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Urania - Racconti d'appendice
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CREATURE DELLO SPAZIO - Murray Leinster

Parte I - Sceso per un filo
Titolo originale: Thing from the sky

Forse la "cosa" atterrò in quel punto proprio perché a Seco Walley era piovuto per la seconda volta in sessant'anni. O forse fu soltanto una coincidenza. Fu in ogni caso la pioggia a portare Steve Hansun nella valle, dove non c'erano che rocce e sabbie riarse dal sole e condizioni di vita così impossibili che persino serpi e lucertole se ne stavano lontane. In confronto la Valle della Morte, a una cinquantina di chilometri di là è un posto addirittura lussureggiante. Eppure a Seco Valley era piovuto e per alcune ore le rocce bruciate e incrostate di polvere s'erano rivestite di colori e la sabbia aveva succhiato avidamente l'acqua. Per qualche tempo sulla zona più arida del mondo s'era stesa una coltre di vapori umidi.- E proprio questo, forse, attirò la cosa dal cielo.
Forse.
Steve Hansun fu informato della pioggia quando era già caduta. Steve era assistente all'Università, nella Sezione Piante delle zone aride e si occupava di una varietà particolare di fico d'India: una qualità priva di spine destinata a servire nelle regioni desertiche come foraggio per il bestiame. Steve conosceva la Valle della Morte e anche Seco Valley, e aveva fatto un patto con un certo Brady, un minatore che lavorava a una quindicina di chilometri di lì, a duemila metri sul livello del mare.
Così, un certo giorno, Brady vide un banco di nuvole stendersi sull'intera zona di Seco Valley. Strano. Poco dopo ci fu una schiarita e Brady si accorse che cadeva la pioggia. Nella Valle della Morte pioveva - pioveva sul serio - una volta ogni dieci anni. Naturalisti e biologi si buttavano sulle piante che spuntavano subito dopo la pioggia e fiorivano per una quindicina di giorni prima di tornare polvere. Però a Seco Valley piante non se ne erano mai viste. Laggiù non pioveva mai. Brady perciò volle essere ben certo che pioveva davvero prima di avvertire Steve.
Era un mercoledì. Brady spedì il telegramma a Steve e ricevette risposta immediatamente: Steve era già in viaggio. Giovedì. Brady bighellonava per le vie di San Felice aspettando con impazienza l'arrivo di Steve. Venerdì. Nella notte la cosa scese dal cielo.
L'oggetto non poteva volare da solo, ma qualcosa che volava doveva per forza averlo portato fin là. Apparve su Seco Valley di notte, appeso a un sottile filamento che spariva tra le nuvole e poi nella stratosfera e ancora nella troposfera e chi sa quante miglia più in su. Un filo straordinario, spesso appena mezzo centimetro, che reggeva da solo e da un'altezza che avrebbe spezzato qualunque cavo metallico, un oggetto quasi sferico, di un metro e mezzo di diametro, munito di aperture e, in basso, di sportelli.
La cosa a forma di uovo attraversò l'ultimo strato di nubi nella più completa oscurità. Le nuvole erano alte sulle montagne di Seco Valley e nascondevano luna e stelle. L'oggetto scese dal cielo, si fermò a esaminare le cime frastagliate dei monti. A bordo doveva avere una specie di motore che gli permetteva, entro certi limiti, di manovrare. Si allontanò dai monti e cominciò a scendere - rimbalzando leggermente, come se il cavo fosse elastico - fino a centocinquanta metri dal fondo valle. Si fermò, riprese a scendere per una trentina di metri, poi ancora di un'altra cinquantina, e infine si dondolò pigramente nel buio a quindici metri dal suolo. Non si mosse più, come se meditasse qualche mossa importante.
Nessuno lo vide.
L'unico essere umano nel giro di cinquanta chilometri era Brady, che per il momento se ne stava a San Felice ad aspettare Steve. E nessuno lo sentì. Neanche le lucertole e le serpi. Non ce n'erano. Due giorni prima era piovuto, ma ogni traccia di umidità era ormai scomparsa. Non c'era un essere vivente in tutta la valle.
Da molto lontano venne come un fremito, un lieve brusio nell'aria: a poco a poco aumentò di volume, crebbe fino a diventare un ronzio, poi un rombo continuo. A est, sulle montagne, apparve l'aereo Chicago-Los Angeles, alto sulle cime, ma sotto la calotta delle nuvole. Invisibile naturalmente: un frastuono altissimo di motori e due luci intermittenti rosse e verdi librate verso lo zenit mentre l'oggetto celeste pendeva immoto sulla desolata Seco Valley.
In cielo accadde qualcosa. Forse l'arresto momentaneo di uno dei quattro motori, un battito in meno, una pausa impercettibile. Ma l'aereo non sbandò, non perse quota. Un'elica incontrando a mezz'aria una corda impossibile e recidendola con il vortice vertiginoso delle sue pale d'acciaio, avrebbe forse potuto provocare quella sospensione di un istante. Ma l'aereo continuò la sua rotta.
L'oggetto celeste, invece, venne scosso violentemente. Descrisse un ampio arco verso l'alto, girò su se stesso come una trottola poi di colpo precipitò al suolo.
Uno schianto e una specie di esplosione, ma alla rovescia: non aria fortemente compressa che si espandeva, ma aria che penetrava nel vuoto. Poi silenzio. E un'attimo dopo migliaia e migliaia di metri di corda di pochi millimetri di diametro caddero frusciando dal cielo notturno e si ammucchiarono intorno alla cosa schiantata in un gigantesco cumulo di spire, per un raggio di centinaia di metri.
Le luci di posizione dell'aereo attraversarono il cielo, superarono i monti a occidente e svanirono. Il rombo dei motori divenne un ronzio, poi un brusio sempre più fioco e infine scomparve. Su Seco Valley regnò a lungo il silenzio.
Poi, tuttavia, qualcosa strisciò penosamente fuori dalla carcassa a forma di uovo e le girò attorno, toccando a caso qua e là. Aspettò, fissando il cielo. Non accadde nulla. Attese ancora accanto ai rottami, fin quasi a giorno, fino a che il chiarore dell'alba apparve dietro il cerchio dei monti.
E quando spuntò il giorno, a Seco Valley c'era soltanto un ammasso misterioso di rottami di plastica e migliaia di metri di filo di plastica: nient'altro, nulla di vivente.
Questo avveniva il sabato. Il lunedì mattina giunse Steve Hansun con Brady, due muli e il cane di Brady, Gyp. Arrivarono ai margini della valle un'ora o due dopo il sorgere del sole. Alle otto la valle era calda, alle nove rovente e alle dieci un forno. A mezzogiorno si poteva benissimo far cuocere un uovo su una pietra. Un ottimo sistema per cucinare, ammesso che si riuscisse a mangiare con quel caldo. Tutte le rocce attorno danzavano una fantastica sarabanda sotto il sole e il fatto che fosse caduta la pioggia sembrava una cosa incredibile, un evento storico privo di ogni rapporto con il presente.
I botanici guardavano sempre con stupore agli aridi semi che sopravvivevano per dieci anni nella Valle della Morte e poi, alla prima pioggia, mettevano germogli e fiori. Ma Seco Valley era ancor più bruciata. Trovare delle piante che avevano resistito a trent'anni di siccità assoluta, delle piante capaci di germogliare a Seco Valley, sia pure dopo la pioggia, sarebbe stata per Steve una importante scoperta scientifica, degna di essere immortalata in una rivista specializzata che nessuno avrebbe mai letto.
Steve scorse i rottami verso il centro della valle. I due asini avanzavano lungo un sentiero roccioso che era stato usato al massimo una ventina di volte, da quando l'avevano tracciato. Steve guardava e vedeva luccicare qualcosa in mezzo a una massa biancastra. Non riusciva a capire di che si trattasse.
- E quello? - domandò. - Sono i rottami di un aereo?
Brady socchiuse gli occhi e non disse nulla.
- Andiamo a dare un'occhiata - disse Steve. - Forse qualcuno è ancora vivo.
Brady non rispose.
Gli asini seguivano pazientemente il fondo valle. Gyp, il cane, annusava un masso cotto dal sole. Non era mai stato in un deserto, quindi non si fidò.
I due uomini, gli asini e il cane, attraversarono Seco Valley, diretti verso i rottami.
La strada era sbarrata da macigni corrosi dal vento: dovettero fare marcia indietro e aggirarli. Poi ecco le dune di polvere in cui si affondava come nelle ceneri vulcaniche. Alle nove non avevano fatto molto cammino e la valle era già calda. Alle dieci erano a metà strada dai rottami. Gli asini avevano un'aria rassegnata, persino irritante. Gyp ansimava con la coda bassa. Alle undici il cane si sentiva infelice. Il sole era una insopportabile palla di fuoco. Steve disse:
- Non possono aver resistito a lungo su quell'aereo!
- Non è un aereo - rispose Brady. - È da un po' che me ne sono accorto.
Steve non chiese che cosa poteva essere. Faceva troppo caldo per parlare.
Da buon botanico, teneva d'occhio le possibili tracce di vegetazione. Nella Valle della Morte le rare piante del deserto spuntavano come fili d'erba tre o quattro giorni dopo la pioggia. Qui la pioggia era caduta ormai da tre giorni, ma non si vedeva ancora niente. Steve però guardava lo stesso con attenzione. Una volta corse in una specie di buca fra due alte rocce dove il suolo era appena umido. Scavò, e a trenta centimetri di profondità scoprì di nuovo la terra asciutta. C'era appena un sottilissimo strato superficiale d'umidità. Niente altro.
Si rialzò senza parlare e seguì Brady. Gyp ansimava sulla sabbia rovente.
Era la mezza quando finalmente Brady si fermò vicino ai rottami.
Steve guardò.
Non si trattava di un aereo, ma non sapeva dire che cosa fosse. Intorno, migliaia di metri di corda di mezzo centimetro di diametro. Non era una fune intessuta di tante fibre: era fatta di un'unica fibra. E c'era un oggetto fracassato che il botanico non riuscì a ricostruire, dato che non poteva immaginare un globo di plastica largo un metro e mezzi) schiantatosi proprio sopra a Seco Valley. Poi vide mucchietti di sostanza simile a cenere. Steve pensò assurdamente a dei semi.
Naturalmente per prima cosa cercò se tra i rottami c'era qualche resto umano.
Niente tranne pochi frammenti di plastica che facevano pensare agli ingranaggi di un motore, ma gli ingranaggi non sono fatti di plastica, e che appartenevano alla sfera schiantata. Gyp a un tratto cominciò a ringhiare, e poi a latrare furiosamente. Il cane soffriva il caldo, ma non abbaiava per il calore. Gyp era fermo davanti a un foro nel misterioso oggetto di plastica, e latrava, ringhiava, abbaiava, dimenandosi freneticamente. Steve si avvicinò per guardare. Il foro non era grosso, e forse vi si era infilato qualcosa.
Mentre si chinava per vedere, avvertì uno strano odore. Né gradevole né sgradevole, semplicemente insolito, mai sentito.
Brady - chiamò interdetto, - cos'è questo?
Brady arrivò, annusò, poi sputò brontolando.
Gyp si allontanò con il pelo irto. Trovò una traccia e la segui latrando, iroso. Si fermò per voltarsi a guardare il padrone dimenticandosi persino le scottature alle zampe. Continuava a protestare indignato.
- E adesso, cosa diavolo c'è? - disse Steve.
Brady osservava il cane, accigliato.
- È per via di quell'odore - disse brevemente. - Neanch'io l'ho mai sentito. Il cane ha trovato la traccia. La seguiamo?
- Ma è assurdo! - protestò Steve. - Intanto cos'è questo aggeggio? E quelle cose che sembrano semi?
Ne prese una manciata. Ogni seme aveva un centro duro e intorno una sostanza pelosa, una specie di ragnatela arruffata. Erano senz'altro semi che il vento avrebbe portato dappertutto. Steve aggrottò la fronte, soprappensiero.
I semi ai margini dei mucchietti erano un po' diversi dagli altri.
Lui ne prese alcuni, con un po' di sabbia. Da ogni seme partiva un filamento sottile come un filo di ragno, che penetrava nella sabbia. Steve si chinò a sotterrarli con cura dove la terra conservava un resto di umidità della prima pioggia caduta a Seco Valley dopo trent'anni. Poi scoprì un altro particolare. Ogni filo di ragno ingrossava nel terreno, diventava una radice, e le varie radichette sembravano tante larve biancastre.
Steve non riusciva a crederci. Dopo un po' disse: - Brady, questi semi hanno affondato un filamento nel terreno e hanno cominciato a crescere. Ma non esistono piante di questo tipo!
Brady puntò il pollice verso la lune non tessuta né intrecciata, formata di un'unica fibra.
- E neanche corde così - osservò. Diede un'occhiata a Gyp. - E neppure un odore come quello fiutato dal cane. Lo seguiamo?
Steve esitò. Prese una manciata di semi e li mise in una busta che si ficcò in tasca. Poi riempì i barattoli di vetro destinati al prelievo dei campioni con altre manciate di quei semi madreperlacei, mise il coperchio, e ripose i recipienti nelle bisacce dei somari.
- Possiamo andare - disse infine. - È strano, ma si direbbe che da qui si è allontanato qualcosa di vivo. Non deve trattarsi di un uomo però. Forse un ragazzo... Ma non mi sembra probabile.
Brady prese una borraccia d'acqua e ne diede a Gyp. Il cane bevve avidamente, leccò le mani di Brady, e riprese a seguire la pista, latrando e abbaiando. I due uomini lo seguirono in direzione delle alture.
Mentre Gyp si inoltrava nel deserto, Brady si sfogava a parolacce. Di solito Gyp non faceva tanto baccano quando puntava, ma quell'odore doveva eccitarlo in modo irragionevole. Il cane guidò i due uomini in un punto in ombra. Sul terreno ancora scuro per la pioggia recente si vedevano delle impronte. Qualcosa si era steso sulla sabbia, proprio dove Gyp ringhiava e latrava.
Steve esaminò il terreno. Brady aveva un'espressione cupa.
- Cosa credi che abbia lasciato queste impronte, Brady?
- Non c'è niente che lasci tracce di questo genere, né segni il terreno in questo modo dove si sdraia - rispose Brady laconico. - Vorrei proprio vedere cos'è. Con una pallottola da 45 lo fermiamo di sicuro - aggiunse.
- Non è un uccello né un quadrupede, e neanche una lucertola - disse Steve, come parlando a se stesso -? ed è uscito da quei rottami laggiù. Già... Dobbiamo prenderlo Brady, però cerchiamo di non essere troppo svelti a sparare.
Brady borbottò qualcosa fra i denti continuando ad avanzare. Alle quattro, Gyp non ce la faceva più. Steve aveva bevuto due borracce d'acqua, nonostante i suoi sforzi per trattenersi. Brady comunque aveva fatto le cose per bene e metà del carico dei due somari era costituito dall'acqua. Ne avevano per una settimana buona. Ma questo pensiero non faceva diminuire il caldo, e i due uomini, il cane e gli asini, procedevano in silenzio nell'atmosfera arroventata, sollevando una nube di polvere impalpabile.
Arrivarono dall'altra parte di Seco Valley al tramonto. Il cielo era striato di splendidi colori. Senza una parola cominciarono a salire il monte. Gyp riusciva appena a trascinare una zampa dietro all'altra, ma non smetteva di ringhiare.
- Non ha mai fatto così - commentò Brady inquieto. - Pare quasi che odii ciò che sta seguendo. Quando punta un puma o altri animali non si comporta in questo modo. Cosa diavolo sarà?
Steve era pensieroso. Per tutta la strada aveva coscienziosamente cercato tracce di vegetazione, e intanto la sua mente non aveva smesso di lavorare. Dei semi sepolti nella sabbia che mettono filamenti sottili come una ragnatela, i quali ingrossano straordinariamente e si trasformano in tante radichette dall'aspetto oleoso. Piante di quel tipo non ne esistevano. E neanche semi! E poi c'erano i rottami in fondo alla valle. E la fune. Per non parlare dell'odore all'interno dei rottami. Steve cominciava a ricostruire mentalmente la forma dell'oggetto fracassato in fondo alla valle.
- Mi è venuta un'idea - disse, improvvisamente. - Fermati in un punto pianeggiante, Brady. Voglio mettere un seme nell'acqua. Ho il sospetto che ne resteremo stupiti... La mia idea è pazzesca, ma... Hai notato come era rinforzato quel relitto?
Brady brontolò di non aver notato niente.
- Era fatto in modo da resistere alla pressione interna. Questo non ti dice niente?
Brady scosse la testa. Erano a una sessantina di metri dal fondo valle. Brady si fermò. Steve prese dalle borse dei somari un barattolo vuoto, lo riempì a metà con l'acqua di una borraccia e si bevve quasi tutto il resto, poi cercò in tasca la busta dei semi. Tirò: la busta non veniva. Finalmente uscì, ridotta a pezzi.
Una rete di fili sottili rimaneva tenacemente abbarbicata alla tasca.
Era elastica come una ragnatela, e resistente. Mentre tirava Steve provò un senso di solletico sulla pelle. Di scatto si strappò di dosso i vestiti. I fili di ragno passavano la camicia insinuandosi nella trama del tessuto. All'interno erano più grossi, simili a larve. I sottili filamenti di seta diventavano radichette. Da ogni Seme della busta di Steve era uscito un tentacolo che aveva attraversato la stoffa in cerca dell'umidità della pelle. E ogni filamento, fulmineamente ingrossato, aveva ora le dimensioni di una mina da matita.
Il sole calò dietro le montagne in un trionfo di rosso e d'oro. Il buio scese sulla valle più arida del mondo. I rottami di plastica al centro rifletterono un ultimo raggio di luce.
Steve si esaminò attentamente la pelle. Nessuna escoriazione. Le radichette s' erano accontentate dell'umidità data dal sudore. Steve rabbrividì nonostante il calore delle rocce ardenti intorno. Senza parlare ammucchiò gli abiti che si era tolto e ne infilò degli altri, presi dalle bisacce.
- E adesso? - domandò laconico Brady. - La traccia continua ma Gyp è stanco morto.
- Meglio proseguire - disse Steve. - Vorrei proprio sapere, o vedere, chi viaggia con semi come questi.
Gyp era steso a terra, ansimante, ma quando gli uomini si prepararono a ripartire, si rimise prontamente in piedi. Prima però Steve prese un seme dal barattolo sigillato e lo trasferì in quello pieno a metà d'acqua. Chiuse il recipiente, e tutti si misero in marcia.
Il cane apriva la strada senza incertezze. Ormai era notte, e a un tratto parve che dovessero fermarsi per il buio. Poi spuntò la luna. Gyp proseguiva spinto dalla rabbia, seguendo la traccia che passava dove uomini e somari potevano avanzare senza difficoltà. Salirono di seicento metri rispetto al fondo valle.
- Mai visto un animale selvatico così difficile da cacciare per sentieri facilissimi! - osservò Brady.
- Non credo che si tratti di un animale selvatico - ribatté Steve.
- Domestico, allora? - brontolò Brady, scettico.
- Non darei nemmeno questa definizione - disse Steve.
- Ma che cosa diavolo è? - grugnì Brady.
- Se ti dico quel che penso mi stendi a terra e mi leghi per portarmi di corsa da un medico - rispose Steve. - Diamo piuttosto un'occhiata al seme.
Si fermarono. Steve tirò fuori il barattolo pieno d'acqua. Accese un fiammifero. Acqua non ce n'era più. Il vaso era occupato da una massa viscosa contorta e aggrovigliata che premeva contro le pareti di vetro. Al centro spiccava una radice oleosa e panciuta.
A questo punto una pietra rotolò dall'alto, rimbalzando sui fianchi della collina. Poi ne caddero altre. Una piccola frana che ingrossava man mano. Brady portò in fretta uno degli asini sotto uno spuntone di roccia, subito imitato da Steve. La frana finì nel vuoto con uno schianto lontano. Si sentì ancora rotolare qualche pietra isolata, poi silenzio.
Brady brontolò: - Le frane non si formano di notte. È di giorno, con il caldo, che le rocce si staccano.
- Non è stato il calore - disse Steve. - Forse è meglio legare Gyp.
Brady si guardò attorno. Il posto era adatto per un bivacco. Cominciò a scaricare i muli.
- Non abbiamo neanche da accendere un fuoco - brontolò.
- Niente fuoco e niente luce - dichiarò Steve. - Importante invece è legare Gyp, e appena lui abbaia, alziamoci subito.
- Avete in mente qualcosa, vero? - disse Brady. - Cos'è?
- Sciocchezze - rispose Steve. - Pazzie. Ma di dove vengono quelle piante così avide di umidità? E quei semi che si sviluppano tanto in fretta?
Brady preparò le coperte.
- E cos'è quella cosa rotta che sta nella valle? - domandò.
- Chiamala come ti pare - disse Steve. - Un nome vale l'altro. Del resto non credo ne abbia uno nella nostra lingua. Tu cosa ne pensi?
- È scesa da quella fune - brontolò Brady, in tono ostinato. - Forse è calata da un aereo. Ma perché?
- Non mi va di dire quello che penso - rispose Steve.
- Credete che quella macchina sia scesa nella valle per piantar semi? - domandò Brady, ironicamente.
Piantar semi a Seco Valley era la cosa più assurda del mondo. Ma Steve fece un balzo.
- Ecco - disse turbato. - Ecco, è un'idea. E se è così, va male!
Brady legò Gyp, e Steve si allungò sulla coperta. Era esausto, ma non smetteva di pensare. La sola spiegazione possibile era troppo assurda. Stava sdraiato a occhi aperti, fissando le stelle, con le ossa indolenzite per la stanchezza. Gyp dormiva. Brady era immobile. Gli asini sonnecchiavano pazientemente.
Steve non si accorse di addormentarsi. Fu risvegliato da un rumore secco. Poi Gyp si mise a latrare freneticamente e a dare strattoni al guinzaglio per liberarsi e buttarsi contro qualcosa. Grady imprecava.
- Per la miseria... Qualcuno ha buttato una pietra. Ci ha mancato, però!
Un'altra pietra, e ancora un'altra. Vicinissime.
- Io e Gyp andiamo a metterlo a posto...
- No! - disse Steve, sbadigliando. - Qui c'è uno spuntone, mettiamoci al riparo. Mi è venuta un'idea. Se... se raggiungiamo l'amico, potremmo ucciderlo, al buio.
- Ma quello sta cercando di accopparci - grugnì Brady.
- Credo che un colpo di rivoltella basti a tenerlo lontano. Prova a sparare in aria.
Una pausa. Brady corrugò la fronte. Poi sparò.
Il colpo di una 45 rimbomba incredibilmente, nel silenzio dei monti, ripreso dall'eco. A Steve parve di sentire una nota altissima, forse un urlo, ma così acuto da potersi appena percepire. Gyp tornò ad agitarsi peggio di prima.
- È scappato - disse Steve, come se gli dispiacesse. - Al suo posto avrei fatto lo stesso. Non ha armi, altrimenti le avrebbe usate. Non pensava di averne bisogno, quando è arrivato... E sa che lo inseguiamo. - E aggiunse, commosso: - Poveraccio!
- Cos'è? - domandò Brady. - Dev'essere un nano, dalle impronte che ha lasciato!
- Senti, Brady! - disse Steve adagio. - Appena vedo quel povero diavolo ti dirò che cosa ne penso, e allora se vuoi, ridi pure. Non posso dirtelo adesso perché mi prenderesti per matto.
Un lieve mormorio nell'aria, debole e lontano, che via via aumentava. Crebbe, divenne un ronzìo poi un rombo altissimo sulle loro teste. Steve rovesciò il capo all'indietro per scrutare il cielo. Il Chicago-Los Angeles passò fra le stelle. Era invisibile, ma le luci verdi e rosse scivolarono tra le altre luci così simili alle sue. L'aereo superò le vette all'estremità della valle, scomparve.
- Due notti fa ero a bordo di quell'apparecchio - disse Steve. - Pressappoco a quest'ora, e dovevamo essere qui sopra. Abbiamo sentito come un urto e per un attimo uno dei motori s'è fermato. È arrivata la hostess tutta sorridente a dirci che l'aereo doveva aver urtato contro un uccello notturno, che stessimo tranquilli, che tutto andava bene.
- E con questo? - disse Brady.
- Se tu hai ragione - continuò Steve, - e la fune reggeva la cosa che si è schiantata nella valle, probabilmente l'aereo è finito contro quella corda e l'ha spezzata. Lui era intento a piantare i suoi semi o a prepararli. Aveva scelto una zona deserta e non pensava che l'avrebbero sorpreso. Non credeva neanche di aver bisogno di armi... Poveretto!
Di nuovo il silenzio sulle alture. Brady disse ostinato:
- Comunque sia, ha cercato di ucciderci!
- E io non lo ucciderò a nessun prezzo - dichiarò Steve. - Domattina riprenderemo le ricerche e, se vuoi, stanotte facciamo la guardia a turno. Penso però che lo sparo sia stata una brutta esperienza per lui. Comunque non è armato e noi abbiamo Gyp. Domani terremo il cane legato. Quel poveraccio si trova in grossi guai e non può immaginare che vogliamo essergli amici.
Brady si sdraiò brontolando. Steve rimase seduto un bel po' a rissare le stelle. Nessun segno d'allarme. Non un suono tranne il mormorio del vento...
All'alba Steve controllò le radici nel barattolo. Non erano più bianche, ma di un brutto colore rosso cupo. Aprì il recipiente: assolutamente asciutto. L'acqua era stata assorbita fino all'ultima goccia dalla pianta nata dal seme avvolto in una specie di ragnatela. La toccò: era dura e secca. Quando Brady si alzò a sedere, sbattendo gli occhi, Steve stava ancora esaminando la radice.
- Allora? - disse Brady.
- Guarda - disse Steve, - ha assorbito tutta l'acqua ed è secca e dura come fosse di legno! Una pianta che contiene il due per cento di sostanza e il novantotto per cento di acqua. È notevole! Vorrei sapere che cos'è quel due per cento. Ha succhiato tutta l'acqua del vaso. Poi è diventata rossa. Adesso metterà i germogli, e subito dopo i fiori. Fa le cose alla svelta!
Socchiuse gli occhi e si fece serio.
- Dobbiamo prendere il nostro amico oggi stesso - aggiunse. - Non c'è molta umidità vicino agli altri semi, ma non dobbiamo lasciarli germogliare. Se poi l'amico riesce ancora a farla franca, rimarrò con Gyp vicino ai rottami e tu andrai a San Felice a spedire un telegramma. - Gli venne un'idea e ci pensò sopra. - Può anche darsi che... Ma è meglio sbrigarci. Andiamo!
Brady era grande e grosso, e la sua mole avrebbe dovuto impacciarlo nei movimenti, invece era rapido di riflessi e di gesti. Pochi minuti dopo erano pronti a muoversi. Fecero colazione camminando.
- Partiamo di dove sono rotolati quei massi - propose Brady, - e stiamo attenti quando arriviamo sotto i punti da dove possono cadere altre pietre. D'accordo?
- Va bene - disse Steve, assorto nei suoi pensieri. - Se lo vediamo e dimostra intenzioni bellicose, spara un colpo, ma non a lui. Basta il fracasso.
Brady disse, con una certa esitazione:
- In alta montagna l'aria è fredda, però il sole quando batte a picco può provocare delle ustioni pericolose. Quel... quel tipo sarà abituato a un clima del genere?
- A questo e anche a peggio - rispose Steve. E dopo un istante aggiunse: - Dev'essere abituato a un'atmosfera rarefatta come in cima all'Everest. A ottomila metri d'altezza.
Gyp cominciò a latrare. Erano arrivati al punto dove s'era verificata la frana. Brady tenne il cane al guinzaglio.
- Io... ecco, credo che quella creatura mi interessi - disse adagio. - A star sempre a guardare le stelle, uno finisce che se ne interessa. Ho comperato dei libri che parlano delle stelle e dei pianeti. Un po' difficili ma ce l'ho fatta a capirli. Interessanti. - Si strinse nelle spalle. - Dobbiamo essere matti tutti e due! - riprese. - Incomincio a capire perché l'avete chiamato poveraccio, lontano com'è da casa sua. Non lo ucciderò se si potrà farne a meno.
Continuarono a salire. La traccia seguiva un pendio dolce, che i somari percorrevano placidamente. Gyp annusava, appiattito a terra, tirando disperatamente il guinzaglio che lo tratteneva. Ormai erano a novecento metri rispetto alla valle, e a milleduecento sul mare. Dalle pendici del monte si staccò un sasso. Alcune pietre rotolarono lungo il pendio. Steve alzò gli occhi.
Trecento metri più in su vide una forma minuscola che si muoveva faticosamente ma decisa. Una forma non umana. Brady seguì il suo sguardo. Un silenzio, poi:
- Ecco il nostro amico - disse Steve. - Sa che siamo sulle sue tracce, e sa quello che ha cercato di farci. Probabilmente pensa che l'aereo l'abbia abbattuto di proposito.
- Già - disse Brady. - Può darsi benissimo che abbia avuto questa impressione.
- Non credo che riusciremo a parlargli - riprese Steve. - Ha cercato di farci fuori tutti, l'intera umanità, e si aspetta di essere ucciso. Se soltanto ci fosse il modo...
Gyp si mise ad abbaiare freneticamente. I cani in genere non hanno una buona vista, ma forse qualcosa l'aveva avvertito chi' lassù c'era l'essere che lui aveva puntato per ore e ore. Latrava, ringhiava, urlava tutto il suo odio.
La minuscola creatura guardò in basso, poi riprese a salire. Non affrettò il passo. Si muoveva adagio, con uno sforzo enorme, come se fosse terribilmente debole.
- Forse riusciamo a bloccarlo superandolo - disse Steve.
- Meglio continuare a seguirlo - ribatté Brady. - Avete detto che poteva spazzar via l'intera umanità. In che modo?
- Con i semi - disse Steve. - Semi di piante desertiche, specie di erbacce. Si sviluppano dose non piove, dove non piove da secoli. Il vento si incarica di disseminarli dappertutto, e quelle sono piante che attecchiscono ovunque. E noi non avremo più potuto liberarcene. Crescono troppo in fretta. In dodici ore quel coso nel barattolo mette i germogli. Una volta che i semi hanno messo radici, più niente da fare.
Arrivarono a un punto ripidissimo. La minuscola creatura non era più in vista. Gyp seguiva le tracce, fiutando accanitamente.
- Sto pensando a lui - disse Steve. - Immagina un po' se ti trovassi di colpo a pesare il doppio, in un'atmosfera molto più densa e più satura di acqua nella quale non potessi quasi respirare. Pensa se ti fosse dato di scegliere se restare in un posto caldo il doppio della valle laggiù, o salire su una montagna dove invece di cento chili ne peseresti duecento! Brutto no? E immagina anche di non avere armi, e di avere alle calcagna degli esseri spietati... Poco piacevole, non credi? Ed è esattamente la situazione di quel poveraccio lassù.
- Questo lo capisco - brontolò Brady. - Ma non capisco che danno possono fare delle erbacce. Ce ne sono tante, sulla terra...
Aggirarono uno spuntone, e Gyp riprese a latrare. Continuarono inesorabilmente, due asini, un cane e due uomini, sulle tracce della creatura non umana, esausta, sfinita, agonizzante.
- Le erbacce - rispose Steve, - vivono allo stato selvatico e possono competere con le culture. Semina delle piante utili in un campo e poi non occupatene più. Le erbacce le soffocheranno, perché le erbacce crescono più in fretta di tutto il resto. Adesso immagina una pianta come quella che ho messo nel barattolo stanotte, che si metta a competere con le nostre culture. Quelle spuntano persino a Seco Valley, persino nella Valle della Morte! Immagina in un terreno fertile, o in una foresta! Se assorbono tutta l'umidità e se la tengono, che ne sarà dell'erba, degli arbusti, degli alberi?
- È vero! - esclamò Brady. - Come se i fichi d'India si mettessero a crescere fulmineamente, e spuntassero dappertutto!
- Così è successo nel posto da dove provengono quei semi - disse cupamente Steve. - I semi germogliano, accaparrano tutta l'acqua, la trattengono. Il vento li trasporta dappertutto: e quelli assorbono tutta l'umidità. Se mettono radici sulla Terra, copriranno persino le montagne. E non basta: anche le pianure, assorbendo tutta l'acqua, prosciugando i fiumi. Più niente acqua per i campi! Ogni metro di terreno coltivabile dovrà essere ripulito due volte al giorno! Non gioverà mai abbastanza. E i laghi? Che cosa diventeranno? E se i semi cadono in mare? Prosciugheranno anche gli oceani! Piante di quel tipo trovano tutti i sali minerali di cui hanno bisogno nelle acque del mare! Forse è capitato proprio questo nel mondo da cui provengono: hanno assorbito tutta l'acqua. E forse quella creatura ormai si è adattata alla situazione, forse lui e la sua razza vorrebbero trasformare questo pianeta in modo da poterci vivere. Se pensano che quello sia l'ambiente ideale, non hanno altro da fare che piantare anche qui i loro semi e il nostro mondo diventerà rosso cupo, anziché verde! Più niente nubi nel giro di pochi anni. Resisteranno le calotte polari, ma addio oceani, laghi e fiumi. E più niente uomini. Allora il nostro amico e i suoi caleranno sulla terra...
Brady si accigliò, e guardò Steve che sembrava rattristato più che preoccupato.
- Quella pianta nel barattolo - continuò Steve - ha succhiato tutta l'acqua, e l'ha trattenuta. Ma al tatto è dura. Eppure è fatta quasi soltanto di acqua. Ha cominciato a germogliare, cresce in fretta, ma non ha prodotto semi. E non credo che ne produrrà spontaneamente. Credo che per farlo abbia bisogno di un particolare piuttosto banale, al quale però gli amici del nostro amico non hanno pensato. Io sono quasi sicuro di riuscire ad ottenere dei semi, e proverò perché sarà interessante poterli studiare. Ma loro non potevano prevedere che serviva qualcos'altro, e che cosa...
Arrivarono a uno spiazzo con una grande sporgenza rocciosa, un contrafforte del monte che si lanciava in alto per altri trecento metri. Erano a millecinquecento metri d'altezza rispetto al fondo valle. Al di là del contrafforte la vista spaziava all'infinito. Monti e monti, e poi valli e ancora valli. Una vista stupenda.
Ma i due uomini non avevano occhi per il panorama. Vedevano soltanto la figuretta non umana a metà del contrafforte grigio. Era molto più piccolo di un uomo, grottesco e insieme patetico. Avanzava barcollando. Indebolito e affaticato oltre ogni limite. Ed era solo, come nessun essere umano era ancora mai stato solo. Gyp si mise ad abbaiare, con grandi urli strozzati.
- Riesce appena a camminare - disse Steve. - Mi fa pena. Brady, dammi la pistola, forse riesco a stordirlo con il colpo. Poi cercherò di avvicinarmi da solo, di fargli capire che non abbiamo intenzioni ostili.
Avanzò adagio. Alzò le mani in segno di pace. La creatura si fermò, lo fissò. Era a quattrocento metri da Steve, e il botanico camminò adagio sforzandosi di dare a quella creatura che non aveva nulla in comune con l'intelligenza umana l'impressione che lui aveva intenzioni amichevoli.
La creatura si volse e si trascinò lontano. Steve si fermò. Chiamò. Poi si rese conto che se il suono sentito la notte prima era la voce di quell'essere, lui doveva parlare con tono troppo basso per il suo udito, e le parole terrestri dovevano risuonargli all'orecchio come cupi e minacciosi brontolii. Allora Steve si mise a correre, per mettersi tra la creatura e l'abisso che si spalancava a poca distanza di lì.
Ma la creatura prese una decisione terribile e infinitamente pietosa: si buttò a sua volta in una corsa disperata. Il contrafforte roccioso era in pendio. La creatura si muoveva sempre più in fretta... sempre più in fretta... La roccia scendeva a picco...
Steve si fermò di colpo. Ma la creatura non poté fermarsi. Inciampò e cadde, e anche allora non si fermò. Rotolò, scivolò, rimbalzò.
Non lo videro più. Ma l'essere continuò a cadere per seicento metri prima di fermarsi.
Steve tornò da Brady.
- Sono stato uno stupido - disse, con aria stanca. - Ma non sapevo che fare. Se fossimo riusciti a comunicare con lui, saremmo diventati amici! E forse saremmo riusciti a metterci in contatto con la nave da cui è sceso. Forse... Ma ormai, a che serve?
- A niente - disse Brady. - Però quei semi... Quelle piante rosse produrranno altri semi?
Steve cercò nelle borse degli asini il barattolo. La cosa rosso cupo tutta aggrovigliata era esattamente come prima.
- No - disse. - I germogli non si sono sviluppati e non si svilupperanno più. Queste piante crescono in fretta, ma sulla Terra arrivano fino a un dato punto di sviluppo e non oltre. La crescita di una pianta è determinata dalla quantità di raggi solari richiesti ogni giorno per produrre il fiore e poi i semi. Le piante primaverili non hanno bisogno di molto sole. Quelle che fioriscono in estate, di più. Il fattore critico è dato dai raggi ultravioletti. L'atmosfera terrestre è densa e non ne lascia passare molti. Ma queste piante crescono normalmente in un ambiente di aria rarefatta, dove i raggi ultravioletti sono dieci o venti volte più potenti che sulla Terra. Perciò sulla Terra, questa pianta non darà mai fiori né frutti a meno che venga esposta ai raggi ultravioletti. E io lo farò, per ottenere altri semi. - Dopo una pausa, aggiunse: - E che magnifiche piante da deserto, saranno! Se le trattiamo con i raggi "X" forse ne otterremo delle imitazioni e delle varietà utilizzabili come foraggio o per usi industriali e... Brady disse:
- Dovremmo cercare di recuperare il corpo di quel poveretto.
- Certo - disse Steve. - Se avessimo potuto diventare amici...
Ma non era stato possibile.
Mentre scendeva a valle, Steve continuava a pensare con rimpianto all'accaduo. Adesso però c'erano tante altre cose di cui occuparsi: bisognava recuperare ed esaminare i rottami dell'oggetto abbattuto. Poteva uscirne qualcosa di utile.
E fu così infatti. Un nuovo principio propulsore, altri tipi di plastica, e il progetto di un motore spaziale. Tutti dati ancora segretissimi. E anche le notizie sulle piante desertiche, quattro varietà che promettono sviluppi sensazionali, non sono ancora di dominio pubblico. Non parliamo poi della dimostrazione dell'esistenza di vita intelligente sugli altri pianeti, e, della possibilità dei viaggi spaziali. Tutte cose tenute segrete per non provocare disordini qualora venissero divulgate prima che noi si disponga di adeguate navi spaziali.
Ma durante la giornata di marcia verso Seco Valley, e negli altri due giorni, verso San Felice, per tutto questo tempo, Steve non pensò all'accaduto da un punto di vista scientifico. Era ancora addolorato per come s'era concluso il loro inseguimento, addolorato per la creatura che aveva preferito la morte piuttosto che finire nelle mani di due uomini che volevano esserle amici. Era tragico che tutti i loro sforzi fossero stati vani. Lui e Brady trovarono il punto in cui il corpo era precipitato, ma un dirupo a picco li separava dal pianoro dove s'era sfracellato il corpo del povero Marziano, solo su un pianeta sconosciuto, sul quale già calavano gli avvoltoi.

Parte II - Le perle nuziali
Titolo originale: Anthropological note

L'incontro di miss Cummings con Ray Hale in un villaggio Krug, su Venere, è uno di quegli eventi per cui non esiste nessuna vera spiegazione. Se non si suppone che ci sia stato un Th'Tark a predisporre tutto, la cosa rimane assolutamente incomprensibile. Miss Cummings incontrò Hale, in circostanze del tutto assurde, in un villaggio di femmine Krug; lo aveva già incontrato parecchi anni prima in un luogo lontano sessanta milioni di chilometri. Allora aveva desiderato con tutto il cuore che Ray venisse colpito da morte improvvisa, e rivedendolo a distanza di anni fu ripresa dallo stesso imperioso desiderio. Ciò che accadde in seguito molto probabilmente impedì lo sterminio dei Krug in nome della prosperità del commercio interplanetario. Questo potrebbe essere una prova dell'interessamento di Th'Tark, dato e non concesso che sia mai esistito un Th'Tark. Comunque la storia è complicata.
Th'Tark è, o era, il Legislatore dei Krug, personaggio probabilmente mitico. I Krug sono gli abitanti quasi-semi-umanoidi dell'arcipelago Krug nei mare dell'Estate, su Venere. Questi esseri hanno un aspetto più umano della maggior parte dei primati terrestri, forse perché non sono pelosi, e si dice che Th'Tark abbia stabilito le loro leggi, i loro costumi, e il loro codice di dubbia moralità, alcune decine di migliaia di anni venusiani fa. Fu appunto Th'Tark che decretò che i maschi vivessero una tetra vita animalesca nelle giungle vicino alla costa del mare mentre le femmine Krug costruivano i villaggi, praticavano l'agricoltura e le altre arti utili, e allevavano i bambini.
Miss Cummings era l'antropologa incaricata di studiare la loro civiltà e impedire lo sterminio della razza.
La mattina del suo arrivo non capitò niente di straordinario. Il sole non si alzò, questo è vero, ma lì non si alzava mai. Dapprima tutt'intorno era nero, poi il cielo si colorò leggermente di grigio, il banco di nubi s'illuminò gradatamente, e presto fu mattina.
Miss Cummings si preparò a sbarcare sola, poiché i suoi assistenti rimanevano al campo-base, cioè sulla nave. Lo scopo dell'antropologa era puramente scientifico, ma la vera ragione di quel lavoro era il commercio interplanetario.
Venere non era ben collegata con il resto dell'universo e i costi dei trasporti per la Terra erano così alti che solo le merci molto preziose potevano sopportarli e offrire ancora un margine di guadagno. Nell'arcipelago Krug esisteva un prodotto con questi requisiti: le perle e le conchiglie di "crythli", bellissime e quasi impossibili da imitare, avevano un valore addirittura favoloso.
I pochi esemplari che ne avevano rivelato l'esistenza, erano stati scoperti nelle giungle, in possesso dei maschi Krug, ma questi non si erano dimostrati ansiosi di separarsene. Parlavano di Th'Tark e delle femmine - nominando queste ultime con molta riluttanza - e poi tacevano. E quando, nonostante questo, un Krug incominciava a raccogliere perle e conchiglie di "crythli" si poteva scommettere che presto sarebbe scomparso per non più ritornare. Così il commercio di perle e conchiglie di "crythli" prese a languire. E siccome l'economia della colonia venusiana aveva un estremo bisogno di scambi interplanetari, era entrata in scena miss Cummings.
In quella particolare mattina un elicottero si alzò pesantemente dalla nave e si diresse verso l'isola, poi si abbassò giù, giù nella valle dove c'era il villaggio. L'antropologa aveva già un affascinante elenco di domande da porre agli abitanti. Perché, per esempio, nel villaggio c'erano solo femmine e bambini Krug? In nessuna foto si vedeva un maschio adulto. Era vero che le abitazioni più grosse, dal tetto di paglia come quelle d'un villaggio nord-africano, appartenevano alle signore Krug già madri di numerosa prole, mentre nel cerchio stranamente incompleto di piccole capanne che sorgevano attorno alle prime vivevano le fanciulle di belle speranze? E quelle piccole aiuole circolari di fronte alle abitazioni più grandi? Dalle fotografie prese dall'aria pareva che fossero orlate con molto buon gusto da conchiglie di crythli, usate dai Krug come le comuni conchiglie vengono adoperate dai proprietari terrestri di villini sulla spiaggia. Se era vero, lì esisteva un tesoro favoloso, e la prosperità della colonia umana su Venere esigeva che quelle conchiglie venissero prese, con mezzi pacifici se possibile, e spedite sulla Terra.
Miss Cummings si trovava nel felice stato d'animo d'una antropologa con nuovi costumi da studiare e la certezza che il suo lavoro sarebbe stato apprezzato. Quindi era immensamente felice mentre l'elicottero si abbassava per permetterle di sbarcare. In quel momento non pensava neppure lontanamente a Ray Hale. Quella stessa mattina, Hale era intento anche lui a una ricerca, ma la conduceva secondo i suoi metodi personali.
Hale godeva di una pessima fama in tutto il sistema solare, e se il governo coloniale avesse saputo della sua presenza lo avrebbe certamente acciuffato. Ray Hale aveva già provocato la prima guerra con gli indigeni di Marte, approfittando del fatto che la legge terrestre non aveva ancora stabilito che l'uccisione di un marziano fosse un delitto. Poi era stato responsabile del massacro di B'setse, su Titano, dove, in seguito al suo comportamento verso il più antico e più ricco popolo di Titani, morirono centocinquanta coloni terrestri. La conseguenza di tutto ciò era stata che Hale se ne era andato sia da Marte che da Titano con un ricco bottino. Logico quindi che le autorità coloniali non desiderassero averlo di nuovo fra i piedi.
Quella mattina, a circa 400 chilometri dal punto dove stava per atterrare miss Cummings, questa specie di pericolo pubblico aveva catturato un maschio Krug, e cercava di farlo parlare. I mercanti di conchiglie crythli avevano elaborato una specie di gergo che permetteva di comunicare con i Krug, anche se in modo limitato, e Hale usava appunto questo linguaggio, e altri sistemi che non sarebbe bello descrivere, per indurre il prigioniero a dirgli cose che probabilmente non sapeva intorno a misteri che quasi certamente non capiva e a cui sicuramente non amava pensare.
Nonostante l'età. Hale era ancora quello che si dice un bell'uomo, il suo fascino era stato elemento determinante ai fini dell'appassionato desiderio di miss Cummings di vederlo colpito da un fulmine, ma in quel momento, mentre si lavorava il Krug, non era affatto attraente.
Quando, alla fine uccise il Krug e ne buttò in mare i resti dalla sua imbarcazione rubata, Hale sapeva dove si trovavano le conchiglie di crythli, e, leccandosi i baffi ideò un piano d'azione che gli avrebbe permesso di mettere le mani su tutte le perle crythli che un uomo potesse desiderare. La conchiglia era preziosa, ma le perle lo erano mille volte di più.
A 400 chilometri da lì, miss Cummings arrivava nel villaggio che era stato scelto. Gli abitanti guardavano l'elicottero a bocca spalancata. Forse pensavano che, in quel coso volante c'entrasse in qualche modo Th'Tark. E forse c'entrava davvero. Quelli che guardavano a naso all'aria erano esclusivamente femmine, con le eccezioni dei bambini e dei ragazzi Krug. L'elicottero si abbassò lentamente finché il cestino d'atterraggio toccò il suolo e l'antropologa saltò fuori. Poi il velivolo si rialzò fino al banco di nubi dove si credeva che abitasse Th'Tark, e rimase lì pronto a tornare indietro in pochi minuti se miss Cummings lo avesse chiamato. L'antropologa teneva in mano una minuscola arma, quasi invisibile per tenere a bada, se necessario, i Krug.
Ma non ce ne fu bisogno: le indigene le si avvicinarono cautamente, e videro subito che era una donna. Mentre le aborigene e i bambini la osservavano, l'antropologa distribuì i doni che aveva portato.
Miss Cummings aveva una larga esperienza nel campo dei rapporti sociali femminili. Per esempio, le vecchie matrone del villaggio Krug avevano esattamente la stessa aria autoritaria e compiaciuta di un comitato di ex-allieve della sua università terrestre: donne di mezz'età, o anche più vecchie, abituate a averla sempre vinta in qualsiasi circostanza. Miss Cummings assunse verso di loro un atteggiamento deferente.
Osservando poi le femmine Krug più giovani notò in esse la medesima espressione impaziente delle studentesse che erano state sue allieve, e si rivolse a loro con viso allegro. Alle matrone Krug offrì collane di perline fluorescenti, e alle giovani braccialetti e piccoli specchi.
Da ultimo si occupò dei bambini, che stavano lì attorno nudi come vermi, mentre le femmine adulte indossavano rozzi indumenti di lana grezza, e distribuì dolci. Naturalmente non si trattava di canditi, poiché i gusti dei Krug sono diversi da quelli umani. Infatti i confetti distribuiti erano fatti di puro chinino.
Verso sera finalmente miss Cummings venne accettata come ospite gradita, e le fu assegnata una delle capanne più piccole che la ricognizione aerea aveva designato come abitazioni delle fanciulle Krug. Il giorno seguente l'antropologa si mise all'opera per crearsi un vocabolario. Si era infatti accorta che il linguaggio stabilito dai mercanti con i maschi Krug era considerato sconveniente dalle femmine.
Intanto Hale, che ora si trovava, un po' più vicino rispetto al giorno prima, aveva catturato un altro maschio, più giovane. Lo trattò prima gentilmente, con somministrazione abbondante di chinino, poi alternò i dolci alle botte. Riuscì con quel sistema a sapere alcune parole del linguaggio femminile perché l'aborigeno aveva ricordi freschi sul suo soggiorno al villaggio, infatti era stato cacciato da poco dalle matrone che gli avevano detto senza tanti complimenti che per lui era venuta l'ora di andare a vivere con gli altri indigeni maschi nella giungla.
Alla fine con un calcio, Hale buttò a mare anche il suo secondo prigioniero, in più buono stato del primo, e si preparò a sfruttare le informazioni ottenute. Per la verità non aveva la più piccola idea di muovere anche solo un dito per la conservazione della razza dei Krug, ma accadde proprio questo, come se Th'Tark avesse combinato le cose esattamente in modo che ciò avvenisse. Ammesso e non concesso che Th'Tark sia mai esistito.
Dopo una settimana trascorsa nel villaggio, miss Cummings era felice come se fosse in Paradiso: infatti, stava compiendo la prima indagine su un popolo nuovo, e sebbene ricevesse un grande aiuto dai suoi assistenti sulla nave, alla fine il merito sarebbe stato tutto suo. Però bisogna dire che quest'aiuto era tutt'altro che disprezzabile. Per esempio, il linguaggio dei Krug richiedeva un'attenta analisi, poiché, oltre alle due varianti per i maschi e le femmine che erano del tutto diverse fra loro, c'erano dei termini onorifici come in giapponese, che erano veri e propri trabocchetti. Infatti ci si rivolgeva alle matrone Krug con diverse forme di omaggio a seconda se avessero uno, due, o più figli: c'erano variazioni fino alla dozzina, dopo di che si applicava la forma super-onorifica. E ciò comportava non poche difficoltà per uno straniero.
Con l'aiuto del personale specializzato l'antropologa imparò a parlare con una certa facilità. Dopo di che tutto divenne difficilissimo. Infatti la nostra antropologa non riusciva a credere che nella lingua Krug non ci fosse nessuna parola che volesse dire "perché?". Inoltre scoprì che quel linguaggio aveva un solo genere, il femminile. In compenso tutti i pronomi personali avevano trentadue forme, onorifiche o deprecatorie. Il sistema di coniugazione dei verbi era incredibilmente complicato, ed esisteva anche un bel vocabolario di nomi adatti a ogni circostanza, ma erano tutti nomi che si applicavano solo alle cose concrete. Non esistevano parole con significato astratto e non c'era la possibilità di costruire un ragionamento logico.
In conseguenza di ciò, ogni logica era impossibile. A loro modo le Krug avevano una certa civiltà, ma la loro mente era terra a terra. Per questo forse, vivevano felici. Miss Cummings comunque insisteva nel chiedere informazioni - e la formulazione di ogni domanda era un tortuoso giro di parole - ottenendo però sempre la stessa irrilevante risposta che non potevano risponderle in quanto lei era una zitella femmina non sposata. A questo punto l'antropologa non poteva chiedere perché il suo stato civile precludesse le risposte. "Perché" non esisteva. Sì, quella era una società decisamente femminile.
Con il suo ammirevole zelo di scienziata la Cummings pensò di trasmettere tutti i dati raccolti fino ad allora a un'antropologa sposata, ma Th'Tark provvide affinché non attuasse questo progetto: infatti miss Cummings, dal momento che conosceva Ray Hale, doveva essere responsabile del fatto che la razza dei Krug sfuggisse allo sterminio.
Ray Hale aveva raccolto un mucchio di notizie che avrebbero senz'altro mandato in visibilio la nostra antropologa, la quale stava ancora dibattendosi fra le difficoltà del linguaggio Krug. Nelle due settimane trascorse dall'arrivo di miss Cummings al villaggio, lui aveva anche accumulato circa un quarto delle perle crythli esistenti, e bisogna precisare che fino ad allora nessun commerciante era stato capace di raccogliere più di mezza dozzina di gemme in una intera stagione scambi.
Alcune perle erano bucate rozzamente come se fossero state infilate su un pezzo di spago, ma il tesoro raccolto da Hale valeva già parecchi miliardi e gli era costato solo due settimane di ricerche, alcuni momenti raccapriccianti, e un delitto che la maggior parte degli uomini dallo stomaco delicato avrebbe preferito non commettere, ma che in fin dei conti non era assassinio, perché i Krug non erano ancora stati classificati come esseri umani, quindi nessuna legge stabiliva che ucciderne uno fosse un omicidio.
Nella terza settimana la Cummings fu testimone di un fatto che aveva a che fare con l'attività di Hale, ma naturalmente lei non lo sapeva.
All'alba fu svegliata da alcuni rumori insoliti. Tutte le mattine udiva i suoni caratteristici della giungla che distava appena cento metri e ci era abituata. Ciò che la disturbò quella mattina furono voci che parlavano.
La scienziata si vestì in fretta e uscì. Gli abitanti del villaggio erano raggruppati accanto alle capanne delle ragazze, che un po' in disparte ridacchiavano e si agitavano con espressioni piene di speranza. I piccoli Krug giocavano e correvano all'impazzata attorno al solenne gruppo delle altre femmine. Miss Cummings si avvicinò con la sua radio-trasmittente aperta e collegata con i registratori della nave. Quando fu più vicino, vide che le matrone si facevano passare una conchiglia di crythli, esaminandola. Il loro atteggiamento era simile a quello delle ex-allieve miopi dell'università sorprese senza occhiali da un oggetto interessante: pareva che annusassero tanto lo avvicinavano al naso.
Le femmine più vecchie parlarono per molto tempo fra loro, poi la più anziana porse la conchiglia a una delle ragazze che se la strinse al seno con melodrammatica soddisfazione. Miss Cummings la osservò attentamente, poiché, pur con le caratteristiche somatiche dei Krug, assomigliava a una laureanda dalla faccia da rana che aveva infestato uno dei suoi corsi sulla Terra. Detto fra parentesi, la conchiglia di crythli poteva essere venduta nella capitale della colonia su Venere per ben quindicimila crediti, e per molto più sulla Terra.
Subito si levò un tumulto confuso, mentre le altre ragazze osservavano con amarezza il trionfo della loro compagna. Le matrone s! affollarono attorno alla giovane prescelta, sorridendole. I piccoli Krug corsero verso la giungla e ben presto sparirono.
Tutto era talmente inesplicabile che miss Cummings moriva dalla voglia di fare la domanda impossibile: "Perché?".
Quando tornarono, erano carichi di fusti di piante simili alle canne, di diversa lunghezza e spessore. Altri piccoli barcollavano sotto fardelli di viti fronzute e altri rampicanti. Tutti i piccoli si diressero verso quella parte del villaggio in cui si trovavano le abitazioni delle matrone, e cominciarono a costruirne una nuova.
Se il cervello di miss Cummings non fosse stato occupato a cercare una possibile spiegazione all'atteggiamento delle matrone e della ragazza dalla faccia di rana, l'antropologa avrebbe senz'altro osservato i bambini, a bocca spalancata per la meraviglia. Infatti, nonostante la mancanza completa di uno che dirigesse i lavori, la costruzione veniva su perfettamente. I piccoli Krug sollevarono le canne e le piantarono per terra, senza che vi fosse tracciato il perimetro della futura capanna, poi disposero quelle trasversali e le legarono assieme alle altre con rametti di vite. Infine fecero il traliccio del tetto e Io coprirono di paglia. Per ultima cosa, staccarono i ramoscelli che sporgevano e livellarono le pareti. In circa quattro ore sorse una abitazione del tutto simile a quella delle altre matrone, solo più piccola, ma a cui si potevano aggiungere altri locali.
Come avevano fatto tutto senza ricevere nessun ordine, così se ne andarono, dopo aver finito, senza che nessuno glielo dicesse, e cinque minuti dopo si tuffavano nelle normali, appassionanti e inutili occupazioni dei piccoli Krug. La cosa più sorprendente di tutto era che i bambini avevano portato esattamente la quantità di materiale necessario, non una canna in più, non un viticcio di meno.
Per miss Cummings era troppo. Nell'affannosa ricerca di informazioni sul fatto che lei considerava di gran lunga il più importante a cui avesse assistito, dal momento che le matrone erano sparite dalla circolazione, andò a far visita alle ragazze, che trovò intente ai soliti lavori. Ma la sua bruciante curiosità scientifica e femminile era intrappolata dalla povertà della loro lingua. Infatti poteva dire soltanto: "Sono - venuta - a - farvi - visita" e le sue ospiti assentivano. Poteva anche dire, come disse: "La - ragazza - con - la - conchiglia - di - crythli - non -è - dove - siete - voi", ma bruciava letteralmente dalla voglia di chiedere perché si costruiva una nuova abitazione, da dove veniva la conchiglia di crythli, perché era stata data alla ragazza dalla faccia da rana, e che cosa significava tutto ciò. Ma la lingua Krug bloccava ogni suo sforzo.
Ray Hale avrebbe potuto rispondere facilmente a tutte le sue domande. Ora si trovava solo a trecento chilometri dal villaggio, possedeva già i tre quarti di tutte le perle crythli, e non si preoccupava affatto di prendere le conchiglie, sebbene nella capitale della colonia su Venere ogni conchiglia valesse più di diecimila crediti. Insomma era già molte volte multi-miliardario e si proponeva di diventare ancora più ricco. Dal suo punto di vista, l'impresa in cui si era imbarcato, era molto spiritosa, dal momento che non violava alcuna legge.
Per miss Cummings, invece, l'intera faccenda era ancora avvolta nel più fitto mistero. Ricostruendo i fatti, poteva riassumerli così: davanti al cerchio delle capanne delle ragazze si era trovata una conchiglia di crythli che era stata donata a una giovane Krug particolarmente repulsiva, quindi aveva assistito alla costruzione di una nuova abitazione e alla improvvisa scomparsa dalla circolazione della ragazza e di tutte le matrone. Nonostante la sua terribile curiosità, miss Cummings poteva solo avanzare fantastiche ipotesi su quanto aveva visto e aspettare che qualche cosa l'aiutasse a risolvere il mistero.
Ma dovette aspettare sino alla sera: finché il banco di nubi sul villaggio incominciò a diventare più scuro, poiché non ci sono tramonti su Venere. La luce era già per metà scomparsa quando finalmente la ragazza Krug apparve sulla soglia della casa appena costruita. Appena la vide, miss Cummings con voce rotta balbettò la notizia nel microfono della sua radio.
Il suo intuito le aveva subito permesso di comprendere il recondito significato dell'abbigliamento insolito e meraviglioso dell'aborigena: la ragazza Krug era vestita da sposa.
Nessuna sposa della Terra era mai stata ornata con centinaia di perle di crythli che sul mercato delle quotazioni terrestri valevano miliardi. La giovane Krug portava una collana e un diadema di perle crythli che neppure una miliardaria poteva sognare di comprare, e aveva inoltre bracciali, cintura, e una specie di corsetto fatti con le conchiglie di crythli, quando la moglie di un uomo ricco si sarebbe ritenuta fortunata di possedere anche un solo dischetto di quella materia.
Miss Cummings comunicò la notizia a quelli della nave con incredibile emozione. Stava per assistere, disse, alla cerimonia nuziale dei Krug. Doveva essere proprio così! C'era un solo punto nero: non si vedeva ancora lo sposo.
Intanto tutto il villaggio si era radunato di nuovo: le matrone avevano preso posto alle spalle della ragazza così sontuosamente abbigliata, e avevano un'aria ben pasciuta, ironica, e infinitamente soddisfatta di se stesse e del mondo intero. Sembravano proprio un gruppo di ex-allieve in posa per la foto ricordo. Mentre il banco di nuvole sul villaggio diventava sempre più scuro si sentirono dei sussurri soffocati che tradivano l'impaziente attesa di tutti. A questo punto i piccoli vennero avanti in una lunga fila indiana. Il primo - un bambino che riusciva appena a malapena a camminare - teneva in mano con estrema serietà una torcia accesa. Anche gli altri impugnavano oggetti che potevano essere benissimo torce, però erano spente. Ormai era definitivamente la notte. L'unica luce veniva dalla torcia accesa nelle mani del bambino che barcollava. Per molto tempo non accadde niente.
Poi la matrona più vecchia diede un ordine secco. Il piccolo che teneva la torcia accesa l'avvicinò a quella del compagno che stava dietro di lui, e questi fece altrettanto con il terzo, e così via. In tal modo si accesero tutte le torce, e il villaggio fu rischiarato da una luce che miss Cummings non aveva mai visto prima, al villaggio.
Allora, e solo allora, l'antropologa vide lo sposo. Nell'oscurità, guidato dalla luce della prima e unica torcia accesa, il maschio Krug era strisciato dentro al villaggio fino alla casa nuova. Senza dubbio tutti si erano accorti della sua presenza, ma certamente Th'Tark aveva stabilito che tutti facessero finta di niente finché lui non fosse stato davanti alla sua sposa.
Ora il Krug tremava alla luce delle torce, sembrava che desiderasse disperatamente di essere in qualsiasi altro posto del suo pianeta - e in ciò assomigliava a molti sposi umani - ma che, nonostante tutto, fosse rassegnato al suo destino. Una per una, il Krug depose davanti alla ragazza agghindata come un idolo il suo carico di conchiglie. La femmina non si scompose. Alla maggior parte delle ragazze della Terra, che avessero ricevuto in dono anche una sola conchiglia, sarebbero venuti gli occhi strabici a forza di guardarla.
Finalmente il maschio si alzò in piedi. Miss Cummings ebbe l'impressione che sudasse in preda a un profondo terrore e a una incontenibile disperazione.
La matrona più vecchia espresse la sua approvazione con un grugnito.
La ragazza, vestita da sposa, alzò gli occhi e li posò con disprezzo sul povero maschio tanto umiliato, poi alzatasi in piedi con immensa degnazione stese una mano e con infinita e consapevole generosità lo toccò. Questo atto in cui erano evidenti sia l'abbandono che l'avversione segnò l'apice e la fine della cerimonia. I bambini spensero le torce calpestandole, e il villaggio tornò nell'oscurità. Miss Cummings udì tutt'intorno a sé dei fruscii: le Krug rientravano alle loro case.
Anche lei tornò nella sua capanna. Il resoconto della scienziata alla nave incominciò come il servizio di una signora della buona società inviata come giornalista a un matrimonio tra una ereditiera e un membro del Gran Consiglio Terrestre. Descrisse minuziosamente l'abbigliamento della sposa e si soffermò sull'aspetto insignificante dello sposo. Si lasciò andare a osservazioni sentimentali circa il simbolismo della formale eccezione che la sposa faceva accettando quell'unico maschio, tenuto conto del suo odio invincibile per tutto il genere mascolino.
Poi a poco a poco il suo entusiasmo sbollì, e l'antropologa poté parlare della cerimonia in termini scientifici. L'assenza degli altri maschi adulti dalla popolazione del villaggio, era strana, tuttavia era possibile trovare anche sulla Terra analogie con questi usi. Per esempio, in una tribù sulle montagne himalaiane il matrimonio consisteva solo in una luna di miele di tre giorni, dopo di che gli sposi si separavano e passava più d'un anno prima che tornassero a vivere insieme nella loro casa; poi c'era un popolo indocinese le cui donne affettavano d'ignorare l'esistenza dei maschi per un periodo quasi indefinito, rimanendo in casa dei propri genitori, finché questi non insistevano perché il marito della figlia si sobbarcasse il mantenimento della numerosissima prole. Dunque le usanze dei Krug non erano poi insolite. Ad ogni modo, quella notte, sulle onde dell'etere di Venere si intrecciarono entusiastiche conversazioni antropologiche.
La mattina dopo miss Cummings notò che la sposa indossava di nuovo il suo solito vestito, con la sola aggiunta di un piccolo indumento che indicava il suo nuovo stato di "signora". Ma come la nostra antropologa si era quasi aspettata, nel villaggio non c'era traccia del marito.
Però al suo posto c'era una cosa nuova e degna di nota. Miss Cummings era uscita dalla sua capanna alle prime luci dell'alba, eppure non era riuscita a vedere i lavori di sistemazione dell'aiuola circolare che ora esisteva davanti alla casa della nuova matrona. Tutt'intorno c'erano due dozzine di conchiglie di crythli, ma naturalmente non si vedeva ancora nessun fiore, sebbene fossero già stati piantati.
Miss Cummings discusse di nuovo del matrimonio con i suoi aiutanti a bordo della nave. Il dono delle conchiglie di crythli da parte dello sposo trovava il suo parallelo nel prezzo che anche in alcune tribù sulla Terra si paga per la sposa. Forse il maschio aveva offerto anche alcune perle, sebbene lei non l'avesse notato. L'usanza poi di decorare delle aiuole con conchiglie preziose era un considerevole spreco, come i Festivals Polatch degli Indiani dell'Alaska. Infine il fatto che il dono nuziale, per quanto preziosissimo, non avesse un valore pratico, trovava riscontro nell'uso degli innamorati del Borneo di offrire alla loro bella una testa umana appena staccata dal corpo, per dimostrare la loro abilità di cacciatori.
Il villaggio riprese la sua vita. La sposa innaffiava i fiori appena piantati nel suo piccolo giardino orlato di conchiglie, e sembrava molto soddisfatta del suo nuovo stato. Ma suo marito rimaneva invisibile.
Miss Cummings si dimenticò praticamente di lui nella settimana successiva. Ora stava studiando la distribuzione dell'autorità nel villaggio, e si accorse che la matrona più vecchia aveva cominciato a guardarla con severa disapprovazione. Questa presunta vedova dall'aspetto pomposo fungeva da caporiona, nel villaggio, però non dava veri e propri ordini; poiché sembrava che tutti sapessero esattamente ciò che si richiedeva da loro.
Alla quinta settimana di permanenza nel villaggio, l'antropologa ricevette una speciale visita da parte della matrona-capo, per l'occasione particolarmente autoritaria e piena di boria, che, entrala nella sua capanna, le rivolse uno sguardo di intensa disapprovazione. La corpulenta matrona disse solo due cose a miss Cummings. Il filologo della nave decise che la prima poteva essere tradotta così: "tu - sei - venerabile - e - non - hai - figli", mentre la seconda avrebbe potuto essere resa con qualsiasi parola che significasse "fine", "termine", ecc. Poi la matrona Krug consegnò alla scienziata uno strano strumento appuntito fatto col solo legno veramente duro che crescesse sull'arcipelago dei Krug, e infine se ne andò col suo caratteristico passo d'anatra. Miss Cummings, piuttosto seccata, trasmise una foto dello strumento alla nave-appoggio. I suoi aiutanti riuscirono a stabilire solo che l'oggetto era vecchio, aguzzo ed enigmatico. L'antropologa però aveva un'intuizione che non le andava a genio.
A questo punto il suo istinto le fu più utile del metodo di ricerche di Ray Hale, che si trovava ormai a meno di cento chilometri da miss Cummings.
Dunque, la nostra antropologa intuì l'uso dell'oggetto con vera indignazione. I Krug erano davvero creature infinitamente pratiche: la matrona più anziana aveva deciso che lei era troppo vecchia per trovare marito, e avendo ormai stabilito questo con assoluta certezza, le aveva consegnato l'oggetto aguzzo affinché lei si regolasse di conseguenza.
Furibonda, miss Cummings decise che non avrebbe fatto niente del genere. Non potevano costringerla al suicidio! Ma se lei non avesse obbedito alle istruzioni, poteva anche darsi che lo facessero loro per lei!
Da quel momento l'antropologa cominciò a portare una specie di corazza sotto il vestito per proteggersi le spalle. Le pareva che gli abitanti del villaggio la guardassero con mite rimprovero perché era ancora viva, se poi incontrava la matrona dall'aspetto più autoritario, questa la fermava e le ripeteva le due precise constatazioni: primo, che era troppo vecchia per avere figli; secondo, la parola che voleva dire fine, termine. Qualche giorno più tardi miss Cummings si accorse di essere stata colpita dall'ostracismo di tutto il villaggio; poiché adesso anche le ragazze le dicevano freddamente che era venerabile e senza figli, quindi fine.
Ciò era molto, molto irritante.
Miss Cummings sentiva che i Krug erano sua proprietà privata. Lei aveva imparato la loro lingua per prima! Lei aveva compiuto uno studio sulla loro tecnologia, sulle loro abitudini di lavoro e sui loro gradi di prestigio sociale. Lei era riuscita a fare una relazione completa sulla loro cerimonia nuziale. Le si spezzava il cuore al pensiero di dover abbandonare tutto.
Cominciò a dormire con la sua arma segreta sotto la testa, le poche volte che riusciva ancora a chiudere gli occhi. Ma dopo due giorni, durante i quali era stata ignorata da tutto il villaggio, cadde in un sonno profondo, causato dalla sua estrema spossatezza, e il mattino dopo fu svegliata dai soliti rumori della giungla. Fu tale il suo spavento che si trovò in piedi prima ancora di rendersi conto di essere sveglia.
Poi udi delle voci. Le voci dei Krug. Il suo cuore cessò di battere. Forse era giunto il momento della violenza, poiché le era stato ordinato di suicidarsi e lei non aveva obbedito...
Senza perdere altro tempo, volò fuori dalla capanna pronta a chiamare gli elicotteri della nave. I Krug erano radunati davanti alle abitazioni delle ragazze. I bambini correvano e facevano chiasso, le giovani ridacchiavano, un po' in disparte, e le matrone esaminavano una conchiglia di crythli.
Poi la matrona più vecchia, la capo del villaggio, emise dei grugniti rivolta alle altre, avanzò con solennità verso la capanna occupata da miss Cummings, e le porse una conchiglia di crythli, che lei prese.
L'antropologa informò i suoi assistenti sulla nave di ciò che era successo pregandoli di venire a prelevarla al calar della notte. Allora, e solo allora, avrebbe dato il segnale convenuto. Infatti quella era un'occasione unica per assistere alle cerimonie iniziatorie che precedevano il matrimonio presso i Krug, ed era del tutto improbabile che qualcun altro riuscisse ad avere questa fortuna, insperata. Perciò, appena fosse apparso il maschio, lei avrebbe dato il segnale affinché gli elicotteri sganciassero bombe fumogene, scendessero, e la portassero via con l'incalcolabile tesoro antropologico di un completo abbigliamento nuziale Krug. I bambini si precipitarono nella giungla e dopo un po' ritornarono con il materiale per costruire una nuova casa. Intanto le matrone si presero cura della scienziata, e la sua trasmittente, rimasta aperta, trasmise al personale della nave-appoggio dei dati antropologici e scientifici che li mandarono letteralmente in estasi. La maggior parte di questi dati erano quasi del tutto incomprensibili e solo un antropologo poteva trovarli interessanti, ma tutto Venne scrupolosamente registrato. Bisogna dire che si ricavarono più particolari su Th'Tark di quanti se ne potessero umanamente sperare, e l'aspirazione di miss Cummings di divenire un'autorità nel campo della civiltà Krug, divenne realtà.
In tutta questa faccenda l'intero personale della nave, e la stessa miss Cummings, trascurarono solo una cosa; cioè che Th'Tark aveva permesso il loro trionfo unicamente per preservare i Krug dallo sterminio.
Ora il banco di nubi perpendicolare al villaggio incominciava a assumere una sfumatura leggermente più scura e quando diventò definitivamente grigio miss Cummings uscì fuori dalla nuova abitazione. Indossava il sontuoso abbigliamento nuziale del villaggio. Nonostante la sua austera mentalità scientifica, l'antropologa si sentiva scombussolata.
La luce del giorno si spense lentamente, e i bambini sparirono. Quando il cielo fu completamente nero, i piccoli ritornarono: portavano tutti una torcia spenta, mentre il più piccino ne aveva una accesa.
Miss Cummings sedeva nell'oscurità, agghindata come neppure la figlia di un sultano avrebbe potuto sognare. Intorno si sentivano solo i rumori della giungla. Per vincere l'apprensione, l'antropologa mormorò alcune parole nel microfono della sua trasmittente. Subito una voce rassicurante le rispose, per mezzo del suo auricolare invisibile, che l'equipaggio dell'elicottero era pronto per l'azione di ricupero. Inoltre lei aveva sempre la sua piccola arma, e in caso di bisogno poteva servirsene.
Si vedeva l'unica torcia accesa vacillare nelle mani del piccino che non si reggeva ancora bene sulle gambe, e l'attesa si prolungò per molto tempo in un silenzio assoluto.
Poi una voce disse alcune parole in lingua Krug, ansimando. Una matrona grugnì. Il bimbo con la torcia accesa avvicinò la fiamma a quella d'un altro. In breve il villaggio s'illuminò a giorno con il lampeggiare di cinquanta fiaccole.
E miss Cummings si trovò davanti Ray Hale.
Era tutto imbrattato di pigmenti per aumentare la somiglianza della razza umana con i Krug; portava un carico di conchiglie crythli, e appena la vide restò come fulminato. Poi, alla luce delle torce, il suo corpo diventò lucido di sudore. Non solo aveva di fronte a sé una donna della Terra, ma quella era la donna che l'aveva odiato e l'odiava con tutto il suo essere, al di là di ogni considerazione di carità.
Hale inghiottì, e disse, ansimando: - Fa' la tua parte o ci uccideranno tutti e due.
Miss Cummings trattenne il respiro, e lui disse, con voce ancora più stridula: - Fa' la tua parte, ti dico!
L'antropologa sussurrò: - Gli elicotteri sono sul villaggio! Devo solo chiamarli...
Lui la guardò come una bestia presa in trappola. La sua disperazione era così evidente che miss Cummings avvertì intorno a sé la tacita ma profonda approvazione delle femmine Krug.
- Hai sposato mia sorella - cominciò l'antropologa con strana voce monotona. - Lei ti amava, e tu le hai spezzato il cuore. L'hai uccisa! Tu eri il peggior individuo in cui potesse imbattersi, ma lei è morta quando tu l'hai abbandonata, perché ti amava. Io ho pregato tanto che la morte ti fulminasse! Restia, bestia, bestia...
Si sentì un mormorio di approvazione da parte delle matrone Krug, o almeno a miss Cummings parve di udirlo. Hale, che continuava a sudare alla luce delle torce, balbettò, in modo indistinto: - Uccideranno anche te se non farai bene la tua parte!
Ma questa era una menogna. Miss Cummings non sapeva come, ma aveva l'assoluta certezza che il suo atteggiamento si adattava perfettamente all'invincibile disprezzo che le femmine Krug provavano per l'altro sesso. Mai nessuna ragazza Krug si era comportata così magnificamente con il proprio sposo. D'ora in poi, pensava l'antropologa, lei sarebbe stata un modello per le future generazioni delle Krug.
Ray Hale posò in terra una conchiglia di crythli. Tremava come una massa di gelatina, ma riuscì a completare l'intera cerimonia secondo il rito dei Krug.
- Posso farti uccidere - mormorò l'antropologa con tono duro. - Nessuno mi punirebbe per questo. Posso farti uccidere come un cane, lo meriteresti. Oppure posso chiamare gli elicotteri...
Una voce parlò nel suo auricolare: la squadra, addetta all'operazione ricupero era pronta a calarsi giù, ma attendevano il suo segnale. Infatti avevano l'impressione di aver udito una seconda vece umana oltre alla sua, ma dovevano certo aver preso un granchio, perché questo non era possibile. Chiedevano spiegazioni.
Miss Cummings si riprese.
- La cerimonia ha preso una piega inprevista - disse con un tono di voce che poteva essere captato solo dalla sua perfezionatissima trasmittente. - Per ora non corro alcun pericolo, perciò credo che non avrò bisogno di essere ricuperata. Piuttosto assicuratevi che i registratori siano pronti a ricevere altri dati.
Al lume delle torce Ray Hale sembrava proprio un Krug, tanto il suo atteggiamento era disperato e rassegnato mentre deponeva a terra l'ultima conchiglia. Poi guardò miss Cummings con l'aria di un uomo che ha ascoltato la sua sentenza di morte. Improvvisamente balbettò: - Ho trovato le perle! Te le darò tutte! Migliaia di perle! Ma non permettere che mi uccidano...
Dicendo questo versò due manciate di perle in grembo a miss Cummings che, senza badarci, si alzò. Il suo viso era pallido come la neve, e in quel momento odiava Ray Hale come non aveva mai odiato nessuno, ma era anche un'antropologa. E pensò che se lui era giunto a quel punto, doveva aver raccolto sui Krug notizie che lei non possedeva ancora.
Miss Cummings arricciò le labbra nel sorriso più triste e più pieno di disprezzo della sua vita. A dir la verità, era una smorfia d'angoscia. Poi fronteggiò l'uomo, toccandolo con la canna della sua arma quasi invisibile.
Non cercare di fuggire quando sarà buio - gli disse, - perché premerò il grilletto appena sentirò che non sei più all'altro capo dell'arma.
Un bimbo spense la sua torcia al suolo e subito tutti gli altri lo imitarono, calpestando le ultime scintille che brillavano nell'oscurità. Miss Cummings guidò Hale, spingendolo come una pecora, nella nuova abitazione costruita apposta per lei.
- Penso - disse con voce fredda e ostile, - che tu sappia cose che io non so. Ora aprirò il contatto con i miei assistenti e tu ci dirai tutto ciò che sai sui Krug. Ne ho bisogno per il mio studio su questo popolo. Poi deciderò se devo ucciderti o lasciarti andare.
Gli stava dietro nell'oscurità e lo incalzava con le domande e con l'arma. Questa faceva parte del suo equipaggiamento. Era molto piccola, funzionava elettronicamente, e quando si toglieva la sicura emetteva una radiazione di microonde. Ciò era molto utile sulla Terra, poiché rendeva praticamente impossibile l'illecito uso di tali armi dal momento che dovunque si togliesse una sicura subito accorrevano dei poliziotti richiamati dalle microonde. Su Venere questa stessa particolarità impediva ai non terrestri di far uso di tale arma. Per l'antropologa era molto importante che l'emissione di radiazioni provenienti da un'arma elettronica fosse accompagnata da un ronzio molto intenso.
Hale sentiva il rumore e sapeva che a miss Cummings bastava esercitare una pressione appena più forte sul grilletto per spedirlo nel regno dei più.
La voce dell'uomo era solo un piagnucolio. Pareva che avesse una gran fretta di allontanarsi dall'abitazione nuziale, in cui aveva pensato di restare solo alcuni minuti, ma non disse la ragione di questo suo atteggiamento. Quando miss Cummings gli chiese perché si trovava lì, lui balbettò una scusa del tutto incoerente per giustificare la sua presenza. Il leggero ronzio dell'arma pronta a fare fuoco, unito alle altre sue speciali ragioni di paura, lo convinsero, alla fine, e ansimando, Hale confessò la verità: aveva fatto l'offerta di una conchiglia crythli al centro del cerchio delle capanne; ciò significava che il villaggio avrebbe scelto una fanciulla e costruito una nuova abitazione nuziale, dove lui sarebbe entrato - disse terrorizzato - solo un attimo per tramortire la sposa, e poi sarebbe fuggito col favoloso tesoro che valeva milioni di crediti.
- Quante volte l'hai fatto? - domandò la scienziata.
L'uomo piagnucolò. Ora era scosso da un tremito furioso per l'impazienza di fuggire, ma lei continuò a interrogarlo senza tenere conto del suo stato.
- Tu non ti saresti mai arrischiato a lasciarle solo tramortite. Le hai uccise, vero?
Hale balbettò che non erano essere umani. Dopo tutto, non era un delitto ucciderle. Ora la sua smania di trovarsi fuori del villaggio era cresciuta fino all'inverosimile. Miss Cummings pensò che ciò fosse dovuto alla paura che un elicottero venisse giù e lo arrestasse.
- Nessuno si muoverà finché non li chiamerò io - disse, con una specie di candore celestiale. - Se atterrasse un elicottero qui nel villaggio, rovinerebbe tutte le mie ricerche. Ma mia sorella è morta perché ti amava, e se vuoi vivere devi dirmi...
Quello che seguì fu uno dei più drammatici dialoghi dell'intera storia dell'antropologia. Incespicando nelle parole per la fretta, Hale cercò di rispondere a tutte le domande che gli poneva miss Cummings. Non cercò neppure di mentire. Tremava e si agitava incessantemente. Voleva solo andarsene al più presto. Il suo respiro era solo un rantolo, ma miss Cummings fu inesorabile. Poi, nell'intento di chiarire alcuni suoi dubbi personali, tolse il collegamento con la nave, rifletté un momento, e gli pose altre domande molto precise, mentre l'arma continuava a emettere il suo persistente ronzio, impedendo ad Hale di fuggire.
Tuttavia, dal punto di vista di miss Cummings, il colloquio diede risultati eccellenti: difatti l'antropologa ottenne notizie complete sul rito nuziale, come appariva agli occhi dei maschi Krug, notizie che fino allora erano rimaste segrete per tutti. Le femmine disprezzavano i maschi, perciò, per sposarsi, loro dovevano raccogliere le conchiglie di crythli, preferibilmente con le perle dentro. Diventando sempre più incoerente per la fretta di fuggire, Hale le disse anche dove si trovavano le fatidiche conchiglie e come potevano venire raccolte, ma precisò anche che solo un Krug poteva andarle a prendere, e che non l'avrebbe mai fatto per denaro. Solo la ferrea necessità del matrimonio, poteva costringerli ad andare a cercarle.
- Devo assolutamente andarmene di qui! - ansimò infine Hale, ormai senza fiato.
Miss Cummings disse, con il solito fono freddo e distante: - Io resterò nel villaggio alcuni giorni per poter raccogliere gli ultimi particolari su questo popolo, e il tuo corpo potrebbe crearmi delle noie, quindi non ti ucciderò, per questa volta. Fila!
L'antropologa rimise la sicura alla sua arma che continuò a ronzare ancora un po', per forza d'inerzia. Si sentiva esausta. Il suo colloquio con Hale doveva essere durato ore! Solo una antropologa, tutta dedita alla scienza, come lei, avrebbe potuto sopportare un tale sforzo senza crollare, e solo per raccogliere notizie che non avrebbe potuto avere altrimenti. Miss Cummings si sentì quasi venir meno, mentre sentiva, come in un sogno, che Hale si staccava con un balzo da lei e usciva di corsa dalla capanna nuziale.
Infine, spossata da tutte le emozioni di quella notte, scoppiò in un pianto disperato, mentre il suo corpo era scosso da irrefrenabili singhiozzi.
Ma il suo pianto capitò proprio a proposito perché presso i Krug, le spose, appena il marito, nuovo di zecca spariva nell'oscurità, scoppiavano a piangere forte, tanto forte che il rumore del pianto copriva tutti gli altri rumori esterni. E questo era, per così dire, il segnale della partenza dello sposo.
Quando miss Cummings riapparve in pubblico, la mattina dopo, venne salutata con i termini d'omaggio a cui aveva diritto come signora sposata. Tutti la guardarono con molta approvazione, e in altri quattro giorni l'antropologa riuscì a raccogliete tutte le notizie che le servivano per completare la sua analisi scientifica sulla lingua femminile dei Krug, sempre tenendo conto della mancanza d'una parola che volesse dire "perché". Tutto si era concluso con sua piena soddisfazione, nonostante il rimpianto per non aver preso parte ai lavori di sistemazione dell'aiuola, a tumulo, trovata la mattina dopo davanti alla sua nuova abitazione. L'aiuola era stata ornata con le conchiglie portate da Hale, e vi erano stati anche piantati dei fiori che lei innaffiò coscienziosamente.
Prima che finisse la settimana miss Cummings ritornò sulla nave. In seguito scrisse un libro stille usanze dei Krug e sulla loro civiltà, libro che le assicurò grande fama nel campo antropologico e rimane tuttora un'opera esemplare. Fra parentesi diremo che il suo volume impedì lo sterminio dei Krug, poiché rivelò dove si trovavano le conchiglie di crythli. Ma. vista l'impossibilità per gli uomini di andare a prenderle, si lasciò che i Krug continuassero questo lavoro per conto loro. Ora per averle senza troppa fatica si attende che l'abitazione di una matrona venga distrutta in seguito alla morte della sua proprietaria: a questo punto le conchiglie che adornano il giardinetto, perdono ogni significato per le altre Krug, le quali acconsentono a scambiarle con un congruo quantitativo di chinino. Di conseguenza la preziosa merce arriva sul mercato terrestre con regolarità, ma moderatamente, cosicché il suo prezzo è stabile come richiede il commercio interplanetario. Talvolta le Krug acconsentono a scambiare perfino alcune perle.
Forse tutto è accaduto proprio per questo, e forse Th'Tark ha guidato apposta miss Cummings e Ray Hale in un villaggio Krug. Ammettendo l'esistenza di Th'Tark, questa è la sola spiegazione possibile per il loro incontro. Ma alcuni hanno dei dubbi in proposito.
Alla più recente edizione del libro di miss Cummings è stata aggiunta un'appendice di tre pagine, che ha poca importanza antropologica ma che completa la indagine biologica. Infatti in essa si rivela che è stato scoperto recentemente che una ragazza Krug, una volta diventata matrona, forma con molta regolarità una serie di figli per tutto il resto della sua vita, pur senza più rivedere il marito. I biologi, perciò, pensano che i maschi Krug siano come i fuchi delle api e delle formiche, che vivono separati dalla comunità delle femmine e che muoiono dopo l'accoppiamento. Anche i filologi hanno voluto dire la loro opinione in materia, dichiarando che, poiché è impossibile tradurre in lingua Krug un ragionamento logico, ne consegue che questo popolo non è composto di esseri ragionevoli. I biologi del resto ci tengono a precisare dal canto loro che la tecnologia e la simbiosi vegetativa dei Krug non sono più complesse di quelle di alcune specie di formiche, inoltre si avvicinano anche a quelle delle termiti, delle api e delle vespe. Tuttavia questo popolo si differenzia assai da tali insetti. In definitiva gli antropologi pensano di poter aver l'ultima parola in merito. Infatti affermano a gran voce che i Krug devono essere considerati esseri umani perché tra gli animali irragionevoli non si riscontra nessun altro caso di partecipazione sociale al rito nuziale. Inoltre sottolineano il fatto che nessuna creatura non-umana si preoccupa di cerimonie funerarie, mentre le Krug ne hanno una molto elaborata. Questo popolo ha, dunque, una luna di miele socialmente riconosciuta, durante la quale la sposa e il suo compagno sono soli nell'abitazione costruita apposta per le nozze e durante la quale le altre Krug si ritirano nelle loro case, rispettando l'intimità della nuova coppia. Anche la fine della luna di miele è ufficialmente riconosciuta, perché dopo un dato tempo - circa quattro ore - le matrone Krug si radunano di nuovo attorno alla capanna nuziale; quindi quando il maschio esce di corsa di lì, incontra un comitato di femmine sposate, che lo colpiscono molto abilmente con uno strumento appuntito di legno, seppellendolo poi davanti alla porta dell'abitazione della sua vedova. Poi, intorno al tumulo sistemano le conchiglie di crythli che il maschio ha portato la sera prima, e piantano i fiori che poi la vedova innaffia coscienziosamente.
Questa, dicono gli antropologi, è un'usanza umana.
Tuttavia ciò non è stato ancora ben chiarito. Forse Hale potrebbe far luce su questo punto, poiché lui sapeva un sacco di cose sui Krug, e nonostante la sua frenetica voglia di uscire dalla capanna, occorsero delle ore a miss Cummings per sottoporgli tutte le sue domande. Forse lui sapeva più di quanto le disse. Tuttavia nessuno saprà mai quanto sapeva Hale, perché nessuno l'ha più visto dopo quella fatidica notte nuziale, né su Venere, né su nessun altro pianeta.
Forse per sapere la verità vera su tutto ciò basterebbe interrogare Th'Tark, che molto probabilmente combinò l'intera faccenda, impedendo che la marcia del progresso compisse lo sterminio dei Krug.
Ammesso e non concesso che Th'Tark esista o sia mai esistito.

Parte III - Il pianeta degli alberi-burla
Titolo originale: The skit-tree planet

La radio ricevente emise un forte vocio proprio mentre il cielo stava diventando grigio nel punto che, su quel pianeta non ancora battezzato, loro chiamavano est perché da quella parte sorgeva il sole. L'onda di chiamata aveva aperto il contatto e Wentworth, svegliato di soprassalto, prese a calci le coperte e scese incespicando dalla cuccetta dell'aereo da atmosfera. Si avviò a rispondere ancora mezzo addormentato. Spinse il pulsante-risposta e parlò con voce assonnata.
- Pronto! Cosa succede?... Parla più forte, ci sono delle scariche... No, qui non c'è nessuna difficoltà, e perché dovrebbe esserci? Perché diavolo dici che tardo a fare il rapporto? Haynes e io abbiamo obbedito agli ordini e abbiamo cercato di scorgere la fine di una dannata piantagione di alberi-burla. Così per tutto il giorno siamo corsi dietro alle nostre ombre, ma ci siamo portati tanto ad ovest che abbiamo guadagnato circa due ore di luce. Difatti, qui dove siamo, il sole non si è ancora levato... - Sbadigliò. - Poi siamo atterrati con l'aereo su una specie di diga e ci siamo addormentati... No, non è successo niente. Siamo ormai abituati alla pelle d'oca, ci aiuta a campare. Haynes dice che vuole scolpire un gruppo con un piantatore di alberi-burla, cioè un occhio che sbircia dietro un tronco d'albero... No! Dannazione, no! Ma abbiamo fotografato circa trecento chilometri quadrati di alberi-burla che crescono ordinatamente in fila, e abbiamo fotografato dighe e canali, e un intero sistema di irrigazione, ma non abbiamo visto un solo segno di vita... Niente città, niente case, niente rovine, niente di niente... Io però mi sono fatto una teoria, McRae, su ciò che è successo ai piantatori degli alberi-burla. - Sbadigliò di nuovo. - Credo che abbiano creato una splendida civiltà e poi abbiano incontrato un drago... Drago! D-R-A-G-O. Sì, hai capito bene.
E il drago li ha fatti silenziosamente sparire.
Rise all'oscenità che la ricevente gli trasmise. Sulla nave spaziale irriverentemente soprannominata "Vacca galoppante", base della spedizione dell'Istituto di Ricerche Extra-Solari in quel gruppo di stelle, McRae, tolse il contatto. Wentworth si stirò e guardò fuori dal finestrino dell'aereo. Quasi inconsciamente notò che la radio trasmittente continuava ad avere delle scariche, il che era piuttosto strano per un apparecchio a modulazione di frequenza, ma prima che potesse rifletterci su vide qualcosa che si muoveva nel pallido grigiore dell'alba. Guardo più attentamente, socchiudendo gli occhi, poi trattenne il fiato. Stette immobile finché l'oggetto semovente sparì. Solo dopo che fu scomparso Wentworth poté nuovamente respirare, e allora si umettò le labbra e sbatté le palpebre. Dall'altra cuccetta giunse la voce assonnata di Haynes.
- Che novità dalla "Vacca galoppante"? Vogliono ritornare sulla Terra?
Wentworth trasse un profondo respiro fissando ancora il punto in cui la cosa era sparita. Poi disse, con molta calma: - No... McRae era preoccupato perché non avevamo fatto rapporto. Laggiù dove sono loro il sole si è già levatoia due ore. - Inghiottì la saliva. - Ti decidi ad alzarti?
- Non mi spiacerebbe prendere un caffè - disse Haynes.
Wentworth sentì il compagno posare i piedi sul pavimento, mentre lui si dava dei pizzicotti e continuava a inghiottire saliva rabbrividendo, Poi aprì una scatola che portava l'etichetta con su scritto "Caffè" e che cominciò subito a gorgogliare. Mentre faceva riscaldare la bevanda, prese due razioni per la prima colazione e le sistemò sull'apposito apparecchio. Guardò nuovamente fuori dal finestrino. A nord, proprio oltre il punto dove l'aereo aveva atterrato per la notte, cominciava una bassa ma scoscesa catena di montagne. Il luogo in cui si trovavano in quel momento era evidentemente una diga artificiale, alta circa 15 metri, che si spingeva verso il mare degli alberi-burla partendo dall'ultimo sperone dei monti più bassi. L'oggetto semovente era finito fra quelle montagne. Gli era parso che trasportasse qualcosa, e che fosse molto grande.
Haynes gli si avvicinò sbadigliando.
- Sento - disse, e sbadigliò di nuovo - che oggi sarà una buona giornata. Vorrei avere un po' di creta per pasticciare un poco. Potrei anche farti un busto, Wentworth, in mancanza di un modello migliore.
- Tieni d'occhio l'oblò - disse Wentworth, - e intanto prepara la tavola.
Ritornò alla sua cuccetta e si vestì rapidamente. Poi si avvicinò al ripiano sul quale erano posati il caffè fumante e gli altri piatti per la colazione.
La radio trasmittente aveva ancora delle scariche, stranamente costanti, che un apparecchio a modulazione di frequenza non avrebbe dovuto fare, soprattutto su un pianeta che una volta era stato senza dubbio abitato ma che ora non mostrava più alcuna traccia né dei suoi abitanti, né delle loro opere. Il fatto che fosse stato abitato, e fino a non molto tempo prima, era così evidente che i membri della spedizione avevano sempre l'impressione che degli occhi li stessero osservando. Ma naturalmente questo era assurdo.
Haynes mangiò la sua frutta, sgelata sullo stesso apparecchio che aveva cotto gli altri cibi. Wentworth bevve prima una una tazza di caffè.
- Poco fa ho avuto un'esperienza sconcertante, Haynes - disse pesando attentamente le parole. - Ho la faccia stralunata, vero?
- È la tua faccia - ribatté Haynes. - La faccia di chi non solo non è sposato, ma neanche fidanzato. La mia splendida salute mentale io l'attribuisco al fatto che mi sposerò appena ritorneremo sulla Terra. Te l'avevo già detto?
Wentworth ignorò la domanda.
- È capitato qualcosa che deve avere un motivo misterioso - riprese con uno strano tono di voce. - Fa attenzione a ciò che ti dico. La prima volta che abbiamo trovato gli alberi-burla è stato su Cetis Alfa Tre. Crescevano in file ordinate che si estendevano per chilometri e chilometri. Certamente erano stati piantati da qualcuno che sapeva quel che faceva, e abbiamo trovato anche dighe, canali, e un intero sistema di irrigazione. Inoltre, abbiamo trovato anche dei posti in cui il terreno era stato lavorato a terrazze dove le varie piante crescevano storte come per formare dei disegni decorativi. Abbiamo passato quel pianeta al setaccio, e anche se abbiamo ragione di credere che sia stato abitato da una razza altamente civilizzata, non abbiamo trovato neppure una pietra scheggiata o un mattone o un qualsiasi altro pezzo di roccia o di metallo sagomato per provarlo. Una civiltà è esistita, è sparita e, quando è sparita, ha portato via con sé tutto quello che aveva fatto. Ha dimenticato solo di sradicare le piante e di rimettere al suo posto la sporcizia che aveva tolto. È così?
- Parlando spassionatamente - disse Haynes - mi sembri un po' matto, ma stavi citando dei fatti, e fin qui sono d'accordo.
- McRae si strappava i capelli perché non poteva riportare sulla Terra altro che fotografie - continuò Wentworth. - Oh, scusa! Dimenticavo che tu hai fatto una bellissima scultura del frutto dell'albero-burla. Comunque ne abbiamo anche congelati alcuni come campioni. Poi siamo passati a un altro sistema solare e su un pianeta abbiamo trovato di nuovo, per chilometri e chilometri, file ordinate di alberi-burla, dighe, canali, e nient'altro. McRae aveva la schiuma alla bocca per la rabbia. Si doveva forse dedurre che una razza non-umana viaggiasse nello spazio?
Haynes prese una tazza di caffè, dicendo: - Tutto l'equipaggio della "Vacca galoppante" ha formulato questa ipotesi.
Wentworth gettò nervosamente un'occhiata fuori dal finestrino. - Abbiamo continuato il viaggio. Su nove pianeti, in sette sistemi solari diversi, abbiamo trovato le piantagioni degli alberi-burla, in file lunghe da novecento a mille chilometri, che seguono curve a largo raggio, e e dighe, e sistemi di irrigazione. Chiunque abbia piantato questi alberi, ha dovuto compiere viaggi intersiderali, perché i due pianeti più lontani distano duecento anni-luce. Però, oltre agli alberi, non abbiamo trovato nessun'altra traccia di questa razza.
- Esatto - disse Haynes. - Troppo esatto! Se avessimo potuto caricare l'astronave di oggetti ricordo della prima razza non-umana civilizzata che sia mai stata scoperta, avremmo già puntato la prua verso Terra, e adesso sarei uno sposo felice.
- E se non trovassimo niente, semplicemente perché non c'è niente da trovare? Potrebbe anche darsi che una creatura, una mostruosa creatura con un istinto molto sviluppato, avesse costruito le dighe e i canali, come fanno i castori, e piantato gli alberi come fanno alcune specie di formiche, solo con la geometrica precisione di una tela di ragno. Forse abbiamo scambiato per intelligenza quello che è soltanto un istinto altamente specializzato.
Haynes sbatté le palpebre.
- Potrebbe darsi... No! Sette sistemi solari. Duecento anni-luce. Una specie particolare, originaria di un solo pianeta, sparpagliatasi per duecento anni-luce? No, è impossibile, a meno che il tuo animale non possa viaggiare nello spazio e portare con sé i semi degli alberi-burla. Ma come ti è venuta questa idea?
- Ho visto qualcosa - disse Wentworth. Trasse un altro profondo respiro. - Non ti dirò a cosa somigliava, non ci credo io stesso. Sono ancora verde di paura! Ma volevo chiarire questo punto, prima di parlarti d'altro. Ascolta!
La sua mano andò alla trasmittente, e dall'altoparlante uscì un rumore gracchiante, monotono, ma continuo.
Haynes ascoltò.
- Che diavolo è? Non si dovrebbe sentire questa roba su un apparecchio a modulazione di frequenza.
- Appunto, non si dovrebbe. Ma c'è qualcosa che glielo fa fare. Forse si tratta di quello che ho visto. Ad ogni modo andrò fuori a cercare le sue tracce nel punto in cui l'ho visto.
- Tu? Perché non "noi"? Wentworth scosse la testa.
- Prenderò la pistola a fiamma, per quanto forse un paio di scarpe superveloci sarebbero più pratiche. Tu puoi librarti qui sopra, se vuoi. Ma non cercare di fare l'eroe, Haynes!
- Non potremmo tentare la ricognizione dall'alto, prima? - propose Haynes. - Cerchiamo le tracce con il telescopio e se vediamo un volosparlo o qualcosa di quel genere, ci tuffiamo giù. Se invece non troviamo niente, pace. Ma facciamo una perlustrazione preliminare dall'alto, mi sembra utile.
Wentworth si inumidì le labbra.
- Quel che dici può essere logico - ammise - ma quella dannata cosa mi ha talmente spaventato che presto o tardi la "devo" affrontare, faccia a faccia. Ad ogni modo sono d'accordo con te. Ora tu fa pulizia qui, mentre io decollo.
Mentre Haynes faceva scivolare le tazze e i piatti della colazione nel dispositivo eliminazione rifiuti, l'altro prese posto nella cabina di pilotaggio, spense il circuito d'allarme che li avrebbe svegliati la notte se qualche creatura vivente si fosse aggirata entro un raggio di cento metri dall'apparecchio e rianimò i reattori con un flusso di carburante. In mezzo minuto il velivolo si sollevò dolcemente e andò a fermarsi a circa centoventi metri da terra. Poi Wentworth fece il punto, basandosi sui segni del loro atterraggio, per poter mantenere l'aereo fermo.
Gli alberi-burla incominciavano dove il terreno diventava piano e si stendevano oltre l'orizzonte. Erano gruppi di tronchi fragili e sottili che raggiungevano un'altezza di ventiquattro metri e poi si dividevano in una quantità di ramificazioni ricche di frutti incomprensibili agli esseri umani. Ogni gruppo di piante formava un cerchio perfettamente geometrico del diametro di circa diciotto metri e fra i cerchi c'era sempre una distanza di ventinove metri. Il giorno prima l'aereo aveva percorso quindici miglia verso occidente senza trovare la fine di questa strana piantagione.
Dall'aereo fermo nell'aria, Wenthworth esaminò invano per lungo tempo con un potente telescopio ogni centimetro quadrato di una mezza dozzina di spazi vuoti fra i gruppi di alberi. Non c'era alcun segno del passaggio di una creatura e meno che mai dell'essere mostruoso che l'astronauta stentava ancora a credere d'aver visto.
- Credo - disse con riluttanza - che dovrò andar giù per cercar meglio. Forse non era niente. Forse sono pazzo.
Haynes disse tranquillamente: - A proposito di pazzia, quella città laggiù è un'illusione o una realtà?
Indicava un punto, dall'oblò e Wentworth scattò su per vedere. Quasi all'orizzonte si ergeva qualcosa che era indubbiamente una città. E loro avevano setacciato nove pianeti senza trovare anche solo un pezzetto di pietra scheggiata che provasse l'esistenza dei fantomatici piantatori di alberi-burla! Wentworth vedeva ora dei pinnacoli separati e una specie di strada aerea che li collegava. Con le mani che gli tremavano adattò la macchina fotografica al teleobiettivo e lo mise a fuoco. Allora vide dei particolari architettonici di sorprendente complessità, e scattò qualche fotografia.
- Questa, per adesso - disse Wentworth - è la cosa più importante, non c'è dubbio!
Poi si gettò sui comandi dei motori a reazione per convogliare il carburante dai motori di sostegno a quelli di propulsione e l'aviogetto si diresse rombando verso la città lontana.
- Prendi i comandi - disse a Haynes - io chiamerò McRae. Sverrà e piangerà di gioia.
Premette il pulsante di chiamata, e dopo alcuni secondi arrivò la risposta, soffocata e confusa dal rombo dei motori. Wentworth riferì quanto avevano visto, e puntò anche una minuscola telecamera sulle enormi costruzioni che si vedevano all'orizzonte. La soddisfazione di McRae si espresse in un urlo che superò il rombo del reattore. Mugghiò e tolse la comunicazione.
- La "Vacca galoppante" si dirige qui - disse Wentworth. - Adesso McRae sta radunando tutti i dati per precisare la nostra posizione. Saliranno oltre l'atmosfera per fare più presto. McRae vuole vedere quella città.
- Quale città? - chiese Haynes con voce strana.
Wentworth guardò e rimase a con la bocca aperta. Non si vedeva più altro che quelle pazzesche file di alberi-burla che si stendevano con meccanica esattezza fino al limite della visibilità, a destra, a sinistra, davanti, dietro. Non c'era assolutamente nessuna città. Wentworth boccheggiò.
- Togli la pellicola dalla macchina fotografica e dacci una occhiata. Abbiamo le traveggole?
Haynes tirò fuori la pellicola già sviluppata: lì sopra si vedeva l'immagine della città che, d'altronde, era giunta sul circuito televisivo fino alla "Vacca galoppante". Dunque non era un'illusione. Wentworth aprì nuovamente la comunicazione con l'astronave, mentre l'aereo volava verso una meta ormai sparita. Dopo un momento imprecò.
- McRae non ha perso tempo. Sono già fuori dell'atmosfera e con questo apparecchio non posso raggiungerli. Ma dove è finita la città? - Mise in azione il sistema d'allarme supersonico, il radar. Ma non rivelava niente, e lui dovette constatare che effettivamente la città non esisteva più.
- Era qui! - ringhiò Wentworth. - Adesso torniamo indietro e ricominciamo da capo.
Fece fare dietro-front all'apparecchio che filò verso le colline e la diga su cui era atterrato la sera prima. La trasmittente emise una violenta scarica improvvisa. Wentworth volse gli occhi: la città era di nuovo al suo posto. Haynes la fotografò febbrilmente mentre il reattore si fermava. La città rimase là, chiara per un minuto mentre la scarica aumentava d'intensità. Quando il disturbo cessò, immediatamente la città sparì. Si trovavano di nuovo a guardare il solito panorama terribilmente monotono.
- Quando arriverà McRae e non troverà quella maledetta città - disse Haynes - forse ci crederà pazzi e penserà bene di rimandarci a casa, E allora...
- E allora tu ti sposerai! - sbottò Wentworth, rabbioso, - Toglitelo dalla testa! Ho una idea. Torniamo alle colline.
L'aviogetto si rimise in moto. A quindici chilometri dalla diga, la scarica ricominciò. Wentworth sganciò una bomba fumogena servendosi del dispositivo a pedale, poi fece fare all'aereo una virata così brusca che la forza centrifuga gli portò la testa in avanti con uno strattone. Adesso c'era la città. Vi si diressero rombando. La trasmittente aveva delle terribili scariche. Un minuto. Due. Sganciò un'altra bomba. Intanto la prima aveva già toccato il suolo, da dove si sollevava una massa di cavalloni fumosi. La seconda bomba raggiunse il terreno producendo un altro segnale. Quindici chilometri più avanti, sganciò la terza bomba. I segnali fumogeni sarebbero durati un'ora fornendo il contorno della città che svaniva. Ma questa volta essa non svanì, diventò anzi sempre più grande mostrando via via altri particolari. Era un tutto unico; un disegno complesso, ma così perfettamente integrato nelle sue varie parti da apparire come una cosa singola. Un edificio dopo l'altro, altissimi, vie di collegamento aereo fra le torri. Era una visione di strana bellezza. Si innalzava fra gli alberi-burla, su una base di tre chilometri quadrati.
- Costruiscono alto - brontolò Wentworth - così risparmiano il terreno per piantarvi i loro dannati alberi. Voglio atterrare a poca distanza dalla città, Haynes,
I reattori verticali ai accesero ubbidienti appena inseriti i comandi. L'aereo rallentò, e due getti in avanti lo bloccarono, poi prese a scendere docilmente. Wentworth aveva calcolato di toccare il suolo a cento metri dalla torre più esterna alla città, una torre di metallo senza saldature, e con incisi dei disegni decorativi intricati. La cosa più strana era l'assoluta mancanza di movimenti. Nessuno spostamento o rumore in tutta la città, neanche la sensazione di occhi che guardassero furtivi o incuriositi attraverso le fessure di quelle strane finestre. E quando l'aereo atterrò fra due gruppi circolari di alberi-burla e Wentworth arrestò i reattori e staccò la trasmittente, il silenzio fu assoluto. Eppure, a solo tre chilometri torreggiava una città che poteva ospitare milioni di persone.
- E allora il principe entrò nel castello - disse rabbiosamente Wentworth - e baciò sulle labbra la bella addormentata. Lei aprì gli occhi con un grido di gioia, poi si sposarono e vissero sempre felici e contenti. Vieni Haynes?
- Vengo - disse Haynes - ma io non bacio nessuno, perché sono fidanzato.
Wentworth sbarcò dall'aereo. Sui nove pianeti degli alberi-burla non avevano mai trovato animali pericolosi, escludendo la cosa da lui vista quel mattino. Chiunque piantasse quegli alberi, prima eliminava ogni fauna pericolosa. Questo sembrava certo. Tuttavia Wentworth mise alla cintura la pistola a fiamma prima di avviarsi verso la città. Poi improvvisamente si arrestò. Un guizzo, e la città fu come cancellata davanti ai suoi occhi. Adesso davanti a lui sorgeva una parete grigia che girava intorno all'aereo e ai due uomini. Era di metallo splendente, non saldato, alta trenta metri e racchiudeva un circolo del diametro di duecento metri comprendente alcuni gruppi di alberi-burla.
- Questa, poi, da quale angolo dell'inferno arriva? - ansimò Wentworth.
Poi, improvvisamente, tutto diventò nero. Notte cieca, opaca, assoluta. Haynes, ancora nell'aereo, premette il pulsante che accendeva i fari per gli atterraggi d'emergenza. I violenti raggi di luce riverberarono dal metallo lucido spargendo intorno riflessi che a loro volta si specchiavano nella parete creando sinistri giochi di luce. In cima alla parete circolare vi era un tetto, anch'esso di metallo. Gli uomini, l'aereo, e gli alberi-burla erano chiusi dentro un mostruoso cilindro metallico. Wentworth imprecò. Poi gridò, furioso: - Non è vero! Non può essere vero!
Furibondo marciò verso il punto più prossimo della parete. I fari proiettavano dinanzi a lui un paio di ombre della sua figura e da ogni lato apparivano bizzarri riflessi di queste ombre e delle luci, deformate dalla superficie lucida. Raggiunse la parete metallica. Estrasse la pistola a fiamma e con questa percosse la parete. Era solida. Indietreggiò di cinque passi e vi proiettò un raggio della pistola. La fiamma sprizzò dal metallo in una pioggia di scintille scure, ma non accadde altro. Il metallo non si era nemmeno arrossato alla fiamma.
Haynes disse, con tono assurdo: - Si è svegliata la bella addormentata, Wentworth?
Wentworth guardava sbalordito un punto di contatto del cilindro col suolo. Coincideva con l'inizio di un gruppo circolare di alberi-burla. Un arbusto usciva proprio dal metallo. Gli alberi-burla erano nella parete, uscivano da essa. Ne vide un altro che la trapassava. Ritornò all'aereo e vi salì. Aprì al massimo il contatto della trasmittente. Il fracasso che ne uscì era assordante. Premette ripetutamente il pulsante di chiamata, ma non successe nulla. Spense l'apparecchio. L'immobilità completa che seguì fu sconcertante.
- Ebbene? - disse Haynes.
- È una cosa impossibile - disse Wentworth. - Quel muro non è reale.
- Allora possiamo passarci attraverso?
- Ci ammazzeremmo - ribatté l'altro, esasperato. - È solido!
- Non è reale ma è solido? - chiese Haynes. - Alquanto insolito, non ti pare? Quando ritornerò sulla Terra e sarò un marito felice, cercherò, qualche storia più plausibile da raccontare a mia moglie, se mai mi capiterà di rincasare tardi.
Wentworth lo guardò, e Haynes gli mostrò un largo sorriso, ma la sua faccia era coperta di sudore. Wentworth brontolò: - Sono terrorizzato anch'io - ma non cerco di nasconderlo con scherzi mal riusciti. Comunque dobbiamo venire a capo di questa storia. Per Giove!
- Che cosa può essere?
- Cosa ne so, io? - chiese a sua volta Wentworth. - Prima, una città che svanisce e ricompare, apparentemente senza alcun abitante. E poi questo... barattolo, questa specie di serbatoio che ci contiene. E non c'era nessun macchinario che potesse collocare un muro di questo genere. E il coperchio non è stato neppure spostato, né abbassato su di noi, né è stato fatto scivolare al suo posto in alcuna maniera. Un attimo prima non c'era, e l'attimo dopo eccolo là! Come qualcosa che... si materializza dal niente. Ecco cosa può essere! E la città era un trucco dello stesso genere! E forse questo è il segreto della intera civiltà che stiamo cercando di rintracciare!
La sua voce rimbalzava misteriosamente contro ogni parte del soffitto metallico.
- E qual è il segreto?
- La materializzazione delle cose! Fabbricare una specie di... sì, dei campi di forza che abbiano la parvenza di sostanza reale, e si comportino come tale. Ma naturalmente! Se puoi generare un edificio, perché dovresti costruirlo? Noi possiamo creare un campo magnetico con una bobina di cavo e la corrente elettrica. È altrettanto reale che un mattone, soltanto è diverso. Possiamo creare una figura su uno schermo. È altrettanto reale che una pittura, ma diversa. Supponiamo di poter creare qualcosa come un campo magnetico, con la forma, il colore e la solidità! Perché non la solidità? Una volta scoperto il trucco, dovrebbe essere altrettanto facile che proiettare la forma e il colore! Se possedessimo un trucco del genere e volessimo impedire ai visitatori di altri pianeti di invadere il nostro, non avremmo che da circondarli con l'immagine solida di un cilindro! Ma naturale! E perché dovremmo costruire delle città? Basterebbe fare spazio libero e poi generarle e mantenerle semplicemente fornendo loro la potenza necessaria per farle durare! Potremmo creare dei campi di forza sotto forma di macchine, scavare canali o costruire dighe...
Mentre parlava, aveva alzato a poco a poco la voce. Ora le pareti solide e il tetto gli rimandavano eco fragorose. Smise improvvisamente di parlare, e Haynes disse, tranquillamente: - Allora non esisterebbe alcun prodotto reale, lavorato. E quando una città dovesse venire abbandonata, sarebbe spazzata via completamente come le figure di uno schermo cinematografico quando il programma è terminato. Ma... Wentworth...
- Sì.
- Se noi si combinasse lo scherzo di catturare qualche petulante straniero proveniente dagli spazi sbattendogli sopra un cilindro metallico, poi, cosa faremmo? - Fece una pausa. - In altre parole, cosa succederà a noi?
Wentworth strinse i denti.
- Siediti al posto di pilotaggio - comandò - e metti il dito sul pulsante di volo verticale, quando vedi luce spingilo giù, così ci innalzeremo immediatamente! Se noi intrappolassimo qualcuno, sempreché riuscissimo a farlo, useremmo certo qualcosa di peggiore di una semplice trappola, poi, nei loro riguardi. Loro faranno lo stesso, e ne hanno i mezzi, loro!
Silenzio. Poi Haynes disse:
- Per esempio?
- Ho visto una cosa, stamattina - rispose Wentworth, torvo. - Preferirei non pensarci. Se la portano qui per colpirci quando ci tolgono il cilindro... Tieni il dito sul pulsante di volo! Quella cosa era più grossa della "Vacca galoppante". Cercherò di informare McRae.
Si sistemò accanto alla trasmittente, e ogni dieci minuti cercava di chiamare la nave della spedizione. Ogni volta usciva uno strepitio assordante di scariche mentre l'apparecchio entrava in funzione, ma nessun altro suono intelligibile. Ma non successe niente altro. L'apparecchio stava al suolo con una gamma innaturale di raggi di luce riflessa e riverberata proveniente dai fari di atterraggio. Vi erano quattro circoli di alberi-burla a condividere la prigione con l'aereo e gli uomini.
Silenzio. Immobilità. Nulla. Ogni dieci minuti Wentworth richiamava la "Vacca galoppante". Ma trascorse un'ora e mezza prima che giungesse una risposta alla sua chiamata.
- ...to! - La voce di McRae arrivava attraverso le scariche. - Giù in... nuovo... nessun segno... spe... una parte...
- Dammi un segnale di direzione! - sbottò Wentworth. - Mi senti fra le scariche?
- Quali sca... oce perfettamente chiara... - tuonava McRae. - Continua... parlare...
Wentworth sbatté le palpebre. Nessuna scarica alla "Vacca galoppante"! E le sue orecchie erano del tutto frastornate? Allora era tutto chiaro! Tutto!
- Io continuo a parlare - disse. - Usate il segnale di direzione, e localizzatemi. Ma non cercate di aiutarmi direttamente. Prendete la posizione da dove vi trovate fino a dove c'è una diga fatta di sporcizia ammucchiata, che si protende da una montagna a nord. Mettetevi su quella linea e sentirete le scariche. Sono su un raggio che mi raggiunge direttamente. Segui le scariche dietro alla montagna e quando ne trovi l'origine, troverai dei piantatori di alberi-burla e tutti i prodotti lavorati che il tuo cuoricino desidera! Solo che forse dovrai farli saltare in aria! Inghiottì. - C'è un senso logico - proseguì con più calma. - Hanno costruito una civiltà basata sulla generazione, anziché sulla costruzione delle cose. E i campi di forza sono rotondi perché contengono il generatore. Se invece vuoi che il campo-forza abbia una forma particolare, lo devi generare differentemente. Le loro città e le loro macchine non erano fatte di sostanza, anche se erano abbastanza solide. Erano dei campi di forza! E i loro generatori si trovavano lontano, e gettavano i campi di forza dove avevano bisogno di usarli. Proiettavano delle forme solide come noi proiettiamo le figure sullo schermo. Le loro città. I loro strumenti. Probabilmente anche le loro navi spaziali! Ecco perché non trovavamo mai degli oggetti lavorati! Cercavamo dove potevano esserci state delle installazioni, invece di cercare dove esse venivano generate per essere proiettate sul posto desiderato. C'è un'onda piena di scariche proveniente da quella montagna...
Luce! Con l'accecamento improvviso di un'esplosione atomica, irruppe le luce. E per un istante Wentworth scorse la luce del sole sui fragili tronchi degli alberi-burla, poi si accorse della brusca accelerazione verso l'alto, come una scossa. L'aereo si scagliò verso il cielo con tutti i reattori espellenti violente raffiche, ed ecco apparire, attraverso l'atmosfera, alla distanza di circa diciotto chilometri, la goffa sagoma della "Vacca galoppante". E la voce di McRae uscì dalla ricevente.
- Che diavolo c'è? - tuonò. - Abbiamo visto qualcosa che sembrava un grosso serbatoio metallico, e poi è svanito, e voi siete scattati in su come un pipistrello che esce dall'inferno!
- Seguimi - ribatté torvo Wentworth. - I piantatori di alberi-burla di questo pianeta non ci vogliono tra i piedi, e per puro caso sono riuscito a marcare il loro confine. Mi hanno sviato proiettando una città. Quando mi sono avvicinato, è sparita. Ci ho giocato a rimpiattino finché non hanno cambiato tattica e l'hanno lasciata in esistenza. Forse hanno pensato che avremmo atterrato, su qualche terrazzo, e saremmo usciti dall'aereo per esplorare. Poi avrebbero fatto scomparire la città e noi saremmo sgocciolati giù per qualche chilometro, un po' bruscamente. Ma noi invece siamo atterrati sul suolo, e allora ci hanno scaraventato intorno una prigione. Non so cosa intendessero fare, ma visto che siete comparsi voi, hanno fatto svanire la prigione per non darvi il modo di esaminarla dall'esterno. E adesso andremo a parlare con loro!
L'aereo stava volando verso la diga dove quella stessa mattina, prima del levar del sole, Wentworth aveva visto qualcosa a cui preferiva ancora non pensare. La "Vacca galoppante" virò per seguirli con tutta la grazia elefantina dell'animale al cui nome era stata ufficiosamente battezzata. Prima di essere adattata per quella spedizione, aveva funzionato da cargo sulla linea Terra-Plutone, e benché fosse solida non era agevole da maneggiare.
L'aereo si tuffò verso le colline. Le mascelle di Wentworth erano serrate per la rabbia. La "Vacca galoppante" si trascinava dietro, rollando. L'aereo perlustrò avanti e indietro attraverso le colline, esaminando ogni centimetro quadrato di terreno.
Nulla. Assolutamente nulla. La ricerca continuò. La radio ricevente lasciò tuonare la voce di McRae.
- Stanno giocando a fare il morto. Atterreremo e ci accamperemo preparandoci a proseguire l'escursione a piedi.
Wentworth brontolò tra i denti. Continuava a perlustrare sempre più profondamente tra le colline, esaminando e riesaminando ogni pezzetto di terreno. Poi, improvvisamente, la ricevente emise un suono ingarbugliato. Grida e scalpore incoerente. Dalla nave, naturalmente. Vi furono dei lamenti e il cannone elettronico prese a sparare con la frenesia data dal panico. Poi vi fu uno strepito spaventoso. E il silenzio. L'aereo saliva in candela finché Haynes e Wentworth poterono vedere. Impallidirono. Wentworth mandò un grido. La "Vacca galoppante" era atterrata. I suoi oblò erano aperti, e ne emergevano gli uomini. Ma ora una "cosa" aveva attaccato la nave con una ferocia irresistibile e spietata. Era più grossa della "Vacca galoppante", alta circa trenta metri. Era tutta corazzata e aveva mascelle poderose e denti inverosimili. Comprendeva tutti gli incubi delle menti meccaniche raggruppate in una sola, e poi ingigantiti. Doveva essersi materializzata dal nulla, perché nulla di così enorme poteva essere sfuggito alla ricerca di Wentworth. Ma al primo sguardo di quest'ultimo già le mascelle si chiudevano sulle coste della nave e le mordeva attraverso le massicce lamiere di acciaio al berillio, come se fossero state di carta. Le strappava e le scagliava via. Una trave di maestra offriva resistenza, ma con uno strappo enorme la Cosa la staccò, e poi mise i suoi artigli nelle viscere stesse della "Vacca galoppante", e cominciò a lacerare la vecchia nave spaziale.
Gli uomini dell'equipaggio sprizzavano fuori, e fuggivano. La Cosa ne azzannò uno mentre passava, ma tornò subito alla sua inverosimile distruzione. Qualcuno le gettò una bomba proprio dentro le mascelle. La bomba esplose, ma la Cosa sembrò non essersene neanche accorta.
Wentworth strappò i comandi dell'aereo dalle mani di Haynes. Si precipitò, non verso la nave, ma nello spazio tra la nave e la montagna. Gettò all'impazzata il piccolo aereo, sbandandolo e facendolo girare a spirale. Poi la ricevente strillò con scariche schioccanti. L'aereo passò attraverso l'onda, ma Wentworth lo riportò indietro. Si tuffò tra le montagne. Perdette l'onda, la ritrovò, la perdette, la ritrovò...
- Ecco - disse, soffocando dalla rabbia. - Scende giù dalla cima di quello scoglio! C'è un buco là! L'apertura di una caverna! È di là che arriva l'onda!
Scagliò l'aereo verso l'apertura e frenò con enormi getti che mandavano razzi fumogeni accecanti e soffocanti dentro alla caverna. L'aereo toccò la roccia, e Wentworth saltò lungo la sua parte anteriore, verso la caverna, e dentro di corsa, tenendo davanti a sé la guizzante pistola a fiamma.
Dentro vi era un bagliore accecante. La fiamma bianco-blu del corto circuito formava un arco gigantesco, e poi morì. Lì dentro era pieno di fumo, e un qualcosa di piccolo corse debolmente attraverso lo spazio che Wentworth poteva vedere, poi cadde, scalciò debolmente e si immobilizzò. Una macchina si era arrestata per un intoppo. Wentworth, selvaggiamente accovacciato, aspettava ora altri antagonisti. Ma non venne nessuno. Il fumo usciva dalla bocca della caverna. Poi lui vide che la cosa sul terreno era una specie di tuta spaziale, e che la cosa dentro di essa non era un essere umano, e aveva l'aria molto stanca. Anzi, era morta. Vide anche un proiettore a stretto raggio, di tipo quasi convenzionale, legato per mezzo di pesanti cavi a un congegno di esplorazione. Vide anche un modello, alto un metro e mezzo, della città che lui aveva cercato di raggiungere. Il modello era di una inverosimile delicatezza e perfezione. Ma il sistema di esplorazione era ora fissato su un oggetto metallico che rappresentava la Cosa in miniatura, con gli artigli e le mascelle e l'armatura. Era lungo sessanta centimetri, e c'era un cavo di controllo per dirigerne i movimenti. Così una solidità controllata da quell'ingegnoso giocattolo meccanico poteva scavare canali o raccogliere i frutti dalle cime degli alberi-burla quando fosse stata ingrandita nella proiezione in modo da raggiungere trenta metri di altezza, come poteva lacerare una nave spaziale.
C'era di più. Molto di più. Ma l'unico piccolo abitante del pianeta, che indossava la tuta spaziale, era scomparso: morto.
Haynes chiamò dall'aereo verso la bocca della caverna.
- Wentworth! Cos'è successo? Sei vivo?
Wentworth uscì, con aria selvaggia. Voleva vedere come la "Vacca galoppante" aveva resistito all'attacco. Uno spettacolo triste. La "Vacca galoppante" era una carcassa. I suoi motori non erano frantumati completamente, ma lo scafo esterno era solo un mucchio di rottami, e la sua intelaiatura era un relitto contorto. Non c'era la più piccola speranza di poterla riparare, al campo.
- E io mi devo sposare quando rientriamo a casa! - disse Haynes, pallido. - Non potremo mai ritornare indietro in quella...
Tuttavia, meno di un mese dopo, la "Vacca galoppante" faceva rotta per la Terra. Haynes l'aveva reso possibile quasi inconsciamente. L'esame del proiettore di solidità aveva rivelato i suoi principi e Haynes aveva suggerito di modellare una statuetta dell'ultimo abitante, da proiettare per uno o due chilometri al di sopra delle piantagioni degli alberi-burla diventati per sempre inutili. Ma invece gli fu ordinato di modellare qualcosa di completamente diverso, e nella sua esuberanza la sua fantasia andò lontano, e dato che McRae aveva fretta di ripartire permise che il modello fosse conservato. Così, circa sei settimane dalla mattina in cui Wentworth aveva visto una cosa impossibile che si muoveva nel grigiore dell'alba su un pianeta senza nome, la "Vacca galoppante" era quasi nuovamente a contatto con l'umanità. Ancora due settimane e tutti avrebbero raggiunto gli avamposti della civiltà, a Rigel. Con i resti della vecchia nave distrutta era stata costruita una lunga torre scheletrica. Un dispositivo di esplorazione perlustrava e un proiettore di tipo radiale proiettava l'immagine di Haynes che dava forma a un involucro solido di campo di forza intorno alla nave. Questo involucro era molto più grande dello scafo originale della nave, e ci sarebbe stato spazio d'avanzo per il viaggio verso casa. Haynes era alle stelle.
- Pensa! - disse, beatamente seduto nella cabina di esplorazione dalla quale l'involucro-campo-forza veniva mantenuto intorno alla nave. - Due settimane, e poi Rigel! Due mesi, e poi a casa! Due mesi e un giorno, e io sono uno sposo felice!
Wentworth guardò il piccolo oggetto che si muoveva sotto i dispositivi di esplorazione.
- Sei uno strano tipo - disse. - Non credo che tu abbia mai avuto un pensiero serio nella tua testa. Sai cos'è che ha spazzato via la gente del pianeta?
- Un drago della famiglia dei boojum? - chiese Haynes tranquillamente. - Dimmi.
I biologi l'hanno scoperto, - disse Wentworth. - Una pestilenza. Il povero diavolo superstite indossava una tuta spaziale per tenere lontani i germi. Sembra che qualche nave naufragata dalla Terra sia stata spinta dove fu trovata da uno degli esploratori del loro pianeta. Così loro la trassero a terra. Hanno imparato molto, ma a bordo c'erano germi ai quali non erano abituati, e che si rivelarono letali. Non ne sapevano abbastanza da stabilire delle quarantene in tempo utile. Nessuna meraviglia che il povero diavolo volesse ucciderci! Avevamo spazzato via la sua razza!
- Che peccato! - disse Haynes. Ma intanto guardava la piccola cosa che aveva modellato quale nuovo scafo della "Vacca galoppante".
- Sai - disse allegramente, - questo modello mi piace! Posso non essere il migliore scultore del mondo, ma per un po' di tempo dopo il nostro ritorno sulla Terra sarò di certo il più famoso!
Era raggiante nel guardare il modello che gli rimbalzava tra le mani, il modello dello scafo della "Vacca galoppante". Nella proiezione era lungo trecentosessanta metri. Aveva una coda rigida e piuttosto allungata, un collo esteso e delle corna ricurve. Le gambe continuavano a stendersi e tirar calci nell'aria.
Infatti, la "Vacca galoppante" si adattava perfettamente al suo nome nelle sue forme esteriori mentre di buona lena galoppava verso la Terra.

Parte IV - Gli "altri"
Titolo originale: The aliens

Alle 4,10, ora dell'astronave, la "Niccola" si trovava già parecchio all'interno nel sistema solare di Theta Gisol, ma prima di penetrarvi si era assicurata che quello non fosse dominio della civiltà. In quel sistema non esistevano radiazioni sintonizzate, né si erano scoperte tracce di viaggi interplanetari. Evidente, quindi, che la "Niccola" non avrebbe raggiunto il suo vero scopo in quel sistema: scoprire da dove provenivano i Plumie.
Comunque era possibile trovare uno, o anche parecchi di quei particolari tumuli conici che costituivano la prova dell'esistenza dei Plumie. La "Niccola" correva in direzione del sole verso i pianeti più interni del sistema. Tumuli di quel genere erano stati trovati in abbondanza su pianeti con atmosfera ossigenata, lungo una linea di circa dodicimila anni-luce. Dalla vegetazione che vi cresceva attorno, alcuni apparivano vecchi di un secolo, mentre sembrava che altri fossero stati eretti soltanto mesi, settimane, o anche giorni prima che l'astronave terrestre incaricata dei rilevamenti spaziali li scoprisse. La situazione era tutt'altro che promettente, poiché non era affatto probabile che la galassia fosse abbastanza grande da contenere due razze di esseri intelligenti, capaci entrambi di viaggiare nello spazio. La vecchia Terra era stata troppo piccola per contenere due razze che possedevano quasi gli stessi utensili e il fuoco e il problema era stato risolto stoicamente con lo sterminio dell'Homo neanderthalis da parte dell'Homo sapiens. Ora pareva che si riproponesse lo stesso problema nello spazio, tra gli uomini e i Plumie, poiché entrambi possedevano le astronavi. I terrestri erano in stato di allarme e intendevano scoprire qualcosa di più sull'altra razza, terrorizzati dall'idea che i Plumie venissero a conoscere la loro esistenza e decidessero di sterminare l'umanità.
La "Niccola" era stata incaricata di compiere indagini. Nella sua corsa aveva incrociato le orbite di altri tre pianeti di cui l'ultimo appariva come un enorme ammasso gassoso intorno al quale ruotavano tante piccole lune. Ora questo pianeta si trovava alle loro spalle, lontano quarantacinque milioni di chilometri mentre davanti all'astronave, nel vuoto, fiammeggiava il sole di quel sistema, in mezzo alle stelle colorate.
John Baird lavorava sodo nella sala radar della nave spaziale. Baird sperava che i Plumie non si sarebbero dimostrati irriducibilmente nemici del genere umano. Ma per il momento pareva che la "Niccola" non fosse destinata a trovarli, almeno in quel sistema solare. Però c'erano una quantità di altre astronavi che li cercavano visitando innumerevoli sistemi solari ancora sconosciuti. Di fronte a lui Diana Holt lavorava altrettanto alacremente a un grafico-radar. Stava completando una carta degli sciami di meteore che seguivano le orbite delle comete intorno a quel sole. Queste orbite, che si intersecavano nel vuoto, potevano rappresentare un pericolo per le astronavi, e nessuno si sarebbe avventurato in un sistema solare senza una precisa carta nautica.
Sulle altre parti della nave spaziale, tutto era normale. La sala macchine era un'oasi di tranquillità e di pace, turbata solo dal ronzio quasi impercettibile della propulsione. Il Comandante faceva quello che fanno abitualmente i Comandanti quando i loro subalterni non li vedono. Taine, l'ufficiale addetto alle armi, era immerso nei suoi pensieri. Nella sala comando il secondo gettava uno sguardo zelante su ogni strumento almeno una volta ogni cinque minuti e sorvegliava attentamente tutti gli schermi su cui appariva lo spazio circostante. I camerieri si dividevano quanto era rimasto dell'ultimo pasto e si disponevano a preparare il successivo. Negli alloggi dell'equipaggio, gli uomini leggevano o russavano placidamente.
Diana consegnò il trasparente che doveva essere adattato alla carta tridimensionale in via di preparazione.
- Qui c'è un pezzo di materia - disse. - Potrebbe essere la cometa che una volta seguiva quest'orbita, ma ora è così vecchia che ha perso tutti i suoi gas e non è più una cometa.
In quel preciso istante, erano le 4,25 sugli orologi dell'astronave, suonò l'allarme. Il suono stridente partì proprio da un punto sopra la testa di Baird e si ripercosse per tutta l'astronave, dagli appositi altoparlanti. Subito si udì gente correre e sbattere in fretta le porte. Il segnale d'allarme poteva significare solo una cosa. Ad alcuni fece scorrere il sangue più velocemente nelle vene, ad altri fece rizzare i capelli: le reazioni dipendevano dai diversi temperamenti.
Sullo schermo collegato alla sala-comando comparve la faccia del Comandante.
- I Plumie? - domandò con durezza. - Signor Baird! Si tratta dei Plumie?
Le mani di Baird stavano già girando gli interruttori, inserendo l'apparato della sala-radar in un altro circuito.
- C'è un contatto, signore - rispose brusco. - O meglio c'era. Adesso si è interrotto. Qualcosa ci ha intercettato. Abbiamo captato un impulso-radar. Uno solo.
Le parole "uno solo" significavano molto. Un sistema radar in grado di ottenere informazioni con un solo impulso, non era certo opera di dilettanti. Sistemando l'intera attrezzatura per effettuare una ricerca più completa, Baird sentì come una sensazione di gelo alla nuca. Stava compiendo ricerche entro una stretta striscia sopra e sotto la linea dell'eclittica di quel sistema e un sacco di cose avrebbero potuto accadere fuori da quell'area.
I minuti secondi passavano con lentezza esasperante. Adesso il radar scandagliava tutto lo spazio attorno alla "Niccola" ma sugli schermi non appariva niente che non fosse già stato riportato in precedenza. L'enorme pianeta gassoso che si erano lasciati alle spalle, e l'unico dal lato interno del sole, avrebbero rimandato gli impulsi soltanto dopo alcuni minuti. - Nessun oggetto entro settecentocinquantamila chilometri. - E ancora: - Niente di nuovo entro un milione e centocinquantamila chilometri - annunciò Baird dopo un breve intervallo. Poi: - Niente di nuovo entro un milione e mezzo di chilometri...
Il Comandante disse sarcastico: - Allora fareste meglio a controllare ciò che non è nuovo! - Si girò e la sua voce giunse più chiara. Parlava in un altro microfono. - Signor Taine! Armare i missili e disporre gli uomini ai posti di combattimento! Sala macchine! Pronti per le manovre d'emergenza! Squadra controllo-danni, indossare le tute a pressione. - Poi la voce si rialzò di tono: - Signor Baird, novità?
Diana mormorò qualcosa, e Baird rispose: - Solo una cosa sospetta, signore... ma potrebbe anche non esserlo. Stiamo indirizzando un impulso su un corpo precedentemente classificato come una cometa spenta. Fra poco avremo altri dati.
Diana aveva sintonizzato il trasmettitore a distanza sul pezzo di materia che aveva attirato la sua attenzione. Baird premette l'interruttore per aprire il contatto. Immediatamente si mise in funzione uno straordinario complesso di frequenze. L'apparecchiatura era fornita di un sistema di microonde standard per le misurazioni ordinarie, poi aveva frequenze di altro tipo che sarebbero state assorbite selettivamente da questa o da quella materia, infine inviava lateralmente o circolarmente dei raggi polarizzati dai quali sarebbe stato possibile ricavare un'infinità di dati analizzandoli al loro ritorno.
Infatti ritornarono con le notizie. Il corpo più grosso, avvistato nello sciame delle meteore, non era affatto una meteora. Quattro differenti frequenze di varia ampiezza rivelarono che erano state riflesse da un pezzo di bronzo probabilmente siliconato. Le onde polarizzate ritornarono depolarizzate, ma dai mutamenti di fase si capiva che erano state riflesse da una superficie regolare e arrotondata.
- Dev'essere un'astronave Plumie, signore - annunciò Baird con voce molto calma. - Possiamo dedurre che, avendo captato il nostro raggio per le rivelazioni cartografiche, ci abbiano colpiti con un solo impulso per scoprire che e cosa siamo. Ora sapranno che li abbiamo scoperti.
Il Comandante si accigliò.
- Quanti sono? - chiese. - Ci siamo imbattuti in una flotta?
- Controllerò, signore - disse Baird. - Non abbiamo captato nessuna radiazione sintonizzata, ma può darsi che ci abbiano intercettati appena siamo entrati nel campo d'azione del loro radar e che abbiano interrotto di proposito le loro trasmissioni.
- Scoprite quanti sono! - sbraitò il Comandante. - Fate in fretta! E riferite subito ulteriori dati.
Lo schermo si spense. La "Niccola" era un'astronave per rilevamenti siderali, tipo G8, e durante la sua ultima sosta in cantiere era stata appositamente ricostruita per la ricerca e la presa di contatto con i Plumie. Da quando i terrestri avevano scoperto la loro esistenza questo era diventato il problema più importante per tutta l'umanità.
Come dicevamo, la "Niccola" era ben equipaggiata, con ventiquattro lancia-missili, la propulsione ascendente e un sistema radar perfezionatissimo, ma se fosse caduta in una trappola tesa dai Plumie tutte queste risorse le sarebbero servite a poco.
Non appena chiuso l'ultimo contatto, iniziò la nuova ricerca. La mappa tridimensionale serviva come matrice di controllo, mentre il proiettore dell'onda-informazione continuava a lanciare il suo fascio di oscillazioni scrutando e analizzando ogni pezzo di materia incontrata per scoprire se era di bronzo siliconato e di forma cilindrica.
Infine tutte le informazioni furono raccolte. Non c'era nessun altro oggetto di bronzo siliconato entro un raggio di trecento ottantamila... un milione e mezzo... tre milioni di chilometri.
Baird richiamò la sala comando.
- Sembra che questa nave spaziale dei Plumie proceda isolata, signore - riferì. - O almeno non ce ne sono altre per un largo raggio qui intorno.
- Bene! - sibilò il Comandante. - Allora le faremo una visitina. Signor Baird, restate in linea. - Il suo tono cambiò. - Signor Taine! Venite immediatamente da me per concertare un piano d'azione.
Baird scosse la testa. Gli ordini erano di prendere contatto con i Plumie senza scoprirsi, se fosse stato possibile. L'ideale sarebbe stato di localizzare e accerchiare con astronavi umane una nave spaziale Plumie, o meglio ancora il loro stesso popolo, prima che i Plumie capissero di essere stati scoperti. Questo perché gli uomini considerano ostili gli stranieri fino a prova contraria. Un punto di vista, pessimistico forse, ma prudente. E la prudenza in certi casi è necessaria, almeno così pensavano i capi del Servizio di Rilevamento Spaziale che avevano equipaggiato la "Niccola" e scelto Taine quale suo ufficiale addetto alle armi.
Taine era xenofobo. La personalità di Taine aveva sempre costituito un problema. L'ufficiale nutriva un odio e una paura evidentemente congenite per gli stranieri, cosa abbastanza comune, ma Taine avrebbe potuto essere curato soltanto con il crollo della sua attuale personalità. Ad esempio non poteva prestare servizio su un'astronave con equi paggio eterogeneo, perché era invincibilmente sospettoso e ostile nei confronti di chi non apparteneva alla sua stessa razza. Tuttavia lo avevano giudicato adatto per la "Niccola" purché non ne assumesse mai il comando, in base al ragionamento che se i Plumie fossero stati ostili, un uomo normale e ben equilibrato non avrebbe potuto, come Taine, avvicinarsi al loro modo di pensare; lui invece avrebbe potuto pensare esattamente come i Plumie, nel caso in cui anche loro fossero stati xenofobi.
Baird trovava un po' eccessiva quella misura di prudenza che aveva fatto scegliere un ufficiale evidentemente psicopatico. Non era detto che i Plumie fossero ostili. In fondo l'unica conoscenza di questo popolo veniva dai tumuli e dalle tavolette di bronzo siliconato lasciati da quella razza su mondi con atmosfera ossigenata sparsi su una distanza di milleduecento anni-luce. Lo stesso nome dato dai terrestri alla razza era stato suggerito dai simboli stilizzati che evocavano l'idea di piume trovati su tutte le tavolette di bronzo.
Adesso Taine era stato convocato nella sala di comando mentre la "Niccola" deviava e si dirigeva verso ciò che Baird aveva identificato come una nave Plumie. Erano le 5,10, ora di bordo.
Baird controllò la rotta d'intercettamento poi mormorò, con voce incolore: - Mi domando come interpreteranno i Plumie questo improvviso cambiamento di rotta. Ormai sanno che li abbiamo individuati e questa specie di carica nei loro confronti, senza neppure un tentativo di comunicare, può venire interpretata solo come un atto ostile.
Chiamò il comandante, e disse: - Signore, chiedo il permesso di comunicare con l'astronave Plumie. Avevamo l'ordine di cercare di stabilire dei contatti amichevoli con loro, se fossimo stati scoperti.
Evidentemente Taine aveva già raggiunto la sala di comando perché la sua voce uscì come uno schiocco di frusta dall'altoparlante: - La sconsiglio di fare una cosa simile, signor Baird! Non vedo l'utilità di far loro indovinare il livello della nostra tecnologia!
- Lo conoscono già - ribatté Baird. - Abbiamo appena finito di scrutarli col radar per raccogliere dati.
Seguì una pausa di silenzio, rotto dal debolissimo ronzio dell'astronave in movimento. Il comandante urlò: - Domande e consigli! Dannazione! Signor Baird, fareste bene ad aspettare i miei ordini. Stavo appunto per chiedervi di entrare in contatto con loro per mezzo dei segnali. Eseguite!
Tolta la comunicazione Baird si rivolse a Diana:
- La responsabilità è nostra, ma dobbiamo aspettare gli ordini! Trasmetti il primo, rullino.
Diana infilò nel trasmettitore un nastro che incominciò a svolgersi passando sotto una speciale puntina. Lei infilò la cuffia, e il nastro incominciò a trasmettere ai Plumie. Alla base aveva-vano pensato che un tipo di segnali semplici e relativi a nozioni necessariamente conosciute da entrambe le razze fosse il mezzo più adatto per stabilire un contatto diretto. Il nastro che Diana stava trasmettendo conteneva una serie di numeri cardinali, da uno a cinque, una serie di addizioni, da uno più uno a cinque più cinque, e infine una serie di moltiplicazioni da uno per uno a cinque per cinque.
Baird aspettava, le labbra serrate, mentre Diaria stava in ascolto per sentire se i Plumie ritrasmettevano qualcuno dei segnali indirizzati a loro. Gli altoparlanti situati nella sala-radar ripetevano tutti gli ordini dati sull'astronave. Infatti loro dovevano essere informati di tutto quello che succedeva a bordo per poter controllare i risultati esterni delle varie attività dell'equipaggio. Così Baird sentì che si ordinava di chiudere ermeticamente la sala macchine e agli uomini di indossare le tute a pressione per essere pronti nel caso si combattesse e la "Niccola" fosse colpita. La squadra controllo-danni riferì di essere a posto, con le tute a pressione e l'equipaggiamento di battaglia. Poi si sentì la voce secca di Taine: - Addetti ai missili armare i missili pari con carica chimica.
Diana continuava l'ascolto per captare eventuali ripetizioni di segnali trasmessi, il che avrebbe voluto dire che i Plumie erano disposti a iniziare un colloquio. Poi, improvvisamente, alzò la mano a indicare lo schermo radar. Il grosso punto luminoso, che rappresentava l'astronave dei Plumie, si era trasformato in una linea. Baird aprì la comunicazione con la sala comando. - Rapporto radar - disse brusco. - L'astronave Plumie sta dirigendo su di noi. Fra dieci secondi riferirò la sua velocità.
Sentì il Comandante imprecare. Dieci secondi più tardi il metodo di misurazione Doppler rilevò che i Plumie procedevano verso la "Niccola" alla velocità di quindici chilometri al secondo.
Sembrava che il tempo si fosse fermato. Il sole splendeva e fiammeggiava, contorcendosi nel vuoto. L'enorme pianeta gassoso ruotava splendido nello spazio accompagnato dalle piccole lune. Il pianeta con atmosfera ossigenata era uno spicchio illuminato sempre diverso mentre, ruotando, esponeva i suoi mari, le sue isole, i suoi continenti. Le meteoriti, così fitte sullo schermo radar e in realtà così rade, fluttuavano nelle loro orbite non ben delimitate.
La distanza era causa di quella sensazione di lentezza che tutti avvertivano, poiché gli uomini avevano sempre agito sulle cose vicine, e le guerre si erano sempre combattute su campi di battaglia che l'occhio umano poteva misurare. Quando le due astronavi poterono vedersi erano soltanto le 6,35 ed erano passate più di due ore da quando si erano avvistate.
L'astronave dei Plumie apparve come una splendida macchia dorata, e in seguito a una forte decelerazione in pochi minuti divenne un disco. Poi compì uno scarto, e presentò un fianco ellittico alla "Niccola" anch'essa in fase di decelerazione. Le due navi si fermarono relativamente vicine, a circa trenta chilometri l'una dall'altra, cosa che comportava un gran rischio per entrambi. Baird sentì il Comandante borbottare: - Maledetti presuntuosi! - Poi improvvisamente ruggì: - Signor Baird! A che punto sono i tentativi di contatto?
- Niente di fatto, signore - disse Baird di malumore. - Non rispondono.
Il capitano imprecò. Dall'altoparlante uscì la voce di Taine, dura e vibrante di collera: - I missili numero pari, pronti al lancio!
Le due astronavi fluttuarono nello spazio una accanto all'altra, senza avvicinarsi e senza distanziarsi.
- Signor Baird! - sbraitò il Comandante. - È semplicemente ridicolo! Ci dev'essere il mezzo di comunicare con loro! Non possiamo star qui a guardarci senza far niente!
- Sto tentando - disse Baird - secondo gli ordini!
A lui non piacevano quegli ordini. Si riteneva ufficialmente che i valori aritmetici fossero il sistema ideale per entrare in comunicazione con ogni razza intelligente, ma a Baird venne in mente che forse quel ticchettio, anche se ripetuto ordinatamente, poteva sembrare ai Plumie solo il risultato dell'azione di qualche meccanismo. Perciò Baird temeva che i Plumie non attribuissero alcun significato al messaggio che la "Niccola" trasmetteva.
Ma prima che potesse chiedere il permesso di comunicare con loro con mezzi più complicati, udì levarsi un coro di esclamazioni da tutta l'astronave. Gli altoparlanti le ritrasmettevano confusamente. Da ogni punto della "Niccola" l'equipaggio osservava a bocca aperta l'astronave dei Plumie.
Gli orologi della nave spaziale umana segnavano le 6,50.
L'oggetto ellittico dorato si era messo improvvisamente in moto, in un modo strano e curioso che, per mancanza di un termine di paragone non è facile descrivere. Se fosse possibile paragonare l'astronave dorata dei Plumie a una foglia, le sue evoluzioni nello spazio avrebbero potuto suggerire appunto i movimenti lievi e senza peso di una foglia dorata che un leggero vento d'autunno stacca dal ramo e fa volteggiare a caso nell'aria. Infatti la nave compì una serie di giri, di capriole, di rotazioni, seguite da una specie di finte simili a quelle di un pugile non ancora pronto a combattere.
Da un altoparlante scrosciò la voce di Taine: - Tutti i missili pari! Fuoco!
Il Comandante urlò un contrordine, ma arrivò troppo tardi. Non aveva ancora finito di pronunciare la prima parola che si sentì il fragore dei missili che lasciavano i tubi di lancio. Poi, silenzio, mentre il Comandante raccoglieva il fiato per un eccezionale scoppio di imprecazioni. Ma Taine lo prevenne: - Quella specie di danza è stata un pretesto per strisciare avanti! Mentre li osservavamo si sono avvicinati di sei chilometri!
Baird distolse lo sguardo dall'astronave dorata per controllare lo schermo radar principale ancora confuso per i riflessi degli ultimi movimenti che svanivano lentamente, ma appariva chiaro che i Plumie si erano avvicinati alla "Niccola".
- Rapporto radar - disse Baird. - Il signor Taine ha ragione. L'astronave dei Plumie si è avvicinata.
- Ricaricare i numeri pari - urlò Taine. - Levare le teste atomiche dai numeri dispari e sostituirle con esplosivi chimici. Il tiro è troppo corto per le armi atomiche.
La mossa di togliere le testate atomiche dai missili era più che giusta, poiché queste avevano un raggio di distruzione di quindici chilometri, quindi distruggere la nave spaziale Plumie che si trovava a una ventina di chilometri da loro avrebbe significato anche danneggiare la "Niccola", e soprattutto cancellare ogni traccia dei Plumie, dopo aver tanto penato a trovarli. Nonostante la sua antipatia per Taine, Baird dovette riconoscerlo. I Plumie continuavano ad avvicinarsi facendo danzare la loro astronave con giravolte e picchiate. E improvvisamente si videro scie volteggianti di vapore. Metà della bordata della "Niccola" boccheggiò verso la nave spaziale dorata seguita, una frazione di secondo più tardi, dai sei missili di tribordo. Tutti insieme benché distanziati, procedevano con silenziosa, rigida e selvaggia ferocia verso il loro obbiettivo, mentre Baird pensava, chissà perché, alle scie di vapore di un aereo di linea nelle zone alte dell'atmosfera.
Poi qualcosa ruppe la regolarità perfetta della corsa dei primi sei missili: uno di loro, sfuggito al controllo, mutò rotta e continuò la sua corsa perpendicolarmente, un secondo sbandò a sinistra, e così via finché il sesto compì un grande e improvviso giro su se stesso precipitandosi indietro come un bolide verso la "Niccola". Sembrava un incubo. Strisce di vapore illuminato dal sole guizzavano come anguille sullo sfondo di tutte le stelle della creazione. Anche gli altri sei missili ruppero le file, pazzamente e irrimediabilmente come i primi.
Da un altoparlante giunse la voce di Taine. Urlava, fuori di sé per la rabbia impotente.
- Presto! Fateli esplodere! Si sono impadroniti dei nostri missili e ce li stanno gettando addosso.
Le scie di vapore si intrecciavano e si rincorrevano come nastri al vento. Poi all'estremità di una scia si formò un globo di fumo che andò man mano ingrossando e anche le altre fecero la stessa fine. I missili della "Niccola" andarono puntualmente in pezzi appena ricevuto l'impulso partito dal sistema controllo armamenti della "Niccola" stessa. Non c'era altro da fare.
A bordo della "Niccola" ogni attività pareva essersi paralizzata. Gli altoparlanti della sala radar riportavano soltanto la voce di Taine irriconoscibile nell'odio dei Plumie che ancora nessuno aveva visto.
Baird si era abbandonato contro lo schienale del suo sedile con la disperazione di un uomo che si sente utile solo restandosene calmo. Sullo schermo radar si contorceva confusamente una lieve nebbia illuminata dal sole e rotta qua e là dal vuoto. La nave spaziale dei Plumie era quasi invisibile dietro la cortina evanescente.
Baird osservava i suoi schermi radar. Le micro-onde penetravano la nebbia di gas che si ionizzavano rapidamente.
- Sala radar rapporto! -disse con voce stridula. - I Plumie si avvicinano ancora!
Il capitano, con infinita padronanza di sé, disse: - Signor Baird, non c'è nessun'altra astronave Plumie?
- Non se ne vede traccia - intervenne Diana. - Questa è l'unica astronave entro il raggio d'osservazione del radar.
Baird sentì di odiare i Plumie. Non era soltanto perché gli uomini non ci stavano facendo una bella figura, ma soprattutto perché avevano rifiutato ogni contatto e adesso li spingevano alla lotta. Distruggendo la "Niccola", i Plumie avrebbero ottenuto preziose informazioni sull'esistenza dell'umanità e sui modi per sconfiggerla.
- Siamo nelle loro mani a quanto pare - disse a Diana. - Infatti se possono catturare i nostri missili... - Tacque di colpo. - Bada tu a tutto - disse poi, e aprì il contatto con la sala di comando. La sua voce schioccò come una frusta. - Rapporto radar! Sembra che i Plumie ci mettano alcuni minuti secondi ad impadronirsi di un missile, forse debbono manovrare qualche cosa, un raggio di trazione o di pressione, molto probabilmente per potersi impadronire di un missile alla volta. Hanno impiegato quasi quaranta secondi per far deviare tutti e dodici i missili. A distanza più ravvicinata, con minor tempo a loro disposizione, forse un missile potrebbe passare senza venire intercettato.
Il Comandante ci pensò sopra, poi disse: - Signor Taine, quando i Plumie saranno abbastanza vicini, forse i nostri missili potranno colpirli prima che abbiano il tempo di catturarli. Volete provvedere?
Taine rispose subito con il tono stridulo che usava per dare ordini ai suoi uomini. Baird ascoltò gli occhi fissi sugli schermi radar per rendersi conto se gli ordini si adattavano alla situazione. La voce di Taine, resa irriconoscibile dal suo odio di psicopatico, ordinò alla batteria di tribordo di attendere ordini speciali mentre quella di babordo avrebbe sparato due missili in direzioni divergenti, in modo da puntare sull'astronave dopo aver seguito una traiettoria curva. I due missili sarebbero senz'altro stati presi e perciò dovevano essere fatti saltare mentre partiva immediatamente un altro missile da babordo, seguito da un secondo che sarebbe rimasto nascosto dalla scia del primo. Poi...
- Temo che la nostra ultima possibilità di salvezza stia proprio in Taine - disse Baird con riluttanza. - Se ce la fa avremo il tempo di...
Si udì il caratteristico rumore dei due missili che partivano insieme. Poi toccò al radar raccontare quanto succedeva. L'astronave dei Plumie si trovava a non più di nove chilometri dalla "Niccola", e continuava a muoversi come una ballerina nella luce gialla del sole, sullo sfondo di tutto l'universo cosparso di milioni di punti colorati. Il radar riferì la cattura e la morte dei due missili, quando già si stavano dirigendo con riluttanza verso la "Niccola", e scoppiarono a tre chilometri dall'astronave-madre. Allora si sentì la voce del Comandante: - Signor Taine, dopo la prossima salva mi dirigerò a tutta propulsione verso i Plumie per raccorciare le distanze e il tempo a loro disposizione. Tenetevi pronto!
Con l'intervallo di un quinto di secondo, si udì lo scatto dei lanciamissili in azione. Il radar mostrò due minuscole macchie che si dirigevano veloci verso l'eco ondeggiante che era la nave spaziale Plumie. I Plumie individuarono certamente i missili, ma non tentarono di dirigerli verso la "Niccola". Si limitarono ad afferrarli e a farli deflettere da loro mentre si lanciavano verso l'astronave umana.
- Hanno capito il trucco - mormorò Diana.
Adesso si udivano vari rumori a bordo della "Niccola": Taine urlò un ordine mentre l'equipaggio lanciava grida eccitate di sfida, le voci umane aumentavano man mano che i missili venivano lanciati, la batteria di babordo sparava una serie di selvaggi grugniti e il sistema di propulsione magnetronico rombava a piena densità di flusso.
Le due astronavi erano a meno di due chilometri di distanza, quando le batterie della "Niccola" spararono contemporaneamente due bordate. Sembrò che la nave spaziale dei Plumie fosse condannata, poiché non ci sarebbe stato il tempo di afferrare e dirigere tutti quei missili prima che almeno uno scolpisse il bersaglio. Ma accadde un fatto nuovo: i missili all'inizio della corsa non potevano avere la terrificante velocità che avrebbero avuto dopo quindici chilometri, perciò procedevano fiaccamente, goffamente. E l'astronave dei Plumie poté schivarli con acrobatica abilità: li oltrepassò tutti, e si trovò tra loro e la "Niccola". Poi le si scagliò contro, ma Baird e il Comandante sapevano che all'ultimo momento li avrebbe brillantemente superati senza sfiorarli...
Poi capirono che non sarebbe stato così. Infatti, improvvisamente, accadde qualcosa, e l'astronave dei Plumie parve svuotarsi di ogni vita. Cessò di accelerare e di decelerare e di seguire una rotta precisa per incominciare a ruotare attorno a un asse posto circa a mezza nave. Il muso sbandò da una parte, la poppa avanzò verso la "Niccola". Era diventata una carcassa senza vita, un relitto nello spazio. E sarebbe senz'altro andata a cozzare contro la "Niccola" distruggendosi insieme con lei.
Il Comandante muggiva gli ordini, come se detti in quel modo avessero maggiore efficacia. Il rombo della propulsione magnetronica spinta al massimo era altissimo. Lo scafo di acciaio al cobalto della "Niccola" si lanciò follemente in una corsa di evasione...
Era già quasi riuscita a sfuggire, ma la nave dei Plumie era ormai nell'ombra stessa della "Niccola" e le graffiava lateralmente lo scafo. Il contatto, però, non avvenne in modo violento e sembrò essere stato intenzionale da parte dei Plumie. Tutto l'equipaggio della "Niccola" rabbrividì, poi, sugli schermi televisivi divampò una luce da fare presagire le Trombe del Giudizio Universale. Vi fu una scossa brusca verso l'alto, quindi, l'oscurità. Baird venne scagliato attraverso la sala radar, e Diana gridò. Si udì il rumore di vetri infranti. La gravità interna della "Niccola" era stata annullata. Baird sentì il suono stridente degli archi giganti della sala macchine, poi silenzio.
- Diana! - gridò Baird. - Diana!
- Sono... qui - rispose lei. - Sono stordita, ma io... credo di non essermi fatta niente...
Si accese la debole luce di emergenza, e Baird vide Diana aggrappata al banco di strumenti presso il quale era stata scagliata dalla collisione. La raggiunse.
- Forse stiamo per morire... - mormorò.
- Non è ancora certo, tienti stretta a me - le rispose.
Guidato dalla debole luce, si portò a tentoni presso il quadro dei pulsanti di comunicazione. Il pavimento era diventato parete inclinata. Baird vi si arrampicò e col pollice azionò l'interruttore della sala-comando.
- Rapporto sala radar - disse seccamente. - Cessata energia elettrica, annullata gravità, nessun rapporto esterno causa mancanza energia. Danni fisici minimi.
Cominciò a sentire altre voci. I rapporti delle varie sezioni si affollarono, ripetuti dagli altoparlanti. Tutta l'astronave era priva della forza di gravità. Le sole luci funzionanti erano quelle d'emergenza. Il controllo-danni non riportò alcuna perdita di pressione dello scafo interno, benché da quattro zone, tra lo scafo interno e quello esterno, l'aria fosse sfuggita.
- Signor Baird! - urlò il Comandante. - Lasciate perdere tutto il resto e ridateci alla svelta occhi per vedere!
- Proverò ad adattare l'energia delle batterie agli schermi visivi. Non è una soluzione ideale, ma sempre meglio che niente - disse a Diana.
Lavorarono febbrilmente. Erano storditi e sentivano una specie di nausea. Dovevano arrampicarsi lungo una paratia, per raggiungere gli strumenti che prima erano inseriti nella parete e adesso pendevano dal soffitto, e non avevano peso.
- L'astronave sta ruotando su se stessa, ecco perché siamo storditi... Forza centrifuga! - disse a un tratto Baird. - Sei pronta per la corrente?
Un piccolo scatto e la luce s'abbassò, ma uno schermo visivo si accese debolmente mostrando le stelle in movimento. Anche il sole passava e ripassava sullo schermo. Baird aperse la comunicazione con gli analizzatori esterni. C'era energia per un solo schermo alla volta, ma bastò per vedere l'incredibile. Premette il pulsante della sala comando.
- Rapporto radar - disse. - La nave dei Plumie è attaccata alla nostra. I due scafi stanno ruotando insieme! - Mentre parlava azionò altri analizzatori. - Trovato! Non siamo collegati da alcuna linea alla nave Plumie, ma sembra che... Sì! Quel balenio quando le navi si sono scontrate era una scarica ad alto potenziale, e ora siamo saldati insieme per un tratto di sei metri.
- Maledizione! - imprecò il Comandante. - Nessun segno di volerci abbordare?
- Non ancora, signore.
Si inserì la voce di Taine, rauca, acuta.
- Squadra controllo-danni! Attenzione! Radunarsi nella camera stagna di tribordo! Addetti ai missili, indossare le tute e prepararsi ad abbordare la nave Plumie!
- Contrordine - gridò il Comandante. La sua voce uscì altissima dall'altoparlante vicino all'orecchio di Baird. - Gli ordini sono annullati. Se anche riuscissimo ad abbordare, i Plumie ci farebbero saltare in aria! Signor Taine! Non dovete intraprendere alcuna offensiva senza ordini specifici! Signor Baird! Penso che questa faccenda della saldatura sia successa incidentalmente! Vigilate, e tenetemi informato!
Così Baird ebbe di nuovo l'amaro dovere di rimanersene seduto calmo mentre gli altri si davano da fare. Aiutò Diana a sedersi su un sedile fissato al pavimento diventato parete, e lei vi si inserì saldamente per cominciare ad esaminare i rapporti degli analizzatori esterni. Baird richiese altre batterie. L'energia per l'apparecchiatura radar e gli schermi televisivi era la cosa più importante di tutte, al momento. Forse c'erano navi Plumie nello spazio...
Con virtuosismi da acrobati, gli elettricisti portarono altre batterie nella sala radar, e Baird le agganciò ai circuiti. Più tardi Baird riferì: - Rapporto radar, nessun oggetto strano entro un milione e mezzo di chilometri dalla "Niccola", signore...
Il Comandante completò per lui: - Eccettuata la nave alla quale siamo attaccati. Molto bene, signor Baird! Tuttavia dai microfoni pare che ci sia del movimento dentro la nave Plumie...
Diana accennò a Baird uno schermo che lui aveva già esaminato. Baird si irrigidì e la invitò silenziosamente a riferire.
- Un nostro analizzatore è proprio in corrispondenza a una specie di oblò della nave Plumie - disse Diana. - C'è una figura lì contro. Non posso darne i particolari ora, ma sta facendo dei gesti verso di noi.
- Fatemi avere immediatamente la foto! - scattò il Comandante.
Diana obbedì. Si trattava soltanto di azionare un contatto. Poi i suoi occhi ritornarono agli analizzatori a movimento sferico che riportavano la località, la distanza e la posizione del grande pianeta gassoso e quello ad aria ossigenata. Le loro velocità orbitali e le relative distanze erano già conosciute. La posizione, la retta e la velocità della "Niccola" potevano essere calcolate in base alle osservazioni di questi pianeti.
Il fatto che c'era stata una collisione, che i motori della "Niccola" erano inservibili, che una nave Plumie era saldamente attaccata allo scafo degli umani e che un Plumie stava facendo segnali agli uomini mentre le due navi volteggiavano nello spazio verso ignota destinazione, non mutava gli obblighi della sala-radar.
Baird scattò altre immagini più esatte della nave Plumie.
- Guarda questo! - disse, rivolgendosi a Diana.
Lei guardò. Era una immagine della nave Plumie fortemente saldata alla "Niccola", e la saldatura era di per sé uno straordinario risultato della tattica bellica dei Plumie. I raggi di trazione e di pressione erano naturalmente noti agli uomini, ma questi ultimi li usavano soltanto in certe particolari condizioni in quanto il loro funzionamento comportava la emissione di scariche terribili. A meno che un generatore di raggi di trazione non fosse ben connesso all'oggetto che doveva trarre, tendeva a emettere scariche pericolose in direzioni del tutto imprevedibili. Perciò gli uomini evitavano di usarli, contrariamente ai Plumie. E così, quando la nave Plumie di bronzo siliconato aveva toccato l'acciaio al cobalto della "Niccola", si era avuta la più spettacolare fiammata elettrica artificiale. Parte degli scafi era evaporata, ma le parti fuse al contatto si erano incollate fra di loro, restando unite con una perfetta saldatura a vuoto. Adesso i due scafi formavano una specie di zattera spaziale con un avvallamento centrale. E poiché ruotavano su se stesse, a momenti il sole splendeva vivamente dentro l'avvallamento e in altri momenti in esso vi era l'oscurità dell'abisso.
Mentre Diana guardava dalla parte della nave Plumie, un portello rotondo ribatté su se stesso. Diana trattenne il fiato, e Baird informò immediatamente la sala-comando. Alle sue prime parole Taine esplose in comandi rabbiosi perché gli uomini lo seguissero attraverso la camera stagna della "Niccola" pronti a combattere un gruppo di Plumie. Il Comandante gli ordinò molto rudemente di calmarsi.
- È uscito solo un Plumie - riferì Baird. - La sua statura è inferiore al metro e mezzo... - La luce del sole inondò l'avvallamento tra le due navi. - Ha indosso una tuta a pressione che sembra fatta dello stesso materiale della loro nave. È bipede come noi. Ha due braccia, o qualcosa di simile. Il casco della tuta è molto alto... rassomiglia a un elmo da combattimento dei cavalieri antichi... si sta avviando alla nostra camera stagna. Non porta scarpe con suole magnetiche. Procede su linee punteggiate lungo lo scafo della sua nave.
Il Comandante intervenne secco: - Signor Baird! Io non avevo notato l'assenza delle scarpe magnetiche. Sembra che voi notiate subito i particolari più importanti. Andate di persona alla camera stagna e lasciate il tenente Holt a tenere d'occhio i corpi esterni!
Baird posò una mano sulla spalla di Diana che gli sorrise dicendo: - Vigilerò. - Lui uscì dalla sala radar camminando su una ex parete laterale. Lo stordimento e la vertigine date dalla rotazione stavano diminuendo, oppure lui ci si era abituato, ma la "Niccola" sembrava davvero strana, così distorta dalla differente inclinazione.
Baird raggiunse la camera di decompressione contemporaneamente al Comandante. C'erano altri uomini dell'equipaggio armati e in tuta a pressione. Il Comandante si guardò intorno.
- Sia ben chiaro che a bordo comando io - disse, con tono truce. - Il signor Taine ha una funzione speciale, ma io resto il Comandante! Tanto noi quanto quelle creature della nave Plumie, ci troviamo nei guai. Sembra che uno di loro voglia venire a bordo. Non tollererò alcuna ostilità, né scherni né gesti minacciosi! Questo è un abboccamento! Dovrete stare in guardia e basta!
Dal portello della camera stagna giunse un rumore di colpi metallici: - Lasciatelo entrare nel compartimento di decompressione, signor Baird - disse il Comandante, e Baird obbedì. Si sentì il brusio del sistema di apertura e il sibilo dell'aria che fluiva nel compartimento. Il Comandante fece un cenno. Baird azionò il portello interno. Erano le 8,10 agli orologi della nave. Il Plumie entrò camminando a piccoli passi. Aveva la statura di un ragazzo di dieci anni e attraverso la piastra trasparente del casco si vedevano lineamenti tutt'altro che grotteschi. La sua tuta a pressione era impeccabile dal punto di vista tecnico, il suo atteggiamento, franco e spontaneo, la sua voce, una serie di suoni alti e chiari che uscivano da un piccolo altoparlante fissato a una spalla.
Il Plumie si guardò intorno con aria vivamente incuriosita. Poi estrasse un blocco con una superficie bianca, vi tracciò dei disegni affrettati, e lo porse al Comandante della "Niccola".
Il Comandante si rivolse al Plumie.
- Avete disegnato le nostre due navi attaccate insieme come sono. Cosa avete da dire in merito? - Restituì il blocco. Il Plumie vi premette un bottone, e la superficie tornò pulita. Poi fece altri schizzi e nuovamente lo porse in visione.
Il capitano della "Niccola" guardò attentamente. - Dite che tocca a noi usare la propulsione per entrambe le navi - borbottò, - e che tra noi c'è un armistizio, dato che siamo nei guai insieme, purtroppo! Difatti non possiamo combatterci senza autodistruggerci. Ma non abbiamo più propulsione! Siamo dei relitti!
Baird guardò lo schizzo, e disse: - Signore, queste ultime linee sono delle coordinate. Credo che il Plumie ci stia dicendo che le due navi sono entrambe dirette verso il sole e che dobbiamo fare qualcosa per impedirlo.
- Proprio quello che ci mancava - commentò il capitano. - Veniamo qui, ci andiamo ad appiccicare stupidamente a questa nave Plumie, e adesso rischiamo di friggere insieme!
Taine si gettò in avanti, ringhiando: - Perché questo Plumie non si toglie il casco? Può vivere sui pianeti con atmosfera di ossigeno! Pensa forse che l'aria che respiriamo noi non vada bene per lui?
Baird attrasse l'attenzione del Plumie e gli suggerì con un gesto di togliersi il casco, e di rimando il Plumie gli indicò un piccolo foro nella tuta. Aperse qualcosa e del gas uscì sibilando. Poi interruppe questa esalazione con la quale aveva risposto all'invito a togliersi il casco. L'atmosfera che lui respirava non avrebbe certo fatto bene agli uomini, né lui avrebbe potuto respirare la loro atmosfera. Taine disse sospettosamente: - Come facciamo a sapere che lui respira proprio la roba che ha esalato? Questa creatura non è umana!
Il Comandante gli impose di tacere, poi si rivolse a Baird.
- Signor Baird, dato che avete tanto spirito d'osservazione, portate il nostro ospite in giro sulla nostra nave, fategli vedere che il comando a propulsione è fuso e inutilizzabile, in modo che capisca che non siamo in grado di rimorchiare la sua nave e prendete attentamente nota delle sue reazioni, signor Baird!
Baird avanzò e il Comandante fece un gesto. Il Plumie guardò Baird con interesse, e Baird gli fece strada per i passaggi della "Niccola" cercando di non confondersi data la strana inclinazione assunta dall'astronave. Mentre procedevano il Plumie emise altri suoni flautati e fece dei gesti. Baird gli spiegò: - La nostra forza di gravità era questa.
Si tenne saldo a una ringhiera e, per mostrare al Plumie la velocità alla quale gli oggetti cadevano nella gravità normale della nave, usò un trasmettitore tascabile muovendo il braccio dall'alto in basso.
Era facile parlare di argomenti tecnici anche usando due lingue diverse, molto più facile che dire cose banali. La voce di Diana scaturì dal trasmettitore.
- Fuori non ci sono novità - disse. - Sembra che questa sia l'unica nave Plumie nella zona. Forse stava esplorando come noi, forse stava cercando chi aveva messo i segnali che noi usiamo per contraddistinguere i punti in cui siamo arrivati con le nostre indagini.
- Può darsi - rispose Baird. - Hai scoperto se effettivamente stiamo andando verso il sole?
- Sembra - disse Diana compassata. - Controllo di nuovo. Finora pare che sfioreremo la fotosfera solare fra quindici giorni e sei ore, compresa l'accelerazione dovuta alla gravità del sole. Ti richiamerò.
Lui mise nuovamente il trasmettitore in tasca. Il Plumie non gli staccava gli occhi di dosso. Raggiunta la sala macchine i danni furono evidentissimi, resi ancor più drammatici dal fumo che saturava il locale. Le bobine, per la maggior parte fuse, si erano accartocciate, e in certi punti il metallo solidificato fumava disgustosamente contro il pavimento non metallico o contro le rivestiture delle paratie. Gli ingegneri lavoravano ostinatamente quanto inutilmente per rimediare ai guai.
Il Plumie osservò il propulsore, esaminò l'albero da ogni angolo, studiò tutte le parti delle bobine, da quelle fuse a quelle parzialmente intatte. Baird era tentato di dargli qualche spiegazione, dato che la propulsione di un'astronave non costituiva un segreto, ma non riusciva a immaginare i diagrammi o i gesti per illustrare la teoria di quel che succedeva all'acciaio al cobalto quando era magnetizzato oltre la densità di flusso di centomila Gauss. E senza quella teoria non si poteva spiegare la propulsione magnetronica.
Lasciarono la sala macchine e andarono a vedere le batterie dei missili. Infine visitarono gli alloggi dell'equipaggio e la mensa, e il Plumie passò fiduciosamente tra gli uomini che poco prima avevano cercato di distruggere la sua nave. Fece su tutti una buona impressione.
- Questi piccoletti - disse con ammirazione uno dell'equipaggio, - sono davvero in gamba. Scommetto che potrebbero quasi giocare a scacchi con le loro navi!
- Proprio così - commentò Baird. Poi gli venne un'idea e azionò il suo trasmettitore. - Diana, mettiti in contatto con il Comandante. Voleva informazioni, eccone una: questo Plumie si comporta come i soldati dei tempi antichi e noi abbiamo le medesime reazioni! Uomini e Plumie combattono come demoni, ma durante l'armistizio sono amichevoli e si ammirano tra nemici come fanno i campioni di pugilato, pur essendo pronti a combattere con tutta la foga appena finito l'armistizio. Devi dire al Comandante che secondo me deve esistere una parallela evoluzione di atteggiamenti tra le razze razionali, allo stesso modo in cui vi sono evoluzioni parallele di occhi, membra, ali e penne, tra tutti gli animali ovunque si trovino! Se non mi sbaglio qualcuno della nostra nave sarà invitato a visitare la nave Plumie. È solo una mia ipotesi, ma diglielo!
- Immediatamente - rispose Diana.
Il Plumie seguì Baird che si arrampicava su per quello che era stato il pavimento di un corridoio. Ed ecco comparire davanti a loro Taine con gli occhi infuocati. - Gli stai illustrando tutto chiaramente, eh?
Baird premette il trasmettitore per chiamare la sala radar e disse freddamente: - Io sto solo obbedendo agli ordini. Senti Taine, sei stato imbarcato perché sei xenofobo, il che serve alle tue funzioni particolari. Ma ora questo Plumie è qui sotto bandiera bianca.
- Bandiera bianca! - esplose Taine. - È un animale parassita! Non è umano! Io...
- Se avanzate di un solo centimetro verso di lui - interruppe Baird senza perdere la calma - solo di un centimetro...
Da tutti gli altoparlanti arrivò la voce furibonda del Comandante.
- Signor Taine! Ritiratevi nella vostra cabina, e consideratevi agli arresti! Signor Baird, siete autorizzato a sparare se si rifiuta di obbedire.
Taine diventò di porpora per la furia. Urlò e imprecò chiamando Baird e gli altri plumofili e adoratori di insetti nocivi. Blaterò una sequela di sozzure, ma non osò ribellarsi agli ordini.
Quando se ne fu andato, sbraitando, Baird si scusò presso il Plumie.
- È uno xenofobo, - disse. - Nutre un odio patologico per tutti gli stranieri, persino per le cose, se non sono di casa sua. Lo teniamo a bordo perché...
Si interruppe, tanto il Plumie non avrebbe capito. Ma ora gli occhi dello straniero avevano uno sguardo curioso, era come se ammiccassero. Baird, lo ricondusse dal Comandante. Allora il Plumie ritirò fuori il suo blocco, vi fece uno schizzo, e lo porse al Comandante. Il capitano guardò, poi disse, gravemente:
- Avete indovinato giusto, signor Baird. Il nostro ospite suggerisce che qualcuno di noi vada a bordo della sua nave. Ha disegnato due figure con indosso le tute a pressione che vanno lungo la camera di decompressione. Una di queste figure è più grande dell'altra. Volete andare voi?
- Certamente - rispose Baird. E aggiunse: - Farei bene a prendere un analizzatore portatile.
Il Comandante annuì e cominciò a tracciare un diagramma che voleva significare l'accettazione dell'invito del Plumie.
Questo accadeva alle 8,40 secondo gli orologi della nave. Due scafi metallici, uno di splendente metallo blu argento, l'altro di bronzo dorato, ruotavano calmi nello spazio, e il cosmo continuava a esistere. La nebbia dovuta alle esplosioni e ai propellenti dei missili si era diradata, e si vedevano splendere, appena velate, le stelle più brillanti.
Baird, con indosso la sua tuta spaziale, accompagnò il Plumie nel vuoto attraverso la camera stagna. Le suole magnetiche delle sue scarpe si incollavano alla superficie dello scafo di acciaio al cobalto. Teneva fissato alla spalla un piccolo analizzatore, e un microfono, che avrebbero controllato e riportato a Diana, nella sala radar della "Niccola", tutto ciò che lui avrebbe visto e udito. Diana vigilava attentamente, mentre lui si dirigeva alla nave Plumie. Altri schermi avrebbero trasmesso l'immagine e la voce di Baird.
Per l'umano c'erano state delle sorprese sin dal primo momento, quando il Plumie che gli aveva fatto da scorta si era tolto il casco. Allora era apparso evidente il motivo dell'alta cresta del casco: il Plumie aveva una cresta composta di penne sue, non artificiali, che gli crescevano in testa. Adesso era chiaro anche il motivo delle penne sulle placche di bronzo usate per le loro ricognizioni.
Anche le mani del Plumie avevano delle strane crestine che si rizzavano all'infuori quando piegava le dita. Gli altri Plumie non erano meno graziosi né meno coloriti. Erano tutti di piccola statura, sicché non rappresentavano alcuna apparente minaccia.
Ma vi furono anche delle sorprese tecniche. Baird fu condotto immediatamente alla sala macchine, e Diana lo sentì trarre un forte respiro nell'apprendere il principio di quel sistema motore. Intanto gli ingegneri Plumie lavoravano febbrilmente cercando di scoprire cosa si poteva fare. Ma non trovavano guasti: la propulsione Plumie semplicemente non funzionava.
Condussero Baird presso tutti i posti di manovra e di comando, e il loro scopo, quando fu chiarito, apparve sorprendente. La nave Plumie non aveva lanciamissili. Non aveva proiettori di onde, a eccezione di piccoli strumenti per i raggi di trazione e di pressione.
Quando ritornò alla "Niccola", Baird si diresse immediatamente alla sala-radar per accertarsi che le foto prese per mezzo del suo analizzatore fossero riuscite. Subito la voce del Comandante lo raggiunse dall'altoparlante.
- Signor Baird! Cosa avete da aggiungere alle informazioni già inviate?
- Tre particolari, signore - rispose Baird. - Primo, la nave Plumie è disarmata. Hanno raggi di trazione e di pressione per manovrare i loro congegni, e probabilmente li usano per costruire i loro tumuli, ma non sono destinati a servire come armi. I Plumie, signore, non avevano nulla per combatterci quando si diressero verso di noi dopo essere stati scoperti.
- Il Comandante sbarrò gli occhi. - Siete sicuro di quello che dite, signor Baird?
- Sì, signore - disse Baird. - La nave Plumie è una nave da esplorazione. Ma quando ci localizzarono, e noi localizzammo loro, ebbene, hanno bluffato! E quando abbiamo sparato contro di loro, hanno rivoltato i missili contro di noi per mezzo dei raggi di pressione e di trazione. Si sono avvicinati a noi, signore, per cercare di distruggerci con le nostre bombe, perché non ne avevano di loro.
Il Comandante appariva sempre più sbalordito.
- Un'altra cosa, signore - riprese Baird, a disagio. - Loro non usano ferro né acciaio. Tutti gli oggetti che ho visto erano o di bronzo o di un metallo leggero. Credo che parte del loro equipaggiamento sia fatto di potassio, e sono anche abbastanza sicuro che usano il sodio al posto dell'alluminio. La loro atmosfera è del tutto diversa dalla nostra, naturalmente! Usano il bronzo per lo scafo delle navi perché così possono azzardarsi a penetrare in un'atmosfera ossigenata. Una nave con lo scafo di sodio sarebbe più leggera, ma nell'ossigeno brucerebbe.
Il Comandante sbatté gli occhi. Protestò: - Ma una nave deve essere magnetica! Senza uno scafo magnetico non potrebbero usare propulsione!
- Signore - rispose Baird, con voce ancora turbata, - non usano una propulsione magnetronica. Una volta io ho visto lo schema del loro sistema motore in uno stereogramma sulla storia dei viaggi spaziali. Il principio è molto vecchio, infatti noi lo abbiamo praticamente dimenticato. È una propulsione a spinta, del tipo Dirac. Da noi sulla Terra era apparso subito dopo i missili. I pianeti furono dapprima raggiunti dalle navi che impiegavano i propulsori Dirac. Ma questa propulsione non può operare in un campo magnetico al di sopra dei settanta Gauss, signore. È una reazione di scariche, signore, e in un campo magnetico cessa semplicemente di funzionare.
Il Comandante osservò Baird a lungo.
- In poche parole - disse finalmente, - volete spiegarmi che la propulsione dei Plumie funzionerebbe se essi potessero staccarsi dalla "Niccola".
- Sì, signore - rispose Baird. - I loro ingegneri hanno controllato tutto senza trovare guasti. Credo che non sappiano cosa c'è che non va.
- Glielo avete detto? - chiese il Comandante.
- Non c'era un modo semplice per dirglielo coi diagrammi, signore.
Intervenne la voce febbricitante di Taine. Era insieme stridente e trionfante.
- Signore! La "Niccola" è un relitto, e irreparabile, mentre la nave Plumie è efficiente, se viene liberata dal contatto. Come ufficiale addetto alle armi, intendo prendere la nave Plumie, farne uscire l'aria e riempire i suoi serbatoi con la nostra aria, avviare la sua propulsione e metterla ai vostri ordini per la navigazione di ritorno alla base.
- Siamo molto lontani dalla Terra, signor Taine - ribatté Baird, controllandosi a stento, - e la propulsione Dirac è lenta. Se noi voltassimo la prua della nave Plumie verso la base, con la sua propulsione Dirac, moriremmo tutti di vecchiaia prima di essere a mezza strada.
- Ma se non lo facciamo - scattò Taine, - andremo a scontrarci con questo sole in quattordici giorni!
La voce imparziale di Diana si fece sentire.
- Rapporto. Un Plumie in tuta a pressione è appena uscito dalla loro camera stagna, sta portando qualcosa verso la nostra camera di decompressione.
- Introdurranno qualcosa nella nostra nave per farla esplodere, liberarsi di noi, e andar via! - gridò Taine.
- Signor Taine! Fatemi almeno credito di un po' di cervello! - rimbeccò il Comandante. - Loro non hanno alcun modo di fare esplodere la nostra nave senza fare esplodere anche la loro, dovreste sapere!
Dalla sala-radar Baird vide il Plumie posare un oggetto nella camera di decompressione, e poi ritirarsi. Un addetto all'elettronico si era fatto avanti, e ora esaminava in fretta l'oggetto. Poco dopo lo specialista azionò il suo trasmettitore.
- Signore, ci hanno inviato un generatore di potenza - comunicò. - Certe sue parti funzionano male nella nostra atmosfera, ma secondo me lo si può adattare a qualsiasi voltaggio! Avrà sempre la massima efficienza!
- Benissimo - rispose il Comandante. - Vedete come lo si può utilizzare.
Nella sala radar Baird trasse un lungo respiro. Ispezionò con cura ogni schermo televisivo e ogni apparecchio radar. Diana lo aiutò nel controllo, e si incontrarono nel mezzo della sala.
- Tutto controllato - disse gravemente Baird. - Non c'è niente altro da fare per noi, adesso. Quindi possiamo... agire come esseri umani.
Diana gli sorrise debolmente, e si accostò a lui.
Stettero avvinti l'uno all'altra ripetendo continuamente le stesse cose, importanti, per loro, essenziali.
Mentre parlavano incoerentemente, oppure rimanevano più eloquentemente in silenzio, si riaccesero le luci normali della nave e si spensero le lampade delle batterie.
- Dobbiamo riallacciare il circuito della nave - disse Baird, a malincuore. Si separarono e riportarono alla normalità i circuiti ora funzionanti. Lui aggiunse: - Abbiamo quattordici giorni. Abbiamo perduto il tempo di una vita intera per viverlo in quattordici giorni! Diana...
Lei arrossì, e Baird disse, molto educatamente, dentro il microfono della sala di comando: - Signore, il tenente Holt e io dovremmo parlarvi immediatamente. Possiamo venire da voi?
- Perché no? - brontolò il Comandante. - Avete notato che il generatore di potenza inviato dai Plumie sta dando a tutta la nave luce e servizi?
- Sì, signore - rispose Baird. - Saremo lì fra pochi secondi.
Un attimo dopo la gravità tornò normale, grazie al generatore Plumie. L'alto diventò di nuovo alto, e il basso, basso, i corridoi e le cabine della "Niccola" erano vivamente illuminati. Se la nave non fosse stata un relitto privo di motore che stava rotolando nel vuoto, tutto sarebbe sembrato normale, incluso il messaggio nel quale erano impegnati in quel momento Baird e Diana, tenendosi consapevolmente per mano mentre uscivano dalla sala-radar.
Scansarono la paratia del principale serbatoio dell'aria. Si diressero lungo l'ampio corridoio che si inoltrava dopo la porta interna a incavi della camera di decompressione. Avevano raggiunto l'incavo, e Baird vide che la porta più interna si stava chiudendo. Aveva visto inoltre passare oltre il margine della porta qualcuno in tuta a pressione, e l'angolo di un oggetto posato sul pavimento.
Baird gridò e si precipitò verso il portello. Afferrò la maniglia che comandava l'apertura e la chiusura dei portelli, con l'intenzione di bloccare chiunque ci fosse al di là, ma non ci riuscì.
- Avverti il Comandante che Taine sta portando qualcosa fuori dall'astronave - disse a Diana. Era furioso. Spalancò un armadio a muro accanto al portello della camera di decompressione, ne estrasse una tuta a pressione dentro la quale si infilò tirando poi su la cerniera fino al collo. Disse: - Farà credere ai Plumie che vogliamo contraccambiare il regalo del generatore! Quell'uomo è pazzo! Pensa che si possa prendere la loro nave per ritornare sulla Terra! La nostra aria rovinerebbe metà del loro equipaggiamento! Chiedi al Comandante di mandare rinforzi.
Mentre con una mano si calcava sulla testa il casco, con l'altra manovrava il dispositivo del portello, che questa volta funzionò. Molto probabilmente Taine aveva dimenticato che il controllo interno era libero solo quando il dispositivo speciale era in funzione. Diana corse via rapida. Baird imprecò per la lentezza con cui si spostavano i pesanti battenti stagni, e infine si tuffò fuori. Ma il suo slancio lo portò troppo lontano. Cadde e dovette ringraziare le suole magnetiche se riuscì a riprendere l'equilibrio. Si trovava in quello strano avvallamento tra le due navi, dove cioè gli scafi erano fortemente saldati insieme, come due fratelli siamesi. Le stelle si muovevano al di sopra di quell'avvallamento, e della testa di Baird, in solenne processione. Attraverso la sua tuta percepì un colpetto metallico. Scintillò il sole, e l'avvallamento si riempì di luce fortissima. Un uomo in tuta spaziale stava sul rivestimento della "Niccola", davanti alla camera stagna dei Plumie. Teneva in mano un oggetto voluminoso. Con l'altra mano guantata bussò nuovamente.
- Imbecille! Fermatevi! - gridò Baird. - Non potremmo usare la loro nave, comunque!
La voce di Taine attraversò i microfoni della tuta. - La vedremo!
Baird corse verso di lui. Le suole magnetiche gli davano una sensazione irreale: era come correre su carta moschicida o su panie per gli uccelli. Inoltre non c'era gravità, lì, e nessun senso di equilibrio, sicché pareva continuamente di cadere. Baird un po' correva, un po' traballava e un po' scivolava verso il punto dove stava Taine che si preparava a affrontarlo. Gli si gettò addosso. Intanto il sole era svanito e solo le stelle si muovevano. L'urto con il corpo di Taine rimbombò nelle orecchie di Bair attraverso la tuta. Nell'oscurità, erano come due ciechi che lottano insaccati dentro a dei gusci.
Poi ritornò il sole, e Baird poté vedere il suo nemico. Vide anche la camera stagna della nave Plumie aperta. Nel vano stava una piccola figura che assisteva con aria grave alla lotta dei due uomini.
Venne ancora l'oscurità. Baird perse e ritrovò l'equilibrio. Mancò la presa con una suola, e temette il prossimo assalto di Taine: attaccato allo scafo con un solo piede sarebbe stato una facile preda. Poi riuscì ad aderire all'acciaio della "Niccola" anche con l'altra suola. Quello che Taine voleva offrire ai Plumie, senza dubbio un ordigno esplosivo a tempo ritardato, si dondolava dolcemente tra i due scafi, trattenuto dal magnetismo dell'acciaio. Comparve il sole. Taine era a qualche metro di distanza, e camminava carponi cercando di agguantare Baird. Quando lo vide, si drizzò e gli si lanciò addosso facendo un gran clamore con le suole delle sue scarpe. Anche Baird attaccò a fondo. Diede un colpo rapido alle gambe di Taine il quale sbandò e rimbalzò contro lo scafo di bronzo, poi urlò perché si era staccato e stava fluttuando via lentamente nel vuoto, le gambe che si contorcevano spasmodicamente. Urlava, urlava...
Il Plumie uscì dalla sua camera di decompressione trascinandosi dietro un cavo. Si gettò di colpo nel vuoto. Vi fu di nuovo l'oscurità, e Baird lottò per tenersi diritto, sgomento di quanto era successo. Ed ecco tornare il sole. Dalla camera stagna della Niccola uscivano uomini, mentre il Plumie che si era gettato nello spazio tornava verso la sua nave risalendo il cavo. Un capo della corda era legato attorno a una gamba di Taine che continuava a gridare istericamente dentro la sua tuta spaziale.
Strano che si potesse riconoscere il Comandante persino dentro una tuta spaziale. Baird gli spiegò tutto.
- Taine, è stato uno sbaglio - disse il capitano. - Non avrebbe mai dovuto lasciare la Terra... Cos'è questo?
Il Plumie chiuso nella tuta dorata gli offriva l'oggetto che Taine aveva cercato di introdurre nella sua nave, e Baird spiegò che aveva lottato con Taine perché quello doveva essere una bomba trappola per uccidere i Plumie e permettere agli uomini di impadronirsi della loro nave, staccarla dalla Niccola e andare ad atterrare da qualche parte.
- Che idiozia! - tuonò il Comandante. - La loro nave andrebbe in pezzi immettendovi la nostra aria. In quanto poi ad atterrare...
Poi osservò l'oggetto che il Plumie gli aveva consegnato. Brontolò qualcosa e lo fece volare verso il cielo. L'ordigno fluttuò leggero nel vuoto, e la luce del sole lo investì in pieno. Poi il Comandante staccò dalla cintura un'arma leggera, la sollevò diritta, e ne uscirono fiamme e scintillii bianco-azzurri. Ognuno sembrava una pallottolina di metallo che si lanciava verso il cielo a grande velocità. Una colpì il lucente tubo che esplose immediatamente con violenza.
Il Comandante guardò il Plumie che stava diritto sull'ingresso della camera di decompressione della nave dorata.
- Torniamo ai nostri posti, signor Baird - disse poi. - Quello che avete fatto non salverà le nostre vite e nessuno conoscerà mai il vostro gesto. Cionondimeno sappiate che io ho stima di voi. Andiamo!
Gli orologi dell'astronave segnavano le 11,5.
Una buona mezz'ora più tardi la voce del Comandante usciva tuonando da tutti gli altoparlanti della Niccola. La sua faccia dalle guance pesanti era su tutti gli schermi, ovunque gli uomini si aggirassero per servizio o in riposo.
- Ascoltate tutti! - disse. - Abbiamo controllato la nostra rotta e la velocità. È ufficialmente certo che in tredici giorni e nove ore da questo momento la "Niccola" sarà così vicina al sole che il suo scafo fonderà, ma noi saremo già morti e procederemo verso il sole per farci vaporizzare assieme alla nave. Non si può fare nulla per evitarlo né per salvare le nostre vite! - Tacque un attimo, poi riprese: - Ma i Plumie possono andarsene, se noi li aiutiamo. Loro non hanno i cannelli ossidrici, che noi invece abbiamo per liberare la loro nave. Loro possono riparare la loro propulsione, ma è probabile che essa funzioni perfettamente appena la nave si trovi a un miglio di distanza dal campo magnetico della "Niccola". Loro non possono aiutarci, ma noi possiamo aiutare loro, e presto o tardi la loro nave incontrerà qualche altra nave umana. Se noi li libereremo, certamente riferiranno quello che abbiamo fatto per loro. Quando incontreranno altri uomini, saranno cauti perché ricorderanno Taine, ma sapranno di poter fare amicizia perché noi li abbiamo aiutati quando non avevamo nulla da guadagnarci. Non posso offrire ricompense, ma chiedo dei volontari per andare fuori a liberare la nave Plumie affinché essi possano tornarsene alla loro base invece di precipitare con noi verso il sole!
Nella sala-radar, Diana teneva stretta una mano di Baird.
Lui disse, con voce monotona: - Ci saranno dei volontari. I Plumie sono tipi in gamba, e si sono conquistati le simpatie di tutti. Ma se non si presenterà nessuno, saremo il Comandante e io a liberarli.
- Vi aiuterò anch'io - disse Diana a voce bassa, - così starò vicino a te.
- Appena la nave Plumie sarà libera, chiederò al Comandante...
- Sì - mormorò Diana. Premette la faccia contro la spalla di Baird, e pianse.
Sulla nave erano le ore 1,20. Nell'avvallamento tra le due navi l'attività durò frenetica, fino alle 3. Uomini in armatura spaziale lavoravano con cannelli ossidrici lungo la linea di giuntura delle due astronavi. Le fiamme azzurrognole foravano furiosamente il metallo solido e il rame fuso usciva in nuvole di vapore stranamente colorate. Il vuoto se le ingoiava in fretta.
I Plumie assistevano dalla loro camera di decompressione.
Alle 3,40, tempo nave, tutti gli uomini tranne uno si ritirarono nella "Niccola". Solo uno di loro era rimasto per tagliare l'ultima scheggia di metallo che teneva uniti gli scafi. Poi anche l'ultima resistenza cadde e la nave Plumie scivolò via, mossa dalla forza centrifuga impressa dalla rotazione.
L'ultimo uomo rimasto fuori sullo scafo della "Niccola" trasportò la sua torcia ossidrica nella camera stagna, poi entrò.
Improvvisamente lo scafo dorato lontano si stabilizzò. Aveva cessato di ruotare, e sfrecciava in avanti. Si fermò, oscillò a destra e a sinistra, su e giù. Era di nuovo vivo.
Nella sala radar Diana si buttò fra le braccia di Baird, e mormorò, tremando: - Adesso noi abbiamo solo quattordici giorni!
- Aspetta - disse lui. - Quando i Plumie hanno capito cosa stavamo facendo e perché, hanno tracciato dei diagrammi. Poi hanno chiesto un analizzatore e uno schermo. Voglio vedere...
Fece scattare il pulsante dello schermo che mostrò subito l'immagine di un Plumie che guardava ansiosamente fuori per stabilire qualche segnale di comunicazione. Il Plumie mosse una mano nell'aria per richiamare l'attenzione. Poi, lentamente si fece passare in mano un diagramma dietro l'altro, rivolti in modo che gli uomini potessero vederli.
Baird trasse un profondo respiro, e premette il pulsante-chiamata della sala di comando.
Il Comandante lo guardò severamente e gli chiese: - Ebbene?
- Signore - disse Baird, - i Plumie ci stanno parlando con diagrammi per mezzo dell'apparecchio trasmittente che gli abbiamo dato. La loro propulsione funziona. Stanno bene. Hanno modificato i raggi di trazione portandoli a potenze maggiori.
- E con ciò? - rintronò la voce del Comandante.
- Loro pensano - rispose Baird, - che con i raggi di trazione rinforzati potranno manovrare la Niccola. - Si inumidì le labbra. - Ci vogliono rimorchiare fino al pianeta ossigenato, signore, e farci atterrare là. Ci aiuteranno a trovare i metalli che ci occorrono per costruire gli strumenti adatti a riparare la Niccola. Noi li abbiamo liberati per favorire un loro contatto amichevole qualora avessero incontrato un'altra nave umana, e loro vogliono che noi portiamo sulla Terra la prova che i Plumie e gli uomini possono essere amici. Sembra che... gli siamo simpatici, signore. - Tacque un istante, quindi riprese: - Inoltre, nasceranno ottime proposte di affari. Noi non ci siamo mai occupati di pianeti con atmosfera di idrogeno-metano, loro hanno sostanze chimiche e. minerali che noi non abbiamo, ma anche le pietre di un pianeta a idrogeno-metano possono combinarsi con l'ossigeno che noi dobbiamo respirare. Noi non possiamo trasportare o mantenere abbastanza ossigeno per un effettivo lavoro, e lo stesso succede a loro su un pianeta ossigenato. Credo di indovinare che i tumuli dei Plumie siano delle indicazioni di località interessanti.
Il Comandante lo fissava a bocca aperta.
- Io penso anche, signore - proseguì Baird, - che fino al momento in cui ci hanno intercettati, ritenessero di essere la sola razza intelligente della Galassia. Sono rimasti sconvolti nello scoprire che non era così. Ma immagino che ora stiano pensando alle sostanze chimiche e minerarie che potrebbero barattare con noi. - Poi aggiunse: - Se ci pensate, signore, probabilmente il primo metallo usato da Plumie è stato l'alluminio, mentre i nostri antenati hanno usato il rame, e poi hanno avuto l'età del berillio, invece che del ferro, e ora per loro è forse altrettanto costoso lavorare il ferro quanto lo è per noi maneggiare il titanio, il berillio e l'osmio, che per loro costituiscono le sostanze più elementari. Le nostre due civiltà dovrebbero prosperare restando amiche, signore. Loro lo sanno, e noi lo scopriremo presto!
La bocca del Comandante si mosse. Si chiuse e poi si aperse di nuovo. La ricerca dei Plumie era stata fatta perché sembrava che dovessero venire combattuti. Ma ecco che Bair indicava dei punti tanto logici, che la situazione si capovolgeva. Era poi evidente che i Plumie la pensavano allo stesso modo. Il Comandante si sentì sollevato e mostrò quella che, per lui, era quasi una cordiale effusione. Si schiari la voce, e: - Molto bene, signor Baird! - disse con forza. - E naturalmente col tempo, l'aria, e i metalli, possiamo ricostruire la nostra propulsione, anzi la Niccola! Vado a notificarlo alla nostra compagnia di navigazione, signor Baird. Molto bene! - Si mosse per usare un altro microfono, ma si fermò. - Avete una strana faccia signor Baird. Volevate dirmi ancora qualcos'altro?
- S-s-sì - disse Baird. Teneva stretta la mano di Diana. - Passeranno dei mesi prima che si ritorni alla base, signore. Normalmente è contro i regolamenti, ma date le circostanze... voi, come Comandante, vorreste sposare il tenente Holt e me?
Il Comandante emise una specie di sbuffo. Poi disse quasi... quasi amabilmente: - Hm-m-m. Vi siete comportati entrambi molto bene, signor Baird. Sì. Venite alla sala di comando, e provvederemo. Diciamo... fra dieci minuti.
Gli orologi della nave segnavano le 4,25, cioè esattamente dodici ore da quando era suonato il campanello di allarme.

Parte V - Il "fuggiasco"
Titolo originale: Fugitive from space

Burt stava dando la buona notte a Norma, quando, fra le stelle, apparvero le prime strisce di luce. Aveva lasciato il motore della macchina acceso perché pensava di ripartire subito, pur non avendone nessuna voglia. Aveva affittato un cottage sulle rive del lago Katona per poter scrivere un po', e nello stesso periodo, nello stesso centro di villeggiatura, Norma aveva affittato una camera in una pensione. Si erano incontrati ed era sembrato a tutti e due una cosa straordinaria. Poi scoprirono che abitavano nello stesso quartiere, quando non erano in vacanza, senza essersi mai incontrati. Burt scoprì con sbalordimento di aver visto mille volte la casa in cui Norma occupava un piccolo appartamento. Era stato il destino, non c'era dubbio, a farli incontrare lì.
Il cielo sembrava velluto. Gli insetti notturni ronzavano incessantemente. Il profumo dell'estate riempiva l'aria. Non c'era la luna.
- Forse domani - disse Burt, - domani si potrebbe...
Fu allora che la prima striscia di luce solcò il cielo. Non era una stella cadente. Non era nemmeno un raggio di luce, ma un piccolo punto vividissimo che brillava con tale lucentezza, si muoveva con tale rapidità, da sembrare un nastro continuo.
Poi ci fu un altro lampo. Lo videro chiaramente inarcarsi su di loro. L'incandescenza che si lasciò dietro aveva margini nettissimi.
- Chissà che cos'è? - disse Burt. - Non ho mai visto una cosa simile.
Un terzo punto luminoso lampeggiò verso occidente. Poi un quarto, questa volta in linea retta. Un quinto. Il sesto descrisse una immensa parabola nel cielo. Il settimo...
Poi apparvero altre luci. Cinque, come le altre. Apparvero a casaccio a nord, a sud e ad ovest, e schizzarono nel firmamento, lasciando quelle scie di comete finché si congiunsero là dove il settimo punto luminoso si librava immobile. Il punto esplose violentemente, senza alcun suono. Per un istante tutto fu più chiaro che sotto il sole. Poi la vampa diventò gialla, si stemperò nell'arancione, per ridursi a un microscopico disco rosso che infine scomparve. Sei luci, come piccole stelle spettrali, si spostavano senza posa là dove c'era stato il settimo punto, lasciandosi dietro quei nastri brillanti. Poi, in successione rapidissima e senz'ordine alcuno, svanirono di colpo.
Ritornò la calma. Ed il silenzio, tranne il battito del motore di Burt, il ronzio degli insetti notturni e il debole fruscio del vento fra gli alberi. Poi si udirono altre voci. Molto lontano qualcuno gridò a qualcun altro. Era stato quel lampo di chiarore accecante, la gente ancora in piedi l'aveva notato. Oppure qualcuno era stato addirittura svegliato. Molti erano corsi alla finestra per vedere che cosa fosse successo. Guardando il cielo vedevano ora quei geroglifici senza senso fra le stelle.
Anche Burt e Norma stavano ancora guardando in su.
- Credi - sussurrò la ragazza, - credi che fosse... vicino?
- Dev'essere stato dentro l'atmosfera, sì - disse Burt stringendosi nelle spalle. - Quella prima scia si sta dissolvendo. E se non sbaglio, tutte si muovono un poco. Vedi quella stella molto luminosa che si distingue attraverso una delle scie, là? Un memento fa ne era fuori.
Il vasto intreccio nel cielo si stava infatti trasformando, anche se molto adagio. E si stava anche allargando, come una macchia.
Da dove Burt si trovava si udivano voci tutto attorno.
- Vapori di condensazione! Sono vapori di condensazione dei jet! Manovre notturne!
Burt scosse la testa.
- È vero? - sussurrò di nuovo Norma. - Sono vapori degli aerei?
- Non si potrebbero vedere, di notte - disse Burt. - A meno che non ci fosse la luna. No: gli aeroplani non lasciano scie del genere! E poi come la spieghi quell'esplosione?
- Come? - chiese Norma.
- Non lo so. Me lo sto chiedendo. - Burt continuò a guardare in su.
La gente usciva dalle villette avvolta in coperte ed accappatoi e subito alzava gli occhi. Nessuno aveva visto arrivare le luci. La maggior parte s'era affacciata alle finestre a guardare cosa fosse stato quel lampo, quella esplosione silenziosa che aveva fatto giorno per qualche decimo di secondo. Avevano visto le strie luminose, e adesso erano usciti e le fissavano a bocca spalancata.
Ma non successe più niente.
La macchina di Burt ronzava sommessa. La gente si interrogava a vicenda. C'era quella curiosa euforia cui si abbandonano gli uomini quando succede qualcosa di stupefacente, tale da giustificare un abbigliamento od un comportamento insolito.
Norma si staccò da Burt.
- Le strisce stanno sfumando - disse Burt imbarazzato. - È ora che vada a casa. Ci vediamo domani?
Lei annuì. Gli strinse la mano e si diresse verso la porta. Burt salì sulla macchina e partì. C'era molta gente fuori, ora, molti scialli e coperte gettati sopra i pigiami. Continuavano a parlare fitto, a voce alta. Evidentemente erano stati tutti svegliati da quella vampa provocata, forse, da un'esplosione. Sembrava che nessun altro avesse visto arrivare i punti luminosi che avevano lasciato le strisce fra le stelle.
Burt uscì dal villaggio. Continuò lungo la stretta litoranea asfaltata che serviva le villette e le piccole tenute lungo tutta la circonferenza del lago. Teneva i finestrini della macchina aperti e l'aroma della notte estiva entrava a fiotti. La strada era tutta curve. C'erano alberi. Di fianco alla strada correvano due fossati. Ogni tanto una cassetta per la posta. Un paio di cancelli molto sfarzosi. Lo sfarzo dei cancelli non corrispondeva sempre agli edifici che c'erano dietro.
Profumo di aghi di pino. Una o due luci fioche nelle case, lontane dalla strada.
Davanti a lui c'era adesso una radura dove qualcuno aveva buttato giù gli alberi per costruirsi un cottage col prato attorno.
Alla luce dei fari Burt vide la baracca del piccolo cantiere. Sapeva che subito dietro c'era un mucchio di materiali da costruzione. La macchina uscì dagli alberi. Burt si chinò in avanti per guardare un'ultima volta attraverso il parabrezza l'intreccio delle scie ormai quasi svanito.
Ma non vide nulla, né il cielo né le stelle. Qualcosa di nero e di enorme stava calando su di lui. Era vicinissimo. L'aveva addosso.
Una massa scura scese davanti alla macchina tagliando il raggio dei fari. Scese non solo davanti, ma anche sopra e intorno. La macchina si trovò come avvolta in una tenda fatta di un materiale scuro, tenace e flessibile. C'erano parecchie corde. Qualcosa di voluminoso si contorceva e si agitava nel mezzo...
Poi le ruote anteriori della macchina passarono sull'orlo della cosa che l'aveva intrappolata. Ci furono violenti strattoni. Le ruote giravano a vuoto vertiginosamente: cercavano di salire sul fianco della cosa. Sotto la violenta pressione il tessuto di quello strano sacco avrebbe dovuto rompersi: non si ruppe. Ci fu un attimo convulso, frenetico; la macchina, come impazzita, cozzava rombando contro quelle pieghe coriacee, contro quel viluppo di fili e di cavi.
Poi sbandò, si piegò da un lato sulle due ruote di sinistra; Burt cercò disperatamente di sterzare, ma il volante non rispondeva. La macchina s'inclinò ancora, si capovolse. Burt batté la testa contro qualcosa di duro e perse i sensi.
Più tardi ebbe un attimo di semi-lucidità in cui le sensazioni che provava erano completamente assurde. Si sentiva il cervello freddo. Era un'impressione di intirizzimento, di gelo all'interno della testa. Non sulla pelle del cranio, ma dentro! Il che naturalmente era impossibile.
Stava pensando intensamente al suo cottage in riva al lago, e una immagine del cottage gli lampeggiò nel cervello, solo che in questa visione tutte le stanze erano vuote; poi vide metro per metro la strada per arrivarci, il punto in cui lasciava sempre la macchina, sul viale, e i suoi gesti per aprire la porta con la chiave. Gli pareva confusamente molto strano di avere queste cose per la testa, perché sapeva che quello che gl'interessava veramente era di capire che cosa fosse piombato sulla macchina e che cosa fosse successo a lui. Ma la sua testa non voleva prendere la strada che voleva lui. Si rifiutava di funzionare normalmente. Burt perse di nuovo i sensi.
Quando ritornò in sé, era tutto indolenzito e aveva gli occhi bendati. Udì il cinguettio degli uccelli. Doveva essere giorno. Udì qualcuno muoversi nella stanza vicina. Le coperte lo stringevano. Si mosse. Si rese conto che non aveva niente di rotto, ma sentì delle fitte dolorose in vari punti del corpo. E poi gli occhi...
Fu preso dal panico. Si divincolò per alzare le braccia e toccare quella fasciatura che lo rendeva cieco.
Udì uno schianto accanto al letto. Qualcuno arrivò di corsa.
- State fermo! - disse una vece - non toccate niente.
Burt si sentì ridistendere con delicatezza sul letto. Era una voce di uomo, e gli pareva di averla già sentita, ma non gli riuscì di riconoscerla. Questo lo confuse e lo spaventò.
- Fermo! - ripetè la voce. Il tono era pacato. - Vi siete preso una brutta botta la notte scorsa. Vi sto curando. Va tutto bene. Basta che restiate tranquillo a letto.
- I miei... occhi! - annaspò Burt. Non gli dolevano ma li aveva bendati!
- Niente paura - disse la voce, impassibile. - State calmo ancora per mezz'ora e poi potrete alzarvi.
Burt sentì che l'altro lo teneva fermo. Gentilmente, ma senza permettergli il minimo movimento.
- Chi siete? - chiese con la voce che gli tremava.
- Smith - - rispose la voce - John Smith. Voi non mi conoscete. Starò con voi finché il dottore non torna a dire che potete alzarvi. Vi ho trovato io la notte scorsa...
La voce era incredibilmente familiare. L'aveva sentita infinite volte. La conosceva, di questo era certissimo. Ma non conosceva nessuno che si chiamasse John Smith. Nessuno, per lo meno, che gli potesse parlare con una voce che lui conosceva come conosceva la propria...
Allora capì di chi era la voce. Annaspò. Sapeva di essere ben sveglio, ma la nuova scoperta era talmente simile a un incubo da sembrargli una cosa impossibile. Ondeggiò precariamente fra uno scoppio di puro isterismo e una paralisi di terrore. Questa era pazzia! Doveva essere impazzito. Non c'era nessun'altra spiegazione!
La voce perfettamente nota riprese: - State a sentire, Burt! Promettetemi soltanto di stare qui finché non arriva il dottore. Vedrete che dopo tutto andrà bene.
Burt capì di essere mortalmente pallido. Lo sentiva. Stette giù, paralizzato dall'orrore.
- Allora - disse la voce - farete come vi dico?
Burt non si mosse e nemmeno rispose. Non poteva. Era stordito da quella scoperta.
Ci fu un attimo di silenzio, poi sentì le coperte che venivano sistemate con cura. Lo stringevano. I passi andarono nella stanza vicina. E Burt avrebbe commesso qualche pazzia se avesse riconosciuto anche quelli. Ma i passi non gli erano familiari. La porta rimase aperta. Burt rimase perfettamente fermo. Stava pensando che tutto questo non poteva essere vero, reale e che quindi doveva essere impazzito. Perché sapeva, ora, di chi era la voce. Era anche perfettamente naturale che non fosse stato in grado di riconoscerla subito. Ma adesso sì. Solo che era una cosa impossibile!
La voce che gli aveva parlato era la sua.
La sua voce lo aveva chiamato Burt. La sua voce gli aveva detto di restare tranquillo finché non fosse arrivato il dottore. E poi lui, usando la sua voce che parlava in un'altra gola gli aveva risposto.
Paralizzato, udì piccoli movimenti nella stanza accanto. Si mosse con precauzione infinita, con l'astuzia del pazzo, pensò disperatamente. La coperta gli serrava le spalle. Quando si era mosso, prima, qualcosa era caduto sul pavimento, rompendosi. Un lato della coperta era infilato strettamente sotto il materasso. L'altro doveva essere appoggiato su una sedia con qualcosa di pesante sopra. Se lui si fosse mosso, l'oggetto pesante sarebbe caduto. Con cautela infinita, mosse il braccio destro, senza spostare la coperta. Alzò la mano all'altezza delle spalle, di piatto sul materasso, e voltò la faccia verso le dita. Armeggiò attorno alla fasciatura che aveva sugli occhi e la tolse. Adesso poteva vedere. I suoi occhi funzionavano perfettamente. Sulla faccia non c'erano tagli a causa dei vetri rotti, o ammaccature. Vide il lembo di coperta appoggiato sulla sedia accanto al letto. Era proprio come aveva immaginato: il minimo movimento della coperta avrebbe fatto cadere il secchio che c'era sopra. Era un ottimo sistema di allarme, ma facile da mettere fuori uso. Anche un pazzo ci sarebbe riuscito. Burt doveva solo sfilare la coperta dalla parte opposta del letto, dove era infilata sotto il materasso. Pian piano vi riuscì. Era in pigiama: evidentemente lo avevano messo a letto mentre era svenuto.
Si alzò molto silenziosamente, benché gli battessero i denti. Dalla stanza che dava sul lago venivano dei rumori. Quel John Smith stava trafficando. Burt prese il secchio come un'arma, Non sapeva bene perché sentisse il bisogno di un'arma, dato che fuori il sole splendeva e gli uccelli cinguettavano tranquillamente. Ma era sconvolto. Qualcuno gli aveva bendato gli occhi e aveva cercato di convincerlo che era ferito gravemente. Ma c'era di peggio! Quello che gli aveva raccontato la frottola degli occhi, aveva usato la sua voce per propinargliela. La sola idea lo faceva inorridire.
Scivolò adagio verso la porta e scrutò nella stanza vicina. C'era una persona seduta alla sua scrivania. L'individuo portava una delle sue camicie, un paio dei suoi pantaloni e le sue scarpe. Era chinato su qualcosa a cui stava lavorando. Poi c'erano metri e metri di una sostanza simile al cuoio, color bronzo, che non era un tessuto; stava tutta ammucchiata in un angolo della stanza. Il tizio stava lavorando con dei pezzi che aveva ritagliato da quella roba.
Burt si sentì soffocare dalla rabbia. Una rabbia preziosa, che altrimenti avrebbe avuto solo paura. Ma poi l'individuo prese in mano qualcosa, l'alzò. Burt vide finalmente di che cosa si trattava. Era una faccia modellata in quella sostanza simile al cuoio. Era flessibile. Ricordava la maschera carnevalesca di un bambino, solo che non aveva nulla di grottesco, ed era di quello stesso colore bronzeo, Ed era, per di più, molto flessibile. Infatti cedeva al minimo tocco delle mani dell'intruso.
L'uomo si infilò la faccia.
Burt emise un grido strozzato. L'individuo si voltò di scatto e lo guardò. Portava la faccia che Burt gli aveva appena visto nelle mani. Fu allora che Burt comprese la verità. Non avrebbe potuto esprimere a parole la nausea, l'orrore da cui si sentì prendere. Né gli fu di sollievo capire che in fin dei conti non era pazzo. Gli venne voglia di vomitare. Si sentì sul punto di esplodere in una furia devastatrice. Voleva uccidere. In fondo, il suo orrore derivava in parte dal fatto che non era stato ucciso, che era ancora vivo e in grado di vedere quello che stava vedendo.
In quel momento udì la sua stessa voce parlare dall'altra parte della stanza.
- Sembra che abbiate capito tutto...
- Sono state... sono state quelle luci nel cielo - si sentì dire con voce impastata. - Eravate... voi!
L'altro parve riflettere. Poi annuì.
- E la cosa che ho investito - ansimò Burt - eravate voi che atterravate con il paracadute. - La vece nella sua gola gli sembrava strana, ma capì che era meglio che fosse così. Era diversa da quella dell'intruso. - Siete caduto... sulla mia macchina.
- Sì - confermò l'altro, atono - stavo atterrando
- Voi... voi non siete un uomo! - disse Burt con la strozzata. - Non siete... umano!
- No.
Ci fu un attimo di silenzio. L'altro si alzò e lo guardò. Burt sentì un dolore acuto alle dita.
Aveva stretto con tanta forza lo stipite della porta che adesso la mano gli faceva male. Lasciò la presa.
- Ma voi vi siete presi i miei vestiti - disse con una irritazione che al momento era per lo meno ridicola. - Parlate la mia lingua! - Poi si arrabbiò, malgrado l'orrore. - E state parlando con la voce! Avete una bella faccia tosta!
L'intruso tacque per qualche memento, poi disse con voce incolore:
- Sono un fuggiasco. Non avevo vestiti come i vostri, così me li sono presi. La mia intenzione era di nascondermi nei boschi, appena finita questa faccia.
- E non è nemmeno la vostra faccia - gridò Burt. - L'avete copiata da una fotografia sul mio tavolo da lavoro! Ma non ha il colore giusto. E poi come avete fatto a copiare la mia voce? Cosa diavolo volete, alla fine, si può sapere?
Burt ascoltò le proprie proteste stupito dalla loro insulsaggine. Ma uno non reagisce con ragionamenti freddi e appropriati quando si trova di fronte l'impossibile, l'assurdo, incarnato in qualcosa di visibile e tangibile. Vide l'altro spalancare le mani come se sapesse che quello era il gesto giusto.
- Ero un fuggiasco - ripeté senza intonazione. - Mi stavano inseguendo. Così arrivai nella vostra atmosfera. I miei inseguitori erano ormai vicini. Inserii la guida automatica e mi buttai giù. Loro presero la mia astronave e la distrussero. Mi cercarono con le loro... - fece una pausa, a questo punto - ... armi, per prendermi. Ma mi ero buttato in tempo. Non mi trovarono. Può darsi che credano che io fossi ancora nella nave al momento dell'esplosione. Ma cercheranno una prova definitiva. È per questo che devo nascondermi.
I pensieri di Burt turbinavano in tutte le direzioni. Una foto presa da una rivista sulla sua scrivania, questo spiegava la faccia. Ma non riusciva a capire il trucco della voce e l'uso dell'inglese. E poi c'era il fatto che l'intruso aveva ammesso di non essere umano. Ma era intelligente! Era razionale! Si dà il caso che l'idea di un'intelligenza non-umana sia un concetto dei più terrificanti che esistano. L'idea di una creatura non-umana che pensa e che parla evoca istantaneamente in noi l'immagine di un fantasma, di un lupo mannaro, di un mostro, di un demonio uscito dall'inferno. Burt aveva i capelli dritti.
Ma d'altra parte la creatura parlava con calma, senza cercare né di spaventarlo, né di convincerlo. Aveva parlato di volo, di inseguimento, di fuga. La luce lampeggiante nel cielo, la scorsa notte, e l'incredibile esplosione silenziosa, tutto corrispondeva col racconto. Ma restava il fatto che Burt si trovava adesso nel suo soggiorno, di fronte a una creatura venuta dallo spazio, appartenente a una razza talmente più progredita dell'uomo nella scienza e nell'intelligenza da avere astronavi che correvano fra le stelle e armi la cui natura Burt non poteva neppure immaginare, Si sedette di colpo su una sedia.
- S-sentite - disse con voce malferma - naturalmente è una storia... impossibile, comunque... - L'altro rimase zitto. Dopo una pausa disse:
- Non volevo parlare con gli esseri umani così presto. Volevo rendere il mio travestimento completo e andare nei boschi a nascondermi prima che voi vi foste svegliato. Voi vi sareste stupito, vi sareste anche arrabbiato, ma non mi avreste visto. - Poi l'individuo continuò nello stesso tono incolore. - Devo fare molti piani, riflettere molto.
- Se state scappando - chiese Burt - bisogna che nessuno sappia che siete qui e che siete vivo, no?
- Se vengono a sapere che seno atterrato, verrò distrutto - disse in tono straordinariamente pacato. - I miei inseguitori hanno forse i mezzi per sapere se il mio atterraggio è stato scoperto dai terrestri. Non lo so. Se vengono a sapere che sono vivo, mi distruggeranno anche a costo di distruggere tutta la terra.
- Cosa intendete fare?
- Intendo nascondermi, in modo che le vostre radio ed i vostri giornali non sappiano della mia esistenza.
- E dopo?
Ci fu una pausa, come se la creatura cercasse una parola adeguata. Si strinse nelle spalle.
- Non ho scelto io di venire sul vostro mondo. Ci sono stato costretto. Può darsi che non me ne possa mai più andare. Dovrò pensare molto.
L'intruso rimase fermo, in quella sua immobilità innaturale, gli occhi fissi, su Burt.
- Avrei anch'io bisogno di pensare un po' - disse inquieto Burt. - Mi avete raccontato tutto questo perché io non dica a nessuno che siete qui, almeno fino a che non avrete preso una decisione; è vero?
L'altro annuì.
- Sono piuttosto stordito - gli disse Burt - ma anche così capisco che se andassi in giro a raccontare che un essere sbarcato da Marte, o da qualsiasi altra parte, è venuto a farmi visita, mi metterebbero in un manicomio. Non temete che vada a chiacchierare! Ma adesso non ho la testa chiara. Facciamo così: voi adesso ve ne andate nei boschi a pensare. Tornate stasera. E quando saremo entrambi in grado di vedere le cose sotto la giusta prospettiva, riparleremo di tutto quanto. Va bene? - Voleva disperatamente che la creatura lo lasciasse solo. Voleva un mondo normale intorno a sé, per poter pensare a quelle cose incredibili. Non credeva ancora ai suoi occhi e alle sue orecchie.
L'intruso - aveva una corporatura atletica, e i vestiti di Burt gli andavano piuttosto bene - aveva cominciato ad avvoltolare prosaicamente la sostanza da cui aveva tratto il volto, le mani e forse anche altri elementi per fabbricare un perfetto corpo umanoide. I suoi gesti erano disinvolti, abili. Fece del tessuto che era stato un paracadute un pacco sorprendentemente piccolo. Si avvicinò alla porta. Poi si fermò.
- È meglio che vi informi - disse - che ho le solite armi di emergenza della mia razza. Non mi lascerò catturare in alcun modo. Se è necessario, posso fare esplodere quella che voi chiamate una bomba atomica.
Burt spalancò la bocca. L'altro mosse su e giù la testa come se si rendesse conto che quello era il gesto giusto. Infilò la mano nella camicia di Burt che aveva indosso, e tirò fuori un piccolo oggetto contorto, di metallo. Lo mostrò a Burt, e dopo averlo nuovamente riposto, uscì. Dalla finestra, Burt lo vide allontanarsi verso i boschi. Molti uccelli cantavano nel sole.
Norma era sulla spiaggia pubblica quando Burt la trovò. Tutti i pensionanti e la gente le cui ville non davano sul lago, venivano al villaggio per nuotare. C'erano trampolini di tutte le altezze, un tratto limitato col fondale basso, riservato ai bambini, e spiazzi erbosi per quelli che amavano sdraiarsi all'aria aperta, cospargendosi di olio solare, mettersi gli occhiali scuri fare conoscenze se non ne avevano o respingere le nuove conoscenze se già ne avevano. Il lago era insomma un centro di villeggiatura come ce ne sono migliaia.
Oggi il cielo era di un blu carico, percorso da nuvole come fiocchi di cotone. Si udivano gli strilli e le risate di quelli che nuotavano, e il ronzio continuo di quelli che sedevano ai tavolini bevendo bibite ghiacciate, contenti della loro vacanza o contenti di poter fingere di essere annoiati. Era l'ambiente ideale per il piacere di gente priva temporaneamente di preoccupazioni.
Norma sguazzò allegramente a riva quando vide Burt.
- Non vieni a nuotare? - chiese sorpresa.
Lui scosse la testa. Lei salì sul bordo di cemento e si sedette tutta sgocciolante e con il sole che le faceva brillare la pelle bagnata. Lo guardò con la testa piegata.
- Mi sembri un po' strano stamattina - osservò. - Tutto quello che dicevi al telefono era sì o no. Anche quando ti ho detto che sarei venuta qui...
- Ero strano, dici? - disse Burt. - Hai parlato con me?
- Naturalmente! - disse Norma. - Voglio sperare che te ne ricorderai! Ti ho detto che c'era un picnic e che saremmo passati a prenderti, se volevi. Hai risposto solo di no. Poi ho detto che non m'importava niente del picnic e che sarei venuta qui e allora mi hai risposto sì. - Lo guardò in faccia e arrossì. Poi continuò impacciata. - Non mi importa niente del picnic, sai?
Burt chiuse i pugni.
- Non hai parlato con me - disse con voce soffocata.
- Ma sì! - Poi Norma s'interruppe. - È... è che l'ultima cosa di cui abbiamo parlato ieri sera si riferiva a quello che avremmo fatto oggi - disse con sforzo. - È per questo che ti ho telefonato. Temo di non averti capito. Si mosse per entrare nuovamente in acqua, ma Burt la fermò.
- Aspetta! Trangugiò. Non hai parlato con me. Era qualcuno... - Esitò. L'essere che indossava i suoi vestiti e che usava la sua voce, non era esattamente qualcuno, ma qualcosa. - Era qualcuno - continuò. - Era qualcuno che ha la mia voce e che fa finta di essere me. Io non sapevo che tu avessi telefonato. Io...
Poi gli mancò la voce. In quel posto sereno, circondato da attività perfettamente normali, capì che quello che gli era successo la notte prima, non sarebbe suonato molto credibile.
- Senti - disse con voce malferma. - Ero sicuro di non essere matto, ma quello che ricordo è certamente una cosa pazzesca. Puoi venire un momento con me? - Burt si diresse verso la macchina, mentre Norma lo seguiva cautamente a causa dei piedi nudi.
I denti di Burt si misero improvvisamente a battere. Indicò i parafanghi della macchina. Erano piegati, ma non graffiati.
- Mentre tornavo a casa ieri sera - disse Burt, adagio, a fatica - dopo che ti ho lasciato, ho investito qualcosa. La macchina s'è capovolta su un fianco. Vedi le ammaccature? Norma guardò e si volse verso di lui, subito ansiosa.
- Burt? Ti sei fatto male?
Lui guardò le ammaccature. Non c'era nemmeno un graffio, sulla vernice. Il tessuto coriaceo non poteva naturalmente evitare gli urti, ma aveva protetto la vernice dalle abrasioni.
- Hai mai visto ammaccature come queste? - chiese. - Non è come se al momento dell'urto ci fosse qualcosa, una specie di stoffa, a proteggere la carrozzeria?
- Proprio così - convenne Norma. - Cosa è successo?
Le parlò di quella cosa calata a un tratto dal cielo che aveva coperto la macchina. Aveva la fronte tutta sudata. C'era troppa gente attorno a loro. C'erano cinque o sei negozi del villaggio, con clienti perfettamente normali che entravano e uscivano. C'era il sole di tutti i giorni e gli alberi sembravano quelli di sempre. La gente mangiava salamini caldi e i ragazzini leccavano i gelati, e di laggiù, dalla riva del lago, veniva un allegro chiasso di lotta, pieno di strilli e di risate, come se qualcuno cercasse di buttare nell'acqua qualcun altro. Poi si udì lo schianto dell'acqua mentre entrambi i contendenti cadevano assieme. Era insomma tutto naturale e comune. La storia sembrava incredibile in un posto così. Fermò il racconto al punto in cui aveva perso i sensi.
Norma lo guardò, pallida. Qualche gocciolina indugiava ancora sulla sua pelle abbronzata. Era l'unico essere umano a cui Burt avrebbe osato dire tanto, malgrado la conoscesse da appena una settimana. E poi anche lei aveva visto quelle luci, la notte scorsa.
- Ti sembra una cosa da pazzi? - chiese lui quando si fu rimessa dallo stupore. Lei scosse la testa.
- Hai letto il giornale d'oggi? - gli chiese.
- Parlano delle strisce di luce nel cielo. Dicono anche che queste fiamme nordiche sono abbastanza rare, nel sud, ma che non sono del tutto sconosciute. Mi stavo chiedendo se quelle luci non fossero fenomeni boreali o qualcosa del genere. Ma se tu dici...
- Non lo erano - disse Burt.
- E poi quella cosa che è caduta sulla macchina...
- Se ti vesti, ti farò vedere dove è successo. È caduta da una astronave. Sarà, stata altissima, sarà stata a cento miglia da terra, al limite dell'atmosfera. Ma era un'astronave, non c'è dubbio. Vado a fare una telefonata - aggiunse brusco. - Può darsi che possa scoprire qualcosa di utile. Ci rivediamo qui, va bene?
Lei gli sorrise in fretta e si allentano per prima.
Burt fece la telefonata. Ebbe appena il tempo di sedersi in macchina, quando arrivò Norma, immacolata per quanto avesse ancora i capelli bagnati là dove il bordo della cuffia non era riuscito a coprirli. Aprì la portiera in silenzio. Lui accese il motore e fece marcia indietro.
- Ho telefonato all'FBI, intercomunale - le disse. - Gli ho detto che ero uno scrittore di fantascienza e che volevo delle informazioni.
- Perché?
- Se dici di essere uno scrittore, sanno già che l'informazione che chiedi sarà un po' strampalata, e allora si fanno in quattro. Funziona sempre. Ho detto all'FBI che stavo scrivendo un romanzo ed ho spiegato che nella mia storia c'è un tizio che vuole convincere l'FBI di aver incentrato un extraterrestre. Così ho chiesto di che genere di prove avrebbe bisogno, per non fare la figura del solito mentecatto, che viene a raccontare una storia senza capo né coda. E quello mi ha dato degli ottimi suggerimenti. Mi ha detto di fargliela poi leggere, appena la pubblicano.
Norma aggrottò la fronte: - Come sarebbe a dire, incontrato...
- Sì - disse Burt - voglio cercare delle prove per convincere l'FBI che ho incontrato una creatura venuta da un altro mondo e atterrata qui da un'astronave. Mi è successo davvero. La cosa che è caduta sulla mia macchina era un paracadute, e dentro c'era la creatura.
Uscendo dal villaggio le raccontò il resto della storia, dall'istante in cui si era svegliato nel suo letto, bendato, fino a quando la creatura che parlava con la sua stessa voce se n'era andata, così aveva detto, a nascondersi nei boschi fino a notte.
- Gli ho detto di non aver paura - aggiunse freddamente Burt - perché tanto nessuno mi avrebbe creduto. A dire il vero quasi non ci credo nemmeno io. Come fa una creatura caduta dal cielo a parlare la nostra lingua? E d'altra parte nessun uomo potrebbe imitare così perfettamente la mia voce! Insomma, la sola spiegazione plausibile è che io sia impazzito. Così cercherò di raccogliere delle prove per convincere l'FBI, dovrebbe interessare, a quella gente, ottenere delle informazioni di prima mano sui viaggi spaziali, ti sembra?, e da quel punto in avanti avranno loro tutta la responsabilità. Non voglio avere a che fare con questa faccenda!
Norma rabbrividì.
- Se tu fossi pazzo - disse sommessamente - non avresti dei dubbi. Ti offenderesti se qualcuno non ti credesse. Invece ti comporti proprio come si comporta una persona che si trova davanti a qualcosa di impossibile.
- Grazie - disse Burt, asciutto.
Continuò a guidare. Norma accanto a lui era accigliata. Seguì esattamente la strada che aveva fatto la notte prima. La strada era una sola lunga curva intorno al lago. Poi gli alberi si infittirono mentre la macchina entrava nel bosco. C'erano piccoli viali che si dipartivano dalla strada, con cassette da lettere agli incroci. Questi sentieri portavano ai cottage in riva al lago. C'era il profumo aromatico dei pini, il ronzio degli insetti, e qua e là un cottage con un porticato tutto attorno.
Burt si spostò sul lato della strada, fermò la macchina e scese. Norma lo raggiunse.
- Questi segni - indicò lui - sono quelli di quando sono uscito di strada. Non ci sono i segni dei battistrada perché le ruote giravano su quella roba scura di cui ti ho parlato. Il paracadute. Ecco qui dove la macchina s'è rovesciata.
L'impronta della macchina capovolta era nettissima sul terriccio. C'erano dei ramoscelli e delle foglie schiacciate. C'era il mozzicone di un albero grosso come una coscia. Era questo che aveva causato l'ammaccatura più vistosa sulla macchina.
- Vedi che la macchina si è veramente rovesciata - disse Burt. - Ma come ha fatto a rimetterla sulle ruote?
Cercò. Dopo un po' puntò l'indice senza dire una parola. C'erano due solchi profondi nella terra molle. Se un uomo era abbastanza forte per sollevare una macchina rovesciata e rimetterla sulle ruote, ci sarebbero state delle impronte molto profonde nel punto dove aveva puntato i piedi. Ma non molti esseri umani avrebbero potuto fare una cosa del genere con la macchina di Burt. Del resto, queste non erano impronte di piedi umani.
Norma rabbrividì.
- Purtroppo - disse freddo Burt - non sono molto chiare. Forse la creatura portava qualche specie di scarpe.
Esitò un momento, poi aggiunse aggrottando la fronte:
- Sono quasi sicuro di non essere diventato matto. Specialmente perché tu non lo credi. Ma avrò bisogno di prove per convincere l'FBI di non essere pazzo. E se tutto va bene avrò bisogno della tua testimonianza per la storia delle luci nel cielo; ma se le cose si mettono male, veglio che tu sia lontana da qui. È pericoloso.
Norma disse, con voce malferma:
- Stai pensando a quella bomba atomica?
Egli annuì.
- Ma Burt - aggiunse lei ancora più inquieta - hai detto che non vuoi essere coinvolto in questa storia! Non sono cose che ti riguardano. Se tu decidessi di passare le vacanze da un'altra parte, non potresti lasciare cadere tutta la faccenda?
Lui scosse la testa.
- Impossibile - disse Burt. - Quell'essere è un fuggiasco. Dice di essere minacciato dai suoi inseguitori. E per di più anche dagli esseri umani. Cosa credi che succederebbe se gli uomini scoprissero che un non-umano circola tra loro travestito da essere umano? Nel caso migliore, scoppierebbe il panico. Nel caso peggiore cercherebbero di ucciderlo, per paura. E lui dovrebbe difendersi. Ha delle armi d'emergenza. Ha parlato di una bomba atomica. Può darsi che ce l'abbia davvero, può darsi di no - stese le dita. - Dobbiamo impedirlo, se possiamo.
Norma disse in tono riluttante - Allora cosa farai?
- Ti porterò in un posto sicuro. Scriverò quello che so. Te lo affiderò. Tornerò e cercherò di trovare la prova per l'FBI in modo che vengano e prendano contatto con la creatura. Che si mettano d'accordo. Se ci fosse un'esplosione avrai in ogni modo il mio scritto per l'FBI. Capito?
Norma piegò la testa.
- Perderai molto tempo... - Poi aggiunse, inquieta: - Avete stabilito di incontrarvi nel tuo cottage stasera. Adesso lui è nascosto nei boschi. Se speri di trovare qualche prova nel tuo cottage, perché non ci vai adesso mentre lui è via? Se trovassi qualcosa, prima di stanotte potresti aver convinto qualcuno, e potresti aver portato quel qualcuno qui con te.
Sembrò un suggerimento molto pratico. Gli parve giusto. Se anche la più piccola prova dell'esistenza della creatura era rimasta al cottage, entro la notte avrebbe potuto mettersi in contatto con i servizi di sicurezza del governo. Avrebbe potuto portare qualcuno in grado di promettere all'intruso protezione e segretezza in cambio delle informazioni che possedeva. Una bomba atomica che si poteva tenere in mano... viaggi interstellari...
- Rischiamo un dieci minuti alla villa - disse Burt lentamente. - Se non trovo niente ti porterò via e farò quello che ho detto. - La guardò. - Vuoi che ti porti prima al villaggio?
Lei scosse la testa. In ogni caso nemmeno al villaggio sarebbe stata al sicuro. Salirono in macchina e lasciarono la radura. La strada era ancora stretta. Serpeggiava, ed ogni tanto s'intravedeva il lago attraverso gli alberi. Videro una canoa verniciata di nuovo e capovolta per permettere alla vernice di asciugarsi. Poi una fila di costumi da bagno appesi. Burt infilò la deviazione per il suo cottage. Dopo cento metri il lago si aprì davanti a loro. La casa era esattamente come lui l'aveva lasciata. Prima di fermare il motore girò la macchina in modo da poter ripartire senza far manovra. - Aspetta qui - disse secco. - Se senti delle voci, metti in moto e va finché hai benzina! - Ma Norma, rabbrividendo, spense il contatto e scese anche lei.
- Ho paura a restare sola - disse - preferirei entrare.
Burt aprì la porta. Per un istante gli parve di sentire un odore debolissimo non familiare, appena percettibile. Annusò, ma l'odore era scomparso. Attraversò in fretta, accigliato, ogni stanza. Vuote. Aprì in fretta cassetti e armadi. Poi tornò da Norma.
- È ancora nascosto - disse Burt - e non ha lasciato niente in giro. Però stava lavorando qui.
Andò alla scrivania. Trovò una mezza dozzina di frammenti di quella stessa plastica scura. Erano spessi come robusta carta da pacchi, ma flessibili come stoffa. Ma quando cercò di strapparne uno non ci riuscì.
Doveva essere resistentissima se la sua macchina non era riuscita a lacerarla. E la tecnica degli uomini non era mai riuscita a creare un materiale così tenace e al tempo stesso così flessibile. Una scoperta come questa...
- Questo basterà, probabilmente - disse soddisfatto - noi non abbiamo niente di paragonabile.
- Andiamo allora - disse Norma - comincio ad aver paura, Burt.
Si avvicinarono alla porta. Fuori un'ombra si mosse, e la voce di Burt disse, senza inflessioni.
- Fermi.
L'intruso bloccava l'uscita. Fermo così, sulla porta, sembrava veramente umano. Aveva l'aspetto virile, aitante, di una réclame di crema per barba. Indossava ancora i vestiti di Burt.
Ma improvvisamente divenne orribile. Fu una cosa spaventosa, terrificante. Quando aprì la bocca, videro che i suoi denti erano neri. Le sue labbra erano dello stesso colore della fronte. Di colpo, divenne una statua di bronzo intollerabilmente viva, vestita e in movimento.
- Quella è Norma - disse impassibile con la voce di Burt. - Mi direte cosa avete progettato.
Norma si strinse fra le braccia di Burt, senza parole. Il volto, le labbra e i denti dello stesso colore rendevano la creatura che si faceva chiamare John Smith una cosa palesemente impossibile, palesemente disumana. A un tratto, l'essere era ridiventato ciò che era, un mostro venuto dallo spazio.
Adesso veniva verso di loro. Le sue palpebre non battevano mai. I suoi occhi impietriti avevano una fissità agghiacciante.
Burt si mise davanti a Norma e affrontò la cosa con ira: - L'hai spaventata! - urlò.
- Non avrebbe avuto paura di me se tu non le avessi detto chi ero. Falla sedere.
Continuò ad avanzare. Burt si rese conto con stupore che l'altro si aspettava che lui si facesse da parte così come un uomo si aspetta che un cane si faccia da parte. Norma tremava ormai senza controllo. Forse avrebbe gridato se il mostro si fosse avvicinato ancora. Burt si volse e la fece sedere sull'unica poltrona del cottage. Si piantò davanti a lei, per proteggerla, le unghie fuori.
- Cosa vuoi? - domandò. -; Cos'è successo? Perché sei tornato prima di notte?
La figura parlò, sempre con quella sua voce opaca: - Ho esaminato i ricordi che ti ho preso dalla mente quando hai rovesciato la macchina - disse. - Non posso sapere che cosa hai pensato in queste ore, ma so che cosa hai visto e udito e fatto al momento in cui ti ho preso i ricordi. È così che ho imparato la tua lingua e com'è fatta la vostra civiltà. E sono giunto alla conclusione che tu avresti cercato delle prove del mio atterraggio su questo pianeta, e che avresti dato queste prove ai tuoi governanti.
Burt strinse i denti. L'essere gli aveva esaminato la memoria? Ma in che modo?
Cominciò a capire che non c'era niente da fare. Per un attimo, naturalmente, credette che pensieri e ricordi fossero la stessa cosa, che l'essere fosse in grado di leggergli nella mente. In realtà, ciò che lo straniero intendeva era che gli riusciva di estrarre dalle cellule nervose di Burt i dati sensoriali registrati su cui la mente aveva lavorato, ma non il lavorio della sua mente su quei dati. La creatura dello spazio non si era impadronita d'un sol colpo di tutte le sue conoscenze. Stava ancora imparando come impara un bambino, confrontando una percezione con l'altra, e da questo estraendo concetti generali. Ma aveva a disposizione tutte le sensazioni percettive dei ricordi di Burt. Allo stesso modo, poteva duplicare la voce di Burt. Ed era quello che stava facendo.
- Vedo che hai fatto come avevo previsto - disse la creatura. - Ma io non ti posso permettere di provare la mia esistenza. Sono in pericolo.
- Sarai veramente in pericolo - disse Burt ferocemente - se cercherai di farti passare per un uomo.
- Per ora sì - concesse lui. - Lo so. Non ho ancora esaminato tutti i tuoi ricordi.
Burt non disse niente. Norma gli si era aggrappata alle mani, e ansava.
- E poi - disse la creatura - voi umani siete strani. Ho pensato che potrebbero benissimo esservi degli uomini in comunicazione segreta con i miei nemici, per trarne dei vantaggi. E se ci sono delle spie a servizio dei miei nemici fra voi umani, mi cercheranno. Qui. Così me ne devo andare.
Burt incominciò a sperare. - Va bene allora - disse. - Vattene! Ad ogni modo, nessuno crederà alla nostra storia!
Ma già pensava a quello che avrebbe potuto, dire al FBI. Se i frammenti di plastica non erano sufficienti, c'era la sua storia e quella di Norma, senza contare gli errori che l'essere avrebbe sicuramente commesso...
- Voi verrete con me - disse lo straniero, freddamente. - Per un po' di tempo avrò bisogno di voi.
Burt si sentì gelare. Ma c'era anche Norma. Strinse i pugni. Dopo tutto la creatura aveva quello che diceva essere una bomba atomica. Se veniva dallo spazio e il dramma scoppiato nel cielo era stato per fuggire ai suoi inseguitori, non poteva rischiare la vita di Norma sulla presunzione che la storia delle armi di emergenza fosse un bluff.
Anche gli uomini avrebbero portato armi di emergenza se fossero stati costretti ad atterrare su quello che loro pensavano essere un mondo selvaggio e ostile.
- Ho altri piani - disse Burt seccamente. - Cosa ci guadagno ad aiutarti?
Se la creatura aveva bisogno di lui, avrebbe cercato di approfittarne più che poteva. Fare un baratto, mercanteggiare, ottenere almeno informazioni scientifiche preziose per l'uomo.
Ma lo straniero non rispose. Stava esaminando il posto in cui Burt aveva cercato le strisce di plastica scura. Trovò qualche pezzettino che Burt aveva tralasciato. Fece il gesto di metterseli in un punto dei vestiti di Burt dove non c'erano tasche. Corresse lo sbaglio. Ignorò la domanda di Burt. Lui la ripeté.
- Ho detto, cosa ci guadagno ad aiutarti?
Quella testa così umana si voltò, con il suo sguardo completamente disumano e senza un battito di ciglia.
- Non capisci - disse piattamente. - L'uomo uccide i topi perché gli danno fastidio. Tiene i cani perché gli fanno comodo. Tu sei intelligente. Puoi scegliere di essermi utile oppure no. E me lo dirai adesso. Su, deciditi!
Con gesti perfettamente freddi s'infilò una mano nella camicia e tirò fuori quello strano oggetto di metallo che aveva detto essere una bomba atomica. Era chiaro che non provava sentimenti, né in un senso né nell'altro.
- Adesso andiamo - disse.
A lui, non importava. Burt provò un fiotto di rabbia ed umiliazione perché quello lo avrebbe ucciso senza provare rimorso o piacere alcuno. Ma disse in fretta: - Tu resta qui, Norma, e non dire niente a nessuno. Tanto non ti crederebbero.
- Adesso lei mi può essere utile - disse la creatura, con la stessa indifferenza di prima. - Verrà anche lei.
- No! - gridò Burt. - No, non puoi...
- Posso ucciderla - disse lo straniero senza interesse. - Non ha nessuna importanza.
Norma ebbe un singhiozzo, uno solo: si alzò con movimenti rigidi, si aggrappò al braccio di Burt, e sorretta da lui usci dalla casa camminando come un automa. La "cosa" li seguì, si avvicinò al pozzo che riforniva d'acqua la villetta e ne sollevò il pesante coperchio metallico con una facilità che denotava una prodigiosa forza fisica.
- Voglio darvi una dimostrazione - disse puntando quel suo strano oggetto metallico in direzione dell'acqua. Dall'arma scaturì improvviso un lampo accecante, l'essere tirò indietro la mano e dal fondo del pozzo salì un tremendo getto di vapore che raggiunse le cime degli alberi insinuandosi tra i rami più alti.
- Adesso - ordinò la creatura - salite sull'auto!
Burt obbedì: si sentiva stravolto e impotente. Norma prese posto al suo fianco, il viso come una maschera di gesso. La creatura si accomodò sul sedile posteriore.
- Dirigetevi verso ovest - disse con la sua voce monotona. - Io starò nascosto, la mia faccia non ha ancora un colorito naturale. Poi aggiunse: - Ora sapete cosa potrei fare, se mi sentissi in pericolo.
Con un movimento improvviso si lasciò cadere sul pavimento della macchina. Norma lo guardò e i suoi occhi si aprirono smisuratamente. Burt si volse anche lui a guardare. Quel corpo che fino a un istante prima non aveva nulla di anormale, aveva perduto di colpo ogni parvenza umana: s'era accartocciato mostruosamente. Non aveva ossa. La maschera flessibile che ne costituiva la faccia si era come staccata da ciò che le stava dietro. I pantaloni e le maniche della camicia apparivano flosce, vuote.
La creatura aveva evidentemente ripreso la sua forma naturale, ma era impossibile indovinare quale potesse essere. Dalla massa informe, dal nucleo, dal grumo, da quel qualche cosa che si nascondeva sotto il mucchio degli abiti venne, come in un incubo pazzesco, la voce che apparteneva a Burt: - Dirigetevi verso ovest e guidate in modo da non dare nell'occhio.
Burt mise in moto e partì con le dita strette al volante, senza guardare Norma che gli sedeva accanto pallida, le guance di marmo.
Cominciava ad annottare quando Burt mormorò a Norma:
- Dobbiamo far benzina, è quasi finita. Se fossi solo andrei avanti finché il motore si ferma. Ma... Allora stammi bene a sentire: appena arriviamo a un distributore tu scendi, fingi di sgranchirti le gambe, vai alla toilette, insomma trova una scusa per filare.
Erano ormai a quasi duecento chilometri dal lago sulle cui rive il fuggiasco era atterrato; avevano superato una prima catena di montagne, e ora correvano su un'ampia strada liscia che scendeva verso il fondovalle. Contro il sole morente le alture si stagliavano nitidamente ad una ad una.
Norma si passò la lingua sulle labbra. Durante quelle quattro ore la creatura che giaceva sul pavimento della macchina non aveva fatto un movimento né detta una sola parola; nessun fatto nuovo era accaduto che potesse in qualche modo rassicurarla, ma poiché nessun essere umano riesce a sopportare a lungo una forte tensione nervosa, Norma s'era via via liberata del terrore quasi isterico che l'aveva invasa all'inizio del viaggio, e ora provava solo un senso ottuso del pericolo. Burt, al contrario, era sempre più teso e angosciato. Non soltanto si sentiva responsabile della salvezza di Norma, ma era stato lui, anche se involontariamente, a vestire il fuggiasco, a dargli modo di nascondersi, e forse, alla fine, di mimetizzarsi perfettamente sulla Terra, con chissà quali conseguenze per la umanità intera. La creatura poteva essere un criminale, e i suoi inseguitori facevano forse parte di una sorta di polizia interspaziale; se fosse riuscito a nascondersi per qualche tempo sulla Terra e in seguito a fuggire dal sistema solare, il nostro pianeta rischiava di diventare il migliore rifugio della Galassia per i criminali della sua specie irrimediabilmente condannato alla distruzione, assieme ai delinquenti che ospitava. Oppure poteva esserci in corso una guerra interstellare ed ora, per colpa dello straniero le terribili armi di qualche civiltà galattica si sarebbero puntate contro la Terra o, peggio, la Terra si sarebbe trasformata in una base militare per la nazione cosmica cui l'essere apparteneva.
Intanto l'automobile continuava la sua corsa. Burt si sentiva la gola asciutta. Tentava disperatamente di pensare, ma non gli restavano pensieri su cui riflettere. La creatura sapeva troppe cose. Sapeva tutto ciò che Burt aveva visto e fatto nella sua vita. Dopo l'incidente di quella notte, gli aveva in qualche modo succhiato tutti i ricordi, e questo spiegava forse l'incredibile sensazione di freddo "dentro" la testa che Burt aveva provato tornando in sé, e quei pensieri involontari che gli si erano formati nella mente, mentre l'intruso frugava brutalmente fra le immagini alla ricerca di un nascondiglio. Che infine aveva trovato.
Un cartello sul ciglio della strada segnalava "Stazione di servizio, 2 chilometri!". Là avrebbe trovato un distributore, un ristorante; avrebbe potuto cambiare l'olio, far controllare la pressione delle gomme. Norma sarebbe entrata nel ristorante. E di lì sarebbe forse riuscita a fuggire. Ma lui, Burt, doveva trovare il modo di distruggere lo straniero o di renderlo innocuo, disarmandolo.
Davanti a loro il sole aveva raggiunto il punto più basso dell'orizzonte e una brezza profumata entrava dai finestrini aperti. Un nuovo cartello annunciava: "Stazione di servizio, 1 chilometro".
Burt disse con la voce impastata: - Non abbiamo quasi più benzina. Se dobbiamo viaggiare ancora per molto bisogna che ci fermiamo a fare il pieno.
Sentirono dei rumori alle loro spalle: un tramestio di scarpe e qualche cosa spinta da parte con forza. Burt capì che. la "cosa" cercava di riacquistare un aspetto umano colandosi nelle gambe, nelle braccia, nella maschera ammucchiati sul pavimento. Non si volse, ma immaginò la metamorfosi con tale realismo che un fiotto di nausea gli salì alla gola. Sentì una mano afferrarsi allo schienale, vicino alla sua spalla. Norma tremava tutta ma non si volse a guardare. Burt comprese che la cosa si era sollevata e ora sedeva in posizione normale dietro di loro. Nella luce del crepuscolo, guardando passare la macchina, chiunque lo avrebbe scambiato per un essere umano. Forse proprio per questo la realtà appariva a Burt ancora più orribile.
- Ho esaminato i ricordi che vi ho preso la notte scorsa - disse la creatura tranquillamente. - Vi serve danaro per pagare la benzina. Ne avete?
Burt annuì cercando di vincere la repulsione che ancora lo soffocava. Continuò a guidare. Dopo mezzo chilometro infilò il breve viale che portava alla stazione di servizio, dominata dall'edificio tutto vetri di un ristorante, e andò a fermarsi davanti a una pompa. Controllando a malapena la voce, chiese benzina. Norma non si muoveva. Tenendo la mano bassa Burt le fece segno di scendere: toccava a lei, ora, doveva trovare un pretesto qualsiasi per allontanarsi.
Norma restò seduta tremando. La vide accennare un movimento, come se volesse alzarsi e le gambe non fossero in grado di sorreggerla.
La pompa della benzina ronzava sommessa, i numeri scattavano sul rullo. Poi l'inserviente riagganciò il tubo, riavvitò il tappo.
Burt pagò. L'inserviente si attardò a pulire i vetri; poi Burt uscì dal piazzale e riprese la corsa sullo stradone.
Molto tempo dopo, quando il buio era quasi completo, Burt chiese rabbioso: - Avete deciso dove volete che vi porti?
Prima, quando la creatura giaceva informe sul pavimento dell'auto, gli era stato impossibile rivolgerle la parola; ora che aveva ripreso un aspetto umano, anche se orribile, comunicare con l'essere non gli pareva più, se non altro, una cosa contro natura.
Burt sentì la propria voce che gli rispondeva:
- Ho fatto dei piani. - Poi, smettendo ad un tratto quel suo tono incolore, riprese: - Esaminando i vostri ricordi, mi sono reso conto di non aver imparato bene la vostra lingua. Non solo le parole sono importanti, ma anche il tono della voce. D'ora in poi cercherò di variarlo, come fate voi. Mi eserciterò: voi mi ascolterete e mi correggerete ogni volta che non mi esprimerò come un essere umano. Burt inghiottì.
- Ora parlerò in tono gaio - riprese la cosa, e subito la voce divenne cordiale. - Adesso capisco come ha fatto Norma ad accorgersi che non sono un essere umano. I miei denti non sono bianchi e lucenti. E credo che l'interno della mia bocca dovrebbe essere diverso. Quel poco di pelle che si vede nella mia non è uguale alla vostra. E i vostri ricordi dicono che esistono cosmetici per cambiare l'aspetto della pelle e che si possono comperare nelle profumerie. Trovate una città, e procuratemi ciò che mi serve.
L'incongrua cordialità della voce contrastava a tal punto con questo discorso, da trasformarlo in una macabra farsa; e c'era una strana incertezza nell'uso dei vocaboli che si riferivano ai colori.
Burt continuò a guidare mentre nel cielo, sempre più buio, spuntavano le prime stelle. Ai due lati della strada cespugli e boschi erano macchie di un nero compatto.
Burt sentì Nora muoversi, sul sedile accanto al suo, e lanciare a un tratto un grido strozzato.
- Cosa c'è? - chiese.
- Posso di nuovo muovermi! - ansimò lei. - Alla stazione di servizio non ci sono riuscita!
Alle loro spalle, la voce disse, gioviale: - Ho usato una carica molto piccola per impedirle di muoversi. Ora l'effetto è finito. Non volevo che fuggisse. Se lo avesse fatto avrei dovuto distruggere la stazione di servizio e il ristorante, e se i miei inseguitori hanno delle spie fra gli esseri umani, avrebbero potuto localizzarmi.
Burt continuò a guidare, gli occhi e la mente concentrati sulla strada. Incrociava continuamente altre automobili, alcune coi fari da città, altre con gli anabbaglianti. Il suo cervello aveva smesso di funzionare in modo razionale. Aveva considerata la possibilità di violare qualche norma del traffico, per farsi raggiungere e fermare da un poliziotto in motocicletta. Ma l'arma del fuggiasco - a giudicare dalla dimostrazione del pozzo - non perdonava. Attirare l'attenzione di un poliziotto, avrebbe semplicemente significato la morte di un poliziotto. Aveva pensato di lanciarsi contro un'altra macchina, di gettarsi in un burrone, o giù da un ponte... Non avrebbe esitato ad uccidersi pur di togliere di mezzo il fuggiasco. Ma c'era Norma. Qui la sua capacità di riflettere s'era bloccata. Non riusciva a escogitare nient'altro.
Le macchine scivolavano sempre più numerose verso di lui incrociandolo con un lungo fruscio che culminava in un rombo e in una rapida ventata. Le curve della strada erano adesso più larghe e dolci, le colline si allontanavano, la valle si apriva e si appiattiva.
Mezz'ora dopo che avevano lasciato la stazione di servizio, apparve contro l'orizzonte scuro uno scintillio di luci.
- C'è una città in vista? - esclamò Burt. Non aveva più paura, adesso. Anche la paura s'era come logorata. - Volete che fermi davanti ad una profumeria, no?
Lo straniero gli rispose con cordialità:
- Io rimarrò in macchina con Norma. Ma prima fermatevi in un luogo solitario.
- Perché?
- Voglio darvi un'altra dimostrazione - disse la voce - così capirete perché dovete fare ciò che vi dico. Non farò del male a voi due.
Burt provò soprattutto vergogna. Era umiliante dover accettare degli ordini da un essere che non era neppure un suo simile. Il suo non era più l'odio cieco e nauseante di chi sa di aver paura. Sapeva di essere pronto a tutto ormai, anche a farsi ammazzare, purché servisse a eliminare la creatura venuta dallo spazio. Tutto l'orgoglio innato, istintivo che gli uomini, dall'alto della loro superiorità, provano di fronte a ogni altro essere vivente, si ribellava contro l'atteggiamento di quel mostro. Era chiaro che lo straniero considerava gli uomini come insetti, come topi. Che intendeva servirsene come gli uomini si servono dei cani. E per Burt era diventato molto meno importante salvarsi la vita che giustificare la propria dignità di uomo.
Lasciò l'asfalto, si portò sulla banchina laterale di terra battuta e fermò la macchina. In quel punto la strada era scavata nella roccia di una bassa collina. Si percepivano i rumori della notte, le stelle brillavano nel cielo, e da qualche parte venne il grido di un uccello notturno. C'era un fervore di vita tutto attorno: l'erba, gli alberi, perfino le due pareti rocciose della collina sembravano vive e familiari.
Ma la cosa seduta dietro di loro era una orribile negazione di quella vita, di quel mondo.
La sentirono muoversi e poi, con incredibile abilità, abbassare il finestrino verso la strada.
- Vi ho già detto - incominciò con voce amichevole - che ho un'arma di emergenza. La vostra razza non conosce che superficialmente l'energia atomica e voi, Burt, vi siete messo in mente di distruggermi. Perciò vi mostrerò le possibilità di quest'arma, che può emettere una quantità di energia tanto piccola che Norma non se n'è neppure accorta, o tanto grande che le vostre bombe all'uranio impallidiscono al confronto.
Burt non rispose: si sentiva come spento, dissanguato.
I fari della macchina illuminavano la parete rocciosa e la strada che più avanti faceva una curva.
La creatura riprese placidamente:
- Il mio modo di parlare è più umano adesso, non è vero?
- Sì - rispose Burt freddamente.
Attese. Non succedeva nulla. Solo i mille rumori della notte e il ronzio del motore che girava al minimo. A un tratto si sentì il rombo lento di un camion che si avvicinava alla curva dall'altra parte della salita, poi due fari illuminarono la roccia, apparvero di fronte a loro. Era una grossa autobotte argentea sul cui fianco spiccava la parola "Infiammabili" scritta a lettere rosse bordate di nero. Burt sentì l'autista cambiare marcia in cima alla salita a pochi metri da loro, e vide il camion passare sull'altro lato della strada e gettarsi nella discesa, strepitando e ballonzollando. Il braccio dello straniero chiuso nella camicia di Burt si mosse, un oggetto metallico luccicò un istante, ed istantaneamente ci fu un bagliore d'intollerabile incandescenza. L'autobotte prese fuoco da una estremità all'altra. La cisterna esplose. Un enorme fiotto di liquido in fiamme fu proiettato verso l'alto, ricadde sull'asfalto e andò a infrangersi contro le pareti rocciose. Era come un mare di fuoco che illuminava a giorno la strada e il varco aperto nella collina. Ciò che restava dell'autobotte continuò la sua corsa. La cabina di guida e il cofano erano avvolti da lingue alte come un uomo e torrenti di benzina incendiata correvano accanto alle ruote. Il veicolo percorse in quell'inferno qualche decina di metri, poi, dove la strada si raddrizzava, usci dall'asfalto, si rovesciò nel fosso e rimase là immobile a bruciare.
Burt aprì la portiera per correre in aiuto dell'autista; non c'era più niente da fare, questo era evidente, ma il suo fu un gesto automatico.
- L'autista è morto - gli disse la stessa voce. - È rimasto ucciso dalla stessa scarica che ha distrutto il camion. Rimanete in macchina!
Burt si slanciò verso il rogo. Appena sceso dalla macchina braccia e gambe - tutto il suo corpo - gli diventarono di colpo evanescenti, come svuotate, e si sentì cadere sull'asfalto. Norma gridò. Burt giaceva sulla strada immobile, completamente insensibilizzato, come se non avesse più arti né membra; poteva solo vedere e udire. La voce disse urbanamente:
- Risalite in macchina.
E a un tratto fu di nuovo padrone dei suoi movimenti e si alzò a fatica, coi pugni chiusi, balbettando ingiurie senza senso alla creatura dello spazio.
La voce disse: - Non ho convenienza a gettarvi nelle fiamme. Risalite in macchina.
Burt riprese il suo posto di guida tremando d'ira.
- Andate - gli ordinò lo straniero, e Burt obbedì stringendo convulsamente il volante.
Dal sedile posteriore la voce parlò con calma:
- Ho studiato i vostri ricordi. Penso che avete intenzione di disobbedirmi. Tutte le volte che penserò che volete disobbedirmi ucciderò un uomo. La colpa sarà vostra. Se riuscirete a disobbedirmi ucciderò voi e tutti gli esseri umani che vivono nella zona.
Dopo alcuni chilometri di strada quasi pianeggiante, le luci della città apparvero più brillanti e vicine e il traffico si fece più intenso. Gli stop della macchina che li precedeva lampeggiarono bruscamente. Burt frenò di colpo. Un carro attrezzi usciva a tutta velocità dall'abitato, azionando la sirena e con due lampeggiatori rossi ai due lati dei fari regolamentari. Il traffico s'era fermato, le macchine si scostavano per lasciarlo passare. In un attimo era già sparito in direzione della collina dove era esplosa l'autobotte, lasciandosi dietro la lunga eco della sirena. Evidentemente qualcuno aveva già telefonato per segnalare il disastro.
La voce della creatura si levò dal sedile posteriore:
- Esaminando i vostri ricordi non sono riuscito a identificare quel veicolo. Perché le altre macchine gli cedevano il passo?
Burt non aveva mai visto dei lampeggiatori d'emergenza messi in quella posizione, ma sapeva che cos'erano, evidentemente.
- Era un carro attrezzi - rispose con odio. - Correva in aiuto di quel poveretto che voi avete ucciso. Sarà troppo tardi, ma tenteranno ugualmente di salvarlo.
Ci fu una pausa. Il fuggiasco disse con voce dubbiosa:
- Come avete fatto a riconoscerlo? Non lo vedo nei vostri ricordi.
I lampeggiatori - rispose Burt seccamente. - Le due luci rosse. Non poteva essere che quello.
- Rosso... - ripeté lo straniero. - È quello che voi uomini chiamate un colore! Sono importanti i colori per gli uomini?
- Sì - rispose Burt.
Ci fu un lungo silenzio. Ora la città era vicinissima. Ai lati della strada c'erano due file quasi continue di case. Poi cominciarono i lampioni.
Lo straniero si era rincantucciato in un angolo della macchina.
- Qui comprerete i colori e i cosmetici per la mia faccia - disse nel tono monotono di prima.
- Certo - disse Burt - comprerò tutto. Non vi darò un pretesto per uccidere altra gente. Troverò una profumeria, laggiù. Vi comprerò creme, cipria e rossetto. Di soldi ne ho.
- Lo so - disse lo straniero. - I vostri ricordi mi hanno detto che bisogna avere denaro, qui sulla Terra, e ve lo procurerò. Ma prima di tutto devo sistemarmi la faccia.
Ora l'auto era entrata in città. Stavano percorrendo una strada stretta e senz'alberi, fiancheggiata da case alte, attaccate una all'altra. Il traffico scorreva lentissimo. Le trasversali erano più larghe e Burt vide che molte erano alberate, con i rami che si congiungevano in alto, come un pergolato. L'aria era impregnata dal gas dei tubi di scappamento. Più avanti s'intravedevano le luci rosse e verdi dei semafori, e il lampeggiare di molte insegne al neon. Doveva essere il quartiere commerciale di questa città di cui Burt ignorava perfino il nome; qui una profumeria l'avrebbe trovata certamente.
Al primo semaforo la via si allargava e si trovarono in un perfetto centro di grande città, in miniatura: l'ingresso sontuoso di un cinema tutto illuminato, l'atrio di un albergo, negozi di abbigliamento, una pasticceria, e finalmente, sull'angolo, una profumeria. Burt lasciò la strada principale e parcheggiò la macchina dietro la curva.
Attraverso le vetrine osservò l'interno del negozio: due signorine parlavano ridendo con la commessa e una donna senza cappello aspettava di essere servita.
Burt scese dall'auto ed entrò nella profumeria.
Il luogo, la gente che lo circondava, quel ritorno alla vita normale, lo colpirono con una intensità sconvolgente. Quell'odore composito così tipico - talco, sapone, dentifricio ecc. - quelle persone che si preoccupavano dei piccoli problemi quotidiani - di dove venivano, dove sarebbero andate uscendo di lì, chi aveva detto la tal cosa - tutto gli ridava all'improvviso il senso del reale.
Questa era la realtà, la vita di questa cittadina così banale e tangibile; gli spazi infiniti fra le stelle, gli strani mondi da cui potevano giungere esseri che non avevano neppure un corpo ben definito, erano inverosimili, assurdi.
Ma quando la commessa gli rivolse la parola, si sentì ordinare delle creme, un rossetto, della cipria, una matita per sopracciglia e uno specchio: il minimo indispensabile perché una maschera di plastica potesse assomigliare alla faccia di un uomo.
La commessa gli stava offrendo, tra le altre cose, un astuccio da rossetto ornato da un gioiello falso e sfavillante: Burt guardò distratto le sfaccettature verdi del pezzo di vetro e di colpo si rese conto di un particolare straordinariamente importante che fino a quel momento gli era sfuggito. Ebbe la certezza assoluta, definitiva che mai lo straniero avrebbe potuto farsi passare per un essere umano senza affidarsi all'aiuto di un essere umano ben disposto verso di lui. Chiunque avesse catturato, costringendolo con la forza a prestargli soccorso, avrebbe potuto fare in modo che la creatura si tradisse. Chiunque, presto o tardi, avrebbe scoperto il suo punto debole e la possibilità di smascherarlo. Il fuggiasco per sopravvivere aveva bisogno di amici, non di prigionieri. Amici!
Perché non vedeva i colori.
Certo, sapeva dell'esistenza dei colori, attraverso i ricordi di Burt. Ma non riusciva a distinguerli.
Poco prima non si era accorto che le luci del carro attrezzi erano rosse, e aveva dovuto chiedere spiegazioni. Ora non avrebbe saputo usare i cosmetici né truccarsi in modo da ingannare un essere umano, perché i suoi occhi non erano umani! E molto probabilmente non era neppure in grado di capire il significato e l'importanza delle tonalità in colori che non vedeva.
Burt pagò, uscì dal negozio e risalì in macchina. Norma era scossa da singhiozzi silenziosi e appena lo vide gli strinse con forza il braccio con un gemito di sollievo.
- Non lasciarmi mai più sola con lui - mormorò. - Non lo sopporto, mi sento morire.
Burt riaccese il motore e disse con voce rauca:
- Ecco i cosmetici. Dove devo condurvi ora?
Lo specchietto retrovisore inquadrava la faccia bronzea dello straniero e Burt vide i suoi occhi che lo fissavano.
- Conducetemi in un luogo solitario - rispose la voce - dove possa truccarmi ed assumere un aspetto umano più convincente. Poi vi dirò un progetto per avere il denaro che gli uomini usano e di cui ho bisogno. Ne avrò bisogno di grandi quantità.
Burt riprese a guidare: girò attorno all'isolato, e ritornò sulla via principale. Nessuno parlava: il rombo lento delle auto era l'unico rumore, e una volta un improvviso e violento scoppio di musica, forse una macchina con l'autoradio.
Dopo l'ultimo semaforo, la velocità aumentò, le macchine cominciarono a distanziarsi. La strada uscì dalla città e prese a correre tra campi coltivati, boschi, qualche prato paludoso dove gracidavano le rane. Dall'asfalto si staccava ogni tanto un viottolo che portava alle fattorie, ma a un tratto Burt frenò bruscamente: una carrareccia, poco più di una pista segnata da solchi profondi, si addentrava in un vivaio di pini. Lo ispezionò alla luce gialla dei fari, poi disse:
- Questo dovrebbe andare, come camerino per il trucco - disse torvo. - Là in mezzo nessuno potrà vedervi. Userete la luce interna della macchina, per il vostro lavoro.
- Entrate - disse la voce. Burt ripartì in prima, sobbalzando sulla terra coperta di erbacce del sentiero che correva tortuoso tra alberelli di dieci, quindici, venti centimetri piantati fittamente. Dopo duecento metri, quando i tronchi si fecero più grossi e più alti, si fermò e spense i fari e il motore. Subito i rumori della notte estiva dominarono il silenzio; dalla strada giungeva attutito il rombo delle macchine che passavano, ma neppure il più piccolo riflesso dei fari penetrava oltre il muro d'alberi.
Burt accese la luce interna e consegnò all'essere color bronzo ciò che aveva comperato.
- Saprete come si fa - gli disse, asciutto - se sapete tutto quello che ho fatto in vita mia. All'università recitavo.
Il fuggiasco annuì benignamente e si mise ad armeggiare con quelle sue dita flessibili per aprire il pacchetto.
- I vostri ricordi - disse in tono sommesso - mi sono molto utili per passare inosservato nel vostro mondo.
Aprì i barattoli, mise in posizione lo specchio e cominciò a spalmare sulla plastica marrone della sua faccia una crema color carne. Burt lo osservò per un momento, poi disse abbassando la voce più che poté:
- Credo di dovervi avvisare che siete insensibile ai colori.
La creatura si guardò nello specchio.
- Riflettete - continuò Burt - e vi convincerete che è una cosa importante: voi non siete capace di distinguere i colori, e non riuscirete mai a farvi passare per un essere umano senza l'aiuto di qualcuno di noi in cui abbiate assoluta fiducia. Ho detto fiducia. Vi resta una sola possibilità per vivere sicuro su questo mondo: venire a patti con il nostro governo e chiedere asilo e protezione in cambio di informazioni tecniche.
- State cercando di ingannarmi? - disse freddamente lo straniero.
- No - rispose Burt - sto cercando di farvi capire la situazione.
Il fuggiasco non rispose e riprese a passarsi la crema sul viso, sulla gola, sul collo; poi sulle mani ben modellate e sulle braccia, fino ai gomiti. Ripeteva nei minimi particolari gesti che Burt aveva fatto più di dieci anni prima, con un'intelligenza, un'abilità infernali. Nel giro di dodici ore aveva imparato la loro lingua e si era costruito un corpo flessibile e quasi perfetto; e queste erano certamente conquiste individuali, non dovute soltanto all'alto grado di civiltà raggiunto dalla sua razza.
Dimostravano un tipo di intelligenza che Burt avrebbe senza dubbio ammirato - per quanto a malincuore, trattandosi di un extraterrestre - se fosse stato capace di vincere quel disgusto del tutto irrazionale di fronte a una creatura la cui forma normale non era umana. Lo guardava lavorare sbalordito dalla naturalezza e dalla disinvoltura dei suoi gesti. Ma ad un tratto l'essere fece qualcosa che sconvolse Burt più di quanto l'occasione non comportasse. Fino a quel momento la creatura s'era servita con molta destrezza della sua forma umana, piegando le braccia soltanto all'altezza delle spalle, dei gomiti e dei polsi; ma in realtà non aveva articolazioni, non aveva ossa. Erano limiti che s'era imposto da sé, e che poteva tralasciare in qualsiasi momento. Burt lo vide piegare un braccio per prendere qualcosa, poi, evidentemente per comodità, piegare anche l'avambraccio come se in quel punto ci fosse una quarta articolazione, o come se l'osso si fosse spezzato in due di netto. Chiuse gli occhi scosso da conati di vomito.
Quando li riaprì, lacrimando, la creatura stava mettendosi il rossetto sulle labbra e nell'interno della bocca di plastica; poi applicò lo smalto sui denti marrone, e quindi si rivolse a Burt, come per confrontarsi con lui.
- Tra poco - disse con tono monotono - mi riporterete nella città. Dai vostri ricordi so che gli uomini farebbero qualsiasi cosa per avere denaro. Col denaro si può comperare qualsiasi cosa. Io mi procurerò il denaro. I vostri ricordi mi hanno insegnato anche dove potrò trovarlo e come è fatta la cassaforte di una banca. La mia arma renderà tutto più facile.
Burt lo guardò esterrefatto.
- Intendete dire - proruppe - che voi, con l'alto grado di civiltà e di perfezione tecnica raggiunto dalla vostra razza, volete svaligiare una banca?
- Certamente - rispose lo straniero con calma. - Il denaro mi sarà utile. Lo prenderò.
Norma non aveva mangiato né bevuto dal mattino e Burt eia più tempo ancora, ma nessuno dei due pensava a queste cose, adesso. La creatura completò il suo trucco, poi disse: - Ora mi porterete alla banca.
- Non ve lo consiglio - rispose Burt, e aggiunse quasi a malincuore: - Non che mi preoccupi per la vostra salvezza, ma con tutta la gente che c'è in giro non potreste passare inosservato, qualcuno darebbe l'allarme e per fuggire vi trovereste costretto a uccidere centinaia di persone.
- Se è necessario, lo farò - disse lo straniero.
- Il fatto è - insistette Burt - che i rapinatori, sulla Terra, non possono uccidere centinaia di persone in una volta. Se voi lo fate, tutti capiranno che non siete un essere umano. I giornali ne parleranno, la radio ne parlerà e se i vostri nemici hanno degli agenti sulla Terra, lo sapranno immediatamente.
Gli occhi affondati nella maschera imbellettata lo guardarono fisso. Burt sapeva che la creatura stava cercando fra i suoi ricordi una conferma alle sue parole, o una prova che quanto aveva detto era falso.
- Sì. Ho trovato delle immagini che giustificano quanto avete detto. Aspetterò che gli uomini dormano. Spegnete la luce.
Burt obbedì. Attorno il silenzio era assoluto, rotto soltanto dal gracidio delle rane. Nel cielo, sopra il sentiero, si vedeva una stretta striscia di stelle. Burt sentì un leggero movimento al suo fianco, allungò il braccio e la mano di Norma strinse tremando la sua. Come poteva riuscire a darle un po' di coraggio?
Riprese a parlare fissando il buio, davanti a sé.
- Vi ripeto che avete bisogno dell'aiuto degli uomini. Siete insensibile ai colori.
- Spiegatevi - disse la voce.
- I vostri occhi non vedono quello che vediamo noi. Per noi i colori esistono. Per voi questa parola non ha significato. Forse voi vedete con quelli che noi chiamiamo raggi infrarossi. Ma non vedete come vediamo noi. Non potete truccarvi da solo.
- La mia faccia e le mie mani sono identiche alle vostre, adesso, - disse la voce. - Ho confrontato. Lo so.
- Come potete dirlo? - insistette Burt. - Ve lo assicuro: non avete un aspetto umano, sembrate uno spettro! Qualsiasi persona alla quale rivolgeste la parola, si metterebbe a urlare per lo spavento!
- Non accendete la luce - ordinò la voce. Poi disse: - Norma, voltatevi e guardatemi.
La ragazza si voltò lentamente.
Nel tentativo di assumere un colorito umano, la creatura si era cosparsa la faccia di cipria, ed ora la sua pelle appariva di un pallore cadaverico. Sotto gli occhi s'era disegnate due profonde ombre scure, perché aveva visto gli occhi pesti di Burt, e le pupille splendevano con una fissità mostruosa. La bocca, di un rosso acceso, era di forma sbagliata.
Norma gridò.
- Spegnete la luce - disse lo straniero. Tornò il buio, e il silenzio. - Farò un esperimento - riprese la creatura. - Voglio avere una prova che quanto mi dite è vero. Voglio vedere come reagiranno altri, vedendomi così, e se avete mentito vi ucciderò. - Burt si inumidì le labbra; voleva parlargli ancora, convincerlo, costringerlo a trattare. Quell'"esperimento" poteva risolversi in un disastro per tutti. Improvvisamente si sentì di nuovo paralizzato. Accanto a lui Norma si afflosciò sul sedile.
- Aspetteremo - disse la voce dietro di lui. - Quando sarà l'ora vi lascerò muovere.
Durò a lungo. Nel silenzio della campagna, nel buio profondo della macchina, Burt perse a poco a poco la nozione del tempo. Nessuno disse una parola, per ore. Poi la vita tornò lentamente a fremergli nei muscoli, e Burt poté aiutare Norma a raddrizzarsi sul sedile.
- Conducetemi nella città - disse la creatura. - Devo svaligiare la banca, così avrò il denaro per pagare gli uomini, e farmi servire da loro. Voi due non mi siete utili come speravo.
C'era forse disprezzo nell'ultima frase, ma il tono della voce era perfettamente neutro.
- Dovrò far manovra per girare la macchina - disse Burt quasi nello stesso tono. Accese il motore, i fari e guardò Norma che sedeva accanto a lui immobile.
- Tutto bene? - chiese. Norma si inumidì le labbra, e annuì respirando affannosamente.
Burt avanzò per un centinaio di metri, trovò un campo pieno di erbacce, girò l'auto e tornò indietro attraverso il boschetto. Raggiunse la strada e si avviò piuttosto lentamente in direzione della città.
Erano passate circa tre ore da quando si era fermato a comprare i cosmetici, e ora il negozio era chiuso. Il centro della città era ancora sfarzosamente illuminato, ma non passava quasi più nessuno. L'insegna del cinema era spenta, un'ultima auto faceva benzina a un distributore che stava per chiudere poco più in là. Un solo passante camminava con passo spedito sul marciapiede ma presto scomparve anche lui in una strada laterale. I semafori continuavano a scattare a intervalli regolari.
Burt raggiunse con calma l'edificio della banca, schiacciò il freno e accostò al marciapiede opposto.
- Ci sono ancora delle macchine in giro - disse - non vi conviene forzare l'ingresso principale. Se qualcuno vi vede darà l'allarme. Non è necessario fare altre vittime: entrate dal vicolo, e state attento a non toccare il campanello d'allarme.
- Voi aspettatemi qui - rispose la creatura, poi aprì la portiera e attraversò la strada.
Burt era molto calmo.
- Non posso muovere le gambe. E tu? - chiese a Norma.
- Neppur io - rispose lei sottovoce. - Dobbiamo aspettare. - Burt si voltò a guardare il fuggiasco che si allontanava. Secondo per secondo aveva un'andatura quasi normale, ma la somma di un certo numero di secondi dava un risultato ben poco convincente. Non passava nessuno, ne automobili né persone: fino a quel momento soltanto lui e Norma avevano visto il volto della creatura.
Burt continuava a seguire con uno strano senso di distacco i movimenti del fuggiasco. Non provava più nulla, né aveva un piano qualsiasi; ma in qualche modo era certissimo che presto o tardi la creatura avrebbe commesso un errore e che lui l'avrebbe uccisa. Lui o qualcun altro.
In quel momento il fuggiasco stava entrando in un vicolo che costeggiava la banca. Burt lo vide, vestito dei suoi abiti, camminare con quel passo incerto, un po' ondeggiante, e scomparire.
- Ci ucciderà - disse Norma sottovoce.
- Per lo meno, questa è la sua intenzione - confermò Burt.
- Non credo che mi muoverei, anche se potessi - disse Norma scuotendo la testa.
Restarono in silenzio, gli occhi fissi sulla strada.
Dal vicolo vennero a un tratto lievi rumori, uno scricchiolio, poi un tonfo.
- Sta forzando la porta - riprese Burt. - Chissà se ha già fatto saltare il sistema d'allarme?... Non si sente niente. Speriamo che non ci siano guardiani nell'interno.
- Non puoi guidare?
- No, non posso usare i piedi - rispose Burt. - E con le mani non arrivo all'acceleratore.
L'attesa si prolungava. Burt aveva smesso di cercare freneticamente una via di scampo. Ora c'era una cosa sola che voleva fare: annientare la creatura, distruggerla. La chiave di tutto era quella sua arma d'emergenza. Bisognava toglierla di mezzo a qualsiasi costo: se anche la creatura fosse morta, e insieme a lei Burt, qualcuno, maneggiandola imprudentemente, avrebbe potuto impossessarsene e provocare danni incalcolabili.
Dall'interno della banca veniva come uno strano raspare. La facciata era buia naturalmente, ma intorno agli orli di una finestra con la tapparella abbassata, s'intravedeva un chiarore azzurrognolo e tremolante.
- Sta scassinando la cassaforte - disse Burt. - Crederanno che sia stato uno del mestiere. Quell'arma è veramente straordinaria! Paralizza le persone, si può usare come lanciafiamme, come fiamma ossidrica, e lui dice che ha la potenza di una bomba atomica.
Il semaforo all'angolo diede via libera, e una decappottabile rossa partì rombando, li superò e scomparve. Nessuno aveva notato il tremolio della luce, e i rumori erano impercettibili.
Forse quella specie di fiamma ossidrica avrebbe provocato interferenze negli apparecchi radio e televisivi del quartiere, ma era notte avanzata.
- Strano che siamo così calmi - osservò Norma - forse ci restano poche ore di vita, eppure non mi sento affatto isterica. Comunque mi consola l'idea che presto o tardi anche lui. sarà ucciso.
- Peccato non poter leggere i suoi ricordi come lui legge i nostri - disse Burt, avvilito. - Potremmo sapere come sono fatte le astronavi della sua razza, o studiare quell'arma così piccola e così potente...
Ci fu un tonfo attutito al di là della strada, ma nessuno passava in quel momento.
I semafori continuavano a scattare al crocicchio deserto, ma non c'era nessuna macchina ad approfittare del verde. La pace era assoluta: lampioni lungo i marciapiedi, negozi con la saracinesca abbassata, qualche scritta al neon che lanciava a intervalli regolari il suo inutile richiamo. Giungeva fino a loro il profumo delle strade alberate. Il semaforo scattò ancora.
Lo straniero uscì dal vicolo trascinando una borsa pesante. Da lontano sembrava un uomo come gli altri, mentre attraversava la strada, ma ad ogni passo il suo aspetto appariva più orribile.
La faccia infarinata luccicava sotto la luce dei fanali come il ventre di un pesce morto; la fissità degli occhi sarebbe parsa sospetta di per sé, ma in quella maschera di gesso era addirittura macabra.
L'essere aprì la portiera posteriore, e gettò in macchina la borsa.
- Ci sono molte monete - disse. - Ne sono rimaste dentro. Voi mi aiuterete a trasportarle. - E con un movimento impercettibile, ridette a Burt la possibilità di muoversi.
Il semaforo scattò ancora. Dal fondo della via, alle loro spalle, venne improvviso il rombo di una macchina. Il fuggiasco si voltò. Burt stava aprendo la portiera per scendere quando sentì un violento colpo di clacson. Il guidatore sconosciuto aveva fatto come fanno tanti, non appena il semaforo era passato sul verde aveva spinto al massimo la prima e la seconda ed era passato alla terza schiacciando l'acceleratore e lanciandosi a novanta all'ora nella via deserta. Quando il clacson suonò, la creatura si volse di scatto. Forse in qualsiasi altra circostanza il guidatore sarebbe riuscito a scansarlo. Ma quando si vide a pochi metri un cadavere ambulante, uno spettro, uno zombie uscito dall'inferno, con occhi scintillanti e un oggetto metallico, alto nella mano, perse il controllo del volante e lo investì in pieno.
Vi fu un tonfo raccapricciante. Ma la cosa più orribile fu vedere come la creatura cedette all'urto. Non si spezzò come si sarebbe spezzato il corpo di un uomo: si allentò, si piegò, flessibile e molle, si afflosciò in una massa appiattita ancora vestita degli abiti di Burt, che l'auto trascinò per una decina di metri sul cofano. Poi scivolò sull'asfalto e giacque in mezzo alla strada. La macchina proseguì la sua pazza corsa.
Per una frazione di secondo Burt intravide la faccia del guidatore: era la maschera dell'incredulità e del terrore. L'auto si allontanò con un rombo disperato. Il guidatore non si volse a guardare.
A questo punto Burt si rese conto di due cose simultaneamente. La prima era che nel cozzo lo straniero si era lasciato sfuggire di mano la sua arma. Era scivolata sull'asfalto ed ora si trovava a non più di tre metri dal punto in cui Burt se ne stava ancora con una mano sulla portiera e un piede già a terra. La seconda era che il mucchio di abiti immobile sulla strada non aveva più nulla di umano.
Le braccia e le gambe erano vuote. La testa non esisteva più. La faccia s'era accartocciata e contratta in un ammasso di pieghe. E il tronco non aveva più la forma di cilindro, appiattito caratteristica del corpo umano, ma era un fagotto gibboso e informe. Con orrore, Burt vide che cominciava a muoversi. Diventò un globo. Poi mutò ancora, gonfiò, prese l'aspetto di un grosso uovo. Pulsava e si contorceva come un mostruoso ameboide prigioniero, allungando qua e là, sotto i tessuti, ciechi e disperati tentacoli, in una lotta sempre più convulsa e affannosa.
Burt raccolse l'oggetto metallico lo soppesò nella mano, se lo mise in tasca. Poi avviò il motore e partì a folle velocità. Quando giunse davanti alla cosa che si dibatteva per terra, sterzò istintivamente per non schiacciarla. Non che gl'importasse di salvarla; portandogli via l'arma aveva segnato la sua fine. Ma sentiva una tale repulsione che la sola idea di toccarla sia pure con le ruote di un'auto lo faceva rabbrividire.
Gettò un'ultima occhiata nello specchietto e vide che stava riprendendo forma umana. Era ormai solo una minuscola sagoma indistinta, ma stava di nuovo in posizione eretta e agitava quattro monconi. La testa invece ciondolava inerte e floscia sul petto.
Burt premette al massimo l'acceleratore. Norma, che la creatura non aveva liberato come Burt, se ne stava ancora paralizzata sul sedile, ma per tutti e due il solo fatto di non sentire più quella voce alle spalle era già un enorme sollievo, dava a entrambi un senso di libertà, di euforia.
- Ti porterò in qualche ospedale - disse Burt - ma prima di tutto dobbiamo allontanarci il più possibile da lui. Non ha più la sua arma, adesso, e dovrà nascondersi. Ma è intelligentissimo e può essere molto pericoloso anche disarmato.
Norma disse: - È meglio che non cerchiamo di usare l'arma per liberarmi. Non sappiamo come funziona.
Burt annuì. La strada davanti a loro era dritta e deserta. Stavano tornando verso le montagne, boschi e colline si addensavano a destra e a sinistra.
Burt trasse di tasca l'arma che aveva raccolto e la esaminò alla tenue luce del cruscotto. Lo strano oggetto appariva del tutto incomprensibile: non aveva impugnatura, sebbene la creatura fosse riuscita a tenerla e usarla con le sue mani di plastica. La forma era piatta e irregolare e su entrambi i lati erano incastonati dei pulsanti.
- Appena ne avrò il tempo, voglio imparare a usarla - disse rimettendola in tasca.
Egli si sentiva, ora, perfettamente al sicuro, ma non aveva tenuto cento di una cosa. Un criminale umano paracadutato fra i selvaggi si sentirebbe il più forte solo finché potesse disporre di armi moderne. Disarmato, sarebbe costretto a nascondersi. Burt commetteva l'errore di considerare lo straniero un essere civilizzato fra i primitivi. Ma lo straniero non vedeva affatto la situazione in questi termini.
Il suo atteggiamento verso l'umanità - e l'aveva detto - era quello che l'uomo ha verso i cani, i topi.
Un uomo armato in mezzo ai topi si sentirebbe perfettamente a suo agio. Disarmato, sarebbe un po' meno a suo agio. Ma non si nasconderebbe. Tenterebbe, istantaneamente, ferocemente, di ricuperare le sue armi o di fabbricarne di nuove.
Burt non vedeva la cosa da questo angolo e quindi non aveva paura. Voleva allontanarsi il più possibile dalla zona dove pensava che la creatura si sarebbe nascosta, poi avrebbe chiesto l'aiuto dell'F.B.I. Di prove, adesso, ne aveva fin troppe. La banca non era certo stata svaligiata con una tecnica umana; la porta e la cassaforte erano state bruciate, incenerite come l'autocisterna. Inoltre Norma aveva perso l'uso delle gambe. L'arma nascosta nella sua tasca avrebbe convinto anche i più increduli. La caccia sarebbe iniziata subito, e il fuggiasco, messo alle strette, avrebbe dovuto accettare il patto di Burt. Egli vedeva già i progressi che l'umanità avrebbe compiuto con le nuove conoscenze tecniche.
Norma interruppe bruscamente il corso dei suoi pensieri: - Burt, posso muovere le gambe! - gridò. E Burt dimenticò di fare attenzione alla guida, per seguire i progressi che Norma faceva nei movimenti. Non si accorse neppure della breve salita su cui l'autocisterna era bruciata. Non vide l'asfalto fuso in più punti, né i fianchi bruciacchiati della collina, né l'erba e gli arbusti ridotti in cenere. Ma i rottami dell'autocisterna erano stati portati via.
Proseguirono la loro corsa nella notte. Norma sentiva le forze ritornarle a poco a poco e questa sensazione le appariva meravigliosa. Voleva fermarsi un momento, provare a camminare. Burt decise che valeva la pena perdere qualche minuto, e raggiunta la prima stazione di servizio, si fermò a far benzina, mentre Norma muoveva i primi passi in giro, esultante.
- È meraviglioso - esclamò girando attorno all'auto. - Mi sento ubriaca, mi gira la testa.
Burt sorrideva.
- Adesso mangeremo qualcosa, poi ripartiremo - disse. - Per questa notte non possiamo fare di più.
Portò l'auto vicino al ristorante, mentre Norma lo seguiva a piedi, felice di sentirsi sciolta. Entrarono.
Burt ricordò poi sempre quel momento. C'erano gli sgabelli alti, le file di bottiglie, e dietro il banco un uomo grasso che leggeva il giornale. Una radio stava trasmettendo il notiziario: le ultime parole attirarono la sua attenzione e girò la testa di scatto mentre Norma e Burt entravano.
- L'uomo - stava dicendo l'annunciatore - molto probabilmente un pazzo, si è avvicinato all'addetto al distributore e l'ha agguantato improvvisamente. Gli ha spezzato la colonna vertebrale all'altezza del collo. Poi si è avvicinato alla macchina e ha rivolto la sua furia omicida contro il guidatore che cercava di tenerlo a bada con una rivoltella. Lo ha afferrato per il braccio e con una forza sovrumana lo ha tirato fuori dalla macchina attraverso il finestrino gettandolo a terra e uccidendolo sul colpo. La moglie del guidatore faceva appena in tempo a scendere dall'auto e a mettersi in salvo. Il pazzo è salito sulla macchina dirigendosi verso est a grande velocità. L'unico testimone, la moglie dell'automobilista ucciso, sostiene che il pazzo ha la faccia di un pallore cadaverico e gli occhi scintillanti. Si ritiene che il pericoloso individuo sia ora armato...
Burt impallidì, prese Norma per un braccio e la trascinò fuori dal locale, verso l'automobile. L'avevano quasi raggiunta quando videro una macchina piombare come un bolide nella stazione di servizio.
- Presto, dietro l'auto! - gridò Burt. - È lui!
La macchina aveva frenato bruscamente con una violenta sbandata e l'individuo che la guidava era balzato verso il ristorante. Lo videro perfettamente quando passò a meno di dieci metri da loro: era la creatura dello spazio. Burt spinse Norma nella macchina, chiuse la portiera senza rumore, poi balzò verso l'auto dello straniero e gli strappò la chiavetta dell'accensione.
Dall'interno del ristorante giungevano dei rumori. Il grassone stava finendo di ascoltare la descrizione di un pazzo che pareva uno spettro, quando alzando gli occhi si vide davanti la sua maschera di gesso e si sentì rivolgere una domanda con voce inumana. Aprì la bocca per urlare e con le mani annaspò assurdamente come per scacciare l'apparizione. Poi il mostro fece un passo verso di lui e il grassone riuscì finalmente a gridare.
Burt stava innestando la marcia quando udì gli spari. Stava uscendo dalla stazione di servizio, quando vide lo straniero precipitarsi fuori dal locale, voltarsi verso la macchina che si allontanava, lanciarsi in una corsa folle dietro di lui. Ma non poteva raggiungere una macchina lanciata a tutta velocità.
Più tardi, appena riuscì a parlare, Burt si rivolse a Norma:
Stava inseguendo noi, per riprendere la sua arma - disse. - Gli ho preso la chiavetta dell'accensione...
Superò ai cento all'ora una curva costruita per tollerarne sessanta, poi lanciò la macchina sul rettilineo che seguiva: la lancetta del contachilometri continuava a salire.
- L'addetto al distributore... - disse Norma con voce soffocata.
- Probabilmente ucciderà anche lui - disse Burt - ma dovrà aspettare un'altra macchina per seguirci. Non esiterà a sopprimere altre persone pur di riprendere l'arma.
- Ma come... come può sapere? - balbettò Norma.
- Sa esattamente come ragiono - disse Burt - e non gli è difficile ricostruire i miei pensieri, immaginarsi i miei processi mentali, capire cosa farò, dove andrò se continuerò per questa strada o ne prenderò un'altra...
La macchina correva rombando nella notte. Alberi, colline, prati sfilavano rapidissimi. Poco dopo alle loro spalle comparvero i fari di una automobile. Si accendevano e si spegnevano. E talvolta scomparivano per minuti interi. Ma quando si riaccendevano erano sempre un poco più vicini. Burt svoltò in una laterale, poi voltò ancora e infine si affidarono all'ispirazione del momento, svoltando a destra o a sinistra, a caso, secondo i suggerimenti di Norma.
Molto più tardi si trovarono a seguire il corso di un torrente impetuoso, correndo fra pareti di alberi che si richiudevano a fare da tetto alla stretta rotabile. Di tanto in tanto i fari illuminavano le acque del torrente. Di tanto in tanto sollevando lo sguardo vedevano le pendici dei monti stagliate contro il cielo pieno di stelle. La strada saliva sempre, tutta a curve, e li portava verso un villaggio; e qui trovarono uno sbarramento segnato da una luce rossa, davanti al quale era incolonnata in attesa una dozzina di macchine.
E c'era gente ferma, attorno. Un agente della polizia di Stato intimò loro di fermarsi, e non abbassò la pistola finché non ebbe visto bene attraverso il finestrino le facce di Burt e di Norma.
- Non potete proseguire - disse il poliziotto. - C'è un pazzo che circola in macchina. È meglio che vi fermiate qui.
Burt approvò con un cenno e accostò la macchina alle altre.
- Non è meglio dirglielo? - mormorò Norma.
- No - rispose Burt. - Non ci crederebbero e correremmo il rischio di passare per matti. Gli unici ai quali possiamo rivolgerci sono quelli del-l'F.B.I.
Guardò la gente smontata dalle altre macchine: una quindicina di persone raccolte a gruppetti e intenti a discutere fra loro. Di tanto in tanto una voce parlava, brusca, dalla radio installata sulle macchine della polizia. Probabilmente erano gli ordini del comando.
Erano le due e mezzo di notte, e faceva molto freddo. Il villaggio era un piccolissimo centro, venti o trenta case in tutto, e un paio di negozi, ma due strade importanti passavano per di lì e la polizia aveva bloccato il traffico su entrambe.
Burt smontò per sentire le ultime notizie e Norma lo seguì.
Ascoltarono. La gente ripeteva la storia del delitto che aveva dato inizio all'attività del pazzo nella piccola città dove era stato ucciso l'addetto al distributore di benzina. Qualcuno parlava anche della rapina alla banca. Dicevano che la moglie dell'automobilista ucciso aveva descritto l'assassino come un uomo pallido, dagli occhi scintillanti e dotato di una forza incredibile. Dicevano anche che più tardi il pazzo aveva ucciso due uomini in una stazione di servizio e aveva aspettato lì che arrivasse un'altra macchina. Ne era arrivata una con quattro persone. Il pazzo ne aveva uccise due e ferito una terza. L'unico superstite dava dell'assassino la stessa descrizione della donna. Era stato lui ad avvertire la polizia dicendo che l'uomo si era diretto a est. Poi un poliziotto aveva trovato la macchina che era costata quattro morti abbandonata e senza benzina. Lì vicino c'erano altri due cadaveri, il corpo di una donna e quello di un uomo. Probabilmente i due si erano fermati per offrire aiuto, il pazzo li aveva uccisi e aveva proseguito con la loro macchina.
Quest'ultima notizia e i particolari sulla strada seguita dal fuggiasco rivelavano che lo straniero aveva seguito Burt e Norma senza commettere sbagli; ogni volta che Burt aveva deciso d'imboccare una nuova strada, un cadavere alle sue spalle indicava che lo straniero aveva preso la stessa decisione. Ma per l'ultimo tratto di strada era stata Norma a decidere e lo straniero non aveva potuto prevedere le decisioni della ragazza, non aveva più potuto sapere se loro avrebbero svoltato a destra o a sinistra, perché il processo mentale di Norma era diverso da quello di Burt.
Per questo non erano stati raggiunti.
- ... A tutte le auto della polizia... A tutte le auto della polizia... Dieci minuti fa, una macchina che procedeva alla velocità di centoventi all'ora è piombata sul posto di blocco di Coytesville. L'automobilista ha perso il controllo del veicolo che è finito in un magazzino vuoto incendiandosi. L'incendio si è esteso all'edificio. Potrebbe trattarsi del pazzo che stiamo cercando...
Al posto di blocco incominciarono i commenti. L'ipotesi sembrava giusta: solo un pazzo poteva piombare a quella velocità su uno sbarramento ben visibile. Se era lui il morto che stava bruciando nell'incendio se l'era meritato. Burt e Norma ascoltavano le voci che a poco a poco si alzavano di tono e respiravano di sollievo. Quante persone aveva ucciso? Due alla prima stazione di rifornimento, quattro alla seconda, poi un uomo e una donna, più avanti un poliziotto, e un altro uomo... Dieci persone uccise da un pazzo, in una notte! Sì, doveva essere proprio lui l'uomo finito nel rogo del magazzino, perché solo un pazzo poteva fare una cosa simile.
Ma c'è pazzo e pazzo.
Il tempo passava e non arrivavano notizie di altri delitti. Sembrava sempre più probabile che il criminale omicida fosse morto e il suo corpo bruciato in una macchina schiantatasi contro un muro. Qualche automobilista cominciò a manifestare impazienza. Burt invece non aveva fretta di andarsene. Si allontanò dal gruppo di persone in attesa, accostandosi al margine della strada dove iniziava un recinto di filo metallico. Un tratto di recinto era rotto, e a Burt venne un'idea: staccò un pezzo di filo piegandolo e ripiegandolo nello stesso punto. Quando tornò alla macchina aveva con sé un paio di metri di fil di ferro. In macchina trovò un paio di pinze. Con quelle tagliò tanti pezzetti di filo, e poi li avvolse ad uno ad uno attorno all'arma dello straniero attorcigliando più e più volte le estremità. Così, chiunque avesse voluto usare l'arma, avrebbe prima perso parecchio tempo per liberarla di quella intricatissima gabbia metallica.
Il villaggio dormiva. Sette macchine aspettavano la notizia di poter proseguire tranquillamente. Burt lavorava ad attorcigliare il filo di ferro, e pensava.
Lo straniero non poteva prevedere che lui sarebbe capitato su quel filo di ferro e che avrebbe avuto tutto il tempo per rendere inutilizzabile la sua arma, almeno momentaneamente. Adesso bisognava fare qualcos'altro che lo straniero non sarebbe stato in grado di prevedere. Bisognava decidere la cosa giusta, perché l'altro non si sarebbe fermato davanti a niente per riavere la sua arma. Burt sollevò la testa.
- Norma - disse calmo. - Devi studiare un piano. Buono o cattivo non ha importanza. Importante è che sia tu a progettarlo. Ora ascolta...
Parlò a lungo, sottovoce. Poi la radio a onde corte della polizia riprese vita. Quando tacque la gente cominciò a muoversi. Burt finì di parlare nel momento in cui una macchina metteva in moto, allontanandosi. Anche i motori delle altre presero a ronzare. Burt chiese spiegazioni: l'incendio era stato domato e avevano potuto esaminare il corpo dell'uomo morto nella sua macchina. Era un tale grande e grosso. Da vivo doveva essere stato molto forte. Un uomo in grado di compiere le atrocità commesse dal pazzo. Le strade erano di nuovo aperte al traffico.
Burt tornò alla macchina e sedette al volante.
- Non era lo straniero, ma un essere umano - disse a Norma. - L'altro si sarà nascosto ad aspettarci da qualche parte. Ma dove?
Spuntava l'alba grigia. Mancavano soltanto una ventina di chilometri alla città dove Burt e Norma abitavano. Davanti a loro si snodava una lunga fila di lenti carri agricoli. Burt guardò Norma, e la ragazza scosse la testa. Lui si accodò ai veicoli senza tentare il sorpasso.
- Mi sembra stupido doverti dire io cosa devi fare - disse Norma.
- È l'unico modo per sfuggire allo straniero - ribatté Burt.
- Ma tu metti in gioco le nostre vite fidandoti su azioni illogiche - protestò Norma.
Era così infatti, ma Burt e Norma avevano un'unica e vera speranza di salvezza: convincere qualcuno, possibilmente l'F.B.I. dell'esistenza dello straniero e della necessità di catturarlo. Naturalmente bisognava che arrivassero a questo senza offrire alla cosa venuta dallo spazio la possibilità di ucciderli prima.
E non era facile.
La macchina seguiva sempre la fila di carri diretti alla città. A un certo punto Burt disse:
- Credo che lo straniero avrà pensato a cambiare il suo aspetto. Ormai sa benissimo che chiunque si metterebbe a urlare vedendolo alla luce del giorno.
- Ma cosa può fare, dal momento che non distingue i colori?
- Attingerà dai miei ricordi - rispose Burt. - Si nasconderà gli occhi con occhiali neri che troverà facilmente nel vano del cruscotto di qualche macchina. Poi penserà di nascondere la bocca e parte della faccia con una barba finta. Sono pronto a scommettere che qualche vetrina di barbiere verrà rotta e sparirà qualche parrucca. Una volta in una recita di dilettanti io mi sono appunto fatto una barba con una parrucca. Credo di poterti descrivere il suo nuovo aspetto: cappello floscio calcato sulla fronte, un soprabito lungo, barba, occhiali neri e probabilmente un bastone al quale appoggiarsi per camminare. Sono pronto a scommettere che nessuno lo noterà. La gente nota i particolari strani, eccessivo pallore o altro, in una persona di aspetto comune, ma quando un uomo ha tutto di strano, le stesse stranezze diventano logiche e normali.
- Ti rendi conto - esclamò Norma - che se lo straniero può prevedere ciò che farai perché sa tutto quello che tu sai, anche tu puoi immaginare ciò che farà lui proprio perché le Sue cognizioni sul nostro mondo sono esattamente ed esclusivamente le tue?
Burt la guardò eccitato. - Non ci avevo pensato, ma è proprio così! Questo ci dà nuove speranze!
Era giorno, adesso, e in lontananza si vedevano i primi alti edifici della città spuntare dalla lieve nebbia che fascia molte città all'alba.
Con decisione improvvisa Burt girò a destra per una strada secondaria che si allontanava dal rione dove loro abitavano e dove, molto probabilmente, lo straniero li stava aspettando. La strada portava a un centro periferico lontano una trentina di chilometri dal loro quartiere. Burt scelse quel posto perché non c'era mai stato prima, e nei suoi ricordi il fuggiasco non avrebbe trovato niente di utile per lui.
Quando fermò, il sole spuntava all'orizzonte e le grandi distese verdi apparivano ricche di vita.
Entrarono in un bar per fare colazione e sedettero in modo da tenere d'occhio la porta e le finestre. Burt chiese il necessario per scrivere, e stese un preciso resoconto dei fatti scegliendo accuratamente le frasi.
Quando i negozi aprirono i battenti acquistò una valigia, una scatola metallica, un assortimento di piombi da pescatore, e un coltello da caccia. Poi mise i piombi nella scatola, e in un garage la fece sigillare a fuoco. Mentre aspettava tornò alla macchina e mise nella valigia la borsa piena di danaro, che il fuggiasco aveva preso nella banca, e vi unì la lettera scritta al bar. Infine spedì la valigia chiusa con cura, affidandola a un corriere per il recapito.
- Adesso - disse Burt, - mi resta da fare solo una telefonata.
- Non riesco a capire - disse Norma, a disagio. - So cos'hai fatto, ma non so il perché.
- Se mi fossi comportato secondo la mia logica sarei stato facilmente scoperto. Avevo in mano tutte le prove per convincere l'F.B.I. ma non so se avrei potuto arrivarci senza venire intercettato dallo straniero. Adesso invece... - e le spiegò il suo progetto.
- Ma è assurdo - protestò Norma. - Non ho mai sentito una cosa simile!
- L'hai sentita adesso - la corresse Burt. - Su, presto.
Quando entrarono in città era pomeriggio avanzato. Burt aveva già avuto diversi colloqui telefonici con gli agenti dell'F.B.I. ai quali il corriere speciale aveva consegnato in mattinata la valigia contenente i 180.000 dollari rubati a più di trecento chilometri da lì, e la dichiarazione di Burt. Gli agenti erano propensi a credere a quella storia pazzesca perché le previsioni di Burt circa le mosse del fuggiasco, si erano dimostrate esatte: la polizia aveva segnalato il furto di una parrucca dalla vetrina di un parrucchiere, e quello di un abito usato. Dietro indicazione di Burt, poi, si scoprì che da un negozio di articoli ortopedici era stata asportata una stampella. Quando giunse il rapporto dei chimici su un pezzetto di plastica che Burt aveva unito alla sua lettera gli agenti rimasero allibiti. Iniziarono le ricerche di un individuo rispondente alla descrizione data da Burt, ma senza risultati. Il fuggiasco sembrava essersi volatilizzato. E incominciarono i dubbi nella veridicità della storia, ma poi accadde qualcosa di nuovo. Proprio di fronte alla sede dell'F.B.I. c'era un albergo. Nel pomeriggio una donna addetta alle pulizie trovò nell'armadio di una stanza il cadavere di una cameriera con il collo spezzato. Quella mattina l'albergo aveva ospitato in quella stanza uno strano individuo che portava barba e occhiali scuri, e camminava appoggiandosi a una stampella. Probabilmente la cameriera si era accorta di qualcosa e lo straniero l'aveva uccisa.
Così, quando Burt entrò in città, una macchina si affianco alla sua scambiando i segnali stabiliti. Burt si sentì un po' più tranquillo, ma non di molto. Il fuggiasco era ancora libero, e bisognava catturarlo. E pareva proprio che dovesse farlo Burt. Il giovane percorreva le strade che gli erano note, diretto verso la casa di Norma. Le luci si accendevano e dall'asfalto saliva l'odore della città.
Raggiunse la casa della ragazza che era già notte. Vide un'ombra muoversi nell'oscurità, e sentì un brivido corrergli per la schiena. Poi l'ombra fece il segnale di riconoscimento, e l'attimo di terrore passò. Era un uomo dell'F.B.I. Burt sperò che ce ne fossero altri. Ce n'erano infatti, all'interno. Burt guidò Norma verso l'ascensore manovrato da un addetto dall'aria solida. Il giovane si sentì scaldare il cuore. L'uomo fece un segnale a Burt che rispose con un cenno. Poi la cabina si fermò al piano dove abitava Norma. La ragazza uscì dall'ascensore e Burt la seguì automaticamente. Ma a un tratto la superò, annusò l'aria, poi disse a voce molto bassa: - È questo?
Norma annuì pallida come una morta. Il giovane la spinse dietro di sé, poi prese la chiave che lei gli porgeva e la girò cautamente nella serratura. Accese la luce. La stanza sembrava vuota. Dietro di lui la porta si chiuse: Norma era accanto a lui. Quell'odore non umano era adesso più forte. E un attimo dopo lo straniero era davanti a loro con una rivoltella spianata.
Portava un cappello nero tutto sformato, e un lungo soprabito. Una barba gli nascondeva quasi completamente il viso. Ma si tolse gli occhiali neri e li gettò via, poi disse con la sua voce monotona: - La mia arma.
Burt non ebbe bisogno di fingere la sorpresa: ritrovarsi faccia a faccia con il fuggiasco lo sconvolgeva. Ma, controllandosi, si infilò lentamente una mano in tasca e ne tolse la scatola di metallo sigillata.
- Non volevo che esplodesse accidentalmente - disse come per spiegare la scatola, e la gettò sul tavolo vicino alla creatura. L'essere la prese e tentò freneticamente di aprirla con le dita di plastica, poi se la mise in tasca. Si avvicinò.
Burt lo aspettava col coltello in pugno. La sua furia adesso era pari a quella della creatura.
Lo straniero si arrestò: - Volevo uccidervi senza far rumore - disse. Alzò la rivoltella. Con uno scatto Burt spense la luce e si gettò con Norma sul pavimento. Nell'oscurità risuonarono due colpi secchi, poi la pistola continuò a sparare a vuoto: il caricatore era esaurito. Si sentì un sibilo rauco e rabbioso, un suono che nessuna gola umana avrebbe potuto produrre, e la porta si spalancò di schianto, fasci di luce frugarono la stanza.
- È lui - gridò Burt.
La creatura guardò coi suoi occhi incredibili gli uomini dell'F.B.I. Poi scagliò contro gli agenti l'arma ormai inservibile e con incredibile agilità raggiunse la finestra, saltò attraverso i vetri sulla scala antincendio, e scomparve nel buio.
Una mano si sporse e gettò un fascio di luce verso il basso. Si udirono delle grida. Poi un colpo d'arma da fuoco. I tre agenti scavalcarono la finestra. Uno prese a salire la scala antincendi. Si udì un altro sparo, dei colpi di fischietto, poi si videro balenare molte luci, e infine risuonò altissimo un sibilo che era come un urlo di rabbia disperata, solo infinitamente più atroce e agghiacciante. Un urlo di morte.
Quando Burt e Norma si accostarono alla finestra, alcuni minuti più tardi, c'erano una decina di persone, poliziotti, chine attorno a qualcosa, giù in strada. L'avvenimento più straordinario che fosse mai accaduto sulla Terra aveva avuto solo quei pochi spettatori.

FINE