Dite loro né più né meno che la verità scientifica - risposi. - Dite che, scientificamente, tutto quello che è, deve essere.
- Come? - fa lui.
- È il determinismo - spiegai, inventando quel termine lì per lì, sotto l'ispirazione del momento. - Un po' esotico, magari, ma è semplicissimo. Per cominciare, la forma segue la funzione. Di conseguenza, per il fatto semplicissimo di esistere, il pianeta è esattamente come dovrebbe essere. Poi, la scienza è invariabile, perciò, se qualcosa non è invariabile, non è scienza. E infine, ogni cosa segue determinate regole. Non sempre è possibile scoprire quali siano le regole, ma si può star certi che, per esserci, ci sono. Va da sé che nessuno dovrebbe mai chiedersi: Perché così e non il contrario?, mentre ognuno dovrebbe chiedersi: Come funziona?.
Il vecchietto cominciò a farmi domande piuttosto insidiose, da persona sveglia. Ma non sapeva niente in fatto di costruzioni, il suo campo erano l'etica, la morale, la religione, e quel genere di balle lì. Perciò va da sé che non riusciva a tenermi testa con obiezioni veramente valide. Era uno di quei tipi che amano le definizioni astratte, tanto che cominciò a ripetere:
- Ciò che è, è ciò che dev'essere. Hmmm, davvero affascinante, come formula, e non manca di una patina di stoicismo. Vedrò di incorporare qualcuna di queste felicissime intuizioni nelle lezioni che terrò alla mia gente... Ma come posso conciliare questa indeterminata fatalità della scienza con il libero arbitrio che intendo offrire ai miei umani? Stavolta il vecchietto m'aveva quasi colto alla sprovvista. Ma sorrisi, tossii per dare a me stesso il tempo di riflettere, poi risposi: - Ma è ovvio! - È una risposta che, nei suoi limiti, fa sempre effetto.
- Sarà anche ovvio - disse lui, - però ancora non mi è chiaro.
- Questo libero arbitrio che intendete dare ai vostri umani, è, a modo suo, una specie di fatalità, vero?
- "Potremmo anche considerarlo tale. Ma la differenza...
- E inoltre - mi affrettai a interromperlo - da quando il libero arbitrio e la fatalità sono incompatibili?
- A prima vista, sembrerebbero incompatibili - obiettò.
- Solo per chi non capisce la scienza - replicai, ricorrendo proprio sotto il suo naso adunco al vecchio trucco delle tre carte. - Egregio signore, una delle leggi addirittura basilari della scienza è che il fato mette lo zampino in qualsiasi cosa. Il fato, come si sa, è l'equivalente matematico del libero arbitrio.
- Ma quello che dite è assolutamente contraddittorio - disse lui.
- E contraddittorio dev'essere - dissi. - La contraddizione è un'altra delle regole fondamentali dell'Universo. La contraddizione genera contrasto, senza di che tutto raggiungerebbe uno stato di entropia. Perciò, non potremmo avere alcun pianeta e alcun universo, se le cose non esistessero in uno stato di contraddizione apparentemente inconciliabile.
- Apparentemente?
- Ma s'intende - dissi. - La contraddizione, che possiamo provvisoriamente definire come l'esistenza nella realtà di contrari appaiati, non è l'ultima parola in materia. Per esempio, poniamo per certa una singola tendenza isolata. Che cosa succede quando spingiamo una tendenza al limite?
- Non ne ho la minima idea - confessò il vecchio. - La mancanza di dati specifici, in discussioni di questo genere...
- Succede - lo interruppi - che la tendenza si trasforma nel suo contrario.
- Sul serio? - mi chiese, considerevolmente disorientato. Questi spiriti religiosi sono come gattini ciechi, quando tentano di misurarsi con la scienza.
- È così - gli assicurai. - Ne ho avuto la prova in laboratorio, sebbene le dimostrazioni siano un po' tediose...
- Vi credo sulla parola - disse il vecchio signore. - In fin dei conti abbiamo fatto una convenzione.
Era la parola che usava sempre per significare contratto. Voleva dire la stessa cosa, ma suonava meglio.
- Contrari appaiati - ripeté pensoso, - determinismo. Cose che si trasformano nel loro contrario. È tutto molto complicato, temo.
- È anche estetico - gli feci notare. - Ma non ho finito il discorso sulla trasformazione degli estremi.
- Vi prego di continuare.
- Grazie... Come dicevo, abbiamo l'entropia, vale a dire le cose che persistono nel loro moto, a meno che non subentrino fattori esterni. E qualche volta, l'esperienza me lo insegna, perfino quando subentrano fattori esterni. Fatto sta che l'entropia spinge una cosa verso il suo contrario. Se una cosa viene spinta verso il suo contrario, ecco che tutte le altre cose seguono la stessa sorte, perché la scienza è coerente. Cominciate ad afferrare il concetto, ora? Abbiamo tutti questi contrari che non fanno che trasformarsi come conigli, divenendo contrari di se stessi. A un più alto livello di organizzazione, abbiamo gruppi di contrari che seguono esattamente la stessa trafila. E via di seguito, mano a mano che si sale. Sono stato chiaro fin qui?
- Sì, mi sembra di aver capito.
- Benissimo. A questo punto, sorge spontanea una domanda: è tutto qui? Voglio dire, non c'è proprio altro, oltre questi contrari, intenti a capovolgersi prima in un senso e poi nell'altro? Niente affatto, ed è questo il bello, caro signore. Questi contrari che guizzano in qua e in là come foche ammaestrate sono soltanto un aspetto di quello che succede realmente. Perché... - e qui tacqui, per poi riprendere con voce profonda e solenne -...perché c'è una saggezza che vede al di là del conflitto e del tumulto del mondo fenomenologico. Una saggezza, caro signore, capace di guardare attraverso la qualità illusoria di queste cose reali e di scorgere, al di là di esse, i meccanismi assai più complessi dell'universo, che godono di uno stato di grande meravigliosa armonia.
- Come può, una cosa, essere a un tempo illusoria e reale? - chiese lui: bisogna riconoscere che non gli sfuggiva niente.
- Non spetta a me fornire una risposta del genere - gli risposi. - Io sono soltanto un umile servitore della scienza. Vedo quello che vedo e agisco di conseguenza. Ma forse, dietro a tutto questo, c'è una ragione etica.
Il vecchio stette a pensarci su per un pezzo, e vedevo benissimo che stava lottando accanitamente con se stesso. Lucido com'era, captava al volo qualsiasi errore di logica, e di errori ce n'erano molti nelle ragioni che avevo addotte. Ma, come tutti gli intellettuali, era affascinato dalle contraddizioni e non sapeva resistere alla tentazione di incorporarle nel suo sistema. Di tutte le formule che gli avevo proposto, da un lato il buon senso gli diceva che le cose non potevano essere così complesse e contorte, dall'altro, l'innato cerebralismo gli diceva che le cose sembravano, sì, tanto complicate, ma che, forse, sotto sotto, c'era un facile principio unificatore. O se non proprio un principio, per lo meno una buona, solida morale. Come se non bastasse, ero riuscito ad agganciarlo al mio amo, servendomi della parola etica come esca. Perché quel vecchio gentiluomo era un vero fanatico dell'etica, era imbevuto di etica fino alla saturazione, veniva voglia di chiamarlo signor Etica, parola d'onore. E così, per puro caso, gli avevo fornito l'idea che tutto questo stupido universo fosse una serie di omelie e di contraddizioni, che rientrava in un ordine etico del tipo più raffinato e più rarefatto.
- In tutto questo c'è qualcosa di molto, molto profondo, a cui non avevo pensato - disse lui dopo un breve silenzio. - Era mia intenzione istruire la mia gente soltanto nell'etica e dirigere l'attenzione degli uomini verso imprescindibili interrogativi morali, tipo perché e come un uomo debba vivere, senza badare a ciò che costituisce la materia vivente; volevo farne esploratori orientati a sondare la profondità della gioia, della paura e della pietà, della speranza e della disperazione, piuttosto che scienziati dediti all'esame delle stelle e delle gocce di pioggia e alla formulazione di ipotesi grandiose e teoriche impostate sui risultati delle loro ricerche. Mi rendevo conto, sì, dell'esistenza dell'universo, ma lo giudicavo superfluo. Ora voi avete modificato il mio modo di vedere.
- Non intendevo certo crearvi dei problemi.
Pensavo solo di dover far presente alcune cose che... Il vecchio signore sorrideva.
- Ponendomi questi problemi mi avete risparmiato guai maggiori. Io posso creare a mia immagine e somiglianza; ma non voglio creare un mondo popolato da versioni in miniatura di me stesso. Al libero arbitrio ci tengo moltissimo, e le mie creature l'avranno, a loro gloria e a loro affanno. Prenderanno questo inutile e luccicante giocattolo che voi chiamate scienza e lo eleveranno a divinità non dichiarata. Le contraddizioni fisiche e le astrazioni solari li affascineranno; si dedicheranno alla conoscenza di queste cose e dimenticheranno di esplorare i misteri del loro stesso cuore. È stato lei a convincermi di questo, e io le sono grato di avermi avvisato in tempo.
Dico la verità, tutto quel bel discorso mi fece venire un po' i brividi. Perché, insomma, vedevo bene che il vecchio era una nullità, senza conoscenze importanti, eppure aveva lo stile del gran signore. Qualcosa mi diceva che un tipo così avrebbe potuto procurarmi guai a non finire, e capivo che avrebbe potuto farlo con poche parole, con una semplice frase, ma piantata come un dardo nel mio cervello, senza che me ne potessi liberare mai più. E questo, se devo essere sincero, mi metteva addosso un certo timore.
Evidentemente l'amico mi leggeva nel pensiero, perché mi disse: - Accetto senza riserve il mondo che mi avete costruito. Servirà egregiamente allo scopo, così com'è. Quanto alle imperfezioni e ai difetti che siete riuscito a inserirvi, accetto anche quelli, anzi in fondo ve ne sono quasi grato. Vi pagherò anche quelli, state tranquillo.
- Come si compensano gli errori?
- Accettandoli senza discutere - disse lui. - Togliendovi il disturbo, subito, e andandomene per i fatti miei e per quelli della mia gente. Arrivederci.
Rimasi per un po' sconcertato. Avevo vinto io, dal punto di vista dialettico, e al tempo stesso l'amico aveva avuto l'ultima parola. Capivo quello che aveva voluto dire: aveva tenuto fede al contratto concluso con me, e con questo non avevamo più niente da spartire. Se ne andava senza un apprezzamento per me, senza una parola di commiato. Dal suo punto di vista, quel congedo voleva essere una punizione.
Così era come la vedeva lui, naturalmente. Che bisogno avevo, io, di una sua parola? Mi avrebbe fatto piacere, si sa; è più che naturale, tanto che, per un pezzo, continuai a cercarlo. Ma era chiaro che lui non ci teneva a vedermi.
Del resto, che importanza ha? Avevo guadagnato benino su quel pianeta, e se anche avevo modificato un poco il contratto, qua e là, nel complesso l'avevo rispettato. Ecco come stanno le cose: ricavare un guadagno è un dovere che abbiamo verso noi stessi. Stabilito questo, è inutile stare a rodersi il fegato sulle conseguenze.
Ma da tutto questo io stavo tentando di trarre una conclusione, e vorrei che voialtri ragazzi ascoltaste attentamente. La scienza è piena zeppa di regole, perché io l'ho inventata così. Perché l'ho inventata così? Perché se uno ci sa fare, le regole sono una vera manna, proprio come un'infinità di leggi sono una manna per gli avvocati. Regole, dottrine, assiomi, leggi e principi della scienza esistono per esservi di aiuto, non di ostacolo. Esistono al solo scopo di fornirvi le ragioni di tutto quello che fate. Fra l'altro in buona parte sono vere, più o meno, ed è proprio lì l'aiuto.
Però, tenetelo presente: quelle regole servono per aiutarvi a spiegare al cliente quello che fate dopo che l'avete fatto, non prima. Quando avete un progetto per le mani, regolatevi nella maniera più conveniente. Poi adattate i fatti all'evento, e non viceversa.
E ricordate che quelle regole esistono come barriera verbale contro la gente che viene a far domande. Ma voi non dovete considerarle una barriera. Da me avete imparato che il vostro lavoro è, per forza di cose, inesplicabile, limitiamoci dunque a farlo: qualche volta riuscirà bene, qualche volta no.
Guai, però, se cercate di spiegare a voi stessi perché determinate cose succedono e altre no. Mai chiederselo, e soprattutto mai mettersi in mente che esista una spiegazione. Ci siamo capiti?
I due assistenti assentirono con convinzione. Sembravano illuminati, come se avessero scoperto un nuovo credo. Carmody era pronto a giocarsi il collo: quei due zelanti giovanotti avevano imparato a memoria fino all'ultima le parole del Costruttore, e ora si sarebbero affrettati a elevare quelle parole a regola!

Capitolo XIII

Terminata la storia, Maudsley rimase a lungo in silenzio. Appariva cupo, e assorto in pensieri spiacevoli. Infine si scosse e disse: - Carmody, una persona del mio rango è sempre assediata da richieste di aiuto da parte di vari enti caritatevoli. Io aiuto generosamente ogni anno il Fondo Ossigeno per Forme di Carbonio Indigenti. Do il mio contributo anche alla Fondazione per la Rivalorizzazione Interstellare, alla Casa di Sistemazione Cosmica e al programma Salvate-gli-Immaturi. Mi sembra sufficiente. - Benissimo - disse Carmody, in un impeto d'orgoglio. - Io, comunque, non voglio nessuna carità.
- Per favore, non mi interrompete! - disse Maudsley. - Stavo dicendo che i miei atti di carità sono sufficienti a soddisfare i miei istinti umanitari. Non mi va di occuparmi di casi singoli, perché diventa una faccenda disordinata e personale.
- Capisco benissimo - disse Carmody. - È meglio che me ne vada - soggiunse poi, benché non avesse la minima idea di dove potesse andare e come andarvi.
- Avevo pregato di non interrompermi - disse Maudsley. - Dunque, non mi va di occuparmi di casi singoli, dicevo. Ma questa volta ho intenzione di fare un'eccezione e di aiutarvi a tornare sul vostro pianeta.
- Perché? - chiese Carmody.
- Un capriccio - disse l'altro. - Un vero e proprio ghiribizzo, magari con dentro una sfumatura di altruismo. E anche...
- Sì?
- Ecco, qualora arrivaste a casa, cosa alquanto dubbia nonostante il mio aiuto, sarei grato se voleste recapitare un messaggio.
- Certamente. Quale messaggio?
- È chiaro, no? All'uomo con la barba per cui ho costruito il pianeta. Suppongo che sia ancora in carica, eh?
- Non lo so - disse Carmody. - Si è discusso molto su questo punto. Alcuni dicono che c'è ancora, come c'è sempre stato. Ma altri affermano che è morto (io penso, però, che intendano in senso metaforico) e altri ancora ritengono che non sia mai esistito.
- C'è ancora - disse Maudsley convinto. - Non si può ammazzare un tipo come quello come si farebbe con una pulce. In quanto alla sua apparente assenza, non mi meraviglia. È un tipo permaloso, pieno di nobili norme morali alle quali pretende che tutti si uniformino. Può darsi benissimo che si comporti da musone, e che scompaia dalla scena per un certo tempo, se non gli va come si muovono le cose. E sa anche essere furbo: sa che alla gente non piace avere troppo di una stessa cosa, si tratti di bistecche, belle donne, o Dio. Così può darsi benissimo che si sia autoeliminato dal menu, per stuzzicare l'appetito dei clienti.
- A quanto pare, la sapete lunga - disse Carmody.
- Ho avuto molto tempo per pensare a lui.
- Forse dovrei farvi notare - disse Carmody - che il vostro modo di vederlo non si accorda con nessuna delle teorie teologiche che io abbia mai conosciuto. L'idea che Dio possa essere permaloso, musone...
- Per forza deve essere tutte queste cose! - disse Maudsley. - E altre ancora. Deve essere una creatura estremamente emotiva! In fin dei conti, voi Carmody, siete così, e suppongo che lo siano anche gli altri della stessa specie!
Carmody annuì.
- E allora ci siamo! Lui aveva dichiarato che voleva creare a sua immagine e somiglianza. Evidentemente l'ha fatto. Nell'istante stesso in cui vi ho visto, ho riconosciuto l'aria di famiglia. C'è un po' di Dio, in voi, Carmody, ma non per questo dovete montarvi la testa.
- Non ho mai avuto contatti con il vecchio. Non so come potrei recapitargli il messaggio.
- È facilissimo! - disse Maudsley, esasperato:
- Quando sarete tornato a casa, dovrete semplicemente mettervi a parlare forte, con voce ferma e chiara.
- E che cosa vi fa pensare che lui mi sentirà?
- Non può fare a meno di sentire. È il suo pianeta, e lui ha dimostrato un profondo interesse per i suoi inquilini. Se avesse voluto che comunicaste con lui in qualche altro modo, lo avrebbe fatto sapere.
- E va bene, allora farò così - disse Carmody. - Che cosa devo dirgli?
- In verità non c'è molto da dire... - brontolò Maudsley, improvvisamente a disagio. - Ma era un vecchio signore molto per bene, e io mi sono un po' pentito del pianeta che gli ho fatto. Non che ci sia niente di sballato nel pianeta, intendiamoci bene. È praticissimo e ha molte altre buone qualità. Quel vecchio era davvero un signore. Voglio dire che aveva classe, qualità rara. Così mi piacerebbe rimettergli a nuovo il suo pianeta, interamente gratis, si capisce, senza fargli spendere un centesimo. Se lui ci sta, potrei trasformare quel pianeta in un luogo di interesse turistico, un vero paradiso. Sono un ingegnere straordinariamente bravo, lasciatemelo dire: è ingiusto giudicarmi dal borace che devo fabbricare per guadagnarmi un dollaro.
- Glielo dirò - disse Carmody, - ma francamente non credo che accetterà l'offerta.
- Nemmeno io - disse Maudsley. - È un vecchio caparbio, e non vuole favori da nessuno. Comunque, io voglio tentare ugualmente, e fare l'offerta in tutta sincerità. - Esitò, poi soggiunse: - Potreste anche chiedergli se gli andasse di fare una capatina qui, una volta o l'altra, per scambiare quattro chiacchiere.
- Perché non ci andate voi, a trovarlo?
- Ho tentato, un paio di volte, ma non ha voluto ricevermi. È alquanto vendicativo, il vecchietto! Comunque può darsi che si sia calmato, ora.
- Può darsi - disse Carmody, dubbioso. - Comunque glielo dirò. Ma se desiderate fare quattro chiacchiere con un dio, signor Maudsley, perché non le fate con Melichrone?
Maudsley rovesciò la testa all'indietro, e scoppiò a ridere. - Melichrone! Quell'imbecille? È un asino egocentrico e pieno di boria, e non ha una personalità degna di considerazione. Preferirei discutere di metafisica con un cane! Dal punto di vista tecnico, la divinità è puramente una questione di potenza e di controllo; non c'è niente di magico in essa e non è affatto una panacea per tutti i mali che ci affliggono. Non esistono due dei uguali tra loro. Lo sapevate?
- No.
- Ricordatevelo, d'ora in avanti. Non si può mai sapere quando un'informazione del genere può tornare utile.
- Grazie - disse Carmody. - Sapete, prima d'ora non credevo in nessun dio.
Con aria pensosa, Maudsley disse: - A mio parere, l'esistenza di una o più divinità è cosa scontata e inevitabile. Credere in un dio è semplice e naturale come credere in una mela, e non ha un significato maggiore o minore. Intendiamoci bene, c'è una sola cosa che ostacola questa fede.
- Quale sarebbe?
- Il Principio del Commercio, che è più fondamentale della legge di gravità. Ovunque si vada, nella Galassia, ci si imbatte nel commercio degli alimenti, nel commercio dell'edilizia, nel commercio della guerra, nel commercio della pace, nel commercio del governo, e così via. E, naturalmente, nel commercio di dio, chiamato religione, che determina una linea di condotta particolarmente riprovevole. Potrei discutere per un anno intero sulle nozioni biasimevoli vendute dalle religioni, ma sono certo che ne avete già sentito parlare. Mi limiterò a citare un solo elemento, che è alla base di tutto quello che la religione predica, e che mi sembra particolarmente perverso.
- Che cosa?
- L'elemento profondo fondamentale ed essenziale dell'ipocrisia, su cui è costruita la religione. Prendiamolo in esame: non si può dire che una creatura adori se non possiede una volontà libera. La libera volontà, dunque, è libera. E proprio in virtù di questa sua qualità, non può essere oggetto di contrattazione, poiché non si può stabilire il prezzo di un dono che rende simili a Dio, di una facoltà che rende possibile uno stato di libertà. Esistere in uno stato di libertà, significa potersi comportare in modo bizzarro e sfrenato, su questo non c'è dubbio. Ma che cosa fanno le religioni? Dicono: benissimo, voi possedete una volontà libera, ma dovete usare il vostro libero arbitrio per assoggettarvi alla schiavitù di Dio e nostra. Quanta sfrontatezza in questa affermazione! Dio, che non userebbe violenza a una mosca, è dipinto come un supremo schiavista! Davanti a ciò, ogni creatura dotata di spirito dovrebbe ribellarsi e servire Dio spontaneamente, di sua propria volontà, oppure non servirlo affatto, restando così fedele a se stessa e alle facoltà che Dio le ha dato.
- Capisco quello che volete dire.
- Forse sono stato un po' troppo complicato - disse Maudsley. - Ma c'è una ragione molto più semplice per evitare la religione.
- E sarebbe?
- Considerate lo stile, retorico, esortativo, mieloso, protettivo, artificioso, stucchevole, pieno di immagini spaventose e slogan vigorosi, adatto per vecchie rimbambite e bambini non ancora svezzati, ma per nessun altro! Non credo che il Dio che ho conosciuto qui, entrerebbe mai in una chiesa. Ha dimostrato di possedere troppo buon gusto e troppa ferocia, troppa rabbia, e troppo orgoglio per farlo. Non riesco a crederlo, e per conto mio, questo chiude la discussione. Perché io dovrei andare in un posto dove un dio non andrebbe?

Capitolo XIV

Mentre Maudsley iniziava la costruzione di una macchina che riportasse Carmody sulla Terra, lui rimase abbandonato a se stesso. Si annoiava a morte. Per lavorare, Maudsley aveva bisogno di una completa solitudine, e il Premio evidentemente era rientrato in ibernazione. Orin e Brookside, i due ingegneri più giovani, erano tipi poco socievoli, preoccupati del loro lavoro e senza altri interessi all'infuori di quello. Così, Carmody non aveva nessuno con cui scambiare quattro chiacchiere.
Ingannava il tempo come meglio poteva. Visitò una fabbrica per la costruzione degli atomi, e ascoltò attentamente le spiegazioni di un caporeparto rubizzo, che si affannava a spiegargli come avveniva la lavorazione.
- Una volta, tutto veniva fatto a mano - gli disse il caporeparto. - Ora impieghiamo le macchine, ma il procedimento è sempre lo stesso. Dapprima scegliamo un protone e gli attacchiamo un neutrone, usando il sistema brevettato del signor Maudsley. Poi facciamo girare gli elettroni con una centrifuga microcosmica standard, mandandoli in posizione. Dopo di che, aggiungiamo tutto il necessario: mesoni, positroni e altre cose del genere. E questo è tutto.
- Avete molte richieste per l'oro o gli atomi di uranio?
- Non molte. Sono troppo costosi. Vendiamo soprattutto atomi di idrogeno.
- E quelli di antimateria?
- Io personalmente non ci ho mai trovato molto senso - disse il caporeparto. - Ma il signor Maudsley li produce come articolo secondario. L'antimateria è costruita in una fabbrica a parte, naturalmente.
- Si capisce.
- Quella roba esplode quando viene a contatto con gli atomi normali.
- Lo so. Dev'essere difficile imballarla.
- Neanche tanto - disse il caporeparto. - La mettiamo in contenitori neutri.
Continuarono a passeggiare tra le macchine enormi, e Carmody cercò di scovare qualche altra domanda da fare. Finalmente chiese: - Li fate voi stessi i vostri protoni ed elettroni?
- No. Il signor Maudsley non ha mai voluto impicciarsi di roba così minuta. Acquistiamo le particelle subatomiche da subappaltatori.
Carmody scoppiò a ridere, e l'altro lo guardò con sospetto. Continuarono a camminare, finché a Carmody cominciarono a far male i piedi.
Si sentiva stanco e annoiato, e questo lo seccava. Quello che vedeva avrebbe dovuto affascinarlo: eccolo lì, in una fabbrica dove si producevano gli atomi e che aveva un reparto staccato per creare l'antimateria. In fondo si scorgeva una macchina gigantesca per estrarre i raggi cosmici dallo spazio grezzo, purificarli, e imbottigliarli in pesanti contenitori verdi. Più oltre, c'era una sonda termica, che serviva per curare le vecchie stelle, e a sinistra della sonda...
Inutile. Osservando la fabbrica di Maudsley, provava la stessa noia che lo aveva assalito durante una visita organizzata alle acciaierie Gary, nell'Indiana. E quell'ondata di cupa stanchezza, di ribellione muta, l'aveva già sperimentata vagando con riverenza per ore e ore attraverso le sale silenziose del Louvre, del Prado, del British Museum. Si rese conto che nell'uomo la capacità di entusiasmarsi è assai limitata. Gli uomini rimangono inesorabilmente fedeli a se stessi e ai loro interessi. Rimangono quelli che sono sia che vengano trasportati a Tinbuctù o che finiscano su Alfa Centauri. In uno slancio di sincerità spietata, Carmody si accorse che avrebbe preferito fare una bella discesa libera sulle Montagne Rocciose o condurre una tartana di Tahiti sotto Hall Gate Bridge, piuttosto che ammirare tutte le meraviglie dell'universo. Se ne vergognava, ma non poteva farci niente.
Temo di non essere affatto simile a Faust, pensò. Ecco qui i segreti dell'universo, aperti davanti a me come un giornale vecchio, e io me ne sto qui a sognare una bella mattina di febbraio nel Vermont, quando la neve è ancora immacolata.
Per un po' si sentì a disagio, poi si ribellò. In fin dei conti, Faust non si è affatto sorbito tutta questa roba come se fosse una semplice mostra di quadri antichi! Ha dovuto fare una bella fatica, se ben ricordo. Se il diavolo gli avesse reso le cose troppo facili, lui probabilmente avrebbe rinunciato alla conoscenza e si sarebbe dedicato all'alpinismo o a qualcosa del genere!
Rifletté per un poco, poi concluse fra sé: Comunque, cos'è tutta questa grancassa sui segreti dell'universo? Sono stati sopravvalutati, come tutto il resto. Quando si arriva al nocciolo di una questione, si scopre che non è poi straordinaria come si credeva.
Tutto questo, anche se non corrispondeva esattamente alla verità, servì a sollevargli lo spirito. Ma era sempre parecchio annoiato, e ancora Maudsley non usciva dal suo isolamento.
Il tempo passava con lentezza, esasperante. Carmody non riusciva a fare il calcolo, certo però aveva l'impressione che fossero passati giorni e giorni, e settimane, e forse anche un mese. Inoltre aveva la sensazione, o la premonizione, che in realtà Maudsley non trovasse molto facile fare ciò che aveva promesso con tanta disinvoltura. Forse era più semplice costruire un nuovo pianeta che rintracciarne uno vecchio. Rendendosi conto della complessità dell'impresa, e dei suoi inaspettati e molteplici aspetti, Carmody cominciò a scoraggiarsi.
Un giorno, per usare un termine convenzionale, rimase a osservare Orin e Brookside costruire una foresta. Era stata commissionata dai primati di Coeth II per sostituire quella vecchia, colpita da un meteorite. Questa nuova foresta era stata pagata esclusivamente con i risparmi dei bambini delle scuole, e si era potuto raggranellare una somma sufficiente per un acquisto di prima qualità.
Quando ingegneri e operai se ne furono andati, Carmody vagabondò tra gli alberi, e si meravigliò nel constatare la qualità delle opere che Maudsley e la sua gente erano in grado di fare quando davvero ce la mettevano tutta: quella foresta era un capolavoro di creatività e di buon senso.
C'erano radure naturali per le passeggiate, riparate da alberi fronzuti e con terriccio primaverile che invitava il piede come un tappeto e riposava l'occhio. Gli alberi non erano delle stesse specie terrestri, ma molto simili, perciò Carmody decise di ignorare le differenze e di chiamarli col nome di quelli che conosceva.
La foresta, formata tutta di ottimi alberi d'alto fusto, con quel tanto di sottobosco che bastava a renderla movimentata e interessante, era attraversata qua e là da corsi d'acqua impetuosi, non più profondi di un metro. C'era un piccolo lago di acque basse, azzurro intenso, circondato da enormi pini o (dal loro equivalente). E c'era anche una palude in miniatura, densa di mangrovie e cipressi, tempestata di magnolie, salici e betulle, e generosamente cosparsa di palme di cocco. Lontano dalla sponda, sulla terra asciutta, sorgeva un boschetto in cui si distinguevano pruni e ciliegi, noccioli, noci, castagni, aranci, palme da dattero e fichi. Il luogo ideale per una scampagnata.
Nessuna risorsa potenziale della foresta era stata trascurata. I giovani primati potevano arrampicarsi su e giù per il tronco diritto dei sicomori e degli olmi, giocare a nascondino nell'intrico dei rami di lauri e querce, o dondolarsi audacemente nell'intrico di viticci e rampicanti che collegavano l'una all'altra le cime degli alberi. Si era tenuto conto anche delle esigenze degli anziani: per loro, sorgevano sequoie gigantesche, alla cui ombra era possibile sonnecchiare o giocare a carte, in luogo alto, lontano dallo schiamazzo dei piccoli.
Ma c'era anche qualcosa di più importante. Perfino un inesperto come Carmody, si accorgeva subito che nella foresta era stato creato un semplice, piacevole e accorto equilibrio ecologico. C'erano uccelli, mammiferi e altre creature, fiori e api prive di pungiglione per fecondarli e raccoglierne il polline, nonché orsacchiotti buffi e grassi che rubavano il miele delle api. C'erano larve che si nutrivano di fiori, e uccelli variopinti che si nutrivano di larve, e scattanti volpi rosse che mangiavano gli uccelli, e orsi che mangiavano le volpi, e primati che si nutrivano di orsi.
Ma anche i primati di Coeth infine morivano, e venivano sepolti nella foresta in tombe poco profonde senza sarcofago, con reverenza, ma senza inutili drammi. E di loro si nutrivano larve, uccelli, volpi, e perfino due o tre specie di fiori. In tal modo i Coethiani occupavano un loro posto nel ciclo di vita e di morte della foresta, e questo soddisfaceva in pieno il loro bisogno innato di partecipazione.
Carmody ebbe modo di osservare tutto questo mentre passeggiava solo con il Premio (ancora in forma di paiolo) sotto il braccio, rivolgendo pensieri teneri e nostalgici al suo paese natale. Ma a un tratto udì alle sue spalle il fruscio di un ramo.
Non c'era alito di vento e gli orsi stavano tutti bagnandosi nello stagno. Carmody si voltò lentamente, sapendo che lì c'era qualcosa, e sperando che non ci fosse.
Infatti c'era davvero qualcosa. Un essere che indossava un'ingombrante tuta spaziale di plastica grigia, calzature alla Frankenstein, un casco trasparente e una cintura da cui penzolavano una dozzina tra armi e strumenti.
Carmody capì immediatamente che si trattava di un Terrestre: nessun'altra creatura poteva vestire in quel modo.
Un po' più indietro e alla destra dell'uomo, stava una figura più snella, vestita nella stessa foggia. Carmody capì subito che si trattava di una donna terrestre, assai carina, per di più.
- Santo cielo! - esclamò Carmody. - Come avete fatto voi due a finire proprio qui?
- Parlate più piano - disse il terrestre. - Ringrazio Dio di essere arrivato in tempo. Ma temo che il peggio debba ancora venire.
- Abbiamo qualche probabilità di farcela, papà? - chiese la ragazza.
- Finché c'è vita, c'è speranza - disse l'uomo con un sorriso triste. - Però io non ci scommetto un soldo bucato. Comunque, può darsi che il dottor Maddox riesca a escogitare qualcosa.
- È molto in gamba, vero?
- Certamente - rispose l'uomo in tono affettuoso. - Il dottor Maddox è il tipo più in gamba che io conosca. Ma lui e tutti, forse, abbiamo chiesto troppo a noi stessi, questa volta.
- Sono certa che troveremo un modo - disse la ragazza con una serenità che spezzava il cuore.
- Può darsi. Comunque, mostreremo a quelli là che i nostri cervelli non sono a corto di risorse. - Si rivolse a Carmody, e la sua espressione si fece dura. - Spero soltanto che ne sia valsa la pena, amico - disse. - Ci sono tre vite in pericolo a causa vostra.
Non era facile rispondere a una frase del genere, quindi Carmody non ci provò nemmeno.
- In fila indiana, e torniamo in fretta all'astronave - disse l'uomo. - Sentiamo che ne pensa della situazione il dottor Maddox.
Estratta dalla cintura una rivoltella con la canna a bulbo, l'uomo si volse e si inoltrò nel bosco. La ragazza lo seguì, lanciando a Carmody, da sopra la spalla, un'occhiata d'incoraggiamento. Carmody si mise in fila dietro di lei.

Capitolo XV

- Ehi, un momento! Cos'è questa storia? - chiese Carmody mentre seguiva i due personaggi in tuta spaziale attraverso la foresta. - Chi siete e che cosa ci fate qui?
- È vero! Abbiamo chiacchierato tanto e non ci siamo nemmeno presentati! - disse la ragazza, a disagio. - Ci avrete preso per un paio di matti, signor Carmody!
- Niente affatto - rispose lui cortesemente. - Ma vorrei sapere... ecco, semplicemente sapere. Non so se mi spiego.
- Ma certo, capisco benissimo. Io sono Aviva Christiansen, e questo è mio padre, il professor Lars Christiansen.
- Lasciamo perdere i titoli - disse brusco Christiansen. - Chiamatemi semplicemente Lars, o Chris, o come vi viene in mente.
- Va bene, va bene, papà - disse Aviva, con petulanza. - Comunque, signor Carmody...
- Mi chiamo Tom.
- Tom, allora - disse Aviva, arrossendo con molta grazia. - Cosa stavo dicendo? Ah, sì, papà e io siamo in relazione con I'ATRI, Associazione Terrestre di Recupero Intrastellare, che ha i suoi uffici a Stoccolma, Ginevra e Washington.
- Non ho mai sentito parlare di questa associazione - disse Carmody.
- Non mi sorprende - rispose Aviva. - La Terra ha appena varcato la soglia dell'esplorazione intrastellare. Ma in tutti i laboratori del pianeta, sono già arrivate allo stadio sperimentale nuove fonti di energia che superano di gran lunga i rozzi dispositivi atomici a cui eravamo abituati. Molto presto, veicoli spaziali pilotati da uomini della Terra sonderanno i più remoti angoli della galassia. Questo, naturalmente, aprirà una nuova era di pace e collaborazione internazionale sul nostro pianeta vecchio e stanco.
- Ah sì? - disse Carmody. - Perché?
- Perché non ci sarà più niente per cui valga la pena di combattere - disse Aviva, ansante, mentre tutti e tre avanzavano quasi di corsa nel sottobosco. - Ci sono innumerevoli mondi qui fuori, come certo avrete osservato, e spazio per esperimenti sociali e per avventure di ogni genere. Per soddisfare gusti e bisogni di tutti, insomma. Così le energie dell'uomo verranno convogliate verso l'esterno, invece di disperdersi interamente sotto forma di una disastrosa e micidiale guerriglia.
- La piccola dice bene - intervenne Lars Christiansen, con la sua voce profonda, roca, cordiale. - Forse vi sembrerà un po' sventata, ma ha un discreto numero di lauree a sostegno della sua parlantina.
- E il mio caro papà può sembrare uno zoticone - replicò lei pronta, - ma conserva tre Premi Nobel nel cassetto!
Padre e figlia si scambiarono uno sguardo minaccioso e affettuoso al tempo stesso.
- Comunque, così stanno le cose - disse Aviva - o così staranno senz'altro tra un paio d'anni. Ma abbiamo fatto un gran balzo avanti grazie al dottor Maddox, che conoscerete fra poco. - Esitò un attimo, poi disse, con voce più bassa: - Non credo di tradire un segreto se vi confido che il dottor Maddox è un... mutante.
- Non è il caso di spaventarsi per questa parola! - brontolò Lars Christiansen. - Un mutante può valere quanto noi, e magari, come nel caso del dottor Maddox, mille volte di più!
- È stato lui, in realtà, a mettere in orbita questo progetto - continuò Aviva. - Ha eseguito una proiezione del futuro, non saprei proprio dirvi come, e si è accorto che presto, grazie all'imminente scoperta di un'energia di potenza illimitata, a basso costo, e in forma facilmente trasportabile, ci saranno veicoli spaziali dappertutto! E un'infinità di gente si avventurerà nello spazio senza l'equipaggiamento né gli strumenti di navigazione adatti, senza...
- Una quantità di idioti irresponsabili - commentò seccamente Christiansen.
- Papà! Comunque questa gente ha bisogno di aiuto. Ma non ci sarebbe stata nessuna Pattuglia
Galattica di Recupero organizzata per... - calcolò la cifra molto accuratamente - per ottantasettemilioni duecentotrentottomila ottocentosettantaquattro anni. Capite?
- Già - disse Carmody. - Voi tre avete intuito il problema e siete entrati in azione.
- Esatto - disse lei semplicemente. - Siamo entrati in azione. Papà è sempre felice di aiutare il prossimo, anche se non lo si direbbe, a giudicare dal modo in cui parla. E quello che piace a mio padre, piace anche a me. In quanto al dottor Maddox, ecco, lui è il super massimo ultrarealizzato potenziale di tutti gli esseri umani che io abbia mai conosciuto. Capite?,
- Sì, e questo è ancora dire poco - mormorò Lars Christiansen, pensoso. - Quell'uomo ha una lunga storia. Le mutazioni, generalmente hanno sempre valore negativo, è risaputo. Soltanto un paio di soggetti su mille valgono oro invece di pirite. Ma nel caso del dottor Maddox, abbiamo una storia familiare di mutazione massiccia, per la maggior parte favorevole, totalmente inesplicabile.
- Sospettiamo l'intervento di alieni benevoli - disse Aviva, in un soffio. - La storia della famiglia Maddox risale a soli due secoli fa, ed è una storia curiosa. Aelill Madoxxe, bisnonno di Maddox, era un minatore del Galles. Lavorò per vent'anni nella famigerata miniera di carbone di Auld Gringie, e fu uno dei pochi a non rimetterci la salute. Questo accadeva nel millesettecentotrentanove. Recentemente, quando Auld Gringie fu riaperta, là accanto sono stati scoperti i favolosi depositi di uranio di Scattenvail.
- Deve essere cominciato là - disse Christiansen. - Ritroviamo ancora la famiglia nel milleottocentouno, a Oaxaca, nel Messico. Lì Thomas Madoxxe sposò la bella e orgogliosa Teresita de Valdez, contessa di Aragona, proprietaria della più fiorente azienda agricola del Messico meridionale. Il sei aprile del milleottocentouno, quando La Estrella Roja de Muerto, la Stella Rossa della Morte, successivamente identificata come una grande meteorite radioattiva, cadde a tre chilometri dalla fattoria, Thomas si trovava all'aperto, a pascolare le mandrie. Lui e Teresita furono tra i pochi superstiti.
- Poi saltiamo agli anni intorno al millenovecentotrenta - disse Aviva, riprendendo il racconto. - La generazione Maddox successiva, la cui ricchezza si era di molto ridotta, si trasferì a Los Angeles. Ernest Maddox, nonno del nostro amico, vendeva a medici e dentisti un nuovo dispositivo alla moda. Era chiamato la macchina a raggi ics. Maddox offrì dimostrazioni sul funzionamento della macchina, due volte alla settimana, per almeno dieci anni, e si servì di se stesso come cavia. Tuttavia, malgrado la dose massiccia di radiazioni assorbita, o forse proprio a causa di questa, visse fino a un'età veneranda.
- Suo figlio - disse Lars - spinto da chissà quale impulso, nel millenovecentotrentacinque si recò in Giappone, dove diventò monaco Zen. Visse in un tsuktsuri, ossia in un angolo di un seminterrato abbandonato, durante tutti gli anni della guerra, senza mai pronunciare una parola. La gente del posto lo lasciava in pace, credendo che fosse un pachistano un po' strambo. La cantina di Maddox si trovava a Hiroshima, a una decina di chilometri dall'epicentro dell'esplosione atomica del millenovecentoquarantacinque. Subito dopo l'esplosione, Maddox lasciò il Giappone e si recò nel monastero Hui-Shen, situato sul picco più inaccessibile del Tibet settentrionale. Secondo il racconto di un turista inglese che si trovava là a quel tempo, i lama lo aspettavano! Maddox si stabilì in quel luogo dedicandosi allo studio di certi tantra. Sposò una donna di sangue reale, nativa del Cachemire, dalla quale ebbe un figlio: Owen, il nostro dottore. La famiglia lasciò il Tibet per gli Stati Uniti una settimana prima che i cinesi iniziassero l'invasione. Owen studiò a Harvard, Yale, Oxford, Cambridge, la Sorbona e Heidelberg. Anche il suo incontro con noi è una storia alquanto curiosa che vi racconterò in un momento più propizio, perché ormai siamo arrivati, e non possiamo permetterci di sprecare altro tempo in chiacchiere.
Carmody vide, in una piccola radura, un'astronave maestosa che si protendeva verso l'alto come un grattacielo. Possedeva maniche a vento, motori a reazione, boccaporti e altre sporgenze. Davanti al veicolo spaziale, seduto su una sedia pieghevole, stava un uomo di mezz'età, con la faccia benevola solcata da rughe profonde. Apparve subito evidente che quello era Maddox, il Mutante, perché aveva sette dita per mano, e la sua fronte era straordinariamente alta e bombata, per far posto alla quantità di cervello extra che la testa di Maddox conteneva.
Maddox si alzò con aria indolente (su cinque gambe!) e fece un cenno di benvenuto. - Siete arrivati appena in tempo - disse. - Linee di forze nemiche hanno quasi raggiunto il punto di intersezione. Entrate tutti nell'astronave, in fretta! Dobbiamo erigere uno scudo di forza senza indugio.
Lars Christiansen si mosse, piano, troppo orgoglioso per correre. Aviva afferrò il braccio di Carmody, e lui si accorse che la ragazza tremava e che la grigia tuta informe non riusciva a nascondere le linee aggraziate del suo corpo.
- Siamo in una brutta situazione - borbottò Maddox, ripiegando la sedia di tela e riponendola nella nave. - I miei calcoli tengono conto di momento-punto focale, naturalmente, ma per la natura stessa delle combinazioni infinite è impossibile predire la loro configurazione. Tuttavia, faremo del nostro meglio.
Di fronte al grande portello di entrata, Carmody esitò. - Credo che dovrei salutare il signor Maudsley - disse a Maddox. - Forse dovrei anche chiedergli consiglio. È stato molto servizievole e sta lavorando per rimandarmi sulla Terra.
- Maudsley! - esclamò Maddox, scambiando un'occhiata significativa con Christiansen. - Lo sospettavo che ci fosse lui dietro le quinte!
- Tutta la faccenda aveva il suo famigerato marchio di fabbrica! - disse Christiansen.
- Che cosa intendete dire? - chiese Carmody.
- Che siete stato vittima e pedina in una vasta cospirazione che interessa non meno di diciassette sistemi stellari - rispose Maddox. - Non posso spiegarvi tutto, adesso, ma credetemi, non sono in gioco soltanto la sua vita e la nostra, ma anche quella di decine di miliardi di umanoidi, la maggior parte con gli occhi azzurri e la pelle bianca.
- Oh, Tom, sbrigatevi! - gridò Aviva, tirandolo per un braccio.
- Va bene, ma voglio una spiegazione completa e soddisfacente - disse Carmody.
- L'avrete - assicurò Maddox, mentre scompariva dentro il portello, - l'avrete subito.
Carmody colse una sfumatura minacciosa nella voce di Maddox, e si voltò di scatto. Guardò attentamente il mutante e provò una scossa. Osservò meglio i suoi tre salvatori, e per la prima volta li vide veramente quali erano.
La mente umana, è noto, costruisce immagini con estrema facilità: alcune curve bastano per farle vedere una montagna, e mezza dozzina di linee possono creare un'onda. Ma ora le figure irreali cominciavano a disgregarsi sotto lo sguardo di Carmody. Capì che i begli occhi di Aviva erano stilizzati, e suggestivi più che funzionali, come quelli disegnati sulle ali di una farfalla notturna. Lars presentava nel terzo inferiore della faccia un ovale rosso cupo, attraversato da una linea più scura, destinata a sembrare una bocca. Le dita di Maddox, tutte e sette, erano solo dipinte sul corpo.
Infine, l'immagine creata dalla fantasia si disgregò completamente. Carmody vide sul pavimento la linea nera e sottile, simile a una fessura, che collegava ciascuno dei personaggi alla nave. Rimase lì in piedi, agghiacciato dal terrore, mentre quelli gli venivano incontro. Non avevano mani da alzare, piedi da muovere, bocca per parlare... Erano soltanto cilindri dalla sommità arrotondata, abilmente travestiti da umani. Non avevano membra e sensi di cui servirsi, erano essi stessi elementi di un tutto misterioso, e ora stavano svolgendo la loro unica funzione. Erano l'orribile equivalente delle tre dita di una mano gigantesca. Avanzavano con una flessuosità che denotava mancanza di ossa: evidentemente intendevano spingere Carmody più profondamente nelle viscere buie dell'astronave.
L'astronave? Carmody evitò i tre, e con un balzo si precipitò nella direzione da dove era venuto. Ma il portello espulse da cima a fondo una serie di denti acuminati, si spalancò, poi cominciò a richiudersi. Come aveva potuto credere che fosse di metallo? Ora i fianchi scuri e lucenti della nave si increspavano e cominciavano a contrarsi. I piedi di Carmody erano imprigionati in una materia spugnosa e appiccicaticcia, e le tre dita si muovevano intorno a lui, impedendogli di raggiungere il quadrato di luce che rimpiccioliva sempre più.
Carmody lottò con la disperazione di una mosca caduta nella tela di un ragno (era proprio così, ma lui l'aveva capito troppo tardi). Lottò freneticamente, ma senza risultato. Il quadrato di luce si era fatto tondo e umido, ormai, ed era ridotto alle dimensioni di una palla da baseball. I tre cilindri si erano impadroniti di lui, e Carmody non distingueva l'uno dall'altro.
E poi, l'orrore finale! La vista delle pareti e del soffitto dell'astronave (o di che altro fosse) che diventavano di un rosso umido e livido e si chiudevano per inghiottirlo!
Non c'era possibilità di fuga. Carmody era del tutto impotente, incapace di muoversi e gridare, o di qualsiasi altra cosa. Perse conoscenza.

Capitolo XVI

Come da una enorme distanza, Carmody sentì una voce dire: - Che ne pensate, dottore? Potete fare qualcosa per lui?
Riconobbe la voce: era il Premio.
- Alla spesa ci penso io - disse un'altra voce, che Carmody riconobbe come quella di Maudsley. - Credete di poterlo aiutare?
- È possibile salvarlo - disse una terza voce, presumibilmente quella del medico. - La scienza medica non ammette limiti al possibile, soltanto al tollerabile, che è il limite posto dal paziente, non da noi.
Carmody lottò per aprire gli occhi e la bocca, ma scoprì di essere completamente immobilizzato.
- Allora è grave, eh? - chiese il Premio.
- È difficile rispondere con precisione a questa domanda - disse il medico. - Tanto per cominciare, dobbiamo fare alcune distinzioni. La scienza medica è più facile dell'etica medica, per esempio. Noi dell'Associazione Medica Galattica, infatti, abbiamo il dovere di conservare la vita, e abbiamo anche il dovere di agire nel migliore interesse della forma particolare che curiamo. Ma come dobbiamo comportarci, quando questi due imperativi si trovano in contraddizione? Gli Uiichi di Devin Quinto, per esempio, chiedono l'aiuto del medico per guarirli dalla vita e aiutarli a raggiungere la meta agognata della morte. È un compito alquanto difficile, lasciatemelo dire, ed è possibile portarlo a termine unicamente quando un Uiichi si è fatto vecchio e debole. Ma che cosa ha a che fare la morale con questo curioso capovolgimento del desiderio normale? Dobbiamo assecondare il desiderio degli Uiichi e compiere azioni che sarebbero condannabili in qualsiasi altro angolo della Galassia? O dobbiamo agire secondo i nostri standard e condannare gli Uiichi a un fato letteralmente peggiore della morte?
- Che c'entra tutto questo con Carmody? - chiese Maudsley.
- Non c'entra molto - ammise il medico. - Ma credevo che l'avreste trovato interessante e che vi avrebbe aiutato a capire perché siamo costretti a chiedere un compenso tanto alto per le nostre prestazioni.
- È grave? - insistette il Premio.
- Soltanto i morti possono dirsi in condizioni gravi - dichiarò il medico. - E anche allora, esistono eccezioni. La Pentathanaluna, per esempio, che i profani chiamano Morte Reversibile di Cinque Giorni, in realtà non è peggiore di un comune raffreddore, nonostante la credenza popolare contraria.
- E in che stato è Carmody? - chiese Maudsley.
- Per l'esattezza, non è morto - disse il medico in tono rassicurante. - È semplicemente in stato di profondo trauma. Per dirla in parole povere, è svenuto.
- Non potete toglierlo? - chiese il Premio.
- Non vi spiegate in modo chiaro - disse il medico. - Il mio lavoro è già abbastanza difficile, senza...
- Voglio dire se non potete riportarlo allo stato originale di funzionamento.
- Ecco, è una pretesa alquanto vasta, come certo riconoscereste voi stessi se soltanto ci dedicaste un attimo di riflessione. Quale era il suo stato originale di funzionamento? Uno di voi due forse lo sa? Lui stesso lo saprebbe se, per un miracolo, fosse possibile consultarlo? Come possiamo sapere quale delle innumerevoli, sottili variazioni della personalità, alcune prodotte magari da una semplice emozione, fosse più propriamente sua? Una personalità perduta non è forse come un secondo trascorso, qualcosa a cui possiamo avvicinarci con una certa approssimazione, ma mai riprodurre? Questi, signori, sono interrogativi di un certo peso.
- Maledettamente pesanti - disse Maudsley. - Supponiamo che si riesca a portarlo il più vicino possibile al suo stato precedente. Sarebbe molto penoso?
- Per me no - rispose il medico. - Esercito la mia professione da tempo considerevole e ormai sono rotto alle viste più orribili, abituato ai trattamenti più atroci. Questo non significa che io sia diventato insensibile, però. Ho semplicemente imparato, per triste necessità, a non restare coinvolto emotivamente negli interventi strazianti richiesti dalla mia professione.
- Ma insomma, dottore! - disse il Premio. - Che cosa dovete fare al mio amico?
- Devo operare - disse il medico. - È l'unico sistema che dia affidamento. Dovrò sezionare Carmody, parlando in termini profani, e immergere le sue membra in una soluzione che le conservi. Poi lo ammorbidirò in una soluzione diluita di Kappa cinque, ed estrarrò dai vari orfici il cervello e il sistema nervoso. Quindi bisognerà collegare questi a un Simulatore di Vita, e stimolare le sinapsi in serie, con impulsi a intervalli accuratamente calcolati. Vedremo così se esistono rotture, valvole in cattivo stato, ostruzioni o cose del genere. In caso contrario, sezionerò il cervello, arrivando infine al punto di influenza reciproca tra mente e corpo. Rimuovendo questo con molta prudenza, controllerò tutte le connessioni interne ed esterne, e se tutto è in ordine, aprirò la cavità del punto di influenza reciproca, per assicurarmi che non esistano perdite. Quindi controllerò il livello di coscienza all'interno. Se fosse basso o esaurito, e in casi come questi lo è quasi sempre, analizzerò il residuo e creerò una nuova quantità di coscienza che verrà controllata esaurientemente, poi iniettata nella suddetta cavità. Dopo di che tutte le sezioni del corpo verranno riunite, e il paziente verrà rianimato con il Simulatore di Vita. Questo, grosso modo, è il procedimento.
- Robetta da niente! - esclamò il Premio. - Non tratterei a questo modo nemmeno un cane.
- Neanch'io - disse il medico. - Perlomeno finché la razza canina non si sarà ulteriormente evoluta. Desiderate che esegua l'intervento?
- Ecco... - mormorò il Premio, pensoso - non possiamo lasciarlo così, senza coscienza, no?
- No di certo - disse Maudsley. - Quel poveretto si è affidato a noi, e non dobbiamo abbandonarlo. Dottore, fate il vostro dovere!
Durante l'intera conversazione, Carmody aveva lottato disperatamente contro il blocco delle sue facoltà. Aveva ascoltato tutto, con terrore sempre crescente e con la convinzione sempre più profonda che i suoi amici potevano nuocergli assai più di quanto i suoi nemici fossero in grado di immaginare. Perciò, con uno sforzo sovrumano, spalancò gli occhi e staccò la lingua dal palato a cui sembrava incollata.
- Niente operazioni! - gracchiò. - Vi strapperò il cuore, se mi metterete le mani addosso!
- Ha recuperato le sue facoltà - disse il medico, compiaciuto. - Spesso, sapete, una esposizione verbale del nostro procedimento chirurgico effettuata in presenza del paziente è anche più efficace dell'operazione stessa. Si tratta di un sistema empirico, naturalmente, ma non va sottovalutato.
Carmody si sforzò di mettersi in piedi, e Maudsley gli diede una mano. Guardò il medico per la prima volta: era un tipo alto, magro, dall'aspetto lugubre, vestito di nero. Assomigliava ad Abraham Lincoln come un gemello. Il Premio non aveva più le sembianze di paiolo: probabilmente per via della concentrazione si era trasformato in un nano.
- Se avete ancora bisogno di me, mandatemi a chiamare - disse il medico, andandosene.
- Che cos'è successo? - chiese Carmody. - La nave spaziale, quella gente...
- Ti abbiamo tirato fuori appena in tempo - disse il Premio. - Quella non era un'astronave.
- Lo so. Che cos'era?
- Quello - disse Maudsley - era il predatore. Gli siete finito dritto in bocca.
- Senti che roba! - disse Carmody.
- E così facendo, forse avete perso l'unica occasione di tornare sulla Terra - disse Maudsley. - Sedetevi, Carmody. Adesso avete poche alternative, e nessuna particolarmente allettante.
Carmody si sedette.

Capitolo XVII

Per prima cosa, e soprattutto, Maudsley parlò dei predatori, dei loro usi e costumi, delle loro reazioni e dei loro sistemi. Era importante che Carmody sapesse con esattezza che cosa gli era successo, e perché. Non importava se la spiegazione veniva in seguito alla spiacevole esperienza.
- Anzi, proprio perché viene dopo questa esperienza - precisò il Premio.
Maudsley continuò a spiegare che, come per ogni uomo c'è una donna, per ogni organismo vivente esiste un predatore. La Grande Catena dell'Alimentazione (un'immagine quasi poetica per indicare il dinamismo di tutta la vita nell'universo) non deve interrompersi, per motivi di economia interna se non altro. La vita, quale noi la conosciamo, implica la creazione, e la creazione è inconcepibile senza la morte. Così...
- Perché la creazione è inconcepibile senza la morte? - chiese Carmody.
- Non fate domande stupide. Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Così l'omicidio è giustificato, sebbene alcune circostanze concomitanti che l'accompagnano non vengono apprezzate a pieno. Una creatura che si trova nel proprio habitat vive a spese di certe creature che, a loro volta, vivono a spese di altre creature. Generalmente si tratta di un processo tanto semplice e naturale, e così bene equilibrato, che predatori e predati tendono a ignorarlo per lunghi periodi, accentrando invece la loro attenzione su una infinità d'altre cose: la creazione di oggetti artistici, la raccolta delle arachidi, la contemplazione dell'Assoluto, o qualsiasi altra attività che desti interesse in una data specie. E così dev'essere, perché alla Natura, che possiamo personificare in una vecchia signora vestita in rosso e nero, non piace che le sue norme diventino argomento principale di discussione durante un ricevimento in un asilo d'infanzia, in un Conclave, e via dicendo. Ma voi, Carmody, sfuggendo inavvertitamente al controllo e all'equilibrio del vostro pianeta natale,.non siete però sfuggito alla Legge del Processo. Così, se nelle distese infinite dello spazio non fossero esistiti predatori adatti a voi, se ne sarebbe dovuto trovare uno. E se non se ne fosse potuto trovare uno, lo si sarebbe dovuto creare.
- Capisco - disse Carmody. - Ma quella nave spaziale... quella gente...
-...non erano certo quello che sembravano - disse Maudsley. - Doveva apparirvi evidente subito.
- Ora lo è.
- In realtà loro erano essa: una singola entità, creata appositamente per voi, Carmody. Era il vostro predatore, e seguiva in modo classico le semplici Leggi Predatorie standard.
- Che sono...?
- Sì, che sono - sospirò il Premio. - Come ti esprimi bene! Possiamo inveire ampollosamente contro la fortuna e contro il mondo, ma infine restiamo con un'arida proposizione: - queste sono le cose che sono.
- Il mio non era un commento ma una domanda - disse Carmody. - Quali sono queste Leggi Predatorie?
- Oh, scusa, ti avevo frainteso - disse il Premio.
- Non preoccuparti.
- Grazie.
- Non c'è di che - disse Carmody. - Non intendevo... No, anzi, intendevo proprio questo. Quali sono queste semplici Leggi Predatorie standard?
- È indispensabile chiederlo? - disse Maudsley.
- Sì. Devo insistere.
- Messa sotto forma di domanda - disse Maudsley con severità - la predazione cessa di essere semplice e standard, e perfino la sua qualità di legge diventa dubbia. La conoscenza della predazione è insita in tutti gli organismi, e appartiene a questi come le braccia, le gambe, e la testa, ma con un carattere di certezza anche maggiore. È assai più fondamentale di una legge scientifica, e quindi non è soggetta a una riduzione semplicistica. Il solo porre un simile tipo di domande limita drasticamente la risposta.
- Comunque sono convinto che dovrei sapere il più possibile sulla predazione - disse Carmody, - soprattutto su quella che mi riguarda direttamente.
- Sì, certamente dovrebbe sapere - disse Maudsley. - O almeno avrebbe dovuto sapere, il che non è affatto la stessa cosa. Tuttavia ci proverò.
Si massaggiò vigorosamente la fronte, e cominciò. - Si mangia, perciò si è mangiati. Fin qui ci arriva chiunque, quindi anche voi. Ma in quale modo esattamente voi verrete divorato? Come verrete intrappolato, afferrato, immobilizzato e preparato? Verrete servito in tavola fumante, debitamente raffreddato o a temperatura ambiente? Questo dipende dai gusti di chi preda su di voi. Il vostro predatore vi balzerà forse addosso alle spalle, da una certa altezza e di sorpresa? Oppure scaverà una buca per farvici cadere dentro, o tesserà una tela, o vi sfiderà a duello, o si butterà su di voi con gli artigli sfoderati? Dipende dalla natura del predatore, una natura che ne determina la forma e la funzione, che è condizionata dalle esigenze della vostra natura, Carmody, e risponde ad esse. Una natura, che, proprio come la vostra, Carmody, è animata da una volontà libera e quindi, in ultima analisi, insondabile.
"Ora scendiamo nei particolari. Scavare, tuffarsi o tessere, sono azioni semplici e immediate, che tuttavia perdono la loro efficacia se compiute ai danni di una creatura dotata di memoria. Una creatura come voi, Carmody, che sfuggisse una volta a un attacco tanto diretto e semplicistico, non potrebbe essere ingannata una seconda volta.
"La schiettezza non rientra nei sistemi della Natura, comunque. È stato detto che la Natura ama le illusioni, e che queste sono le autostrade che conducono alla morte e alla nascita. Io, personalmente, non ho intenzione di controbattere una simile affermazione. Così, se l'accettiamo, ne deduciamo subito che il vostro predatore dovrà servirsi di espedienti assai complessi per intrappolare una creatura complessa come voi.
"Il problema presenta anche un altro aspetto. Il vostro predatore non è stato concepito unicamente per divorare voi. Anche se Carmody è la realtà più importante della sua esistenza, il predatore possiede una volontà libera, e non è quindi limitato alla stretta logica della sua funzione di divoratore. I topi da granaio possono pensare che la civetta annidata nelle travi sia stata concepita e progettata per l'unico scopo di mangiarsi i topi. Ma noi sappiamo che la civetta ha in mente parecchie altre cose. Così è per tutti i predatori, compreso il vostro. Da ciò possiamo trarre una conclusione importante: tutti i predatori, dal punto di vista della funzionalità, sono imperfetti a causa della loro volontà libera."
- Non ci avevo mai pensato, prima - disse Carmody. - Questo per me è un vantaggio.
- Proprio un vantaggio, non direi. Ma ho pensato che fosse meglio dirvelo. Vedete, all'atto pratico, può anche darsi che voi non siate mai in grado di sfruttare le imperfezioni del predatore. Infatti, può darsi che non riusciate mai nemmeno a scoprire quali siano. In questa situazione, siete esattamente come i topi del granaio: potrete forse trovare un buco per infilarcisi quando sentirete il frullare delle ali, ma non sarete mai in grado di analizzare la natura, i talenti e i limiti della civetta.
- Una bella soddisfazione! - esclamò Carmody, sarcastico. - Sono battuto in partenza. O, per usare la vostra terminologia, è come fossi già servito in tavola, anche se nessuno finora mi ha infilzato con la forchetta.
- Calma, calma! - intervenne il Premio. - La situazione non è poi così tragica.
- E fino a che punto lo è? Nessuno di voi due può darmi un consiglio utile?
- È quello che stiamo cercando di fare - disse Maudsley.
- E allora ditemi che aspetto ha questo predatore!
Maudsley scosse la testa. - Questo è impossibile. Credete che ogni vittima possa sapere che aspetto ha il suo predatore? Se così fosse, diventerebbe immortale.
- E questo è contro la legge - dichiarò il Premio.
- Datemene almeno una pallida idea - disse Carmody. - Va sempre in giro travestito da astronave?
- Ma no! - disse Maudsley. - Ai vostri occhi, Carmody, si trasforma. Avete mai sentito dire di un topo che si infili nelle fauci di un serpente, di una mosca che si posi sulla lingua di un formichiere, o di un daino che si acquatti tra le zampe anteriori di una tigre? Quella, è l'essenza della predazione! La domanda che dovete farvi è questa: dove pensavano di andare quegli illusi? Che cosa vedevano davanti a sé? E dovete chiedervi che cosa si trovava in realtà davanti ai vostri occhi, mentre parlavate alle tre dita del predatore e le seguivate diritto nella sua bocca!
- Sembravano esseri umani - disse Carmody. - Ma non so ancora che aspetto avesse il predatore.
- Io non posso illuminarvi. Non è facile ottenere informazioni sui predatori. Sono troppo complementari alla loro vittima. Le trappole e gli inganni tesi dal vostro predatore, sono basati sui vostri ricordi, Carmody, sui vostri sogni, le vostre fantasie, le vostre speranze e i vostri desideri. Il predatore si impossessa di questi drammi nascosti e li impersona davanti alla preda, come avete già avuto modo di constatare. Per conoscere il vostro predatore, dovete conoscere voi stesso. Ed è più facile conoscere l'universo intero che conoscere se stessi.
- Cosa posso fare? - chiese Carmody.
- Imparare! Siate eternamente vigile, muovetevi velocissimo, non fidatevi di niente e di nessuno. Non pensate di riposare finché non sarete arrivato a casa.
- A casa!
- Sì. Sul vostro pianeta sarete al sicuro. Il predatore non può intrufolarsi nella vostra tana. Sarete ancora soggetto a tutti i pericoli normali, ma almeno vi sarà risparmiato questo.
- Potreste mandarmi a casa? - domandò Carmody. - Avete detto che stavate costruendo una macchina.
- L'ho terminata. Ma dovete considerarne i limiti, che riflettono i miei. La mia macchina è in grado di riportarvi dove si trova ora la Terra; ma questo è tutto quello che posso fare.
- Non ho bisogno d'altro! - disse Carmody.
- Non è vero. Dove, dà soltanto la prima coordinata di posizione. Dovrete ancora risolvere il problema di Quando e Quale. Vi consiglio di procedere con ordine. La temporalità prima della particolarità, per usare un'espressione comune. Dovrete partire da qui subito. Il predatore, di cui avete. scioccamente stuzzicato l'appetito, potrebbe tornare da un momento all'altro. E questa volta il mio tentativo di salvarvi potrebbe essere meno fortunato.
- Come avete fatto a estrarmi dalla sua bocca?
- Ho fabbricato in fretta un'esca. Assomigliava a voi come una goccia a un'altra goccia. Le ho dato soltanto dimensioni un po' maggiori, e un poco più di vitalità. Il predatore vi ha lasciato andare ed è balzato sull'esca, sbavando. Ma non sarebbe possibile ricorrere di nuovo allo stesso trucco.
Carmody preferì non informarsi se l'esca aveva sofferto.
- Sono pronto - disse. - Ma dove devo andare, e che cosa succederà?
- Andrete sulla Terra, che quasi certamente sarà quella sbagliata. Ma io manderò una lettera a una persona di mia conoscenza, abilissima nel risolvere problemi temporali. Esaminerà il caso e deciderà di occuparsene... Insomma... chi può prevedere che cosa succederà? Prendete le cose come vengono, Carmody, e ringraziate il cielo se almeno vengono.
- Vi sono veramente grato - disse Carmody. - A prescindere da quello che succederà, vi ringrazio infinitamente.
- Non c'è di che. Non dimenticate il mio messaggio per il vecchio, se arriverete a casa. Tutto pronto? La macchina è qui accanto a me. Non ho fatto in tempo a renderla visibile, ma è quasi identica a una radio a onde corte azionata a batteria. Dove diavolo è finita? Eccola qui. Avete preso il vostro Premio?
- L'ha preso - disse il Premio aggrappandosi con tutte e due le mani al braccio sinistro di Carmody.
- Allora siamo pronti. Sistemo questo quadrante, quest'altro, e i due laggiù. Vi piacerà, trovarsi fuori dal macrocosmo, di nuovo su un pianeta, anche se non sarà quello giusto. Naturalmente non esiste differenza qualitativa tra atomo, pianeta, galassia o universo: dipende dall'ordine di grandezza in cui si vive più comodamente. E adesso premo questo...
Barn!. Barn! Crrrranc! Dissolvenza lenta, dissolvenza rapida, dissolvenza incrociata, musica elettronica che denota lo spazio esterno, spazio esterno che denota musica elettronica... Pagine di un calendario sfogliato, Carmody rotola a testa in giù e gambe in su in una caduta libera simulata. Dei timpani suonano una nota minacciosa, una nota minacciosa suona il timpano... Lampi di colori violenti, voce di donna che si affina nell'eco di una camera, risate di bambini, montaggio di arance palestinesi illuminate così da sembrare pianeti, collage di un sistema solare illuminato in modo da sembrare le onde di un ruscello... Rallenta il nastro, accelera il nastro. Dissolvenza in chiusura, dissolvenza in apertura...
Fu un viaggio disastroso, ma Carmody se l'era aspettato.

Capitolo XVIII

A transizione ultimata, Carmody si occupò di se stesso. Un rapido inventario gli diede modo di convincersi che aveva ancora quattro membra, un corpo, una testa e una mente. Fu una ricognizione sommaria, naturalmente, ma gli sembrava proprio che ci fosse tutto. Notò inoltre che aveva ancora il Premio, il quale era più o meno riconoscibile nonostante la solita metamorfosi subita: questa volta si era trasformato in un flauto di pessima fattura.
- Finora tutto bene - disse Carmody, a nessuno in particolare, dando un'occhiata all'ambiente che lo circondava. - Non poi tanto bene - si affrettò a soggiungere. Si era aspettato sì, di arrivare sulla Terra sbagliata, ma non che fosse sbagliata fino a quel punto.
Se ne stava su un terreno fangoso, ai margini di una palude. Vapori fetidi si alzavano dalle acque scure e stagnanti. C'erano felci giganti, arbusti con foglie piccolissime, palme dai ciuffi folti, e un corniolo solitario. L'aria era calda, appesantita dall'odore della fertilità e della decomposizione.
- Forse sono in Florida - disse Carmody, pieno di speranza.
- Temo proprio di no - disse il Premio, ovvero il flauto, con voce bassa e melodiosa, eccessivamente flautata.
Carmody gli diede un'occhiata feroce. - Come fai a parlare?
- Come mai non me l'hai chiesto quando ero un paiolo? - replicò l'altro. - Comunque, se t'interessa, te lo dico subito: proprio dentro al bocchino, c'è una cartuccia di Ci O due. Mi funziona da polmoni, anche se per un tempo limitato. Il resto è evidente.
Per Carmody, non era evidente affatto. Ma aveva cose più importanti per la testa. - Dove sono? - chiese.
- Noi - disse il Premio - siamo sul pianeta Terra. Questo umido pezzo di suolo dove ci troviamo attualmente, diventerà, ai tuoi giorni, la cittadina di Scarsdale, nello Stato di New York. - Lo guardò ghignando. - Ti consiglio di comprare terreni adesso, mentre questa è ancora considerata zona depressa.
- Sono sicurissimo che questo posto non ha per niente l'aria di essere Scarsdale - disse Carmody.
- Certo che no. Lasciando da parte per un attimo la questione della Qualezza, possiamo vedere che la Quandezza è completamente sbagliata.
- Ma... Quando siamo?
- Domanda intelligente, ma alla quale posso dare soltanto una risposta approssimativa anche se altamente qualificata - disse il Premio. - È evidente che ci troviamo nell'Eone Fanerozoico, che copre un sesto del tempo geologico della Terra. Abbastanza semplice. Ma in quale parte del Fanerozoico ci troviamo? Nell'era Paleozoica o in quella Mesozoica? Qui devo tirare a indovinare. Basandomi sul clima, escludo la Paleozoica, tranne forse, la fine del periodo Permiano. Ma, aspetta! Adesso posso escludere anche quello! Guarda in alto, a destra.
Carmody guardò e vide svolazzare in lontananza un uccello dalla forma inusitata.
- È senz'altro un Archeopteris - disse il Premio. - Lo si capisce subito dal modo in cui le piume divergono dall'asse. La maggior parte degli scienziati lo considera una creatura del Giurassico superiore o del Periodo Cretaceo, ma certo non più vecchio del Triassico. Perciò possiamo escludere tutta l'Era Paleozoica. Siamo certamente nella Mesozoica.
- Un po' indietro, eh? - disse Carmody.
- Un po' - convenne il Premio. - Ma possiamo fare di meglio. Credo che sia possibile individuare in quale parte della Mesozoica ci troviamo. Lasciami riflettere un momento. - Si concentrò brevemente, poi disse: - Sì, credo di esserci. Non nel Triassico! Quella palude è un falso indizio. La pianta angiosperma che fiorisce accanto al tuo piede sinistro, però, dà un'indicazione esatta del periodo. E non è l'unica prova. Hai visto il corniolo davanti a te? Bene, voltati e vedrai due pioppi e un fico in mezzo a un gruppo di conifere. Significativo, eh? Ma forse non hai notato il particolare più importante, tanto comune nel tuo tempo da passare inosservato ai tuoi occhi. Mi riferisco all'erba, che qui vediamo in abbondanza. Non è esistita erba fino al Giurassico. Prima, soltanto felci e cicadee. È una scoperta decisiva, Carmody! Scommetto tutti i risparmi della mia vita, che siamo nel Cretaceo, e probabilmente non lontano dal suo limite superiore!
Ma Carmody aveva soltanto un vago ricordo dei periodi geologici della Terra. - Cretaceo? - disse. - Quanto dista dal mio tempo?
- Oh, circa cento milioni di anni, milione più milione meno - disse il Premio. - Il periodo Cretaceo è durato settanta milioni di anni.
Carmody non si preoccupò di assimilare il concetto: non ci si provò neppure. - Come hai fatto a imparare tutta questa geologia? - chiese al Premio.
- Cosa credi? - rispose l'altro vivacemente. - Ho studiato. Dal momento che stavamo per andare sulla Terra, ho pensato che sarebbe stato meglio informarsi sul posto. E ho avuto un'ottima idea. Se non fosse stato per me, adesso te ne andresti intorno, brancolando, alla ricerca di Miami Beach, e probabilmente finiresti col farti mangiare da un allosauro.
- Mangiare da chi?
- Mi riferisco - disse il Premio - a uno dei più grandi animali dell'ordine dei Sauripelvi, un ramo del quale, i sauropodi, culminò nel famoso brontosauro.
- Vuoi dire che qui ci sono i dinosauri?
- Voglio dire - replicò il Premio - che questa è l'unica e originale Dinosaurusville, e che colgo l'occasione per darti il benvenuto nell'Era dei Rettili Giganti.
Carmody si lasciò sfuggire un gemito. Poi notò un movimento alla sua sinistra e si voltò. Vide un dinosauro di un bel colore blu-lavagna. Era alto circa dieci metri, e ne misurava una cinquantina dalla punta del muso alla coda. Stava eretto sulle zampe posteriori, e si dirigeva rapido verso Carmody.
- È un tirannosauro? - domandò questi.
- Sì. Tyrannosaurus rex, il più rispettato dei sauripelvi, con gli incisivi superiori lunghi almeno quindici centimetri. Questo bestione che ci viene incontro peserà almeno nove tonnellate.
- Ed è carnivoro - disse Carmody.
- Certo. Personalmente ritengo che i tirannosauri e gli altri carnosauri di questo periodo si nutrissero soprattutto degli inoffensivi e numerosi adrosauri. Ma è soltanto una mia teoria.
La gigantesca creatura era ormai a meno di trenta metri. Il terreno piatto e paludoso non offriva rifugio, niente su cui arrampicarsi, nessuna caverna contro cui infilarsi. Carmody disse: - Che cosa devo fare?
- Trasformarti subito in una pianta! - disse il Premio con urgenza.
- Ma non posso!
- Non puoi? Allora il guaio è serio. Vediamo un po'. Non puoi volare, né scavarti una tana nel terreno, e scommetto dieci contro uno che non sai nemmeno correre più forte di lui. Eh, sì! Sta diventando difficile!
- Allora, cosa devo fare?
- Date le circostanze, credo che dovresti comportarti stoicamente. Potrei citarti Epitteto. E potremmo cantare insieme un inno, se può servire e darti coraggio.
- Al diavolo i tuoi inni! Voglio uscire da questo guaio!
Il flauto cominciò a suonare Più Vicino a Te Mio Signore. Carmody strinse i pugni. Il tirannosauro ora gli stava proprio di fronte, torreggiarne come un argano di carne viva. E spalancava la bocca enorme...

Capitolo XIX

- Salve - disse il tirannosauro. - Mi chiamo Ernie e ho sei anni. Tu come ti chiami?
- Carmody - disse Carmody.
- E io sono il Premio - disse il Premio.
- Tutti e due avete un'aria molto strana - disse Ernie. - Siete diversi da tutti quelli che ho incontrato finora, e ho incontrato un dimetrodon, uno struthiomimus, uno scolosaurus, e molti altri. Siete di queste parti?
- Più o meno - disse Carmody. Poi, riflettendo sulla dimensionalità del tempo precisò: - Ma non in senso reale.
- Oh! - disse Ernie. Li guardò con curiosità infantile, e tacque. Carmody ricambiò lo sguardo, affascinato dalla enorme testa stilizzata, più grande di un distributore automatico, con la bocca ornata di denti che parevano file di stiletti. Spaventoso! Soltanto gli occhi, tondi, azzurri, dolci e fiduciosi, riscattavano l'apparenza minacciosa del tirannosauro.
- Allora - disse Ernie' - che cosa state facendo qui nel parco?
- È un parco? - disse Carmody.
- Certo che lo è. È un parco per bambini, e tu non mi sembri un bambino, anche se sei molto piccolo.
- Esatto - disse Carmody. - Non sono un bambino. Sono finito qui dentro per errore. Forse dovrei parlare con tuo padre.
- Okay. Salimi sulla schiena e ti porto da lui. E non dimenticare che sono stato io a scoprirti. Porta anche il tuo amico. Lui è davvero strano!
Carmody si infilò il Premio in tasca e si arrampicò sul tirannosauro, trovando appoggio per i piedi e le mani nelle pieghe della pelle di Emie, dura come acciaio. Quando lui fu ben sistemato sul collo, Emie virò di bordò e si diresse a lunghi balzi verso sud-est.
- Dove andiamo? - chiese Carmody.
- Da mio padre.
- Ma dov'è tuo padre?
- In città, a lavorare. Dove altro dovrebbe essere?
- Già, dove? - disse Carmody, aggrappandosi più saldamente mentre Emie accelerava l'andatura.
Dalla tasca di Carmody, il Premio disse con voce soffocata: - Tutto questo è incredibilmente strano!
- Sei tu lo strano, qui - gli ricordò Carmody. Poi si sistemò più comodamente per godersi la gita.
La città non si chiamava Dinosaurusville, ma Carmody non riusciva a immaginare un nome diverso. Sorgeva a circa tre chilometri dal parco. Prima imboccarono una strada, un'ampia pista che era stata battuta da innumerevoli zampe di dinosauro fino a diventare dura come il cemento. La percorsero passando davanti a parecchi adrosauri addormentati sotto i salici, ai lati della strada. Di tanto in tanto quegli animali si svegliavano e cantavano con voce bassa e dolce. Carmody si informò su di loro, ma Ernie disse soltanto che suo padre li considerava un vero problema.
La strada si snodava fra boschetti di betulle, aceri, lauri e agrifoglio. Ciascun boschetto ospitava la sua brava squadra di dinosauri che si muovevano disciplinatamente dietro i rami, scavando nel terreno o raccogliendo i rifiuti. Carmody chiese che cosa stessero facendo.
- Stanno riordinando - disse Ernie, con superiorità. - Questo è il compito delle massaie.
Erano giunti sopra un altopiano. Si lasciarono alle spalle l'ultimo dei boschetti e si addentrarono bruscamente nella foresta.
Evidentemente non era una foresta naturale: molti segni mostravano che era stata piantata di proposito e progettata con grande buon senso. Tutto intorno aveva un'ampia cintura di fichi, alberi del pane, noccioli e noci, più oltre si stendevano diverse file di alberi di ginko, dai tronchi alti e snelli. Poi nient'altro che pini e qualche raro abete.
Più all'interno, la foresta era particolarmente affollata di dinosauri. Per la maggior parte erano tirannosauri carnivori come Ernie. Ma il Premio individuò anche parecchi ornitopodi e centinaia di specie collaterali dei ceratopoidi, rappresentati da triceratopi dotati di corna massicce. Quasi tutti si muovevano tra gli alberi al piccolo galoppo. La terra tremava sotto le loro zampe, gli alberi ne erano scossi, e nuvole di polvere si sollevavano nell'aria. Spesso i fianchi corazzati strisciavano gli uni contro gli altri, e le collisioni venivano evitate solo grazie a rapidi scarti, bruschi arresti e scattanti accelerazioni. Tutti chiedevano strada con alti muggiti. La vista di parecchie migliaia di dinosauri affaccendati non era meno terribile del loro lezzo che si era fatto davvero insopportabile.
- Eccoci arrivati - disse Ernie, fermandosi tanto bruscamente che Carmody per poco non gli volò giù dal collo. - Questa è la casa di mio padre.
Carmody si guardò attorno: Ernie l'aveva portato in un boschetto di sequoie. I grandi alberi formavano come un'oasi dentro la foresta, e due o tre dinosauri camminavano sotto le piante, con andatura lenta, quasi languida, ignorando il frastuono assordante che si levava trenta metri più in là. Carmody decise che ora poteva scendere senza essere calpestato, e lentamente si lasciò scivolare dal collo di Ernie.
- Papà! - gridò questi. - Ehi, papà! Guarda che cosa ho trovato.
Uno dei dinosauri alzò la testa. Era un tirannosauro un po' più grosso di Ernie, con striature bianche sulla pelle blu e gli occhi grigi, iniettati di sangue. Si voltò con aria molto decisa.
- Quante volte ti ho detto di non galoppare qui dentro? - sbottò.
- Scusa, papà, ma guarda, ho trovato...
- Tu ti scusi sempre - disse il tirannosauro - ma non ti sforzi mai di correggerti. Ne ho parlato con tua madre, Ernie, e siamo fondamentalmente d'accordo. Non vogliamo allevare uno scavezzacollo maleducato che non possiede le buone maniere di un brontosauro. Ti voglio bene, figlio mio, ma devi imparare...
- Papà, per favore, rimanda la tua predica a più tardi, e guarda almeno che cosa ho trovato!
Le labbra dell'anziano tirannosauro si tesero e la coda fremette minacciosamente. Ma abbassò la testa in direzione della zampa anteriore che il figlio aveva allungata, e vide Carmody.
- Santo cielo! - esclamò.
- Buon giorno, signore - disse Carmody. - Mi chiamo Thomas Carmody e sono un essere umano.
Non credo che ci. siano altri esseri umani, e neppure primati, sulla Terra, ora. È un po' difficile spiegare come sono arrivato qui, ma le mie intenzioni sono del tutto pacifiche... e... e basta! - terminò mortificato.
- Fantastico! - gridò il padre di Ernie. Poi girò la testa. - Baxley! Vedi anche tu quello che vedo io? Senti quello che sento io?
Baxley era un tirannosauro su per giù della stessa età del padre di Ernie. - Lo vedo, Borg - disse. - Ma non credo ai miei occhi.
- Un mammifero parlante.
- Non riesco a crederci - disse Baxley.

Capitolo XX

Ci mise di più Borg ad accettare la realtà di un mammifero parlante che Carmody ad accettare quella di un rettile dotato di parola. Tuttavia, anche Borg, infine, si convinse. Non c'è come la presenza reale di un fatto, ebbe a dire il Premio in seguito, per convincere un individuo a credere nel fatto stesso.
Si ritirarono tutti nell'ufficio di Borg, sotto la chioma folta e verde di un salice piangente. Là si sedettero e si schiarirono la gola, mentre pensavano a qualcosa da dire. Alla fine, Borg disse: - Allora voi siete un mammifero straniero, proveniente dal futuro, eh?
- Credo di sì - rispose Carmody. - E voi siete un rettile indigeno del passato.
- Non avevo mai considerato la cosa da questo punto di vista - replicò l'altro, - ma sì, credo che sia proprio così. Da che periodo futuro venite?
- Cento milioni d'anni circa.
- Ah! Un bel pezzo. Davvero un bel pezzo.
- Sì, non c'è male - disse Carmody.
Borg annuì, poi si mise a canticchiare un'arietta, stonando. Era chiaro che ormai aveva esaurito, tutti gli argomenti. Doveva essere un tipo ospitale, ma abitudinario, amante della famiglia e un po' meno della conversazione. Il classico borghese scarso di iniziativa. Quello che si dice un tirannosauro bene.
- Allora... dunque... - riprese Borg quando il silenzio si fece imbarazzante, - com'è il futuro?
- Prego?
- Voglio dire, che specie di posto è il futuro?
- Caotico - rispose Carmody. - Veramente caotico. Molte nuove invenzioni, e una tremenda confusione.
- Bene, bene, bene... - disse Borg. - Allora corrisponde all'idea che se ne sono fatta alcuni dei nostri contemporanei più dotati d'immaginazione. Alcuni hanno persino predetto un mutamento evolutivo nella specie dei mammiferi, che dovrebbero diventare la specie dominante sulla Terra. Ma questo mi sembra eccessivo e grottesco.
- Non stento a credervi.
- Allora la vostra è davvero la specie dominante?
- Ecco, una delle specie dominanti.
- Ma i rettili? Che ne è dei tirannosauri nel futuro?
Carmody non aveva il coraggio né la voglia di informarlo che i dinosauri erano estinti, ormai da sessanta milioni d'anni circa, e che i rettili in generale avevano finito per occupare un posto insignificante nello schema generale.
- La vostra specie si fa onore - disse, sentendosi ipocrita e servile.
- Bene! Lo sapevo che sarebbe stato così! - esclamò Borg. - Siamo una razza solida, noi, e quasi tutti abbiamo forza di volontà e buon senso. È molto difficile la coabitazione fra uomini e rettili?
- No, non molto.
- Ne sono contento. Temevo che i dinosauri potessero diventare prepotenti per via delle loro dimensioni.
- No, no - disse Carmody. - Parlando a nome dei mammiferi del futuro, credo di poter affermare che i dinosauri sono amati da tutti.
- Molto gentile da parte vostra dire questo - dichiarò Borg.
Carmody mormorò qualcosa, e di colpo provò una gran vergogna di se stesso.
- Il futuro allora non riserva grandi preoccupazioni ai dinosauri - disse Borg, assumendo il tono retorico e soddisfatto di chi ha appena terminato un buon pranzo. - Ma non è sempre stato così. Sembra che il nostro avo estinto, l'allosauro, fosse un bruto irascibile e un divoratore insaziabile. Il suo predecessore, il ceratosauro, era un carnosauro nano. A giudicare dalle dimensioni della sua scatola cranica, doveva essere tremendamente stupido. Naturalmente c'erano altri carnosauri più primitivi, e prima di loro doveva esserci l'anello di congiunzione mancante, l'avo remoto da cui hanno avuto origine dinosauri quadrupedi e bipedi.
- I dinosauri bipedi sono la specie dominante, vero?
- Certo. Il triceratopo è una creatura poco intelligente, con istinti selvaggi. Ne teniamo piccole mandrie. La loro carne è appetibile ai brontosauri. Ci sono anche altre specie, naturalmente, avrete certo notato gli adrosauri, entrando in città.
- Sì - disse Carmody. - Cantavano.
- Quelli cantano sempre - disse Borg, severo.
- Li mangiate?
- Santo cielo, no! Gli adrosauri sono intelligenti!!! Sono l'unica specie intelligente di tutto il pianeta, oltre i tirannosauri.
- Vostro figlio ha detto che sono un bel problema.
- Infatti - disse Borg, in un tono leggermente enfatico.
- Perché?
- Sono pigri. E cupi, e sgarbati. So quello che dico; ho assunto degli adrosauri come servitori. Non hanno né ambizione, né entusiasmo, né costanza. Non sanno neanche chi li ha messi al mondo, e sembra che non gliene importi affatto. E non guardano dritto negli occhi, quando parlano con qualcuno.
- Però cantano bene.
- Oh, questo sì. Alcuni dei nostri migliori giullari provengono dalla loro specie. E vanno bene anche per l'edilizia pesante, se inquadrati. Il loro aspetto da ornitorinco li rende estremamente sgradevoli, ma questo non è colpa loro. È stato risolto, nel futuro, il problema degli adrosauri?
- Sì - disse Carmody. - La razza è estinta.
- Forse era la soluzione migliore - disse Borg. - Sì, credo proprio di sì.
Carmody e Borg conversarono per parecchie ore, e Carmody apprese tutto sui problemi della vita urbana dei rettili. Le città-foreste diventavano sempre più affollate, perché un numero crescente di tirannosauri e adrosauri abbandonavano la campagna per godere i piaceri della civilizzazione. Negli ultimi cinquant'anni si era presentato con una certa pesantezza il problema del traffico. I sauropelvi giganti amavano la velocità ed erano fieri della loro prontezza di riflessi. Ma quando migliaia di loro scorrazzavano per la foresta contemporaneamente, gli incidenti diventavano inevitabili. E spesso erano molto seri: se due rettili del peso di quaranta tonnellate si scontrano frontalmente a trenta all'ora, la conseguenza più probabile è la rottura di un paio di teste.
Ma non erano queste le sole difficoltà. Il sovraffollamento delle città indicava un'esplosione demografica; in varie parti del mondo i sauropelvi erano sull'orlo della fame, e le malattie e le guerre non bastavano per ridurre il numero dei rettili a una cifra sopportabile.
- Abbiamo molti altri problemi, oltre a questi - disse Borg. - Alcune delle nostre menti più acute si sono abbandonate alla disperazione, ma io sono più ottimista. Noi rettili abbiamo già vissuto altri momenti difficili e ne siamo venuti fuori. Risolveremo questi problemi, come abbiamo risolto gli altri. Secondo il mio parere, c'è una nobiltà innata nella nostra specie, una scintilla di vita cosciente, inestinguibile. Non posso credere che venga spenta.
Carmody annuì, e disse: - La vostra gente resisterà. - Non restava davvero altro da fare che mentire, come un vero gentiluomo.
- Lo so - disse Borg. - Tuttavia fa sempre piacere ricevere una conferma. Grazie per avermela data. E ora penso che vorrete parlare con i vostri amici.
- Quali amici?
- Il mammifero che vi sta proprio alle spalle.
Carmody si girò di scatto e vide un ometto grasso e occhialuto, in abito da passeggio, con una valigetta in mano e un ombrello sotto il braccio sinistro. - Il signor Carmody? - chiese lo sconosciuto.
- Sì, sono Carmody. - disse lui.
- Io sono Surtees, dell'Ufficio Imposte Interne.
Ci avete dato un bel da fare, signor Carmody, ma i nostri funzionari pescano sempre i loro pesciolini.
- Io sono di troppo - disse Borg. E se ne andò, facendo il minimo rumore possibile per un tirannosauro delle sue dimensioni.
- Avete degli amici molto strani - disse Surtees, guardando Borg che se ne andava. - Ma questi non sono affari miei, anche se potrebbero interessare I'FBI. Io sono qui soltanto per la denuncia delle tasse del sessantacinque e sessantasei. Ho nella mia cartella un ordine di estradizione che troverete ineccepibile. La mia macchina del tempo è parcheggiata appena dietro questo albero. Vi consiglio di seguirmi senza opporre resistenza.
- No - disse Carmody.
- Vi prego di ripensarci - disse Surtees. - La causa intentata contro di voi può essere risolta con soddisfazione di tutte le parti. Ma bisogna farlo subito. Al governo degli Stati Uniti non va di aspettare. Un rifiuto di ubbidire agli ordini della Corte Suprema...
- Ho detto di no! - urlò Carmody. - E adesso andatevene. So benissimo chi siete!
Quello era il predatore, non c'era dubbio! La sua mimetizzazione era stata davvero goffa. Sia la cartella sia l'ombrello erano saldati alla mano sinistra. I lineamenti erano convincenti, ma mancava un orecchio. E, soprattutto, le ginocchia erano articolate in senso contrario.
Carmody fece dietrofront e se ne andò. Il predatore rimase lì, impalato, senza seguirlo, probabilmente incapace di farlo. Lanciò un grido di furore e di fame, e scomparve.
Tuttavia Carmody ebbe poco tempo per congratularsi con se stesso, perché un attimo dopo scomparve anche lui.

Capitolo XXI

- Avanti, entrate. Entrate!
Carmody sbatté le palpebre. Non stava più conversando tranquillamente con un dinosauro, e non si trovava più nel Cretaceo. Adesso era in una stanza piccola e scura. Il pavimento di pietra gli faceva intirizzire i piedi, i vetri delle finestre erano incrostati di fuliggine, e la fiamma di lunghe candele tremolava al soffio delle correnti d'aria.
Un uomo se ne stava seduto dietro una scrivania mastodontica. Aveva il naso troppo lungo, che sporgeva spropositatamente dalla faccia ossuta, gli occhi infossati, e un neo scuro al centro della guancia sinistra. Le labbra erano esangui e sottili.
- Sono l'onorevole Clyde Beedle Seethwright - disse l'uomo. - Voi, naturalmente, siete il signor Carmody, che il signor Maudsley gentilmente ha voluto indirizzare a noi. Prendete quella sedia, signore. Spero che il vostro viaggio dal pianeta del signor Maudsley sia stato piacevole!
- È stato bello - disse Carmody, sedendosi. Capiva di non essere molto gentile, ma quelle brusche transizioni cominciavano a urtargli il sistema nervoso.
- E il signor Maudsley, sta bene? - chiese Seethwright, raggiante.
- Sta bene - rispose Carmody. - Dove mi trovo?
- Non ve l'ha detto l'impiegato, quando siete entrato?
- Non ho visto nessun impiegato. Non ho visto neanche me stesso entrare.
- Ohi, ohi! - disse Seethwright, ridacchiando.
- La sala di ricezione dev'essere nuovamente uscita di fase. L'avrò già fatta riparare una decina di volte, ma continua a desincronizzarsi. È una seccatura per i miei clienti, e soprattutto per l'impiegato, che esce di fase insieme alla sala e a volte non può tornare dalla sua famiglia per una settimana e più.
- Davvero un bel guaio - disse Carmody, sull'orlo di una crisi isterica. - Se non vi spiace - soggiunse, controllandosi con uno sforzo, - ditemi che posto è questo e come posso fare per tornare a casa.
- State calmo. Una tazza di tè, forse? No? Questo posto, è l'Agenzia di Collocamento Galattico. I nostri articoli di costituzione sono lì sulla parete, se volete leggerli.
- Come sono capitato qui? - chiese Carmody.
Il signor Seethwright sorrise, e unì le punte delle dita. - Semplicissimo. Quando ho ricevuto la lettera di Maudsley, ho fatto fare una ricerca. L'impiegato vi ha trovato sulla Terra Ottantatrequarantaquattroquattrounoduetre Ci ventidue. Quello non era affatto il posto giusto per voi. Il signor Maudsley ha fatto del suo meglio, ma non è nell'agenzia di collocamento. Perciò mi sono preso la libertà di trasportarvi qui. Ma se desiderate tornare sulla summenzionata Terra...
- No, no - disse Carmody. - Volevo soltanto sapere... Avete detto che questa è un'agenzia di collocamento galattico, no?
- L'Agenzia di Collocamento Galattico - corresse l'altro cortesemente.
- Okay. Quindi non sono sulla Terra.
- Infatti. Ovvero, per essere più precisi, non vi trovate su nessuno dei mondi possibili, probabili, potenziali o temporali di configurazione tipo Terra.
- Bene - disse Carmody. Respirava affannosamente. - Ora, signor Seethwright, voi siete mai stato su qualcuna di quelle Terre?
- Temo di non aver mai avuto questo piacere. Il mio lavoro mi tiene legato alla scrivania, e passo le vacanze nel cottage della mia famiglia, a...
- Ho capito! - tuonò Carmody. - Non siete mai stato sulla Terra o almeno così dite. In tal caso, perché ve ne state seduto in una stanza che sembra tolta dai romanzi di Dickens, con tanto di candele, e con quel cappello a tubo di stufa? Eh? Rispondete a questa domanda, dunque. So già quale sarà la vostra maledetta risposta: un figlio di cane deve avermi drogato e io mi sto sognando tutta questa storia, compreso voi... bastardo con la faccia da volpe!
Si abbandonò contro la spalliera, ansando come una locomotiva a vapore e lanciando trionfanti occhiate di fuoco a Seethwright. Si aspettava che tutto si dissolvesse, che buffe forme andassero e venissero e che lui stesso si risvegliasse nel suo letto, nel suo appartamento, o forse in quello di un amico, o magari in un letto d'ospedale.
Ma non accadde niente. A poco a poco, il sentimento di trionfo sfumò, e lui si sentì terribilmente a disagio. Ma era troppo stanco per prendersela.
- Sfogato abbastanza? - chiese il signor Seethwright con freddezza.
- Sì, è finita. Mi spiace.
- Non preoccupatevi - disse l'altro, calmo. - Siete stato a lungo sotto tensione, lo si capisce. Ma non posso fare niente per voi se non mantenete il controllo. L'intelligenza può ricondurvi a casa, ma le crisi di nervi non vi porteranno da nessuna parte.
- Mi spiace davvero - disse Carmody.
- In quanto a questa stanza, che sembra avervi tanto colpito, l'ho fatta decorare appositamente per voi. Il periodo è solo approssimativo... quanto di meglio ho potuto fare con notizie tanto scarse. L'ho fatto perché vi sentiste quasi a casa.
- È stato molto gentile da parte vostra. Suppongo che anche il vostro aspetto...
- Proprio così - disse Seethwright, sorridendo. - Mi sono fatto decorare anch'io, come la stanza.
Non è stato un gran disturbo, in fondo. Sono queste piccole attenzioni che i nostri clienti apprezzano.
- Anch'io l'apprezzo, a dire il vero - disse Carmody. - Adesso che mi ci sono abituato, la trovo riposante.
- È quello che speravo. In quanto alla vostra frase secondo cui state sognando... ecco, ha un certo valore.
- Davvero?
Seethwright annuì vigorosamente. - Ha senz'altro un valore in quanto asserzione, ma non è affatto valida come constatazione.
- Oh! - disse Carmody afflosciandosi di nuovo contro la spalliera.
- A rigor di termini - continuò l'altro, - non esiste una differenza importante tra avvenimenti reali e immaginari. L'antitesi che create fra gli uni e gli altri è puramente verbale. Voi non state affatto sognando, signor Carmody; ma questa non è che un'informazione incidentale. Anche se steste davvero sognando, dovreste seguire la stessa linea di condotta.
- Non capisco tutto, ma vi credo sulla parola. - Esitò un attimo, poi aggiunse: - Ma quello che veramente non capisco, è perché tutto questo è così. Cioè, perché il Centro Galattico ricorda un poco Radio City, e Borg, il dinosauro, non parlava affatto come parlerebbe un dinosauro, sia pure un dinosauro parlante, e...
- Per favore, non vi agitate.
- Chiedo scusa.
- Voi volete che vi dica perché la realtà è quella che è. Ma non esiste una spiegazione! Voi dovete semplicemente imparare ad adattare i vostri preconcetti a quello che vi capita. Non dovete aspettarvi che sia la realtà ad adattarsi a voi, tranne in casi assai rari. Non c'è niente da fare se le cose sono insolite, e neanche si può farci niente se hanno un aspetto familiare. Mi sono spiegato?
- Mi pare di sì - disse Carmody.
- Splendido! Sicuro di non volere una tazza di tè?
- No, grazie.
- Adesso dobbiamo cercare di rimandarvi a casa - disse Seethwright. - Non c'è niente come l'aria natia per rinfrancare il morale!
- Com'è vero! Sarà molto difficile, signor Seethwright?
- No, non lo definirei difficile. Sarà complicato, faticoso, e anche un po' rischioso... Ma non credo proprio di poterlo definire difficile.
- Che cosa considerate veramente difficile?
- Risolvere equazioni a nove incognite - rispose prontamente Seethwright. - Non mi riescono mai, anche se mi ci sono provato milioni di volte. Quella, signore, è una difficoltà vera e propria! Ora occupiamoci del vostro caso.
- Voi sapete dov'è la Terra? - chiese Carmody.
- Dove non pone problemi. Siete già stato a Dove, anche se non vi è servito a molto, perché Quando era molto fuori strada. Ma ora credo che si possa localizzare il vostro particolare Quando senza troppa fatica. È il Quale, che crea complicazioni.
- E potrebbe impedirci di raggiungere il nostro scopo?
- Niente affatto. Dobbiamo semplicemente compiere una scelta e trovare a che Quale appartenete. Il procedimento è semplicissimo, come pescare un pesce in un barile.
- Non ci ho mai provato - disse Carmody. - È davvero facile?
- Dipende dalle dimensioni del pesce e da quelle del barile. Per esempio, è facilissimo catturare un pescecane in una vasca da bagno, mentre diventa un'impresa ardua acchiappare un pesciolino d'acqua dolce in una tinozza. Le proporzioni sono determinanti. Ma qualunque sia il procedimento, non potrete certo fare a meno di apprezzarne la chiarezza e la semplicità.
- Sarà - disse Carmody. - Ma mi viene il dubbio atroce che la mia ricerca della Quale-Terra possa essere sì, chiara e semplice, ma anche impossibile a condursi a termine, data l'innumerevole vastità di scelta.
- Non è del tutto vero, ma è ben detto - dichiarò Seethwright, raggiante. - La complicazione spesso è molto utile, sapete? Contribuisce a specificare e a identificare il problema.
- E... adesso cosa succede?
- Adesso ci mettiamo al lavoro - disse Seethwright, stropicciandosi le mani con lena. - I miei collaboratori e io abbiamo messo insieme una scelta di Qualimondi, e speriamo ardentemente che il vostro sia uno di questi. Ma, naturalmente, soltanto voi potete sapere qual è quello giusto.
- Così, li guardo un momento e decido? - chiese Carmody.
- Qualcosa del genere - disse Seethwright. - In realtà, dovete viverli un momento. Poi, non appena ne sarete sicuro, ci farete sapere se abbiamo centrato il vostro probabilmondo o una sua variante. Se si tratta di quello giusto, allora siamo in porto. Se si tratta di una variante, passeremo al prossimo Qualemondo.
- Mi sembra ragionevole - disse Carmody. - Ce ne sono molti di questi probabilmondi?
- Un numero infinito, come avevate già intuito. Ma abbiamo buone speranze di riuscire rapidamente. A meno che...
- A meno che cosa?
- A meno che il vostro predatore non si impadronisca di voi prima.
- Il mio predatore!
- È tuttora sulle vostre tracce. E come ormai avrete sperimentato, è sempre pronto a disporre trappole. Queste trappole prendono la forma di scene tolte dai vostri ricordi, Carmody. Terraform scenes credo che le chiamereste; servono a tranquillizzarvi e a ingannarvi, per convincervi a entrare senza sospetti nella bocca del predatore.
- Non rispetterà neppure i mondi scelti da voi?
- Certo. La sua caccia non rispetta niente. Al contrario, più è perfezionata più diventa irta di pericoli. Prima abbiamo parlato di sogni e di realtà. Ecco qui la risposta: tutto ciò che vi aiuta, agisce apertamente, tutto ciò che cerca di nuocervi agisce di nascosto, attraverso illusioni, travestimenti, sogni.
- Non potete fare niente contro il predatore? - chiese Carmody.
- Niente. E anche se potessi, non lo farei. Anche gli dei, in fondo, vengono divorati dal Fato. Voi non costituite un'eccezione alla norma universale.
- Immaginavo che avreste risposto così. Ma non potete proprio aiutarmi in nessun modo? Accennarmi in che cosa i mondi su cui mi mandate si differenziano da quelli del predatore?
- Per me le differenze sono chiarissime. Ma noi due non abbiamo le stesse percezioni. Non potreste servirvi delle mie intuizioni, Carmody, e neppure io delle vostre. Comunque, finora siete riuscito a sfuggire al predatore.
- Questione di fortuna!
- Io invece sono molto abile, ma non ho fortuna. Chi può dire quale delle due sarà utile nelle prove che vi aspettano? Io no, signore, e certo neanche voi! Dunque coraggio, signor Carmody. Osservate attentamente i mondi su cui vi mando, e fate attenzione alle scene illusorie del predatore: fuggite quando siete ancora in tempo, e non abbandonatevi alla paura al punto da lasciarvi sfuggire il mondo giusto.
- Che cosa succederebbe se lo lasciassi passare inavvertitamente?
- Allora la vostra ricerca potrebbe anche non finire mai - disse Seethwright. - Soltanto voi potete dirci a che luogo appartenete. Se, per una ragione qualsiasi non riusciste a individuare il vostro mondo tra i più probabili, dovremmo spostare la ricerca verso quelli soltanto probabili, e quindi verso gli scarsamente probabili, e infine verso i meno probabili di tutti. Il numero di probabilmondi della Terra non è infinito, naturalmente: ma dal vostro punto di vista è come se lo fosse, perché la vostra vita non ha la durata sufficiente per esaminarli tutti e poi ricominciare da capo.
- D'accordo - disse Carmody. - A quanto pare, non ci sono alternative.
- Non posso aiutarvi in altro modo - dichiarò Seethwright, - e dubito che esistano altri sistemi che non richiedano la vostra partecipazione attiva. Se però lo desiderate, posso informarmi circa altre tecniche di localizzazione galattica. Ci vorrà un bel po'...
-.Non credo di avere tempo - lo interruppe Carmody. - Il mio predatore dev'essere vicino. Signor Seethwright, per favore, mandatemi subito sulle probabilterre, e accettate tutta la mia gratitudine per la vostra pazienza e il vostro interessamento.
- Grazie - disse l'altro compiaciuto. - Speriamo che il primo mondo sia proprio quello che cercate.
Premette un pulsante sulla scrivania. Per una frazione di secondo non accadde niente: poi Carmody sbatté le palpebre, e le immagini presero a succedersi rapidamente. Carmody vide che era stato proiettato sulla Terra. O per lo meno su un facsimile che le somigliava molto.

Capitolo XXII

Carmody si ritrovò su un vasto pianoro ben curato, sotto un cielo azzurro, e con un sole giallo oro sopra la testa. Circa un chilometro più avanti, vide una cittadina: non era costruita alla maniera tradizionale delle città americane, con avamposti di stazioni di rifornimento, tentacoli di chioschi per la vendita dei panini, frontiere di motel e un guscio protettivo di cimiteri di macchine usate. Sorgeva alquanto bruscamente, un po' come certe cittadine collinari italiane e certi villaggi svizzeri, senza preamboli esterni, e con il corpo dell'abitato che si presentava per quello che era tutto in una volta.
Malgrado l'aspetto insolito, Carmody si sentì sicuro di trovarsi di fronte a una città americana. Avanzò quindi in direzione dell'abitato, lentamente, con tutti i sensi all'erta, pronto a fuggire al primo accenno di pericolo.
Sembrava tutto in ordine. La città aveva un aspetto cordiale e aperto. Le sue strade si stendevano con respiro, senza risparmio, e c'era un senso di familiarità nelle spaziose vetrine dei negozi. A mano a mano che si addentrava nell'abitato, Carmody scopriva nuove delizie. Capitò, all'improvviso, in una piazza simile a una piazza romana, ma più piccola. Nel centro c'era una fontana, e al centro della fontana si levava la raffigurazione in marmo di un ragazzo sopra un delfino. Dalla bocca del delfino sgorgava un getto di acqua limpida.
- Spero che ti piaccia - disse una voce che proveniva da dietro la spalla sinistra di Carmody.
Carmody non sussultò di paura. Non si voltò neppure. Era ormai abituato alle voci che parlavano da dietro le spalle. A volte gli sembrava che a buona parte delle cose esistenti nella Galassia piacesse comunicare con lui a quel modo.
- È davvero bella - disse Carmody.
- L'ho costruita e sistemata lì io stessa - lo informò la voce. - Mi sembra che una fontana, nonostante l'antichità del concetto, sia funzionale dal punto di vista estetico. E questa piazza, con le sue panchine e i suoi castagni ombrosi, è copiata da un modello bolognese. Ripeto, non mi sono lasciata inibire dal timore di apparire superata. Il vero artista si serve di ciò che è necessario, si tratti di un residuo di migliaia di anni fa o di una invenzione di pochi istanti prima.
- Plaudo ai tuoi sentimenti - disse Carmody. - Se permetti, mi presento. Sono Thomas Carmody. - Si girò sorridendo, la mano tesa.
Ma dietro la sua spalla sinistra non c'era nessuno, e neppure dietro la destra. Non c'era nessuno nella piazza. Non un'anima viva.
- Scusa tanto - riprese la voce. - Non intendevo spaventarti. Credevo che lo sapessi.
- Sapessi cosa? - chiese Carmody.
- Che sapessi tutto di me.
- Be', ti sbagli - disse Carmody. - Chi sei, e da dove parli?
- Sono la voce della città - disse la voce. - O, per meglio dire, sono la città stessa, la città vera e propria che ti parla.
- Sul serio? - disse Carmody, ironico. - Sì, sì - rispose poi a se stesso, - penso proprio che tu dica sul serio. E così, tu sei una città. Ma brava!
Il fatto è che Carmody si sentiva un po' seccato.
Aveva incontrato troppe entità importanti e dotate di poteri miracolosi. Era stato sballottato da un capo all'altro della Galassia. Forze, creature e personificazioni, gli erano balzate davanti senza sosta, facendogli perdere la calma più di una volta. Carmody era un individuo ragionevole, sapeva che esisteva un ordine di priorità interstellare e che gli umani non erano molto in alto nella graduatoria, ma siccome era anche molto orgoglioso, era convinto che un uomo valesse qualcosa, non foss'altro che per se stesso. Così, un tipo non poteva andarsene in giro esclamando continuamente Ah!, Oh!, Santo cielo!, ogni volta che gli capitava di vedere una delle entità non umane che lo circondavano; non poteva comportarsi così, senza perdere il rispetto di sé. E al rispetto di sé Carmody ci teneva moltissimo. Era una delle poche cose rimastegli.
Quindi voltò le spalle alla fontana e s'incamminò attraverso la piazza con l'aria di chi, avendo conversato con le città per tutta la sua vita, cominci a trovare la cosa leggermente monotona. Bighellonò per strade e viali. Occhieggiò le vetrine e osservò alcune case. Davanti a un monumento sostò un poco.
- Allora? - chiese la città dopo un po'.
- Allora, cosa? - disse pronto Carmody.
- Che te ne pare?
- Niente male - disse Carmody.
- Solo niente male?
- Senti - disse Carmody, - una città è una città. Quando ne hai vista una, praticamente è come se le avessi viste tutte.
- Questo poi no - disse la città in tono risentito. - Io sono totalmente diversa da qualsiasi altra città. Sono unica, io!
- Ah, sì! Davvero? - disse Carmody, sprezzante. - A me sembri un conglomerato di parti malamente assortite. Hai una piazza italiana, un paio di edifici di tipo greco, una fila di case Tudor, una casa popolare come ne facevano un tempo a New York, un chiosco-tavola calda alla californiana, fatto a forma di rimorchiatore, e chissà cos'altro. Che cosa c'è di tanto unico in tutto questo?
- La combinazione di questi elementi, fusi fino a formare un'unità armonica, è più che unica - si vantò la città. - Io offro la varietà, entro una struttura di coerenza interiore. Queste forme più antiche non sono anacronismi, capisci? Sono stili che rappresentano modi di vivere, e come tali sono appropriati in una macchina per vivere ben elaborata.
- Questo lo dici tu - replicò Carmody. - A proposito, hai un nome?
- Ma certo - disse la città. - Mi chiamo Bellwether. Sono incorporata nello stato di New York. Gradiresti per caso un po' di caffè, magari un panino, o frutta fresca?
- Un caffè lo berrei volentieri - disse Carmody. Lasciò che la voce di Bellwether lo guidasse oltre una cantonata, verso un caffè all'aperto. Il locale si chiamava La giarrettiera rossa, ed era la copia esatta di un saloon del 1890, compresi i nudi in gesso, il lampadario di Boemia e la pianola. Come ogni altro posto che Carmody aveva visto nella città, era di un lindore immacolato, ma completamente deserto.
- Simpatica l'atmosfera, no? - disse Bellwether.
- Vecchiotta - disse Carmody. - Ma c'è a chi piace questo genere.
Una tazza di caffè fumante venne calata sul suo tavolo, sopra un vassoio di acciaio inossidabile. - Il servizio almeno, è accurato - disse Carmody, sorseggiando il caffè.
- Buono? - chiese Bellwether.
- Sì, ottimo.
- Vado piuttosto orgogliosa del mio caffè - disse modestamente la città. - E della mia cucina, anche. Non mangeresti qualcosa? Una omelette, per esempio, o un soufflé?
- Niente - disse con fermezza Carmody. Si appoggiò allo schienale e osservò: - Così, tu saresti una città modello, eh?
- Sì, è questo che ho l'onore di essere - rispose Bellwether. - Di tutte le città modello, io sono la più recente, e, ritengo anche la più soddisfacente. Sono stata concepita da gruppi di ricercatori riuniti delle università di Yale e di Chicago, finanziati da una borsa di studio Rockefeller. La maggior parte dei miei particolari tecnici è stata progettata dall'Istituto Tecnico del Massachusetts, sebbene alcune mie sezioni speciali siano state fornite dall'università di Princeton e dalla rand Corporation. La costruzione vera e propria è stata realizzata dalla General Electric, e i fondi necessari sono stati generosamente forniti dalle Fondazioni Ford e Carnegie, nonché da diverse altre istituzioni che non sono autorizzata a rivelare.
- Una storia alquanto interessante - commentò Carmody, in tono di indisponente indifferenza. - Quella là di fronte è una cattedrale gotica, vero?
- Gotico puro - spiegò la città. - Inoltre è ecumenica e aperta a tutte le fedi, e ha posti a sedere per trecento persone.
- Non mi sembrano molti, per un edificio di quelle dimensioni.
- No, infatti. Ma la capacità è stata limitata intenzionalmente. La mia idea era di combinare la grandiosità con l'intimità. A molti piace così.
- A proposito, ma i tuoi abitanti dove sono? - s'informò Carmody.
- Se ne sono andati - disse lugubremente Bellwether. - Sono partiti tutti.
- Perché?
Per qualche istante la città rimase silenziosa, poi raccontò: - C'è stato uno screzio nelle relazioni tra città e comunità. Più che uno screzio, un malinteso. Anzi, una malaugurata serie di malintesi. Ho il sospetto che ci sia sotto lo zampino dei soliti seminatori di zizzania.
- Cosa è successo esattamente?
- Non lo so - confessò la città. - Ti assicuro che non lo so. Un brutto giorno, hanno fatto fagotto e se ne sono andati. Così, di punto in bianco! Ma torneranno, ne sono certa.
- Chissà - mormorò Carmody.
- Io ne sono convinta - disse la città. - Ma, lasciando da parte questa storia, tu perché non ti fermi, signor Carmody?
- Io? Veramente non...
- Hai l'aria stanca per il viaggio - disse Bellwether. - Certamente un po' di riposo ti farebbe bene.
- Sono stato in giro parecchio, in questi ultimi tempi - ammise Carmody.
- Chissà, potresti trovarti bene qui - disse Bellwether. - Comunque, faresti la singolare esperienza di avere pronta a un tuo cenno la città più moderna e più aggiornata del mondo.
- Sì, certo, è interessante - disse Carmody. - Ci penserò.
La città di Bellwether lo incuriosiva e, al tempo stesso, gli comunicava un senso di apprensione. Avrebbe voluto sapere con esattezza perché gli abitanti che lo avevano preceduto se n'erano andati.

Capitolo XXIII

Quella notte, cedendo alle insistenze di Bellwether, Carmody dormì nell'appartamento più sontuoso del Giorgio V. Si svegliò il mattino seguente pieno di gratitudine e perfettamente riposato. Quella parentesi di incoscienza lo aveva rimesso a nuovo.
Bellwether gli servì la colazione sul terrazzo ed eseguì un vivace quartetto di Haydn mentre Carmody mangiava.
Se non glielo avesse confidato Bellwether, Carmody non avrebbe mai indovinato di respirare aria rigenerata. Anche la temperatura e il grado di umidità erano soddisfacenti. Dalla terrazza si godeva una splendida vista dei quartieri occidentali di Bellwether: una simpatica giungla di pagode cinesi, ponti veneziani, canali giapponesi, una collinetta verde, un tempio corinzio, un'area di parcheggio, una torre normanna e tante altre cosette.
- Offri uno splendido colpo d'occhio - disse alla città.
- Il tuo apprezzamento mi fa piacere - rispose Bellwether. - Il problema dello stile è stato discusso fin dal giorno del mio inizio. Un gruppo avrebbe preferito la coerenza, cioè un numero armonioso di forme tendenti a mescolarsi in un armonico insieme. Ma ce ne sono tante di città modello fatte così. Sono entità artificiali, monotone nella loro uniformità, e si nota subito che, a differenza delle città autentiche, sono state create da un solo individuo o da un comitato.
- Be', tu stessa sei alquanto artificiale, non credi? - osservò Carmody.
- Certo! Ma non pretendo di essere niente di diverso. Non sono una contraffazione di città del futuro, o una spuria Firenze d'imitazione. Sono un'autentica congerie agglutinata. Si è cercato di rendermi interessante e stimolante, oltre che pratica e funzionale.
- Bellwether, a me sembri bellissima - dichiarò Carmody, in un improvviso accesso di espansività. - Le città modello parlano tutte come te?
- Mai più! Finora la maggior parte delle città, modello o non modello, non dicevano nemmeno una parola. Ma questo agli abitanti non piaceva. Faceva apparire la città troppo autoritaria, troppo impersonale e priva di sentimenti. Ecco perché io sono stata creata con una coscienza artificiale.
- Capisco - disse Carmody.
- Il fatto è, vedi, che questa coscienza artificiale mi personalizza, il che è molto importante nell'era della personalizzazione. Mi permette di mostrare spirito di iniziativa nell'andare incontro alle richieste dei miei abitanti. Possiamo ragionare tra noi, la mia popolazione e io. Così, portando avanti un dialogo continuo e costruttivo, possiamo aiutarci reciprocamente a stabilire un ambiente urbano realmente vitale. Possiamo modificarci a vicenda, senza alcuna significativa perdita di individualità.
- Certo l'idea è bellissima - ammise Carmody.
- Salvo, s'intende, che non hai proprio nessuno con cui portare avanti un dialogo.
- È l'unica pecca di tutto lo schema - riconobbe la città. - Adesso, però, ho te.
- Già, hai me - disse Carmody, e si chiese perché quelle parole suonassero sgradevoli al suo orecchio.
- E tu, naturalmente, hai me - disse la città.
- È un rapporto scambievole, l'unico tipo di rapporto degno di essere coltivato. Ma adesso, mio caro Carmody, sarà bene che io stessa ti accompagni a vedere il resto. Poi penseremo a insediarti e a regolarizzarti.
- A fare che?
- Non intendevo quello che forse avrai capito tu - assicurò la città. - Come espressione tecnica, è assai infelice, ma non badarci. Tu stesso ti rendi conto, ne sono certa, che un rapporto scambievole implica degli obblighi da parte di entrambi gli interessati. Non vedo come potrebbe essere diversamente, ti pare?
- Certo, certo, a meno che non si tratti di una relazione basata sul vivi e lascia vivere.
- Stiamo cercando di discostarci da queste formule - obiettò Bellwether. - Il laissez-faire diventa una dottrina delle emozioni, come tu sai, e conduce dritto all'anarchia e alla paralisi. E ora, se vuoi accomodarti da questa parte...
Carmody seguì le direzioni indicate e prese visione di tutte le virtù di Bellwether. Visitò l'impianto di energia, il centro di filtrazione idrica, il parco industriale e il settore riservato alle piccole industrie. Vide i giardini per l'infanzia e l'Old Fellows Hall. Visitò poi un museo e una galleria d'arte, un teatro, una sala da concerto, un bowling, una sala da biliardo, una pista da gokart e un cinematografo. Si sentiva un po' stanco e avrebbe voluto fermarsi, ma la città ci teneva a farsi ammirare, e Carmody dovette sorbirsi anche un palazzo a cinque piani dell'American Express, una sinagoga portoghese, la statua di Buckminster Fuller, la Greyhound Bus Station e diverse altre attrazioni.
Finalmente quella sfacchinata terminò. Carmody arrivò alla conclusione che le meraviglie della città modello non erano né meglio né peggio di quelle della Galassia; e che la bellezza stava nell'occhio dell'osservatore, salvo una piccola parte, che aveva invece sede nei piedi.
- Che ne diresti di pranzare? - chiese la città.
- Ottima idea - disse Carmody.
Venne guidato fino al Rochambeau, un ristorante di lusso, dove cominciò con potage au petits pois e terminò con dei petits fours.
- Che ne diresti di un pezzetto di gruviera, per finire in bellezza? - offrì la città.
- Grazie, no - rispose Carmody. - Sono sazio. Ho mangiato fin troppo.
- Ma il formaggio non è pesante. Un triangolino di ottimo Camembert?
- Proprio non potrei.
- Forse un po' di frutta assortita. Molto rinfrescante per il palato.
- Non è il palato che ha bisogno di rinfrescarsi.
- Almeno una mela, una pera e un paio di grappoli di uva?
- Grazie, no.
- Due ciliegine?
- No, no, no!
- Un pasto non è completo senza un po' di frutta - protestò la città.
- Il mio lo è - disse Carmody.
- Ci sono vitamine importanti che si trovano soltanto nella frutta fresca.
- Vuol dire che dovrò adattarmi a farne a meno.
- La mangi mezza arancia, se te la sbuccio io? Gli agrumi vanno giù come niente.
- Proprio non me la sento.
- Nemmeno due o tre spicchi? Se ti levo via tutti i semi?
- No, nella maniera più assoluta.
- Mi sentirei più tranquilla - disse la città. - Il senso della completezza è insito in me, capisci, e nessun pranzo può dirsi completo senza un po' di frutta.
- No! No! No!
- Ho capito, non è il caso che ti arrabbi. Se non ti piace quello che servo, è affar tuo.
- Ma sì che mi piace!
- E allora, visto che ti piace, perché non vuoi mangiare un po' di frutta?
- E va bene - sospirò Carmody, - dammi un grappolino d'uva.
- Non voglio forzarti, cosa credi?
- Non vuoi forzarmi, lo so. Dammelo, per favore!
- Sei proprio sicuro di volerlo?
- Dammelo! - urlò Carmody.
- Ecco qua, prendi - disse la città, e gli mise davanti uno splendido grappolo d'uva moscatella. Carmody lo mangiò tutto. Era squisito.
- Scusa se ti disturbo - disse la città. - Che cosa stai facendo?
Carmody si tirò su e aprì gli occhi. - Facevo un pisolino - disse. - C'è qualcosa di male, per caso?
- Che cosa dovrebbe esserci di male? È un desiderio naturalissimo.
- Grazie - disse Carmody. E tornò a chiudere gli occhi.
- Ma perché appisolarsi in poltrona? - disse la città.
- Perché sono in poltrona e sono già mezzo addormentato.
- Ti verrà male alla schiena - disse la città.
- Fa niente - disse Carmody, sempre con gli occhi chiusi.
- Perché non fare un riposino come si deve? Qui sul divano?
- Sto già riposando qui, e ci sto comodissimo.
- No, che non sei comodo - gli fece osservare la città. - L'anatomia umana non è costruita per dormire in quella posizione.
- Al momento, la mia lo è - disse Carmody.
- Non è vero. Perché non provi il divano?
- La poltrona va benissimo.
- Ma il divano va meglio. Provalo, per favore. Carmody. Carmody?
- Eh? Che c'è - disse Carmody, svegliandosi.
- Il divano. Penso che dormiresti meglio sul divano.
- E va bene! - disse Carmody, alzandosi a fatica. - Dov'è questo divano?
Venne guidato fuori del ristorante, fino in fondo alla strada, poi, voltato l'angolo, dentro un edificio con la scritta La Dormitina. C'erano una dozzina di divani alla turca. Carmody ciondolò verso il più vicino.
- No, quello no - consigliò la città. - Ha una molla rotta.
- Non importa - borbottò Carmody. - Cercherò di evitarla.
- Dormiresti male e ti verrebbero i crampi.
- Maledizione! - imprecò Carmody, rimettendosi in piedi. - E allora, quale divano mi consigli?
- Questo qui in fondo - disse la città. - È a una piazza e mezza, ed è il più comodo di tutti. Il punto di flessione del materasso è stato determinato scientificamente. I cuscini...
- Bene, splendido, magnifico - disse Carmody, sdraiandosi sul divano.
- Vuoi che ti suoni un po' di musica distensiva?
- Non disturbarti.
- Come preferisci. Ti smorzo le luci, allora?
- Brava.
- Vuoi per caso una coperta? Controllo io la temperatura, qui dentro, ma spesso i dormienti si sentono infreddoliti, e siccome si tratta d'impressioni soggettive...
- Non importa! Lasciami in pace!
- Va bene! - disse la città. - Non lo faccio certo per me, sai. Personalmente, io non dormo mai.
- Sì, certo, scusami.
- Non c'è di che.
Seguì un lungo silenzio. Poi Carmody si tirò su.
- Che cosa c'è? - s'informò la città.
- Non posso più dormire - disse Carmody, esasperato.
- Prova a chiudere gli occhi e a rilassare coscientemente ogni muscolo del tuo corpo, cominciando dagli alluci e salendo via via...
- Non riesco a dormire! - urlò Carmody.
- Si vede che non avevi molto sonno - disse la città. - Ma, se non altro, potresti chiudere gli occhi e fare un pochino di relax. Non lo faresti, per farmi piacere?
- No! - disse Carmody. - Non ho sonno e non ho bisogno di relax.
- Cocciuto! - si spazientì la città. - Fai come credi. Io ho tentato l'impossibile, rimorsi non ne ho.
- Già, lo so - borbottò Carmody, alzandosi di scatto e uscendo dalla sala di riposo.
Fermo su un ponticello ad arco, Carmody contemplava la laguna azzurra.
- Questa è una copia del ponte di Rialto, a Venezia - spiegò la città. - In scala ridotta, si capisce.
- Lo so - disse Carmody. - Ho letto il cartello.
- Ha un suo fascino, di' la verità?
- Sì, è bello - disse Carmody, accendendo una sigaretta.
- Vedo che fumi molto - osservò la città.
- Lo so, mi va di fumare.
- Come tuo consigliere medico, devo avvertirti che il fumo può provocare il cancro ai polmoni. È accertato.
- Lo so.
- Se tu fumassi la pipa, le probabilità di rischio diminuirebbero.
- La pipa non mi piace.
- E se tu fumassi sigari?
- Non mi piacciono neanche i sigari. - Carmody si accese un'altra sigaretta.
- È la terza sigaretta in cinque minuti - osservò la città.
- Maledizione, fumo quando e quanto mi pare! - scattò Carmody.
- Padronissimo, naturalmente! - disse la città. - Io volevo solo avvisarti per il tuo bene. Vorresti che me ne stessi in disparte, senza dire una parola, mentre tu ti rovini la salute?
- Sì - rispose Carmody.
- Non posso credere che tu dica sul serio. C'è di mezzo un imperativo etico, caro mio! Un uomo può agire contro il proprio interesse, ma a una macchina non è permesso un simile grado di insensatezza.
- Levati di torno - disse Carmody, torvo. - Piantala di trattarmi come un bambino.
- Trattarti come un bambino? Mio caro Carmody, ti ho forse costretto in qualche modo? Ho fatto qualcosa di più che consigliarti?
- Forse no. Ma parli troppo, ecco.
- Non parlo abbastanza, vorrai dire, a giudicare dai risultati che ottengo.
- Parli troppo, ti dico - ripeté Carmody, accendendo un'altra sigaretta.
- Quella è la quarta, in pochi minuti. Carmody aprì la bocca per urlare un insulto. Poi cambiò idea e, voltate le spalle, si allontanò.
- Quello cos'è - chiese Carmody.
- È un distributore automatico di dolciumi - lo informò la città.
- Non sembra, però.
- Eppure lo è. Questo modello è la modifica di un disegno progettato da Saarinomen per un silo. L'ho riprodotto in miniatura, s'intende, e...
- E io ti ripeto che non ha niente in comune con un distributore automatico. Come funziona?
- È semplicissimo. Spingi il bottone rosso. Aspetta, ora. Abbassa una di quelle leve della fila A. Ecco, ora premi il bottone rosso. Fatto!
Una tavoletta di cioccolata al latte scivolò nella mano di Carmody.
- Ah - fece Carmody. Tolse la stagnola e addentò la tavoletta. - È un vero pezzo di cioccolato al latte o soltanto una copia? - chiese.
- È autentico. Ho dovuto subappaltare la concessione dei dolciumi perché non ce la facevo a fare tutto.
- Ah - disse ancora Carmody, lasciando scivolare la stagnola dalle dita.
- Ecco un esempio del genere d'incuria in cui mi imbatto regolarmente - osservò la città.
- Ma è soltanto un pezzetto di carta - disse Carmody, voltandosi a guardare la pallottola di stagnola sulla strada perfettamente linda.
- D'accordo, è soltanto un pezzetto di carta - ammise la città. - Ma tu moltiplicalo per centomila abitanti, e che cosa ottieni?
- Centomila pezzetti di stagnola - rispose Carmody senza un attimo di esitazione.
- Non mi pare che ci sia niente da ridere. Non ci terresti affatto a vivere in mezzo a un mare di cartacce, te lo dico io. Saresti il primo a lamentarti, se le strade fossero ingombre di spazzatura. Ma tu la fai la tua parte? Ci stai attento tu, a non sporcare dove passi? No, naturalmente! Lasci che me la veda io, anche se devo sbrigare tutte le altre funzioni della città, notte e giorno, senza nemmeno le domeniche di riposo.
Carmody si chinò per raccogliere il pezzetto di stagnola. Ma prima che le sue dita arrivassero a toccare l'involucro della tavoletta, un braccio a pinza uscì da un tombino, acchiappò la stagnola e sparì.
- Non disturbarti - disse la città. - Ci sono abituata a pulire dove passa qualcuno. Non faccio altro.
- Ah - fece Carmody.
- Né mi aspetto alcuna gratitudine.
- Ma io ti sono grato, gratissimo!
- Ma va', che non è vero.
- E va bene, allora non lo sono. Che cosa vuoi che ti dica?
- Non voglio che tu dica niente. L'incidente è chiuso, non ne parliamo più.
- Mangiato abbastanza? - chiese la città, dopo cena.
- A sazietà - rispose Carmody.
- Non hai mangiato molto.
- Sono a posto così. Era tutto squisito.
- Se era squisito, perché non hai mangiato di più?
- Perché non avrei avuto posto per altro.
- Se non ti fossi guastato l'appetito con quella tavoletta di cioccolato...
- La tavoletta non m'ha affatto guastato l'appetito, maledizione! Sono io che...
- Stai accendendo una sigaretta - osservò la città.
- Siiii!
- Non potresti aspettare un po'?
- Stai a sentire - disse Carmody, - che cosa diavolo...
- Abbiamo cose importanti da discutere - si affrettò a interromperlo la città. - Hai pensato a quello che intendi fare per vivere?
- Veramente, non ho avuto molto tempo per pensarci.
- Io invece ci ho pensato. Sarebbe una bella cosa se tu diventassi un medico.
- Io? Ma dovrei seguire dei corsi preparatori, poi iscrivermi alla facoltà di medicina, e via discorrendo.
- A questo penserò io - promise la città.
- Non mi attira.
- Che ne diresti allora di studiare legge?
- Meno che mai.
- L'ingegneria? Offre molte possibilità.
- Non è per me.
- Vuoi occuparti di contabilità, amministrazione?
- Nemmeno morto!
- Ma insomma, che cosa vuoi fare?
- Il pilota - rispose Carmody, d'impulso. - Voglio pilotare un jet.
- Ma fammi il piacerei
- Parlo sul serio.
- Non ho neppure un campo di aviazione, qui.
- Be', andrò a fare il pilota da qualche altra parte.
- Lo dici per dire, tanto per farmi arrabbiare!
- Ma neanche per idea! - protestò Carmody. - Voglio fare il pilota, è la pura verità. Ho sempre sognato di diventare pilota. Parola d'onore.
Seguì un lungo silenzio. Poi la città disse: - La decisione dipende interamente da te. - Lo disse in tono spento, funereo.
- Dove vai, adesso?
- A fare due passi - rispose Carmody.
- Alle nove e mezzo di sera?
- Certo, perché no?
- Credevo che fossi stanco.
- Ero stanco diverse ore fa.
- Capisco. Io poi pensavo che volessi startene seduto lì e che potessimo fare una bella chiacchierata.
- Non potremmo chiacchierare al mio ritorno? - propose Carmody.
- No, non ha importanza - disse la città.
- La passeggiata non ha importanza - replicò Carmody, sedendosi. - Avanti, chiacchieriamo.
- Ora non ho più voglia di chiacchierare - disse la città. - Vai, vai pure a spasso.
- Allora, buonanotte - disse Carmody.
- Prego?
- Ho detto buonanotte.
- Vai a dormire?
- Certo. È tardi. Sono stanco.
- E intendi addormentarti subito?
- Perché?
- Niente, niente - rispose la città. - Solo che hai dimenticato di lavarti.
- Ah... già, me ne sono dimenticato. Pazienza, mi laverò domani mattina.
- Quanto tempo è che non fai un bagno?
- Parecchio. Domattina lo farò.
- Non ti sentiresti meglio se lo facessi subito?
- No.
- Nemmeno se ti riempissi la vasca?
- No! No, maledizione! Voglio dormire!
- Fa' come ti pare - disse la città. - Non lavarti, non studiare, non osservare una dieta equilibrata. Poi, però, non prendertela con me.
- Prendermela con te? Per che cosa?
- Per qualsiasi cosa.
- Sì, ma... a che cosa alludevi, in particolare?
- Non ha importanza.
- Se non ne ha, perché tirare in ballo l'argomento?
- Mi preoccupavo solo di te - disse la città.
- Me ne rendo conto.
- Devi metterti in mente che se ti lavi o no a me non viene in tasca niente.
- Questo lo so benissimo.
- Quando uno si prende le cose a cuore - continuò la città - quando sente le proprie responsabilità, ecco., non gli fa piacere sentirsi maledire e mandare a quel paese.
- Ma io non ti ho maledetta.
- Stavolta no. Ma nel corso della giornata, l'hai fatto.
- Be'... ero nervoso.
- Perché fumi troppo.
- Non ricominciamo!
- No, no - disse la città. - Fuma pure come una ciminiera. Che cosa vuoi che me ne importi? I polmoni sono tuoi, non miei.
- Ecco, appunto - ringhiò Carmody, accendendo una sigaretta.
- Ma l'insuccesso è mio.
- Non dire così, ti prego!
- Fai conto che non abbia detto niente.
- D'accordo.
- A volte divento eccessivamente zelante.
- Sì, capisco.
- Ed è una situazione particolarmente difficile, perché ho ragione. Ho sempre ragione, capisci.
- Lo so - disse Carmody. - Hai ragione, hai ragione, hai sempre ragione. Ragione ragione ragione...
- Non eccitarti così prima di dormire - lo sgridò la città. - Desideri un bicchiere di latte?
- No.
- Sicuro?
Carmody si nascose la faccia tra le mani. Si sentiva stranissimo. Si sentiva anche estremamente colpevole, fragile, sudicio, malaticcio e trasandato. Si sentiva completamente e irrimediabilmente misero, e sapeva che sarebbe sempre stato così...
In qualche angolo remoto del suo essere, Carmody trovò l'energia necessaria. - Seethwright! - gridò.
- Chi stai chiamando? - chiese Bellwether.
- Seethwright! Dove siete?
- In che modo non ti ho accontentato? - domandò la città. - Dimmelo, per favore!
- Seethwright! - gemette Carmody. - Venite a prendermi! Questa è una Terra sbagliata!
Un colpo secco, un crepitio, uno schiocco... e Carmody si ritrovò in un altro posto.

Capitolo XXIV

Sccccc! Zzzzzzzzz! Crac! Arrivato. Ma chi sapeva dove, quando e in quale luogo? Carmody, no di certo. Si ritrovò in una città invitante, molto simile a New York. Molto simile, ma lo era davvero?
- È New York? - chiese Carmody.
- E come faccio a saperlo! - rispose prontamente una voce.
- Era una domanda retorica - disse Carmody.
- L'avevo capito, ma poiché come retore ho i documenti in regola, ho risposto.
Carmody si guardò attorno e vide che la voce veniva da un grande ombrello nero che lui stringeva nella mano sinistra. - Sei il mio Premio? - chiese.
- Ma si capisce - disse il Premio. - Non credo di avere l'aspetto di un pony delle Shetland, no?
- Dove diavolo ti eri ficcato, prima, quando mi trovavo nella città modello?
- Stavo prendendomi una breve vacanza, più che meritata - disse il Premio. - È inutile che ti lamenti, perché il tempo da dedicare alle vacanze è Stabilito nel contratto tra l'Unione Premi della Galassia e la Lega dei Riceventi.
- Non mi lamentavo affatto - disse Carmody. - Semplicemente... Lasciamo perdere. Questo posto somiglia moltissimo alla mia Terra. Anzi, sembra proprio New York.
Si trovavano in una città. Il traffico era intenso, con pedoni e veicoli in quantità. C'erano molti teatri, molti baracchini che vendevano wurstel, e un'infinità di negozi con striscioni che annunciavano svendite totali per chiusura d'esercizio. Le insegne al neon lampeggiavano dovunque. E c'erano anche molti ristoranti. Tra i più importanti, l'Occidentale, il Meridionale, l'Orientale e il Settentrionale, tutti con cartelli reclamizzanti bistecca e patate fritte. Sul lato opposto della strada, un cinema invitava ad assistere alla proiezione del film Gli Apocrifi (Più Grandi della Bibbia), con un cast di migliaia di attori. Vicino a quello, si vedeva la Discoteca Centrale, dove un gruppo folcloristico, autodenominatosi I Cornuti, suonava una musica gracchiarne che accompagnava le danze di vergini immature in vesti più che succinte.
- Un'attività frenetica - disse Carmody, bagnandosi le labbra.
- Io sento soltanto il tintinnio del denaro - disse il Premio in tono pesante da moralista.
- Non essere noioso - disse Carmody. - Credo proprio di trovarmi a casa.
- Spero di no - disse il Premio. - Questo posto mi dà sui nervi. Guardati intorno attentamente, per favore: somiglianza non significa identità.
Davanti a loro si apriva un ingresso alla metropolitana. Carmody si accorse di essere nella Cinquantesima strada, a Broadway. Sì, era a casa. Si diresse con passo elastico verso la stazione e scese le scale. Era una vista familiare, eccitante e triste al tempo stesso. Le pareti di marmo erano umide e la monorotaia luccicante usciva da un tunnel per scomparire subito in un altro...
- Oh - disse Carmody.
- Che c'è? - chiese il Premio.
- Lascia perdere - disse Carmody. - Ci ho ripensato, e preferisco fare una passeggiata per le strade. - E tornò indietro, dirigendosi tranquillamente verso il rettangolo di cielo incorniciato all'entrata. Nel frattempo si era formata una gran folla che gli bloccava il passo. Carmody cercò di aprirsi un varco tra la gente, ma veniva respinto. Le pareti umide della metropolitana cominciarono a tremare, poi a contrarsi ritmicamente. La rotaia luccicante si svincolò dai suoi attacchi, ripiegandosi su se stessa come una lingua, che poi si allungò bruscamente verso di lui. Carmody si mise a correre, buttando a terra tutti quelli che gli venivano fra i piedi, e si accorse che loro si rialzavano immediatamente, di scatto, come se avessero un peso nella base. Il pavimento di marmo cominciò a farsi morbido, appiccicoso. Le suole gli rimanevano quasi incollate, le figure gli si stringevano intorno, e la monorotaia, adesso, era sospesa sopra la sua testa.
- Seethwright! - urlò Carmody. - Tiratemi fuori di qui!
- Anche me! - gridò il Premio.
- Anche me! - beffeggiò il furbo predatore, perché era proprio nella sua bocca abilmente mimetizzata da metropolitana, che Carmody era andato a ficcarsi.
Non arrivò nessun aiuto, e Carmody ebbe il sospetto mostruoso che Seethwright fosse fuori a pranzo, o in bagno, o magari occupato al telefono. Il rettangolo azzurro del cielo rimpiccioliva sempre più, e l'uscita si chiudeva. Le figure che lo circondavano persero le loro sembianze umane. Le pareti divennero rosso-porpora, cominciarono a sollevarsi e a contrarsi. Infine la monorotaia sottile si avvinghiò famelica al piede di Carmody. Dentro il corpo del predatore si udivano profondi ululati, seguiti da copiose emissioni di bava. (Evidentemente il predatore di Carmody era goloso, e non sapeva comportarsi a tavola secondo le regole della buona educazione.)
- Aiuto! - urlò Carmody, mentre i succhi gastrici gli distruggevano le suole delle scarpe.
- Seethwright! Aiuto!
- Oh sì, sì, aiutateci! - singhiozzò il Premio. - O se vi sembra troppo difficile, aiutate almeno me! Toglietemi di qui, e vi assicuro che metterò annunci su tutti i giornali principali, riunirò comitati, formerò gruppi d'azione, incollerò manifesti sui muri delle case, perché Carmody non rimanga invendicato! E poi mi impegno...
- Smettetela di farfugliare - disse una voce che Carmody riconobbe come quella di Seethwright.
- Disgustoso! In quanto a voi, signor Carmody, in futuro cercate di decidervi prima di entrare nella bocca del predatore. Il mio ufficio non è attrezzato per i salvataggi in extremis.
- Ma mi salverete, per questa volta, vero? - supplicò Carmody. - Lo farete? Lo farete?
- Già fatto - disse Seethwright. E quando Carmody si guardò attorno vide che era già stato fatto davvero.

Capitolo XXV

Seethwright doveva aver attuato imperfettamente la transizione, perché Carmody, dopo un breve intervallo, si trovò seduto sul sedile posteriore di un tassì. Era in una città molto simile a New York, e a quanto pareva lui era capitato nel bel mezzo di una conversazione.
- Cosa avete detto? - chiese il tassista.
- Non ho aperto bocca - rispose Carmody.
- Oh, mi sembrava che aveste detto qualcosa.
Io dicevo che stavo dicendo che quello è il nuovo Flammarion Building.
- Lo so - disse Carmody. - Ho aiutato io a costruirlo.
- Davvero? Un bel lavoro! Ma adesso basta, eh?
- Sì - disse Carmody. - E basta anche con queste schifose sigarette! - Scosse la testa e gettò la sigaretta dal finestrino. Quelle parole e quelle azioni sembravano perfettamente naturali a una parte di lui (la coscienza attiva), ma un'altra parte del suo essere (la coscienza riflessa) osservava divertita.
- Non potevate dirlo prima? - disse il tassista.
- Ecco, provate una delle mie.
Carmody diede un'occhiata al pacchetto aperto sul palmo dell'uomo. - Fumate le Kools, eh?
- È la mia marca abituale - rispose l'autista.
- Le Kools hanno un leggero sapore di mentolo e il gusto che piace a me.
Carmody inarcò entrambe le sopracciglia con un certo scetticismo. Tuttavia prese il pacchetto, sfilò una delle sigarette, e l'accese. La faccia sorridente del tassista lo guardava dal retrovisore. Carmody aspirò, assunse un'espressione sorpresa e compiaciuta, poi espulse il fumo, lentamente e con voluttà.
- Ehi! - disse. - Mica male, queste! L'autista annuì. - Molti di noi che fumiamo le Kools la pensiamo così... Eccoci arrivati, signore.
Il Waldorf-Astoria.
Carmody pagò e fece per uscire. L'altro si sporse all'indietro, sempre sorridendo. - Ehi, signore - disse. - E le mie Kools?
- Oh! - fece Carmody. Gli restituì il pacchetto, e i due uomini si sorrisero di nuovo. Poi il tassista se ne andò, e Carmody rimase solo, davanti all'albergo.
Indossava un soprabito pesante, un Burberry originale. Lo poteva affermare con sicurezza, avendo letto l'etichetta che, invece di essere all'interno del colletto, faceva bella mostra di sé sul lato esterno della manica destra. Ora che ci faceva caso, si accorse che tutte le etichette dei suoi indumenti erano applicate all'esterno: tutti potevano accertarsi che lui portava una camicia Van Heusen, una cravatta Countess Mara, un abito Hart Schaffner & Marx, calze Van Camp e scarpe Lloyd & Haig. In testa portava un Borsalino, e le mani calzavano guanti di pelle L. L. Bean. Al polso aveva un orologio a carica automatica (Audemars Piccard), dotato di un regolo calcolatore, di cronometro, di indicatore di tempo scaduto, di calendario e di sveglia, e oltre a tutto questo, l'orologio garantiva una precisione straordinaria con una tolleranza massima di non oltre sei secondi all'anno.
Infine Carmody sentì che il suo fazzoletto odorava discretamente di Muschio di Quercia, colonia per uomini di Abercrombie e Fitch.
Era un corredo decente, anche se non di gran classe. Forse poteva anche andare, ma Carmody desiderava qualcosa di meglio per sé. Era ambizioso e voleva riscattarsi, diventare il tipo che beve Chivas Regal anche quando non è Natale, che porta camicie Fratelli Books e giacche sportive di F. R. Tripler, che usa la lozione dopobarba Onyx di Lentheric, che si infila in giacconi Country Warmer di Paul Stuart...
Ma per procurarsi beni come quelli, avrebbe dovuto ottenere un Grado di Consumatore di classe A-AA-AAA, invece del comune B-BB-AAA che, chissà perché, gli avevano affibbiato fin dalla nascita. Aveva bisogno di quella qualifica! Non valeva forse abbastanza? Diamine, a Stanford era stato il primo della classe in Tecnica del Consumatore! Il suo Indice di Uso era del novanta per cento! La sua auto, una Dodge Ferret, era ineccepibile. E poteva portare altri esempi.
Perché non lo avevano promosso di grado? Possibile che non lo tenessero d'occhio?
Carmody si affrettò a scacciare quel pensiero eretico: aveva preoccupazioni più urgenti. Quel giorno lo aspettava un compito ingrato. Quello che stava per fare nell'ora seguente, poteva costargli il posto, nel qual caso sarebbe stato relegato nei ranghi impersonali dei consumatori proletari di Merci Irregolari di Seconda Scelta.
Era ancora presto, ma aveva bisogno di energie per la prova che l'attendeva. Così entrò nel Man's Bar del Waldorf.
Incontrò lo sguardo del barista, e in fretta, prima che l'uomo potesse aprire bocca: disse: - Ehi, amico, dammene un'altra! - Il fatto che l'uomo non gli avesse mai dato niente prima d'allora e che si trovasse perciò nell'impossibilità materiale di accontentarlo, non gli importava minimamente.
- Ecco qua, amico - disse il barista, sorridendo. - La Bailamme ha il profumo penetrante della birra ben fermentata, e il gusto giusto.
Carmody sapeva che quel commento avrebbe dovuto farlo lui, ma era stato colto alla sprovvista. Sorseggiò la sua birra, con aria pensosa.
- Ehi, Tom!
Carmody si voltò. Era Nate Steen, di Leonia, New Jersey, un vecchio amico e vicino, che stava sorbendosi una Coke. - Buffo - disse Steen - ma hai notato che tutto va meglio, con Coke?
Di nuovo Carmody era stato preceduto. Scolò il suo bicchiere di birra tutto d'un fiato, e chiamò il barista: - Ehi, amico, dammene un'altra! - Era un espediente poco geniale, ma meglio che niente. - Che c'è di nuovo? - chiese a Steen.
- Mia moglie se n'è andata in vacanza. Ha deciso di andare a Miami per una settimana con l'American Airways, la migliore Compagnia per la terra del sole.
- Magnifico! - disse Carmody. - Ho appena mandato Helen a Nassau. Se dall'aereo sembra che le Bahamas siano belle, aspetta quando sarai a terra, e vedrai. E, sai, l'altra notte stavo giusto chiedendo a mia moglie come, in questo nostro mondo che si agita tanto freneticamente, qualcuno potrebbe trovare il tempo di fare un viaggetto per mare in Europa. E lei mi ha risposto...
- Ottima idea - interruppe Steen. Ne aveva pieno diritto, naturalmente: il viaggio con la compagnia navale Holland-American era davvero troppo lungo per poter discutere la cosa. - Ebbene, io ho pensato di fare le valigie e di andarcene tutti nel Paese delle Marlboro.
- Fate bene - disse Carmody. - Dopo tutto...
-...c'è tutto da guadagnare a fumare Marlboro - concluse Steen. (Era un suo privilegio, perché aveva cominciato lui!)
- Certo - disse Carmody. Mandò giù la birra in fretta e gridò, per la terza volta: - Ehi, amico, dammene un'altra! Birra Ballantine! - ma sapeva di non essere all'altezza della situazione. Che cosa diavolo c'era in lui, che non andava? Per quel preciso momento, per quella particolare circostanza, c'era un dialogo obbligato. Ma non riusciva a ricordarlo, gli sembrava di essersi dimenticato ogni parola...
Steen, calmo e sicuro di sé, grazie a Segerto - Nuova formula migliorata, color azzurro ghiaccio - che gli aderiva alle ascelle pelose, attaccò per primo: - Con le mogli lontane - sghignazzò - dobbiamo farci il bucato da soli!
Ormai Carmody era completamente annientato! Non gli restava che tirare innanzi. - Già - disse, scoppiando in una risata sorda, - ti ricordi di quella roba del tipo Credevo che la mia camicia fosse bianca?
Tutti e due fecero una risatina sprezzante. Poi Steen guardò la sua camicia, guardò quella di Carmody, si rabbuiò, inarcò le sopracciglia, spalancò la bocca, e sulla faccia gli si dipinsero incredulità e sorpresa.
- Ehi! - disse. - Ma la mia camicia è davvero più bianca della tua!
- Sai che hai ragione? - disse Carmody, senza neanche scomodarsi a guardare. - Strano. Abbiamo due lavatrici della stessa marca, con lo stesso programma di lavaggio. E abbiamo usato il medesimo candeggiante... Non è così?
- Io ho usato quel Clorox... - disse Steen con aria di noncuranza.
- Clorox... - disse Carmody pensoso. - Già, dev'essere quello! Il mio candeggiante era troppo debole!
Sulla faccia gli si dipinse una finta disperazione, mentre Steen sfoggiava un'espressione di trionfo. Pensò di ordinare una quarta birra, ma le altre tre gli erano rimaste sullo stomaco. Allora decise che Steen era troppo svelto per il suo carattere.
Carmody pagò le birre con la sua carta di credito American Express, poi andò in ufficio al cinquantunesimo piano del numero 666, nella Quinta Strada. Salutò i colleghi con aria cameratesca e democratica. Parecchie persone cercarono di attirarlo nel loro gioco, ma lui le ignorò. Sapeva che la sua situazione - per quanto riguardava la promozione - era ormai disperata. Aveva riflettuto tutta la notte sulle possibili alternative. La preoccupazione gli aveva causato una potente emicrania con tanto di nausea, e per poco non era stato costretto a rinunciare alla gara di charleston. Ma sua moglie Helen, (che non era andata affatto in vacanza) gli aveva propinato un Kaal-Trelzers che l'aveva rimesso in sesto in un batter d'occhio, e così avevano potuto partecipare alla competizione e vincere il primo premio. Grazie al Kaal-Trelzers. Ma il problema era rimasto. E quando Helen gli aveva detto, alle tre del mattino, che quell'anno Tommy e il piccolo Tinker avevano avuto il trentadue per cento di carie in meno dell'anno precedente, lui aveva risposto: - Sai... scommetto che è il Crest! - Ma non ci aveva messo il cuore, anche se Helen era stata gentile a suggerirgli la battuta.
Sapeva che nessuna moglie può suggerire al marito un numero di battute sufficiente a cambiare la situazione. Per avanzare nel Grado di Consumatore, per ottenere le sole cose che contano nella vita - uno chalet di tipo svizzero costruito da Tech nella quiete della Libera Solitudine del Maine, oppure una Porsche 9118 (roba per gente che appartiene a una classe a parte) o ancora un Ampex (per chi si accontenta soltanto del meglio)... - ecco, per ottenere cose del genere, bisogna meritarsele. Il denaro non basta, la posizione sociale non basta, non basta nemmeno la perseveranza. Bisogna dimostrare di appartenere davvero alla Razza Particolare a cui sono riservate queste merci. Bisogna rischiare tutto, per ottenere tutto.
- Per Giove! - disse Carmody a se stesso, battendo il pugno sul palmo della mano sinistra. - Ho detto che lo farò, e lo farò! - Avanzò coraggiosamente verso l'ufficio del signor Obermann, il suo principale, e spalancò coraggiosamente la porta.
La stanza era deserta. Il signor Obermann non era ancora arrivato.
Carmody entrò nell'ufficio. Avrebbe atteso: la mascella irrigidita, le labbra tese, tre rughe verticali incise profondamente tra le due sopracciglia. Lottò per mantenere il controllo di sé; Obermann sarebbe arrivato a minuti. E subito, Tom Carmody gli avrebbe detto: Dottor Obermann, forse mi licenzierete per la libertà che mi prendo, ma devo dirvi in coscienza che avete un alito pessimo. Dopo una pausa, avrebbe ribadito: Pessimo!
Come sembrava facile a dirsi, e come era difficile invece a mettersi in pratica! Tuttavia un vero uomo deve ribellarsi, lottare per la diffusione della pulizia e di tutto quanto ne consegue, darsi da fare per ottenere la promozione. In quel preciso istante, Carmody sentiva fissi su di sé, gli occhi di quegli esseri leggendari chiamati Industriali. Se lo avessero trovato meritevole...
-...giorno, Carmody! - disse Obermann, entrando a lunghi passi nella stanza. Era un bell'uomo, con la testa da falco e le tempie brizzolate in segno di distinzione. Gli occhiali cerchiati di tartaruga avevano un diametro che superava di ben tre centimetri quello degli occhiali di Carmody.
- Dottor Obermann - esordì Carmody con voce querula - forse mi licenzierete...
- Carmody - disse il principale in tono sicuro che penetrava in quello trepido del subalterno come un bisturi penetra nelle carni flaccide, - Carmody, oggi ho scoperto un dentifricio straordinario. Si chiama Scope. Credo che il mio alito si manterrà gradevole per tutta la giornata.
Carmody si lasciò sfuggire un sorriso ironico. Che fantastica coincidenza! Il principale era incappato proprio nel dentifricio che lui stava per consigliargli. E la cosa aveva funzionato! L'alito del signor Obermann non avrebbe più emanato il fetore di una cloaca prima di un temporale... Adesso era fresco e pronto per il bacio (questo riguardava le ragazze, naturalmente, Carmody non era personalmente interessato alla cosa).
- Mai sentito nominare? - chiese Obermann. Poi uscì dall'ufficio, senza attendere una risposta.
Carmody sorrise con ironia anche maggiore: doveva registrare un altro insuccesso. Tuttavia, quel fallimento gli dava, in fondo, un senso di sollievo. Il consumo d'alta classe era terribilmente estenuante, esauriva in maniera incredibile. Andava bene per un certo tipo d'uomo, che non era il suo. E se ce l'avesse fatta? Intuiva con quale dispiacere avrebbe dovuto rinunciare ai suoi prodotti modesti, ai buoni delle sigarette Raleigh, al berretto svedese di cinghiale, alla vivace cravatta natalizia, alla ventiquattr'ore di Aski, al suo giradischi stereofonico Modello 24, e specialmente alla sua giacca di lana neozelandese, morbidissima e soffice, con il collo e i risvolti orlati di pelliccia. E anche a tutti gli altri oggetti che gli erano cari e familiari.
- A volte le cose vanno nel senso giusto anche quando ci sembra che vadano in quello sbagliato - disse Carmody a Carmody.
- Ah, sì? Che cosa diavolo stai farneticando? - rispose Carmody a se stesso.
- Dio mio! - disse Carmody.
- Sì - ribatté Carmody - ti sei acclimatato un po' troppo in fretta, no?
I due Carmody si guardarono, confrontarono le rispettive osservazioni e tirarono le conclusioni. Quindi si fusero l'uno nell'altro.
- Seethwright! - gridò Carmody. - Tiratemi fuori di qui!
E Seethwright, come al solito, lo accontentò.

Capitolo XXVI

Con la solita puntualità, Seethwright lo mandò su un altro dei probabilmondi della Terra. Il tragitto fu più che istantaneo, anzi, il tempo divenne leggermente retrogrado, e Carmody fece l'arcana esperienza di chi dà una risposta prima di aver sentito la domanda. Questa era una contraddizione, naturalmente; piccola, ma pur sempre illegale. Seethwright la eliminò attraverso un procedimento standard di cancellatura, e nessuno si preoccupò di farne rapporto alle autorità competenti. Non ebbe alcuna conseguenza, tranne il logorio della continuità spazio-tempo, che Carmody neppure notò.
Carmody si trovava in una cittadina. Apparentemente non esistevano difficoltà per identificarla: quella città era, o voleva sembrare, Maplewood, nel New Jersey. Carmody aveva trascorso lì il periodo tra i tre e i diciotto anni. Quella era casa sua, se poteva affermare di avere una casa in qualche parte del mondo.
O, più esattamente, era casa sua se davvero era quella che sembrava essere. Ma questo restava da dimostrare.
Carmody se ne stava fermo all'angolo di Durand Road e Maplewood Avenue. Davanti a lui c'era il centro commerciale. Dietro, le strade periferiche, ricche di aceri, querce, noccioli, platani, cornioli, eccetera. A destra stava la biblioteca civica. A sinistra, la stazione ferroviaria.
- Salve, viaggiatore! - disse una voce, all'altezza della sua coscia destra.
Carmody guardò in giù e si accorse di stringere in mano una radiolina a transistor. Capì subito che quello era il Premio.
- Allora sei tornato - disse.
- Tornato? Non sono mai partito.
- Non ti ho mai visto, nell'ultimo probabilmondo.
- Perché non hai guardato bene - disse il Premio. - Ero nella tua tasca, sotto forma di denaro mal coniato.
- E come potevo saperlo? - chiese Carmody.
- Bastava chiederlo - disse il Premio. - Per mia natura vado soggetto alle metamorfosi, e sono imprevedibile anche a me stesso. Devo annunciarti la mia presenza ogni volta che andiamo da qualche parte?
- Sarebbe utile.
- Il mio orgoglio non mi permette di comportarmi così - disse il Premio. - Io rispondo quando mi si chiama. Quando non mi si chiama, ritengo che la mia presenza non sia richiesta. Era evidente che non avevi bisogno di me nell'ultimo probabilmondo. Così ho colto l'occasione per andarmene al Sloklol a farmi un pranzo decente, e poi all'Haganicht Proparium per una pulitina a secco, e poi al Varinelli Solar Beacon Pub a bere un bicchierino e fare quattro chiacchiere con un amico che per caso si trovava da quelle parti, e poi da...
- Come puoi aver fatto tutto questo? - disse Carmody. - Sono rimasto in quel mondo sì e no mezz'ora!
- Ti ho già detto che i nostri flussi temporali sono assai diversi - disse il Premio. - In realtà mi è più facile fare tutte queste cose che spiegare come le ho fatte. Comunque, non sono posti che vanno bene per te.
- Perché?
- Ecco... per molte ragioni. Per dirtene una, non ti andrebbe quello che si mangia al Solar Beacon Pub.
- Ti ho già visto divorare quell'orribile orithi... - ricordò Carmody.
- Già, ma l'orithi è una ghiottoneria rara, bocconcini che si gustano un paio di volte soltanto nella vita. Invece, al Solar Beacon Pub noi Premi e specie affini, seguiamo la nostra dieta basilare.
- E quale sarebbe?
- È meglio che tu non lo sappia - avvertì il Premio.
- Ma io voglio assolutamente saperlo.
- Lo so che tu vuoi assolutamente saperlo, ma quando l'avrai saputo, desidererai di non averlo saputo.
- Sputa l'osso - ordinò Carmody. - Qual è la tua dieta basilare?
- E va bene, signor Ficcanaso - disse il Premio. - Ma ricordati che hai insistito tu per sapere. La mia dieta principale sono io stesso.
- Cosaaa?
- Io stesso. Te l'avevo detto che ti avrebbe fatto senso.
- La tua dieta sei tu stesso? Vuoi dire che banchetti col tuo stesso corpo?
- Esattamente.
- Al diavolo! - esclamò Carmody. - Oltre a essere ripugnante, è impossibile. Non puoi vivere mangiandoti.
- Posso e lo faccio - disse il Premio. - E me ne vanto. Dal punto di vista morale, è un notevole esempio di libertà personale.
- Ma, insomma, non è possibile! - disse Carmody. - Viola la legge di conservazione dell'energia, o qualcosa del genere. Non c'è dubbio che viola qualche legge naturale.
- Questo è vero, ma soltanto in un certo senso. Se esamini il problema più attentamente, vedrai subito che l'impossibilità è più apparente che reale.
- Che cosa diavolo significa?
- Non lo so - confessò il Premio. - È la risposta che si trova in tutti i libri di testo. Nessuno l'ha mai messa in dubbio prima d'ora.
- Voglio chiarire la faccenda - disse Carmody. - Intendi dire che mangi realmente e letteralmente porzioni della tua carne?
- Sì - disse il Premio. È questo che intendo, ma non mi riferisco solo alla mia carne. Il mio fegato è un bocconcino prelibato, specialmente se cucinato a fettine con un uovo sodo e un po' di grasso di pollo. E le costole più corte mi sono servite per un pranzetto svelto, di quando in quando, mentre i miei prosciutti, opportunamente trattati per alcune settimane...
- Basta - disse Carmody.
- Scusami.
- Dimmi solo questo: come fa il tuo corpo a provvedere cibo sufficiente al tuo stesso corpo - questa frase è addirittura ridicola! - per tutta la durata della tua vita?
- Ecco - disse il Premio, assorto - prima di tutto, io non sono un mangione.
- Forse non mi sono spiegato - disse Carmody. - Intendo dire, come fai a mantenere volume per il tuo corpo, se contemporaneamente usi quel volume per nutrire di esso il tuo corpo?
- Credo di non capire perfettamente - disse il Premio.
- Proviamo di nuovo. Voglio dire questo: se tu consumi la tua carne...
- Infatti è così - interruppe il Premio.
-...se tu consumi la tua carne, utilizzi il prodotto di quel consumo per nutrire la carne stessa... Aspetta un momento. Se tu pesassi cinquanta chili...
- Per la precisione, sul mio pianeta natale peso esattamente cinquanta chili.
- Benissimo! Dunque.., Se tu pesi cinquanta chili e nel corso, diciamo, di un anno, consumi quaranta chili di te stesso per sostentare te stesso, allora che cosa ti rimane?
- Dieci chili - rispose il Premio.
- Bontà divina, non vedi dove voglio arrivare? Tu non puoi nutrire te stesso con te stesso per una certa durata di tempo.
- E perché no? - chiese il Premio.
- Per il principio della Perdita Costante - disse Carmody, frastornato. - Alla fine non ti rimarrà più niente di cui tu ti possa nutrire, e morirai.
- Questo lo so benissimo - disse il Premio. - Ma la morte è una realtà inesorabile, vera e inevitabile tanto per chi mangia se stesso come per chi si nutre degli altri. Tutto e tutti muoiono, Carmody, a prescindere da quello che mangiano.
- Mi stai prendendo in giro - brontolò Carmody. - Se davvero ti nutrissi in quel modo, moriresti in una settimana.
- Ci sono insetti che vivono soltanto un giorno - disse il Premio. - A onor del vero, noi Premi abbiamo una vita discretamente lunga. Ricordati che più noi consumiamo, meno di noi rimane da nutrire e più dura la quantità di cibo restante. Il tempo è un fattore importante nell'autopredazione. Per lo più, i Premi consumano il loro futuro mentre si trovano ancora nell'infanzia, lasciando così intatto il corpo reale fino a che arrivano alla maturità.
- Ma come fanno a consumare il futuro? - chiese Carmody incredulo.
- Non sono in grado di spiegartelo. Lo facciamo, ecco tutto. Io, per esempio, mi sono trangugiato la mia sostanza dagli ottanta anni ai novantadue... Gli anni della vecchiaia, detto per inciso, che tanto non mi sarei goduto ugualmente! Ora, razionando il consumo di me stesso, credo che potrò arrivare comodamente fino ai settantanove.
- Mi è venuto mal di testa - disse Carmody. - E anche la nausea.
- Davvero? - esclamò il Premio, indignato. - Hai un bel coraggio a farti venire la nausea! Tu, macellaio lordo di sangue, quanti animali hai consumato in vita tua? Quante mele indifese hai inghiottito, quanti cespi di lattuga hai strappato senza pietà dal loro letto? Certo, io ho mangiato occasionalmente un orithi, ma nel giorno del Giudizio Universale tu dovrai affrontare le moltitudini che hai divorato. Contro di te, Carmody, si leveranno centinaia di vacche dagli occhi miti, migliaia di galline indifese, file interminabili di agnelli, per non parlare delle foreste di alberi da frutta saccheggiati e degli acri di giardino sfruttati. Io pagherò per l'orithi che ho mangiato, ma come potrai espiare tu per le montagne di animali urlanti e di prodotti del mondo vegetale con cui hai banchettato? Come espierai, Carmody? Come?
- Chiudi il becco! - esclamò improvvisamente Carmody.
- Va bene - rispose il Premio, imbronciato.
- Io mangio perché devo farlo. Fa parte della mia natura. Ecco tutto.
- Se lo dici tu...
- Ma certo che lo dico io! Adesso vuoi chiudere il becco e lasciarmi concentrare?
- Non aprirò più bocca - dichiarò il Premio. - eccetto per chiederti una cosa sola: su che cosa vorresti concentrarti?
- Questo posto assomiglia moltissimo alla cittadina dove sono nato - disse Carmody. - Sto cercando di decidere se lo è veramente o no.
- Non dovrebbe essere poi tanto difficile - disse il Premio. - Tutti riconoscono la propria città natale, no?
- No. Non l'ho mai osservata attentamente quando ci vivevo, e non ci ho pensato molto, dopo che l'ho lasciata.
- Se non sei neanche capace di riconoscere casa tua - commentò il Premio, - nessun altro sarà in grado di farlo. Voglio sperare che tu ti renda conto almeno di questo.
- Me ne rendo conto - disse Carmody. Cominciò a percorrere lentamente la Maplewood
Avenue. E all'improvviso ebbe la sensazione terribile che qualsiasi decisione avesse preso, sarebbe stata sbagliata comunque.

Capitolo XXVII

Camminando, Carmody guardava, e guardando osservava. Sembrava proprio il posto che doveva essere. Il Maplewood Theatre sorgeva là a destra; quel giorno si proiettava Le notti di Elefantine un film d'avventure italo-francese diretto da Jacques Marat, il giovane e brillante regista che aveva dato al mondo il commovente La ballata delle mie piaghe, e l'agile commedia Parigi Quattordici. Sul palcoscenico, solo per un periodo di tempo limitato, c'era il complesso canoro Iakonnen e i suoi Fungi.
- Dev'essere un film divertente - disse Carmody.
- Non è il mio genere - disse il Premio. Carmody si fermò davanti a Marvin, la bottega che vendeva soltanto articoli da uomo, e guardò la vetrina. Vide calzature da riposo e sportive, giubbe a scacchi, cravattoni a disegni sgargianti, camicie bianche col collo aperto. Lì accanto, c'era l'edicola del giornalaio. Carmody diede un'occhiata all'ultimo numero di Colliers, sfogliò Liberty, notò la presenza di Munsey's, di Black Cat e The Spy. L'edizione del mattino di The Sun era appena uscita.
- Allora, - disse il Premio. - È questo, il posto?
- Sto controllando. Per ora mi pare di sì. Attraversò la strada e fece una capatina da Edgar, la tavola calda. Seduta dietro il bancone, c'era una ragazza graziosa, intenta a sorbire una bibita. Carmody la riconobbe subito.
- Lana Turner! Ehi, come va, Lana?
- Io sto bene, Tom - disse lei. - È molto che non ci si vede.
- Le davo sempre appuntamenti, quando andavamo alle superiori - spiegò Carmody al Premio, mentre proseguivano. - Che strano effetto fa rinverdire i ricordi!
- Ci credo - disse il Premio, perplesso. All'incrocio tra Maplewood Avenue e South
Mountain Road, c'era un agente del traffico. Era indaffarato, ma trovò tempo per sorridere a Carmody.
- Quello è Burt Lancaster - disse Carmody. - Era portiere nella miglior squadra di calcio che la Scuola Superiore Columbiana avesse mai avuto. E guarda, laggiù! Quel tipo che sta entrando nel negozio di ferramenta e che mi saluta con la mano! Quello è Clifton Webb, il direttore della nostra scuola. E un isolato più in là, la vedi quella donna bionda? È Jean Harlow. Era cameriera al Maplewood. - Abbassò la voce e soggiunse, in un soffio: - Tutti dicevano che era un po' troppo lesta!
- Conosci molta gente a quanto pare - disse il Premio.
- Naturale. Sono nato e cresciuto qui! La signora Harlow sta entrando nell'Istituto di Bellezza di Pierre.
- Conosci anche questo Pierre?
- Certo. Adesso è parrucchiere, ma durante la guerra era nella Resistenza Francese. Come si chiamava, allora? Jean-Pierre Aumont, ecco! Ha sposato una ragazza di qui, Carole Lombard.
- Interessante - disse il Premio, annoiato.
- Be', per me lo è. Ecco, arriva un tipo che conosco... Buongiorno, signor sindaco!
- Buongiorno, Tom - disse l'uomo, toccandosi la tesa del cappello senza fermarsi.
- Quello è Fredrich March, il nostro sindaco - disse Carmody. - Dovresti vederlo quando si scatena! Ricordo ancora il dibattito tra lui e il nostro estremista Paul Munì. Mai sentito niente di simile!
- Immagino - disse il Premio. - Ma c'è qualcosa di strano in tutto questo, Carmody, qualcosa di irreale, di sbagliato... Non lo senti?
- No, io no - disse Carmody. - Ti ho già detto che sono cresciuto tra questa gente e che la conosco meglio di me stesso. Ecco laggiù Paulette Goddard. È l'aiuto bibliotecaria. Salve, Paulette.
- Salve, Tom! - disse la donna.
- Non mi va questa faccenda... - disse il Premio.
- Non l'ho mai conosciuta bene - disse Tom. - Andava sempre con un ragazzo di Millburn, un certo Humphrey Bogart, che portava il farfallino, te lo immagini? Una volta ebbe un diverbio con Lon Chaney, il bidello della nostra scuola. Battuto anche lui. Me lo ricordo perché allora davo appuntamento a June Havoc, e la sua migliore amica era Myrna Loy, e Myrna conosceva Bogart, che a sua...
- Carmody! - esclamò il Premio eccitato. - Guarda un po' in te stesso! Hai mai sentito parlare di pseudo-acclimatizzazione?
- Non essere ridicolo - disse Carmody. - Te l'ho già detto che conosco questa gente! Sono cresciuto qui, e ci stavo magnificamente bene! Le persone non erano bolle d'aria, come al giorno d'oggi. Avevano un loro valore. Erano individui, non folla!
- Ne sei proprio sicuro? Il tuo predatore...
- Al diavolo, non voglio più sentirne parlare! - disse Carmody. - Guarda! Là c'è David Niven. I suoi genitori sono inglesi.
- Questa gente ti viene incontro - disse il Premio.
- È naturale, non mi vedono da molto tempo.
Si fermò all'angolo, mentre i suoi amici avanzavano lungo il marciapiede e per una strada, uscendo da negozi e magazzini. Erano centinaia, tutti sorridenti, tutte vecchie conoscenze. Vide Alan Ladd, Dorothy Lamour e Larry Buster Crabbe. E in fondo, Spencer Tracy, Lionel Barrymore, Freddy Bartholomew, John Wayne, Frank Sinatra.
- C'è qualcosa che non va - disse il Premio.
- Ti sbagli - insistette Carmody. I suoi amici c'erano tutti, si dirigevano verso di lui, a mani tese, e lui si sentiva felice come non era stato mai dopo che se n'era andato da casa. Era sorpreso di aver dimenticato tante cose. Ma adesso ricordava tutto benissimo.
- Carmody! - gridò il Premio.
- Che cos'hai?
- C'è sempre questa musica, nel tuo mondo?
- Che cosa stai dicendo?
- Sto parlando della musica - disse il premio. - Non la senti?
Carmody l'avvertì per la prima volta. Un'orchestra sinfonica suonava, ma lui non avrebbe saputo dire dove.
- Da quanto tempo dura?
- Da quando siamo arrivati - disse il Premio.
- Quando ti sei incamminato nella strada, si è udito un sordo rullio di tamburi, poi, quando sei passato davanti al teatro, una tromba ha suonato un'arietta allegra. Quando hai dato una capatina alla tavola calda, l'arietta si è trasformata in una melodia sdolcinata, suonata da centinaia di violini. Poi...
- Era musica di fondo - disse Carmody, cupo.
- Questa è tutta una maledetta messa in scena, e io non me ne sono accorto!
Franchot Tone allungò un braccio e gli sfiorò la manica. Gary Cooper gli diede una manata sulla spalla. Edward G. Robinson lo abbracciò affettuosamente, Shirley Temple gli agguantò il piede sinistro. Gli altri gli si fecero addosso, sempre sorridendo.
- Seethwright! - gridò Carmody. - Per amor del cielo, Seethwright!
Poi gli avvenimenti si susseguirono troppo rapidamente perché lui potesse tenerne nota.

Capitolo XXVIII

Carmody si ritrovò a New Cork, all'incrocio di Riverside Drive con la Novantanovesima Strada. A ovest, sulla costa del Jersey, il sole stava tramontando dietro la Horizon House, e a destra, l'insegna luminosa della benzina Spry era comparsa in tutta la sua gloria. Gli alberi di Riverside Park, rivestiti di verde e fuliggine, frusciavano lievemente, mossi dai gas degli scappamenti che salivano dal West Side Drive. Tutt'intorno risuonavano strilli isterici di bambini frustrati, con i nervi a fior di pelle, e le urla dei genitori, ugualmente frustrati e tesi.
- Questa sarebbe casa tua? - chiese il Premio. Carmody abbassò lo sguardo e vide che il Premio aveva subito un'altra metamorfosi: adesso aveva l'aspetto di un orologio Dick Tracy, con un altoparlante stereo incorporato.
- Mi pare di sì - rispose.
- Sembra un posto interessante. Pieno di vita. Mi piace.
- Sì - disse Carmody senza molta convinzione, incerto riguardo ai sentimenti che provava per la sua città.
Si diresse verso la periferia. In Riverside Park si erano accese le luci. Le mamme che spingevano le carrozzelle dei bambini più piccoli si erano alzate per andarsene, e presto il parco sarebbe rimasto riservato alle auto della polizia e agli esponenti della malavita locale. Tutt'intorno, la nebbia si avvicinava rotolando su zampe di velluto. Attraverso il velo grigio si intravvedevano gli edifici, simili a giganti che avessero smarrito la strada. Da entrambi i lati, i canali di scolo si riversavano nell'Hudson che, a sua volta, si riversava nei canali.
- Ehi, Carmody!
Carmody si fermò e si voltò. Un uomo gli veniva incontro con passo elastico. Indossava un abito da passeggio, scarpe con la suola di gomma, bombetta, e camicia bianca. Carmody riconobbe George Marundi, un artista di sua conoscenza, sempre al verde.
- Salve, amico - disse Marundi, stringendogli la mano vigorosamente.
- Salve, salve - disse Carmody, sorridendo con aria da cospiratore.
- Dove sei stato? - chiese Marundi.
- Oh, sai com'è - disse Carmody.
- A dire il vero non lo so - disse Marundi. - Herlen mi ha chiesto di te.
- Davvero? - disse Carmody.
- Te l'assicuro. Dicky Tait darà una festa, sabato prossimo. Ci verrai?
- Certo - disse Carmody. - Come sta Tait?
- Be', lo sai anche tu.
- Certo che lo so - disse Carmody in tono di compassione. - Ancora, eh?
- Che cosa speravi? - disse Marundi. Carmody si strinse nelle spalle.
- Nessuno ci pensa, a presentarmi? - disse il Premio.
- Zitto, tu! - ordinò Carmody.
- Ehi, cos'è quella roba? - chiese Marundi, chinandosi a sbirciare il polso di Carmody. - Un piccolo registratore, eh? Magnifico, proprio magnifico. È programmato?
- Non sono programmato - disse il Premio. - Sono autonomo.
- Che bello! - disse Marundi. - Bello davvero! Ehi, Topolino, che cos'altro hai da dire?
- Vai a impiccarti - disse il Premio.
- Piantala! - bisbigliò Carmody, spazientito.
- Bene... - disse l'artista, ridendo. - Ha del fegato, quel coso!
- Su questo puoi giurarci - disse Carmody.
- Dove l'hai pescato?
- L'ho preso... Ecco, l'ho preso mentre ero via.
- Sei stato via? Ecco perché non ti vedevo da diversi mesi!
- Eh, già - disse Carmody.
- E dove sei stato?
Carmody fu lì lì per rispondere che era stato a Miami, invece, come spinto da un'ispirazione, disse: - Sono stato nell'Universo, nel Cosmo, dove ho avuto modo di vedere un paio di soggetti per cortometraggi che in avvenire saranno conosciuti come realtà.
Marundi annuì con aria comprensiva. - Hai fatto un Viaggio, eh?
- Sì.
- E durante questo Viaggio hai visto l'unicità molecolare di tutte le cose e hai ascoltato le energie del suo corpo, eh?
- Non proprio - disse Carmody. - Durante il mio Viaggio particolare, ho osservato particolarmente le energie di auto-determinazione di altre creazioni e sono andato oltre il molecolare-personale, dentro l'esterno-atomico. Vale a dire che il mio Viaggio mi ha convinto della realtà, oltre che dell'esistenza, di creature diverse da me.
- Sembra un acido potente - disse Marundi. - Dove lo si trova?
- L'Acido dell'Esperienza è distillato dall'alga opaca della Pratica - disse Carmody. - L'esistenza oggettiva è desiderata da molti, ma ottenuta da pochi.
- Non vuoi parlare, eh? - disse Marundi. - Non importa, figliolo. Per ogni Viaggio che fai tu, io posso farne uno migliore.
- Ne dubito.
- Non dubito che ne dubiti. Ma non importa. Vieni all'Inaugurazione?
- Quale Inaugurazione?
Marundi lo guardò, sbalordito. - Amico, non solo sei stato via, ma ti sei completamente estraniato. Oggi abbiamo l'inaugurazione di quella che, senza dubbio, è la mostra d'arte più importante del nostro tempo e forse di tutti i tempi.
- Cos'è questo gioiello dell'estetica?
- Sto andandoci adesso - disse Marundi. - Vieni anche tu.
Nonostante le proteste in sordina del Premio, Carmody seguì l'amico. Proseguirono verso la periferia, e Marundi lo informò dei fatti di cronaca più recenti: il Comitato Parlamentare per le Attività Antiamericane era stato dichiarato colpevole di antiamericanismo ma se l'era cavata facendo rimandare la sentenza, lo strepitoso successo del nuovo Piano-di-Surgelamento-Umano, proposto dalla Pepperidge Farm aveva avuto un successo strepitoso, il giorno prima cinque divisioni della Cavalleria Aerea degli Stati Uniti erano riuscite a uccidere cinque guerriglieri Vietcong, alla televisione statunitense era iniziato un nuovo ciclo di trasmissioni di successo dal titolo Avventure nel Capitalismo del Laissez-Faire. Carmody venne anche a sapere che la General Motors con un gesto di patriottismo senza precedenti, aveva mandato un reggimento di volontari clericali, guidato da un vicepresidente, a Xien Ka, nei pressi della frontiera Cambogiana.
Così chiacchierando, arrivarono alla Centoseiesima Strada, dove erano stati abbattuti diversi edifici al cui posto si ergeva ora un nuovo edificio. Lo si sarebbe detto un castello, ma di un tipo che Carmody non aveva mai visto. Si rivolse allora al suo compagno, l'ardente Marundi, per avere una spiegazione.
- La massiccia costruzione che ti sta di fronte - disse Marundi, - è stata progettata dall'architetto Delvanuey, lo stesso che progettò la Trappola della Morte Sessantasei, la famosa autostrada a pedaggio di New York, che nessuno è mai riuscito a percorrere da cima a fondo senza incidenti. Ricorderai, forse, che lo stesso Delvanuey preparò il progetto per la Flash-Point Towers, il più nuovo quartiere basso di Chicago, l'unico quartiere basso al mondo in cui le forme si adeguano alla funzione. Vale a dire, il primo quartiere basso che sia stato apertamente e con orgoglio progettato come tale, e che sia stato dichiarato non restaurabile dalla Commissione Presidenziale per la Perpetrazione delle Belle Arti in Urbanamerica.
- Questa è una realizzazione davvero singolare - disse Carmody, guardando l'edificio che gli stava di fronte. - Come ha chiamato questa costruzione, l'architetto?
- È il suo capolavoro - disse Marundi. - Questo, amico mio, è il Castello dei Rifiuti.
Allora Carmody si accorse che il viale che conduceva al Castello era abilmente costruito con gusci d'uovo, bucce di arancia, noccioli di pesca e conchiglie di ostriche. Il viale terminava davanti a una grande porta, con gli stipiti fatti di molle arrugginite. Sopra il cancello, in lettere formate con teste di pesce verniciate, spiccava il motto:

LO SPERPERO IN DIFESA DEL LUSSO NON È UN VIZIO, LA MODERAZIONE NEL DILAGARE DELL'ECCEDENZA NON È UNA VIRTÙ.

Entrarono e attraversarono sale di cartone pressato, sboccando infine in un cortile, dove ardeva allegramente una fontana di napalm. Le passarono davanti, ed entrarono in una sala costruita in alluminio, acciaio, polietilene, stirene, formica, bachelite, cemento, finto noce, e vinile. Da quella si diramavano parecchi corridoi.
- Ti piace? - chiese Marundi.
- Ancora non lo so - disse Carmody. - Che diavolo è?
- È un museo. Il primo museo degli scarti.
- Capisco - disse Carmody. - E come è stato accolto?
- Entusiasticamente con mia grande sorpresa.
Intendo dire, che noi artisti e intellettuali lo sapevamo valido, ma non pensavamo che il grosso pubblico l'avrebbe capito subito. E invece sì. La gente ha dimostrato in questo caso un buon gusto innato e ha capito che questa è l'unica vera arte dei nostri tempi.
- Davvero l'hanno capito? Io personalmente lo trovo un po' ostico.
Marundi lo guardò addolorato. - Non mi sarei davvero immaginato che proprio tu fossi un reazionario dell'estetica. Che cosa ti piacerebbe? Le statue greche o le icone bizantine, forse?
- No, certo. Ma perché tutto questo?
- Perché questo, Carmody, è il vero presente, sul quale deve essere costruita l'arte vera. Noi consumiamo, perciò siamo! Ma gli uomini non hanno voluto accettare questo fatto essenziale! Hanno distolto lo sguardo dai Rifiuti, da quel residuo indistruttibile dei nostri piaceri. Tuttavia, rifletti... Che cos'è lo scarto? Non è un continuo richiamo alle nostre necessità? Chi non scarta, non vuole, era l'antico ammonimento. Ma ora il falso assioma è stato cambiato. Perché parlare dei rifiuti? Davvero, perché? Perché parlare del sesso, della virtù o di qualsiasi altra cosa importante?
- Sembrerebbe logico, messo in questo modo - disse Carmody. - Tuttavia...
- Vieni con me, guarda, impara - disse Marundi. - Il concetto cresce per merito nostro, pressappoco come i rifiuti stessi.
Entrarono nella sala dei Rumori Estranei. Lì Carmody ascoltò lo scroscio di uno sciacquone, la parata musicale dei rumori del traffico, lo stridio acuto di un incidente, il ruggito sordo di una folla. Frammisti a questi, c'erano i Suoni Retrospettivi: il rrrr di un aereo con motore a pistone, il rumore rotante di una rivoltella a tamburo, e quello di un martello pneumatico. Poi veniva la sala dello Scoppio Sonico, dalla quale Carmody si affrettò a uscire.
- Giustissimo - disse Marundi. - È davvero pericoloso. Ma molta gente viene qui, e rimane in questa stanza per cinque o sei ore.
- Cosa?
- Proprio così - rispose Marundi. - Ecco, qui vicino abbiamo il pezzo più importante della nostra esposizione: il muggito inconfondibile di un camion per la raccolta e la disintegrazione delle immondizie. Simpatico, eh? E da questa parte c'è l'esposizione di fiaschi vuoti da un litro. Laggiù, invece, c'è il facsimile di una metropolitana. È costruita in modo da riprodurre fedelmente la realtà, e il condizionamento dello smog è stato curato dalla Westinghouse.
- Che cosa sono queste grida? - chiese Carmody.
- Una registrazione di voci eroiche - disse Marundi. - La prima è quella di Ed Brun, il famoso giocatore della Green Bay Packers. Quella seguente, un gemito acuto, è il ritratto sonoro dell'ultimo sindaco di New York. E l'altro ancora...
- Proseguiamo - disse Carmody.
- Va bene. A sinistra, c'è l'ala dei Graffiti. A destra, la riproduzione fedele di una casa operaia in regola con le vecchie leggi, un pezzo di romanticismo spurio, a mio parere. Proprio davanti a noi, ecco la collezione di antenne televisive. Questa è un'antenna di modello inglese, del sessanta circa! Nota la severità, la sobrietà delle sue linee, e paragonala a quel modello cambogiano. Che lussureggiante fluire di linee nel pezzo orientale! Questa è arte popolare che si esprime in forme vitali. - Marundi si voltò a guardare Carmody, e disse seriamente: - Guarda e convinciti, amico. Questa è l'onda del futuro. Una volta, l'uomo resisteva alle implicazioni della realtà, ma ormai quei tempi sono trascorsi. Ora sappiamo che l'arte è l'oggetto stesso, insieme con le sue proiezioni nel superfluo. Questa che vedi è arte popolare, arte che esiste, semplicemente. Questa è l'epoca in cui noi accettiamo incondizionatamente l'inaccettabile, e proclamiamo la naturalezza della nostra artificialità.
- Non ne posso più! - disse Carmody. - Seethwright!
- Perché gridi? - disse Marundi.
- Seethwright! Tiratemi fuori da qui!
- Sei sconvolto - disse Marundi. - Non c'è un medico qui dentro?
Subito apparve un ometto bruno in un abito tutto d'un pezzo. Portava una valigetta nera con una targhetta d'argento su cui c'era scritto valigetta nera.
- Sono un medico - disse il medico. - Lasciatemelo visitare.
- Seethwright! Dove diavolo vi siete ficcato?
- Già, già, capisco - disse il medico. - Quest'uomo mostra sintomi di carenza allucinatoria. Già... Sì, palpando la testa sento un'imponente escrescenza solida. Questo sarebbe normale. Ma dietro a quella... già... già... già... Sorprendente! Il poveretto sta veramente morendo di fame di illusioni.
- Non potete aiutarlo, dottore? - chiese Marundi.
- Mi avete chiamato appena in tempo - disse il medico. - Le sue condizioni sono reversibili. Ho qui con me la divina panacea.
- Seethwright!
Il dottore estrasse dalla valigetta nera una scatoletta e preparò una siringa. - Questo è lo stimolante standard - disse a Carmody. - Non c'è da avere paura, perché non farebbe male a un bambino. Contiene una miscela altamente piacevole di LSD, barbiturici, anfetamina, tranquillanti, eccitanti psichici, e varie altre ottime cose. E appena una punta di arsenico per rendere lucenti i capelli. Fermo, ora...
- Maledizione, Seethwright! Tiratemi fuori di qui!
- Fa male soltanto mentre il dolore è presente - lo rassicurò il medico. Equilibrò la siringa e affondò l'ago nella carne.
- Nell'istante stesso, o quasi, Carmody scomparve.
Ci fu gran confusione e costernazione nel Castello, e il tumulto si calmò soltanto quando tutti si calmarono. Allora l'incidente fu accantonato con calma olimpica. In quanto a Carmody, un prete intonò un inno che diceva così: Uomo superfluo, vai nel grande reame dell'Estraneo, nel cielo, dove c'è posto per tutte le cose non necessarie.
Ma Carmody, invece, spinto dal fedele Seethwright, si tuffò fra i mondi innumerevoli. Proseguì nella direzione denominata giù, attraversò le miriadi di Terre potenziali, penetrò nell'agglomerato di improbabilità, e giunse infine nei ranghi compatti delle impossibilità costruite.
Il Premio lo sgridò. - Era proprio il tuo mondo, quello che hai abbandonato, Carmody! Te ne rendi conto?
- Sì, me ne rendo conto - disse lui.
- Ora non potrai più tornarci.
- Mi rendo conto anche di questo.
- Credevi di trovare qualche brillante utopia nei mondi che ti aspettano? - chiese il Premio sogghignando beffardo.
- No, non proprio.
- E allora?
Carmody scosse la testa e non volle rispondere.
- Comunque, puoi farci una croce sopra - disse il Premio in tono amaro. - Il tuo Predatore sta per raggiungerti e causerà la tua morte.
- Non ne dubito - disse Carmody, pervaso da una strana calma. - Ma, in fondo, considerando le cose nella debita prospettiva, non mi sono mai aspettato di uscire vivo da questo Universo.
- Le tue parole non hanno senso - disse il Premio. - Il fatto è che hai perso tutto.
- Non sono d'accordo - disse Carmody. - Permettimi di farti notare che per il momento sono ancora vivo.
- D'accordo. Ma per un momento soltanto.
- Sono sempre stato vivo per un momento soltanto - disse Carmody. - Non ho mai potuto contare su niente di più. È stato il mio errore, quello di aspettarmi di più. E questo può dirsi, credo, di tutte le mie situazioni possibili e potenziali.
- Allora, che cosa speri di ottenere nel tuo momento?
- Niente - disse Carmody. - E tutto.
- Non ti capisco più - disse il Premio. - In te è cambiato qualcosa, Carmody. Che cosa?
- Una cosa da niente - disse Carmody - Ho soltanto rinunciato a una longevità che, comunque, non ho mai posseduto. Ho voltato le spalle al gioco dei tre bicchieri, con cui gli dei riempiono gli ozi celesti. Non mi importa più di sapere sotto quale bicchiere si trovi il pisello dell'immortalità. Non ne ho bisogno. Ho il mio momento, e mi basta.
- Sam Carmody! - disse il Premio, con profondo sarcasmo. - Soltanto un capello ti separa dalla morte, ora! Che cosa vuoi fare del tuo misero momento?
- Viverlo - disse Carmody. - I momenti sono fatti per questo.

FINE