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LA FANTASTICA ESISTENZA DI ADOLF HITLER - Giulio Ricchezza

Avvertenza

Su Adolf Hitler si è scritto molto, moltissimo, forse anche troppo. Una cosa è certa: oggi, a più di venticinque anni di distanza, la parola definitiva su di lui non è stata ancora detta, né, meno che mai, il libro che segue ha la pretesa di farlo. Lo stesso dicasi per il movimento di cui fu capo indiscusso fino all'ultimo minuto della sua vita. Il nazionalsocialismo si presentò come forza diametralmente opposta allo stalinismo - e, in un certo senso, lo fu - ma ebbe, tuttavia, molti punti di contatto con quest'ultimo, nella forma, beninteso, più che nella sostanza. Comunque le analogie rimangono: il gusto per la coreografia e per il colossale, lo studio e il lavoro manuale abbinati nell'educazione giovanile, la mobilitazione del popolo, il culto della personalità, le epurazioni sommarie, l'eliminazione costante degli avversari coi metodi più brutali. Ma anche il ruolo del collettivo o la dissacrazione della famiglia.
In questo libro abbiamo perciò cercato di vedere Hitler e, sullo sfondo, il suo movimento, per quello che effettivamente furono e rappresentarono per la generazione tedesca del primo dopoguerra, ma anche per quell'incubo che divennero per il mondo intero, evitando per quanto possibile di cadere nel luogo comune, nella frase fatta, nel giudizio gratuito.

«L'ouvrage des méchants demeure périssable, les idoles d'argent qu'ils se sont élevées s'écrouleront un jour sur leur base de sable et la nuit tombera sur leurs formes rêvées.»
Robert Brasillach

Capitolo I - Apres nous deluge

Fig. 1. Fotografia presa da Heinrich Hoffmann, fotografo privato di Hitler, nel 1925, nel suo studio.

Le si comperava in un chioschetto addossato a una colonna dei portici; due ante vetrate contenevano ogni sorta di giocattoli, dai fucili col tappo legato ad un cordino perché non volasse via e si smarrisse, alle automobiline con tanto di chiavetta prodotte da una ditta di Padova. Ma il desiderio di ogni ragazzo, allora, era quello di possedere una o più bandierine. Di carta, stampate da un solo lato, avevano una meravigliosa asta, una bacchetta di larice, sericamente liscia e profumata, che a tutti pareva straordinaria. Bella era quella del Sol Levante con quel disco rosso e tutti i raggi che si dipartivano su fondo bianco, ma più bella d'ogni altra era quella tedesca, tutta rossa, disco bianco al centro e croce uncinata. Le italiane non venivano quasi mai acquistate e non saprei dire il perché: forse per il motivo che l'avevamo sotto il naso tutti i giorni. Con quelle bandierine, orgogliosamente sventolate ai quattro venti, ci recavamo in gruppi di tre o quattro al punto in cui passavano le truppe tedesche che scendevano dal Moncenisio, quelle del piano Kopenhagen, o, per meglio dire, Alarico.
Era il 1943. La scuola procedeva come sempre con molti compiti da svolgere a casa e la politica, contrariamente a quel che pensano le generazioni d'oggi (assai più... impegnate), una realtà distante e remota. La domenica veniva trascorsa come un rituale, la tunica rossa di chierichetto, i pizzi bianchi sulle spalle e il turibolo dell'incenso sbandierato a destra e a manca: il guaio era rappresentato - sempre - dalle risposte in latino, lingua che tormentavamo un po' per le difficoltà intrinseche, molto per la distrazione con cui si serviva messa.
Della Germania, del nazismo, non conoscevamo proprio nulla e parenti o genitori non erano in grado di fornire maggiori ragguagli: i tedeschi erano lì, nell'ex-caserma degli alpini, e basta. Credevamo di sapere, invece, molte cose sul Giappone; sì, perché a quei tempi le scuole italiane e giapponesi si scambiavano un sacco di cose; disegni soprattutto: dal Giappone arrivavano splendidi disegni eseguiti coi pastelli di cera, brillanti e untuosi, su una carta gialla e spessa che ci riempiva di stupore e mi dispiace davvero che siano andati perduti: raffiguravano aeree cicogne lievemente stilizzate, bianche e piumate sui bordi di stagni grigio-azzurri, o fiori mai visti, larghi, dai petali carnosi proprio come le magnolie. Oppure pervenivano lettere (scritte un po' in strani caratteri e in regolari file perpendicolari e parallele, un po' in goffi caratteri latini, spesso in stampatello), che chiedevano di corrispondere con alunni italiani; e noi scrivevamo entusiastiche e lunghe risposte, che chissà che fine facevano...
Ma, come si è detto, l'attrazione maggiore erano i reparti tedeschi; venivano con tute mimetiche, lunghi cannoni da 105, forse contraerea in funzione anticarro, chissà, grandi ruote gommate e semicingolati. Quando si fermavano per una sosta al piazzale del Molaretto, sede della dogana, noi eravamo lì, bandierina in mano, sorridenti come pasque, a chiedere a gran voce «Brot und Zulage», pane e companatico, che poi era una sorta di marmellata di zucca su un pane bigio come di segale. Qualcuno, mi par di ricordare, scattò anche delle fotografie in più occasioni. A dire il vero era più dolce la marmellata che veniva parsimoniosamente venduta in fustini di compensato con il coperchio di legno, rossa, quasi livida, dal droghiere. Ma a noi bastava anche quello; avevamo sempre fame; la carne la si vedeva di rado, il latte quasi mai: c'era quello in polvere. Il pane era di farina di riso, diveniva secco subito, duro come una pietra, ma c'erano i funghi, le foglie di zucca da far friggere, la cicoria selvatica e, in pieno inverno, coi ghiaccioli che scendevano come candelotti, perfino il crescione.
Passarono i mesi. Il luogo era pieno di prigionieri, russi, georgiani pare, anche qualche inglese. I russi venivano «prestati» a qualche contadino e a chi aveva da fare dei lavoretti nell'orto: passavano affondati in lunghe carrette cariche di letame, sempre cantando, e gridando allegri: «Mama, io russkol», a ogni donna che incontravano cammin facendo. Circolavano liberi o quasi, tanto, dove avrebbero potuto rifugiarsi? Forse sui monti? A morire di fame? Vennero anche delle SS. Mitra in pugno, si fecero aprire per requisire camere, scostando con la canna, pian piano, ogni tenda o porta socchiusa. E l'alloggio accanto era pieno di sottufficiali del Reich, che la mattina facevano processione in casa, pentolino in mano, corretti e compiti per farsi dare un po' d'acqua calda per la barba. La sera viceversa erano soliti alzare il gomito: che cosa bevessero lo sa Iddio, un po' d'alcool certo, ma in quei giorni in cui il tabacco era sostituito da foglie di rosa e paglia disseccate o da grossi cavoli tritati e mischiati alle corolle tagliuzzate e secche delle rose selvatiche, le canine insomma, non s'andava troppo per il sottile.
Poi capitarono sulle colline e sui monti, ma soltanto negli ultimi tempi, dei partigiani; non fecero gran che, ma causarono l'imprigionamento di un bel numero di ostaggi, innocenti come sempre.
E arriviamo, tanto per non tediare troppo il lettore, alla fine, al momento in cui coloro i quali avevano tappezzato le strade di manifestini della X (Arruolati nella X, diceva un'immagine di ragazzo con basco sulle ventitré e pugnale in mano) scapparono nottetempo stipati fino all'inverosimile dentro i pochissimi autocarri lasciati dai tedeschi che avevano già sgombrato la caserma. Quella notte il paese rimase desto, gli occhi incollati dietro le fessure delle persiane a spiare il movimento dei fuggitivi. E non appena l'ultimo rombo si perse lungo la salita del colle del Moncenisio subito avvenne un via vai, dalla caserma, di razziatori e di cittadini che volevano impadronirsi di qualche scatoletta, di una coperta, di un po' di pane abbandonato nella fuga. Qualcuno, tanti ricordo, s'impadronì di un moschetto e neppure ventiquattr'ore dopo, senza aver mai sparato un colpo logicamente, s'aggirava tronfio per le strade con un bracciale tricolore alla manica e il suo bravo '91 a tracolla.
Questi, per sommi capi, così alla brava, i ricordi di chi allora era ancora troppo giovane per partecipare agli avvenimenti ma non abbastanza per averli dimenticati fra le ombre della fanciullezza. La guerra per noi, in ogni caso, era finita lì...
Se abbiamo voluto fare questo breve excursus prima di entrare, come si dice, in tema è soltanto per anticipare una riflessione: gli avvenimenti di allora non potranno mai essere sufficientemente chiariti; almeno non adesso, quando sono ancora in vita i protagonisti, i testimoni diretti. Non è un paradosso. Tutti quelli che hanno scritto sul periodo più travagliato della storia europea non hanno, in genere, potuto farlo con la necessaria ampiezza o libertà, un po' per una sorta di condizionamento, per la loro particolare visione delle cose, molto invece per l'impossibilità di accedere ad alcune fonti, ai documenti sequestrati dai servizi segreti avanzanti al seguito degli occupanti. Molte fonti del resto sono andate, scientemente o per caso, distrutte, altre sono state messe a tacere per amor di pace o di parte. Il più delle volte chi ha scritto l'articolo a sensazione, la pagina del settimanale è stato condizionato dal tempo concessogli in redazione o dal... compenso: quanti bravissimi giornalisti che avrebbero potuto penetrare profondamente nelle indagini sono stati impossibilitati a farlo dall'esiguità dei fondi stanziati per quella ricerca? L'editoria è sempre una attività commerciale, che deve pur stare attenta ai costi e ai ricavi e le spese redazionali vanno attentamente calibrate.
Probabilmente la verità, ovvero la pubblicazione di documenti di una certa importanza, in particolare su un problema che sinora ha appassionato mille e mille studiosi e indagatori, giornalisti e divulgatori, vale a dire la «fine» di Hitler, verrà fra qualche decennio, quando cioè il governo dell'Unione Sovietica, magari coadiuvato dagli archivi della RDT, si deciderà a pubblicare qualcosa in materia, al di fuori dell'opera agiografica sull'armata rossa.
Centinaia di migliaia di pagine, fiumi di documenti e di scritture sono finiti in mano al controspionaggio russo e statunitense: i tedeschi, si sa, hanno sempre avuto la mania della catalogazione, del dato scritto, e quando non sono stati loro a distruggere ogni cosa (come nel caso di molti particolari «scottanti» della vita dei gerarchi del regime) hanno lasciato montagne di carta scritta e stampata, e molte volte, anche quando non avrebbero voluto far cadere in mano avversaria le carte riservate, il tempo e gli avvenimenti bellici hanno permesso che ciò avvenisse.
Un lavoro serio sulla più sconcertante personalità dell'Europa del ventesimo secolo, su Adolf Hitler, dunque, non potrebbe esser fatto che da un'enorme equipe di specialisti che, avendo a disposizione anni e anni e tutti i documenti reperibili, sgombrasse il campo dalle facili interpretazioni e dalle pagine ad effetto che sono state scritte. È troppo comodo, ci si consenta, cancellare con un tratto di matita blu un periodo della storia dicendo che fu retto da un pazzo e dominato da una squilibrato. Troppo semplice il dire che Hitler fu un tarato sorto dal nulla ad assoggettare l'Europa (come se si trattasse di un... lavoretto da niente), grazie alla particolarissima situazione di una Germania come quella di Weimar o a un seguito di circostanze affatto irripetibili. Con questo non si vuol certo dire che Hitler vada messo dalla polvere sugli altari o che certe cose che sono state raccontate sul suo conto siano mere calunnie. Si vuol soltanto affermare che, almeno per quello che ci riguarda, non abbiamo dato, nel presente lavoro, delle interpretazioni, non abbiamo sputato sentenze o «sparato» definizioni, consci e della piccolezza dell'indagine e dell'immensità del compito. Abbiamo semplicemente elencato dei fatti, quelli sui quali, almeno, la maggioranza degli storici è ormai d'accordo, o esposto quelle ipotesi che, formulate da alcuni studiosi, ci sono sembrate le più probabili. Per le lacune, dunque, chiediamo fin d'ora venia al lettore.

«Mi avevano consigliato di tenere chiusi i finestrini dello scompartimento. I russi, dicevano, amavano a notte cacciarvi dentro le baionette. Le solite voci, probabilmente, messe in giro dai locali e dagli alleati, in un paese in cui voci e dicerie costituivano la più corrente merce...»
Con queste parole inizia il primo reportage fatto da una giornalista italiana nella Germania uscita dalla guerra: Clara Falcone. Inviata del Corriere della Sera, essa percorre in lungo e in largo Austria e Germania e ne ricava un'impressione straziante; distruzioni ovunque, cattiveria, fame, una fame allucinante che morde le viscere e addormenta il cuore; ma anche e soprattutto l'impressione che in Germania (e, in subordine, in Austria) si stia sbagliando tutto, facendo l'impossibile insomma, perché il cittadino tedesco rimpianga il passato e coltivi assurde nostalgie, peccaminose reminiscenze. Il cibo c'è per i trafficanti, i pescecani, coloro che hanno le mani in pasta nelle mille faccende di solito poco pulite, connesse alla borsa nera, al traffico clandestino di stupefacenti, ai ritrovi con «signorine» compiacenti. Per gli abitanti di Vienna è, quando va bene, di 1200 calorie giornaliere, meno della metà del fabbisogno di un adulto pesante sessantacinque chilogrammi. L'Austria non deve soltanto mantenere se stessa, ma anche i profughi, migliaia e migliaia di sbandati, ungheresi, polacchi, perfino cosacchi, i cosacchi di von Pannwitz, di Krassnov, che fuggiti dalla Carnia hanno trovato, o credono di aver trovato, sicuro rifugio in Austria: a costoro danno una caccia spietata i russi, così come gli ufficiali del servizio segreto jugoslavo sono dal mattino alla sera in cerca degli Ustascia di Pavelic. Il flagello della guerra questa volta ha creato un oceano di déracinés, di sbandati di ogni colore, di irregolari di tutte le risme, d'avventurieri e d'affamati che cercano disperatamente di mantenersi a galla, lottando con tutte le forze contro il flusso della risacca che li ha sbattuti fin lì.
Le statistiche sono terribili: il 30% dei ragazzi di Vienna è in stato di denutrizione cronica, adulti e vecchi hanno perso dai quindici ai trenta chili di peso. Le donne hanno le gambe come stecchini sotto la gonna, il seno floscio, mentre i pantaloni sembrano vele, malinconicamente sbattute contro il pennone, tanto le gambe maschili ci guazzano.
Fra i tanti cinegiornali di quei giorni ve ne è uno, girato, mi pare, da un operatore statunitense che mostra gli ultimi, irriducibili combattenti snidati dai tombini e dalle cantine: alcuni portano la divisa delle Totenkopf; si vede in primo piano una di queste SS, giacca mimetica, binocolo a tracolla, uscire da una cantina diroccata: pare uno scheletro abbigliato per carnevale: i polsi gli escono dalla giacca ridotti pelle e ossa, il viso è soltanto tegumento steso sul cranio, gli occhi febbrili paiono enormi e il naso gigantesco, sotto il copricapo dal macabro teschio con tanto di passamano. Si tratta di un ufficiale, ma se non fosse per la divisa, per il binocolo, per la Maschinenpistole, lo si direbbe una delle larve di Buchenwald.
I cittadini delle città austriache, ma soprattutto quelli dei capoluoghi tedeschi, non sono da meno: pochi hanno avuto il privilegio di mangiare regolarmente, quasi nessuno quello di cibarsi a sazietà.
Se la gente sta male il paese sta peggio...
Le strade tedesche sono il ritratto dell'Apocalisse. Sui muri sbrecciati delle case delle cittadine rase al suolo, bianco, tracciato col gesso, il nome di una famiglia scomparsa per sempre: Bade, Müller, Walther... seguito dalle parole «tutti morti», perché nessuno debba ricercarli, perché un eventuale parente non si faccia illusorie speranze. Qualche volta la scritta è diversa: è il milite della Volkssturm, degli ultimi ausiliari che sono stati gettati, magari a settantanni suonati, nell'immane calderone, nel braciere dell'estrema resistenza; il reduce è tornato alle sue case, al suo villaggio, dopo pochi giorni di combattimento, dopo esser stato messo in un campo d'internati dal quale è stato spedito via poco dopo, come migliaia di bocche inutili, di anziani di cui non si sa esattamente che cosa fare. E l'ausiliare, che ha da poco lasciato la casa nella quale si era ritirato in pensione, non crede ai suoi occhi: è tornato, ma la casa non c'è più; in quel luogo ci sono delle macerie, delle travi annerite, dei muri con un vuoto al posto delle finestre, attraverso il quale si vede il colore del cielo, grigio, sporco; qua e là la tappezzeria pende malinconicamente dalle pareti, a brandelli, bruciacchiata; un moncone di porta è rimasto miracolosamente in piedi, lassù, al primo piano; ma dà sul nulla, sul vuoto. Allora quel vecchio scrive anche lui sul muro qualcosa; lo fa con mano tremante; è una domanda angosciosa, è il nome di sua moglie: « Wo ist Frau Anneliese?»
L'ultima fanfara militare, pifferi e labari coi campanelli, è sfilata lentamente fra quelle case tanto tempo prima; un'eternità in confronto alla febbrile e convulsa volontà di sopravvivenza, con l'esistenza spasmodica delle ultime ore; è sfilata a passo cadenzato, il suono lugubre echeggiante fra le rovine. Ora regna il silenzio; solo qualche sgangherata bicicletta fruscia appena sul lastrico bagnato dalla pioggia e interrotto dalle buche; dove è passata la morte neppure i bambini osano gridare...
«Se è nostro destino rimanere sconfitti in questa guerra, la nostra disfatta sarà estrema e completa...»
Parole dette da Hitler il 2 aprile 1945, mentre il cannone tuona paurosamente vicino, mentre migliaia di uomini muoiono in una disperata resistenza. Nella sua mente tesa fino allo spasimo nello sforzo di trovare una via d'uscita che non esiste, nell'intento di venir fuori da un vicolo cieco, da un angiporto, c'è ancora posto per l'odio, un odio feroce contro i nemici di sempre:
«I nostri avversari hanno proclamato i loro obiettivi in maniera tale da non lasciarci alcuna illusione sulle loro intenzioni. Ebrei, russi bolscevichi e il branco di sciacalli che tiene loro dietro, fra i guaiti... sappiamo che nessuno di loro deporrà mai le armi finché non avrà distrutto e annientato la Germania nazionalsocialista riducendola a un cumulo di rovine. In una guerra spaventevole come questa, nella quale si scontrano due ideologie così completamente avverse, l'esito non può consistere inevitabilmente che nella distruzione totale di una parte o dell'altra. È una lotta che deve esser condotta da entrambe le parti fino a quando l'avversario non cada esausto. E per quel che ci riguarda continueremo a batterci finché la vittoria non sia a portata di mano o finché l'ultima goccia di sangue non sia stata versata. È un pensiero crudele. Mi riempie di orrore l'immaginare il nostro Reich fatto a brandelli dai vincitori, dai bolscevichi e dai gangsters americani. Ma anche questa prospettiva tuttavia non scuote la mia fede, incrollabile, nel popolo tedesco. Quanto più avremo a soffrire tanto più gloriosa sarà la resurrezione dell'eterna Germania...»
Tutto quel sangue versato lo riempiva d'orrore ma persisteva ugualmente a gettare nella fornace incandescente altre vite umane, le più giovani, le più indifese...
La «Pirnaischer Platz» di Dresda, la città che è stata spianata dalla prima all'ultima casa nella tremenda incursione aerea del 25 febbraio '45, vista dall'alto pare una sequenza di mucchietti di terra, con qualche intelaiatura, dei muri, dei frammenti di pareti, a ergersi increduli sopra tanta desolazione. Le strade di Berlino sono un ammasso di rottami, d'immondizia, di calcinacci. L'effetto potrebbe essere simile a quello di una piena immane se non fosse per le buche, a volte veri crateri, per i mille fori degli spezzoni, delle schegge, dei proiettili, per le tracce nere delle bombe al fosforo, per i tetti scoperchiati.
Grottesche appaiono le diciture accanto ai rifugi antiaerei: «Männer im Alter von 16-70 Jahren gehören in den Eisatz, nicht in den Bunker»; come a dire che gli uomini dovevano starsene fuori, all'ingresso del rifugio senza potervi accedere, essendo i locali sotterranei destinati alle donne, ai bambini, o ai vegliardi. Ma la scritta suona comunque assurda: quali uomini, negli ultimi giorni del Terzo Reich, poterono permettersi il lusso di non dover impugnare un'arma e mettersi a combattere casa per casa, rione per rione? Solo gli inabili, o certi funzionari; tutti gli altri dovranno in un modo o nell'altro far parte di quella macchina infernale che si chiama guerra.
Che cosa rimaneva dei sogni faraonici del dittatore nazista? Niente. Anziché gli archi di trionfo progettati nel 1935, e per i quali aveva perfino tracciato un disegno, Adolf Hitler lasciava al popolo tedesco solo delle bare, soltanto morte e desolazione, fame e squallore, rovine e orrori. «Le illusioni di grandezza» (così venne nell'ottobre 1970 intitolata una mostra del New York Cultural Center, sorta di documentazione dell'opera grafica del dittatore tedesco) si erano trasformate in realtà di macerie...
Miseria e caos burocratico, faciloneria e corruzione sono gli spettri che s'accompagnano sempre ad occupazione bellica, ma è difficile immaginare quanto queste calamità abbiano afflitto i tedeschi dopo la capitolazione, quella parola che ancora negli ultimi giorni del conflitto veniva scongiurata nella stessa Vienna con grandi manifesti appesi per ogni dove: «Capitolazione: mai!».
Ma quello che hanno passato le donne berlinesi lo sanno, purtroppo, solo loro anche se parecchio è stato scritto in materia: considerate poco meno di bestie dall'occupante, oltre ad essere impiegate nei lavori più umili, dal sotterramento dei cadaveri allo sgombero delle macerie, furono trascinate dai vincitori, stuprate, violentate, offese nella dignità e nell'onore. Di qualunque età fossero le donne berlinesi dovettero servire ai soldati che, ebbri di sangue, di stanchezza, di morte, portati all'esasperazione da un combattimento che sembrava non dovesse finire mai, sfogarono con rabbia bestiale i loro impulsi primordiali che se non venivano soddisfatti si traducevano in un odio feroce, da portare alla morte le malcapitate. Dagli undici ai settant'anni le tedesche dovettero subire gli ardori di mongoli, di kirghisi, di calmucchi, di tartari, d'ucraini; ve ne furono tante che caddero sfinite e sanguinanti, sconciate per la vita da quegli assalti, mentre altre non si risollevarono più; molte giacquero trafitte da una baionetta piantata in pieno ventre. Cose di tutte le guerre, si dirà, ma aggravate dal fatto che il nazionalsocialismo aveva aperto una barriera incolmabile fra il popolo tedesco e il mondo intero. Molto, moltissimo si è scritto sulle sofferenze provocate dalle truppe di Hitler, poco si è detto su ciò che i tedeschi soffersero nell'ultima, sanguinosa pagina del conflitto, quasi nulla su quello che i cittadini, i civili, le donne, i vecchi, i bambini ebbero a patire a guerra appena finita. L'odissea di certe popolazioni al di là dell'Oder, colpevoli soltanto di esser state strumentalizzate dalla propaganda di Goebbels, di esser servite da pretesto per la reviviscenza del pangermanesimo di stampo prussiano, non è stata ancora scritta.
Quando si parla degli orrori della seconda guerra mondiale si parla quasi sempre dei campi di concentramento e di sterminio, dei bombardamenti indiscriminati tipo Dresda e del flagello atomico sul Giappone; ma, caso strano, viene taciuta la pagina più terribile, quella caccia all'uomo spietata, eseguita a freddo, angosciante, che fu attuata in certe zone che oggi si chiamano Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia. Quasi a voler far pagare ai tedeschi ogni colpa, molti cittadini di quei paesi si macchiarono di atrocità che non ebbero nulla da invidiare a quelle dei precedenti occupanti. E molti croati finirono, non lontano dai nostri confini, i loro giorni nel più barbaro dei modi, soffrendo per le stesse crudeltà che avevano perpetrato sotto la protezione delle baionette tedesche e messe in pratica, stavolta, dalla parte avversa.
«Le donne - scrive la Falcone - narravano storie terribili di fame, di sevizie, di maltrattamenti, di violenze subite da parte di truppe russe e polacche (...). In base agli accordi stabiliti, tutti i cittadini di nazionalità tedesca erano stati fatti evacuare dai territori della Germania Orientale passati ai polacchi. Dalle stive di un barcone erano stati stipati entro i carri bestiame di un treno merci, con una sosta di dieci giorni nel campo di concentramento di Stettino. Una tettoia poggiata su quattro pali copriva un vasto piazzale di ghiaia. Sulla ghiaia la gente doveva dormire, senza nemmeno un pagliericcio, prigioniera del limite di quell'ombra. Guai a sporgersi di un passo per riscaldarsi al pallido sole, o chiedere di allontanarsi per qualche bisogno corporale. Le sentinelle colpivano senza pietà con il calcio dei fucili. I bimbi urlavano terrorizzati. Ogni dieci giorni veniva distribuito un pane per cinque persone (...) Quelli della Cecoslovacchia narravano di bambini di tre, quattro anni sadicamente uccisi a colpi di bastone dinanzi agli occhi delle loro madri che ne erano impazzite; di donne incolonnate, fatte trascinare a piedi attraverso tutta la zona e poi, dal ponte sull'Elba, in vista dell'altra riva, precipitate nel fiume (...). Ricordavo una giovane signora ungherese che, a Vienna, mi aveva mostrato i suoi capelli fattisi tutti bianchi in una notte, per aver dovuto assistere alle atrocità commesse contro i tedeschi durante la rivolta di maggio a Praga...»
In mezzo alle macerie, fra gli orrori dei racconti dei sopravvissuti, in quelle giornate di fame e di incertezza c'era anche qualcuno che non aveva perso il suo umorismo. Denaro non esisteva, oggetti da vendere neppure; tutti erano rimasti al lumicino, con poco: ed era questo poco che si cercava di scambiare. La Germania intera si popola di foglietti, di scritte volanti; è sufficiente un pezzo di muro rimasto miracolosamente in piedi e un carboncino (un'asse bruciacchiata, una trave distrutta dall'incendio) per scrivere: cambio gavetta con chiodi, gonna con patate, due valvole per radio con una lampadina, e altre futilità del genere che per allora rappresentavano le possibilità di sopravvivere. Alla fine c'è anche chi scarabocchia « Cambio Hitler con Stalin».
Si vive sotto l'incubo della denazificazione; tutti, più o meno, sono stati nazisti, hanno avuto la tessera del partito, il figlio inquadrato obbligatoriamente nella Hitlerjugend; e ognuno trema, oggi, come tremava ieri quando c'era sospesa la spada di Damocle per chi non fosse stato nazista. Ma vi, è anche chi riesce ugualmente a riderne ed ecco circolare la storiella del professore.
Il professore è lì, in mezzo alla strada che scopa con una granata di saggina. Si avvicina allora un vecchietto che da vent'anni almeno ha sempre fatto lo spazzino proprio in quel rione e gli fa:

- Ma come, professore, lei si mette a scopare la strada?
- Sì, faccio io spazzino, ora. Mi hanno denazificato. E lei come mai non ha oggi la scopa in mano?
- Eh, vede, hanno denazificato anche me...


Non si ride soltanto sull'Entnazifizierung, sugli alleati che mandano in galera (a mangiar bene) le SS, ma si portano via gli scienziati di valore, che cercano come aghi nel pagliaio i non compromessi con il regime e che mandano all'aria l'intero apparato statale fatto di grigi, ma solerti funzionari, che son lì almeno dal tempo di Guglielmo o di Weimar; si ride anche dell'altro flagello, quello delle paperasses, dei questionari interminabili, i Fragenbogen. Accanto a quelli «ufficiali» cominciano allora, in sordina, ad apparire i falsi, gli umoristici, quelli concepiti così:

Dove: quando, come, in che modo, perché?
Nato: dove, quando, come, perché?
Occhi (sottolineare se azzurri): come, perché, in che modo?
Figli: quanti, dove, come, quando, perché?
Moglie: perché, quando, dove, come, in che modo?
Ecc...


E con l'ironia, l'umorismo, si riesce anche a dimenticare le industrie che vengono smantellate pezzo per pezzo, le case spogliate di ogni avere, dalla maniglia al cordone elettrico, le tessere differenziate e le calorie di fame: i guai dell'amministrazione russa; ma si dimentica anche la leggerezza di quella francese, il «distacco» di quella inglese e l'incuria burocratizzata, le «signorine» e la corruzione, come molti giornalisti fra i quali la stessa Falcone denunceranno, di quella americana. Si finisce per ammettere che una bella moglie o un'amica compiacente sono il mezzo migliore per non aver fastidi e si manda di corsa la donna nel letto altrui pur di non incorrere in sanzioni o in grane spiacevoli. Dopotutto si è naufraghi di un diluvio, di un disastro di colossali proporzioni, ed è ancora una fortuna che le cose siano andate così, che la pelle sia salva, che soprattutto si possa vivere, respirare, uscire...
Quello che può addolorare una giornalista italiana che metta per la prima volta piede in Germania, nella Germania delle truppe d'occupazione, è diventato realtà quotidiana, esistenza «normale» per milioni di persone. L'essenziale è tirare avanti. Domani si vedrà. Davvero si è come sugheri in balia delle onde che tendono ad acquietarsi dopo i violenti cozzi della piena, dopo il cataclisma che tutto ha spazzato, sconvolgendo ogni cosa...
Il tedesco una volta ligio al dovere, al rispetto dell'autorità, al culto dello stato, oggi si lascia andare con una filosofia spicciola che ricorda da vicino l'arrangiarsi dei popoli latini. Ma non è storia del dopoguerra. È incominciata prima.
«Il cercare di stare a galla, di trar profitto in qualche modo da questi ultimi istanti prima del crollo»: sono queste le caratteristiche del Terzo Reich che volge alla fine nelle parole di un teste. In altre parti del mondo si sarebbe trattato di una cosa naturalissima, ma non nella Germania dove il senso del dovere s'accompagna fin dai primi vagiti all'esistenza del cittadino. È appunto ciò che sorprende. Si guardi a ciò che dice Bernadotte, costretto ad aggirarsi in un paese in fiamme:
«La corruzione regnava sovrana in Germania. Con un pacchetto di sigarette, mezzo litro di bevanda alcoolica o un sacchettino di caffè si poteva comperare qualunque cosa, lo stesso ne ebbi una prova evidente arrivando in automobile all'aeroporto Tempelhof. Mi trovavo in compagnia del professor Seip e di sua moglie che l'aveva seguito nei giorni di prigionia. Himmler li aveva autorizzati a lasciare il paese. Ma sfortunatamente i loro documenti non erano stati preparati, causa la mancanza di tempo. Le autorità avevano annunciato che da parte loro esisteva l'autorizzazione a partire, ma solo verbale... A Tempelhof ci furono perciò dei momenti di panico: come avrebbero reagito i funzionari dei servizi di sicurezza? Tutto però si risolse con un pacchetto di sigarette e il professor Seip poté prender posto con sua moglie sull'apparecchio. Poco dopo questo decollava...»
Era il 9 aprile 1945... Il 9 maggio i generali tedeschi avrebbero sottoscritto il documento di resa alle truppe sovietiche.
Quindi con un pacchetto di venti sigarette straniere ci si comperava la libertà, la vita di un uomo; per mesi e mesi anche dopo la cessazione delle ostilità le sigarette rappresenteranno la moneta corrente, il prezzo del baratto; la Falcone nel suo drammatico viaggio si sbarazzerà delle sue calze, di qualche capo di vestiario, ma soprattutto si aprirà la strada fra le mille difficoltà a colpi di sigarette. Con una manciata di tabacco ci si poteva procacciare un pasto a borsa nera, un trattamento di favore, le confessioni di un uomo, l'affetto di una donna, un lavoro senza contributi sociali, e mille, mille altre cose che solo la bionda, profumata moneta di scambio poteva rendere accessibili. Mai la nazione tedesca in tutta la sua storia era scesa così in basso. Mai l'umiliazione, la frustrazione erano state così grandi. Solo il Terzo Reich, dopo i tormenti, le brutture, l'abiezione inflitti a milioni di uomini, era riuscito a farne subire l'amaro sapore anche ai creduli ed eccessivamente fiduciosi abitanti della Germania...

Capitolo II - Il redde rationem

Fig. 2. Von Ribbentropp (a sinistra) e Adolf Hitler nel Quartiere Generale Orientale, nel 1941.

La Germania del primo dopoguerra non è soltanto quella della fame, delle macerie, dei profughi. È anche quella della caccia al nazista. Tutti gli uomini i quali hanno rappresentato, per anni, le colonne del regime o si sono più compromessi con quest'ultimo sono ricercati per mare e per terra. È una vicenda iniziata qualche mese prima del crollo finale. Gli americani, a questo scopo, hanno addirittura creato un corpo apposito, l'«lnternational Security Detachment», l'ISD.
Eden ha dal canto suo annunciato ai Comuni che «gli alleati hanno intrapreso la più grande caccia all'uomo della storia, dalla Norvegia alle Alpi Bavaresi.»
È vero. Mai si è visto un paese vinto passato al setaccio come adesso avviene per la Germania, percorsa in lungo e in largo dai servizi «I» dei vincitori. I russi, come è loro prassi consueta, non hanno detto nulla, ma «politruks» e agenti della Lubianka stanno conducendo in tutta segretezza le loro indagini.
Accanto al «criminale», al funzionario, al gerarca vengono - in secondo piano sulle liste dei ricercandi ma in primo luogo nelle intenzioni delle autorità alleate - gli scienziati, i cervelli. Nonostante le diligenti istruzioni, infatti, molti documenti e dossier, a causa della velocità con la quale le truppe vincitrici sono avanzate, sono caduti in mano alleata. Fra questi la cosiddetta lista Osenberg o, almeno, una piccola parte di essa. Alcuni inquirenti dell'ufficio informazioni della 3a divisione americana che è entrata in Colonia il 9 marzo del '45 hanno trovato delle veline negli scarichi dei gabinetti dell'università di Bonn. I locali di decenza erano stati letteralmente intasati da una valanga cartacea, come se qualcuno avesse voluto sbarazzarsi di quei foglietti ma non avesse avuto il tempo di farlo con diligenza. Ad uno ad uno i frammenti delle veline sono recuperati: sono una minima parte della lista che il professore W. Osenberg del politecnico di Hannover ha redatto e che contiene tutto il programma di ricerca nel campo bellico: vi figurano ben quindicimila nomi di scienziati e cervelli del regime. A questo proposito, per inciso, vogliamo fare un'osservazione. Una delle critiche rivolte al regime di Hitler sarà quella di non aver curato minimamente l'educazione scientifica della gioventù o di non aver concesso sufficiente libertà di ricerca. La curiosa obiezione (che si basa unicamente su dati di fatto emersi dall'esame della Hitlerjugend) non tiene conto del fatto che il nazismo pur essendo una struttura apparentemente monolitica e ferreamente dittatoriale in realtà fu piuttosto una satrapia che faceva, sì, capo a un'unica persona ma concedeva larghe autonomie locali, ferma restando, ovviamente, l'impossibilità di critica nei confronti del regime. Da qui l'ampio campo d'azione degli scienziati e la vera valanga di progetti uscita da questa fucina di cervelli, piani e studi spesso bocciati dall'incompetenza e dalla cecità delle autorità, ma messi comunque - nero su bianco - a punto.
A questo aggiungasi la disponibilità di una copiosa manodopera che, proveniente dai campi di concentramento, lavorava sodo, mangiava poco e non scioperava affatto; una delle aziende alle quali questa valanga di manovalanza a buon mercato fornì un enorme contributo fu la Mittelwerk, nei pressi di Nordhausen, nelle caverne del Kohnstein: file interminabili di sale foderate di cemento e illuminate a giorno da potenti lampadine ospitavano tutte le fasi della fabbricazione, ivi compresa una vera e propria catena di montaggio finale, su nastro trasportatore, delle V2, i razzi coi quali i tedeschi si erano illusi di piegare la potenza britannica. Le SS che avrebbero dovuto distruggerla prima dell'arrivo degli alleati erano state sorprese dagli avvenimenti e non avevano potuto far nulla se non mettersi precipitosamente in salvo.
Gli impianti della Mittelwerk, smantellati con cura pezzo per pezzo, verranno caricati su trecento autocarri e spediti oltre Atlantico su sedici navi. Così avverrà per tutti gli impianti di importanza bellica e strategica sui quali russi e americani riusciranno a metter le mani. Anche questo saccheggio sistematico di un paese è una pagina abbastanza indicativa della più brutta guerra che il mondo si trovò a combattere...

Ma torniamo ai gerarchi braccati. Il paese, lo abbiamo già detto, versa nel caos. Maree di profughi vagano senza meta: hanno perso tutto e si spostano rifluendo da una città all'altra in una vaga direzione est-ovest. È gente dal più diverso passato, senza documenti, senza tessere di riconoscimento, impossibile a inquadrarsi, a classificarsi. Ci sono gli stranieri impiegati nel lavoro coatto, i reduci scheletriti dei campi, i fuggiaschi dei paesi baltici o quelli della Pomerania, ci sono i tedeschi dei Sudeti, i soldati dalla divisa lacera e dalla barba lunga, gli occhi acquosi e stanchi, magari senza neppure la piastrina di riconoscimento. Contrariamente a quanto è accaduto in altre parti del mondo, il governo del Terzo Reich si è volatilizzato senza che nessun altra autorità abbia potuto sostituirlo, il segno più evidente che ogni opposizione nella Germania di Hitler era stata completamente vanificata. Non esistono persone che possano godere la fiducia piena e totale degli alleati, le cui truppe di occupazione con le loro ordinanze rappresentano l'unica autorità dopo la scomparsa di quelle naziste.
E mentre gli alleati litigano già fra loro per la spartizione della preda (ricordiamo qui, ad esempio, l'accordo del '44 fra il governo britannico e quello statunitense, per il quale la metà del bottino di guerra americano in Europa sarebbe stato messo a disposizione dell'Inghilterra) l'intera popolazione della Germania è filtrata au crible...
Fra questa gente, fra gli abitanti rimasti nei villaggi e nelle città diroccate, fra i rottami di una nazione si cercano, spasmodicamente, dei semplici individui simili in fondo a milioni di altri. Di alcuni di loro si sa già qualcosa. Il loro volto inconfondibile, nonostante gli abiti borghesi e a volte la barba, è già stato segnalato in questa o quella zona del paese. Di altri invece non si ha in mano il minimo bandolo.
Eppure, nonostante tutto, si arriverà a Norimberga...
Nella storia del nazismo il numero 20 ricorre con insolita frequenza: 20 aprile, compleanno del Führer, il 20 luglio 1944 avviene l'attentato a Hitler, il 20 ottobre 1945 viene decisa la sede di Norimberga, il 20 novembre dello stesso anno ha inizio il processo... e 20 sono anche le tonnellate di carta, verbali, documenti, testimonianze che ne verranno fuori.
1945... Norimberga.
1935... Dieci anni prima:
«... sono stato a Norimberga unicamente per vedere, per rendermi conto» scrive Louis Bertrand dell'Académie française.
«Si sa che Norimberga è diventata per così dire la Mecca del nazionalsocialismo tedesco e che tutti gli anni per una settimana intera la Germania vi celebra coralmente l'anniversario della vittoria del partito. È certo che la scelta di questa città per la celebrazione è stata quanto mai felice. E tuttavia non saprei condividere tutti gli entusiasmi dei tedeschi al riguardo. Se ha degli angoli pittoreschi, come i viali e i bordi, i ponti lungo la Pegnitz, non ha però monumenti di primissimo ordine. Senza poi contare il fatto che il falso gotico delle case, ricalcate su quelle del XV o XVI secolo, finisce per rovinare le autentiche costruzioni d'epoca. Comunque sia vi regna un'atmosfera cordiale, molto più che a Berlino, e il panorama generale è piacevole. Ma accanto alla città vecchia è stata edificata una specie di santuario del partito, una seconda città dove tutto è colossale, i teatri, le sale per concerti, gli stadi, i poligoni di tiro o di manovra. Ecco lo Stadion, l'Arena Luitpold, la Luitpold Halle, la Zeppelin Wiese, mentre si attende di vedere ultimato il palazzo dei congressi, che deve senz'altro diventare qualcosa di straordinario, il capolavoro della monumentalità tedesca. La facciata, si dice, misurerà 260 metri di lunghezza. La sala principale potrà contenere sessantamila persone. Accanto a questa sala gigantesca, ve ne saranno altre, più piccole, fra cui una saletta di riunioni per un migliaio di persone, una da concerti per tremila ascoltatori... (...) L'intera città è pavesata di bandiere rosse, d'immensi stendardi al centro dei quali la croce uncinata si staglia in nero su fondo bianco; l'insieme presenta così gli antichi colori dell'impero, modo simbolico per ricollegarsi alla tradizione della Germania imperiale. C'è insomma una volontà chiaramente riaffermata di non rompere con il passato. Ciascuno, non uno escluso, porta all'occhiello il distintivo dell'anno 1935: effigie di Hitler fra quella di un soldato con tanto di elmetto e di una SA, il tutto con croce uncinata e immancabile aquila imperiale. Quelle due figure ai lati del Führer rappresentano, vi viene spiegato, le due colonne del regime: la potenza politica del partito e la nazione in armi. Ovvero: Adolf Hitler è la Germania e la Germania è Adolf Hitler.»
Nel 1935 Norimberga è all'apogeo. Mai la Germania si è sentita così forte, disciplinata, unita. Mai un uomo ha saputo catalizzare intorno alla propria persona tutte, ma indistintamente tutte, le energie di un paese.
Louis Bertrand è quasi sgomento per ciò che vede: «... per giorni interi ho assistito a una sfilata ininterrotta, l'immagine vivente di una nazione completamente irreggimentata. Queste sfilate oceaniche di pale, di baionette, che riempiono le strade pacifiche della vecchia città dei maestri cantori, questo risuonare cadenzato di migliaia di stivali che martellano per ore e ore il pavé delle vie, questa gente di ogni età e condizione, in tenuta da guerra, pronti a partire perfettamente equipaggiati, in file serrate, interminabili, compatte, è uno spettacolo che spaventa, rende inquieti: è la mobilitazione generale di tutto un popolo. Non si può certo dire che questi uomini che cantavano, con un fiore sull'elmetto o sul berretto, avessero l'aria allegra. Si poteva scorgere la fatica sui loro visi, chiusi e inespressivi; vedendoli, la parola «gregario» veniva naturalmente alle labbra; non sembravano dunque partecipare alla festa, ma una rigida disciplina era stampata su tutti i volti e condizionava tutti i movimenti. Accettavano, tutti indistintamente senza riserve, questa disciplina, erano davvero fedeli al Führer e alla sua missione come affermavano le autorità del partito? Ciò che so è solo questo: l'entusiasmo che saliva alle stelle della folla faceva uno strano contrasto con questa disciplina muta e ferrea. Eppure anche l'entusiasmo aveva qualcosa di disciplinato. Nulla di simile si potrà mai vedere nella folla francese dove avvengono sempre delle grida spontanee, individuali, isolate. Qui invece era la manifestazione oceanica, corale. Al momento in cui si annunciava l'arrivo del Führer, maree di folla si precipitavano davanti alla sua persona. Le acclamazioni salivano al cielo come un rombo di tuono: ecco uno slancio più che spontaneo, istintivo, sprizzante da questa folla. Posso dire di non aver mai, mai assistito a un simile delirio. E mi chiedo quale sovrano, quale eroe nazionale sia stato così acclamato, adulato, accarezzato e idolatrato come lo è quest'uomo, questo piccolo individuo in camicia bruna che seguito dalla sua corte, come un sovrano, ha sempre l'aspetto di un operaio. Non si tratta di popolarità, si tratta di religione...»
Questo nel 1935... Ma dieci anni dopo?
Dieci anni dopo Norimberga è l'equivalente di 15 milioni di metri cubi di macerie. Solo un centinaio di edifici in tutta la città non sono stati danneggiati dalle bombe; ma hanno subito gravi danni la chiesa di San Lorenzo, quella di San Sebaldo, il castello, la Frauenkirche, il palazzo comunale...
Qui si concluderà, in uno storico redde rationem, con un processo memorabile e gigantesco, la fine del Terzo Reich, prostrato militarmente, cancellato dalla carta geografica, e costretto a presentarsi, nelle persone dei suoi rappresentanti, sullo scranno dell'imputato.
Il primo dei compromessi col nazismo a cadere nelle reti degli uccellatori è l'ex-cancelliere von Papen...

«Esile, elegante, il collo serrato in un solino inamidato, il volto aguzzo e volpino (come disse l'accusatore di Norimberga per insultarlo) gli occhi azzurri, i capelli lisci su una testa da dolicocefalo biondo, perfetto tipo di ariano, figlio di un ufficiale degli ulani...» così lo descrive il giornalista Pieroni all'indomani della sua morte.
È il 2 maggio 1969, un venerdì. Franz von Papen ex-cancelliere del Reich è deceduto nella sua villa di Obersasbach, nel Baden, nei pressi della Foresta Nera. Dal 1963 non si era più fatto vedere in pubblico. Viveva nel chiuso isolamento della sua casa, assistito dalle due figlie. Gli si conosceva una sola passione: i cavalli, anche se era abituale frequentatore di tutti quei ritrovi (dal casinò ai campi di golf) in cui suole trascorrere parte del tempo l'aristocrazia sfaccendata. Nonostante le astuzie, nonostante la sua natura di diplomatico (quasi una seconda pelle), era rimasto in fondo un blasé, un sangue blu di fatto e per vocazione.
Non per nulla era nato in una famiglia della nobiltà Westfalica, di antico lignaggio e dalla profonda tradizione cattolica. La data? Il 29 ottobre 1879. Fin da giovanissimo aveva abbracciato la carriera militare ed era entrato nel corpo dei cadetti di Prussia.
La prima guerra mondiale lo aveva sorpreso come addetto militare tedesco per gli Stati Uniti e il Messico. Ma le cose non gli erano andate troppo bene, perché era stato espulso come indesiderabile essendo risultato coinvolto in una ingarbugliata faccenda di spionaggio. La sua fine virtuale come diplomatico lo aveva convertito alla politica e c'era riuscito così bene che era stato eletto deputato del partito cattolico di centro. Eccolo quindi in parlamento dal '20 al '28 e dal '30 al '32.
La realtà del dopo è nota. La riassumiamo qui in due righe anche se vi torneremo per forza di cose, più estesamente, in seguito: allorché il presidente Brüning sarà costretto a rassegnare le dimissioni, sarà proprio a Papen che il vecchio presidente von Hindenburg affiderà il governo. Ma la sua accettazione segnerà l'espulsione dal partito cattolico per indegnità, essendo quella una mossa davvero sleale nei confronti di Brüning stesso. Che il «veto» del partito cui apparteneva fosse giustificato, lo si vedrà dal fatto che, nemmeno due settimane dopo la sua elezione alla carica di cancelliere, von Papen toglierà l'ostracismo nei riguardi dei seguaci di Hitler e si avvierà a presentare, come si suol dire su un piatto d'argento, la carica di cancelliere al futuro Führer della Germania.
Divenuto ambasciatore del Terzo Reich sarà a Vienna, poi ad Ankara e alla fine comparirà come comprimario nella famosa faccenda Cicero, ovvero la spia Elyeza Bazna d'origine albanese. Poi più nulla, fino al momento in cui verrà rispedito dagli americani fra gli attori principali del Terzo Reich alla sbarra.
Ecco chi era von Papen...
La sua cattura era avvenuta il giorno 11 aprile 1945 prima ancora che il cuore del Terzo Reich cessasse di battere e mentre la voce di Hitler si levava furiosa dal bunker contro i suoi collaboratori e i generali traditori. Lo avevano scovato quasi per caso: una pattuglia si era spinta fino a una villetta persa ai margini della foresta: von Papen non si era affatto rifiutato di declinare le proprie generalità, ma aveva semplicemente detto all'ufficiale che lo dichiarava in arresto d'essere un vecchio di più di 65 anni e non certo un soldato. Ma non c'era stato niente da fare. Aveva dovuto seguire l'uomo e prender posto sulla jeep.
La caccia all'uomo prosegue. Vi sono delle carte appese al muro sulle quali gli uomini degli uffici «I» tracciano dei cerchi in matita dermografica rossa: sono le zone «probabili», quelle in cui è più facile che un nazista di peso si sia rifugiato. È soprattutto la zona di Berchtesgaden, dove avrebbe dovuto essere organizzata l'estrema resistenza, a venire setacciata da cima a fondo, palmo a palmo. Per i nazisti che vi erano convenuti in attesa del loro Führer è bloccata qualunque possibilità di fuga.
Ma anche il quartier generale di Dönitz, a Flensburg, è contrassegnato con una fila di freccette che si diramano in più direzioni. Sono gli itinerari possibili per i gerarchi nazisti, in base all'evolversi della situazione, dello stato delle strade e dei posti di blocco.
Qualche tempo dopo, è il 9 maggio 1945, un colonnello tedesco si presenta al posto di blocco della 36a divisione USA a Radstadt, nei pressi di Zell-am-See. Lì per lì nessuno ci fa caso. Di «ritardatari» che hanno cercato di resistere fino all'ultimo e che solo dopo una serie di ripensamenti accettano di consegnarsi ai vincitori è piena la Germania. Costui in divisa di colonnello non è dunque un'eccezione. Lo stupore viene dopo, allorché dopo un formale saluto il colonnello dice: «Sono Bernd von Brauchitsch...». E dopo un attimo di pausa aggiunge: «Vengo da parte del Reichsmarschall Hermann Göring...» Un accidente. L'ufficiale americano istintivamente si porta la mano alla fronte e allontana leggermente l'elmetto... O questo è un pazzo, pensa, o qui siamo di fronte al colpo più grosso della nostra vita.
Ordina immediatamente che sia fatta venire una jeep, poi si mette lui stesso al volante e, non appena il colonnello von Brauchitsch ha preso posto accanto a lui, pigia sull'acceleratore; la vetturetta si lancia a corsa pazza in direzione del comando divisionale. Il maggior generale John E. Dahlquist e il generale di brigata Robert J. Stack sono già stati avvertiti per telefono. Il generale Stack ascolta a sua volta il messaggio del colonnello tedesco poi sale anche lui sulla jeep in direzione di Zell-am-See. Göring, ha detto von Brauchitsch, si trova lì.
Le traversie di Göring sono state numerose, specie dopo la dura condanna di Hitler, l'anatema degli ultimi giorni contro l'operato di chi voleva esautorarlo. Ma adesso è lì, sulla sua Mercedes bianca, corazzata. La jeep si ferma a una cinquantina di metri dalla lunga automobile. Göring scende a fatica, accusa il peso e la stanchezza.
Il generale Stack si avvicina, fa un cortese saluto al quale il Reichsmarschall risponde dall'alto della sua imponenza. I due si guardano un attimo negli occhi poi istintivamente, senza che risulti chiaro chi si sia mosso per primo, si danno la mano, un gesto che solleverà le ire di Einsenhower. Da parte inglese sarà Lord Woolton, ministro della ricostruzione, a dichiarare alla tribuna della camera dei Lords: «La guerra non è una partita amichevole che finisce con una stretta di mano!»
Göring, dopo i convenevoli che finiranno per rappresentare un vero incubo per il generale Stack al centro del biasimo universale, viene accompagnato dal maggior generale Dahlquist. Il capo servizi informazioni della VII armata si è già, intanto, messo in viaggio per occuparsi personalmente del Reichsmarschall.
E così il pesce più grosso è tratto a bordo.
Papen è stato catturato (nella casa di suo genero, il conte Max von Stockhausen, nella Ruhr) come abbiamo già visto; Göring si è presentato di sua spontanea volontà; il terzo a cadere in mano angloamericana è Hans Frank...
È il 6 maggio. Duemila prigionieri sono stati concentrati in un campo improvvisato nei pressi di Berchtesgaden; sono coloro i quali si aspettavano da un momento all'altro la venuta di Hitler per organizzare l'estrema resistenza. Sono stati invece sorpresi dagli eventi.
La sera del 6 una brusca telefonata fa accorrere all'apparecchio il capo dell'amministrazione militare alleata, capitano Broadhead: uno dei prigionieri ha tentato il suicidio. Il suo nome è Hans Frank, il gauleiter della Polonia. Ha cercato di svenarsi con una lametta. Ma l'hanno scoperto in tempo. Ha perso molto sangue, i tendini del polso sinistro sono stati recisi, per cui perderà l'uso della mano, ma si è riusciti a salvarlo; salvarlo, s'intende per il processo, per la forca.
Pescato in mezzo a un convoglio di prigionieri illustri del famigerato lager di Flossenburg dirottati in Austria è Schacht, la mente economica del Terzo Reich, l'artefice della ricostruzione finanziaria della Germania dopo l'inflazione, l'inventore dei buoni MEFO, eccetera. Hjalmar Schacht è preso in consegna dagli americani insieme con l'industriale Fritz Thyssen, con l'ammiraglio Horthy, con Léon Blum, con Edouard Daladier e con tutta una serie di cittadini illustri di mezza Europa. Le SS, che avevano ordine di non consegnarli vivi agli alleati, all'ultimo momento hanno avuto un giusto ripensamento e li hanno tenuti in vita. Fra di essi si trova anche l'ultimo cancelliere austriaco Schuschnigg...
Sempre nei dintorni di Berchtesgaden viene invece scovato Robert Ley, il capo del Fronte del lavoro, disprezzato dagli stessi nazisti.
Di lui era rimasta celebre la frase pronunciata, in uno dei suoi consueti discorsi, fumosi e inconcludenti, con voce impastata dall'alcool; un'uscita memorabile: «Führer, vi annuncio con gioia la venuta del mese di maggio.»
Forse si ricordava confusamente del 21 maggio 1935, allorché Hitler aveva fatto il suo celebre discorso sulla pace che tante inutili speranze aveva suscitato nel mondo intero e più particolarmente in Germania.
Ley sarà denunciato da alcuni abitanti del luogo che lo riconosceranno e segnaleranno la sua presenza agli americani. Un plotone della 101a Airborne Division lo sorprenderà stravolto dalle libagioni e dalla paura, accoccolato su una poltrona, l'aspetto di un clochard inebetito. Ley giura e spergiura di non essere la persona che cercano; si chiama Ernest Distelmeyer, hanno compreso?, Ernst Distelmeyer, cittadino qualunque, niente a che vedere con il ministro del lavoro e con l'uomo di paglia che è stato messo a capo dell'organizzazione dei Lupi Mannari, il terrore della Germania negli ultimi istanti.
Nonostante le sue proteste verrà posto a confronto con un ex-funzionario del partito il quale non esiterà a riconoscerlo. Tradito due volte, colui che aveva avuto come ospiti di riguardo i duchi di Windsor dovrà chinare il capo sconfitto. I tedeschi adesso fanno a gara nel denunciarsi l'un l'altro in un assurdo «tanto peggio, tanto meglio». Pur di ingraziarsi i nuovi padroni non si esita a sacrificare quelli di ieri, tanto non sono certo persone delle quali si debba avere particolare riguardo. L'uomo della strada collabora attivamente, dunque, con gli inquirenti e allo stesso processo di Norimberga si assisterà a un umiliante gioco di scaricabarile pur di evitare un'inevitabile condanna. Si fingerà di non sapere, di non aver avuto parte alcuna, di essere vittime di un gioco di corridoio.
Solo un uomo, non certo il migliore, avrà la faccia tosta di rimanere assurdamente coerente fino all'ultimo minuto: Julius Streicher. Per tutto il processo il più volgare personaggio del Terzo Reich, l'inventore delle più infamanti e oscene accuse sugli ebrei, conserverà un atteggiamento di perfetta indifferenza. Solo ogni tanto avrà dei lampi negli occhi. Succederà nei momenti in cui udrà dei nomi ebraici letti in calce alle deposizioni o scruterà le facce dei giudici analizzandole per trovarvi tracce di semitismo. Sobbalzerà sulla sedia con un ghigno di trionfo allorché gli parrà d'udire fra i nomi dei giurati qualcuno assomigliante vagamente ai vari Shapir, Meyer, Adlersohn che formavano l'incubo delle sue notti e della sua follia.
Streicher sarà l'unico a ghignare sardonico all'udire la propria condanna a morte, l'unico a dare una gomitata al carnefice salendo sul patibolo, l'unico a soffiargli in faccia: «Eh, vedrai che i bolscevichi impiccheranno anche te!» e l'unico infine a morire con un sonoro Heìl Hitler sulle labbra.
In aula osserverà con distacco i filmati sui massacri collettivi e le torture delle SS, parendogli cosa naturalissima che milioni di persone morissero nella maniera più barbara, spiccia e sbrigativa.
Julius Streicher sarà un personaggio a sé anche al momento dell'arresto. A Berchtesgaden egli non fa nulla per nascondersi, ma se ne va in giro con un cavalletto da pittore (come se la guerra non lo riguardasse affatto e si trovasse lì per una pacifica vacanza. Il suo non è un travestimento; prende le cose estremamente sul serio).
Il 23 maggio 1945 la jeep dell'americano Blitt, della 101a Airborne, s'imbatte in una scena dell'altro mondo: il pittore sta tranquillamente dipingendo, come se nulla fosse, il magnifico paesaggio delle Alpi Bavaresi. Blitt è ebreo. Colpito dalla cosa ordina di fermare. S'accosta al pittore. Ha un tuffo al cuore vedendo che assomiglia stranamente a Julius Streicher. Lo apostrofa in yiddish. Streicher schiuma: «Dunque mi avete riconosciuto!» E da quel momento la sua anima non avrà più pace. Esser stato catturato, passi, era logico, ma da un ebreo...!
Poco dopo i giornali statunitensi usciranno con titoli di scatola: «Catturato vivo Julius Streicher, il più grande antisemita di tutti i tempi. L'operazione è stata condotta da un ebreo.»
Nel frattempo, il giorno 2 maggio per l'esattezza, il commentatore di radio Berlino, la voce più famosa della Germania dopo quella di Goebbels, e cioè Hans Fritzsche, si è presentato ai sovietici di sua spontanea volontà ed è stato immediatamente arrestato.
Arrestato è anche Kaltenbrunner, scovato ad Alt Aussee, dove, stando ad alcune indiscrezioni, egli avrebbe voluto sottoporsi a un'operazione di plastica facciale.
Arrestati sono anche Rosenberg e Ribbentrop.
Il primo era stato semplicemente ricoverato per distorsione di una caviglia nell'ospedale di Flensburg, per il secondo invece ci vorrà un po' più di tempo, ma verrà alla fine pescato in casa di una sua vecchia conoscenza, una donna ancora giovane e assai piacente, nel cui letto l'ex-ministro degli esteri se la dormiva beato in attesa di riprendere l'attività di rappresentante di vini, il mestiere della sua gioventù.
Arrestati saranno Dönitz, Jodl, Speer: tutti e tre assieme. Il primo in alta uniforme, il secondo con il pastrano militare di pelle, il terzo in impermeabile bianco senza cappello. I russi metteranno le mani sull'ammiraglio Raeder, il quale se ne sta tranquillo a casa propria, a Berlino: finita la guerra l'autorità più potente della marina di superficie s'era ritirato come un buon borghese cambiando la divisa coi panni della domenica.
Ancora qualche arresto sporadico e la «dose» per Norimberga sarebbe stata raggiunta...
1946...
Spandau. È nei pressi di Berlino. C'è un edificio tetro, in questo sobborgo occidentale, simile a un vecchio castello, con il largo portone affiancato da due torri, tutte in mattoni, le finestrelle che paiono quelle di un'antica basilica: è la prigione. Questo penitenziario, lo si vede lontano un miglio, è dell'epoca guglielmina. È destinato ad accogliere coloro i quali saranno ritenuti colpevoli di pene detentive dal tribunale di Norimberga. Qui, attraverso quella porta, passeranno anche Albert Speer e Baldur von Schirach, condannati a vent'anni dai giudici del tribunale alleato.
Baldur von Schirach, figlio di madre americana, milionaria, a ventisei anni aveva abbracciato la dottrina nazista, quella destinata al solo popolo tedesco, quella che non si poteva esportare. Era un giovane che avrebbe voluto fare il medico oppure il musicista, ma che il destino metterà a capo della più bellicosa gioventù d'Europa, la Hitlerjugend. Ha sempre avuto un debole per la poesia e molti suoi componimenti avevano preso la via delle gazzette locali. Tutto sarebbe dunque finito lì, con un piccolo fuoco di paglia, se egli non fosse stato eletto dirigente dell'unione degli studenti tedeschi e se, soprattutto, suo padre non lo avesse presentato a Hitler. Il Führer aveva subito compreso che quel giovanotto ligio ed ubbidiente, sebbene avesse un'aria leggermente effeminata che gli andava a genio sì e no, poteva fare al caso suo, e nel giugno del '33 lo aveva posto a capo della Jugend des Deutschen Reiches, della gioventù del Terzo Reich, del Reich tedesco che avrebbe più fatto parlare di sé.
Ed ecco che, sull'esempio dei boy-scouts, i ragazzi di tutta la Germania erano stati costretti a intrupparsi anche loro: aspiranti dai sei ai dieci anni, cadetti fino ai quattordici e infine membri di fatto della Hitlerjugend, per quattro anni, prima del lavoro obbligatorio previsto per loro al compimento del diciottesimo anno.
Sono otto milioni i figli della Germania che militano sotto le bandiere dalla croce uncinata e che, alla fine della guerra, saranno anche fra gli ultimi difensori delle città invase. Nel '39 il numero salirà dagli otto ai dodici milioni; in pratica non c'era famiglia che potesse sottrarsi all'obbligo di inviare il figlio nei campi di addestramento. D'altro canto, ai giovani, far parte di quelle organizzazioni piaceva moltissimo. C'erano villaggi montani e marini, campi premilitari e perfino lavoro obbligatorio nelle fattorie. Su questo correvano parecchie maldicenze. Non era raro che la diciottenne inviata a lavorare coi coetanei in campagna ne tornasse incinta, per cui si storpiava il motto dell'organizzazione che s'occupava del tempo libero la «Kraft durch Freunde», la forza attraverso la gioia, adattandolo alle mutate circostanze delle vezzose biondine che perdevano nella gioia quel poco di forza che loro rimaneva... Ma non era un problema. I rapporti fra i due sessi nella Germania hitleriana erano assai più liberi di quelli vigenti nella borghesia del dopoguerra (una volta messe a tacere le esperienze imbarazzanti del primo periodo postbellico e riacquistata la rispettabilità borghese...).
La moglie che si era consolata della lontananza del marito con quello che la guerra le aveva messo sottomano (il fuoruscito, lo straniero, e perfino - sfidando i rigori della legge - il prigioniero) era tornata la saggia amministratrice di casa; il marito, dopo le più deludenti esperienze dei postriboli per la truppa o per i detenuti dei campi di prigionia, aveva riacquisito la sana patria potestas... E così la famiglia si era ricomposta nel silenzio e nella discrezione, cancellando con un colpo di spugna un passato imbarazzante per entrambi.
Ma, a guerra non ancora iniziata, il giovane concepiva la propria vita, come sempre, in forma di rottura con la società dei genitori e vedeva nella Hitlerjugend la via per vivere secondo le proprie aspirazioni.
Ma torniamo a Baldur von Schirach. Nel 1939 il capo dei giovani tedeschi si sposa. Fa un matrimonio azzeccato: impalma la figlia del fotografo di Hitler, Hoffmann; così gli si aprono le porte della corte del Führer e delle serate di Berchtesgaden. Se ne sta un po' a sé, compito, corretto, mentre i suoi giovani non partecipano alle violente manifestazioni così care alle SA di Rohm prima del '34, come i «repulisti» contro i negozi degli ebrei, gli incendi di sinagoghe, eccetera. I pochi giovani di von Schirach che nella tragica notte dei cristalli scenderanno nelle strade lo faranno per buttare nelle fogne e nelle latrine (testuale) gli scrigni sottratti alle gioiellerie: con ira furibonda di Göring interi plateaux verseranno il loro contenuto nello sciacquone; per i giovani di von Schirach non c'era nulla di più detestabile della ricchezza e del lusso rappresentato dai gioielli e dai preziosi...
Questo tipo di indirizzo dato ai giovani e che suscitava in essi i più accesi e ingenui entusiasmi non doveva piacer molto agli intimi del Führer e allo stesso Hitler per cui, dopo l'inizio del conflitto, Baldur von Schirach, che aveva chiesto e ottenuto di battersi, viene richiamato e sospeso dall'incarico; in sua vece è nominato Arthur Axmann, mentre a Schirach verrà dato il contentino della carica di Gauleiter di Vienna.
La sua condotta e soprattutto il fatto che dal '43 in avanti la sua stella è decisamente in declino e la sua posizione presso il Führer a un pelo dalla rovina, dal bando e dall'ostracismo, gli varranno una certa clemenza da parte degli alleati a Norimberga. Da qui i vent'anni anziché la condanna a morte...
Per Speer il discorso è, naturalmente, un altro. Quest'uomo ha avuto parte non piccola nel fascino che l'hitlerismo ha esercitato sulle masse; sua è la svastica che campeggia nel Reichstag, gigantesca e incombente, sue le sapienti sceneggiature, le regie delle parate, suo lo stile monumentale della nuova Cancelleria, suo lo stadio di Norimberga, i palazzi mostruosi e opprimenti, i labari che garriscono al vento o scendono solenni lungo i pennoni in file chilometriche, come quinte senza fine di un decoro dal ritmo ossessionante. Sua è l'aquila stilizzata, che ha la stessa vigoria espressiva di quella dei Goti, ma che ha mutuato dal secolo ventesimo la fredda e tecnologica geometria. Il suo talento lo aveva dimostrato all'improvviso un giorno del 1933 in cui aveva addobbato l'aeroporto di Berlino per l'arrivo del signor Adolf Hitler. Speer, nato nel 1905, si era laureato da poco ed era alle prime armi. Ma il suo lavoro aveva a tal punto entusiasmato Hitler che aveva voluto con sé quell'architetto. E da quel giorno il «borghese» Albert Speer era diventato il confidente suo malgrado e la promessa dello sviluppo urbanistico futuro del Reich millenario. Hitler, infatti, soleva passare con lui ore e ore dilettandosi a esaminare piani per il risanamento urbanistico e architettonico della capitale, sognando un futuro che sarebbe rimasto sempre e solo sulla carta.
Il motivo, però, per il quale Speer comparirà di fronte ai giudici sarà un altro: quello di aver ritardato con ogni mezzo il crollo della Germania come ministro per gli armamenti. Un vero miracolo quello di Speer, il quale nelle condizioni più incredibili riuscirà a far procedere la produzione di armi e munizioni sotto i bombardamenti a tappeto alleati. (Ed oltre a questo l'esser stato nominato successore di Fritz Todt nell'organizzazione da lui creata per l'impiego della manovalanza straniera arruolata e fatta lavorare in modo coatto, tranne poche eccezioni).
A Spandau sarà incarcerato anche Rudolf Hess, per la cui liberazione verrà creato, anni dopo, perfino un comitato forte di ben duemila iscrizioni e alla cui testa figurerà come promotore il figlio di colui che era stato considerato il vice-Führer prima della sua clamorosa fuga in Inghilterra. Wolf Ruediger, questo il nome del figlio del più celebre detenuto del mondo, farà tutte le pressioni possibili sulle autorità alleate e tedesche perché suo padre abbia almeno la possibilità di curarsi in una clinica convenientemente attrezzata.
Colui che voleva negoziare la pace con gli inglesi diverrà il simbolo della punizione della Germania: strano destino questo di un uomo detenuto dal 1940 e che sul finire degli anni sessanta costerà ottanta milioni l'anno, quanti ne occorrono per far funzionare un carcere come quello di Spandau in cui finirà per restare solo, abbandonato da tutti fra quelle mura e quel filo spinato. Un condannato all'ergastolo senza compagni di pena. Il tutto perché, a Norimberga, aveva osato contestare la legittimità del tribunale che lo stava giudicando e che lo riterrà colpevole di complotto e delitti contro la pace.
Eppure quel 10 maggio 1941, allorché il suo paracadute si era afflosciato sul suolo di Eaglesham, in Scozia, egli pensava fermamente di poter negoziare la pace, si credeva anzi chiamato a stipulare questa pace. Così si era presentato a un contadino, David McLean. Chi ricorda ancora quel giorno come se fosse ieri dice che quel paracadutista si era presentato con il nome di Alfred Horn e aveva chiesto di poter parlare con il duca di Hamilton che abitava nel castello di Dungavel. Ma lo avevano invece preso in consegna e portato di peso all'ospedale di Drymen, mentre in Germania, avuta notizia della fuga, Hitler si accingeva a dichiararlo pazzo.
Nel 1967, comunque, il suo legale, Alfred Siedl, preoccupato delle condizioni di salute del suo protetto, inoltra domanda di grazia. In essa si dice che il detenuto soffre di disturbi circolatori, di artrosi, che è quasi cieco e ha delle lunghe amnesie. D'altronde basta guardarlo: pallido, emaciato, con il volto segnato dalle rughe è ridotto all'ombra di se stesso, un essere affatto diverso da colui che negli anni d'oro, dopo la sua partecipazione all'eliminazione delle teste più alte delle SA, dopo la firma dei provvedimenti razziali del '35 a Norimberga, si era tirato un po' in disparte, passando gran parte del proprio tempo con la moglie Ilse nel tranquillo giardino con piscina della sua villa nei pressi di Monaco. Forse era già cominciata in quei giorni la lenta crisi che doveva portarlo a un atto così assurdo e azzardato come il volo sulla Scozia, un volo che era stato giudicato impossibile a realizzarsi da parte di tutti gli assi dell'aviazione tedesca interpellati in proposito. Lo stesso Udet si era stretto nelle spalle con un bel «no». E invece Hess, che nell'aviazione e nel pilotare un aereo era un vero asso, con un apparecchio munito di serbatoio supplementare, ce l'aveva fatta.
E a questo punto comincerà la leggenda, il mito Hess. Pazzo o profeta? Vittima o visionario? La moglie Ilse (che ha un albergo sui monti d'Hindelang) sostiene che mai suo marito fu più lucido di quando progettò in tutta segretezza, non rivelando nulla nemmeno alla famiglia, il suo drammatico viaggio oltre la Manica. Aveva avuto solo un unico sospetto allorché aveva visto per giorni e giorni, appesa nello studio del marito, una gigantesca carta della Scozia. Ma Ilse ricorda che ci fu per qualche tempo in un cassetto dello studio stesso la velina di una lettera inviata dal marito a Hitler: in essa si diceva che se la cosa non fosse andata a buon fine il Führer avrebbe sempre potuto dichiararlo pazzo. Purtroppo la bella casa di Monaco finirà fra le fiamme e anche quella velina andrà perduta. Dobbiamo credere alle parole di Ilse? O non sono che pietose bugie destinate a rendere un po' più accetta la figura di colui che il medico britannico John Rees ha definito affetto da schizofrenia e che Kelley, lo psicologo americano ai tempi del processo di Norimberga, definì in preda a un complesso filiale nei confronti di Hitler...?
Già da prima, precisamente dal giorno 12 maggio 1941, un laconico comunicato radio diceva che Rudolf Hess era affetto da disturbi di carattere mentale; la radio, inutile precisarlo, era quella del Terzo Reich...
Hess, rinchiuso nel carcere di Abergavenny, nel Galles, rivedrà la Germania soltanto nell'ottobre del 1945. Sono i tempi in cui gli alleati non hanno ancora deciso che fare di lui e hanno preso l'infelice decisione di metterlo nel mazzo che si sta riunendo, sotto l'egida del colonnello Andrus, nell'albergo lussemburghese di Mondorf. Sul capo dell'ex-delfino di Hitler sono fiorite le più bizzarre voci, come quella che vuole il comportamento di Hess adottato per seguire pedissequamente i consigli di un oroscopo. Certo è che due giorni dopo la fuga aerea, Hitler farà arrestare dalla polizia segreta tutti gli astrologi. Semplice coincidenza?
Ma si dirà anche che dietro Hess c'era la longa manus di un amico del duca di Hamilton, il professor Haushofer, un teorico dello spazio vitale, i cui insegnamenti avevano avuto notevole presa sullo studente Hess e che vedeva come unica via alla soluzione dei problemi della Germania una pace separata con l'Inghilterra e con l'occidente, onde poter avere mano libera nell'espansione a oriente.
Voci o non voci, sta di fatto che la personalità di Hess sfuggirà a ogni indagine e giustificazione. Che altro si può dire, infatti, di un uomo che a Norimberga legge novelle bavaresi e viene definito dal suo difensore uomo non in pieno possesso delle sue facoltà mentali e che poi, all'improvviso, dopo giorni e giorni di interminabili silenzi, si alza per controbattere punto per punto, lucidamente, tutte le accuse?
Unica osservazione che si può fare è questa; dopo tanti anni di carcere e di solitudine, dopo una vita passata fra le grigie mura di una fortezza, anche l'uomo più intelligente e di carattere vacilla e si smarrisce. Questo sì. Comunque sia, già ai tempi in cui i gerarchi varcano l'ingresso del Palace Hotel di Mondorf, gli occhi di Hess hanno una fissità strana e il viso è perennemente contratto...
1945...
Mondorf, stazioncina termale lussemburghese. Una grossa costruzione di tre piani in vago stile liberty, il Palace Hotel, è stata requisita dal colonnello Andrus, dell'esercito statunitense. Gli americani hanno poi circondato il vecchio albergo con una doppia serie di reti sormontate da filo spinato; nel corridoio così creato è stato innalzato anche un mirador coperto, sul quale staziona in permanenza un MP con l'arma automatica pronta a sparare. Qui sono stati convogliati tutti i grossi papaveri nazisti sui quali è stato possibile mettere le mani. A Mondorf il primo approccio con la prigionia, in attesa di processo, non è dunque sgradevole. Il grosso albergo è magnificamente attrezzato e se non fosse per quel filo spinato, quei reticolati, quei mirador, si potrebbe anche avere l'illusione di esser lì per una cura o una piacevole distensiva vacanza.
«Non ci si deve lamentare troppo - scrive, infatti, Ludwig Pflücker, medico dei prigionieri. - Si è in due per camera. C'è spazio, comfort. Si può passeggiare nel giardino, far del relax nelle poltrone o nelle comode sdraio. Sul cibo nulla da dire: eccellente. Le derrate sono fornite dagli americani e i cuochi son tedeschi. Si mangia in sala da pranzo con camerieri in giacca bianca. C'è perfino un pasticciere, un viennese, un vero specialista in fatto di torte e dessert...»
Ma per molti, i quali non hanno dubbio alcuno sulla sorte che li attende, quella comodità, quel lusso e quell'abbondanza hanno un po' il sapore amaro dell'ultimo pranzo del condannato a morte. Inoltre, se da un lato le disposizioni rappresentano l'esatto contrario di quello che è il regolamento di un campo di prigionia, dall'altra il colonnello Andrus non si lascia scappare l'occasione per far pesare la propria autorità sugli illustri ospiti, illustri fin che si vuole ma pur sempre criminali di guerra sub iudice...
Ma su quest'aspetto della cattività (in fondo il male minore) si potrebbe anche sorvolare se non vi fosse l'esasperante lunghezza degli interrogatori, la diabolica costanza degli inquirenti che ritornano per ore, per giorni interi sulle stesse domande, ogni volta chiedendo le medesime cose, come se si trattasse di voler conoscere novità assolute, rivelazioni sensazionali. Pile di documenti, di verbali, di minute battute a macchina cominciano a essere archiviate, formando cospicui dossier che recano sul dorso il nome del futuro imputato; più che interrogatori di prigionieri sembrano infatti, stranamente, indagini di polizia, quelle che gli inquirenti sono soliti condurre allorché hanno sottomano dei rei sospetti sui quali gravino pesanti indizi. E, in effetti, è così. Molti sono gli ex-gerarchi che perdono le staffe, che non sopportano quelle tiritere, quei lunghi ed estenuanti conversari fatti di botta e risposta.
Gli inquirenti (evidentemente la fatica ha effetto anche su di loro) si danno il cambio, martellano senza posa il loro soggetto; vogliono sapere tutto, ma proprio tutto, anche le notizie meno importanti, i dettagli più insignificanti, come quelli riguardanti la vita privata, il comportamento della moglie, il carattere dei figli.
Fra i più tartassati vi è il Reichsmarschall Hermann Göring. Dei fuochi di fila che dovette sopportare sono rimasti alcuni foglietti, gli appunti presi da un assistente dell'avvocato Stahmer, il difensore del più ingombrante (e non solo metaforicamente) personaggio del Terzo Reich...

- Nome?
- Hermann Wilhelm Göring...
- Attività?
- Comandante in capo della Luftwaffe, ministro dell'aria, primo ministro di Prussia, presidente del Reichstag, conservatore delle foreste, maresciallo del Reich...


Seguono poi alcune domande sul modo con cui è riuscito a evitare di un soffio la condanna a morte decretata da Hitler e in base alla quale le SS avrebbero dovuto passarlo per le armi:

- Come mai siete ancora vivo?
- Pura fortuna. Le SS mi tenevano prigioniero. Dovevo esser messo al muro. Il destino ha deciso altrimenti...
- Che ne pensate di Schacht?


La domanda, improvvisa, sull'ex-ministro dell'economia nazionale sconcerta Göring il quale tarda qualche secondo a rispondere:

- Un uomo che non parla che di sé.
- E voi, non fate lo stesso? Ma precisato ciò, non avete nient'altro da dire su Schacht?
- Un uomo intelligente. Ha fatto molto per il partito prima che quest'ultimo arrivasse al potere.
- Più intelligente di voi, dal momento che si è staccato prima dell'inizio del conflitto?
- Questione di carattere...
- Secondo voi, da parte nostra è possibile fidarsi di un uomo come Schacht?
- Ciò riguarda voi.
- Insomma è un voltagabbana?
- Non direi, comunque muta spesso opinione, questo lo sanno tutti.
- Allora voi vi considerate un uomo che ha dei principi?
- Ho sempre avuto il coraggio delle mie opinioni.
- Cioè?
- Cioè il desiderio e il dovere di lavorare per il mio paese. Inoltre non voglio erigermi a giudice di Schacht. La mia, quella che m'avete chiesto, è un'opinione veramente personale.


Come si vede sono domande che, ripetute per ore, farebbero andare fuori dei gangheri chiunque. Alla frase idiota, all'interrogativo banale seguono strali pungenti che mirano a disorientare l'individuo, a fargli perdere il controllo di sé, proprio ciò che gli inquirenti desiderano. Da un prigioniero che ha perso le staffe possono saltar fuori rivelazioni o ammissioni interessanti. E tuttavia stupisce anche la leggerezza, se così si può definirla, con la quale vengono affrontati certi problemi. Un dato questo che si incontra anche a livello superiore. Intendiamo riferirci al celebre colloquio Churchill, Roosevelt, Stalin circa la sorte da far subire ai responsabili nazisti. Con l'abituale cinismo Stalin propone di passare per le armi senza processo cinquantamila fra teste politiche e militari del defunto Terzo Reich. Cosi, dice, il veleno nazista non potrà più risorgere e il revanscismo bellico sarà decapitato.
Churchill insorge violentemente: possa essere impiccato, dice, se accetterò un simile massacro. Urla e sbraita tanto che Roosevelt, il quale non potrà purtroppo vedere la vittoria (un'emorragia cerebrale lo fulminerà il 12 aprile 1945), interviene conciliante con macabro umorismo: ebbene signori non litighiamo, si può trovare una via d'intesa; noi rifiutiamo di passare per le armi cinquantamila nazisti; vuol dire che ci metteremo d'accordo su, diciamo, quaranta-novemilacinquecento...
Come si sa, la fragorosa risata di Stalin aveva suggellato la boutade...
A Mondorf questa leggerezza, almeno apparente, si scopre anche in una domanda come la seguente rivolta a Göring:

- Ci consta che abbiate firmato nel '38 un decreto che obbligava gli ebrei tedeschi a pagare un'ammenda d'un miliardo di marchi...
- Ordine di Hitler.
- Voi non avete oggi vergogna per questo vostro modo d'operare?
- Una misura ingiusta, indubbiamente...
- Così vi siete vergognato... O forse il maresciallo del Reich è incapace di provar vergogna per le proprie azioni?
- In base alla convenzione di Ginevra non son tenuto a rispondere a una simile domanda...
- Vi sbagliate. Non siete affatto un prigioniero di guerra, dal momento che vi siete arreso senza condizioni... la guerra, lo sapete bene, è finita. Allora, volete rispondere sì o no a questa domanda?
- Ebbene... mi dispiace per questo provvedimento; ma bisogna tener conto dell'epoca in cui sono avvenute determinate cose.
- Chi aveva in deposito i vostri libretti d'assegni?
- La mia segretaria ed io stesso, ovvio.
- Chi ha sempre pagato la manutenzione della vostra casa di Karinhall?
- Il ministero dell'aeronautica.
- Quando comperate un quadro d'autore... finora, insomma, chi ha pagato?
- Non son mai stato a corto di denaro, dopotutto ero il secondo personaggio, in ordine d'importanza, dello stato.
- Ciò che, pensiamo, vi permetteva di disporre di forti somme in valuta pregiata...
- Certo. In fondo ero soltanto io a decidere...
- Ma per ottenere questo denaro occorreva una determinata prassi? Si teneva una contabilità di questi prelievi?
- In pratica occorreva soltanto un'autorizzazione. Naturalmente per me questo non presentava difficoltà alcuna.
- Vi considerate un uomo ricco?
- Dipende. Non ho la minima idea di quello che mi è rimasto in cassa...
- Non avete nascosto nulla? In una caverna, tanto per fare un esempio?
- No, nemmeno per sogno.
- Avete un diario?
- Sì, ma è stato redatto in modo discontinuo. So invece che il mio aiutante di campo era solito compilarne uno e regolarmente, giorno per giorno...


Queste sono le domande alle quali Göring viene sottoposto. Questi gli interrogativi martellanti che divengono, giorno dopo giorno, l'incubo della sua esistenza, la dannazione dei suoi giorni. E le mille e una domande tendono a un medesimo scopo: confondere l'avversario in modo che non comprenda più che cosa vogliano esattamente i suoi inquisitori, se sapere dove nasconde il denaro che è riuscito a sottrarre alla dispersione negli ultimi giorni del conflitto, se ha nascosto in capaci e discrete banche svizzere gli effetti in valuta pregiata, se si è provveduto di oro e gioielli per affrontare serenamente i giorni che gli rimangono da vivere (perché una cosa è certa: Göring non subodora affatto di dover morire impiccato come l'ultimo dei delinquenti...), oppure se il fine degli interrogatori è quello di appurare la verità su aspetti nascosti del Terzo Reich...
L'interrogatorio, insomma, è per i prigionieri un busillis. Ma un busillis pieno di insidie, di trabocchetti, di trappole. La domanda principale è soffocata, nascosta fra le altre centinaia di futilità (e con l'animo preoccupato per la sorte che il domani gli riserberà, difficilmente il detenuto nella dorata prigione di Mondorf, rimpinzato di torte e cannoli, riesce a comprendere dove il suo avversario voglia andare a parare).
Ai questionari, alle inchieste ufficiali, si aggiungono poi le conferenze stampa con i corrispondenti di guerra. Ecco, ad esempio, Göring seduto su una poltroncina nel giardino dell'hotel. Gli hanno chiesto di vestire la sua più bella divisa con il berretto munito di greche e di aquile. E lui, vanitoso, li ha accontentati. Se ne sta sotto il fuoco incrociato di quegli sguardi. Sono tutti seduti in circolo, lo assediano letteralmente. Un nugolo di giornalisti in divisa, il bravo taccuino pieno d'annotazioni spiegato sulle ginocchia, l'aria accondiscendente ma al tempo stesso sorniona. Proprio di fronte a lui, con tanto di camiciola militare e di bustina, sta seduta una bella ragazza, fresca, bene in carne, il seno giovane e prorompente che le tende la stoffa ruvida della spartana tenuta, le gambe sapientemente accavallate. I suoi fianchi sono larghi, sinuosi, terminano poi con una sottile vita, il classico vitino di vespa. Quel corpo giovane tradisce una voglia di vivere che sprizza da tutti i pori, dallo sguardo ammiccante, dagli occhi lucidi, dalla pelle come una buccia di pesca. Oggi quella corrispondente avrà, forse, oltrepassato la cinquantina, sarà magari nonna e scenderà tranquillamente senza rimpianti la china della vita, quella che dopo la maturità declina lentamente dall'altra parte, il lato della vecchiaia, la pente della morte.
Di fronte a lei, compito e cortese, con un inglese che tradisce l'accento straniero, sta il maresciallo del Reich Hermann Göring. Sua moglie è lontana, la sua fortuna è dietro le sue spalle, il suo cielo è buio e la sua stella ha perso da tempo la sua brillantezza.
Saremmo curiosi di conoscere i più riposti pensieri di Hermann Göring, colto dall'obiettivo proprio nell'istante in cui, attorniato dai giornalisti militarizzati, ha gli occhi pensosi rivolti a quella donna, a quella corrispondente. Chissà che cosa avrà pensato il beniamino delle fanciulle al tempo in cui era un bello e ricco asso dell'aviazione, in cui compiva delle azzardate tournée in Svezia per raggranellare un po' di quattrini... ai giorni in cui non era ancora diventato un abituale drogato, non aveva ancora bisogno di trascinarsi dietro un valigiotto ricolmo di stupefacenti, uno scrigno più prezioso di tutti i gioielli (dei quali andava letteralmente matto, tanto da far dire a una malalingua italiana, che l'aveva osservato al tempo della sua venuta a Roma, che Hermann Göring aveva un non so che, una cert'aria da p... respectueuse...).
Eppure avrà ancora, proprio lì, a Mondorf, dei soprassalti dell'antica vigoria e più di una volta risponderà quanto mai seccato al suo noioso interlocutore:

- Ma è almeno la decima volta che mi chiedete la stessa cosa!

A Mondorf erano tutti lì. A guardarsi in faccia, a chiedersi in silenzio che ne sarebbe stato della loro sorte. La notte non riuscivano a chiudere occhio. Nonostante abbassassero accuratamente le tende, la potente luce dei riflettori che illuminavano a giorno la costruzione filtrava ugualmente attraverso la stoffa. Bastava spostare un attimo la tenda perché una luce gialla, violenta entrasse di prepotenza nella stanza. Lì, al limite del giardino, le quattro torrette, i miradors, con il mitra dell'MP che usciva minaccioso dall'assito, erano divenuti un cauchemar...
C'era anche Ley, sempre più alcoolizzato, c'era Schacht, c'era Ribbentrop con una camicia da alpinista sotto il gilet cittadino, le tempie ormai completamente bianche, l'aria affaticata; c'era Funk, c'era Kaltenbrunner, gigantesco, con quelle mani simili a vanghe, il viso tutto sfregiato dalle mensur, le cicatrici dei duelli studenteschi. C'era von Papen...
Si erano fatti fare, almeno lo avevano voluto gli alleati, una fotografia collettiva, come è uso presso gli impiegati in gita aziendale in una località climatica. Göring, la personalità più prepotente e vigorosa, nonostante il vizio e la débauche, era stato fatto sedere su una sedia di vimini, al centro del gruppo. Qualcuno s'era fatto crescere un filo di barba, altri erano rimasti di fronte all'obiettivo come bravi borghesi, una mano infilata nella tasca della giacca, il sorriso di circostanza stampato sulle labbra. Göring invece era rimasto truce, la sinistra sulla coscia, la destra sul fianco, molle e aperta, il corpo leggermente piegato. Fra di essi molti avrebbero perso la vita sulle forche di Norimberga, come Streicher, sdegnoso anche ora, il viso contratto, l'aria furibonda. Insomma una fotografia sotto la quale avrebbe potuto benissimo comparire una didascalia del tipo: «Ecce morituri», o qualcosa del genere..., seguita dalla lista dei nomi dei futuri impiccati.
Dalla «lista» mancheranno tuttavia due nomi: quello di Bormann, latitante, introvabile, e quello di Himmler, deceduto. Il Reichsführer SS, colui che avrebbe potuto sollevare molti se non tutti i veli sulla spaventosa realtà dei campi di sterminio, aveva preferito sottrarsi a ogni domanda imbarazzante ingurgitando quel cianuro che da buon gerarca portava con sé (anche Ribbentrop, sia detto qui per inciso, verrà trovato con una fialetta di cianuro nascosta sotto un cerotto...). Himmler aveva fino a quel momento giocato a nascondino con gli alleati, dopo aver giocato a mosca cieca con Hitler e con Bernadotte. Aveva tentato fino all'ultimo di trovare una via d'uscita ma si era rivelato incapace di trarsi d'impaccio, di scrollarsi di dosso quella natura indecisa, quel fare da ser Tentenna che lo aveva reso mutevole come un camaleonte e irresoluto come una fogliolina di pioppo: senza il suo Führer Heinrich Himmler era diventato anche lui uno zero.
Con il suicidio avvenuto in circostanze piuttosto drammatiche, come vedremo, colui che era divenuto l'uomo più temuto del regime aveva evitato il capestro. È comunque singolare che oggi sua figlia Gudrun, la quale si sta avvicinando (1971) alla quarantina, dica di lui che si trattava di una brava persona. Non solo: era il miglior padre che si potesse immaginare. Non per nulla l'infanzia di lei era stata più che felice... Gudrun Himmler, della quale una fotografia con le treccine bionde e il papà che la tiene per la vita accoccolato accanto a lei ha fatto il giro del mondo, oggigiorno sposata a Monaco di Baviera, ha solamente un rammarico; quello di aver dovuto - prima del matrimonio, s'intende - cambiare o dare false generalità; per ben tre volte, infatti, è stata licenziata dall'impiego unicamente per il nome Himmler, il bisillabo più detestato del mondo, forse ancora più di quello di Hitler.

Capitolo III - Tentativo in extremis

Fig. 3. SS uccisa nel tentativo di lasciare Berlino occupata dai Russi.

«Nell'immaginazione popolare Himmler era un vero e terribile figuro, un orco inumano dal sangue freddo, capace di sterminare crudelmente milioni di prigionieri inermi con sadica raffinatezza. Non un uomo ma un'astrazione, una creatura scevra di debolezze e di pietà o di misericordia, un mostro inesorabile il cui furore freddo e malefico non poteva esser placato neppure per un istante da una preghiera o da un sacrificio umano.»
È la descrizione che ne fa Trevor-Roper diventata un classico per l'interpretazione di questo personaggio piuttosto scialbo, per la verità.
Questa astrazione... malefica sotto modeste spoglie morirà il giorno 23 alle ore 23, precisamente il 23 maggio alle ore 23,04. Colui che nell'estate del 1943 aveva osato genuflettersi di fronte alla Vergine nera di Czestochova per impetrarne la grazia, la vittoria della Germania, lasciando sul libro dei visitatori una firma tutta punte (e quella sigla rimarrà a campeggiare solitaria, nessuno avendo osato scrivere la propria accanto a quell'incredibile testimonianza), colui che aveva lottato per tutti i suoi anni di potere al fine di giungere alla morte impercettibile, era davvero morto. La morte impercettibile: una sua mania che aveva finito con il fare impazzire lo stesso personale dei campi: Himmler odiava la sofferenza, voleva uno sterminio pulito, senza spargimento di sangue; una fine asettica, insomma, silenziosa. Per lui gli ebrei e i bolschevichi da cancellare dalla faccia della terra sarebbero dovuti entrare, ignari, in un autocarro o in una sala per docce, e morire senza accorgersi che l'ossido di carbonio o il gas li avrebbero lentamente spediti all'aldilà.
Quarantottore prima che l'ultima roccaforte della Germania nazista a Flensburg chiudesse i battenti, la radio di Dönitz non aveva più nominato Himmler nei suoi comunicati; esautorato, il Reichsführer SS aveva con tutta probabilità tagliato la corda e tentava con ogni mezzo di sfuggire alla cattura.
Ma vai pena di soffermarci un poco su questi tentativi: Heinrich Himmler, detto familiarmente zio Heini, si è fatto crescere i baffetti un po' più folti; poi, al momento del crollo, con un colpo di rasoio se li porta via e si caccia una benda sull'occhio sinistro; così crede di esser davvero irriconoscibile. Fra le migliaia e migliaia di profughi che vagano per un paese in cui sta per dominare sovrana la carestia nessuno baderà a lui. Almeno lo crede lui... Ne è però così poco convinto che si lascia sfuggire delle imprudenze degne di un bambino che giochi ai banditi: ha con sé, infatti, dei documenti nuovi fiammanti che provano la sua nuova identità, Heinrich Hitzinger. In altre parole ha conservato (prima stoltezza) le sue vere iniziali, in secondo luogo lui è l'unico ad avere i documenti in regola. Come avrebbero fatto quei poveretti che il falso Hitzinger incrociava lungo la strada a conservare le proprie carte d'identità o i propri lasciapassare quando era già molto se s'erano procurati degli stracci da mettersi addosso? Ma non basta: quelle tessere e carte attestanti che lui si chiamava Heinrich Hitzinger dicevano anche che apparteneva alla polizia: e qui si scopre la più grossa ingenuità. I membri della polizia sono i primi a venire fermati dagli MP, i primi ad essere messi sotto chiave e sottoposti a snervanti interrogatori. Ed è logico; specie con una polizia supercapillare come quella dello stato nazionalsocialista e con gente che si era macchiata dei più nefandi delitti, uno che si qualificasse come appartenente alla Gestapo, al terrore in impermeabile bianco, era candidato ipso facto al carcere...
Dunque il nostro Himmler, astutissimo Reichsführer, continua le sue peregrinazioni come falso profugo, finché non si imbatte in un posto di blocco nei pressi di Brema, a Meinstedt. È in mezzo a una fiumana che s'accalca ininterrotta da ore, premendo contro le sbarre. Decine di persone sono già passate, altre sono in attesa del controllo. Poi arriva lui, bel bello, con quelle carte perfettamente in regola, tanto perfette che la sentinella inglese prima ancora di aprirle lo guarda in faccia; poi legge: polizia. Ah sì? Aspetti un po'... Heinrich Hitzinger... Uh! Guardi, s'accomodi là. «Là» ci sono i sospetti. In buona compagnia Himmler attende. Non molto. Il tempo di trasferirlo in una cella singola, mentre il suo dossier con i documenti nuovi fiammanti attestanti l'identità del singolare personaggio raggiunge velocemente il servizio di controspionaggio della 2a armata. Che cosa poi frulli nel cervello di Himmler non è ben chiaro. Infatti Himmler chiede e ottiene di esser ricevuto dall'ufficiale comandante del campo. Appena di fronte a lui, Heinrich Himmler, ex-Reichsführer SS, batte i tacchi e si toglie la benda; dopodiché si presenta: nome, cognome (quelli veri), cariche rivestite fino all'inizio di maggio.
Ma la reazione che si aspetta non viene; il comandante ordina che il prigioniero sia subito perquisito dal dottor Wells dopo averlo rimandato in cella sotto doppia scorta, poi s'attacca al telefono e avvisa il colonnello Murphy del servizio informazioni del generale Montgomery. Murphy arriva di gran carriera.
Sennonché mentre Wells sta esaminando la bocca del prigioniero questi ha un brusco scarto; un colpo e le sue mascelle si sono richiuse mentre un rivolo di liquido giallognolo gli scende da un angolo delle labbra. Wells si precipita, gli tira fuori la lingua cosparsa di minuscoli frammenti di vetro; tutto inutile: qualche secondo dopo, un'agonia atroce, Himmler ha finito di vivere. Il più prezioso testimone del Terzo Reich mancherà all'appello...
Torniamo adesso indietro, per un attimo.
19 febbraio 1945. Sono le 17. Di fronte allo svedese Bernadotte compare Schellenberg, l'alter ego di Himmler. Ha l'ordine di condurre il conte Folke Bernadotte a Hohenlychen, a circa 120 chilometri da Berlino. Si tratta di un ospedale dove si nasconde Heinrich Himmler. Qui Bernadotte incontra anche Karl Gebhardt, una delle figure più detestate del nazismo. Gebhardt è il medico personale del Reichsführer SS. Ma adesso, per la circostanza, fa da compito cicerone per le corsie inondate di feriti. Fra questi vi sono numerosi bambini rimasti vittime di pallottole volanti, di crolli, ma anche di congelamenti, di bombe o spezzoni incendiari. (Il quadro era davvero drammatico. Negli ultimi tempi i medici dell'ospedale erano stati costretti a compiere ventiquattro amputazioni di arti e faceva male al cuore vedere quei corpicini indifesi sconciati per la vita.)
In questo ambiente tutt'altro che rasserenante, Bernadotte si imbatte in Himmler. È l'esatta incarnazione di quell'istitutore inoffensivo che era apparso anche a William Shirer... A Bernadotte, in particolare, sembra un funzionario insignificante. Il suo stesso umorismo, piuttosto macabro e raggelante, era da impiegato rassegnato alle mezze maniche per tutto il tempo concessogli da vivere. Himmler insomma sarebbe andato bene per un ufficio sepolto in uno scantinato, fra i kardex, i dossier, le paperasses.
Che dire di uno uomo simile? Lo si poteva giudicare per quello che dicevano di lui, per l'aguzzino del Terzo Reich?
Poi, man mano che la conversazione procede, Himmler sembra perdere un poco della sua riservatezza. Per Hitler ha una vera venerazione o almeno vuol far vedere all'ospite di averla. E arriva all'esaltazione allorché Bernadotte, di proposito, gli parla delle iscrizioni runiche di cui sono stati recentemente trovati esemplari che probabilmente risalgono al 1600. Anzi su tale soggetto lo svedese gli fa un gradito omaggio: un trattato scritto da un professore del suo paese. Himmler è al settimo cielo.
La conversazione va avanti senza intoppi. Il ghiaccio è rotto.
Dopo un po' Bernadotte capisce che l'uomo che ha di fronte non è poi quel sempliciotto che si vorrebbe far credere, ma la sua psicologia è assai più complicata di quanto appaia a prima vista. Ciò rende meno facile il compito dello svedese che è quello di tirare il più possibile fuori dalle grinfie dei nazisti i prigionieri dei campi di concentramento, in particolare danesi.

- La Croce Rossa svedese, Reichsführer Himmler, vorrebbe l'autorizzazione per prestare la propria opera nei campi d'internamento, particolarmente in quelli in cui vi sono degli scandinavi...
- Quanto a questo - risponde Himmler - non penso che vi possano essere delle grandi difficoltà...
- Per ragioni pratiche suggerirei che norvegesi e danesi fossero internati in campi distinti, in modo da poter esser soccorsi con più facilità dalla Croce Rossa. Ritengo che complessivamente gli scandinavi presenti nei campi siano circa tredicimila.
- Esagerato! Non conosco la cifra esatta, ma non credo che siano più di due o tremila. Comunque farò esaminare la cosa.


Il tira e molla va avanti per un bel po'. Alla fine si arriva a una svolta. Non si tratta più di parlare di prigionieri, ma della guerra, di questa guerra che sta volgendo al termine e che segnerà un'indubitabile sconfitta per la Germania. Un tema che abilmente verrà toccato dal Reichsfüher SS anche in conversazioni successive, onde preparare il terreno per un eventuale abboccamento con gli alleati.
La pedina incaricata di mettere su un piattino e di giocare a nascondarello con la posta è Schellenberg, Lo show down avviene il 23 aprile:
«Himmler è deciso a mettersi a disposizione per un abboccamento con il generale Eisenhower; è pronto ad annunciare la capitolazione delle forze tedesche sul fronte occidentale.» Schellenberg va deciso. Poi lancia l'amo: «Sareste disposto a trasmettere un simile messaggio al generale?»
Bernadotte allora risponde:
«Preferirei che i desideri di Himmler fossero comunicati al governo svedese il quale, ove lo giudichi beninteso opportuno, potrà trasmettere la cosa agli alleati. D'altro canto non posso in alcun modo rendermi latore di un tal messaggio al ministro degli affari esteri Günther, se Himmler stesso non mi dà la parola che le forze tedesche capitoleranno in Norvegia e in Danimarca. D'altronde mi sia consentito d'esser scettico sul fatto che le potenze alleate siano disposte a riconoscere una capitolazione parziale, effettuata cioè unicamente sul fronte occidentale. E anche se quest'ipotesi si verificasse, non ritengo indispensabile disporre per un incontro Himmler-Eisenhower. È sufficiente che Himmler dia allo stato maggiore tedesco l'ordine di deporre le armi. Inoltre, come ho già detto altre volte, Himmler non potrà comunque svolgere un qualsiasi ruolo nella Germania di domani. È unicamente possibile che gli alleati abbiano necessità di servirsi di lui per la capitolazione propriamente detta.»
Simili parole non potevano non rappresentare una vera doccia scozzese, ma Schellenberg farà del suo meglio per trasmettere la risposta a Himmler. Da questo momento il Reichsführer SS sarà preso nella sua spirale di dubbi e di paure. Perché non dobbiamo dimenticare che la volontà di Himmler nulla poteva contro quella di Hitler e in ogni caso era pur sempre Hitler a decidere le sorti della guerra. Non potendo decidere della vittoria, poteva però decidere sulla capitolazione; sarebbe bastato che ordinasse l'immediato «cessate il fuoco» sul fronte occidentale cercando di venire a patti, di temporeggiare (come in qualche modo vedrà di fare Dönitz), per poter spostare tutti gli effettivi sul fronte orientale, per dare alle sorti della guerra una piega diversa e salvare l'unità della Germania almeno fino alla frontiera Oder-Neisse. Ma la cocciutaggine del Führer preferiva una terra bruciata a una resa senza condizioni, anche se unilaterale.
Per quanto riguarda Bernadotte la posta, l'enjeu era troppo grande, però, perché non dovesse esser preso in considerazione, pur abbassando naturalmente il prezzo, da Himmler. Una capitolazione in Norvegia e Danimarca avrebbe potuto rappresentare per quei paesi un vero sospiro di sollievo ottenuto senza troppi danni; non per nulla non erano stati praticamente coinvolti nella guerra.
Ragion per la quale, dopo aver ben considerato il pro e il contro, lo svedese si era deciso a far da tramite in una missione così delicata. Un ennesimo colloquio si era svolto fra lui e il Reichsführer SS. Himmler era arrivato per l'occasione a dirgli:
«... in queste circostanze credo di poter avere le mani libere. Voglio sottrarre all'invasione russa tutto il territorio che mi riesce di salvare. Sono naturalmente disposto a siglare un'immediata capitolazione sul fronte occidentale. Le forze dei paesi alleati potranno così avanzare rapidissimamente in direzione est. Ma non intendo affatto capitolare sul fronte orientale. Sono sempre stato e sarò sempre un nemico del bolscevismo. Agli inizi della guerra ho combattuto con tutte le mie forze, cercando di osteggiare il patto germano-sovietico. Comunque, sareste voi disposto a trasmettere una nota siffatta al ministro svedese degli affari esteri per poter avere dalle potenze occidentali un cenno in merito?»
Come si vede il discorso era preso abbastanza alla lontana, pur essendo esplicito sui fini. Non lo era però altrettanto sulle modalità. Al di fuori, infatti, delle SS tedesche e straniere (delle Waffen SS in altre parole), su quali truppe Himmler avrebbe potuto avere la giurisdizione? E quali sarebbero stati i generali che lo avrebbero seguito?
Bernadotte aveva comunque ribadito:
«Non mi pare che si possa capitolare su un fronte e continuare a combattere sull'altro. Non credo, infatti, che né l'Inghilterra né l'America intendano concludere una pace separata.»
Poi aveva rinnovato la richiesta di capitolazione delle forze tedesche in Norvegia e in Danimarca. Himmler aveva risposto - Schellenberg l'aveva già prevenuto sui desideri dello svedese - che da parte sua non vi era nessuna difficoltà al riguardo. Il suo incubo erano i russi e basta. Qualunque cosa gli avessero chiesto gli occidentali sarebbe stata accettata; ma non gli si chiedesse di accettare con un sorriso i russi, i bolscevichi in casa.
Anche per quanto concerneva la Norvegia e la Danimarca non poteva tollerare l'idea di vedere questi due paesi gravitare un domani sotto la sfera d'influenza sovietica. Mai e poi mai avrebbe ammesso di regalare una fetta d'Europa ai «rossi». In questo, indubbiamente, era sincero. Fin dai tempi di Monaco i bolscevichi erano stati il tormento della sua coscienza, il suo terrore. Avrebbe preferito un mondo completamente sionistizzato che un universo russificato...
Qualora gli occidentali non avessero compreso il pericolo che gravava sull'Europa, lui stesso, Himmler - aveva soggiunto con un'enfasi che non gli era certo abituale - si sarebbe messo alla testa delle proprie truppe e sarebbe morto combattendo. Non sappiamo se a quest'uscita Bernadotte abbia sorriso. Certo che la cosa era abbastanza buffa; i maligni avevano nominato Himmler il papero del Terzo Reich, data la sua allure impacciata e molti ricordavano quel giorno che era sceso dal treno così goffamente da rischiare di finire lungo disteso per terra. Lo avevano trattenuto a tempo e tutto si era concluso con un gran spavento, mentre il «terrore d'Europa», rosso come un papavero, aveva ripreso il suo sussiego impiegatizio. Immaginare ora un Himmler combattente in prima linea, magari brandendo un parabellum o una Maschinenpistole, era davvero buffo oltre ogni dire; che dire poi se si fosse messo a sbraitare ordini con quella voce soffocata, prelatizia? Non parliamo poi dell'idea di una morte sul campo, nella mischia della battaglia; Himmler che cade, con la consueta grazia..., al suolo, stroncato da una raffica...
Ma il bello doveva ancora venire. Nulla è più grottesco del pensiero di Himmler negli ultimi istanti del conflitto. Quest'uomo crede di poter ancora svolgere un ruolo di prima donna, di poter trattare da pari a pari e non comprende che la sua testa è matura soltanto per il nodo scorsoio.
Eccolo, infatti, soggiungere con aria melliflua allo sbalordito Bernadotte:
«Sono pronto a riconoscere che le potenze occidentali hanno vinto la potenza bellica tedesca (si noti che non dice «hanno vinto la Germania»). Sono dunque disposto a capitolare sul fronte occidentale e sono ugualmente ben intenzionato a trattare sulle modalità tecniche di una capitolazione tedesca in Danimarca e Norvegia» aveva detto, ma aveva fatto anche capire fra le righe che avrebbe voluto sapere quale sorte gli avrebbero riservato gli alleati, se, per esempio, non fossero disposti a riconoscergli un ruolo di una certa importanza nella Germania di domani, quella che come l'araba fenice sarebbe risorta dalle ceneri del Terzo Reich... Il più spietato e freddo omicida, colui che aveva lavorato indefessamente a firmare ordini di sterminio con la sua penna stilografica a inchiostro verde (la stessa che accanto a ogni documento scriveva minuziosamente un «gelesen», letto, per indicare che aveva scorso tutto, paragrafo per paragrafo, codicillo per codicillo, pedante e privo di fantasia come sempre), questa incredibile creatura dunque, adesso che la Germania era in ginocchio, prostrata, osava chiedere come il subalterno fa con il principale che apre una nuova filiale o una nuova ditta dopo la chiusura della prima, osava chiedere, dicevamo, un nuovo posto ai nuovi padroni: gli alleati!
Ecco chi era Himmler. Non gli passava nemmeno per l'anticamera del cervello che era il più ricercato dei criminali, il nome più odiato, l'essere più maledetto: niente. Per lui la morte di circa sei milioni di israeliti era un nonsense, una sciocchezza, un male necessario per non dire addirittura un vanto!
L'uomo di cui parliamo aveva emesso il suo primo vagito il mattino del 7 ottobre 1900. A Monaco, per l'esattezza, in Hildegardt Strasse 2. Una nascita che aveva rallegrato i genitori: il bambino era robusto, di bell'aspetto, pesava tre chili e mezzo. In casa c'è già un figlio, Gebhard, e Heinrich crescerà per qualche tempo all'ombra del primogenito. Nonostante le buone premesse di una nascita senza problemi, il piccolo Heinrich cresce però gracile con un senso quasi fanatico della minuzia, della pignoleria e pervaso da un senso volontaristico della vita: fa ginnastica e fa anche l'impossibile per riuscire nello studio. Le pagelle scolastiche tradiscono questo sforzo, questa volontà da primo della classe senza averne tuttavia l'intelligenza. Tedesco fino in fondo, ha naturalmente una notevole inclinazione per l'arte della guerra, anche se si tratta più di una convinzione, diremmo intima, che di particolari attitudini, le quali nel giovane Himmler non esistono nel modo più assoluto: è goffo, impacciato, facilmente raffreddato, soggetto a crampi di stomaco e a influenzine di stagione. Dire che Himmler già allora fosse un nevrotico è forse eccessivo, ma indubbiamente aveva le sue inibizioni e i suoi problemi di crescita. Cresciuto in un ambiente rigidamente cattolico, finirà per essere condizionato in tutto da quest'educazione troppo vessante e pochissimo flessibile. Da qui la sua spietatezza futura, che a ben vedere non era altro che incredibile indifferenza. L'uomo che rifuggiva dalla vista del sangue altrui e che si dimostrava incline allo svenimento di fronte alle brutture da lui stesso create, sarà un inflessibile nei principi, un inquisitore spietato e senza il minimo senso d'umanità, la minima commozione. Scialbo e incolore fin da piccolo lo sarà per tutta la vita.
Nel 1917 è chiamato alle armi. Ma soltanto due anni dopo può esser promosso ufficiale. Un cruccio per lui. Altro problema sono le donne. Pignolo e timido, come abbiamo detto, non ha neppure le qualità fisiche per poter piacere. La sua freddezza lascia indifferenti le poche ragazze con le quali viene a contatto. Gli è difficile inoltre riscuotere simpatia e per giunta si vede lontano un miglio che è un... combattuto nell'intimo. Tutta la sua vita sarà perciò contraddistinta da questa feroce volontà di rimanere nel solco della ferrea educazione ricevuta e nell'opposta necessità di liberarsi da queste catene, di respirare. Visto sotto questo particolare angolo di visuale, anche il tentativo di distacco dalla persona di Hitler è più comprensibile. Himmler capisce che la partita è persa, che la Germania è in rovina e che i russi stanno facendo la parte del leone. Vede anche che nel suo bunker Hitler non ha ben chiari i contorni della situazione e si ostina in spostamenti di unità che esistono ormai soltanto sulla carta. Inoltre la sua volontà di proseguire ad occidente la lotta con lo stesso accanimento con la quale viene continuata a oriente gli pare un delitto, un crimine. Non si possono abbandonare tanti territori, il fiore e la culla della Germania nei secoli, sotto i cingoli dei T 34. Non si può permettere che i rivali e i falsi alleati di ieri si comportino adesso da padroni. Questo, Himmler, non è disposto a tollerarlo. A Poznan, con un cinismo rivoltante ha incoraggiato i suoi ufficiali, quelli delle SS, a impiegare donne russe nella costruzione di fossati anticarro. Un discorso rimasto tristemente celebre. Se migliaia di donne muoiono sfinite dalla fatica e dagli stenti nella costruzione di sistemi difensivi poco importa; l'essenziale è che non venga sprecata una sola goccia di sangue tedesco. Adesso invece la guerra sta per finire con una delle più alte perdite in uomini e ricchezze che la Germania abbia mai avuto; alla fine del conflitto, infatti, saranno quasi sette milioni i cadaveri lasciati dai tedeschi in ogni parte d'Europa e i morti sul suolo del Terzo Reich, civili e no. Ora questo assurdo macello non è servito a niente, se l'unico scopo per cui la guerra era stata dichiarata con l'invasione della Polonia, era stato appunto quello dell'espansione, dello spazio vitale a Est.
Ma andare contro Hitler non è una cosa semplice e meno che mai lo è per lui, Himmler. Fin da giovane la contraddizione arginata da una tenace volontà è stato l'aspetto distintivo e più appariscente del suo carattere. Nel 1919 si era, tanto per fare un esempio, iscritto alla «lega Apollo», una sorta di circolo studentesco in cui avvenivano i duelli tanto cari agli studenti tedeschi; la «mensur», la cicatrice riportata in duello, era il tratto distintivo della corporazione studentesca. Ma Himmler duella molto male, goffo e lento com'è; e alla fine pregherà un suo amico di fargliela questa mensur con un piccolo colpo di fioretto, tanto per non dover perdere la faccia di fronte agli altri. Così, allorché i giovani assediano i tavoli delle birrerie, ci si mette d'impegno anche lui, sebbene la birra lo faccia vomitare a più non posso, fino a che, con la coda fra le gambe e l'aspetto di cane bagnato, dovrà chiedere ai soci del circolo di dispensarlo dal dover tracannare boccali. Quello stesso aspetto di vittima lo avrà il giorno in cui perderà la sua verginità, precisamente all'età di ventinove anni (un po' tardi dunque), nel 1929: il cattolico a oltranza aveva per una volta delegato il proprio corpo a rappresentarlo presso il gentil sesso, ma la coscienza era rimasta salda ancorché umiliata dal peccato... Fallito come bevitore, fallito come amante, fallito come uomo di fegato e, abbiamo detto, fallito come militare: sei mesi di istruzione a Regensburg, fantaccino senza infamia e senza lode. Dal 15 giugno al 15 settembre 1918 corso allievi ufficiali a Freising, poi corso per mitraglieri a Bayreuth dal 15 settembre al 1° ottobre sempre del '18. Per un fanatico della nazione in armi, divenire mitragliere della 17a compagnia non è poi uno strepitoso risultato. E due mesi dopo non servirà più: la guerra è finita, l'esercito è sciolto e un bel foglio di congedo illimitato provvisorio emesso dalla 4a compagnia del battaglione di complemento dell'XI reggimento fanteria aspetta il nostro baldo Heinrich, futuro terrore d'Europa.
A questo punto bisognerebbe parlare della graduale rottura con la Chiesa, dei suoi studi d'agronomia ripresi dopo la parentesi militare, del suo agnosticismo nei confronti degli ebrei. Ma si finirebbe per scrivere la biografia, interessantissima essendo Himmler il personaggio meno fuori del comune che si possa immaginare, eppure il più diabolico - nelle realizzazioni s'intende - che vi sia fra quelli del Terzo Reich. Noi invece dobbiamo affrontare un personaggio dalla statura ben maggiore e dall'intelligenza assai più sviluppata anche se tortuosa e contorta oltre ogni dire: Hitler.
Certo che colui il quale avrà il suo nome scritto a caratteri di fuoco nella storia degli ebrei e che sarà sinonimo di sterminio, aveva incominciato la sua carriera di antisemita accarezzando le magre cosce di una camerierina di caffè concerto, l'israelita Inge Barco. La Barco sorrideva a quelle palpatine timide e imbarazzate, abituata com'era a ben altre manate da parte dei non certo compiti frequentatori di quel locale della Monaco post-bellica. E Himmler sorrideva ammiccando dietro le lenti a quella bruna creatura che ogni tanto si esibiva anche in qualche passo di danza, un mezzo come un altro per mostrare fino all'inguine una gamba affusolata e mandare in visibilio gli avventori. Erano i tempi in cui, dopo la sconfitta, ci si voleva soltanto divertire, si chiedeva solamente di dimenticare. Erano anche i giorni in cui il giovane Himmler cominciava interminabili e fumosi discorsi sulle possibilità di colonizzazione all'Est e sulla capacità di ripresa e rivincita del popolo tedesco: i due chiodi fissi del futuro Reichsführer SS, ma soprattutto il primo, quello che costerà a una nazione come l'Unione Sovietica qualcosa come quindici milioni di morti, più del doppio di quelli avuti, come si è già accennato, dalla Germania. E a poco a poco, grazie al ruolo delle sue fanatiche soldatesche e dei pretoriani in divisa nera, la stella di Himmler salirà nel firmamento illuminato a giorno dalle fiamme dei forni crematori...

Capitolo IV - Un morto inquietante

Fig. 4. Il bunker della Cancelleria dopo le distruzioni russe.

«Rientro oggi in Svezia sentendomi più che mai avversario del nazismo, ma non posso impedirmi di provare nel medesimo tempo compassione per il povero popolo tedesco...» scrive ancora Folke Bernadotte all'indomani della sua esperienza piuttosto deludente. Poco dopo eccolo aggiungere:
«Questo popolo ha avuto torto. Si è lasciato trasportare da uomini astuti e senza scrupoli. Dovrà dunque bere fino all'ultima goccia il suo amaro calice, ma in qualità di rappresentante di un'organizzazione umanitaria quale la Croce Rossa non posso che esprimere questi voti: bisogna aiutare il popolo tedesco e cercare di condurlo verso altre strade non con la forza e la brutalità ma servendosi di uomini per i quali le parole amore per il prossimo significano tutto. Soltanto allora, attraverso le rovine del Terzo Reich, potremo immaginare un mondo migliore, che oggi, viceversa, sta passando il suo calvario.»
Bisognava soprattutto persuadere il comune cittadino dell'indegnità dei suoi capi che ora aspettavano il giudizio dei tribunali alleati:
«... in base alla mia esperienza erano uomini completamente sprovvisti di ogni senso morale e di qualunque grandezza umana. Gli ultimi istanti del dramma li troveranno, infatti, nel bel mezzo delle loro congiure di palazzo, fra i tranelli che, ridotti alla disperazione, si erano tesi l'uno contro l'altro. Vili e indecisi cercavano riparo accusando il prossimo...»
In ogni caso non si doveva però far di tutta l'erba un fascio, ma i vincitori avrebbero fatto bene a cercare una via d'intesa e di comprensione nei confronti di quella gente che aveva visto i propri capi come uomini sagaci e intelligenti e non nella loro vera luce d'avventurieri senza coscienza.
Sarà, forse, per aver pronunciato queste parole che il conte svedese verrà considerato un amico dei nazisti, un antisemita per vocazione e falciato da una raffica dell'Irgun durante la sua missione quale delegato dell'ONU nella Palestina del 1948.
Bernadotte è stato tuttavia uno dei pochi che abbiano visto, come si suol dire, giusto. Già nel giugno del 1945 scriveva che la scena finale della tragica esistenza del Terzo Reich mancava di dignità, come dire, di grandezza. Non sarebbe potuto accadere altrimenti: gli attori erano così piccoli, così meschini. Non lottavano affatto per un'idea, per una convinzione; difendevano unicamente la loro vita già intessuta di colpe.
«Ecco dunque il Führer, - scriveva Bernadotte - la cui leggenda creata dall'ammiraglio Dönitz vuole che sia caduto da eroe, combattendo per il suo paese sulle ultimissime barricate erette dall'Occidente contro il bolscevismo. Ma esiste un'altra versione, che viene ugualmente dagli ambienti tedeschi ben informati. Il Führer non ha avuto una fine eroica: si può benissimo pensare che sia stato ucciso. Certo: ha conservato la sua posizione di predominio fino alle ultime battute del Reich, ma aveva perso già da molto la facoltà di prendere una qualunque decisione: non faceva altro che opporsi, opporsi sistematicamente alle iniziative prese dai suoi collaboratori. Era diventato un fantasma per il suo ambiente, come d'altronde per il resto dell'umanità. Se qualcuno gli veniva in uggia, firmava l'ordine di morte ed era tutto. Nell'ultimo atto di questa tragedia, Adolf Hitler era un uomo marchiato a fuoco, fisicamente e psichicamente, da una malattia che può anche spiegare alcuni suoi provvedimenti e le sue idee insensate. Le sue mani tremavano, non poteva quasi più camminare e non si muoveva che a prezzo di notevoli sforzi. Sapeva perfettamente che i suoi giorni erano contati, sapeva che aveva fallito, un fallimento completo, che i suoi avversari stavano accerchiandolo e la situazione era sempre più disperata. Verso la fine telefonò a Himmler blaterando accuse, come a scopo provocatorio, in uno sforzo disperato per raddrizzare la situazione...»
Non dimentichiamo però, a questo punto, che Bernadotte aveva parlato a lungo con Himmler prima di scrivere il suo libro e che Himmler stesso aveva cercato di ergersi a protagonista degli avvenimenti, di farsi portavoce dell'intera Germania, scavalcando così lo stesso Hitler. Ma con Hitler, proprio nella porta accanto, c'era Goebbels, un altro personaggio che avrebbe voluto porsi come voce dialettica fra la Germania e gli alleati, fra i resti del Reich e i vincitori, e dietro Goebbels l'ombra silenziosa di Bormann che non prometteva niente di buono. Ciò non toglie in ogni caso che, menomato o no dalla malattia, cosa che durava da molto tempo d'altronde, uscito vivo per miracolo da un attentato che avrebbe dovuto ucciderlo come un fuscello calpestato dalla ruota del carro, Adolf Hitler era fino a quel momento riuscito a mantenersi al potere e a dirigere la Germania a dispetto di tutto e di tutti, una capacità questa che ha davvero dell'incredibile: è qui che pensiamo risieda il vero nocciolo della questione. Non ci si appassionerebbe tanto su uno dei più brutti periodi della nostra storia, se non ci fosse un che di inspiegabile, di sottilmente inquietante: come fece Hitler a divenire quello che divenne, a reggersi sulle acque tumultuose della politica (una policy che non conosceva mezze misure o sfumature, un gioco simile alla roulette russa in cui qualcuno presto o tardi ci avrebbe rimesso le penne) e a trarre sempre vantaggio dalla situazione, indipendentemente dagli handicap con cui partiva? Anche la morte di un dittatore chiuso irrealmente in un bunker ha qualcosa di allucinante; non perché un uomo si possa sparare, avvelenare o non possa venir ucciso con un colpo di pistola alla tempia, ma perché ancora oggi quella morte rimane un mistero, avvolta da profonde nubi come quella d'un demone solitario.
Che cosa non è stato scritto sulla fine di Hitler? Che cosa non è stato immaginato, supposto, inventato, rivelato? Si è detto che dopo la morte le SS avrebbero versato sul pavimento del bunker latte di benzina e vi avrebbero appiccato il fuoco prima di andarsene. Si è detto che la cuoca si sarebbe suicidata col veleno, essendo stata catturata dai russi durante la fuga, e quindi lontano dal bunker, nel timore di venire violentata. Si è affermato che il cadavere somigliante a Hitler e trovato dinanzi al bunker era quello del figlio naturale di Alois, del fratellastro di Adolf pertanto, che Hitler senior avrebbe avuto da una sua amante. Si è perfino ventilata l'ipotesi che tutti i testimoni ancora vivi dopo la distruzione della Cancelleria abbiano fatto a gara nel confondere le idee e nel nascondere la verità e che questa sia gelosamente custodita nel segreto dell'archivio dello spionaggio sovietico (cosa quest'ultima non troppo improbabile...).
Su Hitler, sugli ultimi giorni del rifugio sotterraneo nel giardino della Cancelleria è stato detto tutto, ma proprio tutto. Non un'ipotesi è stata scartata, non una pennellata drammatica è stata tralasciata. Ciascuno ha voluto descrivere a suo modo e sulla scorta delle prove che aveva sottomano (testimonianze, memoriali, perizie, interrogatori) gli ultimi attimi, i palpiti dell'agonia del Terzo Reich e del suo capo. Ecco qualcuno affermare che nella fossa in cui le SS avevano calato i corpi di Eva e di Adolf c'era il cucciolo di Blondi, Wolf, e non il cane della donna. Le testimonianze russe affermano invece esattamente il contrario, sulla scorta delle perizie necroscopiche da loro allegate. Qualcun altro ha scritto che poco prima di darsi la morte Eva Braun canticchiava le strofette di Tea for two...
Sulle possibili interpretazioni, sulle versioni della morte del dittatore poi, si potrebbe scrivere un'intera enciclopedia.
La «verità» sulla fine di Hitler si trova già in nuce in tre diverse ipotesi, o per lo meno predizioni, che tre uomini fecero in tre epoche diverse. Il 9 maggio 1933 Gregor Strasser parlando con suo fratello Otto, capo dell'opposizione clandestina del Fronte Nero, guardandolo bene negli occhi prima del commiato (i due non si sarebbero mai più rivisti), gli disse:

- Otto... vedrai, Adolf Hitler finirà per farsi saltare le cervella.

Qualche giorno più tardi, nel giugno dello stesso anno, un industriale, Alfred Hugenberg, capo dell'agguerrito Partito Nazionale Tedesco, osò dire allo stesso Hitler:

- Lei finirà per cadere sotto il piombo di uno dei suoi accoliti.

Il 15 dicembre 1939 il professore Ferdinand Sauerbruch, chirurgo di chiara fama, uno di quei 960 cervelli che già nell'autunno del 1933, insieme con il filosofo Heidegger e con lo studioso di storia dell'arte Pinder si erano schierati entusiasticamente dalla parte di Hitler, dirà invece:

- Adolf Hitler finirà per soccombere di cancro alla laringe...

Tre uomini, tre ipotesi abbiamo detto; ed è singolare che tutte e tre queste tesi siano state rispolverate a proposito della morte del dittatore. Nel dubbio, infatti, nella mancanza di prove o nella contraddittorietà di quelle esistenti, qualunque versione può essere accettata: che Hitler si sia sparato è la tesi che definiremmo ufficiale; che gli abbiano conficcato un proiettile calibro 7,65 nella tempia destra è l'ipotesi più corrente; che si sia avvelenato, stremato dalla fatica e dalla malattia, ridotto dal cancro e, come si dirà, dalla sifilide all'ombra di se stesso, è una versione plausibile.
Ma allora com'è morto Adolf Hitler?
A guerra finita da un pezzo mentre giornalisti e storici almanaccheranno lambiccandosi il cervello sulla morte del dittatore, sorgeranno come funghi le «rivelazioni» e le confessioni di tentato omicidio nella persona del «flagello» della Germania. Ciascuno, insomma, sembra dire agli altri: attenzione anch'io ho tentato di uccidere Adolf Hitler; non dimenticate che fra coloro che vollero imprimere una svolta alla politica tedesca, far cessare gli orrori del nazionalsocialismo, va scritto anche il mio nome. Ecco pertanto venire alla ribalta il nome di un professore di economia all'università di Cambridge, un ungherese, Nicholas Kaldor. Durante la guerra il Kaldor aveva fatto parte dei servizi segreti degli alleati, rivestendovi un ruolo non piccolo se, a guerra finita, nel giugno del '45 aveva interrogato a lungo il generale Halder, già capo, nel 1938, dello stato maggiore dell'esercito tedesco. Nei primi giorni dell'agosto 1970, il professor Kaldor scrive una lunga lettera al «Times», intervenendo a un lungo dibattito sulla situazione della Germania alla vigilia della seconda guerra mondiale. La diatriba appassiona un po' tutti i lettori del gigante dell'informazione inglese e alla redazione arrivano fiumane di lettere. Fra queste, come abbiamo detto, quella di Nicholas Kaldor.
In sostanza Kaldor afferma questo: ai tempi dell'accordo di Monaco lo stato maggiore dell'esercito germanico aveva una netta percezione delle proprie condizioni di inferiorità soprattutto nell'organizzazione difensiva; il fatto che Hitler non nascondesse invece le proprie intenzioni aggressive preoccupava non poco le menti dei generali più responsabili e, fra questi, in primo luogo il generale Halder. Da qui la decisione di compiere un gesto di forza, di ricorrere all'attentato per dare un netto colpo di barra alla barca della politica guerrafondaia del regime. Tutto sarebbe stato dunque organizzato, sotto gli auspici anche di von Witzleben, per eliminare Hitler a Berlino, sennonché proprio alla vigilia della visita nella capitale, arriva la notizia che il ministro inglese Chamberlain ha deciso di prendere, cosa inaudita, l'aereo e venirsene di persona a Monaco. Il piano, lungamente preparato, viene quindi archiviato...
È una delle tante, plausibili, tesi sulla volontà di resistenza di certi ambienti militari. Ma c'è anche chi ha detto di aver tentato di uccidere il dittatore con i propri mezzi, da solo, rischiando il tutto per tutto. Uno di questi si chiama Erwin Giesing, di professione medico. Il Giesing in qualità di medico dello stato maggiore esercito avrebbe cercato di propinare a Hitler, nel 1944, una fortissima dose di cocaina, che avrebbe gettato in stato di collasso il Führer. L'episodio di per sé potrebbe benissimo essere archiviato come poco attendibile o plausibile, se non avesse dato seguito a una regolare denuncia inoltrata alla Procura della Repubblica Federale Tedesca, dal momento che il reato (contravvenzione all'etica ippocratica e mancato rispetto di un giuramento) non era caduto in prescrizione...
E, giacché ci siamo, val la pena di aggiungere anche il tentativo che sarebbe stato messo in atto da uno dei beniamini del capo indiscusso della Germania, vale a dire da Albert Speer, l'architetto diventato capo del ministero degli armamenti, carica che terrà per tre anni. In sostanza, tre mesi prima della fine del conflitto, lo Speer avrebbe progettato di immettere gas venefici attraverso i condotti di ventilazione e le bocchette d'aerazione del bunker in cui il dittatore aveva deciso di continuare fino alla fine a dirigere le operazioni. Ma il piano sarebbe andato a vuoto per la presenza di una SS di guardia agli sfiatatoi esterni e per la particolare conformazione di questi ultimi.
Lì per lì potrebbe anche sembrare un tentativo di rifarsi una verginità, ma esaminando più a fondo questa versione si vede che essa può rivelarsi interessante. Infatti, se Speer ebbe effettivamente un'idea del genere, non poté trattarsi di un'iniziativa isolata, ma dovette venir compresa in un piano accuratamente preparato da una delle due persone che in quei giorni avevano tutto l'interesse a togliere di mezzo un personaggio diventato troppo ingombrante e a farsi così largo, in modo da poter arrivare a un abboccamento con gli alleati. Ora, come sappiamo, un simile progetto avrebbe potuto venire adottato e sposato da un Göring, da un Himmler, o dallo stesso Goebbels. Se scartiamo Himmler, il quale avrebbe potuto farlo eseguire da una delle sue fedelissime SS, chi resta? Restano due nomi: Goebbels e Göring. Sarebbe stato in grado l'ormai screditato capo dell'aviazione nazista, virtualmente giubilato, di portare avanti un simile progetto? A occhio e croce si è tentati di rispondere con un bel no. Rimane dunque sulla scacchiera un solo candidato: Joseph Goebbels, ed è su questo nome che si appunterà anche l'attenzione di un acuto indagatore, il quale tuttavia enuncerà una tesi alquanto diversa. Questo personaggio è Henri Ludwigg.
È il maggio 1964. Alla trasmissione televisiva «Primo piano» compare un giornalista, sui cinquant'anni, poliglotta; un uomo che divide la propria esistenza fra Roma, Monaco di Baviera, Capri. Si parla dell'ultima sua opera, riguardante appunto la fine del dittatore nazista. Il presentatore gli chiede:

- Lei sostiene che Hitler venne ucciso da Goebbels?
- Sì.
- Ha delle prove?
- Vi sono forse delle prove per dimostrare che si sia ucciso?
- No...
- E allora... allora lasciatemi narrare quanto è stato possibile documentare e comprovare, non solo con la logica ma anche attraverso considerazioni di natura politica, quanto successe...


È il 1° maggio 1945. Ludwigg «vede» tre bambini, tre figli dei sei che hanno i coniugi Goebbels, sdraiati su brande sovrapposte. Gli altri sono invece per terra, coricati su vecchi materassi.
Il luogo in cui si trovano è il famoso bunker della Cancelleria, un nucleo di stanze sepolto nel cemento e sul quale avremo modo di tornare con una dettagliata descrizione.
«La gigantesca massa di cemento - scrive Ludwigg - affondata dai sette ai venti metri sotto la superficie della terra, poggia su corsi d'acqua sotterranei e trema leggermente da sinistra a destra, avanti e indietro, allorché nelle vicinanze scoppia una bomba.»
I bambini dei Goebbels dormono profondamente, ignari di tutto. È stato loro propinato un potente sonnifero, nella minestra, dice il giornalista. «Sei piccole bare sono pronte da diverso tempo in un ripostiglio del bunker.» Poi, sempre secondo il Ludwigg, Magda Goebbels afferra una fiala di veleno ne versa il contenuto su un cucchiaio e lo fa scorrere fra le labbra della più piccola, Heide, nata il 29 ottobre del 1940. Fatto ciò si avvicina a Hedda, nata nel 1939, il 5 maggio per l'esattezza, e ripete i medesimi gesti.
Le due bambine sono spacciate.
Gli altri figli, Holde, Helmuth (unico maschio), Hilde ed Helga, continuano a dormire profondamente, in un artificiale sopore. Magda dovrebbe uccidere anche loro, ma un groppo le serra la gola, le mani le tremano ed esce precipitosamente dalla stanza; corre dalla baronessa Irmengard von Varo e le chiede ansiosa una sigaretta; si butta su una sedia, affranta; dice che non ce la fa: due sono già morte, ma gli altri? Chi avrà il coraggio di ucciderli? Aspira due o tre boccate, freneticamente, avidamente; il tremolio delle mani cessa lentamente; Magda respira forte, si controlla; poi, all'improvviso com'è venuta, esce e torna dai bambini, dai suoi figli. Riprende in mano le fiale di veleno, versa nuovamente il loro contenuto nel cucchiaio e con gli stessi gesti meccanici coi quali ha avvelenato le due prime creature, le più piccole, avvelena anche i più grandicelli, uno alla volta, lentamente, facendo scorrere fra quella labbra semiaperte, guardando quelle palpebre abbassate nel sonno pesante, un liquido giallastro, untuoso... Fra poco - qualche istante - nessuno respirerà più...
Poco più tardi anche lei e suo marito, la voce più ascoltata della Germania nazista, si toglieranno la vita.
Sopra il bunker, fra il terreno sconvolto della Cancelleria, sommariamente sepolti in una buca a malapena ricoperta di calcinacci e macerie, vi sono due cadaveri: quello di Hitler e di Eva Braun...
È stato lo stesso Goebbels a ucciderli. Alle 3,30 del pomeriggio del giorno 30 aprile 1945 il ministro della propaganda è entrato nella camera occupata da Hitler ed Eva ed ha costretto i due a prendere del veleno. Quando Hitler non dà più segni di vita Joseph Goebbels, ultimo regista di una messinscena infernale, impugna una pistola e spara alla tempia destra del cadavere: Hitler muore per la seconda volta e adesso per la storia, per i posteri, per il popolo tedesco, affinché sappia che il suo capo non ha voluto sopravvivere alla rovina della Germania, al trionfo di quelli che ha sempre considerato una sottorazza perniciosa, i russi e i loro alleati. Così il cittadino tedesco potrà dire che il suo Führer si è dato volontariamente la morte, creatura wagneriana che scompare con il naufragio del Walhalla...
Questa la probabile, la giusta interpretazione secondo il Ludwigg. Ma c'è qualcuno che dissente. C'è chi non è affatto d'accordo, né sul modo né sulla mano che spingerà in bocca a Hitler il cianuro. Conoscere la verità, abbiamo detto, oggi come oggi è impossibile. Le persone più vicine all'entourage del Führer e che oggi sono ancora vive, quelle la cui testimonianza su mille fatti ed episodi potrebbe rivelarsi d'importanza fondamentale, tacciono chiuse in un mutismo ostinato, allorché si tratta di domande che non riguardano i dettagli secondari e le vicende di nessunissima importanza. A difendere il «mito Hitler» ci sono ancora loro, proprio i sopravvissuti fra i protagonisti. Perché? Temono forse di compromettersi? Non lo crediamo. La ragione secondo noi è un'altra: chi ha militato da una parte sola, condividendone allori e orrori, non può tutto a un tratto ammettere d'essersi sbagliato. Per lui il nazismo vive ancora, è una realtà che non si dimentica. In ciò, dobbiamo ammetterlo, c'è una certa qual coerenza. Ognuno di noi, immagino, avrà conosciuto almeno uno di coloro che impugnarono un'arma e si calarono in testa un elmetto con le insegne di un corpo del Terzo Reich. Ebbene, è assai più facile costatare una certa qual nostalgia per il periodo trascorso sotto la bandiera della croce uncinata che non udirne critiche. Vi sono addirittura delle persone che non ascoltano più la radio, si rifiutano di dare un'occhiata ai teleschermi, preferendo, che so, rifugiarsi nella parapsicologia o nelle dottrine esoteriche che dover prendere atto della realtà di oggi. Per loro il tempo si è irrimediabilmente fermato al 1945... È gente che non ammetterà mai d'essersi sbagliata, preferendo rinchiudersi in un ostinato mutismo, in un fermo ritegno. È ovvio, quindi, che quanto più grande è stato il ruolo svolto sotto il regime, maggiore sia il riserbo, il silenzio. Solo pochi, i peggiori a dire il vero, hanno rifiutato di riconoscere il proprio ruolo, e fra questi pochi, guarda caso, vi sono stati i maggiori gerarchi, le teste più importanti del movimento, le persone che nemmeno con la più sfacciata difesa avrebbero potuto capovolgere la verità dei fatti. Solo questi ultimi si sono dichiarati innocenti, hanno mascherato le proprie colpe dietro il comodo paravento dell'esecuzione degli ordini, del dovere da compiere. Niente è stato più squallido di un processo come quello nei confronti di un Eichmann; mai uomo ha dato più triste quadro di sé. Uccidere un uomo come Adolf Eichmann, ma questo può semplicemente essere un parere personale, non è servito a niente: Eichmann era una larva d'imputato, uno zero. Meglio sarebbe stato espellerlo con ignominia e infamia, o lasciarlo fra quattro pareti a meditare sulla vita. Un individuo ridotto allo stato di indegnità come quello che è comparso di fronte ai giudici israeliani fa solo il gioco di chi ancora oggi si domanda attraverso quale trafila l'ex-gerarca abbia potuto essere catturato...
Già, Eichmann, Adolf Eichmann...
Eichmann ha invece rappresentato il suicida mancato. Anche lui avrebbe dovuto finire i suoi giorni fra le rovine della capitale del Terzo Reich, almeno questo era nelle sue intenzioni. La sorte o un ripensamento decideranno altrimenti. Vediamo di aprire una piccola parentesi al riguardo.
Siamo nel 1944. Eichmann si trova nel castello di Derckegyaza, in Ungheria, sulle rive del Tibisco. Avrebbe voluto accodarsi alle truppe che rifluivano in Romania e in Transilvania ma i capovolgimenti seguiti sul fronte orientale gli avevano fatto cambiare idea abbastanza presto. La disponibilità di truppe fresche e soprattutto l'abbondanza di materiale bellico statunitense, in particolare autocarri, gli avevano messo nell'animo pensieri piuttosto pessimistici. Non era il solo d'altro canto a ritenere imminente un crollo del Terzo Reich, almeno per quel che concerneva il fronte orientale, dove non affluivano più rinforzi. Parlando con lo Standartenführer Plobel si era lasciato sfuggire che, in caso di disfatta, si sarebbe recato nel Mühlviertel o nel Tennenberge per condurvi una resistenza partigiana nei boschi e negli anfratti dei monti. Ma nel febbraio del '45, allorché Eichmann è a Berlino, questo piano, piuttosto ingenuo e dilettantesco, sembra esser stato accantonato: adesso il terrore degli ebrei vuole suicidarsi. Il veleno, il solito cianuro, è già pronto. All'improvviso però Eichmann sparisce. Lo si vede a Theresienstadt, poi è a Praga, poi lascia la capitale boema, con i suoi uomini, da notare, e punta verso l'Austria. Agli inizi di maggio è ad Alt Aussee con austriaci e cechi in divisa SS; intende rispolverare il progetto di resistenza sui monti. Ma alla fine le sue tracce si perdono nuovamente, finché non verrà ritrovato - anni dopo - dai segugi del controspionaggio israeliano...
L'organizzatore dei più terribili convogli di ebrei aveva perso l'occasione di venire elencato fra i suicidi dell'ultima ora, a Berlino...

Capitolo V - I cadaveri del bunker

Fig. 5. Il lager di Bergen-Belsen al momento della liberazione.

Tutt'intorno giacciono travi e intelaiature di legno sommariamente smantellate. Una torre di guardia in spesso cemento armato è ancora da disarmare. Accanto vi è perfino la betoniera con le sue ruote di ferro parzialmente immerse nel terreno; questo è coperto di cemento rappreso, calcinacci, rami spezzati. La macchina sembra un obice d'anteguerra, goffo e inutile. Tutt'intorno vi sono tracce dei colpi nemici, non c'è un angolo del giardino della Cancelleria che sia stato risparmiato. La porta d'ingresso al bunker è semiaperta, come se i suoi occupanti siano dovuti fuggire in tutta fretta, come se la guerra sia avanzata così rapidamente da impedir loro di richiuderla alle proprie spalle. (In realtà non c'era più bisogno di tirarsela dietro, d'impedire ai russi d'entrare. Non c'era più motivo di porre in salvo alcunché. Hitler, il solo che poteva decidere in tal senso, era già morto.)
Gli aeratori adesso, un tubo a croce posto su un convogliatore cilindrico, si ergono inutilmente fra i tondini d'armamento, sovrastando silenziosi quel mare di rovine e di disordine. All'interno del bunker c'è solo odore di morte. L'aria non circola più, i generatori elettrici sono fermi; manca la luce, manca l'ossigeno: nessuno potrebbe più vivervi. Anche l'interno, immerso in una notte buia e senza domani, è tutto sottosopra, come se gli occupanti avessero portato via tutte le carte, le ultime cose indispensabili, in una fretta spasmodica, alla rinfusa. Sono state lasciate le suppellettili, le coperte, le poche tracce di una vita fino a quel momento frenetica, dove il giorno non aveva alcuna separazione dalla notte, il domani dallo ieri.
Uno spessore di otto metri di cemento ha finora evitato agli occupanti di quella costruzione, situata in una profondità variabile dai sette ai venti metri (punto di misurazione superiore e inferiore), ogni danno; il bunker è a due piani: nel primo, un complesso di dodici camere, sei da una parte, sei dall'altra di uno stretto corridoio, è usato per ospitare la servitù; le dodici camere sono collegate all'uscita per mezzo di una scala di trentasette gradini; in fondo al corridoio, adoperato anche come sala da pranzo, c'è una porta dietro la quale vi è una seconda scala di tredici gradini che conduce all'appartamento abitato da Hitler. Vi regna un'atmosfera fredda. Sono dieci locali ancora umidi, vi si sente odore di calce. Nei giorni in cui erano abitati, i loro ospiti dovevano sentire quell'umidità, accentuata dal freddo, penetrare fin nel midollo delle ossa. Non per nulla si è a venti metri di profondità e la costruzione del bunker, come testimoniano le tavole ancora da disarmare all'esterno, era appena ultimata allorché il Führer aveva voluto trasferirvisi. L'ambiente è formato da una sala d'attesa, con un tavolo addossato alla parete e le diverse sedie appoggiate al muro dirimpetto, da un vestibolo, diviso con un tramezzo dallo studio, da una stanza di soggiorno e, naturalmente, da una camera da letto. Il soggiorno è in fondo, contro la parete esterna di cemento; per chi, come punto di riferimento, si basi sull'ingresso in superficie rimane sulla destra, per colui che si trovi nel vestibolo è viceversa di fronte. In questo angusto ambiente c'è un largo divano di fronte al quale si trova un tavolo con due sedie collocate alle estremità più strette. Un folto tappeto cerca di isolare la continua umidità che sale dal basso, dalla massa di cemento. Qui, su quel divano, è morto Adolf Hitler.
Il dittatore nazista è deceduto per l'esattezza fra le ore 15 e le 15,30 del giorno 30 aprile 1945...

Dal giorno 20 al giorno 30 aprile si compie il destino del Führer. Il giorno 20 è stato quello del suo cinquantaseiesimo compleanno, il 30, come abbiamo detto, sarà quello della sua morte.
Più che di un cinquantenne che si avvicina alla sessantina, Hitler ha l'aspetto di un settantenne la cui salute sia gravemente debilitata. Strascica i piedi, la stretta della sua mano è fiacca, molle, il capo tremola; trema anche la mano sinistra, di un tremito convulso che invano egli cerca di frenare con la destra; il braccio sinistro, poi, è come se fosse anchilosato, sembra che gli penda inerte dalla spalla. Gli occhi brillano in maniera anormale, danno soggezione e inquietudine come quelli di un pazzo; a volte appaiono dilatati, enormi; altre volte sembrano rimpiccioliti e spenti; non c'è gradualità fra i due passaggi; dipende semplicemente dal fatto che Hitler stia lavorando oppure si rilassi.
«La pelle del suo viso - scriverà nel suo Die letzten Tage der Reichskanzlei il primo ufficiale d'ordinanza del capo di stato maggiore tedesco, Gerhard Bolt, - in particolare attorno agli occhi è logora e cascante. I suoi movimenti sono quelli di un vecchio decrepito.»
È quest'uomo che, in questo primo volume, vogliamo giudicare. L'uomo dai dieci giorni d'agonia, dai dieci giorni più ricchi di avvenimenti da tregenda di un'intera epoca, colui che nelle ceneri della capitale del suo Reich crederà di trovare la via d'uscita per sé e per i suoi fidi attraverso l'unica porta che gli rimanesse aperta: quella del suicidio, della morte. La morte libera dalle responsabilità, affranca soprattutto dalla necessità di dover render conto a qualcuno, che ha ancora i piedi sulla terra, delle proprie azioni, impedisce di doversi presentare di fronte a giudici della nazione vincitrice, di subire l'ultima, cocente onta.
Adolf Hitler..., un pazzo? un visionario? un crudele tiranno?
«È difficile giudicare con equità un uomo, anche allorché si crede di conoscerne perfettamente le pieghe segrete della coscienza. Il compito è particolarmente delicato quando quest'uomo è nostro nemico e si hanno contro di lui forti risentimenti...» Sono parole di Otto Strasser.
Eppure si parte ora proprio dalla sua morte per esaminarne alcuni aspetti della vita, un'esistenza che può apparire fantastica o irreale, oppure infamante e mostruosa. «O riesco a portare a termine i miei progetti o fallisco. Nel primo caso diverrò uno dei più grandi personaggi della storia ma se fallirò sarò condannato, maledetto, aborrito»: sono queste, invece, parole di Adolf Hitler dette in una sera di novembre del 1936, un anno oggi lontano nel tempo, sulla veranda del Berghof a un architetto, Speer.
Forse le profondissime contraddizioni del suo animo, gli aspetti fra il folle e il geniale della sua mente, la crudeltà, il sadismo, il sentimentalismo, la carica di odio profondo e la nessuna fiducia negli uomini, e tutte le altre numerose componenti che formavano la persona Hitler, non saranno spiegate né ora né domani, ma faranno parte di un complesso di turbe e di qualità che quest'uomo si è portato nella tomba.
Di lui, il 30 aprile 1945, rimane un paese gettato nella disperazione e nella sconfitta e un bunker collegato da uscite principali e secondarie con il giardino della Cancelleria. Ma Adolf Hitler uscirà dalla storia attraverso la porta di servizio: il suo cadavere, infatti, con quello di Eva Braun, la compagna della sua vita, verrà fatto uscire dalla porta di emergenza, quella che dava nello spiazzo dove si trovavano gli aeratori. Questi erano stati fatti inopinatamente alzare dallo stesso Hitler che temeva, e con ragione, che qualcuno potesse introdurvi gas venefici, come si è già detto.
Storia drammatica del bunker...
Storie di carogne e di cadaveri...
Un cane, una piccola scottish-terrier nera dal pelo lungo e dalla coda corta, lunga 58 centimetri giace cadavere al fondo di una buca. Sopra l'orecchio sinistro c'è il foro d'entrata di un proiettile; un altro foro d'entrata è visibile sul ventre. Ma non è stata questa la causa della morte: quel cane è stato dapprima avvelenato con cianuro. Le revolverate sono servite unicamente come colpo di grazia o come garanzia di sicura morte.
Una seconda cagna, pastore tedesco di grossa taglia, splendido esemplare di purissima razza, lunga, coda compresa, ben novanta centimetri, giace anch'essa cadavere, avvelenata da cianuro; nessuna traccia di spari.
I due animali sono stati trovati sul fondo di una buca malamente ricoperta di calcinacci posta di fronte al bunker; quei due cani sono Burli, la beniamina di Eva Braun, e Blondi, il famoso pastore tedesco per il quale Hitler aveva addirittura un affetto morboso, tanto da non tollerare che altri lo accarezzasse e da guardare in tralice chi osasse anche appena mettergli la mano sul capo.
Sopra i corpi dei due cani c'erano quelli di un uomo dell'apparente età di sessant'anni e di una donna; i due cadaveri presentavano larghe bruciature, e molti organi erano parzialmente cremati; il teschio maschile presentava l'ablazione della calotta cranica; l'autopsia, eseguita dai russi, dimostrerà tuttavia che le cause della morte erano da ascriversi al cianuro. Con tutta probabilità quei due corpi (il maschile presenta alcune caratteristiche probanti in senso affermativo) sono quelli di Hitler e di Eva Braun.
Verranno trovati anche i cadaveri dei figli di Goebbels, perfettamente intatti, le braccia abbandonate come se ancora dormissero, le camiciole da notte allacciate con stringhe o, nel caso del bambino, un pigiamino a fiorellini dai colori vivaci. Tutti i bambini erano stati avvelenati con fiale di cianuro e - stando sempre alla fonte sovietica - autore probabile della loro morte era stato il dottor Stumpfegger coadiuvato, per quel che riguarda le iniezioni preliminari di morfina, dal dottor Kunz.
Dunque Magda Goebbels, il cui cadavere verrà identificato accanto a quello del marito, non aveva avuto il coraggio di uccidere i propri figli. Composta, con un toupet per rendere più gonfi i suoi bellissimi capelli biondo rossicci, abbigliata con decoro, Magda Goebbels si allontanerà dalla stanza in cui i suoi bambini erano passati dalla vita alla morte senza saperlo, ignari di ogni cosa, povere, innocenti vittime di un dramma più grande di loro. Questa piccola e coraggiosa donna che aveva condiviso le sorti del marito, chiudendo entrambi gli occhi sulle innumerevoli scappatelle e follie extraconiugali di cui si rendeva di continuo colpevole lo zoppo ministro della propaganda hitleriana, non avrà la forza di compiere il gesto fatale nei confronti dei suoi figli, soprattutto della più piccola, o della dodicenne Helga, già una signorina, intelligente e consapevole.
Fra i tanti cadaveri verrà anche trovato quello del generale Krebs, capo di stato maggiore negli ultimi più drammatici momenti. Anche Krebs era ricorso al veleno per uccidersi.
La circostanza è importante. Significa che, indipendentemente dal coraggio o dal codice militare, gli occupanti del bunker avevano deciso, tutti senza eccezione, di ricorrere al veleno per porre fine ai propri giorni. Ciò non toglie tuttavia (è la circostanza dell'ablazione della calotta cranica nel cadavere ritenuto di Hitler a farlo supporre) che qualcuno, onde assicurarsi della morte del Führer abbia potuto effettivamente sparargli, come si spara a un cadavere il cui capo giaccia riverso, ciondolando da un lato di un divano. Ma quelle ossa mancanti potrebbero esser state asportate anche da una granata esplosa nelle vicinanze, nella pioggia di proiettili che d'ogni parte cadeva sul giardino della cancelleria.
Nessuna vigliaccheria può essere comunque imputata a chi, come Hitler, abbia deciso di suicidarsi con il veleno anziché con un proiettile nella tempia; altrimenti tutti, indistintamente, i gerarchi nazisti che scelsero il veleno, il cianuro che portavano sempre con sé, dovrebbero essere tacciati di vigliaccheria, e con essi anche i generali come Krebs.
Si è poi detto anche che Hitler non si uccise, ma venne ucciso. Ora se le perizie sovietiche, uscite alla luce nel '69, hanno un valore, un uomo come Hitler non può essere stato addormentato a forza per poi cacciargli fra i denti la fiala di cianuro, né tanto meno la stessa cosa può esser stata nei confronti di Eva Braun e questo per due semplici motivi. Nel primo caso, più volte Hitler negli anni passati aveva esplicitamente detto che nell'eventualità di un fallimento avrebbe posto fine ai suoi giorni e, per quanto in certe disgraziate circostanze abbia dimostrato di essere un vigliacco e d'essersi comportato da pusillanime, pure gli si deve render merito di una certa, paurosa coerenza fra quelli che furono, da sempre, i suoi progetti e le sue tesi e le azioni che ne conseguirono. Chiunque abbia letto attentamente Mein Kampf può rendersene conto: Hitler aveva delle idee, folli fin che si vuole, criminali e illogiche, ma le ha sempre applicate con logica terribile fino alla fine. Coloro i quali hanno fatto meraviglie dopo la fine del nazismo hanno avuto un solo torto: quello di stupirsi che fossero state messe in pratica le frasi scritte in un libro venduto o distribuito come la Bibbia, a migliaia e migliaia di esemplari...
Adesso, dunque, non resta che aspettare il giorno in cui i russi si decideranno finalmente a mostrarci le fotografie del cadavere di Hitler o, nel migliore dei casi, il filmato del suo ritrovamento. Per ora quello che da loro è trapelato è grosso modo questo.
Chi racconta è un russo, il tenente colonnello Ivan Isaevic Klimenko. Alle ore 12 del giorno 2 maggio '45 si reca con quattro testimoni nel giardino della Cancelleria. Ha sentito più volte parlare del suicidio di Hitler e del fatto che il suo corpo deve certamente esser stato seppellito nei dintorni. Passano alcune ore. Verso sera il gruppo si ferma davanti all'ingresso del bunker, alla porticina d'acciaio posta in quella massa di cemento. Piove a dirotto. Lì per lì, data anche l'incipiente oscurità, non si vede nulla. A un tratto però uno dei tedeschi, dei prigionieri che con maggiore insistenza avevano sostenuto la tesi del suicidio del Führer e che Klimenko si era trascinato dietro, lancia un grido: ha scorto un cadavere che non può essere altri che il corpo di Joseph Goebbels; il suo cranio dolicocefalo e una delle gambe più corta e rattrappita dell'altra, non lasciano adito a dubbi. Il braccio sinistro è calcificato o almeno così sembra; quello destro è come piegato verso il busto e rattrappito. Tutto il gruppo è ormai sceso dai veicoli militari. Accanto al cadavere di Goebbels ci sono le spoglie di sua moglie; non vi sono dubbi neppure nell'identificazione di Magda; la statura, le dimensioni, la vicinanza stessa del suo corpo a quello del marito, per quanto entrambi siano stati devastati dal fuoco, non lasciano adito a perplessità.
Piove talmente forte che i russi e i prigionieri tedeschi si limitano a caricare i due miseri resti di quella che fu una delle coppie più chiacchierate e invidiate allo stesso tempo del Reich e li trasportano nell'ospedale della prigione di Ploetzensee.
Il giorno dopo, il 3, il russo e il suo seguito tornano nel bunker. Alla luce delle torce scendono gradino per gradino, tastando il muro, con circospezione. Sono nel primo piano. I fasci luminosi inquadrano ora dei tavoli, ora delle sedie, ora le tracce del passaggio di soldati. Il tenente colonnello Klimenko adesso avanza ancora; trova la porticina che immette nella seconda scala; scende anche qui con attenzione i gradini ad uno ad uno, tredici. Freddo e umidità lo circondano. La torcia adesso fruga stanza per stanza; ecco la specie di corridoio, la sala d'aspetto con il tavolo e le sedie contro la parete, ecco le camere da letto; il fascio di luce oscilla ora sulle pareti ora sul pavimento illuminando carte geografiche, fasci di fogli buttati alla rinfusa per terra, tracce anche qui del passaggio di soldati, forse le ultime SS, ma potrebbero anche esser stati dei russi: alcune donne del personale, fra le quali la cuoca del Führer, una tirolese, sono state afferrate mentre cercavano di andarsene, schiacciate contro un muro e ripetutamente violentate. Questo si dirà a guerra finita da parecchio; le segretarie invece sfuggiranno per un pelo a quella sorte, perché si mimetizzeranno con giacche militari e riusciranno a svignarsela nella confusione degli ultimissimi istanti, fra la gragnola delle bombe e il fischiare delle pallottole.
Klimenko avanza ancora; poi il fascio della torcia illumina un letto a castello sul quale sono dei corpi, figure indistinte vestite di bianco, forse cadaveri di bambini. Il piede urta in un che di morbido; la luce della torcia stavolta inquadra dei materassi: anche su questi vi sono dei corpi di bambini; in tutto sono sei cadaveri. Klimenko risale alla superficie; respira forte, una boccata d'aria fresca. Ordina che quei bimbi esanimi siano portati su e allineati sul terreno; ed ecco arrivare quelle testoline bionde, quei visi esangui, quelle membra irrigidite dal progressivo rigor mortis in un atteggiamento di quiete, di sonno senza sogni. Ecco le camiciole da notte, il pigiamino. Qualche cadavere presenta già l'addome verdognolo, e l'inconfondibile odore della morte è sinistramente nell'aria.
Poco più tardi comincerà la sfilata dei testimoni i quali, a capo chino, riconosceranno in quei corpi allineati uno accanto all'altro l'intera famiglia dell'ex-ministro della propaganda. Una donna e sei figli, sei creature senza colpa, cui si era dato un nome che iniziasse per H, in onore di lui, naturalmente, di Hitler.
Il giorno successivo, a mezzogiorno, Klimenko è ancora lì; non riesce ad allontanarsi da quel giardino, da quelle rovine e devastazioni della Cancelleria, e soprattutto da quel sinistro bunker. Passa qualche minuto, poi anche qui il caso gioca la sua carta. Un soldato, certo Ivan Curakov, ha messo i piedi entro la fossa malamente ricoperta di calcinacci che si trova di fronte all'ingresso della costruzione, poco distante dalla betoniera. C'è un'arma anticarro buttata lì, sembra dimenticata da un soldato che aveva troppa fretta di scappare; è un panzerfaust l'arma che avrebbe dovuto risollevare le sorti di Berlino. Ragazzi della Hitlerjugend li portavano in bicicletta, appesi uno per lato al manubrio con l'impugnatura legata al telaio, in equilibrio instabile e sulle strade scivolose di pioggia e ridotte a un colabrodo dalle bombe. Si recavano con queste due armi all'ultimo appuntamento, quello con la morte; era di solito una buca qualunque, un cratere aperto da un proiettile precedente (si dice che un secondo colpo non cada mai nel cratere scavato dal primo...); qui si sdraiavano, dopo aver buttato la bicicletta da un lato, come per la ricreazione dopo la scuola; collocavano accuratamente i panzerfaust, toglievano la sicura e aspettavano. Allorché si avvicinava il rombo di un carro, la loro attesa si faceva spasmodica, poi appena lo vedevano comparire dietro l'isolato, alla prima curva, prendevano la mira e tiravano. Due volte su tre il blindato veniva colpito in pieno e rimaneva immobilizzato in mezzo alla strada, pronto ad essere finito dal secondo colpo; ma molte volte il giovane non faceva in tempo: una valanga di proiettili colmava allora letteralmente la buca e le zone circostanti o più semplicemente il carro successivo che avanzava la schiacciava sotto i pesanti cingoli.
Berlino è stata la città dove son morti più ragazzi, dove la Germania ha pagato più caro lo scotto per la sua aggressione, dove giovani vite destinate alla gioia hanno ricevuto solo la morte.
Ivan Curakov ha visto il panzerfaust. Ma ha visto pure che sotto gli stracci bruciacchiati, i fogli e i brandelli di carta parzialmente inceneriti, c'è una massa scura che fa capolino; e urla: «Colonnello, colonnello! Ci sono delle gambe!» In effetti, quasi accanto all'arma che potrebbe esplodere da un momento all'altro, si vedono due gambe: il soldato russo ha spazzato con una mano parte dei detriti, dei calcinacci e della cenere; quegli stracci erano in realtà dei brandelli di coperta, le coperte che erano servite ad avvolgere i cadaveri di Hitler e della sua compagna. Evidentemente le SS non avevano potuto, nonostante la benzina sintetica rovesciata a interi bidoncini, a taniche di dieci litri per volta, cremare completamente i due corpi; forse per il vento, ma soprattutto perché, senza uno sfogo per l'aria, senza una grata sulla quale appoggiare i cadaveri all'aperto, è pressoché impossibile ottenere una combustione completa, una cremazione totale.
Qualche metro più in là della buca c'è un terzo corpo, del tutto simile a quello or ora trovato; anzi sulle prime parrebbe quello lì e non altri il «vero» Hitler... Sennonché porta un paio di calzini rammendati, come verrà accertato dall'autopsia e perfino una suola rattoppata in maniera dozzinale, da un ciabattino di periferia evidentemente, da un «sutor» da quattro soldi. Basta quel fatto a far dire che si tratta di un sosia ma non di Adolf Hitler il quale, per quanto bizzarro, non avrebbe mai portato un paio di scarpe dalla suola rattoppata o dei calzini rammendati.
Stando a una delle cameriere personali del rifugio di Berchtesgaden, il Führer avrebbe avuto ben tre sosia, destinati a sostituirlo in caso di pericolo o ad esser messi in evidenza nelle situazioni dubbie. Sarebbero stati un'invenzione di Bormann, alla quale Hitler si sarebbe adattato nonostante la propria diffidenza e l'insofferenza per un simile ripiego. Anche questo sarà, tuttavia, uno dei fitti misteri che Hitler porterà con sé nella tomba.

Bormann... Ma che fine ha fatto costui? Eppure si sa che fu uno degli ultimi a lasciare il bunker. Sulla presunta morte di questo enigmatico personaggio sono stati scritti fiumi di parole. Per il «cacciatore di nazisti» Simon Wiesenthal, il delfino di Hitler è ancora vivo. Così come è vivo per molti ex-nazisti, i quali non credono affatto nella sua fine. Ma...
«Sono stato io a ucciderlo; l'ho fatto con una raffica di mitra il 21 marzo 1946...» Chi afferma questo è un uomo quasi cinquantenne, di professione consulente aziendale, britannico. Si chiama Ronald Gray e durante la guerra prestò servizio come soldato semplice nella 33a brigata che era appunto di stanza in Germania. Sotto la divisa del fantaccino si celava però l'uomo dell'Intelligence Service, il servizio segreto britannico. Appena finita la guerra, dice il Gray, alcuni individui erano riusciti ad avvicinarlo e, dopo avergli fatto capire di essere perfettamente al corrente del suo ruolo nel servizio «I», gli avevano proposto di far passare clandestinamente in Danimarca un grosso gerarca nazista dietro compenso di 3.000 sterline, una somma notevole dati i tempi. Gray avrebbe finto di accettare e si sarebbe mosso con il suo personaggio in direzione del confine danese, dove il nazista era atteso da membri dell'organizzazione clandestina «Die Spinne» (il ragno). Ma sulla spiaggia prospiciente Flensburg il Gray avrebbe falciato con una raffica l'ingombrante persona. La vittima, dice ancora Gray, era Martin Bormann.
A chi credere? A quelli che sostengono che l'anima nera del Terzo Reich è ancora in vita o a coloro che più volte hanno giurato sulla sua morte? A gente come Gray o a gente come Wiesenthal? O all'Oberscharführer Erich Wiewald che dice d'averlo visto in Sud America?

Ma torniamo all'interno del bunker e cerchiamo di «vedere» i momenti culminanti, la scena del suicidio di Hitler e di sua moglie. La traccia da seguire è un resoconto piuttosto discusso ma non privo di una sua logica, anche se è stato, in parte, modificato dallo stesso autore e presenta parecchi punti oscuri. È la testimonianza di Linge, di professione (allora) cameriere. Linge dormiva in un vestibolo proprio accanto allo studio di Hitler, la saletta contenente il fatidico divano.
Linge ricorda di essersi sentito apostrofare dal Führer, proprio mentre apriva per l'ultima volta la porta che dava nella loro camera: Hitler aveva ceduto il passo a Eva prima di rinchiudersi con lei per l'ultimo atto della sua vita; ma entrando nella sua camera s'era rivolto al cameriere dicendogli: «Ora fugga anche lei, insieme a qualcun altro del gruppo...». Poi i due erano entrati.
Hitler è stanco; la sua tremenda forza di volontà, la sua caparbia volontà di resistenza, sembra aver ceduto il passo a un totale lassismo; ha la stessa espressione di quando gli capita d'estasiarsi per una frase musicale, per un passaggio particolarmente bello della sua musica prediletta, quella di Wagner. (In quei momenti la pelle del viso gli si afflosciava, gli occhi sembravano aver perso ogni lucentezza e tutto il suo corpo diventava flaccido; nessun segno di tensione, nessuna carica magnetica sprigionavano più dalla sua persona, tanto che i maligni dicevano che quando il Führer entrava in «trance» musicale pareva un eunuco.)
Ora però si tratta di ben altro. Non c'è un podio, non vi è un'orchestra, non vi sono strumenti. Nei locali sotterranei vi è un silenzio umido, scosso di tanto in tanto dal rimbombo lontano di una deflagrazione che giunge come attutita, come se si abitasse in fondo al mare, mentre l'intero blocco di cemento oscilla appena, quasi scivolando impercettibilmente sulle onde delle acque sotterranee. Dalle orecchie di Hitler, gravemente debilitate dopo l'attentato, questi scoppi vengono percepiti in maniera ancora più ovattata, distante.
Dal '44 inoltre le mani del Führer sono come scosse da un tremito convulso che a stento egli riesce a frenare tenendole intrecciate.
Hitler ed Eva si avvicinano al divano. Si siedono, lui a fatica, come se la semplice azione gli causasse notevole sofferenza. Il modo di sedere di Hitler è sempre stato singolare; quando riceve qualcuno sembra quasi occupare un angolo della poltrona, quello alla sua destra, poggiando il gomito sul bracciolo e tenendo il corpo in avanti, come se avesse timore di abbandonarsi, di farsi vedere rilassato. Anche a Monaco, proprio nel momento del trionfo, si lascia cadere sull'angolo (destro) del divano, e getta violentemente il capo all'indietro, facendo ondeggiare il ciuffo; un sorriso di vittoria gli illumina gli occhi e come ama fare si dà un colpo di piatto, con la palma, sul ginocchio. Ma subito, quasi pentito di ciò, si riprende ed assume la posizione abituale, quella che ha anche adesso, avambraccio destro sul bracciolo, corpo quasi di traverso, piedi incrociati, ginocchia unite e mani intrecciate in grembo.
Eva non gli è vicina; siede all'altra estremità, ma lo fa come farebbe una scolaretta, con le ginocchia e i piedi sul divano, il busto flesso, proprio come una giovane che intenda leggere la lettera d'amore del fidanzato; ma il suo viso, grave e silenzioso, gli occhi spenti e senza gioia, rivelano il tormento intimo di una donna che è stata davvero una vittima del destino. Eva - è stato detto e scritto - aveva grande influenza sul Führer; per Bernadotte è grazie a lei, a sua sorella e a suo cognato Fegelein, se un uomo affetto dal morbo di Parkinson come, secondo lui, era Hitler aveva preso negli ultimi tempi tante avventate decisioni. Per quanto, allorché ci si imbatte in avvenimenti storici nessuna ipotesi debba essere scartata pure, per noi, questa non sembra essere molto attendibile. Eva, nonostante tutto, è stata un corifeo del dramma, non un deuteragonista; e il coro da lei guidato è stato quello della servitù, da buona padrona di casa... Anzi, a dire il vero, non ha fatto neanche questo.
Sul tavolo c'è un'inconfondibile busta rossa, quella che è destinata a contenere le fiale di cianuro, e che ogni gerarca porta con sé. Adesso non rimane che fare un gesto meccanico: prendere la busta, estrarne le capsule, mettersene una in bocca e aspettare. Fra poco lo faranno in molti, gli stessi identici gesti, gli stessi letali effetti: lo farà Krebs, lo farà Magda Goebbels, questa donna coraggiosa che il 21 aprile, dopo le concitate parole del marito all'hotel Adlon, aveva detto: «È la fine della fine: se sopravviverete, per favore salutate per me mio figlio Harald... che non si dimentichi di sua madre; io, non lo rivedrò più...», l'unica dunque che vedesse con lucida chiarezza che cosa sarebbe accaduto più tardi. Hitler ed Eva sono silenziosi. Non hanno niente da dire. È strano, ma gli ultimi momenti della Braun non fanno che confermare il suo singolare ruolo a fianco dell'austriaco divenuto padrone della Germania: non essendo mai stata una vera moglie, non avendo mai avuto da lui quello che ogni donna sogna da giovanetta, delle braccia forti e salde in cui rifugiarsi, un petto sul quale abbandonarsi, se ne sta lontana. Un'altra, una vera moglie, una donna che avesse condiviso tutto, dolori e gioie, affetti e passioni, gli si sarebbe stretta spasmodicamente accanto, vi sarebbe stato un abbraccio, l'ultimo; ma fra Hitler ed Eva non accade nulla di tutto ciò. Se sono vere le parole di Otto Strasser, se corrispondono alla verità le poche ma significative indiscrezioni al riguardo, fra Hitler e sua moglie non vi è mai stato un vero rapporto, in altri termini il dittatore Hitler non ha mai posseduto realmente quella donna; lui che aveva dominato la Germania non avrebbe mai domato quel corpo fremente fra le braccia: i più bei momenti del matrimonio gli sarebbero dunque stati negati da un destino dal sogghigno mefistofelico. Ecco perché quel divano anziché unire i due coniugi sembra dividerli; e che i due siano rimasti seduti a una certa distanza uno dall'altro, proprio come abbiamo detto, è un dato di fatto non smentito sinora da nessuno, ma confermato dai testimoni di quelle ore fatali.
L'interrogativo, il dubbio sono riservati per quello che accadde dopo. Stando alla testimonianza Linge, vi sarebbe stato un colpo di pistola, quello che si sarebbe tirato Hitler, e al riguardo c'è l'accenno a due pistole - una 7,65 e una più piccola, un 6,35, entrambe marca Walther - che sarebbero state trovate nella stanza, per la precisione in terra, sul tappeto. Il dittatore, nonostante il tremito, si sarebbe sparato con una di queste alla tempia. Ma, e qui cominciano le dolenti note, non soltanto la testimonianza Linge ha avuto due versioni, una pubblicata da Spiegel in... anteprima, la successiva comunicata dallo stesso Linge all'autore dell'articolo (e successivamente di un libro in cui le due versioni saranno riportate per sommi capi) due giorni dopo l'uscita di Spiegel nelle edicole.
Dal canto suo Axmann, già capo della gioventù hitleriana, è pronto a sostenere che Hitler è morto per un colpo di rivoltella in bocca: chiaro suicidio.
Di contro a queste due interpretazioni sta la versione russa con le varie perizie tossicologiche e necrotiche. Ma, come abbiamo già detto, mentre esistono a iosa immagini fotografiche (autentiche) del bunker, dei soldati russi attorno alla betoniera, o di fronte alla tanche di benzina nello spiazzo del bunker, se circolano foto dei cadaveri dei figli di Goebbels uccisi dal veleno e dei due genitori morti e semicremati, se si sa tutto, o quasi, della fine di Krebs, quella di Hitler è ancora avvolta nel fumo. È vero, i russi nella perizia necroscopica parlano di cadavere di Hitler: precisano che aveva l'ablazione parziale della calotta cranica e che presentava chiari sintomi di avvelenamento da cianuro; che il suo scroto aveva un solo testicolo e che non risultava traccia alcuna dell'altro; allegano una documentazione probante sulla dentatura del Führer, ma... ma nonostante tutto manca il filmato su questo cadavere che, qualcuno ne ha fatto anche l'ipotesi, potrebbe non esser stato cremato definitivamente, come sostengono fonti ufficiose (o pressoché), ma che addirittura potrebbe esser stato volutamente conservato... in formalina. Per quanto è possibile arguire, la versione del colpo di pistola, se è valida, è da riferirsi al post mortem. In altri termini qualcuno avrebbe sparato a Hitler, a un Hitler che aveva già ingerito il cianuro e che senza dubbio era già morto. Poi i due cadaveri - quello del dittatore e di sua moglie - sarebbero stati avvolti dallo stesso Linge in una coperta e portati su per i gradini dei due piani fino alla superficie. Le coperte erano state già collocate da Linge nel vestibolo, mentre l'aiutante del Führer Günsche e l'autista Kempka avrebbero collaborato alla lunga operazione del trasporto e della cremazione; una cremazione che, abbiamo detto, avviene solo per metà.
La carta da giornale che serve di miccia per il rogo non si accende; occorre entrare nella torre di guardia, fra quelle pareti di cemento ancora umide, in quella costruzione ancora da disarmare, perché si possa accendere uno zolfanello e perché la carta prenda fuoco. Poi il giornale ridotto a torcia viene gettato sulla fossa: una vampata, fiamme bluastre, un rogo. Ma è benzina sintetica, brucia rapidamente in superficie, ma ha anche imbibito il terreno circostante; non c'è tempo per lasciar spegnere quelle fiamme e versarne dell'altra, inoltre il fuoco non ha tiraggio, i cadaveri poggiano sui calcinacci e sul terriccio insieme alle carogne dei due cani.
Così, per quanto carbonizzati, i resti verranno ritrovati dai russi.
L'enigma Hitler cominciava a ingigantirsi. La leggenda di un Hitler vivo era sul punto di prender piede. Per mesi, infatti, lo stesso Stalin dirà di non saperne nulla, per anni da parte russa vi sarà un tenace silenzio, mentre da parte occidentale si accavalleranno le «rivelazioni» e le supposizioni.
Poco lontano alcuni uomini, fra i quali ve ne sono indossanti l'uniforme, pendono malinconicamente da moncherini di alberi; le mani sono legate dietro la schiena, i piedi sono stati avvinti con più giri di corda, uno all'altro, perché non scalciassero; poi, sbrigativamente, li hanno impiccati per Wehrkraftzersetzung, disfattismo. Sono tedeschi che avevano cercato la via della resa; alcuni appaiono ben nutriti, floridi addirittura, segno che erano del partito o rivestivano cariche di rilievo nell'esercito; altri sono più dimessi e vestono panni borghesi. Fra i cadaveri si notano dei cartelli, appesi al petto, che dondolano all'unisono col corpo; sono scritte offensive o giustificanti la sommaria esecuzione; un uso questo diventato pressoché abituale negli ultimi giorni di guerra, anche da noi in Italia. Chi non ricorda infatti le impiccagioni con i cartelli provocatori: «Aveva osato colpire la Decima»? Sui petti dei morti berlinesi si legge: «Son venuto a patti coi bolscevichi», «Sono un traditore» e via dicendo.
Un impiccato dal viso giovane, sui vent'anni o poco più, è in pantofole. Segno che son andati a «pescarlo» in casa, mentre si rifugiava in cantina, forse con la famiglia. Ma a vent'anni si deve combattere, si deve morire, non si deve amare la vita, il sole, l'amore.
Sono stati molti, questi «giustiziati»? Quante sono le vittime della tremenda operazione Lupo Mannaro, dell'ultima ondata di terrore nazista ordinata da Hitler? Non c'è una statistica precisa. Ma migliaia di vite furono stroncate per nulla, fra di esse quella di molti civili colpevoli unicamente di aver cercato la propria salvezza, come il giovane disertore in pantofole...
In pantofole, o per essere più esatti, in pigiama aveva cercato di mettersi anche Fegelein, il cognatino di Eva. La cosa era andata come segue. Questo Fegelein, che il famoso libro di Trevor-Roper descrive come una delle rarissime persone di buon senso in un mondo di pazzi, uno dei pochi che avevano conservato i piedi per terra mentre gli altri vagavano nelle nubi dell'isteria e dell'assurdità, era anche lui fra gli ospiti del sinistro ambiente che avrebbe mandato al manicomio un malato di claustrofobia.
Hermann Fegelein, un bavarese, un meridionale dunque, era soprattutto un appassionato di cavalli. L'ippica, virtù e sport militare per eccellenza, era coltivata con assiduità non solo dalla classe prussiana, ma anche e soprattutto dagli ufficiali che provenivano dalle regioni meridionali, Austria in primo luogo: non per nulla i militari d'origine viennese potevano vantare la tradizione della celeberrima «Spanische Schule». Sugli spiazzi degli ippodromi nascevano spesso e si cementavano le più salde amicizie o accadeva esattamente l'opposto. Quando Fegelein farà la sua apparizione, impettito e azzimato, a Monaco, gli andrà bene: su di lui si appunteranno gli sguardi di simpatia di Christian Weber, un individuo sul quale sarebbe meglio sorvolare per amor di... pulizia storica; infatti, Weber è stato universalmente definito come una delle persone più indegne e corrotte di tutto il Terzo Reich. Con la malversazione, comportandosi come un satrapo orientale, coi favoritismi e la corruzione era riuscito in breve, all'ombra della croce gammata, a farsi una fortuna a dir poco colossale, con scuderie di prim'ordine e cavalli per un valore di miliardi in lire attuali. Ma come reazione a quella vita dissoluta, la natura lo aveva fatto ingrassare in modo tale che, dopo un po' di tempo, non era più riuscito a montare neppure uno stallone da tiro, e si era limitato a far da mecenate alle giovani leve. Fra i suoi beniamini Fegelein avrà il primo posto e, con le floride guance di Weber a soffiare nelle vele, presto la navicella dell'ambizioso cavallerizzo era partita veloce verso i più ambiti traguardi. Ecco dunque Fegelein, cinico e calcolatore, ma proprio per ciò appunto singolarmente terra terra come individuo, ottenere addirittura il comando di una divisione e, nel 1944, diventare, nientemeno, ufficiale di collegamento presso Hitler in sostituzione di Wolf...
Giunto ad essere uno dei personaggi più invidiati e odiati della Germania nazista, Fegelein, che avrebbe benissimo potuto starsene tranquillo, vuole andare ancora più avanti, divorato dall'ambizione. Si fa amico Bormann, il più inquietante di tutti quelli che attorniano Hitler, e diventa uno dei quattro numi tutelari senza i quali alla Cancelleria non si fa proprio niente; essi, come è noto, hanno i nomi di Bormann, di Burgdorf, di Goebbels; il quarto è lui, Fegelein, il miglior fico del bigoncio.
Fin qui tutto bene, perciò. Come ufficiale di collegamento e rappresentante di Himmler (come già lo era il sostituito Wolf) Fegelein gode delle simpatie di Himmler in primo luogo, di Hitler in secondo; si è accattivato quelle di Bormann e non litiga o non viene neppure in uggia, cosa incredibile, a Goebbels, un uomo che andava dicendo di non riuscire a sopportare per tre settimane di fila la visione della stessa faccia intorno a sé (questo con evidenti allusioni alla povera moglie, ma con disprezzo chiaro e manifesto per tutti gli altri dell'entourage hitleriano).
Adesso, sembra dirsi il molto ambizioso cavallerizzo, occorre giocare la pedina vincente. È scapolo, gli serve una moglie. Guarda quella donna che il personale di servizio non nomina neppure, che non compare mai sulle fotografia ufficiali: Eva. Sa che lei e il Führer si frequentano da una decina d'anni almeno, anche se dormono tuttora in letti separati e se lui (almeno di fronte agli estranei) le si rivolge sempre con l'appellativo di «gnädige Frau», graziosa signora, un modo di dire vecchio e antiquato che sa di merletti e crinoline; ma Hitler è fatto così, cerimonioso e un tantino impacciato, gentile e corretto di fronte alle donne, perfino alla sua. Sarà uno degli atteggiamenti che più verranno notati dalle persone che lo avvicineranno, tanto che uno di questi, reso perplesso dagli inchini, dirà che mentre credeva di trovarsi di fronte a un primo attore, aveva invece scoperto d'avere davanti una «soubrette» (dal tipo di umorismo il lettore avrà già compreso che si trattava di un diplomatico britannico...).
E rieccoci a Fegelein. Il nostro uomo guarda Eva, che nonostante tutto è sempre al fianco di Hitler (c'è una fotografia, naturalmente riservatissima, che la ritrae seduta in poltrona con le gambe accavallate e un golfetto casalingo mentre tiene la destra appoggiata sul braccio sinistro di Hitler in piedi accanto a lei: un'immagine da album di famiglia d'una coppia di bravi borghesi, senza troppe pretese, quali in realtà - aspetti inconsueti del matrimonio di fatto, poi sancito di diritto, messi da parte - Adolf ed Eva furono davvero). Fegelein capisce che, a dispetto delle apparenze, la via del cuore di Hitler almeno per quel che non concerne la politica può effettivamente passare per il cervello di Eva e non trova di meglio che mostrarsi assiduo corteggiatore della simpatica sorella di lei, tanto che alla fine chiede in forma ufficiale la mano e la impalma. Colpo da maestro.
Balzato in sella sul cavallo vincente può, il nostro Fegelein, dare adesso la stura a tutta la sua volontà repressa di dominio e comincia ad attirarsi le universali... simpatie, tanto da divenire in men che non si dica odiosissimo. Sennonché la guerra avanza, è alle porte di Berlino, sta per sommergere la Cancelleria. Fegelein riflette e trae le sue conclusioni.
Si reca a colloquio - dovere - dall'Obergruppenführer Juettner, il capo del Führungshauptamt SS a Fuerstenburg. Ritorno previsto per il 25 aprile. Ma le condizioni della Germania sono tali che pensare di rifar la strada di prima e per giunta a bordo di un'auto significa esser davvero pazzi. A Fuerstenburg è arrivato con Bornholdt e lì decìde di lasciare l'Hauptsturmführer; Fegelein ha deciso di ritornare al comando berlinese in aereo. Lo dice anche a Juettner, dopo di che aggiunge:

- Comunque, non ho nessuna intenzione di morire a Berlino.

Arrivato nel bunker fiuta quell'aria stantia - gli aeratori non funzionavano sempre a dovere, corrente i generatori ne producevano poca e la stessa luce era scarsa, amministrata con parsimonia - e si fa sempre più perplesso. Nelle strette camere non c'è più l'ordine quasi ossessionante delle sale della Cancelleria; qualcuno perfino fuma, cosa che una volta sarebbe stata severamente punita, dato che Hitler non ha mai tollerato la benché minima nuvoletta azzurrina di tabacco intorno a sé; si beve molto cognac francese, forse per resistere al senso di soffocamento e di impotenza, alla clausura che prende alla gola. Stando alle voci dei maligni anche la moralità avrebbe fatto difetto, per cui la baronessa Irmengard von Varo, per esempio, avrebbe fatto la spola da un letto all'altro, senza soluzione di continuità se non per alzare il gomito. Ma se dobbiamo invece vedere con occhio un po' più benevolo quel gruppo di persone, notiamo che fra di esse c'è un uomo ridotto al lumicino, vecchio e stanco, coi baffi perennemente pieni di briciole delle torte fattegli dalla prediletta cuoca tirolese (la quale, a volte, aveva persino il privilegio di mangiare alla sua tavola), che va avanti a pillole e che lavora tutta la notte fino al mattino: Hitler. C'è una donna che accusa tutto il mondo di aver tradito il suo amore, di aver mancato al giuramento di assoluta «Gehorsam», di cieca fedeltà, e di non fare altro che cospirare ai suoi danni: Eva.
Ci sono i cani, fra i quali il cucciolo più bello di Blondi, il simpatico Wolf, e il petulante scottish-terrier Burli. Ci sono i figli di Goebbels che introducono una nota argentina in quell'atmosfera greve ma, purtroppo, Fegelein non vede dove questo quadro fra il campestre e il familiare, sia pure sottoterra e sepolto nel cemento, possa andare a sfociare, con i russi a due passi. E decide di svignarsela alla chetichella. Ha bisogno di starsene in pace, di dormire, di prendere una decisione riguardo al proprio futuro. Si lasci ai fanatici il morire per il Führer, per la Germania. Senza per questo tradire il proprio paese egli ha deciso di salvare la propria pelle. D'altronde egli non abita nel bunker, non è uno dei suoi ospiti fissi anche se la sua dimora non è lungi da lì, anch'essa nel cemento. Così, sulle prime, nessuno nota che Fegelein ha tagliato la corda. Solo il giorno 27, a pomeriggio inoltrato, ecco che a Hitler viene in mente una cosa da chiedere al marito della sorella della sua compagna...

- Chiamatemi Fegelein...

Un battere di tacchi, qualche minuto, poi:

- Non si trova... volatilizzato, mio Führer...
- Impossibile I Cercate ancora. Devo parlargli subito!


Ma Fegelein è introvabile davvero.
Alla caccia del cavallerizzo sono interessati gli uomini di Hoegl, il comandante della prima sezione, o Dienstelle, del Reichssicherheitdienst, l'organizzazione per la sicurezza. Fuori, altre SS, quelle della scorta personale, le massicce guardie del corpo del Begleikommando, agli ordini dell'Obersturmführer Franz Schedle, fanno buona vigilanza agli ingressi del bunker...
E la battuta alla volpe, fuggita senza avvisare, ha inizio. Qualche indizio, due o tre tracce, poi gli uomini della polizia criminale, i migliori in divisa SS, scovano Fegelein. Il cognato di Eva si è messo in borghese; se ne sta sdraiato sul letto incurante delle bombe, pacifico e tranquillo con se stesso e con il mondo. È in casa propria, può finalmente godere del lusso al quale da tempo non sa più rinunciare. Chi lo scova è Hoegl in persona:
«Vede Standartenführer Hoegl - spiega calmo Fegelein, niente affatto stupito di esser stato trovato così presto - mi sono concesso un pausa che potrei definire meditativa. Inutile farsi illusioni. Qua occorre una scelta: o la vita o la morte. Berlino è divenuta un serraglio di folli, non si può né entrare né uscire. E le confesso che ho pensato spesso alla mia famiglia, alla tranquilla Baviera. Da uomo a uomo, Hoegl, le chiedo una sola cosa: un aereo, un aereo per andarmene di qui. Le assicuro che avrà tutta la mia riconoscenza...»
«Mi dispiace.» Hoegl è un macigno, non si muove; le consegne sono le consegne e i giuramenti i giuramenti. Per quanto lo concerne la cosa è già decisa:
«Non posso far nulla senza esplicita autorizzazione del Führer.»
Fegelein lo guarda, non apre bocca. Sta per prendere una decisione, poi si volta e afferra un telefono: compone un numero. Non risponde. Lo rifa nuovamente. I cavi telefonici con il bunker sono danneggiati; le comunicazioni da qualche tempo si sono fatte difficili; i reparti delle telecomunicazioni fanno miracoli ma non possono impedire che l'intera Berlino sia continuamente sconvolta dalle bombe, dai proiettili, dalle granate. Alla fine Fegelein riesce a parlare, chiama Eva: c'è un malinteso, vorrebbe fornire qualche spiegazione; può sua cognata adoperarsi presso il Führer...?
Ma anche Eva Braun è irremovibile; le proposte del cognato non possono essere prese in considerazione; non c'è niente da fare se non seguire Hoegl... Fegelein comprende di aver perso la partita. Abbassa lentamente il ricevitore. È pallido, ma ancora calmo. Con un sospiro si rivolge a Hoelg e gli dice: «D'accordo, andiamo»... Che cosa sarebbe successo non era difficile indovinarlo. Da buon giocatore che conosce le regole del fair play, nessun muscolo tradisce la sua emozione, ma dentro di sé il cavallerizzo ha avvertito una scossa lunga e irritante, un brivido come di gelo...
Forse dopo un violento accesso di collera di Hitler, grazie ad Eva che alla sorella Gretl era molto legata, Fegelein avrebbe potuto anche cavarsela per il rotto della cuffia, ma stava scritto che proprio sul punto di acquistare la libertà dovesse perdere la vita. E questo mentre sua moglie era incinta...
È il 28 aprile. Fegelein è stato radiato e degradato; è un nulla, un corpo inutile, un prigioniero senza cella. Per sua disgrazia la sera giunge la notizia di un clamoroso tradimento, sul quale forniremo ragguagli fra poco, quello di Himmler. Fegelein è l'uomo di collegamento fra il Reichsführer SS e Hitler; quindi - date le circostanze della fuga è inevitabile che essa sia connessa a quanto già il cavallerizzo sapeva dei contatti che Himmler intendeva prendere con le truppe alleate. Per Hitler la fuga del marito di Gretl e il tradimento di Himmler sono semplicemente le due facce della stessa medaglia. Lontano, nelle vie, i cadaveri dei traditori, dimessi e spogli, dondolano al vento delle esplosioni; qui, nel bunker, in breve la sorte di Fegelein è stata decisa: morte per fucilazione. Uno più, uno meno non fa differenza ormai, ma non si può permettere a un traditore di avvelenare le ultime ore dell'esistenza del Führer. Per chi sbaglia c'è sempre la morte in agguato, e fra i rumori della battaglia e il fragore delle esplosioni si udranno anche le sequenze nervose di una Maschinenpistole; Fegelein, da uomo coronato fino a quel momento dal successo, da individuo cinico e arrivista ma amante della vita, era divenuto un corpo insanguinato contratto negli spasimi di una brevissima agonia, una delle migliaia di divise tedesche simili a fagotti intrisi di sangue di cui Berlino dava spettacolo fra il bagliore degli incendi e i lampi delle deflagrazioni, una delle tante vittime di un uomo, di un falso artista le cui formes rêvées stavano per esser sommerse dalla notte del nulla.

Di questa paginetta della storia esiste una seconda versione. È ovvio. Non poteva essere altrimenti. Secondo le fonti cui ci riferiamo Hans Georg Otto Hermann Fegelein, nato il giorno 30 agosto 1906 ad Ansbach, sarebbe stato implicato nei maneggi che Himmler stava conducendo con gli svedesi per ottenere una pace separata con gli occidentali. È possibile. Ora, dicono le stesse fonti, Fegelein aveva un appartamento segreto nella Bleibtreustrasse, nei pressi del Kurfürstendam. L'ubicazione di questa garçonnière era perfettamente nota alla Gestapo. Hoegl, che si sarebbe recato con una Mercedes militare a prelevare il suo soggetto, lo avrebbe trovato in possesso di una valigia con monete d'argento (si parla di 217 pezzi), di un orologio di brillanti che era di Eva Braun, di due cronometri, di un altro orologio, di un cronografo marca Universal, di gemelli d'oro e diamanti, più monete svizzere e marchi tedeschi. Per giunta con il marito di Gretl - rifugiata al sud, come sappiamo, e in attesa di un bimbo - vi sarebbe stata una procace attricetta (dicono gli uni), anzi una moglie di diplomatico (dicono gli altri), di nazionalità ungherese.
Il fatto che il nostro personaggio avesse osato appropriarsi di alcuni gioielli di Eva era sufficiente a mandare fuori dei gangheri Hitler; ma come se non bastasse c'era la scoperta intenzione di riparare in Svizzera con la complicità della moglie del diplomatico con la quale avrebbe creato, al coperto e al sicuro, un nuovo imeneo. Ma anche questo voler scappare come il topo dalla barca che affonda sarebbe stato niente, se non vi fosse stata l'intenzione di farsi interprete della volontà di Himmler di negoziati separati e di avere a questo scopo conservato presso di sé documenti gravemente compromettenti. Hitler poteva perdonare tutto, il furto o la debolezza, ma non l'insubordinazione e meno che mai il tradimento: da qui la condanna a morte e la relativa fucilazione...
Il 30 aprile sarebbe risuonata la frase fatidica pronunciata da Guensche: «Der Chef ist tot», il Führer è morto, scritta oggi negli annali della storia. Kempka, l'autista che fino a quel momento aveva tenuto in serbo numerose Mercedes per la fuga nel ridotto delle alpi bavaresi, che sarebbe diventato la roccaforte dell'ultima resistenza, allorché la udì capì che davvero tutto era finito. Era appena venuto attraverso il collegamento sotterraneo della Cancelleria per sentirsi dire che il Reich, che avrebbe dovuto essere millenario, era definitivamente crollato...
La cerimonia di addio alla vita era stata mesta e attristante come se il suo mecenate fosse già da tempo defunto, come si trattasse di una messa da requiem: ecco Burgdorf, Krebs, Hewel, Neumann, Hoegl, Guensche, Linge, Rottenhuber, Voss; ecco le segretarie, la cuoca: Frau Christian, Frau Junge, Fräulein Krüger, Fräulein Manzialy... I generali Burgdorf e Krebs avevano già deciso di farla finita anche loro. La vita che sarebbe incominciata sulle rovine del Terzo Reich per questi due militari non aveva più senso...
Suicidi saranno, come abbiamo detto, i coniugi Goebbels, e sarà solo dopo quest'altra pagina di espiazione che incomincerà la fuga generale. Per questa vai la pena di riportare l'elenco che ne dà il Kuby nel suo Die Russen in Berlin 1945:
«Fuggirono e misero se stessi in salvo il dottor Werner Naumann, segretario di Stato del ministero della propaganda, oggi commerciante a Krefeld; Arthur Axmann, Reichsjugendführer, oggi amministratore di società a Bensberg; Helmuth Beermann, membro della scorta del Führer, oggi commerciante a Goslar; Hans Erich Voss, viceammiraglio, oggi pensionato a Schönau; Paul Erhardt, vicecapo nell'ufficio centrale dei servizi di sicurezza, oggi commerciante ad Haar nei pressi di Monaco; Hans Baur, pilota del Führer, oggi pensionato a Neu-Widdersberg, in Baviera; Erwin Jakubeck, cameriere del comando, oggi amministratore di società a Esslingen; Günther Dietrich, del ministero della propaganda del Reich, oggi commerciante a Reutlingen; Günther Schwägermann, capitano della Schupo e aiutante di Goebbels, oggi impiegato federale a Monaco; Heinz Linge, maggiordomo del Führer, oggi commerciante a Schenefeld nelle vicinanze di Amburgo; Wilhelm Mohnke, comandante di brigata delle SS, comandante dell'ultima guardia del corpo di Hitler, oggi commerciante a Lubecca; Wilhelm Zander dello stato maggiore di Bormann, oggi commerciante a Monaco; Johannes Hentschel, elettricista capo della cancelleria del Reich, oggi elettricista di fabbrica a Stoccarda...»
Mentre tutto crollava, mentre le stesse vie di Berlino formicolavano di russi, gli irriducibili che si rifiutavano di arrendersi e cercavano disperatamente una via di fuga verso ovest continuarono a combattere: reparti isolati, gruppi di SS, soldati che avendo perso il contatto con il proprio reparto facevano fronte comune e, armi puntate, si aprivano il passaggio fra le truppe nemiche approfittando del caos, delle tenebre, della confusione della battaglia finale.
Per tutto il giorno due e tre maggio i combattimenti si accesero ora in questo ora in quel rione; si lottava casa per casa, muro per muro, cantina per cantina; solo il giorno 4 un silenzio generale, rotto soltanto a tratti da una raffica o da uno scoppio, fece capire che la battaglia per Berlino era terminata: i berlinesi non avevano innalzato bandiera bianca, avevano semplicemente smesso di battersi. I prigionieri saranno per lo più ragazzi goffamente vestiti, coi pantaloni troppo larghi, gli scarponi enormi, la giacchetta striminzita - anche le divise negli ultimi tempi lasciavano a desiderare - con in capo il berrettino della Hitlerjugend, altri con quello della Wehrmacht, pochi con l'elmetto. Anche l'armamento era quanto di più eterogeneo fosse possibile immaginare: dal parabellum russo sottratto a un caduto, all'onnipresente panzerfaust al moschetto, alla Maschinenpistole; la satrapia totalitaria si era ritratta nel disordine dell'anarchia e dell'iniziativa individuale, del provvedimento singolo e del ripiego momentaneo.

Capitolo VI - Morire per Berlino

Fig. 6. Stroop e gli ebrei del ghetto ridotto a un cumulo di macerie.

È il 9 maggio. Il quartier generale di Zukov sembra la sede di un tribunale militare. Tavoli a ferro di cavallo, carte, dossier ordinatamente disposti. Sul tappeto verde non ci sono dadi da gettare. Il gioco è già stato fatto, la posta è già stata fissata. Adesso si tratta soltanto di accettarla, da parte del perdente, si capisce.
Entra Keitel. Sussiego, portamento eretto, batter di tacchi, inconfondibile saluto nazista. Ha in pugno il bastone di feldmaresciallo. La sua divisa non fa una grinza, è stirata alla perfezione, i suoi capelli sono lucidi di brillantina. Con gesto meccanico ha preso posto sulla sedia, mettendo il cappello di fronte a sé, sul tavolo. Anche i guanti sono stati collocati ordinatamente accanto al cappello e di fianco al bastone di feldmaresciallo. Non sembra un vinto che debba firmare una resa quanto mai umiliante, ma un generale che partecipi a una riunione strategica. E forse nel cervello di quest'uomo, che Hitler in uno scatto d'ira aveva definito non superiore a quello di un lift d'albergo, non si è ancora fatta strada l'idea che di lui i vincitori possono adesso fare quello che vogliono. Anche impiccarlo.
Eppure le parole che gli stanno sotto gli occhi farebbero avvampare di rossore chiunque. Sono la pedissequa ripetizione della resa controfirmata il giorno 7 a Reims:
«... noi sottoscritti agendo con piena responsabilità per e in nome del comando supremo dell'esercito tedesco, dichiariamo la resa incondizionata di tutte le forze militari di terra, di mare e dell'aria...»
Le ostilità devono cessare indiscutibilmente il giorno 8 (da notare che davanti ai russi la dichiarazione è firmata il 9...) maggio 1945 alle ore 23.01 GMT. E seguono minacce di punizioni e di rappresaglie in caso di trasgressione.
In calce al documento appariranno poco dopo e per la seconda volta (questa vincolante nei confronti dei russi) le firme dei generali tedeschi...
I russi avevano - la sanzione adesso era ufficiale, era riconosciuta anche dalla parte avversa - inesorabilmente vinto. La loro vittoria era stata soprattutto evidente nella morsa con la quale avevano stretto la capitale del Reich. L'odissea di quest'ultima era durata quello che si dice lo spazio di un amen.
16 aprile 1945. Un lunedì. Sono le tre del mattino. Tre razzi appaiono al di sopra delle acque dell'Oder, nere come l'inchiostro. Sono lontani ma visibilissimi a grande distanza. Hanno un colore arancione livido. Quasi nello stesso istante più di diecimila bocche di cannone, dislocate lungo 43 km di fronte, in pratica una ogni quattro metri, aprono il fuoco. Sono i pezzi del generale Zukov, cranio pelato all'uso russo, fronte dritta, massiccia, naso corto e bocca prognata. A vederli questi generali sembrano i diretti eredi, i figli degli atamani cosacchi, la discendenza di Gengis Khan. Di europeo hanno ben poco o quasi nulla. Il loro volto è duro, deciso, sembrano davvero macchine nate per fare la guerra. La distanza che li divide dal fante o dal gregario è lunga come quella che vi è fra la terra e la luna e la gerarchia è rispettata ferreamente come nell'esercito tedesco, se non di più. Anziché allievi di Pietro il Grande, cultore dell'arte bellica sassone e fanatico degli istruttori provenienti dalla Pomerania, questi generali paiono uscire dai recessi più profondi della grande madre Russia. Guardano a Occidente come si guarderebbe a un terreno di caccia, né più né meno come i generali tedeschi consideravano le terre russe come una sterminata distesa di lande da conquistare; la loro natura è più che slava, orientale, si potrebbe dire asiatica se non fosse quest'aggettivo collocato troppo in là, geograficamente s'intende.
Quei cannoni che incendiano il cielo e coprono con il loro frastuono tutta la terra facendone tremare le viscere sparano ininterrottamente per venticinque minuti; è l'inizio della cosiddetta battaglia per Berlino. Centocinquantamila berlinesi e altrettanti soldati russi vi perderanno la vita. E a questa decisiva fase della guerra, in questa ultima battaglia che i russi ingaggeranno sul fronte orientale e anche l'ultima di tutta la guerra da loro condotta contro il Terzo Reich, verranno mandate all'attacco 180 divisioni. Un vero colpo di maglio.
Hitler ha deciso che il fronte dell'Oder deve congelarsi. Ancora una volta la strategia che già gli è costata la perdita delle sue migliori truppe nella sacca di Stalingrado gli fa perdere di vista l'obiettivo principale. Non è difficile capire perché il Führer si intestardisca in quello che è un vero e proprio suicidio tattico. Hitler cerca a tutti i costi di guadagnare tempo. La sua ossessione è di arrivare almeno all'estate, in maniera da poter tirar fuori come da un sacco di prestidigitatore le sue armi segrete, l'atomica in primo luogo, quella che lo renderà il terrore assoluto del mondo, ma anche le altre. Sono mesi, per non dire anni, che si favoleggia di strani cannoni ad aria, di missili teleguidati, di caccia superveloci e perfino, almeno nella fantasia popolare, di raggi della morte. Si crede che la Germania nazista possegga dei cannoni a... laser.
Fole a parte, le armi segrete non sono un'invenzione. Esistono. Alcune di esse sono già state impiegate, sia pure in ridottissimo numero di esemplari, come i supercaccia a razzo, come i sottomarini tascabili, con equipaggio di due persone, piccoli e micidiali, destinati a sabotare le navi nei porti alleati. Ma fondare le proprie speranze su di esse è una vera chimera. Non perché l'atomica domani non possa dargli una effettiva supremazia, ma perché disporre di una bomba così terrificante senza avere minimamente il dominio dell'aria è una vera follia. Ma Hitler ci crede, è la sua unica speranza. È per questo che cerca disperatamente, fanaticamente, di congelare le prime linee, con il solo risultato di mandare alla morte migliaia di uomini coraggiosi, ancora validi. Quest'ultimi, se impiegati in una resistenza flessibile e coordinata avrebbero potuto, effettivamente, ritardare l'avanzata alleata, soprattutto avrebbero posto un freno a quella russa. I tedeschi, infatti, non temono né americani, né inglesi, ma non vogliono assolutamente vedersi i russi in casa. Tutto fuorché quelli. D'altro canto Hitler avrebbe anche potuto dare ascolto ai suoi generali che gli suggerivano di impiegare le truppe della costa baltica, pressoché intatte, quelle di stanza nelle fasce costiere dello Jutland o della Norvegia, indenni...
Ma meglio una Pomerania in fiamme, bruciata, che un Oder guadato. La frontiera Oder-Neisse per Hitler è già un'amara realtà che vuole sia mantenuta a tutti i costi. Ma milioni di tedeschi guardano ancora con un filo di speranza al di là di quella via d'acqua, di quel limite. Una speranza che non è del tutto morta ancora oggi, neppure dopo la Ostpolitik... La statua di Kant sembra volgere benevola lo sguardo su terre ben più in là della massa liquida dei due fiumi. Incredibilmente, il fantaccino che s'immola su quel confine indifendibile crede ancora nel suo Führer. Le parole da lui dette (mantenere il fronte sull'Oder è la prima pietra per il capovolgimento delle sorti della guerra) bastano a galvanizzarlo. Se il Führer ha detto questo vuol dire che ha ragione, come è sempre stato in passato.
Ma non sapeva quel fante che dietro, in Germania, nella stessa Berlino c'era il vuoto. La capitale non era stata minimamente preparata per un assalto, anche se Hitler andava dicendo che, volendo arrivare a Berlino i russi si sarebbero esauriti per via. Non sapeva che non c'erano più soldati, che le città erano presidiate dalla Volkssturm, che il paese era al tappeto. Non sapeva che tutti avrebbero voluto già venire a patti con il nemico o avevano già cercato di farlo, ma che bastava la presenza e la cocciutaggine di un uomo, proprio di Hitler, a mandare a monte ogni cosa, a vanificare ogni seria intenzione. Non sapeva che gente come Speer aveva in mente di sbarazzarsi di lui, ma che tentennava proprio a causa della fiducia incredibile che le masse, i civili, i soldati nutrivano ancora, irrazionalmente, nel loro Führer... E il fantaccino ignaro avrà la sorte degli altri suoi commilitoni sulle rive dell'Oder, degli altri camerati del gruppo armate della Vistola: verrà falciato senza pietà, immobilizzato nel fango e sotto la pioggia col sangue a mescolarsi, denso e appiccicoso sui vestiti, chiaro e diluito nei rivoli d'acqua.
Intanto i sovietici continuavano a premere, una pressione insostenibile. La battaglia per Berlino diverrà la loro battaglia. Il perché non è difficile a indovinarsi, tanto meno in questo caso. Le truppe angloamericane distavano circa un centinaio di chilometri dalla capitale del Reich, ma sembravano non aver troppa fretta d'avanzare in direzione della Cancelleria. I russi, al contrario, distavano il doppio, più di duecento chilometri, poco se si pensa al balzo in avanti effettuato dalle loro truppe dopo Stalingrado, ma molto in rapporto all'effettiva distanza delle avanguardie alleate dalla stessa capitale. Il fatto che essi arriveranno primi segnerà dunque una netta delusione, una cocente sconfitta non solo per i tedeschi, ma per gli stessi angloamericani. I primi credevano fermamente che pur di arrestare i russi, «tommies» e «yankees» sarebbero venuti segretamente a patti coi tedeschi (dopo tutto si trattava di ariani...) e avrebbero accelerato al massimo la penetrazione verso oriente in modo da bloccare i «rossi», i «bolscevichi», quei sottouomini (come li giudicava Keitel, il quale aveva lanciato la bella proposta che i prigionieri sovietici venissero marchiati a fuoco con una sorta di triangolo isoscele impresso, indelebilmente dunque, su una natica con il vertice rivolto verso il basso)... I secondi invece tentennavano, preoccupati dalle reazioni degli «alleati loro malgrado» e speravano nel segreto del cuore che i tedeschi avessero ancora tanta forza da arrestare i russi proprio su quell'Oder che era diventato il chiodo fisso di Hitler.
Sennonché...
Sennonché il generale Ivan Konev che comanda l'altro saliente dell'attacco contro la Germania avanza a tappe forzate. Nella strategia russa due erano le direttrici. La prima al comando di Zukov si sarebbe diretta sulla capitale del Reich, l'altra sotto gli ordini, appunto, di Konev avrebbe puntato sull'Elba scivolando sotto la periferia sud berlinese. Zukov invece è fermato, nonostante la preparazione dell'artiglieria, il deflagrare di quella vera Santa Barbara rappresentata dalle oltre diecimila bocche da fuoco. Si vede accolto, anche lui, a cannonate; sono i pezzi della contraerea tedesca che sparano a più non posso ad alzo zero; la zona è quella di Seelow, le cui colline offrono un comodo punto di osservazione e una piattaforma di tiro per i difensori tedeschi.
Il 17, intanto, Konev oltrepassa la Sprea. Eccolo a Lübben poi a Cottbus. Di qui la via per Berlino si presenta sgombra. Konev si è infilato in un castello medievale, ne ha fatto il suo comando. Gli pare d'esser tornato indietro nei secoli, proprio ai tempi in cui i soldati di Pietro il Grande rincorrevano gli svedesi per mezza Europa. È con orgoglio e fierezza che la sera stessa telefona a Stalin:
«Chiedo al compagno Stalin il permesso di avanzare sulla capitale tedesca...»
Una voce roca è all'altro capo del filo, lontana, irreale.

- ... Bene. Puoi puntare coi tuoi mezzi corazzati su Berlino...

E il 18 mattina le truppe di Konev si mettono nuovamente in moto.
Ma contemporaneamente il fronte bielorusso, il secondo, si sposta.
Sono gli uomini di Rokossovskij che premono contro gli effettivi della 3a armata tedesca.
Hitler ha la schiuma alla bocca. Non vuole sentire parlare di comunicati disfattisti, di ripiegamenti tattici (lurida menzogna per indicare che non si è stati capaci di resistere), di perdite. Vuole solo due parole: vittoria, resistenza.
Da tempo il Führer soffre di violenti crampi allo stomaco. Il dottor Giesing, specialista in otorinolaringoiatria, ha avuto modo di dare un'occhiata approfondita al suo paziente. Le condizioni di Hitler non possono non destare preoccupazione. Ma non sono, come potrebbe sembrare a prima vista, i rovesci bellici a fargli venire l'ulcera. Sono le «cure» del suo dottore personale Morell. Di quest'uomo si è detto tutto: che era divenuto uno specialista nella cura delle prostitute e nel procurato aborto; che aveva le unghie perennemente orlate di nero e l'aspetto poco pulito; che era corrotto fino alle midolla; che rimpinzava Hitler di afrodisiaci e di stupefacenti. Ma Giesing dirà anche un'altra cosa: che stava letteralmente avvelenando Hitler. Aprendo per caso un cassetto in cui il cameriere personale Linge teneva le medicine di cui Hitler faceva abbondante consumo (prima e dopo ogni pasto soleva cacciarsi in gola due o tre pillole di colori diversi) era stato colpito da alcune pastiglie di fattura singolarmente casalinga e ne aveva preso un paio per esaminarle. Se l'era portate in studio e aveva cominciato le sue osservazioni. Allorché si era alzato dal tavolino era divenuto pallido: in quelle misture c'era genziana, belladonna, noce vomica... Erano piccole dosi di veleno che il Führer ingurgitava lentamente ogni giorno: i crampi erano dovuti alla noce vomica il cui contenuto in stricnina, il velenosissimo alcaloide, gli avrebbe dovuto procurare una ipereccitazione del midollo spinale ma, in realtà, lo stava conducendo lentamente alla tomba...
Giesing allora si era messo in contatto con Brandt, il chirurgo che era stato vicino a Hitler fin dal 1934 e che, singolarmente, godeva delle simpatie di Eva Braun. Abbiamo detto singolarmente: infatti a far entrare Morell nella cerchia di Hitler era stata proprio Eva, che era molto amica della moglie di lui, Hanni. Con il passare degli anni Morell era riuscito a minare sempre di più la fiducia che inizialmente Hitler nutriva per il chirurgo Brandt e datava proprio da allora l'ammirazione che la Braun aveva cominciato a nutrire per il dottore la cui carriera, se così la si può definire, era stata messa in forse dall'irresistibile ascesa di Theodor Morell...
Morell era grasso, ridanciano, pieno di soldi. Brandt era magro, giovane, il viso da intellettuale. Con lui operava il suo sostituto, von Hasselbach, compito e aristocratico. Allorché i due vennero informati da Giesing della faccenda giunsero alle medesime conclusioni. La stricnina somministrata giornalmente era anche la responsabile della tinta cadaverica che il viso di Hitler presentava abitualmente e che il Führer attribuiva al suo mal di cuore. In realtà il Führer non aveva alcuna affezione cardiaca, ma soffriva più semplicemente di quel petit mal di origine nervosa di cui avevano patito molti personaggi illustri vissuti prima di lui, fra i quali lo stesso Napoleone. Hitler comunque, proprio per questo suo credersi un cardiopatico di prima categoria, si sentiva angosciato allorché saliva oltre i duemila metri e aveva finito con il disertare il casalingo «Adlerhorst» dirimpetto a Berchtesgaden. Eppure, onde evitare il male delle altezze e per non dover costeggiare strapiombi, aveva fatto costruire un grosso ascensore che portava fino alla sommità e che correva entro la roccia...
Certo, come paziente, il nostro personaggio non doveva essere l'ideale. Piuttosto ingombrante e assai delicato a maneggiarsi...
A farla breve Brandt aveva deciso d'affrontarlo e di dirgli chiaro e tondo che quel poco scrupoloso Morell lo stava mandando letteralmente al creatore. Hitler lo aveva ascoltato senza far motto. Poi si era improvvisamente alzato andandosene per i fatti suoi. Brandt e Giesing, che avevano assistito alla scena, erano rimasti di sale. Poco dopo sul capo del Führersbegleitarzt Karl Brandt piovevano le fiamme del castigo: esclusione da tutti gli incarichi, licenziamento in tronco. Anche Giesing veniva allontanato dalla Cancelleria...
E non era finita lì. Il giorno 16 aprile 1945, mentre la pressione russa si faceva sempre più intensa, arrivando all'acme, Hitler aveva trovato il tempo di pensare a Brandt e di farlo arrestare: per l'ex-commissario di sanità del Reich la stella era definitivamente tramontata.
Condotto davanti a un improvvisato tribunale, in cui la parte dell'inquisitore e della pubblica accusa è sostenuta dal capo della Hitlerjugend Artur Axmann, non può neppure avere a sua disposizione un difensore. Che cosa sia questo tribunale volante è presto detto. Dal 15 febbraio 1945, in armonia con una disposizione del 26 aprile 1942 che sottraeva Hitler a qualunque obbligo nei riguardi della legge vigente in Germania e del diritto tedesco, erano stati istituiti dei tribunali volanti in modo da poter costringere, in caso d'effettiva necessità, a fare il proprio dovere tutti quei cittadini o funzionari il cui entusiasmo fosse sul punto di raffreddarsi o la cui condotta desse luogo a critiche o a riserve. In altre parole era l'applicazione della legge marziale anche alla persona in abiti borghesi. Non aveva forse Goebbels parlato di mobilitazione generale?
È lo stesso Hitler a indirizzare una lettera al tribunale che deve giudicare Brandt; in essa si dice che il medico ha perso la fede nella vittoria finale e pertanto se ne chiede la condanna a morte.
Con tutta probabilità Hitler teme che Brandt abbia un sacco di rivelazioni da fare agli americani, ai quali vuole consegnarsi. Non per nulla egli ha da tempo inviato la moglie in un villaggio rimasto un po' fuori dalla guerra e che, data la vicinanza al fronte alleato, sta per cadere intatto in mano angloamericana. Ma dietro la lettera di Hitler c'è, come sempre accade in questi ultimi tempi, la longa manus dj Bormann, la vera eminenza grigia del bunker. E Axmann, nonostante non voglia affatto infierire contro un uomo verso il quale ha ben scarse prove, tuttavia si vede costretto fra l'incudine e il martello. Fra i documenti allegati al processo e che dimostrano lo stato di indegnità di Brandt, l'unico ad avere un qualche peso è il rapporto sulla situazione della Germania dal punto di vista sanitario, inviato a Hitler il giorno 2 aprile. In margine al foglio, d'una chiarezza esemplare, di proprio pugno Hitler ha scritto epiteti come «porco», «mentitore», «traditore», eccetera.
Axmann di fronte a questa evidente prova di disfattismo dirà solo una cosa: Brandt non pensa come noi, quindi deve essere condannato. E il Begleitarzt del Führer prende la strada delle prigioni dj Kiel in attesa di subire la sua sorte: condanna a morte.
Intanto però la guerra volge davvero alla fine. Gli americani arrivano a Kiel e tirano fuori dalle carceri il nostro uomo; Brandt emette un sospiro di sollievo; ma è scritto nel libro del destino che egli debba passare dalla padella nella brace: tirato fuori da un cappio vi ritornerà per le sue colpe come commissario della sanità del Reich...
Ma è tutto chiaro allora: dove sta l'enigma Brandt di cui i biografi di Hitler hanno spesso parlato? L'enigma è nel ruolo che due donne, Eva Braun e sua sorella Gretl, hanno avuto nella faccenda. Nonostante l'ammirazione tardiva, Brandt sapeva troppo su Eva, avendola curata lui negli ultimi tempi. Che cosa sarebbe avvenuto se il medico avesse deciso di rivelare agli americani quello che sapeva sulla donna di Hitler? Ricordiamo, infatti, che Eva aveva sofferto di quello che sua madre definirà con l'espressione «costituzione minuta»; ovvero gli organi sessuali sarebbero stati «infantili» e, per ovviare alla cosa, da tempo si sarebbe fatta sottoporre a una serie di interventi. Ma c'è di più. Himmler parlando con Schellenberg aveva accennato all'esistenza di un rapporto fattogli da una persona dell'ambiente che conosceva molto bene il Führer: in esso c'era scritto a chiare lettere che Hitler soffriva di sifilide non curata a tempo e contratta nei lontani tempi di Monaco. La fonte, avrebbe arguito Schellenberg, non poteva essere che Brandt. Da qui la condanna duplice: di Eva da una parte, di Hitler dall'altra. La tesi è abbastanza verosimile soprattutto per quel che concerne Hitler. Che avviandosi verso la maturità egli abbia avuto un contatto con le prostitute da quattro soldi che rappresentavano l'unico sfogo dei soldati e degli sbandati reduci dal fronte è un dato di fatto ormai assodato. E daterebbe appunto da allora, essendosi buscato la malattia celtica, il suo rifiuto, più psicologico che reale, di ulteriori rapporti. E per quanto Schellenberg insista sul fatto che i sonni del Führer erano qualche volta rallegrati dalla presenza femminile, noi, sulla base di numerose testimonianze e dalle parole di molti che gli furono accanto (en passant ricordiamo, per esempio, che Vittorio Emanuele III aveva avuto la netta impressione, durante la visita italiana di Hitler, che si trattasse di un... degenerato) tendiamo a credere che dall'epoca del contagio in avanti Hitler fosse totalmente incapace di un vero rapporto sessuale.
Concludiamo adesso con un flash su Morell, tanto per fare pendant con la fine di Brandt. Ficcato in un campo di concentramento americano, semiparalizzato, corpulento, flaccido, Morell terminerà i suoi giorni nella maniera più miseranda...
Ma torniamo a Berlino. Lunedì 16 aprile, giorno della condanna di Brandt, i russi hanno iniziato, alle tre del mattino, come abbiamo detto in apertura di capitolo, l'attacco contro la capitale del Terzo Reich. Questa non conosceva ancora i morsi della fame, della carestia. La vita non si era ancora trasferita nelle cantine, poteva ancora svolgersi fra un rifugio e l'altro. Ma i berlinesi erano davvero stanchi, affaticati. La città era tutta una barricata. Decine di autobus a due piani erano stati riempiti di mattoni, macerie, detriti e messi di traverso a sbarrare le vie. Qualunque cosa, purché servisse, era stata messa a far mucchio: dalle suppellettili sfondate delle case diroccate, alle automobili ridotte a rottami inservibili, ai sacchetti di sabbia, ai calcinacci. Le barricate avevano perciò un tale aspetto di rabberciato e di provvisorio che con notevole senso di humour circolava questa barzelletta:

- Lo sai perché i russi avranno bisogno di un'ora e due minuti per conquistare la città?
- ???
- Ma è semplice; l'ora la passeranno a contemplare queste barricate e a riderci su; i due minuti li impiegheranno a spazzarle via.


Viceversa le risate non se le faranno i russi ma i berlinesi. Nonostante le storie terribili di stupri e di follia collettiva, a dispetto dei rovesci subiti, delle morti, delle disgrazie, dei cadaveri il cui lezzo ammorba la città, i berlinesi che assisteranno allo sfilare delle truppe russe sghignazzeranno incoscienti vedendo quei carri armati, quei soldati male in arnese, quei rozzi fucili, quei rudimentali mortai; e scuoteranno la testa increduli, maledicendo il destino e non rendendosi conto che sotto quella rozzezza si nascondeva la tremenda efficienza delle katiusce, dei T 34, dei parabellum che anche in mezzo alla neve, con temperature di gelo, nel fango, avevano continuato a sparare mentre i gioielli della tecnica tedesca si erano subito inceppati...
E torniamo ai russi o, meglio, al loro secondo fronte che si sposta in direzione di Berlino. È in questa fase che si colloca il tentativo di Heinrici, uno dei generali dell'ultima ora, colui che aveva sostituito Kübler, allorché nel gennaio 1942 quest'ultimo sì era ritirato con il volto disfatto e ì nervi a pezzi dopo aver comandato la 4a armata soltanto per tre settimane: la tensione sul fronte russo era tale che anche la tempra di un generale poteva fare cilecca.
Negli ultimi giorni di lotta è dunque Heinrici a cercare di imbastire una difesa qualsiasi sulla linea Oder-Elba. Ma secondo lui un bubbone come quello di Berlino deve scomparire: in altre parole la città deve esser lasciata cadere in mano al nemico per evitare di concentrare in essa truppe preziose e di congelare il fronte in un punto che può essere tagliato fuori da un istante all'altro. Il ragionamento del generale Gotthard Heinrici non fa una grinza: è ineccepibile. Ma Hitler non vuol sentire ragioni. Per lui la caduta di Berlino equivale al crollo della Germania e basta.
Il panorama strategico non sarebbe completo, se non nominassimo a questo punto i tentativi dell'armata del generale Busse, che si trova incastrata in un triangolo operativo fra Beeskow-Lübben-Zossen, di spezzare l'accerchiamento in modo da tentare la resa agli americani che sono attestati sull'Elba. Questo della resa agli americani e non ai russi è il chiodo fisso di tutti i comandanti tedeschi. Forse per non dover subire l'umiliazione di una resa a truppe che hanno sempre considerato inferiori, forse, più in armonia con la realtà, per evitare che i propri soldati vengano deportati nelle più lontane regioni della Siberia, i superstiti dell'OKW e i generali in campo fanno l'impossibile per sottrarsi alla tenaglia russa e rifluire verso sud-ovest. Che vi siano americani, inglesi o francesi non ha la minima importanza: dopotutto si tratta di europei o dei loro figli e da essi non possono aver nulla da temere; ma dai russi che considerano slavi e parenti... dei barbari essi si aspettano il peggio.
Fra i miti dell'ultima ora c'è anche quello dell'armata Steiner, un generale SS che sta riunendo tutti i reparti sbandati o decimati per ricostituire un'unità in grado di combattere. Ma il progetto Steiner sarà sabotato da Himmler. Comunque Hitler su questo generale e sui suoi soldati raccogliticci fa un affidamento cieco; dal suo bunker egli non può vedere né sapere quello che avviene sopra la sua testa.
Si arriva così al giorno 20 aprile, quello del malinconico compleanno. Il Führer ha puntato le ultime monetine sul numero di Wenck, il comandante della 12a armata fatta da veterani e da ragazzini e che crede debba poter liberare la città assediata. Berlino ha già preso, a causa degli incessanti bombardamenti, l'aspetto che le rimarrà appiccicato addosso come un volto deturpato dalla lebbra. Oltre un milione di persone l'hanno abbandonata con ogni mezzo, incominciando a ingorgare le strade ancora percorribili. Il giorno 20 duemila profughi abbandonano le case semidistrutte e partono anche loro verso l'ignoto, con la speranza che gli aerei russi non facciano scempio dall'alto. Una casa su tre è distrutta. Si comincia la vita nelle cantine, nei rifugi, nei ricoveri della sotterranea. Berlino è 84 milioni di metri cubi di macerie...
«Centinaia di migliaia di esseri umani - scriverà il Boldt - passano sulla grande strada maestra, chi con il cavallo o col carretto, chi in bicicletta, sospingendo una carriola, una carrozzella per bambini, la maggior parte della gente a piedi.»
Queste colonne di disperati filtrano attraverso gli ultimi sbarramenti di carri armati. In questo mare di desolazione e di squallore c'è una nota patetica: sulle barricate alcuni bambini giocano alle guerra brandendo spade di legno ed elmetti di cartone... Solo un sottilissimo cordone ombelicale, largo non più di una quindicina di chilometri, unisce adesso Berlino con il sud; ma può venir tagliato da un momento all'altro, non essendovi sufficienti truppe a difenderlo.
Ormai è lontana anche l'effimera euforia che aveva colto gli intimi di Hitler e la popolazione all'annuncio della morte di Roosevelt. Per loro avrebbe dovuto essere l'imminente segno della debolezza statunitense. Ma si erano dimenticati che morto un presidente se ne elegge un altro.
Eppure Frau Inge Haberzettel, che lavorava nella stessa stanza della segretaria particolare di Goebbels, Fräulein Hildebrandt, si ricorda con precisione alcuni particolari interessanti:
«Rammento bene quel venerdì 13 aprile. Tutte le settimane Goebbels visitava il fronte orientale per parlare alle truppe, portando loro sigarette, cognac e libri. Quel giorno era stato a Kuestrin. Mentre lui era sulla via del ritorno noi venimmo informati della morte del presidente Roosevelt. Goebbels, come al solito, arrivò a Berlino che era ormai notte inoltrata. C'era un violento bombardamento aereo e la Cancelleria e l'Hotel Adlon erano in fiamme. Lo incontrammo sulla scalinata del ministero della propaganda e un giornalista gli disse: «Herr Reichsminister, Roosevelt è defunto». Goebbels stette per un momento immobile, come trasfigurato. Non dimenticherò mai l'espressione del suo volto illuminato dai bagliori di Berlino che ardeva. «Ora - disse - portate il miglior champagne che abbiamo e telefoniamo al Führer»». Entrammo nello studio e lo champagne fu servito. Goebbels si mise in comunicazione telefonica con Hitler per mezzo della linea privata e disse: «Mio Führer, mi rallegro con voi: Roosevelt è morto. È scritto nelle stelle che la seconda metà di aprile ci apporterà un grande miglioramento. Oggi è venerdì 13 aprile: è il momento della svolta decisiva». Hitler bofonchiò qualcosa poi Goebbels riattaccò. Era raggiante...»
Ma la seconda metà di aprile avrebbe portato tutto fuorché un po' di sollievo alle martoriate popolazioni della Germania a brandelli: la guerra era ormai irrimediabilmente perduta e nemmeno il miracolo dei miracoli avrebbe potuto salvarla; neppure se fossero stati colti da collasso o da emorragia cerebrale gli altri partner come Stalin o Churchill. Ora le sorti del Terzo Reich risiedevano unicamente nella maggiore o minore volontà di clemenza dei vincitori. Malauguratamente per quei milioni di tedeschi che non avevano avuto la minima parte in causa con la nefasta pagina dei campi di sterminio, l'orrore per quello che le autorità alleate faranno vedere, sollevando il sudario sugli scheletri viventi o sui massacri più efferati, sarà tale da coinvolgere in un odio collettivo tutta la nazione di lingua tedesca. Il razzismo si era dunque ritorto come un boomerang contro gli stessi che l'avevano brandito sbandierandolo ai quattro venti.
Il ventidue aprile Hitler raduna per l'ultima volta i rappresentanti del partito, dello stato e dell'esercito. Relatori sono il generale Jodl (che verrà impiccato a Norimberga) e Krebs (che si suiciderà). I sobborghi berlinesi di Lichtenberg, Niederschönhausen, Frohnau sono già teatro di battaglie e di violentissimi scontri. Non c'è bisogno di buttarsi a contemplare una cartina per capire che l'accerchiamento di Berlino è questione di giorni, se non addirittura di ore. Hitler crede tuttora nella «missione Steiner». Wo ist Steiner? Nessuno lo sa... Ma, insomma, questo Steiner combatte o no? Per l'ordine di attacco firmato da Hitler il giorno 20 sono state mobilitate tutte le forze disponibili nella capitale, sottraendole a importanti punti nevralgici di difesa: e tutto ciò per venire incontro al tentativo di Steiner, un modo per spezzare in due il saliente dell'attacco russo su Oranienburg. Sguarnite le ultime difese in favore di un fantasma, i russi avevano avuto campo libero e i loro T 34 si erano affacciati indisturbati alle porte della città. È la fine, ma è anche il momento della più celebre scenata di Hitler, tante volte descritta nei memoriali e nelle biografie sul defunto dittatore.
Ne riportiamo pertanto la descrizione più classica, quella del Trevor-Roper che si basa sui resoconti e sulle testimonianze di Keitel, Jodl, Christian, Freytag-Lorighoven, Lorenz, Herrgesell, von Below e Fräulein Krüger:
«Hitler andò su tutte le furie, urlò che era stato abbandonato. Inveì contro l'esercito; affermò che tutti erano dei traditori; parlò di tradimento, di insuccesso, di corruzione e di menzogne generali, finché, esausto, disse che la fine era giunta. Da ultimo riconobbe per la prima volta di non aver più alcuna speranza nella propria missione. Tutto era finito: il Terzo Reich era un fallimento e al suo fondatore non restava altro che morire. Ormai non aveva più dubbi; non sarebbe partito per il sud. Chiunque lo avesse voluto poteva andarsene. Quanto a lui sarebbe rimasto a Berlino ad aspettare la fine...»
E, abbandonato ogni ritegno, Hitler le cui gambe tremavano di un tremito convulso, le cui mani non riuscivano a star ferme, gonfio di sonno e di stanchezza, pallido come un morto, aveva singhiozzato come un bambino. Di fronte all'irreparabile quest'uomo dalla volontà veramente fuori del comune, dai nervi che erano riusciti a dominare situazioni che avrebbero fatto impazzire chiunque, piangeva senza vergogna, spettacolo miserando per sé e per gli altri.
Questi altri sono coloro i quali, dopo il primo sbalordimento, gli si fanno attorno cercando di consolarlo, di esortarlo a partire per il sud, ad abbandonare la città. Dopotutto è l'unica autorità della Germania, la quale senza di lui si troverebbe decapitata alla mercé delle volontà dissidenti, e in lite fra loro, degli occupanti. Ma Hitler è irremovibile. Ha deciso di morire: ecco tutto.

Capitolo VII - Ruit hora

Fig. 7. Il lager di Terezin.

«Prima di morire dispongo che l'ex-maresciallo del Reich, Hermann Göring venga espulso dal partito e privato di tutti i diritti già conferitigli nel decreto del 20 giugno 1941. In sua vece nomino presidente del Reich e comandante supremo delle forze armate l'ammiraglio Doenitz...»
«Prima di morire dispongo che l'ex-Reichsführer SS e ministro degli interni Heinrich Himmler venga espulso dal partito e privato di tutte le cariche dello stato che egli attualmente detiene.»
Sono frasi del testamento di Hitler, scritto a macchina con quei soliti caratteri più grandi del consueto e la carta con l'intestazione «Kanzlei des Führers der NSDAP», cancelleria del Führer del partito nazionalsocialista tedesco del lavoro. Si tratta della «letzter Wille», dell'ultima volontà; non si tratta beninteso del testamento privato, personale, ma di quello cosiddetto politico. Infatti, il documento in cui Hitler dava comunicazione ai suoi intimi delle ultime volontà riguardanti le sue cose, le persone che gli erano legate da vincoli d'affetto, i quadri, eccetera, cominciava con altre parole e riguardava la ristretta sfera privata della vita del dittatore; una brutta frase, d'accordo, ma come si potrebbe definire altrimenti l'estrema povertà, la scarsissima influenza dell'uomo Hitler in rapporto al Führer Hitler? In tutti quegli anni di governo, di spietato dispotismo, Adolf Hitler non si è appropriato di un becco d'un quattrino. Il suo guardaroba è simile a quello d'un piccolissimo borghese dalle finanze tutt'altro che floride, pochi vestiti e malconci per giunta, poiché a lui un abito conservava la piega per un paio d'ore al più, dopodiché era ridotto a un sacco informe. I suoi quadri... Ma è inutile andare avanti nel commento, lasciamo piuttosto parlare questo testamento, guardiamone i passi salienti e attraverso le sue righe capiremo qualcosa dell'incredibile psicologia di questo personaggio.
«Da ich in den Jahren des Kampfes glaubte, es nicht... Negli anni di lotta era mia convinzione che non mi sarei potuto accollare la responsabilità del matrimonio; ma adesso prima di metter fine alla mia esistenza ho deciso di prendere in moglie la donna che dopo molti anni di sincera amicizia è venuta di sua spontanea volontà (freiem Willen) in questa città assediata per dividere la mia sorte. Sie geht auf ihren Wunsch... Per suo desiderio, come mia sposa, morirà con me. Ciò ci ripagherà di quanto abbiamo perduto a causa della mia attività al servizio del popolo.»
«Le mie proprietà, se hanno un qualche valore, vanno al partito, o se questo non esisterà più allo stato. Se anche lo stato verrà distrutto non occorrono ulteriori mie disposizioni. I quadri delle collezioni da me acquistati nel corso degli ultimi anni non li ho raccolti per mio uso privato (niemals für private Zwecke) bensì per creare nella mia città natale di Linz sul Donau (Danubio) una galleria...»
Vuole inoltre che sia incaricato come esecutore testamentario il fedele Bormann, Parteigenossen, compagno di partito; a lui chiede che ai parenti venga consegnato quello che c'è in fatto di ricordi personali e quanto basta per assicurare loro un tenore di vita piccolo borghese; questi parenti sono la madre di Eva e sua sorella Paula. La decisione di morire è dovuta alla necessità di non dover subire la vergogna della disfatta o della resa. Ultimo desiderio è quello che i corpi siano cremati nello stesso luogo in cui sono stati curati gli interessi del popolo tedesco: la Cancelleria.
Tutto qui. Il terrore d'Europa si portava con sé, nella tomba, ciò che di più intimo, di più segreto vi era nell'animo suo; e, per macabra volontà della sorte che aveva voluto innalzarlo sugli altari, il suo corpo non potrà neppure riposare sotto una spanna di terra, ma sarà gettato in una buca alla stessa stregua della carogna del suo cane. La più lucida e spietata, crudele intelligenza del secolo ventesimo avrà la sepoltura di un appestato medievale.
Ma riprendiamo adesso in mano l'altro testamento, quello politico, destinato alla posterità. Anche qui è ribadito il concetto della morte come unica via d'uscita, unica alternativa alla resa, al disonore. Hitler bolla poi a fuoco Himmler e Göring colpevoli di aver negoziato a sua insaputa e contro la sua volontà con il nemico, tentando anche di assumere illegalmente il controllo dello stato: questa è un'onta incancellabile. Goebbels, colui che nutriva la speranza di diventare successore del Führer, ma che in realtà adesso che il suo capo, la mente direttrice stava per morire, si sentiva come un pesce fuor d'acqua, è nominato cancelliere. Presidente del Reich e comandante delle forze armate, è come abbiamo già anticipato riportando le parole del testamento, Doenitz. In altri termini Hitler scinde in due quelle che erano state le sue principali prerogative, ritenendo che una sola persona non avrebbe avuto la forza e la resistenza necessarie a mandare avanti la baracca come lui aveva fatto fino a quel momento. Anche qui, presunzione a parte, non si sbagliava. Nessuno che non avesse avuto, come lui, una spasmodica resistenza, una mostruosa capacità sintetica e al tempo stesso un'intuizione quasi diabolica, avrebbe potuto veder tutto, controllare tutto, saper tutto. Si è detto spesso che Hitler, delegando la maggior parte dei compiti ai suoi giannizzeri venisse un po' a trovarsi fuori del suo stato, non sapendo neppure ciò che accadeva nei campi di sterminio o quello che stava combinando il ministero della propaganda. Per quanto pochi uomini abbiano goduto di un'illimitata sfera d'influenza come i maggiori satrapi nazisti, pure Adolf Hitler sapeva vita, morte e miracoli ed era perfettamente al corrente minuto per minuto di ciò che accadeva anche nelle più lontane parti del Reich. Solo negli ultimissimi giorni di guerra, con le terre sconvolte, i contatti impediti dalla fulminea avanzata delle truppe alleate, la sua rete informativa perderà alcune maglie, si farà più rada e meno efficiente; ma ciò rientra nella logica delle cose: Hitler non era un medium...
Ma nonostante le indubbie e innegabili capacità, o fidando troppo in esse e troppo poco in quelle dei suoi avversari o dei collaboratori, Hitler non era riuscito a trasformare il fuoco d'artificio dei successi iniziali in conquiste sicure e durature. Ovunque si erano spinte le truppe tedesche avevano raccolto soltanto odio e per giunta non erano riuscite nemmeno a garantirsi la fedeltà dei propri alleati. Italiani e tedeschi si guardavano in cagnesco, pronti ad ammazzarsi l'un l'altro; romeni e ungheresi avevano combattuto sempre più di malavoglia e lo stesso dicasi delle truppe ausiliarie serbe o ucraine (i cosiddetti cavalieri dell'Est...). Le uniche ad aver dato buona prova erano state le SS fiamminghe, quasi tutte volontarie, o quelle vallone e in genere tutti gli stranieri arruolatisi sotto la bandiera personale di Himmler. Destinati a venire uccisi non cadevano mai prigionieri e neppure ne facevano. Per loro vigeva la legge del mitra. Se non fosse stato per la presenza minacciosa delle fanatiche guardie di Heinrich Himmler nemmeno l'esercito avrebbe potuto evitare un cedimento pericoloso, un subdolo disfattismo. Sul ruolo sanguinario delle SS straniere, sul cieco fanatismo, sulla loro disperata resistenza si potrebbe scrivere tutto un volume.
Comunque sia, assediati da ogni parte, destinati a guardarsi alle spalle, circondati da un odio inestinguibile, gli effettivi del Terzo Reich avevano dapprima segnato il passo, poi l'ondata della loro piena si era progressivamente ritirata, lasciando unicamente un suolo bruciato, una terra cosparsa di cadaveri.
Nella primavera del 1945, del Reich che avrebbe dovuto essere millenario non rimaneva più nulla, mentre il suo araldo era ridotto in uno stato pietoso.
L'agonia a dire la verità era cominciata nel mese di marzo. L'Alta Slesia era ridotta a un cumulo di macerie fumanti, in mano al nemico; la Ruhr con tutti i suoi impianti industriali era perduta, i campi petroliferi della Romania erano caduti sotto il controllo russo, le industrie tedesche erano continuamente disorganizzate dai bombardamenti, il carburante cominciava ad essere centellinato come una medicina e a rappresentare l'incubo costante di tutte le unità ridotte all'immobilismo. Si favoleggiava continuamente di armi segrete, quelle che avrebbero dovuto capovolgere le sorti della guerra; ma si cominciava anche a pagare gli errori dell'inetto Göring e della miope politica hitleriana in fatto di difesa. La genialità di Hitler, che aveva con mosse sbalorditive messo in ginocchio nazioni come la Francia, il Belgio, l'Olanda, la Danimarca, la Norvegia, la Polonia, la Cecoslovacchia, si era rivelata un boomerang dal pesante risvolto. Pensando sempre all'offesa, Hitler aveva completamente trascurato il fattore difesa; pensando ai bombardieri aveva negletto i caccia o gli intercettatori, sognando le superarmi aveva messo in un angolo certi mezzi operativi semiconvenzionali ma efficacissimi. Preoccupato di vivere troppo poco, aveva finito per dare un giro di vite troppo stretto e brusco all'intera macchina bellica, finché il filetto si era spanato e la vite era divenuta inutilizzabile.
Proprio lui, che aveva canzonato i generali del passato che si erano lasciati sorprendere contemporaneamente su due fronti, rimarrà chiuso in una morsa letale fra le truppe d'oriente e quelle d'occidente.
Le basi di lancio delle ingombranti e poco efficaci V1 o V2 erano cadute una dopo l'altra in mano americana; gli statunitensi, che deriveranno da lì i loro primi programmi spaziali, avevano mangiato la foglia e compreso l'importanza di quegli ordigni ancora imperfetti ma che con un po' di tempo (quello che era mancato ai tecnici di Hitler) avrebbero potuto rivelare delle notevoli sorprese, e li avevano impacchettati portandoseli oltre Atlantico.
I favolosi caccia a reazione, prodigio dell'industria bellica tedesca, non potevano levarsi in volo, non essendo state approntate apposite piste mimetizzate e sotterranee, quelle di superficie essendo continuamente sconvolte dalle bombe.
A parte il problema tecnico di costruire lunghi nastri di cemento con innumerevoli sfiatatoi laterali per spegnere le vibrazioni sonore, questi caccia avrebbero dovuto essere impiegati molto prima, al tempo dei primissimi bombardieri alleati sul suolo tedesco e non alla fine del conflitto, quando l'aviazione alleata spadroneggiava nei cieli di tutto il Reich.
II programma del varo dei sommergibili aveva subito considerevoli rallentamenti, mandando in bestia Doenitz, mentre la bomba atomica, allo studio, era ancora di là da venire avendo subito considerevoli ritardi nella costruzione. Morale: peggio di così non poteva andare, tanto che già il giorno 8 febbraio le armate americane comandate da Eisenhower erano giunte al Reno. Rundsted, il feldmaresciallo che comandava il fronte occidentale e le cui fotografie venivano regalate in premio ai soldati, era stato destituito poco dopo con il feldmaresciallo Kesselring il quale aveva dato buona prova di sé sul fronte italiano. Otto ufficiali tedeschi perderanno comunque la vita, giustiziati da un tribunale speciale presieduto dal generale Hübner per aver consentito il passaggio degli americani su un ponte, quello di Remagen. Ma, condanne per sabotaggio a parte, lo stesso spirito combattivo dell'esercito tedesco era stato soffocato, messo a tacere, umiliato e ridotto ormai all'ombra di se stesso.
A dire il vero l'umiliazione era già cominciata molto tempo prima. «Lassen Sie die Pferde denken!» gridava il sergente alla recluta, allorché questa osava emettere un timido «io penso» o faceva una pallida obiezione. Lascia pensare i cavalli; essi sì che hanno la testa grossa, ma tu, marmittone dal piccolo cranio brachicefalo stai zitto. E così il tedesco in divisa s'era disabituato a pensare. Frutto dell'educazione prussiana, si dirà. Ma se il soldato non poteva, né doveva, aver cervello, la critica da parte degli ufficiali subalterni era sempre accettata, anzi gradita.
Era stata una delle regole fondamentali, uno dei pilastri della milizia di Prussia. L'ufficiale partecipava di persona all'azione, s'immedesimava nel proprio compito e finiva per metterci tutto se stesso. Con i principi del Terzo Reich la musica invece cambia. Sola mente strategica è quella di Hitler, unico a capire, a giudicare, ad aver sempre ragione. Solo lui era in grado di capirci qualcosa in fatto di tattica e di strategia e a onor del vero i successi iniziali gli daranno ragione. Ma i guai, come spesso accade dove l'audacia e il sangue freddo, l'astuzia e la sorpresa hanno il sopravvento sul metodo e sulla tradizione, verranno dopo, una volta svaniti i fumi del botto, al momento di concludere e di tirare i remi in barca. E saranno guaì seri, sarà la rovina della Germania. Un generale come Guderian si vedrà tappare la bocca nel più sciocco dei modi e la più alta mente strategica dell'Europa di allora, von Brauchitsch, sarà tenuto completamente in non cale.
E quando i calcinacci cominceranno a piovere dai soffitti sul capo dei generali tedeschi Hitler inveirà ai quattro venti, urlerà di esser stato tradito, sabotato, osteggiato. Sono i giorni incredibili dell'aprile 1945...

È il 20, data del compleanno di Hitler...
II Führer voleva come di consueto recarsi al Berghof. Qui, contava, avrebbe diretto l'ultima resistenza; l'ultima freccia del suo arco sarebbe partita dalle montagne del confine bavarese prospiciente l'Austria. La via verso l'Austria era già stata intrapresa da colonne di mezzi militari, di staffette, di personale a bordo di lunghe Mercedes; una di queste aveva portato in tutta fretta anche i domestici: segno che Hitler intendeva davvero abbandonare il suolo di Berlino, che scottava e si era fatto troppo pericoloso. Ma la fine era ormai alle porte; solo un budello, un minuscolo corridoio univa la Germania del nord a quella del sud e i russi non minacciavano solamente la Cancelleria del Reich, ma erano già alle porte di Vienna.
Presto avrebbero dilagato nella capitale del vecchio regno austro-ungarico e avrebbero dato la stura ai più violenti timori e alle accuse più dure. Dell'occupazione russa di Vienna rimarrà soprattutto un episodio che farà il giro dell'ex-capitale. Lo anticipiamo qui, tanto per rasserenare l'atmosfera. Un gruppo di russi provenienti, pare, dall'Uzbekistan, entrato nella cinta viennese scopre il tram. Non ne aveva mai visto uno; è una vera rivelazione; quel veicolo che sta di fronte ai loro occhi è, nonostante tutto, ancora in grado di funzionare; vi montano sopra; lo perlustrano in lungo e in largo; avanti e indietro. Il più intraprendente riesce anche a scovare un conducente, più morto che vivo, un vecchietto il quale ha con tutta probabilità la stessa età della carrozza tranviaria. Detto e fatto. Sotto la persuasiva minaccia del mitra, il malcapitato è costretto a impugnare il reostato e a scarrozzare il drappello. I russi dell'Uzbekistan, folli di gioia, in piedi sulle panche, il corpo semiriverso fuori del finestrino, appollaiati sui predellini, ebbri dalla contentezza per tutta la giornata festeggiano la scoperta, facendo più volte il giro dell'isolato, sparacchiando in aria e creando il vuoto di fronte alla carrozza lanciata a corsa pazza sui binari consunti.
A corsa pazza vanno anche gli automezzi di Hitler in direzione di Berchtesgaden... Una corsa inutile, perché mai più il Führer rivedrà il suo recesso fra i monti. Gli inglesi sono alle porte di Amburgo, minacciano Brema, stanno tagliando fuori le truppe di stanza nello Jutland e in Norvegia. Sono anche arrivati nell'Italia centrale e stanno dirigendosi a tappe forzate verso quella settentrionale. In Bologna sono già apparse le prime avanguardie polacche del generale Anders seguite dai soldati inquadrati sotto il comando del generale Utili: italiani che hanno accettato di combattere al fianco degli americani e che si sono già battuti a Montelungo, Cassino, Filottrano...
La vita di Hitler e dei suoi si svolgeva prevalentemente sottoterra. Le cannonate cominciavano infatti a piovere sulla città e gli aerei non risparmiavano le loro incursioni. Tutta la zona della Cancelleria era ridotta a una specie di rifugio per talpe. Oltre al bunker personale di Hitler, situato in corrispondenza del giardino, c'era il reticolo dei sotterranei della Cancelleria, dove il dottor Sturmpfegger aveva creato un posto di pronto soccorso e dove si trovavano alcuni servizi. C'era poi il bunker personale di Bormann e della cancelleria del partito, quello del brigadeführer Mohnke e del suo stato maggiore, c'era quello degli ufficiali SS... Nessuna meraviglia. Tutta la vita, a Berlino, nell'aprile del 1945, si svolgeva nelle cantine. Ecco le cantine del ministero della propaganda, dove lavorano gli uomini di Goebbels, ecco quelle dei vari uffici dell'esercito dove stavano i comandi della cintura, l'ultima, che difendeva il centro della capitale.
Capire in quella bolgia, avere una visione chiara degli avvenimenti, era praticamente impossibile. Solo un perfetto funzionamento dei servizi logistici avrebbe permesso di seguire una situazione che si andava deteriorando ora per ora, minuto per minuto. Dal suo bunker Hitler poteva fare ben poco, come abbiamo già detto, senza contare che i suoi ordini non avevano ora quell'efficacia che avrebbero dovuto avere per porre rimedio alla catastrofica resa dei conti. Anziché delegare al massimo i poteri ai suoi generali, lasciandoli arbitri di decidere una resistenza flessibile, caso per caso, settore per settore, a seconda delle pressioni del nemico e delle zone più vulnerabili, Hitler si intestardisce a dirottare ora di qua ora di là i contingenti di truppe. Non lo fa per errore, lo fa per insufficiente informazione, dato che le sue carte al momento stesso in cui sono redatte sono già superate. Basta una bomba ben centrata a impedire un movimento di truppe, a bloccare un rifornimento.
Ben altrimenti i tedeschi si erano comportati, in fatto di informazioni, sul fronte orientale. È lo stesso Boldt, già da noi citato, a darcene un quadro esatto:
«...centinaia e centinaia di informazioni avute da prigionieri, da disertori, da uomini dei servizi informativi, da truppe di controllo paracadutate al di là delle linee e in più la ricognizione radiofonica, aerea, telefonica, tattica, le dichiarazioni dei civili, l'utilizzazione dei ruolini dei soldati fatti prigionieri, davano un quadro della posizione del nemico che poteva servire come base per programmare e decidere le operazioni. Con esattezza e persino con pignoleria si doveva mettere insieme e disporre ogni pezzo di questo mosaico, dopo accurati controlli e confronti, per avere il panorama generale dell'avanzata nemica in un particolare settore del fronte.»
Con un lavoro di questo tipo, durato anni, il generale Gehlen era arrivato ad avere una veduta panoramica quasi completa dei reparti russi, delle loro forze, del loro equipaggiamento, delle munizioni e dei mezzi. Erano documenti davvero eccezionali su tutto il potenziale del nemico, sul materiale inviato dagli alleati angloamericani, sull'aviazione e sul morale della truppa. Si arrivava quindi a conoscere anche la data in cui il nemico avrebbe sferrato il suo attacco, avrebbe gettato nella mischia i suoi reparti. Tutto si sapeva con una chiarezza che spaventava; e la paura veniva dal numero. A guerra finita, un ufficiale che aveva comandato una compagnia sul fronte orientale dirà di aver vomitato anche l'anima di fronte alla carneficina che le mitragliatrici dei suoi uomini compivano fra le file nemiche; ma annientata una ondata, rintuzzato il saliente di un attacco, ecco presentarsi un'altra fila di uomini, anch'essa falciata nel giro di pochi minuti, e poi un'altra e un'altra ancora, finché la marea di quel sangue saliva, saliva a bloccarti lo stomaco, a sconvolgerti le viscere, a farti perdere il senno.
Era questa massa di uomini, di una nazione la quale pagherà il più alto tributo di vite umane (si calcola, ma i dati non sono ufficiali, che la Russia abbia avuto quindici milioni di morti fra militari e civili, una cifra da dare il capogiro), a far venire gli incubi ai generali tedeschi. Più si sparava più ne spuntavano da tutte le parti. Anche se si conosceva l'esatta ubicazione dei reparti, la data dell'attacco, il modo con cui le truppe sarebbero avanzate, il problema era questo: come si sarebbe potuto resistere alla pressione di quella valanga umana?
Ritorniamo al Boldt.
«Guderian - dice l'ex-ordinanza - aveva fatto a Hitler un quadro assai preciso della situazione; non c'era possibilità di equivoco. E ne dava anche degli esempi probanti; uno di questi era stato il quadro delle teste di ponte sovietiche sulla Vistola verso occidente, a Warka, Pulawy e Baranow. Da una quantità di informazioni risultava senza possibilità di dubbio - dice Boldt - che i russi in quella zona avrebbero attaccato il 12 gennaio, proprio dalle tre teste di ponte. Si conoscevano con esattezza i numeri e i nomi dei reparti, le loro forze in uomini e materiali. Il concentramento di forze russe in queste tre teste di ponte era incredibile. Per rendere ciò ancora più chiaro ed evidente a Hitler, il generale Gehlen aveva fatto disegnare delle carte con simboli di carri, truppe, artiglieria, e aerei: si vedevano così, sulle carte, piccoli soldati, mezzi blindati, cannoni tedeschi di fronte a soldati, mezzi blindati, cannoni russi da cinque a dieci volte più grandi e accanto ai disegni erano di volta in volta indicati i quantitativi esatti.» Il 9 gennaio 1945 Hitler aveva ancora una volta ricevuto Guderian sul Taunus, nel famoso Adlerhorst, nel nido d'aquila situato sopra Bad Nauheim. Era il terzo incontro, per l'esattezza...
Ma anche da quell'incontro non era venuto fuori niente di nuovo. La cocciutaggine di Hitler rimaneva quella di sempre. Hitler, insomma, rimarrà vittima di quella stessa ostinazione che gli aveva permesso di vincere i dubbi e le resistenze dei suoi generali al momento di quell'attacco lampo che avrebbe per qualche tempo fatto dell'Europa una terra di facile conquista e di lauto bottino. Preferiva il ricorso all'intuizione, alla sua capacità di sintesi, piuttosto che alla ferrea legge dei dati di fatto. Da qui la catena dei suoi errori, con tutto il corollario che ne conseguì e che tante volte è stato descritto: dapprima il rigettare ogni insuccesso sugli altri senza ammettere mai di avere torto; secondariamente la volontà di contraddire chiunque, anche se la tesi sulle prime poteva sembrargli buona (ma non era uscita dalla sua mente); terzo, l'assoluta incapacità di pensare in maniera diversa, più flessibile e aderente alla mutevolezza delle cose, specie in una guerra globale come quella da lui scatenata con l'incauto attacco alla Polonia e con la rapidità degli spostamenti di fronte, tipica di un conflitto moderno.
Hitler all'inizio vince perché si fonda sul fattore sorpresa, perché ha una perfetta organizzazione ancora intatta e fresca che coglie impreparati e di contropiede gli avversari. Un po' quello che successe - fatte le debite proporzioni - a certi nostri ufficiali che comandarono delle unità sul fronte russo. Questi - venuti fuori dalla scuola di guerra o dalla tradizione dell'esercito italiano del '15-'18 - concepivano il servizio di pattuglia come una ispezione compiuta da piccoli nuclei formati al massimo da tre persone. Grande sarà il loro stupore, quindi, allorché vedranno i russi pattugliare a gruppi di ottanta e più con un sistema davvero inusitato. Sospintisi con il favore delle tenebre proprio nei pressi delle postazioni italiane, rimanevano acquattati per ore e ore senza fiatare, senza che il minimo movimento tradisse la loro presenza. Poi, ai primissimi chiarori balzavano come molle in avanti urlando come forsennati e scagliando nugoli di bombe a mano contro quelle ridotte di cui avevano perfino ascoltato i rumori, il parlottare dei soldati nel buio. Le tecniche di guerra tedesche saranno una vera doccia fredda, insomma, per gli alleati, come il sistema di pattugliamento russo lo sarà per gli ufficiali italiani. Ciò spiega il disorientamento di nazioni tutt'altro che deboli come la Francia. Il guaio dei francesi fu di avere ufficiali che provenivano dalla vecchia scuola della guerra di posizione: tutto qui. I tedeschi invece con una guerra d'offesa rapida e mirante ai centri vitali, trascurando le sacche di resistenza e lasciandole dietro le proprie spalle, metteranno in primo piano veicoli inusitati come gli half-tracks o i semoventi in appoggio all'attacco di carri o si serviranno, fatto davvero rivoluzionario, degli alianti per le puntate con i paracadutisti. Ecco l'asso nella manica di Hitler: spregiudicatezza in politica e in tattica, in diplomazia e in strategia. Ecco perché, infine, un semplice caporale, sul quale si malignava a proposito di una croce di ferro che non avrebbe mai meritato, potrà mostrarsi al mondo come il miglior stratega del momento, ma solo finché durerà l'effetto sorpresa. Passato il primo botto, vanificatasi e persasi in mille rivoli l'ondata degli invasori, le popolazioni sconfitte - aizzate anche dalla più stolta politica d'occupazione che mai nazione abbia messo in pratica e fatta unicamente per far nascere l'odio più feroce e la volontà di resistenza più caparbia - ricomporranno le loro file e riusciranno ad impegnare di nuovo i tedeschi, con i risultati che tutti conosciamo...

La frase del testamento politico riportata all'inizio di capitolo e riguardante Göring si riferisce agli avvenimenti del pomeriggio del ventitré aprile. In tutta la città c'è un clima di terrore e nello stesso tempo di dissennatezza. Alle 10,51 del giorno 20 è stata sospesa l'erogazione della corrente elettrica, che farà una fugace apparizione soltanto per poco più di un quarto d'ora il giorno 24, per poi cessare del tutto. Il borgomastro Liffe ha dato disposizioni affinché siano sabotati tutti gli impianti del gas, dell'acqua potabile e della sotterranea. Tutti gli abitanti ricevono una sorta di razione K, quella che deve durare fino al momento in cui i russi faranno irruzione nelle case: poi Dio provvederà. In questo clima da giorno del giudizio anche il morale, anche i principi della gente superstite, cominciano a cedere, a sgretolarsi. Con quel chilo di salsiccia, i duecentocinquanta grammi di riso, i duecentocinquanta di piselli e un po' di zucchero non si va molto in là. In compenso, se comincia a scarseggiare l'acqua, abbondano le bevande alcooliche. Le SS e i militari hanno dato fondo a tutto quanto hanno trovato negli spacci, perfino al cognac medicinale o all'alcool non denaturato. Tutto serve, tanto si deve morire. E allora si vedono gruppi di soldati già brilli mettersi in caccia di una ragazza, di una donna purchessia, la invitano con loro, a brindare, a dimenticare. E tre volte su cinque la donna accetta. E nelle cantine, nelle stanzette dei bunker si fa all'amore, spasmodicamente, con furia. Forse quel ragazzo che adesso abbraccia stretta quella berlinese non più tanto giovane, domani non ci sarà più, e la donna si dà con gioia quasi patriottica, come se si trattasse di somministrare gli ultimi attimi di paradiso a un morituro, a un condannato. E ci si fanno carezze nei rifugi, incuranti della presenza altrui, tanto nessuno dice niente. La morale non esiste più: è crollata sotto le bombe, fra le macerie delle case. I russi adesso non mandano morte soltanto dal cielo (gli aerei alleati, angloamericani, hanno smesso di far cadere le loro bombe dal giorno 16 e soltanto gli apparecchi con la stella rossa continuano monotoni nelle loro incursioni), ma hanno preso a cannoneggiare a tutto spiano. E allora si dà via libera ai divertimenti. Sono sufficienti pochi minuti per dimenticare ogni cosa, per perdersi nel caldo umido del corpo di una donna. E una testimone di quei giorni di follia dirà d'aver visto perfino due abbracciati rabbiosamente sulla poltrona di un dentista... Patetico e grottesco si danno la mano.
Il ventitré aprile, uno degli ultimi giorni di vita della città che avrebbe visto i carri russi di fronte alla Cancelleria il giorno 30, Hitler riceve nel pomeriggio un radiogramma. Reca la firma di Göring. In esso si diceva semplicemente che Berlino era tagliata fuori, che Hitler non poteva conservare la sua libertà d'azione come suprema mente direttrice dello stato e che pertanto Göring si assumeva, in virtù del decreto del 29 giugno 1941, il comando dello stato e dell'esercito con tutti i pieni poteri. Se Hitler non avesse inviato una smentita - proseguiva il radiogramma - entro le ore ventidue dello stesso ventitré aprile, egli stesso, Göring avrebbe considerato la cosa come accettata. Del radiogramma era stata inviata copia al colonnello von Below e al feldmaresciallo Keitel. Ma Hitler, messo sul chi va là dall'eminenza grigia Bormann, penserà subito alla parola tradimento. Un radiogramma partito la sera stessa dal bunker espelleva ufficialmente Göring dal partito, privandolo di ogni carica e di ogni grado fino a quel momento ricoperto. Quando il grasso Hermann si presenterà davanti al colonnello Andrus per rispondere ai questionari che abbiamo già citato all'inizio di questo breve excursus, dirà dunque una pietosa bugia; al momento dell'arresto infatti Göring, privato di tutto, era semplicemente uno zero.
Il posto di comandante in capo della Luftwaffe verrà dunque preso da una delle più patetiche figure di queste ore tragiche: il comandante della sesta flottiglia aerea, colonnello generale von Greim. Un viso all'inglese, privo di labbra, la bocca come una fessura, tondo, dagli occhi azzurri, il naso piccolo, von Greim avrebbe potuto benissimo passare per un ufficiale americano o un membro della Royal Air Force. Senza neanche dirgli il perché, il generale della Luftwaffe viene convocato nel bunker della Cancelleria.
A Laerz il pilota Jürgen Bösser ha l'incarico di prelevare il generale e di farlo atterrare a Berlino. Le piste sono impraticabili, tutte una buca, un cratere. Solo qualche misera fascia rimane ancora singolarmente intatta anche se costellata lungo i bordi da grosse buche. C'è rischio di rompere il carrello o di non alzarsi affatto in volo. Per giunta gli aerei ancora disponibili e che hanno una riserva di carburante si contano sulle dita e pochi di essi sono perfettamente indenni. Occorre partire di notte, volare molto basso per non farsi scorgere, cercare di atterrare senza danni. Ma si vive in un clima da fine del mondo e tutto si fa, anche se da suicidio; tanto si deve pur morire, no?
A bordo dell'aereo, oltre a Greim e al pilota, insiste per salire a tutti i costi anche una donna piccola e minuta, il cui viso è familiare a milioni di tedeschi; si tratta di un vero asso dell'aviazione, la prima donna al mondo ad aver messo le mani sulla cloche di un elicottero e ad aver tentato con questo di librarsi dalla terrazza di una casa. Non si pensi a un elicottero nel senso che oggi attribuiamo a questa parola; quello pilotato dalla Reitsch assomigliava piuttosto a un aereo al quale avessero portato via le ali sostituendole con due sostegni per rotori; comunque è da qui che nasce il vero elicottero del dopoguerra. La Reitsch poi, è rimasta famosa per aver attraversato la catena delle Alpi con un fragile aliante, rischiando allegramente la vita sul filo delle correnti.
Un personaggio, insomma, e tuttavia non esente da critiche. Sono soprattutto i giornalisti e gli storici tedeschi a farne un ritratto poco simpatico. Tanto per fare un esempio e citarne uno per tutti, ecco come ne parla il Kuby:
«Hanna Reitsch, strano a dirsi, è una donna piccola, isterica, eternamente sovreccitata ed esaltata fino all'inverosimile. È una nazista convinta e adora Hitler in maniera altrettanto devota e fedele di Magda Goebbels. Hanna Reitsch ha fatto, durante la guerra, seicento volte l'esperienza di attraversare con il suo aereo zone difese con palloni aerostatici. L'ultimo tentativo andrà però male e ne riporterà serie ferite...»
Cocciuta anche lei quasi come Hitler, una volta che ha deciso qualcosa non la ferma più nessuno. Sull'aereo di Greim, ha detto, sale anche lei e basta. E così fa.
Il resoconto di questo episodio lo fa lo stesso Bösser (citato sempre dal Kuby):
«... a mezzogiorno mi ero presentato al comandante e vi avevo trovato il generale von Greim. Fui interrogato sui minimi particolari del volo con il quale avevo trasportato Fegelein a Berlino. Le domande vertevano soprattutto intorno alla forza della contraerea e sulle condizioni in cui si sarebbe svolto l'atterraggio a Gatow. Il cavaliere von Greim mi chiese se potevo portarlo a Gatow... ed io accettai senza esitare. Si stabilì allora che saremmo partiti alle quattro del pomeriggio. Ventiquattro aerei da caccia, alle ore quattro, si sarebbero trovati nel cielo in funzione di scorta. Subito dopo la conversazione con von Greim mi recai all'aeroporto. Sul sedile posteriore dell'auto che mi portava là c'era una piccola, graziosa donna che aveva il distintivo d'oro di pilota dell'aeronautica, un esemplare unico ornato di brillanti, e la croce di ferro di prima classe. Era il capitano pilota Hanna Reitsch. Mi chiese in grande segretezza se potessi portarla a Berlino. Nell'aereo era rimasto solo lo spazio del bagagliaio, piccolo e scomodo, ma le dovetti solo assicurare che la sua presenza, a causa del lieve peso, non avrebbe posto a repentaglio il volo del generale; poi lei stessa chiese al cavaliere von Greim se le permetteva di accompagnarlo; Greim acconsentì scuotendo il capo. I caccia della scorta apparvero puntualmente sopra l'aeroporto ed io decollai con tre persone a bordo su... un FW 190! Volavamo a 3200 metri e avevano sotto di noi delle nuvole che ci coprivano la visibilità, ma che ci nascondevano anche alla contraerea nemica. Sopra la pista di Gatow spinsi l'aereo a seicento all'ora e scesi con una stretta spirale fino ai cento metri. Dopo di che atterrai, mentre i caccia della scorta prendevano congedo allontanandosi a volo radente. L'aeroporto era stato nel frattempo bombardato ancora dall'artiglieria russa e altri crateri sulla pista d'atterraggio esigevano la più grande prudenza. Spenti i motori tirai fuori Hanna Reitsch dal suo nascondiglio: appariva esausta da quel volo, specie per le giravolte finali. Il generale ordinò di trattenermi per ora lì, in quell'aeroporto. Sperava di poter essere di ritorno per le sette di sera. La pista era oramai sotto un continuo fuoco di artiglieria, anche se i colpi cadevano ancora a seicento o a ottocento metri di distanza dagli hangar. Siccome le comunicazioni stradali con il centro della città non erano più praticabili, il generale partì con una cicogna per atterrare sul viale est-ovest come avevo già fatto io stesso altre volte. Il generale era alla cloche. Hanna Reitsch e un tenente lo accompagnavano...»
Questo il racconto del pilota. Dopo di che l'odissea di Greim, lungi dall'essere finita, ha inizio in questo preciso momento. La cicogna vola talmente basso che da sotto sparano con una mitragliatrice e colpiscono il generale al piede destro. Hanna Reitsch, che gli è dietro, si butta immediatamente in avanti, circonda Greim con le braccia e impugna la cloche guidando fino al momento dell'atterraggio. Poco dopo, a bordo di una camionetta militare incontrata fortunosamente per via, sono nel bunker...
E il venticinque aprile 1945, alle ore diciotto e trenta, il generale von Greim riceve dalle mani tremanti di Hitler la sua nomina a sostituto di Göring alla testa dell'ormai inesistente Luftwaffe. Tutto qui.
Si sono scomodati gli ultimi caccia, si è fatto correre un grave pericolo a un valoroso pilota, si è messa a repentaglio la vita di un generale, tutto per dargli una vibrante, nelle intenzioni ma molle nella realtà, stretta di mano e dirgli un «Bravo, congratulazioni». E questo quando sarebbe bastato un semplice radiogramma! Ma Hitler, che è già morto, ha bisogno di sentirsi vivo ancora per un po'. Che sia morto non vi è alcun dubbio: la pelle floscia, gli occhi spenti, la memoria vacillante, gli arti percorsi da quel tremito incessante. Ma pur sapendo di morire, egli si ostina fino in fondo a recitare la parte del Führer, di colui che investe di una carica o di un incarico (che metterà solo in imbarazzo chi lo riceve - tanto non serve a niente -) gli ultimi fedelissimi. Non c'è dubbio, infatti, che alla fine ingloriosa di molti generali costretti a suicidarsi viene attribuito il chiaro significato di rinuncia a volersi difendere di fronte a una corte marziale alleata, non solo per l'inevitabile e insopportabile umiliazione, ma anche per il ruolo svolto fino a quel momento, e ingigantito a dismisura dalle ultimissime, ridicole promozioni.
La volontà di vendetta alleata è dunque una spiegazione sufficiente alla caparbia resistenza non soltanto di quelli che non hanno più niente da perdere (come le SS straniere) ma pure di coloro che, come i generali e i difensori dell'ultima ora, vedono la grave incognita del futuro.
Nell'atmosfera rarefatta del bunker tutto suona falso: le promozioni e gli incarichi privi di senso non sfuggono a questa regola. Tutto è fittizio, assurdo, poco sincero; tutto è teatrale: anche il comportamento di Eva Braun, la cui voce ha quella parlata enfatica e biascicata che, credendo d'esser fine, dà invece l'impressione che sia una straniera a parlare nel pessimo tedesco venato di espressioni dialettali bavaresi. In Eva non è teatrale, e falsa, solo la voce; anche il portamento, un misto di alterigia, sussiego e atteggiamento di prima donna, anche i vestiti, sempre inappuntabili, sempre stirati alla perfezione dalla povera Liels Ostertag, una contadinotta che tutti (compresa Magda Goebbels) facevano trottare come una negra, sanno di ridicolo e di posticcio fra quelle pareti di cemento scosse dalle bombe. Come ridicola e posticcia è l'aquila d'oro del partito nazista con la coroncina e la croce uncinata che Magda porta sempre appuntata sulla camicetta...
Solo una bandiera che verrà issata sul palazzo della Cancelleria quasi completamente distrutto segnerà la fine di questo incubo, di questo teatro in cerca di una forma di comportamento umano senza riuscirvi. Ma purtroppo per coloro che non avevano osato schierarsi con i più pessimisti, sul punto più alto della Cancelleria verrà issato un drappo rosso come il fuoco ma con l'odiato simbolo della falce e martello in oro, là, nell'angolo superiore accanto all'asta...
Il sogno di Hitler si era dunque concluso in un terrificante crepuscolo degli dei, tutto spazzando al proprio passaggio come una tempesta senza meta né scopo, tutto dirompendo al proprio seguito e lasciando soltanto rovine e rovine. Dalle rovine delle case l'immagine di Hitler aleggerà ancora, spettrale, nelle mille fotografie ufficiali che ogni comando, ogni posto di tappa, ogni abitazione aveva appeso alle pareti. Queste effigi saranno trovate dai russi che le faranno a pezzi, qualcuna si perderà sotto le macerie, qualche altra finirà negli scantinati. Poi nemmeno le sbiadite immagini avranno più significato di sorta per nessuno, se non un valore di simbolo negativo, di identificazione con il male. E per il popolo tedesco non rimarrà che mettersi ancora una volta le mani nei capelli, chiedendosi il perché di tanto lutto, di così immane distruzione...

Capitolo VIII - Chi era Hitler?

Fig. 8. Eva Braun a 17 anni.

«La persona di Hitler rimane per noi come persa fra le brume, come un eroe della mitologia germanica o scandinava di cui non si riesce a vedere che la lancia o l'elmo. La stampa mondiale ha un bel parlare di lui, ma la sua personalità non vien fuori da questa nebbia nordica. Le biografie, i memoriali ci offrono al contrario un'immagine quanto mai mediocre, ma forse è solo imprecisa...»
Così Louis Bertrand.
«Adolf Hitler entra in sala. Annusa l'aria; per alcuni minuti egli va a tentoni, cerca, si adatta. Poi all'improvviso parte all'attacco: - L'individuo ha cessato di contare... La Germania è stata calpestata, l'unione dei tedeschi, la subordinazione di ciascuno agli interessi della collettività è indispensabile, lo vi renderò il vostro onore, farò della Germania una potenza invincibile... - Il suo discorso parte come una freccia, tocca sul vivo la piaga di ciascuno, libera il subcosciente della folla... Egli dice ciò che il cuore della gente che l'ascolta vuole sentire. L'indomani se non è più davanti a bravi, piccoli borghesi, ma di fronte a industriali e prende la parola, all'inizio ha le stesse incertezze... ma poi un lampo illumina i suoi occhi; egli ha intuito: - Lo sforzo dell'individuo rigenera le nazioni, soltanto l'individuo conta, la massa è cieca e stupida; ciascuno di noi è un capo e la Germania è fatta di questi capi... - Egli ha visto giusto, e gli industriali pensano, giurano, gridano che Hitler è il loro uomo. Al congresso di Norimberga egli si rivolge a duemila donne. Sono vecchie e giovani, belle e brutte, maritate, vedove o nubili, ottimiste, inquiete, solitarie, di costumi rigidi o di vita leggera. Hitler non conosce nulla della donna, egli ignora la sua intimità e tuttavia dalla sua bocca spunterà una frase che provoca un delirio di entusiasmo: - Che cosa ha dato a voi tutte, che cosa vi ha dato il nazionalsocialismo? L'uomo! - Chiedo scusa della crudezza del termine, ma ciò che accade in questo preciso istante fra queste donne non è che paragonabile all'orgasmo...»
Chi parla è uno dei maggiori avversari dell'austriaco giunto al massimo potere che un uomo abbia conseguito sul popolo tedesco; è Otto Strasser.
«Vidi Hitler per la prima volta verso la metà d'agosto del 1 932, l'epoca delle sue trattative berlinesi con il governo Papen-Schleicher che si erano concluse con un fiasco. Si era fatto sperare ad Adolf Hitler la carica di cancelliere del Reich, ma in realtà gli si era offerto il vice-cancellierato. Hitler aveva rifiutato e si era ritirato sull'Obersalzberg. Amici del campo nazionalsocialista mi avevano pregato di parlare con Hitler e di fare da mediatore fra lui e von Papen, che io conoscevo personalmente. Incontrai Hitler a Berchtesgaden, fortemente adirato contro von Papen e tutto il governo di Berlino. (...) Fin da quel primo incontro Hitler mi fece una tale impressione da rendermi convinto che soltanto lui, con il partito, avrebbe potuto salvare la Germania...»
Così si esprime Joachim von Ribbentrop.
«6 novembre 1925. Brunswick. Siamo andati a trovare Hitler. Stava mangiando. È balzato in piedi all'istante e ci ha guardati bene in faccia. Mi ha stretto con forza la mano, come un vecchio amico... E quei grandi occhi azzurri, come stelle! È stato contento di vedermi, io lo sono stato infinitamente... Più tardi mi sono recato in macchina al comizio ed ho parlato per due ore filate. Tremendi applausi, poi grida di evviva e battimani. Indi è giunto Hitler. Stretta di mano. È completamente spossato dal precedente discorso. Qui prende la parola per un'altra mezz'ora. Acutezza, ironia, umorismo, sarcasmo, serietà, passione, irruenza, tutto ciò vi è nelle sue parole. Quest'uomo ha tutto ciò che ci vuole per un re, per un grande tribuno di popolo. È il futuro dittatore...»
Sono parole di Joseph Goebbels...
«Ich weiss, dass man Menschen weniger durch das geschriebene Wort als vielmehr durch das gesprochene zu gewinnen vermag (so che si possono conquistare le persone, la gente, molto più con la parola che con gli scritti)...»
Così Adolf Hitler alludendo a se stesso.

Chi era Hitler?
Per Speer si tratta di una carica magnetica che ancora oggi non si è spenta e i cui echi egli avverte tuttora nel proprio animo, quasi si trattasse di una realtà fisica che ha di fronte a sé. Eppure son passati più di venticinque anni dalla sua morte.
«... egli disponeva di un potere personale così incontrastato da potersi destreggiare fino alla fine al di sopra del caos che aveva creato e di cui aveva nascosto la vera natura, così da dominare perfino dalla tomba i suoi deboli e indegni subordinati, allineati al banco degli accusati a Norimberga...»
Questo è ciò che scrive Trevor-Roper.
Eppure da qualunque parte lo si guardi, in qualsivoglia maniera lo si giudichi, Hitler rimane tuttora inafferrabile. La incredibile mescolanza di cinismo e crudeltà, di fascino e di modestia, di suggestione e di debolezza, di vigoria e di vigliaccheria, fa sì che la sua natura permanga fuori da una possibile spiegazione che soddisfi a ogni domanda. Gengis Khan, Tamerlano, Ivan il Terribile, lo stesso Stalin impallidiscono se messi al confronto con lui, nel male come nelle realizzazioni positive. È per questo che nelle pagine che seguiranno cercheremo di vederlo sotto diversi angoli di visuale, prima di esaminarne la vita, davvero fantastica.
Un compito tutt'altro che facile, senza dubbio.
Di solito, però, la chiave per arrivare al cuore di un uomo e per meglio comprenderne le azioni sta nelle donne. Cherchez la femme è il vecchio e abusato detto dal sapore di belle époque: l'aveva pronunciata, se non andiamo errati, il poliziotto di Les Mohicans de Paris di Dumas padre. Indubbiamente i rapporti con l'altro sesso sono quanto di più rivelatore esista per lo psicologo e non possono non rappresentare il piatto forte del biografo. Gli stessi «gusti» del soggetto, infatti, dicono tutto o quasi sul modo con cui egli si pone di fronte alla vita. Ecco, ad esempio, un test nel quale una decina di figure femminili, nude e apparentemente identiche, sono poste di fronte alla recluta; questi deve scegliere quella che secondo lui ha il miglior petto, le migliori gambe, il miglior aspetto complessivo, le migliori terga. Lo psicologo da quei semplici e scarsi indizi è già in grado di indicare alcuni orientamenti caratteriali del soggetto in esame. Ed è un vero peccato che anche i giudicati a Norimberga non abbiano dovuto affrontare un esame del genere; pensiamo soprattutto a quello che sarebbe potuto venir fuori da un soggetto alla Streicher... Facezie a parte anche per Hitler la chiave potrebbe passare attraverso le donne e soprattutto attraverso l'ultima, Eva Braun, se... se nemmeno a farlo apposta perfino in questo campo il mondo di Hitler presenta delle pesanti incognite.
Vedremo tuttavia di procedere in tal senso e sempre nel modo che abbiamo adottato in questo primo volume, cioè andando avanti alla cosiddetta maniera del gambero, anche se in natura questo, poverino, non va affatto a ritroso ma cammina di lato. Comunque noi - continuando al contrario, dagli avvenimenti più recenti a quelli più in là nel tempo, dalla Germania postbellica alla morte di Hitler e da questa ai giorni in cui il Führer era ancora in vita - partiremo dall'ultima donna di Hitler, Eva, la sola che gli fu veramente al fianco e che ne condivise per anni la sorte, l'unica che egli, in fondo, poté veramente avere.
Questo personaggio storico, perché volenti o nolenti anche Eva lo è diventato, nasce alle ore 2,22 del 6 febbraio 1912. Suo padre a quel tempo, un luterano che aveva finito per sposarsi in una chiesa cattolica per amor di pace e per condiscendenza nei confronti della moglie, era un uomo precocemente stempiato per non dire quasi calvo. Portava una specie di spazzolino, un paio di baffetti alla moda, e il suo solino inamidato con il cravattino a farfalla denotava il borghese. Eva è la sua secondogenita. Aveva avuto, infatti, dalla consorte Franziska, la classica Frau d'allora, chignon sulla nuca, naso leggermente aquilino e fianchi larghi, una prima figlia alla quale era stato dato il nome di Ilse. Fin da piccola Eva, con un ciuffetto sulla fronte e lo sguardo sbarazzino, sembrava un maschietto, impressione che dà anche una fotografia dell'album di famiglia in cui a pochi mesi guarda il mondo fra le braccia di sua madre. Il colore dei capelli è d'un biondo scuro, quasi castano, tanto che per apparire più nordica Eva finirà per schiarirseli leggermente; gli occhi però sono chiari come l'acqua. Di carattere turbolento, insofferente d'ogni disciplina, portata al gioco movimentato e scarsamente incline allo studio, Eva ha nell'infanzia tutte le caratteristiche che manterrà nell'età matura. Eccola fotografata con la sorella Ilse, più grave e pensosa anche se incostante, con quell'aria sbarazzina e un merletto in capo.
Nulla è più tradizionale della famiglia Braun. La domenica, sulla tovaglia ricamata della sala da pranzo, compare il frutto delle fatiche di Franziska, costretta per necessità contingenti a licenziare l'unica domestica: i tempi di guerra sono duri per tutti. Centrini sono sui portafiori e sui tavolini, e qualche pianta tropicale dalle foglie carnose fa bella mostra di sé nell'angolo più caldo. Tre anni dopo Eva, nasce Margaretha, detta Gretl, una delle ospiti di Berchtesgaden che saranno più chiacchierate e che finirà, per sua sfortuna, sposa a quell'arrivista di cui abbiamo già parlato, Fegelein.
A poco a poco le finanze della famigliola riprendono progressivamente quota e per Eva, Anna, Paula Braun (di cui esiste ancora la partecipazione di nascita, abbastanza curiosa, di pugno del padre: è un cartoncino con l'immagine di un pargolo che arriva a bordo di un biplano alla Wright e con le ali recanti la scritta pubblicitaria Nestlé) il destino riserva una rigida educazione nel convento di Simbach, ove la fanciulla veste l'abito d'educanda. Anche qui la sua irrequietezza non accenna a diminuire e l'inclinazione per lo studio non viene palesata. La fanciulla eccelle invece negli esercizi all'aria aperta, una passione questa che non l'abbandonerà mai. Bravissima, infatti, in ginnastica, nel nuoto, nelle parallele amerà farsi fotografare in costume balneare o nell'atto di tuffarsi in maniera impeccabile. Oppure saranno immagini di lei che danza su un isolotto in mezzo al lago, mentre l'incerta luce del tramonto indora i monti.
Ciò non toglie che Eva riesca ugualmente, un po' con la faccia tosta un po' a forza di memoria, a passare con successo gli esami. Nel frattempo si è fatta una vera signorina. Ama farsi fotografare in pose da diva e a diciassette anni, capelli sulle spalle, viso voltato verso l'obiettivo e scialle di seta trasparente intorno alle scapole, campeggia in un'immagine da far fremere le suore di Simbach. Sotto, grande e presuntuosa ma un po' infantile nei tratti, la sua firma: Eva Braun. Ha un amico, ricco, coccolato, Schropp, uno dei primi a possedere una motocicletta, una fiammante Ardie con faro ad acetilene. Quest'amico ha una sorella, Inge, una bella ragazza: quando passa alta e flessuosa per la strada, il cappotto avvitato e bavero e polsini di pelo, tutti son lì a guardarla: uno spettacolo. Con Inge ed Eva c'è sempre Herta Ostermeyr, colei la cui compagnia Eva vorrà sempre, fino alla fine dei suoi giorni, e alla quale scriverà l'ultima lettera dalla solitudine del bunker il 24 aprile 1945. Battuta a macchina, piena di errori, è singolarmente rivelatrice di uno stato d'animo che confina con la fatalistica mentalità orientale:
«Meine liebes Hertalein, Dies werden wohl die letzen Zeilen und damit das letzte Lebenszeichen von mir sein. Ich wage es nicht an Gretl zu schreiben, - Du musst ihr also das schonend beibrigen. Ich werde Euch meinen Schmuck senden und bitte ihn nach meinen Testament in der Wasserburgerstr. liegend, zu verteilen...
«Cara, piccola Herta, queste sono le mie ultime parole e con esse l'ultimo segno di vita che ricevi da me. Non oso scrivere a Gretl, tu devi farlo, con riguardo. Ti mando i gioielli da inviare, per piacere, secondo il mio testamento esistente nella casa di Wasserburgstrasse. (Casa di proprietà di Eva.)...»
Seguono altre raccomandazioni. Non restino Gretl e Herta al sud, in particolare Herta abbandoni il rifugio di Berchtesgaden, troppo pericoloso e che potrebbe segnare la fine per tutti. A Berlino ci si batte fino alla fine, una fine imminente. Non può dire Eva quello che sta passando e soffrendo per il Führer. I bambini dei Goebbels stanno facendo un chiasso infernale. Eva ne è turbata. Forse è presaga della fine che anch'essi faranno, anche se non sa che finiranno avvelenati uno per uno. Lei che non si è mai interessata di politica, non comprende come una cosa simile sia potuta accadere. (In questo possiamo davvero crederle: in sua presenza era vietato parlare di guerra o di problemi bellici e lo stesso Hitler doveva adattarsi a questa sua volontà.) Poi c'è, dopo i saluti e gli addii, un post-scriptum in cui si dice: «... probabilmente tutto andrà per il meglio, ma lui (Hitler) ha perso la fiducia e noi stessi stiamo sperando invano...»
Poco dopo questa lettera Eva oserà, nonostante la preoccupazione di dover turbare sua sorella incinta, redigerne una destinata a Gretl, una lettera che terminerà con un post-scriptum che getta una luce sinistra sugli ultimi momenti del Terzo Reich. Si parla dell'orologio di brillanti che è stato inviato a riparare. Vorrebbe darlo alla sorella, che lo ha sempre ammirato. Si rivolga pertanto all'Untersharführer SS, Stegemann, del lager di Oranienburg che pare sia evacuato a Kyritz... Oranienburg: uno dei nomi più atroci nello sterminio nazista. (Un ebreo, esperto orologiaio, che ora, forse, non c'è più, aveva avuto in consegna il prezioso braccialetto...) Questo a trentatré anni: Eva è in punto di morte.
Ma a diciassette anni queste cose non si pensano e la povera Eva non immagina neppure lontanamente quello che il destino le ha riservato. Strana sorte questa, di una fanciulla che avrebbe potuto vivere la sua vita di brava borghese quale la tradizione familiare le richiedeva e che invece occuperà, vorremmo poter dire, suo malgrado, dal momento che mai un altro destino di donna fu più misterioso di questo, il posto più vicino all'uomo prima più invidiato poi più odiato della Germania.
A diciassette anni si hanno solo confuse aspirazioni e una gran voglia di vivere, di divertirsi; a Eva piacciono i bei ragazzi, ne parla sempre; con Herta si fanno interminabili discussioni al riguardo, mentre si vede la vita rosa con sullo sfondo un bel principe azzurro. In questo è simile a tutte le fanciulle della sua età e così diverse dalle spregiudicate ragazze d'oggi che nella maggior parte dei casi hanno già conosciuto a quell'età, o imparano a conoscerlo, il dolce e l'amaro dell'esistenza.
A diciassette anni Eva è appena uscita dal collegio, lasciato nel mese di luglio del '29; le piace il mondo, la natura; le montagne la incantano, adora il lago, il paesaggio bavarese. Suo padre, l'austero Fritz, nonostante sia soltanto un maestro riesce a tirare avanti con decoro e a comperare perfino una piccola BMW che fa di lui un rispettabilissimo borghese su quattro ruote. Naturalmente non è pensabile che le figlie rimangano senza far nulla: Ilse è infermiera e segretaria (più segretaria che infermiera) di un medico israelita, il dottor Marx. I maligni sussurrano che questi si interessasse anche e volentieri all'anatomia della fresca e giovane Ilse; ma tutto sommato possono essere le solite dicerie, anche se in proposito potrebbe essere interrogato lo stesso Marx, ora negli Stati Uniti d'America. Ciò detto torniamo ad Eva. La fanciulla deve mettersi a lavorare, come fa sua sorella. Per una giovane discretamente bella, sia pure con una certa aria da collegiale, il passo piuttosto pesante e i fianchi grossi, non è difficile. Il fotografo Hoffmann ha bisogno di un'impiegata e mette un'inserzione sul giornale. Eva la legge e si presenta. Tutto qui. Lo studio di colui che diverrà l'unico fotografo ufficiale del regime è nella Schellingstrasse, nella stessa strada insomma in cui vi è la redazione e la tipografia del Völkischer Beobachter, la voce del partito nazista. Hoffmann aveva una certa tradizione: era stato fotografo alla corte bavarese, sapeva lavorare con gusto e passione. Con battute e frasi cordiali aveva a poco a poco convinto Hitler a farsi fotografare, cosa che sulle prime al futuro dittatore non era garbata affatto. Ma soltanto dopo la vittoria politica del nazionalsocialismo Hoffmann rivelerà quel talento indiscusso che farà di lui il più navigato o uno fra i più navigati personaggi della corte di Hitler. Se questo fotografo e Goebbels avessero messo su un'agenzia pubblicitaria avrebbero, forse, guadagnato più milioni (ciò vale in particolare per Hoffmann) di quelli che ebbero a disposizione durante la vita di Hitler. Goebbels avrebbe messo l'intelligenza oratoria, la capacità dialettica, la frase a sensazione; Hoffmann l'immagine centrata, la fotografia che parla. Lo stamburamento delle immagini di Hitler è opera sua: un fatto nuovo nella Germania di allora. Solo due paesi, infatti, si servono delle fotografie nella prima pagina dei quotidiani per colpire l'immaginazione del lettore: gli Stati Uniti e l'Italia, la quale vede la fortuna di un personaggio nato giornalista e che, per ironia della sorte, morirà detestato dittatore: Mussolini.
Al tempo dell'assunzione di Eva, comunque, la ditta Hoffmann ha anch'essa i problemi di tutte le aziende dell'epoca; l'instabile situazione economica si riflette sui preventivi; da qui la necessità di impiegare personale avventizio, giovane e senza pretese, al quale insegnare un mestiere e da impiegare su tutti i fronti. Ragion per cui ad Eva si fa fare di tutto: dalla piccola contabilità agli sviluppi in camera oscura, dalla vendita alla posa. Hoffmann è ridanciano, cordiale, ammiccante dietro gli occhiali, dinamico ed espansivo. Con lui Eva si trova bene. Ed è proprio in questo studio che ha modo di conoscere Hitler. In essa il futuro cancelliere non vede la vamp, ma la collegiale appena uscita dalla scuola. Non trova, infatti, la procace donnina dalle calze di seta scure, i tacchi a spillo, la camiciola a righe dalle maniche a sbuffo, che si è fatta fotografare sulla sua scrivania, quasi accoccolata sul ripiano come una gatta maliziosa. Vede invece una donna non alta ma piacente, i capelli ordinati e tagliati corti, la camiciola bianca, seria e abbottonata fino al collo, l'aria compita e rispettosa. Hoffmann è buono psicologo. Per sua sfortuna gli è sfuggito il matrimonio della figlia Henriette, che senza parere aveva proposto a Hitler, ma può sempre... combinarne un altro. Henriette, lo abbiamo già detto, finirà invece in sposa a Baldur von Schirach, milionario e blasé; tutto sommato anche questo un affare, dato che a Vienna Henriette Hoffmann si comporterà (e lo sarà davvero) come una regina.
Hoffmann ha compreso che Hitler viene da lui a cercare un'atmosfera familiare, intima e smaccatamente piccolo borghese; perciò lo riceve in famiglia come un amico di casa, non gli fa domande e soprattutto non parla di politica se non per dare ragione assentendo agli sproloqui e ai monologhi di Hitler. Buon causeur, il fotografo riesce a far sorridere l'arrabbiato personaggio e finisce per divenirgli indispensabile. Così la prima cosa che farà Eva sarà quella di partecipare in qualità di fresca commensale a uno spuntino pomeridiano nello studio del fotografo. Se insistiamo tanto sull'aggettivo «fresca» è perché Hitler cercava appunto questo nelle donne che gli stavano attorno; odiava le creature eccessivamente sofisticate, le maliarde tutte belletti e fru-fru, la patina costruita a suon di creme. Cercava invece la bellezza nature. Ciò non toglie che un giorno arriverà ad applaudire le sapienti esibizioni di Jenny Jugo, un'attrice che doveva la sua popolarità a Goebbels e soprattutto ai suoi film osé. Una di queste pellicole verrà appunto proiettata in anteprima a Berchtesgaden, con il risultato di mandare in visibilio tutti i gerarchi invitati e di creare un certo imbarazzo all'attrice che era presente: infatti sullo schermo erano apparse le sue immagini in uno spogliarello a regola d'arte con il clou finale di un nudo integrale. Stando alle indiscrezioni raccolte, Hitler avrebbe preso a benvolere quest'attrice, regalandole un braccialetto di diamanti del valore di oltre un milione di marchi (d'allora), una pelliccia di visone, una villa, tre cavalli, e - si dice - anche un piccolo aeroplano da turismo. Le stesse indiscrezioni vorrebbero che Hitler si sia recato tre volte a trovare l'attrice nella dimora di Schlagenbad, nei pressi di Wiesbaden. Ma c'è da prestarvi fede?
Siamo alle solite. Su questo personaggio tante sono le cose che sono state scritte o dette che finiscono per contraddirsi le une con le altre, senza portare a nessun risultato concreto. C'è una frase abbastanza maligna che Hermann Göring, il quale si prendeva, almeno nei primi tempi, le licenze che voleva con il padrone della Germania, avrebbe detto al Führer; e questi, piccato, avrebbe risposto: «So benissimo, quanto voi, a che servono le donne, Hermann...». Se anche quest'aneddoto è veritiero, è però, pensiamo, sufficientemente indicativo. È diffìcile, infatti, che un donnaiolo impenitente o anche un saltuario ammiratore di attrici sulla cresta dell'onda risponda con una frase siffatta.
Tornando allo studio di Hoffmann, è proprio lì che verrà costruita pezzo per pezzo l'immagine di Hitler che estasierà la Germania: un uomo semplice, dimesso, amante dei bambini, accanito e indefesso lavoratore, senza vizi, vegetariano, idolatra della natura, appassionato della «vera» arte, sollecito custode della purezza e dell'integrità della nazione tedesca; un genio e un creatore fiammeggiante ma anche un umile fra gli umili. Questa antiteatralità sarà l'asso nella manica del Führer, tanto da colpire anche un francese come Louis Bertrand:
«...questa semplicità è particolarmente sorprendente; prima di tutto quella del suo abbigliamento: a capo scoperto veste la stessa uniforme di un qualunque gregario, blusa, stivali, cravatta e collo floscio. E poi la semplicità nei gesti, nel muoversi. Penso, per contrasto, al comportamento di altri dittatori. In questo, invece, non c'è la minima ombra di recitazione a effetto; sembra un piccolo operaio che parli in nome della Germania mentre trecentomila ascoltatori pendono dalle sue labbra. E al microfono ha la stessa semplicità di gesti e di linguaggio...»
Certo è che quando Eva Braun si vedrà capitare nello studio Hoffmann Adolf Hitler - che vedeva per la prima volta - non potrà trattenere un moto di sorpresa. Appollaiata su una scaletta, nell'atto di sistemare alcuni dossier, si volgerà in direzione del visitatore. «Proprio quel giorno avevo accorciato la gonna dirà più tardi - e mi sentivo imbarazzata perché non sapevo se avevo fatto bene l'orlo»...In realtà l'imbarazzo era dovuto semplicemente alla circostanza che la gonna a quell'altezza lasciava intravedere generosamente le sue gambe: l'ospite di Hoffmann era rimasto lì, infatti, con gli occhi per aria. Hitler, che si faceva chiamare Wolf, aveva in mano un largo cappello di feltro, vestiva un soprabito chiaro e denotava una certa età, evidentemente maggiore di quanto dichiarasse l'anagrafe; ma quello che colpiva erano i baffetti, curiosi e simili a una pennellata nera tracciata con decisione in verticale dal naso alla bocca.
Lì per lì non poteva suscitare un'impressione favorevole: cerimonioso e vecchio stampo, vestito decisamente fuori moda e senza gusto, con quei ridicoli baffi, poteva tutt'al più far sorridere. È quello che farà Eva, in cuor suo per non insospettire il principale, che pareva trattare con deferenza il signor... Wolf.
Sta di fatto però, che dopo aver saputo dallo stesso Hoffmann che sotto lo pseudonimo di Wolf si celava Adolf Hitler, Eva incominciò una ferrea cura dimagrante...
Dal canto suo Hitler è rimasto colpito dalla giovane e anche se le sue venute nel negozio di Hoffmann si fanno rare (gli avvenimenti politici che bollono in pentola sono di capitale importanza per la storia della Germania, del movimento nazionalsocialista e dello stesso uomo politico austriaco) purtuttavia non manca mai di farle gli omaggi che diverranno proverbiali, fiori e bonbon.
Ma all'improvviso Hitler diviene del tutto uccel di bosco. Il suo interesse per Eva non riprenderà che verso il 1931. Per dieci mesi, in pratica dalla fine del 1929 all'ottobre del 1930, Eva non sa neppure se ha effettivamente avvicinato Adolf Hitler tanto questi è lontano. È la politica forse? Oppure vi sono altri motivi? In ogni caso la ragazza non se ne dà pensiero. Vive un'epoca dorata, piena di gioie e senza problemi. Ha un lavoro che le piace e che continuerà anche dopo esser diventata la compagna abituale del Führer, anche ai tempi dell'isolamento dorato di Berchtesgaden, tanto da divertirsi a fotografare di soppiatto o con il teleobiettivo personaggi come Ciano, per esempio, il ministro degli esteri italiano che le riusciva alquanto simpatico. Non è certo priva di compagnia maschile; non è una venere, ma è carina, ben fatta, piena di vivacità. Le piacciono i bravi ballerini, i bei ragazzi. Una passione questa condivisa anche dalla «piccola» Gretl, la quale è perennemente innamorata e persa nei sogni di un futuro tutto rosa, Ilse invece, seria e laboriosa, sembra non occuparsi che del suo lavoro e intavola lunghe discussioni con la sorella minore, che da quando si è messa a lavorare allo studio Hoffmann difende i nazisti. Forse Ilse teme per la sorte del suo datore di lavoro, israelita come si è detto, o forse lo fa per puro spirito di contraddizione, per il gusto di riferire opinioni ascoltate nello studio Marx e contrarie a quelle dello studio Hoffmann.
A questo punto, per dovere di cronaca, bisognerebbe almeno riferire ciò che ha detto Strasser a proposito dell'Hitler frequentatore del piccolo studio di Hoffmann. Per Otto Strasser la via attraverso la quale Hoffmann aveva ottenuto il contratto di esclusiva delle fotografie era stata un'altra: non lo charme personale, non la convinzione della parola, ma il corpo o, meglio, i favori di sua figlia. «Henny» Hoffmann, che diventerà una delle amiche più fidate di Eva, era a quei tempi una bellissima ragazza. Bionda, dagli occhi cerulei, aveva un'aria che incantava a prima vista. Unico difetto di Henriette era il corpo poco sviluppato, specie nel petto, quasi da efebo. Ma ad Hitler, lascia intendere Otto Strasser, quel fascino un po' ambiguo non dispiaceva. E senza mezzi termini parlerà delle pratiche non troppo ortodosse che il Führer, affetto da «impossibilità» (è il termine che usa Strasser), pretendeva dalla fanciulla. Questa però aveva detto tutto al padre, con il risultato che costui si era precipitato nella casa dell'uomo dai baffetti a mosca e gli aveva fatto un lungo discorso; poco dopo lo stesso Hoffmann usciva trionfante dalla casa di Hitler con il contratto d'esclusiva in tasca.
Le stesse bizzarre pretese - sempre secondo Strasser - sarebbero all'origine del suicidio di Geli Raubal, la nipote la cui perdita getterà nella disperazione Hitler. Geli è stata probabilmente la sola donna che Hitler abbia veramente amato. Di lei rimangono poche immagini, ma quanto basta a darcene un'idea non superficiale. A diciannove anni Geli era una brunetta frizzante come solo le ragazze di Monaco sanno essere. Aveva i capelli leggermente ondulati, gli occhi sognanti e le labbra tumide, mani lunghe, affusolate, polsi sottili. Il viso era un po' pienotto, il seno non troppo abbondante, ma c'era in lei un qualcosa che attirava, una carica di quello che gli americani hanno definito il sex appeal. Ad esso era congiunta la naturale tendenza ad assumere atteggiamenti e pose provocanti. Hitler ne era geloso fino alla paranoia. Il vedere gli uomini ronzare attorno a quella sua nipote lo faceva letteralmente morire. Un giorno Geli aveva accettato con entusiasmo un invito di Otto Strasser per un ballo, durante i giorni tumultuosi dell'Oktoberfest. Hitler lo aveva, chissà come, saputo e aveva detto al fratello di Otto, Gregor, di fare una lavata di capo all'incauto corteggiatore. Poco dopo si era messo lui stesso, furibondo d'ira, all'apparecchio telefonico e aveva chiamato Otto:
«Sono venuto a sapere - aveva urlato - che avete appuntamento con quella ragazzina che è Geli. Non permetto che vada in giro con un uomo sposato e tanto meno desidero, qui a Monaco, delle dimostrazioni del fango berlinese!»
E aveva buttato giù la cornetta. La voce era salita talmente di tono che Strasser aveva dovuto allontanare il ricevitore per non essere assordato. Il giorno dopo Geli era andata di persona a trovare Otto. Il volto rigato di lacrime, l'aria da persona al limite della crisi nervosa, aveva rivelato di esser stata chiusa a chiave per tutto quel tempo. Poi aveva incominciato fra i singhiozzi la descrizione della sua condizione di schiava, di reclusa e, più tardi, s'era lasciata andare a raccontare quello che lo zio pretendeva da lei, le stesse esigenze stravaganti che aveva preteso da «Henny» Hoffmann.
Poiché la faccenda Geli copre appunto il periodo in cui Hitler dirada le sue visite nello studio Hoffmann, c'è adesso da chiedersi se Eva non fosse perfettamente al corrente, grazie alla lingua della sua amica Henriette, dei «gusti» di Hitler e se non sapesse sul suo conto molto, ma molto di più di quanto sapeva lo stesso Otto Strasser.
Certo si è che Geli era finita, nonostante la sorveglianza spasmodica di Hitler, fra le braccia di Emil Maurice, l'autista di fiducia, un ex-detenuto di professione orologiaio e, oltreché autista, «gorilla» del futuro Führer. Hitler li aveva sorpresi. Una scena da romanzo d'appendice, con la giovane e avvenente donna seminuda fra le braccia del bruto e un Hitler schiumante di rabbia e pallido come un cadavere che aveva sibilato a Maurice un furioso «Seguimi!». I due si erano ritirati a litigare nella stanza accanto. Ma urlavano così forte che c'era da temere che mettessero in subbuglio l'intero vicinato.

- Tu uscirai immediatamente di qui! Sei esonerato! E..., urlava Hitler.
- Se tu mi liquidi andrò a raccontare tutto alla Frankfurter Allgemeine Zeitung! - aveva replicato Maurice.


Poi il litigio era proseguito su un tono meno acceso ma sempre colmo di furore, finché il più forte (almeno fisicamente) Maurice aveva spuntato con il ricatto la somma di mille marchi onde poter acquistare un negozio di orologiaio. Ma la bella Geli era ormai irrimediabilmente perduta, consegnata da Maurice alla mercé delle curiose voglie dello zio...
Lo Strasser parla dunque apertis verbis dell'incapacità di amare di Hitler e degli impuri succedanei con cui si procura - a suo dire - emozioni fittizie. Dobbiamo credergli? Per quanto ci consta, probabilmente sì. Non dimentichiamo, infatti, che il suicidio di Geli sarà seguito da quello dell'inglese Unity Mitford, al quale si vorranno dare tinte politiche, e che le più belle attrici e le donne più avvenenti, quali quelle che ad esempio portava Goebbels al Berghof, come Renata Müller, altra suicida, o la stessa Jugo, si lasceranno andare a qualche accenno indicativo o a un sorriso agli angoli delle labbra allorché verrà per caso e in tutta segretezza affrontato maliziosamente l'argomento.

Storie di donne, storie di impossibilità. Ma con Eva la vicenda è differente, è la storia di una relazione. Questa, che per lungo tempo non sarà di dominio pubblico, (al contrario di ciò che accadde a guerra finita quando non si parlerà che di lei, della compagna del Führer) si può collocare con una certa precisione nel tempo.
La data si situa nell'anno 1932. Eva era intervenuta in funzione di consolatrice di un Hitler al limite della prostrazione e aveva udito la frase che quell'uomo più che maturo aveva detto scuotendo il capo: «Siamo tutti responsabili della morte della cara Geli». Alla fine, a furia di sentire magnificare questa Geli, si era convinta che doveva certamente essere una donna davvero eccezionale e non la ragazza piena di vita e di voglia di divertirsi che era stata; così aveva finito, dapprima per compiacere il futuro dittatore, poi per inconscio desiderio di emulazione (Eva Braun aveva una spiccata tendenza imitativa e una personalità tutt'altro che forte, salvo poi a sfogare questa sua debolezza con scatti di rabbia e maltrattamenti nei confronti del personale...) ad assumere pose e atteggiamenti che erano stati di Geli e che il «suo» Hitler continuava a magnificare, a lodare, a portare in palmo di mano.
Eva comincia perciò in quest'epoca a correre letteralmente dietro a Hitler. Lo segue come un'ombra, cerca di partecipare a tutte le riunioni familiari di casa Hoffmann, d'esser presente ai picnic, agli spettacoli; qualche volta strappa l'invito, qualche altra provoca l'avance. Ma Hitler sembra non volersi spingere a fondo e manda qualche bigliettino convenzionale, qualche regaluccio di nessun significato.
Suggestionata dalla fine miseranda di Geli Raubal, volendo mostrarsi vittoriosa là dove, evidentemente, l'altra aveva fallito, Eva decide il passo drammatico, il suicidio in piena regola. Il primo novembre 1932 Eva afferra la pistola che il padre teneva nel comodino (una 6,35) e si spara sdraiata sul letto dei genitori: ma, caso fortuito o volontà di sopravvivenza, il proiettile colpisce la zona inferiore del collo, sotto la carotide. Molto sangue, spavento generale, ma scampato pericolo. Il medico che accorre (è stata la stessa Eva a chiamarlo, col sangue che usciva a fiotti dalla ferita) è il cognato di Hoffmann, Plate.

La mossa rivela l'astuzia della donna. Se, infatti, si fosse rivolta al principale della sorella, al dottor Marx, questi con tutta probabilità avrebbe tenuto nascosta la cosa con il risultato che Hitler non avrebbe subodorato nulla e tutto sarebbe risultato vano. Ecco che invece tramite il Plate, Hitler, via Hoffmann, viene a conoscere l'intera faccenda. Ma, e qui abbiamo uno dei tratti rivelatori dell'uomo, la prima cosa che fa è quella di chiedere al medico se non si sia trattato per caso di un falso tentativo di suicidio...
Al che Plate, forse commosso dalla situazione della giovane, lo rassicura dandogli la certezza che Eva si è salvata per puro miracolo e che la pallottola era destinata al cuore; solo l'imperizia nel maneggiare l'arma aveva permesso che la figlia del severo Braun uscisse viva dalla camera da letto dei genitori. Hitler, al quale gli spargimenti di sangue non dispiacciono, ne è profondamente lusingato. Non solo: c'è un altro particolare che gli fa considerare quella donna con occhio più benevolo; non si è rivolta al dottor Marx, un israelita che avrebbe potuto utilizzare contro di lui e la sua carriera politica quel fatto, ma a un uomo di fiducia della cerchia degli intimi...
La cosa dunque è fatta: Eva d'ora in avanti ha un posticino nel cuore del futuro Führer. Un posto piccolo per la verità, dato che le assenze sono molte, i regali scarsi, le tenerezze (mah, quanto a quest'ultima voce, a parte i convenevoli d'uso, le mani nelle mani, che altro si può dire?)...
«Il mio ufficio sembra un negozio di fioraio con l'odore di una cappella mortuaria» scrive il 6 febbraio 1935 in un suo diario. Dunque Hitler non le faceva mancare i fiori. «Niente vestiti da mettere nell'armadio, neppure un cagnolino, non mi ha chiesto se volevo qualcosa per il mio compleanno...» annota amaramente cinque giorni dopo. «Vi sono delle volte in cui si comporta in modo volgare» scrive il 18...
«Ho dovuto osservarlo mentre acquistava dei fiori per Anny Ondra» scarabocchia l'11 marzo. Quest'attrice altri non era che la moglie del pugile Schmeling e l'invito a pranzo aveva seguito, come di prammatica, il gesto della consegna dei fiori.
«Ha bisogno di me per ragioni speciali... non mantiene mai le sue promesse... perché non la pianta invece di torturarmi?»
Ecco il comportamento di Hitler durante l'appassionata relazione. Nel frattempo sono apparse all'orizzonte le gambe slanciate e tornite, ma sode (proprio come piacciono a Hitler che passerebbe delle ore a contemplarle), dell'inglese Unity Mitford e la povera Eva muore di gelosia, dato che i pettegolezzi sulla infatuazione dell'inglesina non si fanno certo attendere. Ergo, la notte del 28 maggio altro tentativo di suicidio, meno teatrale e meno ad effetto del primo ma sempre efficace. Solo che questa volta a Eva le cose vanno male. La fanciulla ha previsto tutto; ha ingerito una ventina di compresse di sonnifero, lasciando ben in vista sul comodino l'agenda in cui ha tenuto il diario delle sue pene e dei suoi dolori, quindi si è sdraiata sul letto ben sapendo che di lì a poco sarebbe venuta la sorella Ilse. E così è infatti, sennonché Ilse, che trova la sorella più di là che di qua, anziché dare al fatto la pubblicità necessaria chiama immediatamente il dottor Marx e strappa ad una ad una le pagine più compromettenti del diario; il medico israelita cura Eva senza far motto e la dichiara poco dopo fuori pericolo. Di questo secondo tentativo nessuno, all'infuori della famiglia Braun, saprà mai nulla e meno che mai Hitler.
Ma tentativi di suicidio o no, la posizione di Eva presso l'uomo politico più importante della Germania è ormai assicurata e il suggello verrà dagli inviti a Berchtesgaden, il romitaggio in cui saranno invitati soltanto gli intimi e i fedeli e che solo più tardi sarà trasformato in luogo di ricevimenti.
Ma chi sono questi intimi, questi amici?
«...coloro che gli sono attorno - dice la voce implacabile di Otto Strasser - non sono amici ma complici, individui tarati da un lato, strumenti ciechi e brutali dall'altro. Ecco Max Amann, il capo delle edizioni presso le quali appare il Völkischer Beobachter, un affarista senza scrupoli; ecco Hoffmann la cui fortuna è dovuta al più vergognoso dei compromessi; ecco Emil Maurice, l'autista diventato capo del gruppo SS che sarà il 30 giugno 1934 uno degli assassini al servizio del mostro; ecco Christian Weber, il più indegno degli accoliti di Hitler: sfruttatore di donne, si è guadagnato da vivere facendo il gorilla da Donisi, uno dei luoghi più malfamati di Monaco, e buttandone fuori i clienti rissosi. Questi è l'uomo che Hitler vede e consulta giornalmente, l'essere eccezionale che può entrare da lui senza farsi annunciare. Questo individuo abbietto con il fisico da orango serve da energumeno al padrone della Germania con la stessa forza muscolare, con la medesima assenza di scrupoli che metteva nel servizio per Donisi (...) Il favore di parlargli con il tu è riservato alla piccola banda di intimi. Essi e alcuni amici chiamano Hitler Adi, gli battono la mano sulla coscia, osano raccontare in sua presenza le storielle meno edificanti. E Hitler si compiace della loro compagnia, perché li sente della sua stessa risma, perché queste persone gli confermano quello in cui crede ciecamente: l'uomo è per natura malvagio.»
Non per nulla Hitler aveva detto allo stesso Strasser:
«L'uomo è cattivo di nascita. Non lo si doma che con la violenza e per guidarlo tutti i mezzi sono leciti. Bisogna saper mentire, tradire, assassinare anche, quando la politica lo richiede...»
Come programma, confessiamolo, non c'era di che; indubbiamente almeno questa promessa, lui che non ne manteneva nessuna, Hitler la manterrà.
E così, circondato da queste rispettabili persone, Hitler prenderà la via dei monti ogniqualvolta - dopo aver respirato le esalazioni delle fogne - sentirà il bisogno d'una boccata d'aria pura...

Capitolo IX - Hitler in vacanza

Si chiamava «Haus Wachenfeld». L'aveva acquistata sui monti della Baviera a circa duecento chilometri da Monaco. Si trovava sul pendio di una montagna, l'Hoher Gell, a sud di Berchtesgaden. Di fronte vi era un paesino, Obersalzberg. Questa «Haus Wachenfeld» aveva una sua storia. Era stata costruita da un avvocato, Winter, nel 1916 che l'aveva poi affittata nel 1925 al signor Adolf Hitler o meglio ai suoi commilitoni di partito. Ad Hitler quel posto piaceva pazzamente e, amante della natura com'era, stava ore e ore a contemplare le montagne. Più tardi Hitler, avendo maggiori disponibilità, l'aveva comperata e vi trascorreva sempre più spesso delle lunghe pause che potremmo chiamare di vacanza e di svago, se non vi fosse andato soprattutto per lavorare nella quiete e nel silenzio alpestre. Fino al 1935 la «Haus Wachenfeld», che Hitler aveva ribattezzato Berghof, aveva conservato un aspetto piuttosto rustico, ma più volte erano stati fatti degli abbellimenti. Verso il '36 però ecco la rivoluzione. Il Berghof si trasforma. Viene trovato un architetto, il professor Roderich Fick, il quale riceve la consegna di mantenere intatto l'ambiente rustico iniziale, pur ampliando nella parte sottostante la costruzione, in modo da avere il massimo spazio a disposizione per i rappresentanti stranieri e per gli ospiti nonché, naturalmente, per il personale di servizio. Questo compito, unitamente alle pretese di monumentalità che Hitler accampava, non desiderando sfigurare di fronte a nessuno, avrebbe fatto impazzire chiunque, date le incredibili limitazioni imposte dalla conservazione di un ambiente come quello della vecchia «Haus Wachenfeld» e le pretese architettoniche delle costruzioni del regime, pompose e solenni, per non dire faraoniche.
Oggi la Berghof non esiste più. Nel 1952 l'hanno fatta saltare in aria. Forse perché temevano che i pellegrinaggi, dettati nella maggior parte dei casi da semplice curiosità, finissero per farne una meta prediletta dei tedeschi e degli stranieri nostalgici. Ma anche qui qualcosa è rimasto, nonostante tutto. Di nuovo c'è una locanda che sorge sullo spiazzo un tempo occupato dal giardino privato della dimora prediletta di Hitler. È una costruzione come tante altre, semirustica, con balconcini in legno e grandi vetrate. Una porticina pure in legno con i riquadri vetrati dà accesso al «Berghofbunker», peraltro annunciato da un grosso e visibilissimo cartello. Si tratta del bunker sottostante alla dimora alpina, perfettamente intatto. La mano scioccamente devastatrice (perché la storia è pur sempre tale e va rispettata; come comportarsi allora con il busto di Caligola? lo si deve distruggere?) non si è spinta nel sottosuolo. Qui, alla luce delle lampade, nel chiarore artificiale si snodano gli stretti e lunghi corridoi, si riavverte quell'atmosfera di residenza catacombale che dovette essere peculiare delle ultime giornate del Reich millenario.
Gli americani, nella loro mania di sovrapporre i loro usi e costumi a quelli dei paesi occupati, non hanno avuto idea migliore che costruire sopra le macerie della Berghof un albergo riservato alle truppe di stanza in Germania; come a voler riaffermare il loro diritto di vincitori su un popolo già provato dalla sconfitta. Che altro vorrebbe infatti significare quella costruzione dalla quale sono esclusi i tedeschi, se non che oggi non comandano più loro? Così il «General Walker Hotel» si drizza invece della Berghof: non c'erano evidentemente in Germania altri posti più belli... Con questa impresa hanno tolto al civile, al curioso, allo stesso storico la possibilità di verificare di persona certe pagine del passato, discutibile fin che si vuole, ma pur sempre tale.
Per nostra fortuna, e fidando nel potere di conservazione delle gelatine, rimangono le fotografie. Nonostante la cura gelosa della sua privacy, il fotografo Hoffmann era riuscito a tracciare un quadro della vita del Führer nella quiete alpina. A queste immagini si uniscono i resoconti dei testimoni, anche se, qualche volta, poco attendibili. Fra le une e gli altri cercheremo di ricostruire alcuni momenti della vita del personaggio più discusso e inquietante del secolo ventesimo.
Dall'alto di uno strapiombo roccioso, all'incirca un centinaio di metri, proprie dove si trova il nido dell'aquila, si può vedere di fronte questo famoso Berghof. Lo scenario alpino è semplicemente incomparabile. I monti si perdono a vista d'occhio, una catena dietro l'altra come le quinte di un teatro. Dense foreste di conifere formano sulle pendici larghe chiazze che a volte si diradano in pascoli alpini e lasciano alla fine il passo alla rada flora delle vette e alle spoglie pendici innevate. Una casa, apparentemente non dissimile da mille chalet alpini, soltanto un po' più massiccia, si erge su un terrazzo addossata a una ripida ed erbosa pendice. Il primo piano è occupato dalle rimesse per le automobili, grosse Mercedes velocissime; ma se non fosse per un'asta destinata a sorreggere un labaro con la croce uncinata, uno potrebbe anche pensare che si tratti della dimora di vacanze di un ricco industriale o forse anche di un facoltoso ingegnere. Le finestre sono munite delle imposte care a tutti gli chalet bavaresi. Il primo piano, che è la vera e propria base della casa, è sovrastato da una terrazza, ampia, pavimentata con lastre di selci irregolarmente squadrate, ora rombi, ora ottagoni, ora triangoli, alla rustica insomma. Un balcone, al piano superiore, corre lungo la facciata: è tutto un fiore; questo piano è di legno, la solita perlinatura esterna, che accentua ancora di più l'aspetto «alpino». Anche le pietre del tetto, «fermate» da grossi macigni (tre file per lato), non sfuggono alla regola del rustico ad oltranza. Questa impressione è accentuata anche da alcuni angoli dell'interno, dalla presenza di grosse Frau ricoperte da cretonne a fiori, da cuscini a forma di cuore decorati con motivi di flora alpina appoggiati su panche che corrono lungo la parete, da discreti abat-jour. Fiori dappertutto: Hitler ama i fiori; ve ne sono sui tavoli, negli angoli, perfino nei riquadri delle finestre, fra le tendine e le controtende; ci sono dei portavasi di legno a più piani che sorreggono minuscole piante grasse inondate di luce, ci sono mazzi sempre freschi che fuoriescono opulenti da pesanti e larghi vasi di cristallo sfaccettato. Difficile in ogni caso riassumere l'impressione che dà sulle prime la dimora alpina, un misto di rifugio familiare e di luogo di ricevimenti. La presenza delle guardie del corpo, poi, numerose ovunque, senza contare il cordone di fedelissime SS che circonda l'intera zona, contribuisce a raggelare un ambiente che altrimenti sarebbe allegro e accogliente. Per gli eventuali ospiti e invitati è stato inoltre redatto uno speciale regolamento in nove punti. Esso dice:

1. È proibito fumare fuori della propria camera.
2. Non si deve parlare alla servitù né farsi latori di lettere o pacchi.
3. Parlando al Führer o del Führer si deve usare sempre quest'appellativo e non servirsi di altri titoli o usare l'espressione «Herr Hitler».
4. È proibito agli ospiti abusare dei cosmetici e si fa divieto formale alle signore di tingersi le unghie.
5. Gli invitati devono presentarsi a tavola due minuti dopo il suono del gong. Nessuno deve sedere o alzarsi prima che lo faccia il Führer.
6. Nessuno può rimanere in camera allorché in essa entra il Führer.
7. Gli invitati devono ritirarsi nelle loro camere alle ore 23, a meno che il Führer li preghi espressamente di rimanere.
8. Gli invitati devono restare nell'ala della casa che è stata loro assegnata. È proibito entrare nei locali di servizio, nel quartiere degli ufficiali SS o nell'ufficio della polizia politica.
9. Dopo aver lasciato Berchtesgaden è formalmente proibito riferire a stranieri o estranei le parole che possono esser state dette dal Führer. Ogni infrazione consistente nel dare informazioni sulla vita privata del Führer sarà punita con le pene più severe.


Come si vede si tratta di un regolamento che non doveva eccessivamente contribuire a rendere allegra l'atmosfera né rendere spensierato il soggiorno in quelle stanze. Siamo sicuri che fra i non molti ospiti che il capo di stato della Germania ebbe, solo alcuni riuscirono a mangiare senza un imbarazzante groppo alla gola o un self-control che avvelenava le gioie arrecate dalla bellezza del panorama alpino. A questo occorre aggiungere la nessuna confidenza che Hitler era disposto a dare a chicchessia. Geloso fino alla morbosità dei propri sentimenti, Adolf Hitler, che avrebbe potuto attirare, grazie alla sua personalità magnetica, i più devoti sentimenti, otterrà invece soltanto l'effetto opposto: una sorta di ammirazione che a poco a poco si trasformerà in sospetto e infine in odio. Egli stesso, quasi che agisse appositamente in tale direzione, sembrava rendersene conto, tanto che un giorno disse a uno degli uomini che aveva maggiormente affascinato con i suoi discorsi, i suoi progetti, le sue parole e il suo sguardo, vale a dire l'architetto Speer, che alla fine della propria vita avrebbe avuto solo l'affetto di due creature (parlò però di devozione); queste erano la Braun e un animale, la sua cagna Blondi. Speer stesso dirà: non conobbi mai uomo che più raramente lasciasse trapelare i propri sentimenti. Per poterlo chiamare amico mancava tutto...
Il salone del mappamondo, dove si tenevano i ricevimenti, aveva un'immensa vetrata attraverso la quale si scopriva l'incantato silenzio della montagna. 90 vetri in un telaio a riquadri permettevano la più bella vista alpina che un uomo potesse desiderare. Davanti, su un ricco tappeto, s'allungava la pesante tavola da pranzo in legno massiccio. Sulla destra, guardando verso la finestra, il tavolino rotondo delle conversazioni con le poltrone imbottite di velluto in circolo. Anche qui fiori e abat-jour. Un arredamento che recava la firma Troost.
Nella dimora alpina c'erano quattordici camere da letto oltre a quelle del personale, il che dà anche un'idea delle dimensioni della costruzione, modesta soltanto nell'apparenza. Le vasche da bagno erano tutte in marmo; quella di Hitler era in puro marmo di Carrara, dono personale di Mussolini. Le camere, tinteggiate in grigio perla chiaro, erano all'insegna della semplicità; unica concessione al gusto imperante dell'epoca, alcuni affreschi dedicati alla mitologia germanica o greca.
Alle pareti, oltre ai piatti e alle maioliche di pregio, si potevano talvolta osservare preziosi quadri e, paradossale ma vero, opere di pittura moderna mai esposte al pubblico perché giudicate dalla mistica nazista come prodotti di un'arte degenerata, ma davanti alle quali Hitler si fermava a volte a osservare con occhio critico e quasi sovrappensiero.
Tutto sommato l'atmosfera del rifugio alpino poteva anche riuscire sconcertante, come una conciliazione forzata fra un lusso necessario ma quasi rifiutato e una comodità rustica e intima violentemente desiderata. Gli arazzi e gli affreschi stridevano con l'aspetto esteriore della costruzione, gli angoli arredati alla... tirolese s'armonizzavano invece con l'esterno, ma non con il rimanente degli arredi.
Sarà comunque qui che giungeranno un giorno, proprio nella cittadina bavarese di Berchtesgaden, di cinquemila abitanti, le truppe della divisione Leclerc...
Questo, beninteso, nel '45, per l'esattezza il giorno 4 maggio, ventiquattr'ore prima che nascesse la figlia della sorella di Eva, Gretl, e di Fegelein.
Sono le sei del pomeriggio, poco più poco meno.
In lontananza si vedono alcune uniformi: sono kaki, dunque non appartengono a tedeschi. Appartengono alla decima divisione aviotrasportata americana e ai francesi di Leclerc. Le ultimissime SS se ne sono andate, con grande sollievo di mariti e contadini della zona e con qualche lacrimuccia da parte di alcune forosette che per anni avevano vissuto la bella vita, ottenendo anche dei pacchetti di caffè e di cioccolato, zucchero e farina, cose introvabili in quell'epoca in cui non c'era niente. Le guardie del corpo di Hitler la facevano da padroni e il «jus primae noctis» spettava sempre a loro, come ai buoni tempi del più nero medio evo. Ma non si fermavano ovviamente lì; con sabotaggi e attentati avevano fatto fuggire tutti gli albergatori, che avevano dovuto ripiegare sotto l'offensiva mirante a circondare il Führer della più assoluta segretezza. A chi non si piegava c'era sempre l'applicazione del cavalletto e delle frustate, metodo infallibile. La stessa sorte capitava anche a quei fidanzati o mariti che avessero elevato le proprie proteste osando alzare la voce contro i pretoriani. Questi comunque avevano davvero tagliato la corda, dopo aver cosparso di benzina i meravigliosi pavimenti della costruzione e avervi appiccato il fuoco. Ma qualcosa, se non proprio tutto, si sarebbe potuto salvare dal danno se anche i locali non si fossero messi in testa di asportare l'asportabile e gli americani non avessero avuto in mente di farvi un albergo riservato ai propri ufficiali. Forse i trecento visitatori al giorno che convenivano silenziosi e muniti di macchina fotografica davano fastidio...
Eppure era proprio qui che, nonostante tutto, si poteva osservare il Führer più da vicino; il tiranno della Cancelleria era, infatti, assolutamente inavvicinabile. Era da qui che partivano per il mondo le immagini di un Adolf Hitler idillico, nell'atto di accarezzare il capo a un bambino o il mento a una fanciullina dalle trecce bionde come il grano e dagli occhi azzurri come il Königsee. Era in questi luoghi che si faceva ritrarre in compagnia di Blondi, il pastore tedesco femmina. Di qui si diramerà per tutta la Germania il ritratto di un Führer amante della montagna (anche se con i lavori eseguiti in seguito il Berghof aveva perso molte se non tutte le caratteristiche alpine: sparito il tetto con i lastroni di ardesia, soppresse quasi tutte le finestre rustiche, eccetera), ma soprattutto di un capo che voleva vivere in mezzo alla natura, ai caprioli (che detestava), agli uccelli (che amava), agli alberi: un'immagine dunque che solleticava nel proprio orgoglio ogni buon tedesco. Buon patriota, protettore della famiglia (anche se le SS ne combinavano di cotte e di crude e cominciava a farsi strada nella contorta fantasia di Himmler il mito dei Lebensborn), adoratore dei monti e delle conifere questo capo era il migliore fra tutti quelli che la terra tedesca avesse mai avuto nei secoli passati, superiore perfino a Federico il Grande...
E qui, a dire il vero, propaganda a parte, il Führer lascia effettivamente intravedere qualcosa, anche se non molto, della sua vita interiore.
Un uomo, direbbe Brillat-Savarin, lo si giudica da come mangia. Ebbene qui, al Berghof, Hitler si lascia ritrarre innumerevoli volte proprio mentre porta il cibo alla bocca o sorveglia minuziosamente il modo con cui viene apparecchiata la tavola. È ad esempio appoggiato, con gli avambracci, sullo schienale di una sedia, in piedi, tutto curvo in avanti. Le mani sono nella posizione che assumono di frequente: la destra a pugno nella sinistra a cucchiaio: i suoi occhi non perdono un particolare. Guarda il mazzo di fiori che trabocca, straripa dal vaso, controlla la disposizione delle posate, il tutto per poi vedersi servire in tavola un menù che avrebbe fatto arricciare il naso al Brillat-Savarin di cui sopra. Ecco infatti su carta filigranata uso mano, fregiata con tanto di croce uncinata, aquila e corona d'alloro (noblesse oblige...) una lista da dieta... dimagrante. Se qualcuno vuol togliersi lo sfizio di mangiare oggi quello che Hitler mangiava allora lo faccia pure; come primo piatto ecco intanto una Graupensuppe, una zuppa d'orzo, poi Würste, crauti, purea di patate o insalata, formaggio, frutta (s'intende in alternativa o frutta o formaggio). Questo valeva per gli ospiti; Hitler che era vegetariano, e molti per compiacerlo si adattavano a tirare la cinghia mettendo da parte per il periodo che erano al Berghof le carni (salvo poi a mangiare un intero bue all'arrivo in città), mangiava solo la famigerata Graupensuppe con uova e insalata, più il solito formaggio.
Qualunque turista che fosse capitato per sbaglio in una trattoria bavarese di quint'ordine avrebbe potuto, una volta spinta la porta ed entrato nel locale colmo di tavolini macchiati per non dire intrisi di birra, avere gli stessi piatti per quattro soldi. D'accordo, la cucina del Berghof, completamente elettrica, era assai superiore e i cuochi (o, meglio, le cuoche) valevano assai; purtroppo però i Sauerkraut son sempre quelli e non consentono voli di fantasia.
E, giacché ci siamo, vogliamo un poco vedere questo Hitler a tavola? Vogliamo osservare come si comporta, che cosa si mette in bocca, quali discorsi tiene? Vogliamo vederlo inoltre con i suoi ospiti tornando indietro nel tempo come se si trattasse di una persona ancora viva, lì, con il codazzo di donne, di abituali frequentatori del suo «angolino» fra i monti?
Una delle rarissime volte in cui era stato costretto a mangiare carne era capitata allorché aveva trentun anni. Stretto in un un goffo abito blu, uno di quei doppiopetto che rimarranno famosi e che si compiaceva di sformare quasi fossero dei sacchi e non dei vestiti, Hitler era entrato nella sala da pranzo della famiglia Strasser a Landshut, nella Bassa Baviera. Gregor Strasser aveva per l'occasione invitato anche suo fratello, più giovane di lui di cinque anni; la farmacia-drogheria dei coniugi Strasser era da tempo diventata un luogo di convegno e di ritrovo delle persone più influenti, e al tempo stesso politicamente irrequiete, della cittadina. C'era anche il generale Ludendorff, severo e accigliato, e naturalmente la padrona di casa, Elsa Strasser, la quale aveva fatto boccucce di fronte a quei baffetti a mosca, all'aspetto pallido e malaticcio del nuovo commensale dagli occhi grigiastri e spiritati.
Soliti discorsi, solite domande da generale di Ludendorff:
- Quanti anni di servizio? - aveva chiesto, brusco, a Otto Strasser.
E il fratello del padrone di casa, futuro capo del Fronte Nero, aveva snocciolato tutti gli avvenimenti salienti dei suoi quattro anni e mezzo di volontariato nelle file dell'esercito; non per nulla era il più giovane volontario della Baviera...
Fra una chiacchiera e l'altra si succedevano le portate, finché era stato portato in tavola un fumante arrosto:
- Elsa - aveva detto Gregor Strasser - Il signor Hitler non solo è astemio ma è anche vegetariano...
- Il signor Hitler non sarà così scortese da rifiutare la mia cucina - aveva ribattuto, piccata, la battagliera Elsa, alla quale quell'individuo proprio non andava giù. Difatti, anche quando suo marito salirà gli scalini della gerarchia nazionalsocialista, sempre Elsa rimarrà diffidente nei confronti dell'uomo con i baffetti a mosca e, purtroppo, i fatti del '34 dovranno darle ragione.
Per amor di pace, allora, l'ancora poco influente Hitler aveva dovuto arrendersi e trangugiare con disgusto un boccone di «quella roba»: un fatto che non si sarebbe mai più ripetuto. (Anche su quest'aspetto, su quest'idiosincrasia lo psicologo avrebbe qualcosa da dire...)
Ciò non vuol dire, però, che Hitler fosse completamente vegetariano. In altre parole mangiava uova e pesce, escludendo quindi dal menù la sola carne. Ci teneva molto alla forma. Nel suo rifugio di Berchtesgaden amava vedere tovaglie di classe, servizi di porcellana di Dresda su una tavola massiccia di quercia, alla luce di lampade nascoste e con la compagnia del canto di uccelli rari che erano la sua passione. Nella sala da pranzo, infatti, una vera folla di settantotto volatili faceva un chiasso indiavolato per il quale il dittatore nazista andava in visibilio.
Quando c'erano ospiti però esigeva che i migliori servizi in argento massiccio fossero posti in tavola. Mangiava, quest'uomo il cui nome sarebbe stato sinonimo di abominio, con una serie di gesti peculiari, per non dire non troppo ortodossi. Anziché avvicinare il cibo alla bocca chinava il capo in avanti, lasciando l'avambraccio poggiato sul tavolo. Anche il modo di muovere le mascelle era singolare, parendo che anziché un boccone dovesse far ruotare un uovo da una guancia all'altra; ma non dimentichiamo a questo proposito che Hitler dovrà anche subire un delicato intervento alla mascella, in aggiunta a quelli effettuati alla laringe.
Il braccio sinistro era sempre sotto il tavolo, all'americana; d'altronde con i manicaretti semplici e al tempo stesso elaborati fatti di uova, pesce, insalate di tutti i generi, non c'erano coltelli da impugnare.
Nulla tuttavia è più lontano dal pranzo di un capo di stato che la casalinga cerimonia di Berchtesgaden. La stessa Eva volentieri abbandonava le regole dell'etichetta; e non era raro durante un frugale spuntino come quello serale alzare con la sinistra il piatto con le immancabili torte di cui lei aveva finito per divenire golosa per... solidarietà. Ecco quindi un uomo in doppiopetto, colletto floscio e ciuffo in disordine, chino sulla tavola e una donna che s'infila avida grossi bocconi nelle fauci, magari spettinata anche lei (anche qui per solidarietà?), e sollevando il piattino con la sinistra...
Una delle particolarità dei menù di Hitler sarà la presenza quasi ossessiva del piatto preferito, la minestrina a base di cipolle, patate, rape, sedano e naturalmente prezzemolo con aggiunta di un pizzico di noce moscata e un po' di farina. Insieme alla minestra, il piatto forte del Führer era la frutta secca: chili di nocciole, noccioline, mandorle, noci; ma dove batteva tutti gli avversari era nel consumo di caffè, un caffè non alla tedesca ma assai più forte anche se ancora un tantino lontano dall'espresso all'italiana. Sedici tazze il giorno: ecco la media del Führer, un caffè nero e zuccheratissimo.
Accanto ai piatti tradizionali, alla frutta secca e al caffè occorre poi mettere i dolci, di cui abbiamo più volte parlato. (Divoratore instancabile di caramelle, cioccolato, babà alla crema, in qualunque momento, come un vecchietto goloso o un bambino, si ficcava furtivo la mano in tasca e ne estraeva una caramellina che si cacciava in bocca quasi di nascosto, continuando infaticabile a parlare.) Mai le torte, fatte dalla cuoca tirolese, che saranno la sua unica consolazione negli ultimi giorni della Cancelleria, saranno lontane dalla tavola: quante volte non si siederà in compagnia delle sue fedeli segretarie, che dovevano unicamente assentire ai suoi lunghi monologhi, invitando anche la fedele fra tutte le cuoche, la Manzialy, davanti ad una torta sontuosa?
Ammette che, per quanto lui beva soltanto acqua o surrogato di birra analcolico, gli altri possano bere vino, purché sia vino tedesco e non francese e neppure italiano se non in debite eccezioni: non vuole che i soldi tedeschi vadano ad altri che non siano gli agricoltori del Reno, del Tirolo, della Mosella; Riesling, Tokay tirolese, bianchi e rossi renani siano i benvenuti, purché abbiano il marchio di «echte deutsche Produkt». Una cosa che, stando alle testimonianze, faceva addirittura uscire dai gangheri quell'epulone di Göring, il quale si vantava d'essere un Lucullo della tavola europea e andava matto per i vini francesi...

È qui, a Berchtesgaden, che Hitler ha modo di conoscere Renata Müller. Bella, buona attrice, buona cantante e ballerina, aperta di carattere, era uno degli idoli delle giovanette tedesche. Era stata naturalmente adocchiata da Goebbels che non si lasciava scappare la minima occasione per corteggiare una donna e che in fatto di seduzione, nonostante la bruttezza e il fatto d'esser storpio, non era certo secondo a nessuno in Germania. Goebbels aveva compreso che Renata era giusto il tipo che sarebbe potuto piacere a un orso come Hitler e aveva pensato bene di presentargliela. Aveva cominciato a buttare lì, durante le conversazioni interminabili che si svolgevano al Berghof, qualche elogio sul talento artistico e sulla bellezza della giovane; Hitler si era interessato e, cogliendo la palla al balzo, Goebbels aveva proposto come per caso di proiettare qualche film della Müller in visione privata a Berchtesgaden.
Detto e fatto.
«La giovane attrice - dice Pauline Kohler - lo affascinò ed egli chiese a Goebbels d'invitarla a trascorrere alcuni giorni al Berghof.» È sempre la Kohler a precisare che Renata arrivò per l'ora di pranzo, un venerdì, e che Hitler si offrì subito come guida per tutta la villa. Arrivati nella biblioteca Hitler si era messo a magnificare le sue opere. Poi mentre gli ospiti, come Goebbels e sua moglie, Göring e altri, annoiati, tagliavano la corda, Hitler improvvisamente si era messo di fronte alla bella attrice e aveva fatto il saluto nazista. La Müller era rimasta di sale. Era invece rimasto bloccato, come scolpito nel marmo, Hitler, con il suo braccio alzato, il volto inespressivo, gli occhi fissi sulla donna. Poi di colpo aveva abbassato la mano tesa dicendo: «Posso stare in questa posizione per ore e ore... non mi stanco mai quando mi sfilano di fronte i soldati e sono costretto a rimanere col braccio teso. Ho un arto che è come di granito. Göring invece non può fare altrettanto, dopo mezz'ora è costretto a cedere. Egli è debole, io, al contrario, sono forte. Posso fare questo saluto per due ore ininterrotte. Ciò prova che sono quattro volte più forte di Göring. È un record stupefacente, lo stesso sono meravigliato di questa mia forza.»
E dopo aver guardato bene negli occhi Renata Müller, il Führer se ne era andato lasciandola inebetita.
I giorni successivi il corteggiamento non era andato certo più in là, anche se non mancavano le piccole, antiquate, attenzioni come la scatoletta di confetti o il mazzo di fiori in camera. Solo alla vigilia della partenza il Führer aveva fatto proiettare in anteprima assoluta l'ultimo film della bella attrice e aveva chiesto a lei stessa di fargli da cicerone. I due si erano seduti nella saletta e l'operatore aveva fatto girare la pellicola. Sullo schermo erano comparse le immagini in bianco e nero; un film convenzionale. Ma tutt'altro che convenzionale era stato il comportamento del padrone della Germania. Dapprima aveva preso fra le sue la destra della donna; quello di avere fra le mani le dita affusolate e ben curate di una donna era un gesto che gli piaceva immensamente. Poi a poco a poco, sotto gli occhi stupefatti dell'operatore, che aguzzava lo sguardo nel buio dalla fessura della piccola cabina, una mano di Hitler si era soffermata come per un caso sul ginocchio di lei quindi si era cercata un varco sotto la gonna. Solo quando, scivolando lungo la calza, aveva trovato la pelle serica e calda, si era fermata. Hitler era rimasto così, le dita appoggiate all'inguine di lei, senza dire una parola, immobile fino alla fine della proiezione. Dopo di che, la mattina successiva, la sbalordita e al tempo stesso lusingata attrice (dopo tutto aveva suscitato i desideri dell'uomo più importante della Germania) era partita per Berlino. Hitler le aveva messo a disposizione il suo aereo privato. E giunta a casa aveva trovato il pianerottolo inondato di fiori esotici: dono del Führer...
Era cominciato così uno strano idillio, che avrebbe avuto notevoli conseguenze anche per la storia contribuendo a radicare ancora di più Hitler nel suo feroce antisemitismo. Vedremo il perché. Intanto, presa sotto la protezione del Führer, la stella di Renata cresce; Goebbels, il quale ha delle mire sulla donna, fa inserire nei giornali del Reich articoli elogiativi delle capacità artistiche dell'attrice; i locali cinematografici di Berlino sono costretti a proiettare nuovamente i bestseller di Renata. Tutti i giornali mondani mettono la sua foto in prima pagina. Insomma mai Renata Müller si era trovata ad essere così celebre. Le sue recite teatrali registravano il tutto esaurito, i suoi film erano dei successi di cassetta. Goebbels non faceva che magnificarne le doti... Dove voleva andare a
parare il sopraffino ministro della propaganda? Non è difficile indovinarlo. Attraverso Renata egli pretendeva di aprirsi la breccia nel cuore di Hitler. Era sicuro che dopo l'incontro di Berchtesgaden e i fiori così generosamente donati, Renata avrebbe anche potuto divenire la consorte di Hitler, cosicché egli avrebbe avuto in lei una donna che non solo non gli avrebbe dato minimamente ombra, ma che gli sarebbe rimasta grata in eterno. Ecco dove voleva andare a parare Goebbels.
Ma c'era un neo nella relazione; Hitler si faceva vedere di rado; in tutto, dopo l'incontro iniziale, era andato due volte a farle visita e si era trattenuto poco tempo. La seconda volta era comparso all'improvviso verso la mezzanotte e se n'era andato - così avevano detto alcuni testimoni - soltanto dopo le quattro del mattino. Ma il giorno successivo Renata sembrava contrariata.
Sta di fatto che qualche tempo più tardi, Renata cominciò a tradire la sua nuova conquista. E - sommo delitto - con un ebreo, ricco, aitante. La Gestapo, che era stata messa alle calcagna della bella attrice, aveva immediatamente avvisato il Führer che era andato su tutte le furie. Renata era a Parigi che folleggiava spensierata, pazza d'amore ed ebbra di vita. Hitler allora aveva deciso un immediato ritorno della donna. La Pauline Kohler, nella sua qualità di domestica di Berchtesgaden, avrebbe avuto il compito di sostituire la cameriera di fiducia della donna. Ad Aquisgrana, infatti, due SS e Pauline salgono a bordo del treno proveniente da Bruxelles. A bordo, la polizia aveva già avvisato, c'è Renata Müller. A Colonia Renata viene fatta scendere in compagnia della sua nuova cameriera e delle due SS. Una Mercedes nera, senza guidoncino, li attende. Incomincia a questo punto il viaggio che doveva portare lo strano gruppo a Berchtesgaden: ordine di Hitler.
«Renata era inquieta - racconta Pauline. - Non fu chiamata in presenza di Hitler che alle 23,30. Mi chiese di aspettarla in camera sua ed io l'attesi appunto lì. Fu una veglia piuttosto triste. Renata non tornò che alle tre del mattino, pallida e affranta, ma non mi sembrava che avesse paura. Le preparai un caffè e lei mi raccontò quello che era successo.»
Il racconto di Renata è smozzicato, contraddittorio. A questo punto occorre dire, per dovere di obiettività, che pare piuttosto strano che un'attrice di primo piano e nella delicatissima posizione di Renata Müller senta improvvisamente il bisogno di confidarsi con la sorvegliante-cameriera che la stessa amministrazione della casa di vacanze di Hitler ha messo alle sue calcagna. Ma anche questa resta una pagina piuttosto oscura nella vita del dittatore, il quale compare dalle nuvole come Giove in atto di brandire unicamente fulmini e saette. Un Giove assai poco credibile.
«II Führer era solo - racconta Renata a Pauline. -Rimase seduto dietro il tavolo mentre andavo incontro a lui. Gli sorridevo sperando che le cose potessero prendere una piega favorevole. Per più di tre minuti non mi parlò e neppure mi puntò gli occhi in faccia. Quindi con uno scatto di violenza tale da far cadere a terra la sedia su cui era seduto, si alzò e mi vomitò addosso: 'Donnaccia, donnaccia imbellettata che te la fai nel letto dei porci ebrei. Ecco come trascorri il tuo tempo. Lo schermo non ti si addice. I marciapiedi di Berlino: ecco che cosa ci vuole per te, tu che te la spassi con ogni sorta di uomini! ' Era livido - prosegue Renata - una vena turgida di sangue pulsava nella sua fronte. Avevo paura, mia Pauline; indietreggiai. Ed egli avanzò verso di me: 'Sì, è tutto scoperto, sono al corrente del tuo viaggio a Parigi, so che ti sei comportata come una donnaccia, ma non mi si può oltraggiare in questo modo, sono il Führer!»
E dopo quest'urlo di rabbia Hitler aveva sbattuto in faccia alla donna un mazzo di fotografie che dimostravano per filo e per segno i momenti di felicità della donna, non esclusi i gesti di affettuosa intimità. Renata si trovava di fronte a Hitler indifesa, con il suo animo messo sulla scrivania, aperto e sbandierato sotto gli occhi di un uomo furibondo di orgoglio umiliato; era peggio che se fosse nuda.
Poi all'improvviso, con subitaneità di trapasso da un sentimento all'altro, Hitler era caduto in lacrime, con le spalle scosse da singhiozzi, il ciuffo appiccicato in disordine sulla fronte madida di sudore, una di quelle crisi alle quali dovranno anche abituarsi i compiti e austeri generali dell'OKW ai tempi dei primi rovesci sul fronte orientale.
Renata aveva avuto un moto di disgusto: Hitler era orribile. A lei piacevano gli uomini forti, virili anche se non belli, anche se d'animo perverso come quello di Goebbels. Ma un dittatore che piangeva come una donnetta isterica era un po' troppo anche per una consumata attrice di un firmamento cinematografico come quello nazista.
Superando il disgusto, aveva avuto allora una di quelle felici intuizioni che solo le donne hanno. Si era avvicinata a quel corpo rotto dai singhiozzi, gli aveva messo il braccio intorno alle spalle e aveva premuto il capo di lui contro il proprio seno, come una madre che intenda calmare i terrori del figlio.
E Hitler si era rabbonito. Aveva alzato gli occhi gonfi di lacrime, come un bambino che cerchi un appoggio, un sostegno e aveva preso fra le sue la mano di lei, il gesto consueto. Renata aveva vinto. Ma da quel momento non avrà più pace; pedinata a vista dalla Gestapo, continuamente sorvegliata, impossibilitata a vedere chiunque, e in particolare il suo spasimante israelita, finirà per essere colpita da una vera mania di persecuzione, aggravata dalle continue scenate di Hitler. La personalità del dittatore, non dimentichiamolo, era fortissima. Un medico ebbe a dire che anche la sua tempra, il suo fisico, dovettero essere eccezionali se con una simile personalità riuscirono a sopravvivere. Non è un paradosso: con quel carattere qualunque organismo avrebbe dichiarato presto forfait. Quello di Hitler durerà fino al 1945, e non cederà se non di fronte all'espressa volontà del... proprietario di porre fine ai propri giorni. E non è solo questo: vi immaginate un uomo che prenda ogni giorno intrugli e pillole di ogni tipo, preparati da un medico che non era certo un modello di scrupolo e di onestà professionale, come il dottor Morell, e che si dedichi anche agli stupefacenti pur di resistere alla fatica fisica, di fare a meno del sonno, di lavorare fino a tardi, di scambiare la notte per il giorno? E vi abbiamo elencato uno dei soliti menu di Berchtesgaden: ora, provate voi a cibarvi ogni giorno di quelle porcherie, poi provate a dire come state... Hitler resisteva imperterrito a tutto ciò, come alle decine di tazze di caffè nero, come agli strapazzi, al lavoro incredibile, al voler controllare tutto e tutti. La sua memoria, per quanto prodigiosa, non poteva immagazzinare le migliaia di dati che controllava ogni giorno, le decine di testi consultati. Il suo sistema nervoso continuamente scosso dagli intrugli di Morell era purtuttavia sottoposto a uno sforzo di volontà spasmodica: da qui le crisi improvvise, i cedimenti che lasciavano di stucco astanti e ospiti. Ma altrettanto subitaneamente Hitler era in grado di riprendersi e di imperversare di nuovo come prima.
Renata Müller comunque finirà per non poterne più; le scenate, le crisi, la sorveglianza, faranno saltare i suoi nervi e la getteranno in uno stato di prostrazione profonda, cosicché un bel giorno deciderà di farla finita e a mezzanotte meno qualche minuto si getterà dal terzo piano per sfracellarsi al suolo. Sottoposta a trasfusioni e a un rapido intervento non riprenderà neppure conoscenza e morirà così come aveva voluto.
Abbiamo riportato l'episodio così come ci è stato riferito soprattutto dalle righe scritte da Pauline Kohler, la cameriera di Berchtesgaden. Non è una pagina del tutto disprezzabile. Gli elementi di veridicità sono parecchi, ma tuttavia, almeno per quanto ci consta, quest'episodio va preso con le molle, con beneficio d'inventario insomma, come tutto ciò che la Kohler riferisce. A darle retta, Berchtesgaden sarebbe stato un lupanare di lusso dove l'osceno andava a braccetto con il perverso, dove il sadismo s'accompagnava alla severità ingiustificata. Ecco infatti un cavalletto eretto nel bunker sotterraneo (quello in cui Hitler, sia detto fra parentesi, non mise mai piede) dove le inservienti che hanno sgarrato sono legate seminude e frustate a sangue sulle parti molli alla presenza della servitù femminile: un dato che sa di letteratura deteriore, di Sade in camicia bruna e sul quale non abbiamo trovato rispondenza in nessun'altra testimonianza. Anche la vicenda di Renata Müller secondo noi presenta aspetti abbastanza oscuri per ingenerare dei dubbi. Che un fondamento di vero ci sia è innegabile, ma non basta a dare una vernice di credibilità all'intera versione dei fatti. Infatti la stessa Pauline si compiace, in descrizioni che rasentano il morboso, di darci un quadro quanto mai a tinte forti della residenza estiva del Führer. Ecco dei libri pornografici allineati in ogni comodino degli ospiti, ecco delle pellicole osé proiettate ad esclusivo beneficio del Führer, ecco dei lacchè in divisa SS approfittare indegnamente di tutte le inservienti, belle o brutte che fossero, del Berghof. E fra le prime vittime c'è lei, Pauline. Ecco infatti Himmler mandare come suo rappresentante permanente al Berghof Gregor Hausmann, un grassone simile nell'aspetto e nei modi a Göring. La prima persona che interessa, non certo dal punto di vista dell'efficienza, il nostro signor Hausmann, è, manco a dirlo, Pauline Kohler. Con il pretesto di voler far indagini su di lei comincerà a terrorizzarla, poi le chiederà con pretesti di ogni tipo di venire nel suo studio. Una sera telefonerà per del caffè e Pauline sarà costretta a portarglielo. È superfluo aggiungere che troverà Hausmann a letto con gli occhiali sospesi sulla punta del naso, le mani grassocce intorno a un libro, il corpo gigantesco è avvolto in un civettuolo pigiama di seta azzurrina mentre la pelle grassa e rosea deborda d'ogni parte.
Da buon nazista il nostro Hausmann andrà piuttosto per le spicce: trascinerà Pauline sul letto e infilerà senza troppi complimenti una di quelle mani enormi e grasse sotto il corsetto di lei. Ciò fatto, tolti gli occhiali e finito per terra il libro, comincerà un energico massaggio disintegrando tutti gli ostacoli incontrati per via. Stando al resoconto di Pauline la donna avrebbe sopportato il tutto per amor di pace e di quiete, finché il grasso Gregor, spenta la luce con un brusco gesto, non finirà per trascinarla, discinta e impotente, sotto le lenzuola.
Che i rapporti fra personale femminile e SS fossero quanto di più libero è lecito immaginare, è un fatto, ma che tutte le disgrazie capitassero alla povera Pauline ci sembra un po' eccessivo, pur non avendo in nostra mano testimonianze tali da poter smentire le sue asserzioni.
Ed ecco che quindi, allo stesso modo di quello che succede per Hitler, anche sul Berghof cala un velo di mistero. Lupanare o casa di campagna, chalet perduto fra i monti o luogo di perdizione, regno del terrore o atmosfera idillica? E soprattutto a chi credere? A coloro che lo frequentarono ma non si accorsero mai di nulla o a coloro che vi lavorarono e che affermano di averne passate di cotte e di crude?
Berchtesgaden avrà comunque il privilegio di essere il primo luogo di riunione degli intimi del Führer e l'ultimo rifugio degli alti papaveri in fuga. È nei suoi pressi, infatti, come abbiamo già spiegato nelle pagine iniziali, che gli inquirenti alleati scoprirono la maggior parte dei gerarchi nazisti e delle persone che avrebbero inviato al capestro di Norimberga, dove il sergente John Woods li attenderà impassibile davanti alla botola. John Woods: un vero asso del mestiere uno che prima di accingersi al... lavoro di Norimberga aveva già «appeso» altri 364 condannati; un bel record non c'è che dire.
Là, su quel patibolo, attenderanno i catturati della Baviera le corde speciali preparate con cura dalla John Edgington Et Co. di Londra, costate cinque giornate lavorative ciascuna e vendute al prezzo di circa trentacinquemila lire l'una: lucide, perfettamente scorrevoli, procureranno una morte efficiente, spezzando diligentemente l'osso del collo...
Poi, andati via gli ospiti (catturati dalle truppe d'occupazione), distrutti dalle SS in fuga suppellettili, quadri e mobili, del Berghof rimarrà una parte quasi intatta e un'altra notevolmente rovinata. Ma dovrà subire una vera, nuova ondata di visitatori: gli abitanti del luogo che razzieranno diligentemente tutto quello che vi potranno asportare, dai candelabri alle provviste rimaste, dagli interruttori ai brandelli di tappezzeria. Ridotto a un moncherino, a un desolato chalet in rovina dalle generose dimensioni, il Berghof aspetterà ancora che qualcuno si incarichi della sua sorte, fino al momento in cui alcune cariche di dinamite sapientemente collocate dagli americani non ridurranno in polvere quella che era stata una delle dimore più invidiate d'Europa per il panorama sul quale si affacciava e per i tesori che, si diceva, il Führer vi aveva accumulato, dai quadri di valore alle ceramiche preziose. Come abbiamo detto lo scempio della costruzione sarà effettuato nel 1952...
La vita che per qualche tempo si svolse nella villa bavarese è una delle chiavi per comprendere la personalità di Hitler e per osservarla da vicino. Ci avvicina cioè il dittatore nelle sue manifestazioni meno controllate e meno filtrate per l'ufficialità. Ma c'è tutta una serie di scritti che raccolgono i pensieri del Führer e che invece ci può servire per cercare di intuire quello che ci fu di verità e di menzogna nel suo pensiero. Non intendiamo parlare soltanto dell'opera più conosciuta e che ebbe la maggiore diffusione, ovvero il Mein Kampf, ma altresì di tutti quegli scritti e quelle annotazioni che vanno sotto il nome di Bormann-Vermerke e che verranno ceduti dalla sorella di Hitler, che li aveva in custodia, al francese Francois Genoud il giorno 17 luglio 1952 con dichiarazione del legale Alfred Seidl di Monaco. E bisogna poi tener conto delle diciotto note che pur facendo parte del complesso di annotazioni Bormann sono state pubblicate separatamente con il nome di Le tes-tament politique de Hitler. Non basta: ci sono gli scritti contenuti nel cosiddetto «libro segreto» di Hitler ovvero in un manoscritto confiscato nel 1954 in Germania da un ufficiale americano e spedito quindi negli Stati Uniti per esservi esaminato e per verificarne l'attendibilità. Ebbene, questo secondo brogliaccio non doveva essere altro che la seconda parte del Mein Kampf e che dopo la noia suscitata dalla lettura del primo (ma quanti furono coloro che lo lessero effettivamente anche ai tempi in cui Hitler era vivo? Lo si comperava come la Bibbia, ma appunto come il Vecchio Testamento non veniva quasi mai letto ma collocato a far bella mostra di sé sul comodino...) Hitler aveva deciso di non darlo alle stampe. Poi, ovviamente, ci sono i testi dei discorsi ufficiali, delle lunghe ed estenuanti recite al microfono... Ma son rivelatori anch'essi. È per questo che abbiamo deciso di spingerci un poco nel mondo del pensiero politico di Hitler, per poter capire attraverso alcuni giudizi, alcune impennate, quello che gli frullava per il capo...

Capitolo X - I pensieri politici

Su quello che ha detto, scritto, dettato, fatto annotare Hitler si potrebbe imbastire un'intera enciclopedia. Hitler parla e parla senza sosta, senza conoscere il minimo segno di stanchezza, senza curarsi della noia che ingenera negli astanti o della fatica che essi accusano dopo pochi minuti che sono ammessi alla sua presenza. Salta di palo in frasca con un fare che gli è sempre stato abituale e con osservazioni che non rappresentano affatto un tentativo di dialogo, ma sono sempre e solo un interminabile soliloquio, un noiosissimo monologo. Non solo non vuole essere contraddetto, ma non desidera neppure che qualcun altro interloquisca. Sono frasi di una banalità sconcertante o pensieri profondi e felici intuizioni che si mescolano, si accavallano in un pot-pourri indigeribile e pesante come pochi altri. Dice che il Berchtesgaden ha (bontà sua) un'unità stilistica, o che gli olandesi sono una bella razza («Le loro ragazze sono splendide - dice il 6 settembre 1942, alle ore 12 - proprio come piacciono a me.») e poi, per un'associazione di idee che suona ostica a un profano, parla dell'accoppiamento di bianchi con donne malesi. E subito dopo, colpito dalla possibilità che i suoi soldati, ariani puri..., abbiano a corrompere il proprio sangue e imbastardire la propria razza (peccato che non ci sia stato tramandato che cosa pensava di Goebbels o di se stesso in proposito!) si mette a vociferare sui marinai e sugli aviatori:
«...quando alcuni dei nostri soldati chiedono di sposare delle straniere, si tratta quasi sempre di ragazzi magnifici e di donne ributtanti. Da simili unioni non c'è da aspettarsi niente di buono. Le armi più minacciate, da questo punto di vista, sono la marina e l'antiaerea perché in esse i soldati hanno modo di risiedere a lungo nel medesimo posto...»; poi eccolo riattaccare con le... fiamminghe: «...fu lo stesso durante la prima guerra mondiale: le fiamminghe erano delle ragazze deliziose. Se la guerra fosse terminata normalmente, molte di loro sarebbero state spose di nostri soldati...»
Ma sia che affronti il suo argomento preferito, la politica razziale, o che dica delle pure banalità, in tutte le sue frasi c'è un egotismo pauroso; non parla che di sé, non cita che se stesso, non vede che le proprie azioni, non ha altri occhi che per la propria persona. Difficilmente gli scritti di un uomo che pure ha svolto una parte nella storia sono stati così intrisi di un amore spasmodico per il proprio io come quelli di Hitler. Per Hitler conta solo Hitler: ecco la verità.
Questo aspetto della sua personalità aveva già colpito in maniera sfavorevole molti medici che erano venuti a contatto con lui e se n'era ricercata la spiegazione nelle tare ereditarie presenti in misura abbastanza copiosa nella sua famiglia. La nonna Johanna aveva perso la ragione ed era morta dopo un attacco di meningite, la figlia di lei, Johanna, sorella di Klara, la madre del futuro Führer, oltre ad essere deforme (aveva la gobba) era anche schizofrenica. E la stessa sorella di Hitler, Paula, l'ultima nata dei sei figli e che sopravviverà al fratello fino al 1963, era una donna non completamente padrona delle proprie facoltà e soffriva di ritardi nello sviluppo mentale.
E che nella psiche di Hitler vi sia il riflesso di una personalità schizoide è un fatto incontestabile. Basta scorrerne le frasi, vederne le reazioni, considerarne gli atti. Ciò non toglie tuttavia che riesca a mantenere sulle persone che incontra un certo ascendente, tanto da risultare sempre vincitore in una tenzone oratoria o in una semplice conversazione a tavola. Queste erano ancora possibili negli anni in cui Hitler era, si può dire, nessuno, ma divennero sempre più rade fino a convertirsi, come abbiamo accennato, in lunghi e tediosi monologhi.
Pazzia o no, l'uomo Hitler ha le sue convinzioni ed è ferreamente deciso a seguirle fino in fondo...
Negli incontri con la famiglia di Gregor Strasser, nell'ottobre del 1920, presente il generale Ludendorff, Hitler aveva già perfettamente chiare in testa le linee direttrici della sua strategia politica futura. Erano conversazioni accese, in cui il futuro dittatore cercava sempre disperatamente di mettersi in primo piano; allora, si può dire, Adolf Hitler, coi suoi baffetti a mosca era ancora nessuno; di fronte a Ludendorff rispondeva sempre con immancabili e cerimoniosi «sì, eccellenza», «certo, eccellenza», «perfettamente, eccellenza». Ma allorché sembrava escludere la possibilità di un suo intervento o gli pareva che non venisse ascoltato con la necessaria attenzione si agitava silenzioso o irrequieto (nel primo o nel secondo caso) sulla sedia, imbronciato e a disagio. Che gli altri pendessero dalle sue labbra era per lui un disperato corollario alla magra e dura esistenza, senza altre gioie che quella di far politica, senza altri problemi che quelli del potere.
Già allora tuttavia aveva un'incredibile fiducia nella propria capacità d'intuizione; si era reso, anche troppo, conto che in lui vi era come una sorta di sesto senso che gli permetteva di vedere assai più in là degli altri, d'anticipare, quasi, le decisioni future. Gli era sempre stata chiara in mente la dicotomia massa-individuo, comunismo-nazionalismo, il che se da un lato semplificava un po' troppo le cose, dall'altro gli consentiva di non tentennare mai di fronte a facili suggestioni che potevano anche allettare certi circoli della destra di allora.

- Non riesco a comprendere - aveva detto un giorno, brusco, a Otto Strasser - come mai un vecchio ufficiale della vostra tempra e lealtà abbia potuto mettersi al comando delle centurie rosse al tempo del putsch di Kapp, del mese di marzo...

Otto Strasser aveva sorriso a quella definizione di «vecchio ufficiale», lui che era piuttosto giovane allora. E aveva ribattuto senza scomporsi:

- Le mie centurie rosse, signor Hitler, sostenevano il governo legale. Non erano certo dei rivoltosi come sembrerebbe dalle vostre parole, ma patrioti che cercavano di tener a freno i facinorosi dei generali reazionari.

La risposta non era piaciuta affatto a Hitler che era saltato su come una molla, quasi fosse stato punto da una vespa; agitandosi febbrilmente, come preso da un raptus, aveva ribattuto guardandolo fisso con quei suoi occhi grigi, grandi, affascinatori, ma che malauguratamente su Otto Strasser facevano ben scarso effetto:

- No, non bisogna fermarsi alla lettera, ma cercare di arrivare al nocciolo delle cose. Il putsch di Kapp era necessario anche se tentato con mezzi inefficaci. Occorre abbattere il governo di Versailles!

La sua bocca aveva assunto, pronunciando le ultime parole, una piega di disprezzo e di disgusto; egli sognava una Germania forte, vedeva file di cannoni ergersi ordinate sotto la luce del sole, vedeva il riverbero dei raggi sulle corazze dei carri, sognava flottiglie d'arei a solcare il cielo, folle di navi a fendere i flutti, passi cadenzati risuonare ritmici per le strade della Ruhr. Ecco la sua Germania. E la sola parola Versailles gli faceva tremare le mani dalla rabbia, dall'impotenza. Ma domani...
E la conversazione era proseguita sempre più tesa, più violenta. Strasser non si era peritato, infatti, di replicare:

- I reazionari hanno approfittato di ufficiali ignari delle cose politiche. Kapp. ai tempi della guerra, era con Tirpitz, con la reazione prussiana, con gli Junker, con l'industria pesante di Thyssen, dei Krupp. In pratica si voleva il colpo di stato.

Ludendorff, vedendo la piega che stava prendendo quel vero e proprio litigio era allora intervenuto apparentemente in favore di Otto:

- Ha ragione, questo putsch, quello di Kapp intendo, non approdava a un bel nulla: occorre infatti sapersi guadagnare l'appoggio delle masse popolari, prima di ricorrere alla forza.

Non appena la voce di Ludendorff, solenne e grave, s'era levata, Hitler, da lupo, s'era fatto agnello e aveva scandito uno dei soliti: perfettamente, eccellenza. Ma poi, come pentito della subitanea acquiescenza aveva ribattuto:

- Questo è, in effetti, lo scopo principale del mio movimento. Voglio instillare nelle masse l'idea della rivincita. Solo il popolo e il suo totale fanatismo possono farcì vincere la prossima guerra.

Hitler, nel 1920, sapeva già che l'avrebbe dichiarata, non appena gli fosse venuta fra le mani la cosiddetta occasione d'oro!
Ciò dimostra, se ve ne fosse bisogno, la tremenda coerenza che è sempre esistita fra le azioni del futuro Führer e i suoi pensieri espressi in più occasioni; quelli che si stupiranno della volontà aggressiva della Germania nazista, coloro i quali (italiani compresi) sogneranno di poter frenare con le chiacchiere la volontà di attacco, di rivincita del Terzo Reich denunceranno l'incredibile leggerezza con la quale avevano preso le asserzioni di Hitler. Questi non fu mai un diplomatico, ma disse sempre in faccia al mondo che cosa avrebbe fatto se un giorno fosse disgraziatamente montato in sella alla nazione tedesca; e lo disse chiaro e tondo, senza veli. Ma nessuno, come se si trattasse di una Cassandra della politica, volle credergli, nemmeno quelli che stavano più vicini al suo entourage; e male incolse a loro...
Se poi ve ne fosse necessità le idee di Hitler dimostrano un'altra cosa, altrettanto scontata; il ruolo che un solo individuo, sia pure appoggiato fin che si vuole dalle forze tradizionalmente accompagnatrici dell'aggressione e della reazione, sia pure vissuto in circostanze particolari che potevano far convergere una situazione di tipo rivoluzionario in una di tipo diametralmente opposto, avrebbe potuto svolgere sulla scena della storia non solo europea ma mondiale e non sapendo per giunta nemmeno una parola di una lingua che non fosse il tedesco...
Il nazismo con la sua particolare evoluzione, con le sue vittorie legali e con quelle illegali, con le sue guerre, le sue imprese faraoniche, i suoi massacri rappresenta altresì la patente smentita di certe deduzioni e considerazioni della scuola marxista. Se da un lato, infatti, la situazione tedesca si presentava a quei tempi come confermante in più punti le tesi care a Marx e ad Engels sulla rivoluzione proletaria effettuata dal paese più progredito e, contemporaneamente, più vessato dai torbidi economici, dall'altro molte supposizioni e credenze naufragheranno miseramente. Solo un altro totalitarismo, anch'esso diretto con polso ferreo da un dittatore spietato e inquietante.

Il 14 gennaio 1919, la Die Rote Fahne pubblicava un articolo di Rosa Luxemburg dal titolo Die Ordnung herrscht in Berlin (L'ordine regna a Berlino). La sua conclusione era quasi una profezia o per lo meno avrebbe voluto esserlo. Diceva:
«L'ordine regna a Berlino... stupidi poliziotti! Il vostro ordine è costruito sulla sabbia. La rivoluzione già da domani di nuovo sorgerà con fracasso e a vostro terrore annuncerà con fanfare di trombe: ero, sono, sarò!»
Verissimo; c'era solo un piccolo particolare: che la rivoluzione che di lì a poco avrebbe suonato le trombe di vittoria aveva, sì, una bandiera rossa, ma con un disco bianco recante al centro la croce uncinata, la svastica. La rivoluzione che avrebbe trionfato sarebbe stata quella hitleriana...
E, purtroppo, quella rivoluzione, quell'ordine nuovo si sarebbe scagliato con una virulenza finora sconosciuta contro l'intellighenzia ebraica: l'ebrea Luxemburg, l'ebreo Marx, l'ebreo Bauer, l'ebreo Cohen, l'ebreo Bernstein... e cento, mille altri nomi dell'ebraismo di sinistra, socialista, comunista, o semplicemente conciliatore fra una filosofia kantiana e un socialismo riformista verranno additati al disprezzo, all'odio di un popolo; e i loro libri accenderanno sinistri roghi nelle notti tedesche.
Solo commentando la pagine scritte contro gli ebrei da Hitler si potrebbe redigere un intero volume. Nei rapporti fra intellettuali ebrei e proletariato vedeva semplicemente un tentativo di sovversione della nazione ospitante:
«... se l'ebreo utilizza la borghesia come un ariete per combattere il mondo feudale, si serve dell'operaio per andare contro i borghesi». È una frase nota, o per meglio dire un ritornello di Mein Kampf. Se l'ebreo si lancia contro lo sfruttamento operato dal capitalismo internazionale, dirà, è semplicemente perché vuole in realtà battere l'economia del paese che lo alberga:
«... l'ebreo avvicina gli operai e mostra una grande compassione per la loro sorte o magari s'indigna per la loro miseria guadagnandosi così la loro fiducia. Si sforza di prendere in considerazione le contraddizioni e le difficoltà della loro esistenza, svegliando così il desiderio di una vita diversa. Quella volontà di giustizia sociale che sonnecchia in ogni ariano l'ebreo riesce a eccitarla, ad accrescerla, a tramutarla in odio contro quelli che sono stati favoriti dalla sorte. E così tinge di un colore tutto particolare la lotta per il superamento delle differenze di classe (...) dividendo l'organizzazione marxista in due parti, in apparenza autonome ma in realtà compatte: il movimento politico e quello sindacale. Il sindacato deve conquistare aderenti. Offre, all'operaio che vive miseramente a causa dell'ottusità e dell'avidità di molti datori di lavoro, soccorso e protezione e quindi la possibilità di strappare migliori condizioni di vita. Se il prestatore d'opera non vuole esser sacrificato all'arbitrio pieno d'egoismo di gente priva di comprensione sociale (e questo mentre la collettività organizzata, cioè lo stato, non si occupa di lui) egli s'accingerà allora per conto proprio alla difesa del suo interesse. E se la borghesia, per seguire il proprio profitto, oppone all'operaio i più alti ostacoli e resiste mandando a monte così tutti i tentativi di diminuire il disumano orario di lavoro, di eliminare il lavoro dell'infanzia, di proteggere la donna che lavora, di migliorare le condizioni igieniche delle fabbriche e delle abitazioni, ebbene allora l'ebreo, con notevole accortezza, diventa un sostenitore degli sfruttati. A poco a poco si trasforma in un leader del movimento sindacale e questo gli è tanto più facile in quanto egli non mira in realtà al superamento delle contraddizioni sociali, ma piuttosto all'organizzazione di una massa d'urto che gli consenta di distruggere l'indipendenza economica di una nazione. Mentre la linea di una politica sociale seria si deve sviluppare lungo i binari di una sempre più forte economia nazionale indipendente, l'ebreo non solo si rifiuta di riconoscere questi due obiettivi (progresso dell'economia nazionale e della popolazione di quel determinato paese) ma li vuole eliminare completamente. Infatti egli non vuole il mantenimento d'una economia nazionale (...) Ciò lo indurrà a proporre di volta in volta pretese sempre più pazzesche perché le cose non migliorino affatto, ma si arrivi a una rabbiosa esasperazione delle masse popolari, proprio ciò che in sostanza va ricercando. Così la funzione direttrice nelle rivendicazioni popolari rimane affidata esclusivamente a lui, fintanto che lo stato non decida una politica di rieducazione delle masse, spazzando via l'ebreo e la sua propaganda antinazionale. Ma finché le masse rimarranno ingenue e lo stato indifferente, correranno esse dietro il primo demagogo che prometta loro un migliore avvenire: in ciò l'ebreo è davvero un maestro...»
Il giudaismo, l'ebreo: eterno incubo, pericolo costante intorno al suo movimento, alla sua stessa persona. Hitler vedeva ebrei dappertutto. Chissà se ha mai riflettuto a quel singolare cognome Hiedler, chissà se ha mai pensato alla probabilità di avere anche lui nelle vene una goccia del sangue tanto detestato...

- Voi - aveva detto Hitler rivolgendosi a Otto Strasser che parlava a favore del socialismo, un socialismo nazionale ma sempre tale, teso verso la massa, i suoi fabbisogni, le sue esigenze - voi non potete cercare di isolare i concetti, io vi parlo di realtà. La realtà è il giudaismo. Guardate il comunista ebreo, Marx, guardate il capitalista ebreo, Rathenau. Tutto il male viene da questa gente. Avvelenano il mondo. Da quando li conosco, da quando li ho capiti non posso incontrare un uomo per via senza chiedermi se è ebreo oppure no. La stampa della socialdemocrazia è diretta da ebrei: sotto le mentite spoglie di idee sociali essi nascondono invenzioni demoniache: vogliono distruggere la nazione, cancellare le differenze fra le razze. Gli ebrei si mettono alla testa dei lavoratori, parlano di migliorare la loro sorte. In realtà essi intendono una sola cosa: asservirli, uccidere il loro patriottismo e il loro onore per stabilire la dittatura internazionale della nazione giudaica. Ciò che non possono raggiungere con la persuasione, lo fanno con la violenza. La loro organizzazione è impeccabile hanno degli ausiliari nei nostri ministeri, fin nei posti più elevati, sono assecondati dai loro correligionari di tutti i paesi. Sono loro che rappresentano i fermenti della distruzione, che portano all'avvilimento degli individui e dei popoli...

Al che Otto Strasser aveva replicato:

- Voi forse non li conoscete, signor Hitler, e, permettetemi di dirvelo, voi li sottovalutate. Il giudeo, vedete, è soprattutto un uomo che sa adattarsi. Sfrutta le possibilità che esistono senza creare nulla. Egli si serve del socialismo, sfrutta il capitalismo, sfrutterebbe anche il nazionalsocialismo per poco che fosse autorizzato. Si piega alle circostanze con una arrendevolezza di cui sono capaci soltanto i cinesi. Marx non ha, davvero, inventato nulla. Ci sono sempre state nel socialismo tre possibilità. Marx ha studiato la possibilità economica insieme col tedesco Engels; l'italiano Mazzini ha esaminato il lato nazionale e religioso della questione, mentre l'elemento nichilista è stato predicato da Bakunin...

Hitler, però, di questa filosofia a buon mercato non ne voleva sapere. Per lui tutto era di una chiarezza lampante. Le teorie di Otto Strasser erano di conseguenza dei puri sofismi, delle vuote esercitazioni logiche. Pensava soltanto a una cosa, al colpo di frusta che gli avrebbe permesso di mettere in ginocchio la Francia, trascinando dietro di sé come un sol uomo l'intero popolo tedesco. Versailles doveva essere vendicata; gli speculatori israeliti che avevano approfittato delle precarie condizioni economiche della Germania sconfitta avrebbero pagato duramente il loro arricchimento... Poi si sarebbe provveduto a fare del popolo tedesco un insieme omogeneo e razzialmente sano. Un solo punto sembrava preoccupare la mente dell'uomo con i baffetti a mosca e un principio di borse sotto gli occhi, il fatto che la vita umana fosse così breve; tante e tali cose doveva compiere, che la prospettiva di arrivare magari solo ai sessant'anni lo terrorizzava. Questa angoscia per il domani, questo non sapere quanto sarebbe durato erano per Hitler un vero incubo. Per questo a pochi giorni di distanza, si può dire, dall'inaugurazione del nuovo palazzo della Cancelleria, opera di Speer, vorrà attaccare guerra, perché occorreva agire presto e subito, prima che le forze gli venissero meno, prima che l'età avesse il sopravvento su quel corpo dalla resistenza tuttavia incredibile se si pensa alla tensione continua cui sottoponeva chiunque, dal più piccolo collaboratore agli stessi suoi intimi. Il ritmo di lavoro, aggravato dagli orari bizzarri e strani, sarà infernale. Hitler si occuperà di tutto: dall'urbanistica al riassetto delle finanze, dalla gioventù allo sport. Solo più tardi, a guerra inoltrata, avrà un solo chiodo fisso, una sola dominante ossessione che non gli lascerà nemmeno il tempo per il sonno: battere la Russia.
Ma non è solo quell'immenso stato che lo opprime con la sua mole perennemente a ridosso dell'Europa, è anche l'uomo che lo dirige a impensierirlo.
«Per quanto riguarda la Russia - dice il 26 agosto 1942 - non è contestabile che Stalin vi abbia elevato il livello di vita. Il popolo russo, oggi, non soffre la fame. Sta di fatto che vi si trovano delle officine dell'importanza della Hermann Göring Werke proprio là dove un paio d'anni prima non esistevano che villaggi senza nome. Troviamo linee ferroviarie che non sono indicate sulle carte. Da noi prima di mettere dei binari ci si accapiglia per le tariffe. Possiedo un libro su Stalin: bisogna ammettere che è una personalità straordinaria, un vero asceta. Ci è voluto un uomo dal pugno di ferro per unificare quell'impero gigantesco. Ma sostenere che la Russia rappresenti uno stato sociale è una grossa truffa. La Russia incarna il capitalismo di stato e non c'è al mondo stato più capitalista: 200 milioni di esseri umani, ferro, manganese, nichel, carbone fossile, petrolio, e assolutamente tutto quel che si può desiderare in proporzioni illimitate. Alla testa di quel paese c'è un uomo che può permettersi di dire: «Vi sembra un gran sacrificio la perdita di tredici milioni di uomini, quando si tratta di realizzare una grande idea? I russi avrebbero fatto piazza pulita della Polonia e anche la Germania, con un esercito di centomila uomini, avrebbe subito la stessa sorte, in un batter d'occhio. A Parigi, con le buone o con le cattive, avrebbero inalberato la bandiera rossa. L'Europa se l'è cavata per miracolo, con un occhio pesto...»
Pochi giorni prima, il 9 agosto, aveva cercato di definire il suo avversario e aveva detto:
«Stalin? Per un verso è un bruto e per l'altro un gigante. È assolutamente indifferente sulla questione sociale. Muoiano pure i suoi sudditi. Egli non se ne cura. Se gli avessimo lasciato altri dieci anni di tempo egli avrebbe devastato l'Europa...»
C'è indubbiamente dell'ammirazione per un uomo che, ne è conscio, lo sta battendo e ha bloccato l'avanzata delle più addestrate armate d'Europa. A questo riconoscimento di una forza che gli è pari se non superiore egli unisce però il più profondo disprezzo per la popolazione. I soldati tedeschi sono i primi a ridere di questi russi che vanno all'attacco con un sacchettino di grano appeso alla cintura come viatico per la giornata. Una manciata di grano duro e secco in bocca e via, all'attacco. E il tedesco si sganascia dalle risa, salvo poi a mutare questo ghigno in una smorfia di rabbia al momento della sconfitta.
Ma Hitler si perde nei suoi sogni folli di conquista a est incoraggiato in questo dalle colpevoli idiozie dei suoi generali e cortigiani. Ecco Jodl in un momento di euforia, lui che dovrebbe unicamente occuparsi di questioni militari, proporre di abolire tutti i cartelli indicatori di passaggio a livello, sostituendoli con acconce scritte in tedesco; così i nativi, gli ucraini, non ne comprenderanno il significato e potranno finire maciullati dalla prima locomotiva avanzante a tutta velocità sui binari...
Hitler rincara la dose: non vuole vaccinazioni, cure sanitarie, misure preventive: che le malattie facciano strage delle popolazioni, che le epidemie decimino gli individui non tedeschi. Non solo, ma ai russi verrà fornito un livello di istruzione pari e non superiore a quello elementare, perché non abbiano a divenire dei tecnici e a inserirsi nel complesso direttivo dei nuovi padroni provenienti dall'ovest. Questi coloni... ariani, dovranno vivere lontano dagli agglomerati dei nativi: altrimenti «prenderebbero l'abitudine di introdurvi l'ordine e la pulizia». E che poi non si immischino nelle faccende locali: che gli ucraini facciano quello che vogliono, ai tedeschi non deve interessare; ciò che importa, ciò che conta è il fatto di avere delle braccia a disposizione per dissodare le terre: e basta...
Questo criminale disprezzo per le popolazioni dell'Est non gli verrà mai meno, neppure quando si vedrà messo in ginocchio, prostrato e ridotto alle corde. È la stessa mentalità che palesa un Goebbels, allorché proibisce che nei manifesti per la popolazione, nei libri o nei giornali si parli di russi e tanto meno di sovietici: solo due aggettivi possono venire impiegati per descrivere le popolazioni al di là dei paesi baltici: rossi e bolscevichi... Così i berlinesi, nelle ultime ore della battaglia, andranno a strappare uno ad uno i manifesti in cui si dicono peste e corna dei «rossi» per paura che qualcuno di loro, leggendoli, non imbracci il parabellum e non faccia fuori tutti i rifugiati nelle cantine...
Eppure, il 26 febbraio 1945, Hitler oserà dire che aveva fino all'ultimo sperato in una intesa con la Russia:
«... conservai la speranza che un'entente appena lealmente sincera, se non amichevole senza riserve, potesse essere stabilita fra il Terzo Reich e la Russia di Stalin. Immaginai che dopo quindici anni di potere Stalin, il realista, si sarebbe sbarazzato della nebulosa ideologia marxista e pensai che l'avrebbe conservata come un veleno riservato esclusivamente all'uso esterno. La brutalità con la quale aveva decapitato l'intelligenza ebraica, che pure gli aveva reso un così grande servizio nella totale distruzione della Russia zarista, mi incoraggiò in questa convinzione. Presunsi che egli non volesse offrire a quegli stessi intellettuali ebrei l'opportunità di causare un crollo dell'impero totalitario che egli aveva edificato, quell'impero staliniano il quale, in tutti i suoi elementi essenziali, è soltanto il successore di quello di Pietro il Grande. In uno spirito di implacabile realismo da entrambe le parti avremmo potuto creare una situazione nella quale un'intesa davvero duratura sarebbe stata possibile, definendo esattamente le zone d'influenza da attribuire a ciascuna delle parti e limitando rigorosamente la nostra collaborazione al settore economico...»
Malauguratamente, riprendendo il vecchio sogno prussiano dell'espansione ad est, si era incontrato con un Leviatano dall'apparenza dimessa ma pur sempre tale. E ci aveva rimesso le penne. Proprio lui che aveva aborrito l'idea di avere i bolscevichi in casa ce li avrà prima sulla testa poi nel cuore della sua capitale, della Berlino che avrebbe voluto trasformare nella più bella e monumentale città del mondo. Tutto sommato meglio che le cose, anche da un mero profilo urbanistico e architettonico, siano andate come sono andate: ve l'immaginate, infatti, un'orgia di quel faraonico-mostruoso che per anni venne additato con gioia come l'esempio più fulgido di architettura germanica? Che sarebbe successo del paese che aveva visto nascere un esperimento come quello della Bauhaus?
Un'odissea di interminabili autostrade, strade ferrate a quattro binari che si perdono all'orizzonte, città enormi isolate negli spazi più ampi, vigilate a vista dalle SS e ridicolmente mastodontiche anche negli edifici pubblici, un misto fra fortezza e avamposto e brutta copia della nuova Cancelleria... Anche in ciò Stalin - responsabile dell'approvazione di quell'orribile metropolitana, che pure rappresenta l'orgoglio di tanti moscoviti, o colpevole di aver voluto i due grattacieli dell'università Lomonosov, con tutto quello spazio che c'era e in un ridicolo tentativo di emulazione delle costruzioni di Manhattan - assomiglia al nostro personaggio. È curioso, ma due fra i più feroci totalitarismi che il mondo abbia dovuto tollerare sopra la propria crosta, pur partendo da concetti radicalmente opposti, finiscono per apparentarsi in più di una situazione, in più di una realizzazione, in più di un dato di fatto. Lo abbiamo già detto nell'introduzione e non staremo certo a ripeterne i concetti. Ma l'evidenza è li, patente.
La Germania voleva colonizzare la Russia e finirà per esserne conquistata, colonizzata alla maniera moscovita, almeno per la parte orientale; come risultato, dunque, non c'era male: Hitler aveva ottenuto qualcosa...

Quando, cessati gli odi che agiteranno ancora l'Europa per più anni dopo la fine della guerra, si potranno considerare certi aspetti della politica hitleriana e della sua personalità con animo sgombro da pregiudizi e con la freddezza della persona che si occupa di un evento ormai remoto nel tempo, si scoprirà che in parecchie cose, pur nella serie di mille contraddizioni e di menzogne con le quali Hitler circondava il proprio pensiero da incredibile psicopatico qual era, l'ex-cancelliere tedesco aveva visto giusto.
«... con la sconfitta del Terzo Reich - aveva dettato il giorno 2 aprile 1945 - e con l'imminente risorgere dei nazionalismi asiatici, africani e forse anche sudamericani, rimarranno nel mondo due sole grandi potenze in grado di affrontarsi: gli Stati Uniti e la Russia Sovietica. Le leggi storiche e geografiche costringeranno queste due potenze a una prova di forza o militare oppure nei campi ideologico ed economico...»
Ciò premesso Hitler prevedeva che un simile antagonismo sarebbe finito per andare a totale detrimento dell'Europa.
Era facile prevedere una situazione siffatta? Poteva avere Hitler gli elementi sottomano che gli consentivano di giudicare la situazione inglese come quella di una potenza sulla china di un rapido declino e che avrebbe finito per perdere tutte le conquiste della sua epoca d'oro coloniale?
Non sappiamo; forse sì, forse no. Sta di fatto che egli stesso era rimasto spiacevolmente sorpreso dalla capacità di resistenza dimostrata dai russi e dalla bravura e dalla preparazione dei suoi quadri direttivi nell'esercito. Capiva che la vittoria dei sovietici contro i suoi soldati non era soltanto dovuta a un fattore meramente numerico, ma anche alla migliore condotta tattica delle operazioni, nonché ad un armamento più povero ma più idoneo al tipo di terreno e a quel determinato impiego operativo.
Quello che invece non vorrà mai capire (non potrà mai farlo) è che la guerra era stata perduta anche per colpa delle più balorde disposizioni che mai occupante abbia dai suoi superiori. Una truppa che viene incoraggiata a schiacciare con il tallone dello stivale il paese occupato è matematicamente un esercito destinato alla sconfitta. Annientando la borghesia e le classi direttive dei paesi dell'est via via occupati dalle truppe hitleriane, la politica del Terzo Reich compie un errore madornale, obbligando i generali a stornare soldati e armamenti preziosi per quel mantenimento della sottomissione che altrimenti sarebbe mancata. Infatti, non appena i tedeschi daranno i primi segni di cedimento o di debolezza, ecco sorgere come funghi i movimenti di resistenza e di insurrezione. Mai come sotto la dominazione nazista le popolazioni più disparate e dagli orientamenti ideologici più diversi si ritrovarono unite nella lotta comune contro l'odiato nemico. E anziché puntare i fucili contro il nemico esterno, i soldati della Wehrmacht dovettero spianarli contro il nemico interno. La criminale impostazione della questione razziale, messa come cardine dell'intero sistema nazionalsocialista non era fatta per conciliare gli animi e ben disporli verso un popolo le cui esigenze, dopo l'umiliazione di Versailles, avrebbero anche potuto essere appoggiate dalla parte più moderata e comprensiva dell'elettorato dei paesi democratici, quali gli Stati Uniti o la stessa Inghilterra.
Questo, Hitler non vorrà mai ammetterlo e sarà lì uno dei suoi maggiori talloni d'Achille, ma soprattutto causerà al popolo tedesco molto più male di qualunque altra critica; si può perdonare, infatti, al nemico di essere un guerrafondaio e perfino, secondo una parola cara al linguaggio d'oggi, di condurre una politica imperialista, ma non gli si potrà mai perdonare il fatto d'essersi macchiato le mani col sangue dello sterminio e della lucida, fredda, crudelissima distruzione di milioni di individui, che non avevano altra colpa se non quella di essere diversi.

FINE