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Urania - Asimov d'appendice
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ROGER O DELLA GRAVITÀ - Isaac Asimov
Titolo originale: Belief

- Hai mai sognato di volare? - chiese il dottor Roger Toomey alla moglie.
Jane Toomey alzò gli occhi.
- Ma certo!
Continuò a intrecciare il filo con le dita agili e veloci. Stava sferruzzando su un lavoro a maglia, complicato quanto inutile. Dal televisore si diffondeva un mormorio sommesso, ma per una vecchia abitudine Roger e Jane non prestavano alcuna attenzione alle immagini dello schermo.
- Tutti fanno sogni di questo genere - disse Roger. - A particolari, una volta però, questo lo ricordo, sono atterrata sul tetto del municipio, ed ero completamente nuda. Per qualche ragione quando nel sogno uno fa qualcosa di sconveniente, nessuno sembra notarlo. Tu sei lì che muori dalla vergogna e la gente ti passa vicino senza nemmeno darti un'occhiata. Ci hai mai fatto caso?
Tirò il filo, e il gomitolo rotolò dal cestino fino al centro della stanza. Ma lei non se ne preoccupò.
Roger scosse adagio la testa. In quel momento la sua faccia era pallida, come se fosse tormentato dal dubbio.
Il dottor Roger Toomey aveva lineamenti marcati, con gli zigomi alti, il naso stretto e lungo, e la fronte ampia che si stempiava sempre più con l'andar del tempo. Aveva trentacinque anni.
- Ti sei mai chiesta perché sogni di fluttuare?
- No, mai.
Jane, bionda e minuta, era graziosa. Possedeva quella bellezza fragile che non si impone ma sa insinuarsi inavvertita. Aveva trent'anni, occhi azzurri e brillanti, e l'incarnato roseo la faceva sembrare una bambola di porcellana.
- Molti sogni - disse Roger - sono la raffigurazione mentale d'uno stimolo percepito confusamente, che inquadra gli stimoli nello spazio di un secondo in un contesto razionale.
- Come hai detto? - chiese Jane.
- Stammi a sentire - continuò Roger. - Una volta ho sognato di trovarmi in un albergo per un congresso di fisici. Ero con vecchi amici, e tutto sembrava normale. Ma ad un tratto ci furono grida e confusione, e senza un preciso motivo fui preso dal panico. Corsi alla porta, ma non si apriva. Uno alla volta i miei amici sparirono. Uscivano dalla stanza senza difficoltà, eppure io non riuscivo a vedere in che modo se ne andassero. Gridavo, ma nessuno mi prestava attenzione.
«Capii che l'albergo stava bruciando. Non sentivo odore di fumo, però sapevo che il fuoco c'era. Vedevo la scala di sicurezza all'esterno dell'edificio. Ma da nessuna finestra potevo arrivarci. Ormai ero solo nella stanza. Mi sporsi dal davanzale gridando disperatamente, e nessuno mi sentiva. Poi vennero i pompieri con le loro macchine sfreccianti, rosse e lucide. Ho un ricordo molto preciso. La sirena suonava per farsi largo in mezzo il traffico. La sentivo forte, sempre più forte, finché il suono sembrò schiantarmi la testa. Mi svegliai, e naturalmente stava suonando la sveglia.
«Ora, non può essere stato un sogno molto lungo e combinato in modo da concludersi col suono della sveglia: questo rumore si è inserito esattamente nella vicenda sognata. È più ragionevole supporre che; il sogno sia cominciato al momento in cui è scattata la suoneria, e tutte le sensazioni si siano concentrate nello spazio di un secondo. È stata un'affrettata rappresentazione del mio cervello per cercare di spiegare il suono improvviso che aveva interrotto il silenzio.»
Jane adesso era accigliata. Depose il lavoro a maglia.
- Roger! Da quando sei tornato dall'Università ti comporti in modo strano. Hai mangiato poco, e adesso salti fuori con questa conversazione ridicola. Non ti ho mai sentito parlare in questo modo, così... morboso. Forse ti farebbe bene un buon digestivo.
- Mi occorre qualcosa di più - disse Roger sottovoce. - Cosa ci fa sognare di volare? Che cosa provoca il sogno?
- Cambiamo argomento, per favore.
Jane andò al televisore e ne aumentò il volume con gesto deciso. Sullo schermo, un giovanotto con le guance scavate, levò improvvisamente la sua voce tenorile, piena di sentimento, e rassicurò dolcemente Jane proclamando il suo amore senza fine.
Roger riabbassò il volume, e restò in piedi con il televisore alle spalle.
- Levitazione! - disse. -Ecco che cos'è. C'è un modo con il quale gli esseri umani possono galleggiare nell'aria. Ma lo sanno usare solo mentre dormono. A volte si sollevano di poco, un paio di centimetri. Ma è sufficiente a darci quella sensazione che ci fa sognare il volo.
- Roger, stai farneticando. Vorrei che tu la smettessi.
Lui continuò: - Qualche volta si affonda lentamente, e la sensazione sparisce. Altre volte perdiamo all'improvviso il controllo di questo fluttuare e cadiamo. Jane, non hai mai sognato di cadere?
- Sì, spesso...
- Sei appesa alla facciata di un edificio o stai seduta sul bordo di una sedia, e poi improvvisamente ti senti cascare. Ti senti proprio cadere, e ti svegli di scatto, col fiato mozzo e il cuore che palpita. Sei caduta davvero. Non c'è altra spiegazione.
L'espressione di Jane, dapprima sorpresa poi preoccupata, si mutò improvvisamente in un'aria timida e divertita.
- Roger, sciagurato, ci sei riuscito! Mi hai presa in giro.
- Come?
- Oh, no! Non puoi continuare. So benissimo che cosa stai facendo. Stai costruendo la trama di una novella e la stai provando su di me. Dovrei conoscerti meglio.
Roger sembrò sorpreso e anche un po' confuso. S'avvicinò e guardò la moglie dall'alto. - No, Jane - disse.
- E invece sì! Hai sempre detto, perlomeno da quando ti conosco, che avresti scritto un racconto di fantascienza. Se hai in mente una buona trama ti conviene metterla giù invece di spaventarmi con queste storie!
- Jane, non è una storia.
- Che cos'è, allora?
- Quando mi sono svegliato, questa mattina, sono cascato sul materasso.
E rimase a guardarla senza battere ciglio. - Ho sognato di volare - continuò. - Era un sogno chiaro e distinto. Me lo ricordo in ogni particolare. Ero sdraiato sulla schiena, quando mi svegliai. Mi sentivo comodo e felice. Stavo osservando il soffitto e mi sembrava un poco strano, poi, sbadigliando mi stirai, e mi accorsi di toccarlo. Per un intero minuto rimasi a guardare il mio braccio sollevato e premuto contro il soffitto.
«Ruotai su me stesso tutto di un pezzo, solo perché lo volevo. E mi accorsi di essere sollevato di un metro e mezzo dal materasso. Tu eri a letto e dormivi. Ero terrorizzato. Non sapevo come scendere, ma non appena formulai il pensiero di abbassarmi, calai giù. Scesi lentamente. Tutta la mia azione era perfettamente sotto controllo.
«Rimasi disteso sul letto un quarto d'ora prima di trovare il coraggio di muovermi. Poi mi sono alzato, lavato, vestito e sono andato al lavoro.»
Jane rise, a fatica. - Faresti bene a scriverla, caro - disse. - Ma non importa. Hai lavorato troppo in questi ultimi tempi.
- Non dire sciocchezze, per favore.
- Può accadere di lavorare troppo, anche se a notarlo sembra una sciocchezza. Probabilmente il tuo sogno è durato un quarto d'ora di più di quello che credi.
- Non era un sogno.
- Ma per forza, lo era! Io mi ricordo d'aver sognato centinaia di volte di alzarmi, vestirmi, preparare la colazione. Poi mi svegliavo sul serio e mi accorgevo di dover fare tutto daccapo. Una volta ho perfino sognato di sognare, non so se mi capisci. A volte i sogni possono davvero confondere le idee.
- Senti, Jane. Ti ho parlato di questo mio problema perché ritenevo che tu fossi la sola persona con la quale potessi confidarmi. Prendimi sul serio te ne prego!
Jane spalancò i grandi occhi azzurri. - Ma, caro! Io ti sto ascoltando il più seriamente possibile. Sei tu il professore di fisica, non io. Tu sai che cosa sia la gravità, io no. Cosa diresti tu, se ti venissi a raccontare che galleggio nell'aria?
- No, no! È questo che mi tormenta. Non voglio crederci, ma ci sono costretto! Non era un sogno, Jane. Ho tentato di convincermi che lo fosse. Tu non sai quanto abbia cercato di persuadere me stesso. Quando sono arrivato in classe ero sicuro che fosse un sogno. Non hai notato niente di strano in me questa mattina, durante la colazione?
- Sì, adesso che ci penso, mi pare di sì.
- Però non devo essermi comportato tanto stranamente, altrimenti me lo avresti detto. In ogni modo, ho tenuto la mia lezione delle nove in modo perfetto. Alle undici, avevo dimenticato completamente l'incidente. Poi, proprio dopo il pranzo, ho avuto bisogno di un libro. Mi serviva «Logaritmi e...» non ha importanza il titolo, dunque, avevo bisogno di un libro che si trovava nell'ultimo scaffale, e non potevo arrivarci. Jane...
Si interruppe.
- Continua, Roger!
- Hai mai provato a prendere qualche cosa che è solo di venti centimetri troppo in alto? Ti pieghi sulle ginocchia e fai un balzo, cercando di arrivarci. È un'azione del tutto involontaria. Fa parte dei movimenti coordinati del corpo.
- E allora?
- Sono riuscito a prendere il libro... Automaticamente ho sollevato il piede appoggiandomi... nell'aria, Jane! Nel vuoto!
- Roger, io telefono a Jim Sarle.
- Ma non sono malato!
- Comunque dovresti parlargli. È un amico. Non sarà la visita di un medico, verrà solo a parlarti.
- E che cosa potrà fare? - E Roger arrossì di collera.
- Vedremo. Ma ora per cortesia siediti, Roger.
Jane si avviò al telefono. Lui la fermò prendendola per il braccio. - Tu non mi credi.
- Oh, Roger!
- Tu non mi credi.
- Ma certo che ti credo. Voglio solo...
- Sì, vuoi solo che Jim Sarle mi parli. È tutta qui la tua fiducia. Ti ho detto la verità, ma tu vuoi che io parli con uno psichiatra. Stammi bene a sentire: puoi benissimo non credermi sulla parola, ma io posso provartelo. Posso dimostrati che galleggio nell'aria.
- Ti credo!
- Non essere sciocca. Capisco benissimo quando mi si prende in giro. Stai ferma! E guardami.
Camminò all'indietro fino al centro della stanza, e senza preliminari si sollevò dal pavimento. Rimase sospeso con la punta delle scarpe a dodici centimetri dal tappeto.
Gli occhi e la bocca di Jane formarono tre grandi O. Sussurrò: - Vieni giù, Roger... Dio mio, vieni giù!
E lui calò giù lentamente. I suoi piedi non fecero alcun rumore nel toccare il suolo. - Visto?
- Dio mio, Dio mio...
Continuava a guardarlo, spaventata, e sentiva male allo stomaco.
Sullo schermo della televisione, una ragazza con le spalle nude cantava sottovoce che per lei volare col suo uomo nel cielo era il massimo della felicità.

Roger aveva gli occhi fissi nell'oscurità della stanza. Sussurrò: - Jane.
- Sì?
- Stai dormendo?
- No.
- Nemmeno io riesco a dormire. Continuo a tenermi alla spalliera per essere sicuro di non... Sai cosa voglio dire.
Le mani si muovevano senza posa. Le toccò il viso. Lei sobbalzò e si ritrasse di scatto, come se fosse stata colpita da una scossa elettrica.
Si giustificò: - Scusami. Sono un po' nervosa.
- Non è nulla. Ad ogni modo adesso mi alzo.
- Cosa vuoi fare? Devi dormire.
- Non ci riesco, e non vedo perché dovrei tenere sveglia anche te.
- Forse non accadrà niente. Non è detto che si ripeta tutte le sere. L'altra notte non è successo.
- Come posso saperlo? Forse prima non mi ero mai sollevato così in alto. O forse prima di ieri non mi sono mai svegliato in quella posizione. Comunque ora è diverso.
Era seduto sul letto, con le gambe piegate, le braccia intorno alle ginocchia, e la fronte appoggiata sopra. Spinse le lenzuola da un lato e si strofinò le guance con la soffice flanella del pigiama.
Disse: - Per forza è diverso: ci penso in continuazione. E una volta addormentato non riesco a tenermi giù consciamente, quindi sarà più che mai possibile che mi sollevi il alto.
- Non ne vedo il perché. Devi fare un tale sforzo!
- È questo il punto. Non mi costa nessuno sforzo, invece.
- Ma vai contro le leggi della gravita! Non è vero, forse?
- Sì, ma non devo fare nessuno sforzo. Senti, Jane, se solo riuscissi a capire, non me ne importerebbe molto. - Mise giù i piedi dal letto, e si alzò. -Non ne voglio parlare adesso.
- Non voglio parlarne nemmeno io - balbettò Jane. Cominciò a piangere e tratteneva i singhiozzi con gemiti strozzati, che facevano ancora più pena.
Roger disse: - Scusami, Jane. Ti sto dando delle preoccupazioni.
- No, non toccarmi. Lasciami... lasciami sola.
Lui si allontanò dal letto a passi incerti.
- Dove vai? - disse Jane. - Sul divano dello studio.
Mi puoi fare un piacere?
- Cosa?
- Vorrei che mi legassi.
- Legarti?
- Sì, con un paio di corde. Non stretto però, in modo che mi possa girare quando voglio. Ti dispiace?
- Va bene - disse lei. E si infilò le pantofole che erano accanto al letto.

Roger Toomey sedeva nello sgabuzzino, che lui chiamava ufficio, e fissava la pila di compiti ammucchiati davanti a lui. Al momento non sapeva come sarebbe riuscito a correggerli.
Dalla notte in cui aveva fluttuato, aveva tenuto cinque lezioni sull'elettricità e il magnetismo. Era riuscito a condurle a termine, anche se non troppo brillantemente. Gli studenti facevano domande ridicole, segno evidente che non gli riusciva di essere così chiaro come una volta.
Oggi aveva evitato una lezione, assegnando un esame a sorpresa. Non si era nemmeno curato di prepararlo: aveva semplicemente distribuito copie di un compito già svolto alcuni anni prima.
Ora aveva i compiti davanti a lui, e avrebbe dovuto correggerli. Ma perché, poi? Che importanza aveva? Era così importante conoscere le leggi della fisica? Se i fatti mostravano il contrario, cos'erano queste leggi?
Era l'universo, in tutte le sue manifestazioni, nient'altro che il caos originale, dove ancora lo Spirito non era salito alla superficie dalle profondità?
L'insonnia non lo aiutava, affatto. Anche legato al divano, non riusciva a dormire profondamente, e continuava a far sogni agitati.
Qualcuno bussò alla porta.
- Chi è? - urlò Roger, seccato.
Dopo una breve pausa, una voce incerta rispose: - Sono la signorina Harroway, dottor Toomey. Ho qui le lettere che mi avete dettato.
- Bene, entrate pure. Non restate lì imbambolata.
La segretaria della facoltà aprì la porta quel tanto che le permetteva di far scivolare nell'ufficio il suo corpo magro e poco attraente. Aveva in mano dei fogli. Su ciascuno era fissato con una graffetta una copia su carta vergatina e una busta con l'indirizzo dattiloscritto.
Roger aveva fretta di liberarsene. E questo fu il suo errore. Si protese in avanti per prendere le lettere, mentre lei si avvicinava, e sentì che stava sollevandosi dalla sedia.
Si alzò di cinquanta centimetri, sempre in posizione seduta, prima di riuscire ad atterrare di colpo, perdendo l'equilibrio e travolgendo quasi la segretaria. Ma ormai era troppo tardi.
Troppo tardi. La signorina Harroway lasciò cadere le lettere che si sparpagliarono sul pavimento, lanciò un urlo, e girandosi precipitosamente irruppe nel corridoio con un gran rumore di tacchi a spillo.
Roger si alzò massaggiandosi il fianco indolenzito. - Maledizione! - imprecò.
Ma sinceramente non poteva dare tutti i torti alla signorina Harroway. Poteva benissimo figurarsi la scena dal punto di vista della segretaria, ciò che doveva aver provato nel vedere un uomo levarsi dalla sedia e fluttuare nell'aria verso di lei, con le ginocchia piegate, in posizione seduta.
Raccolse le lettere e chiuse la porta dell'ufficio. Era ormai pomeriggio avanzato, i corridoi erano deserti, e la signorina sarebbe stata abbastanza incoerente nelle sue spiegazioni. Tuttavia attese, ansiosamente, convinto che si sarebbe radunata una folla di persone. Non accadde nulla. Forse la donna era svenuta da qualche parte. Roger sentiva che sarebbe stato suo dovere andarla a cercare e tentare di fare qualche cosa per lei, ma mandò al diavolo la sua coscienza. Fino a quando non fosse riuscito a scoprire che cosa gli era successo, e a conoscere la natura di quella specie di incubo tremendo, non doveva far niente che lo tradisse.
Raccolse le lettere: una per ognuno dei maggiori fisici del paese. I talenti della sua città erano insufficienti per questo genere di cose.
Si chiese se la signorina Harroway avesse per caso afferrato il contenuto delle lettere. Sperava di no. Aveva usato deliberatamente termini tecnici, forse più di quanto fosse necessario, in parte per essere discreto, in parte per far capire al destinatario, che lui «Toomey» era uno scienziato capace e qualificato.
Mise i fogli nelle lettere uno a uno. Le migliori menti della nazione, pensò. Avrebbero potuto aiutarlo?

La libreria era silenziosa. Roger Toomey chiuse il «Settimanale di Fisica Teorica» lo rimise al suo posto e guardò sfiduciato la costa della rivista. «Settimanale di Fisica Teorica»! Che cosa ne sapevano tutti coloro che avevano contribuito a scrivere quel cumulo di scempiaggini? Fino a poco tempo fa li aveva ritenuti gli uomini più grandi del mondo, ma adesso...
Con l'aiuto, sempre più riluttante di Jane, aveva preso delle misure. Aveva tentato di studiare il fenomeno con una bilancia, aveva cercato di ricavarne riferimenti, valutarne quantità. In altre parole, aveva lottato con i soli mezzi che conosceva: cercando di ridurre questo inspiegabile avvenimento a un'altra espressione di quelle eterne leggi che l'Universo deve seguire.
«Deve seguire». Così dicono le menti più elette.
Ma non c'era niente da misurare. Non c'era assolutamente nessuna sensazione di sforzo nella sua levitazione. In casa, non aveva osato naturalmente fare delle prove all'aperto, poteva raggiungere il soffitto con la stessa facilità con la quale si sollevava di un centimetro, l'unica differenza consisteva nel fatto che ci voleva più tempo. Con tempo sufficiente, ne era sicuro, si sarebbe potuto sollevare all'infinito: arrivare alla Luna, se necessario.
Poteva portare pesi durante la levitazione. Il movimento diventava più lento, ma non comportava da parte sua uno sforzo maggiore.
Il giorno prima, con un cronometro alla mano, si era rivolto a Jane.
- Quanto pesi? - le aveva chiesto bruscamente.
- Cinquantadue chili - aveva risposto lei, guardandolo incerta.
Roger l'aveva afferrata alla vita con un braccio. Lei aveva cercato di sfuggirgli ma lui non aveva allentato la stretta, e insieme si erano sollevati con esasperante lentezza. Jane gli si era aggrappata, pallida e paralizzata dalla paura.
- Ventidue minuti e tredici secondi - aveva detto appena toccato con la testa il soffitto.
Quando furono nuovamente a terra, Jane gli era sfuggita, uscendo a precipizio dalla stanza.
Qualche giorno prima era passato davanti a una bilancia automatica, piazzata in un angolo della strada. La via era deserta, così era salito sulla pedana introducendo la monetina. Anche se aveva sospettato una cosa del genere rimase ugualmente strabiliato nello scoprire che pesava appena quindici chili.
Da allora cominciò ad andare in giro con le tasche piene di monetine per pesarsi sotto tutte le condizioni. Scoprì che pesava di più nelle giornate ventose, come se avesse bisogno di un peso maggiore per non volare via.
L'adattamento era automatico. Qualunque cosa fosse ciò che lo faceva levitare, sembrava sempre metterlo in una specie di equilibrio tra comodità e sicurezza. Poteva operare un controllo di questa facoltà alla stessa maniera con la quale avrebbe potuto controllare la sua respirazione. Stando in piedi su una bilancia riusciva a far salire l'ago fino al suo peso normale o farlo ritornare allo zero.
Aveva comperato una bilancia, due giorni prima, e aveva cercato di misurare a quale velocità riusciva a cambiare di peso. Ma questa non gli fu di molto aiuto. La velocità era assai superiore alla sensibilità della bilancia. Poté solamente ricavarne dei dati di compressione e di peso nei momenti di inerzia.
Si alzò, e a testa bassa s'avviò lentamente verso l'uscita della biblioteca. Toccava tavoli e sedie mentre camminava, e con la mano si teneva appoggiato al muro. Il continuo contatto con gli oggetti lo teneva costantemente informato della sua posizione rispetto alla terra. Se la sua mano si fosse sollevata dalla tavola o se avesse cominciato a scivolare in su contro il muro, avrebbe immediatamente capito.
Il corridoio era affollato di studenti. Fece finta di non vederli. In quegli ultimi giorni, avevano cominciato, poco per volta, a non salutarlo più. Roger si rendeva conto che alcuni di loro già lo consideravano un tipo bislacco, la maggior parte gli era chiaramente ostile.
Passò davanti all'ascensore. Non se ne serviva più, ormai, specialmente per la discesa. Quando l'ascensore dava lo scatto iniziale per la discesa, gli era impossibile non trovarsi sollevato in aria anche solo per un momento, malgrado si sforzasse di rimanere attaccato al pavimento. Faceva un salto in aria e la gente si girava a guardarlo.
Allungò la mano per tenersi alla ringhiera, ma prima di riuscire ad afferrarla, un piede inciampò nell'altro. Fu uno dei più sfortunati incidenti che potesse mai capitargli. Tre settimane prima sarebbe rotolato giù per le scale.
Ma questa volta entrò in azione il suo controllo automatico: piegato in avanti, a braccia e dita aperte, con le ginocchia piegate, veleggiò giù per le scale come un aliante.
Rimase troppo sorpreso, troppo paralizzato dall'orrore per riuscire a fare qualche cosa. A cinquanta centimetri dalla finestra che si apriva sul pianerottolo, si fermò automaticamente, librato nell'aria.
C'erano due studenti sulla rampa. Tutti e due erano adesso immobili contro il muro. Altri tre erano in cima alle scale, e due al fondo. Uno stava sul pianerottolo dove lui era atterrato, così vicino che quasi si toccarono.
Ci fu un grande silenzio, mentre tutti lo guardavano. Roger si raddrizzò, mise i piedi a terra e corse giù per le scale, scostando con decisione uno studente che gli ostruiva il passaggio.
Dietro le sue spalle si levarono commenti ed esclamazioni.

- Il dottor Morton desidera vedere me? - domandò Roger girandosi sulla sedia, saldamente aggrappato al bracciolo.
La nuova segretaria annuì: - Sì, dottor Toomey - e uscì in fretta dalla stanza.
In quei pochi giorni, da quando sostituiva la signorina Harroway, che si era licenziata, aveva già appreso che il dottor Toomey aveva qualcosa che non andava. Gli studenti lo evitavano. Nella lezione del giorno, i banchi sul fondo dell'aula erano pieni di alunni che bisbigliavano tra loro, mentre le prime file erano quasi vuote.
Roger si guardò nel piccolo specchio appeso al muro vicino alla porta. Si diede un'aggiustatina alla giacca, spazzò via alcuni fili, ma riuscì a migliorare di poco il suo aspetto. Da un po' di tempo la sua faccia aveva assunto un colore giallognolo e malaticcio. Aveva perso perlomeno 5 chili da quando la faccenda era cominciata, pensò, anche se in realtà non conosceva ormai più con esattezza il suo peso.
Comunque non si sentiva minimamente emozionato per l'improvvisa chiamata del rettore della facoltà. Ormai aveva raggiunto una specie di cinica indifferenza verso tutti gli incidenti che gli capitavano a causa della sua levitazione. La signorina Harroway non ne aveva parlato, per esempio, e nemmeno gli studenti che l'avevano visto volare per le scale.
Diede un ultimo ritocco alla cravatta.
L'ufficio del dottor Philip Morton non era troppo lontano nel corridoio, e questo consolava non poco Roger. Aveva preso sempre più l'abitudine di camminare con sistematica lentezza. Sollevava un piede e lo metteva davanti all'altro osservandolo, poi, sempre guardandosi le estremità, procedeva con l'altra gamba. Si muoveva così perennemente curvo, controllandosi i piedi con attenzione.
Il dottor Morton si accigliò non appena vide Roger entrare nella stanza. Il rettore aveva gli occhi piccoli, i baffetti cespugliosi e vestiva trasandato. La sua reputazione nel mondo scientifico era di livello mediocre, in compenso si dava molta importanza.
Disse: - Dottor Toomey, ho ricevuto una lettera molto strana da Harry Carring. Voi gli avete scritto - consultò la data su di un foglio, - il ventidue dell'altro mese. Questa firma è vostra?
Roger guardò il foglio e annuì. Ansiosamente tentò di leggere la lettera di Carring alla rovescia. Era davvero una sorpresa. Di tutte le lettere che aveva spedito il giorno dell'incidente con la signorina Harroway, le risposte finora erano state solo quattro.
Tre consistevano d'una sola frase e davano in termini freddi all'incirca questo responso: «Ho ricevuto la pregiata vostra del 22. Penso di non potervi essere d'aiuto circa il problema che mi sottoponete.»
La quarta, che proveniva dall'Istituto Tecnico di Nord Ovest Balantine, dopo una serie di ghirigori suggeriva un istituto per le ricerche di Fisica, e Roger non era riuscito a capire, se avevano cercato di aiutarlo oppure se doveva considerarsi insultato.
Con questa di Carring di Princeton erano cinque. E lui sperava molto in Carring.
Il dottor Morton si raschiò sonoramente la gola, si aggiustò gli occhiali: - Vorrei leggervi cosa dice. Sedete, Toomey. Dice: Caro Philip...
Il dottor Morton sollevò gli occhi dal foglio con un sorriso compiaciuto sulle labbra: - Harry e io ci siamo incontrati al congresso dell'Associazione Insegnanti. Abbiamo bevuto insieme. Un'ottima persona...
Diede una nuova aggiustatina agli occhiali e ritornò alla lettera: - Caro Philip: il dottor Roger Toomey lavora nella tua facoltà? Ho ricevuto da lui una strana lettera l'altro giorno. Non sapevo esattamente che cosa farne. In un primo tempo ho pensato di cestinarla, ma poi ho ritenuto che, poiché la lettera era su carta intestata della tua università, fosse il caso di metterti al corrente. Forse qualcuno della tua facoltà sta facendo degli scherzi. Accludo la lettera del dottor Toomey perché tu possa renderti conto. Spero presto di venire dalle tue parti... - Be', il resto è personale. - Il dottor Morton piegò la lettera, si tolse gli occhiali, li infilò nell'apposita busta e li ripose in tasca. Congiunse le dita delle mani e si appoggiò in avanti.
- Ora - disse, - di che si tratta? È uno scherzo?
- Dottor Morton - rispose Roger con decisione, - è una cosa seria. Non vedo cosa ci sia di male nella mia lettera. L'ho spedita a parecchi scienziati. E credo di essere stato abbastanza chiaro. Ho avuto l'occasione di osservare alcuni casi di... di levitazione e volevo informazioni su eventuali spiegazioni teoriche di tale fenomeno.
- Levitazione! Parlate sul serio?
- Sì, dottor Morton.
- Voi avete assistito personalmente a questi fenomeni?
- Sì.
- Niente fili nascosti? Niente specchi? Forse, Toomey, non siete esperto di certi trucchi.
- È stata una serie di osservazioni assolutamente scientifiche. Non c'è possibilità di trucchi.
- Avreste potuto consultarmi, prima di spedire in giro certe lettere.
- Forse avrei dovuto, dottor Morton, ma francamente, ho pensato che non sareste stato troppo... comprensivo.
- Vi ringrazio; lo spero bene! E su carta intestata dell'istituto, per giunta! Sono veramente sorpreso, Toomey. Ascoltate, Toomey, voi siete libero di fare della vostra vita quello che volete. Se vi piace credere alla levitazione, fate pure, ma durante i vostri momenti di libertà. Per la serietà della nostra facoltà, è evidente che questo genere di cose non devono interferire nell'attività scolastica. Ma, a proposito: vi trovo dimagrito, Toomey. Sì, non avete affatto bella cera. Se fossi in voi consulterei un medico. Uno specialista di malattie nervose, magari.
Roger disse amaramente: - Uno psichiatra forse sarebbe meglio, non credete?
- In fondo, non è affar mio, ma penso che un poco di riposo...
Il telefono suonò e la segretaria rispose. Poi guardò il dottor Morton e questi sollevò il microfono dalla sua scrivania.
Disse: - Pronto... Oh, dottor Smithers, sì... Umm... mmm... Sì... Di che si tratta?... È qui con me... Sì... Sì, immediatamente.
Abbassò il ricevitore e guardò Roger pensieroso. - Il rettore vuole vederci.
- A proposito di che?
- Non l'ha detto. - Si aviò alla porta. Venite, Toomey?
- Certamente. - Si alzò lentamente, tenendo ben nascoste sotto la scrivania le punte dei piedi.

Il rettore Smithers, alto e magro con le guance scavate che gli davano un'aria ascetica, aveva la dentiera, e le parole gli uscivano di bocca accompagnate da un sibilo.
- Chiudete la porta, signorina Brice - disse. - E non passatemi nessuna telefonata. Accomodatevi, signori.
Rimase lì a guardarli con sussiego, poi aggiunse: - Penso che sia meglio arrivare subito al nocciolo della questione. Non so esattamente che cosa stia combinando il dottor Toomey, ma deve smetterla.
Il dottor Morton si girò verso Roger con aria sorpresa: - Che cosa avete fatto?
Roger si guardò in giro, con disperazione. - Niente che io sappia. - Dopotutto aveva sottovalutato il pettegolezzo degli studenti.
- Su via, via! - Il rettore era impaziente. - Non so quanto vi sia di credibile in questa storia, ma sembra che voi siate divenuto argomento di chiacchiere nelle riunioni studentesche; argomento di stupide storielle, il che non si adatta allo spirito e alla dignità di questo istituto.
Il dottor Morton disse: - Casco completamente dalle nuvole!
Il Rettore si accigliò. - Come vedo, non siete al corrente. È sorprendente notare come il corpo insegnante sia sempre completamente all'oscuro di cose che hanno fatto ormai il giro di tutti gli studenti! Non me ne ero mai reso conto prima. Io stesso l'ho sentito per caso, poiché sono riuscito a intercettare un giornalista che si è presentato qui stamattina per cercare un tale chiamato «Dottor Toomey, il professore volante.»
- Cosa? - gridò Morton.
Roger ascoltava letteralmente terrorizzato.
- Così mi ha detto il giornalista. Sto riferendo le sue esatte parole. Sembra che uno degli studenti abbia telefonato al giornale. Ho ordinato a quel giornalista di andarsene immediatamente, e ho chiamato qui lo studente. A sentir lui, il dottor Toomey volò, uso questa parola, «volare», perché così lo studente insisteva nell'esprimersi, giù per le scale e poi su di nuovo. Dice che ci sono state parecchie dozzine di testimoni. Sono solamente andato giù per le scale - balbettò Toomey.
Il rettore stava ora passeggiando nervosamente su e giù per l'ufficio, preparandosi ad esordire in un vibrato discorso.
- Ricordatevi, dottor Toomey, che io non ho niente contro gli artisti dilettanti. Da quando sono in questo ufficio ho sempre combattuto contro l'eccessivo rigore e la falsa dignità. Ho sempre incoraggiato i rapporti amichevoli fra il corpo insegnanti e gli studenti, e non ho niente in contrario ad un affiatamento ragionevole fra le due categorie. Per cui non mi oppongo se volete allestire uno spettacolo per gli studenti, ma in casa vostra!
«Certo vi renderete conto di dove può andar a finire la reputazione del nostro istituto una volta che una notizia del genere finisse in mano a giornalisti irresponsabili. Vogliamo sostituire con la mania dei professori volanti, quella dei dischi volanti? Nel caso quel giornalista venga a contatto con voi spero che smentirete tutto.
- Comprendo perfettamente signor rettore.
- Mi auguro che si riesca a superare l'incidente senza danni. Ma devo chiedervi, con la fermezza di un comando, di non ripetere mai più la vostra... rappresentazione. In caso contrario, saremmo costretti a chiedervi le dimissioni. Capito?
- Sì - disse Roger.
- In questo caso, buon giorno, signori.

Il dottor Merton pilotò Roger di nuovo nel suo ufficio. Questa volta fece uscire la segretaria e chiuse accuratamente la porta dietro di lei.
- Per Giove, Toomey! - esclamò. - Questa storia non ha per caso riferimenti con la lettera sulla levitazione?
Roger stava compiendo sforzi evidenti per controllare i suoi nervi. - Non era chiaro, forse? Mi riferivo proprio a me, in quella lettera.
- Volete dire che volate? Mi correggo, levitate?
- Credo che entrambi i termini siano esatti.
- Non ho mai sentito una cosa del genere... Dannazione, Toomey, la signorina Harroway vi ha per caso visto levitare?
- Una volta. È stato uno spiacevole incidente.
- Certo, certo. Ora è tutto chiaro. Aveva una tale crisi di nervi, che è stato difficile capirci qualcosa. Mi era venuta a dire che voi le eravate saltato addosso. In un certo senso vi voleva accusare di... di... - Il dottor Morton sembrava imbarazzato. - Be', non ho certo creduto a una cosa del genere! Era un'ottima segretaria, ma certo non era donna da attirare l'attenzione d'un giovanotto. In un certo senso mi sono sentito più sollevato quando se n'è andata. Era tipo da portare una piccola rivoltella nella borsetta dopo quel fatto, oppure d'accusare perfino me di... Dunque voi levitate?
- Sì.
- Come fate?
Roger scosse il capo. - È questo il problema. Non lo so.
Il dottor Morton sorrise. - Certamente non negherete la legge della gravità!
- In un certo senso sì. Deve esistere una specie di antigravità.
Il dottor Morton cambiò espressione. Non intendeva affatto prendere seriamente un argomento simile. Disse: - State bene a sentire, Toomey, non crediate di essere spiritoso!
- Spiritoso... Per Giove, dottor Morton, credete che vi stia raccontando delle storie?
- Be'... Penso che abbiate bisogno d'un po' di riposo. Non c'è dubbio. Un po' di riposo, e tutte queste sciocchezze vi andranno via dalla testa. Ne sono convinto.
- Non sono sciocchezze! - Abbassò il capo. Poi con voce più calma continuò: - Ascoltate, dottor Morton, vi spiacerebbe lavorare con me? In un certo senso questo fenomeno aprirà nuovi orizzonti nella fisica. Non so come si verifica un fatto del genere, non riesco a immaginare nessuna soluzione. Ma se ci mettiamo insieme...
L'espressione del dottor Morton questa volta esprimeva orrore.
Roger continuò: - Mi rendo conto perfettamente che sembra assurdo. Ma quello che ho detto è vero. Vorrei anch'io che non lo fosse...
- Ora - il dottor Morton si alzò, - calmatevi. Avete bisogno di riposo. Non credo necessario che portiate a termine i corsi di giugno. Andate pure a casa. Provvederò a farvi spedire lo stipendio. E continuerò personalmente le vostre lezioni. Una volta ero io il docente della vostra cattedra, lo sapevate?
- Credetemi, è importante...
- Lo so, lo so - disse l'altro, mentre dava affettuosi colpetti sulle spalle di Roger. - Ma insisto nel dire che avete bisogno di riposo assoluto. Se devo parlarvi sinceramente, avete davvero una brutta cera. Un periodo di tranquillità vi farà bene.
- Ma io levito! - La voce di Roger s'era alzata di tono. - Voi state semplicemente cercando di liberarvi di me perché non mi credete. Pensate che stia mentendo? Ma a che scopo lo farei?
- Voi state perdendo la calma senza ragione, ragazzo mio. Adesso telefono. Troverò qualcuno che vi accompagni a casa.
- E io vi ripeto che posso levitare - gridò Roger.
Il dottor Morton si fece rosso in volto. - Basta, adesso. Non parliamo più. Non mi importa affatto che possiate volare dritto al soffitto adesso in questo stesso istante.
- Questo significa che per voi vedere una cosa non significa crederla vera.
- Se vi vedessi volare, andrei immediatamente da un oculista, o forse da uno psichiatra. Preferirei pensare che sono pazzo, piuttosto che rinnegare le leggi della fisica.
Si accorse di aver alzato troppo la voce. - Bene - riprese, più calmo, - come vi stavo dicendo, tronchiamo la discussione. Lasciatemi fare questa telefonata.
- Non ce n'è bisogno, signore. Nessun bisogno - disse Roger. - Me ne andrò. Andrò a riposarmi. Arrivederci!
Si allontanò in fretta, camminando deciso. Il dottor Morton, in piedi, con le mani appoggiate alla scrivania lo guardò uscire dalla stanza con espressione di sollievo.

James Sarle, dottore in medicina, era seduto nel soggiorno quando Roger tornò a casa. Stava accendendo la pipa nel momento in cui Roger spalancò la porta. Scosse la mano per spegnere il fiammifero, e sulla sua faccia rubiconda si dipinse un sorriso.
- Salve, Roger! Finalmente ti vedo. È un mese che non ho tue notizie.
Arricciò il naso, facendo la smorfia che gli era abituale e che lo aiutava a creare un'atmosfera di confidenza con i suoi pazienti.
Roger si voltò a guardare Jane, affondata in una poltrona. Come sempre in quegli ultimi tempi la donna aveva un'espressione esausta di rinuncia.
Rivolto a lei Roger disse: - Perché l'hai fatto venire?
- Calma! - esclamò Sarle. - Nessuno mi ha fatto venire! Ho incontrato Jane questa mattina per caso, in centro, e mi sono invitato da solo. Sono più grosso e forte di lei, e non ce l'ha fatta a tenermi fuori!
- Incontrato per caso, dunque? Di solito prendi appuntamento per i tuoi incontri casuali?
Sarle sorrise. Mettiamola così, se vuoi. Jane mi ha raccontato qualche cosa dei tuoi guai.
- Scusami se ti ho dato un dispiacere, Roger - piagnucolò Jane, - ma era la prima volta che parlavo con qualcuno che avrebbe potuto capire.
- Chi ti ha detto che lui avrebbe capito? Dimmi la verità, Jim, tu credi a ciò che Jane t'ha raccontato?
Sarle rispose: - Non è una cosa facile da credere, devi ammetterlo. Ma cercherò.
- D'accordo. Immagina allora che io mi metta a volare. Immagina che mi sollevi dal suolo in questo istante. Cosa faresti?
Sverrei, probabilmente. Forse direi «Madre Santa!». Forse scoppierei in una gran risata. Perché non provi? Così vedremo come reagisco.
Roger lo guardò fisso negli cechi. - Davvero vuoi vedere?
- Perché no?
- Tutti quelli a cui ho fatto vedere una cosa del genere si sono messi a gridare, sono scappati via, o sono rimasti paralizzati dall'orrore. Sei sicuro di farcela?
- Penso di sì.
- D'accordo. - Roger si sollevò sessanta centimetri dal suolo ed eseguì lentamente una piroetta. Rimase sospeso in aria, con le punte dei piedi rivolte in basso, le gambe unite e le braccia graziosamente allargate in una posa amaramente comica.
- Meglio del mago Houdini, eh, Jim?
Sarle non si comportò in nessuno dei modi previsti. Ad eccezione di riafferrare al volo la pipa che gli era caduta di bocca, non fece altri movimenti.
Jane chiuse gli occhi, e grossi lacrimoni cominciarono a gocciolarle dalle ciglia.
- Vieni giù, Roger disse Sarle.
Roger calò giù, si sedette, e cominciò a parlare.
- Ho scritto a fisici, a uomini di ingegno. Ho spiegato la situazione in modo impersonale. La maggior parte di quei signori mi ha completamente ignorato. Uno ha scritto al dottor Morton e gli ha chiesto se per caso fossi un imbroglione o avessi qualche rotella fuori di posto.
- Oh, Roger! sospirò Jane.
E non è tutto. Il rettore mi ha chiamato nel suo ufficio, oggi, e mi ha pregato di smetterla con i miei giochi da baraccone. Gli hanno detto che ero caduto dalle scale e che mi ero messo a volare per non precipitare a testa in giù. Morton mi ha confessato che non mi avrebbe creduto nemmeno se mi fossi messo a volare sotto il suo naso. Ha detto che vedere non significa credere, in un caso del genere, e mi ha consigliato di prendermi un po' di riposo. Io, là, non ci torno più.
- Roger! - esclamò Jane, con gli occhi spalancati. - Non dirai sul serio?
Non posso ritornare. Non li posso più sopportare. E si autodefiniscono scienziati!
- Ma che cosa intendi fare, allora?
- Non lo so. - E Roger nascose la faccia tra le mani. Poi parlò con voce rauca. - Dimmelo tu, Jim. Sei tu lo psichiatra. Perché non vogliono credermi?
- Forse, in un certo senso, cercano di proteggersi - rispose Sarle, lentamente. - Alla gente non piace vedere fenomeni che non riesce a capire. Anche alcuni secoli fa, quando ancora si credeva ai fenomeni soprannaturali, come il volare a cavallo di una scopa, per esempio, si credeva sempre che questi poteri derivassero dalle forze del male. E la gente ci crede ancora. Forse non credono più al diavolo oggi, però pensano ancora che tutto ciò che è strano è male. Lotteranno con tutte le loro forze per non crederci, e se proprio vi sono costretti dall'evidenza, ne restano spaventati a morte.
Roger scosse la testa. - Tu stai parlando della gente comune. Io mi riferivo a degli scienziati.
- Gli scienziati fanno parte della gente.
- Tu sai cosa voglio dire. Io mi trovo in presenza di un fenomeno, non di una stregoneria. Non mi sono messo d'accordo con il diavolo! Jim, deve esistere una spiegazione naturale. Non conosciamo tutto sulla gravitazione. Anzi, ne sappiamo ben poco. Non credi che esista qualche spiegazione plausibile, qualche spiegazione biologica sull'annullamento della gravità? Forse io sono un mutante di una qualche specie, forse sono in possesso forse di qualche... be', diciamo muscolo, che mi permette di abolire la gravità. Se non altro sono in grado di abolirne gli effetti su di me. E allora, mettiamoci al lavoro, cerchiamo di scoprire cos'è. Perché rimanere con le mani in mano? Se possediamo una specie di antigravità, immagina cosa significherebbe per la razza umana.
- Ascolta Roger - disse Sarle. - Pensaci sopra un momento. Perché sei infelice, adesso? Da quanto mi ha detto Jane, eri quasi impazzito dalla paura il primo giorno che ti è capitato. Eppure non avevi nessun elemento per sapere che la scienza ti avrebbe ignorato e che i tuoi superiori non ti avrebbero compreso.
- Giusto - mormorò Jane.
Sarle continuò: - Ora, perché accade una cosa del genere? Tu possiedi un nuovo potere, ti sei improvvisamente liberato dal peso mortale della gravità.
Roger replicò: - È stato orribile! Non riuscivo a capire. E nemmeno ora ci riesco.
- Esattamente, amico mio. Era qualcosa che non riuscivi a capire, e di conseguenza era qualcosa di orribile. E tu sei un fisico. Tu sai cosa fa muovere il mondo. O, se non ne conosci la ragione, ti rendi conto che qualcuno può conoscerla. Ora tu ti trovi a dover affrontare un fenomeno che viola una delle leggi fondamentali dell'universo. Gli scienziati dicono: due masse si attirano l'un l'altra secondo regole matematiche. È un'inalienabile proprietà della materia e dello spazio. Non esistono eccezioni. Ed ora tu sei un'eccezione.
- E che eccezione! - disse Roger depresso.
- Vedi, Roger, - continuò Sarle, - il genere umano possiede regole fisse, veramente inalterabili. Nelle società primitive, l'uomo di scienza usava forse una formula magica per far cadere la pioggia. Se poi questa non cadeva, non crollava affatto la validità della magia. Significava solo che quello stregone aveva omesso una qualche parte della sua formula magica, o aveva rotto un taboo, o offeso qualche deità. Nelle moderne culture teologiche, i comandamenti della divinità sono inviolabili. Tuttavia se. un uomo rompe queste leggi e non gli capita niente di male, non significa affatto che quella particolare religione non è valida. Le vie della Provvidenza sono riconosciute misteriose, e qualche castigo invisibile certamente colpirà il peccatore.
«Però la nostra civiltà possiede anche leggi che veramente non possono venire negate, e una di queste è la legge sulla gravità, e che sussistano anche se lo scienziato si dimentica di pronunciare "emme-emme-sopra-a-quadrato".»
Roger riuscì a sorridere. - Stai sbagliando completamente, Jim. Quelle leggi fisse sono state spezzate, e più di una volta. La radioattività era impossibile quando venne scoperta. Energia che scaturiva dal nulla, e in enormi quantità, anche. Era un fenomeno ridicolo come la levitazione. La radioattività però era un fenomeno oggettivo. L'uranio avrebbe offuscato uno schermo fotografico a tutti. E qualsiasi persona avrebbe potuto costruire un tubo di Crookes e avrebbe trasmesso una corrente di elettroni in un identico modo per tutti. Tu puoi forse spiegarmi, come potrei io levitare?
- No di certo.
- Vedi, questo limita l'osservazione altrui, se non possiedi una duplicazione sperimentale. Mette la tua levitazione sullo stesso piano della evoluzione stellare: qualcosa che si può teorizzare ma mai sperimentare.
- Eppure gli scienziati sono capaci di dedicare la loro vita all'astrofisica.
- Gli scienziati sono persone. Non possono raggiungere le stelle, e così cercano di ricavarne teorie. Ma possono benissimo raggiungere te, e il non riuscire a comprendere la tua levitazione li rende furiosi.
- Jim, non ci hanno nemmeno provato. Tu stai parlando come se io fossi già stato esaminato. Jim, non hanno nemmeno preso in considerazione il problema.
- Non sono obbligati a farlo. La tua levitazione appartiene a quella classe di fenomeni che non viene presa in considerazione: la telepatia, la chiaroveggenza, la prescienza, e migliaia di altre forze soprannaturali, non sono mai state studiate seriamente, anche se sono state dimostrate con ogni apparenza di verità.
- Jim, gli scienziati rifiutano di analizzare i fatti, girano le spalle alla verità. E tu te ne stai lì seduto sorridente a sputare sentenze!
- No, Roger, so benissimo che è una cosa seria. Non ti sto dando una facile spiegazione del. genere umano. Sto semplicemente dicendoti ciò che penso. Non capisci? Sto cercando di guardare alle cose come sono in realtà. È quello che devi fare anche tu. Dimentica i tuoi ideali, le tue teorie, le tue nozioni di come si devono comportare le persone. Considera invece come stanno comportandosi. Una volta che una persona è orientata a vedere i fatti come sono, evita le delusioni, e i problemi tendono a scomparire. O perlomeno, osservati sotto una luce più reale, diventano risolvibili.
Roger lo guardò con aria di commiserazione. - Le solite fesserie degli psichiatri! È come mettere un dito sulla fronte di un uomo e dirgli. «Abbi fede e sarai curato». Se il poveretto poi non guarisce, è perché non è riuscito ad avere fede abbastanza. Gli stregoni non sbagliano mai.
- Forse hai ragione, ma vediamo un po'. Qual è il tuo problema?
- Sai benissimo qual è il mio problema, non giriamoci intorno.
- Tu leviti. È questo? Ammettiamolo. E, in effetti, il primo problema.
- Non mi stai prendendo sul serio, Roger, ma forse hai ragione. È infatti, il tuo primo problema. Ma hai già cercato di risolverlo. Jane mi ha detto che hai fatto degli esperimenti.
- Esperimenti! Gran Dio, Jim, non erano esperimenti, era brancolare nel buio. Ho bisogno di grandi scienziati, di strumenti. Ho bisogno di una squadra di ricerche e non ce l'ho.
- Allora qual è il tuo secondo problema?
- Vedo dove vuoi arrivare disse Roger. Il mio problema è di trovare questa squadra per le ricerche. Ma ci ho provato! Ci ho provato tanto che sono stanco di tentare ancora.
- Come ci hai provato?
- Ho spedito delle lettere. Ho domandato... Oh, smettila, Jim. Non me la sento di farmi fare l'interrogatorio da paziente sdraiato sul divano. Sai benissimo cosa ho cercato di fare.
- So che cosa tu hai detto alla gente e cioè: "Ho un problema aiutatemi''. Hai provato un altro sistema?
- Stammi bene a sentire, Jim, io ho parlato con scienziati maturi.
- Lo so. E hai pensato che una domanda diretta sarebbe stata sufficiente. Di nuovo teoria contro fatti. Ti ho spiegato le difficoltà che comporta una richiesta come la tua. Quando col pollice ti metti a fare l'autostop su un'autostrada, fai una domanda diretta, ma la maggior parte delle macchine non si ferma. Il fatto è che una tua domanda diretta non ha avuto risultato. Ora qual è il terzo problema?
- Trovare un altro metodo che non fallisca. È questo che vuoi che ti dica?
- È quello che hai detto tu.
- Lo sapevo benissimo senza scomodare uno psichiatra!
- Sei sicuro? Eri pronto ad abbandonare la scuola, abbandonare il tuo lavoro, le tue ricerche scientifiche. Dove va a finire la tua perseveranza, Roger? Abbandoni tutto, quando una teoria s'è dimostrata inadeguata alle circostanze? La medesima filosofia della scienza sperimentale che si riferisce agli oggetti inanimati dovrebbe essere valida per le persone.
- D'accordo. Cosa mi consigli di provare? L'adulazione? Le minacce? Le lacrime?
James Sarle si alzò. - Vuoi veramente un consiglio?
- Di' pure.
- Fai come t'ha detto Morton. Prenditi una vacanza, e al diavolo la levitazione. È un problema per il futuro. Dormi nel letto; che tu ti metta a volare o no, che differenza fa? Ignora completamente la levitazione, ridici sopra o divertitici. Fai qualunque cosa, ma non preoccuparti, perché non è un tuo problema. È tutta qui la faccenda. Non è un tuo problema immediato. Passa il tuo tempo a trovare il modo di far studiare agli scienziati ciò che non intendono analizzare. Questo è il tuo problema immediato, dedicati a risolvere questo.
Sarle andò all'attaccapanni e prese il suo cappotto. Roger l'accompagnò. Alcuni minuti passarono in silenzio.
Poi Roger disse, senza sollevare gli occhi: - Forse hai ragione, Jim.
- Forse ho ragione davvero. Prova, e dimmi com'è andata. Arrivederci, Roger.

Roger Toomey aprì gli occhi e sbatté le palpebre per la luce che illuminava la stanza. Chiamò ad alta voce: - Jane, dove sei?
La voce di Jane rispose: - Sono in cucina. Dove vuoi che sia?
- Vieni qui per favore. Lei entrò. - La pancetta non si frigge mica da sola, sai?
- Ascolta, mi sono messo a volare questa notte?
- Non lo so, stavo dormendo.
- Ah, bene! Mi sei proprio d'aiuto. - Si alzò dal letto e infilò le pantofole. - Eppure non credo proprio.
- Hai forse dimenticato come si fa a volare? - La voce di Jane era piena di speranza.
- Non ho dimenticato, vedi? - scivolò nella sala da pranzo sospeso su un cuscino d'aria. - Ho solo la sensazione di non aver volato. Sono già tre notti che non mi capita.
- Bene, è un buon segno - disse Jane. E tornò ai suoi fornelli. - Forse quel mese di riposo ti ha fatto bene. Se avessimo chiamato Jim dall'inizio...
- Oh, per favore, non ricominciamo daccapo. Non è stato affatto questo mese di riposo. È stato che l'altra domenica ho deciso cosa devo fare. Da allora ho cominciato a rilassarmi. Tutto qui.
- Che cosa hai intenzione di fare?
- Ogni primavera al Politecnico di Seattle tengono una serie di conferenze su argomenti di fisica. Ho deciso di parteciparvi.
- Intendi dire che hai deciso di andare fino a Seattle?
- Certo.
- Di che cosa parleranno?
- Non ha importanza. Ci vado solo per vedere Harry Carring.
- Ma lui è quello che ti ha chiamato pazzo, no?
- Sì, è lui. - E si ingozzò di uova strapazzate. - Ma è senza dubbio lo scienziato migliore.
S'allungò per prendere il sale e nel compiere questo movimento si sollevò di alcuni centimetri dalla sedia. Ma non gliene importò niente.
- Penso che forse riuscirò a convincerlo - concluse.

Le conferenze di primavera al Politecnico di Seattle erano divenute oramai un'istituzione conosciuta in tutto il paese da quando Harry Carring era entrato a far parte della facoltà. Era il moderatore della conferenza, ed era lui che dava quel tono importante alle riunioni. Introduceva gli oratori, guidava le domande, ed era l'anima della conversazione durante il pranzo che concludeva una settimana di lavori.
Tutto questo Roger Toomey lo sapeva per sentito dire. Ora poteva, con i suoi occhi, osservare l'uomo al lavoro. Il professor Carring era di media statura, dalla carnagione piuttosto scura, e con un'enorme massa di capelli castani che gli davano un'aria intellettuale. La bocca larga dalle labbra sottili sembrava sempre atteggiata a un perpetuo sorriso. Parlava sottovoce, e sembrava sempre che lasciasse cadere i suoi commenti con un'aria di superiorità, che i suoi ascoltatori automaticamente accettavano.
O, perlomeno, tale fu il suo atteggiamento nella prima sessione di quella mattina. Fu solo nella sessione pomeridiana che i suoi ascoltatori cominciarono a notare qualche esitazione nella sua parola. Sembrava nervoso quando salì sul podio per comunicare il programma delle discussioni. Di quando in quando dava un'occhiata furtiva verso le ultime file dell'auditorium.
Roger Toomey, sedeva proprio nell'ultima fila, e osservava con i nervi a fior di pelle. Il suo temporaneo periodo di calma dovuto alla speranza di aver trovato una soluzione ai suoi problemi era oramai completamente sfumato.
Sul vagone letto, mentre andava a Seattle, non aveva potuto dormire. Continuava a immaginare di sollevarsi al ritmo delle ruote e di scivolare fuori dalle tendine nel corridoio per svegliarsi poi, in una situazione tremendamente imbarazzante, per il grido strozzato d'un facchino. Allora aveva chiuso tutte le tendine con delle spille di sicurezza senza ottenere però alcun risultato, senza poter dormire se non per brevi intervalli.
Durante il giorno si era legato al sedile, mentre traversavano le montagne, ed era arrivato a Seattle la sera con il collo indolenzito, le ossa a pezzi, e una generale sensazione di scoraggiamento.
Aveva preso la decisione di partecipare alle conferenze troppo tardi perché gli fosse possibile ottenere una stanza da solo nei dormitori dell'Istituto. E dividere la camera con qualche altro era fuori questione. Prese una stanza in un albergo del centro, chiuse la porta a chiave, chiuse tutte le finestre, spostò il letto contro il muro e appoggiò una scrivania nel lato libero del letto, quindi si mise a dormire.
Non si ricordò d'aver sognato, e la mattina quando si svegliò era ancora racchiuso in quella specie di nicchia che s'era costruito. Si sentiva un po' meglio.
Quando arrivò nell'aula di Fisica dell'Università, trovò, come s'era aspettato, un largo auditorium con molti sedili liberi. La sessione di conferenze, si teneva tradizionalmente durante le vacanze di Pasqua, e gli studenti non vi partecipavano. Una cinquantina di fisici sedevano in un auditorium progettato per contenere un cinquecento persone, ammassati da tutti i lati intorno alla piattaforma centrale sollevata su di un podio.
Roger prese posto nell'ultima fila, dove non avrebbe potuto essere visto da persone che per caso avessero guardato attraverso le alte finestre disposte al disopra delle porte dell'auditorium, e dove gli altri che partecipavano alla sessione avrebbero dovuto girare il collo all'incirca di centottanta gradi per vederlo.
Ad eccezione naturalmente di colui che parlava dalla piattaforma: il professor Carring.
Roger, per la verità, non ascoltò molto della conferenza. Si concentrò interamente ad aspettare quei momenti in cui solo Carring si trovava sulla piattaforma, e quando solo lui l'avrebbe potuto vedere.
Mano a mano che Carring mostrava più evidenti i segni di imbarazzo, Roger diveniva più audace. Durante il riassunto finale della sessione pomeridiana, superò se stesso.
Il professor Carring si fermò a metà di una frase balbettata, e che non aveva alcun significato. I suoi ascoltatori che fino allora avevano continuato ad agitarsi sulle sedie si immobilizzarono e lo guardarono con aria interrogativa.
Carring levò la mano e disse quasi senza fiato: - Voi! Voi laggiù!
Roger Toomey stava seduto con aria seria e compunta nel mezzo del corridoio. La sola sedia sotto di lui era un'ottantina di centimetri d'aria. E le sue gambe erano allungate sui braccioli di una seconda poltroncina ugualmente inesistente.
Non appena Carring puntò il dito verso di lui, Roger scivolò immediatamente di lato. E quando le cinquanta teste si voltarono a guardarlo, era seduto tranquillamente su di una molto prosaica sedia di legno.
Roger si guardò intorno, poi guardò Carring che lo indicava col dito, e si alzò.
- Dite a me, professor Carring? - domandò. Un lieve tremolio nella voce indicava la selvaggia battaglia che Roger stava combattendo con se stesso per mantenere la voce fredda e sorpresa.
- Cosa state facendo? - domandò Carring, facendo esplodere tutta la tensione nervosa accumulata fino a quel momento.
- Niente - rispose Roger. - Non riesco a comprendere.
- Uscite! Lasciate questa aula!
Evidentemente Carring non riusciva più a controllarsi. In ogni caso Roger spalancò gli occhi e prese la palla al balzo pieno di speranza.
Disse, a voce alta, per farsi sentire al di sopra del clamore che s'era levato nell'aula. - Sono il professor Roger Toomey dell'Università di Carson. Sono membro della Associazione Americana dei Fisici. Ho fatto regolare domanda per essere ammesso a questo ciclo di conferenze, ed è stata accettata, ho pagato la mia quota di iscrizione. Sono seduto qui nel mio diritto e continuerò a starci.
Oramai accecato dall'ira Carring riuscì solamente a dire: - Andatevene!
- No, signore - rispose Roger. E la sua voce tremava di una rabbia preparata ad arte.
- Per quale ragione dovrei andarmene? Cosa ho fatto?
Carring agitò una mano in aria, senza sapere cosa rispondere.
Roger approfittò del suo vantaggio. - Se state tentando di allontanarmi da questa sessione senza una ragione valida, citerò l'istituto.
Carring s'affrettò a dire: - La prima sessione del convegno primaverile sulle ultime scoperte della scienza fisica è chiusa. La nostra prossima riunione si terrà domani in questa stessa aula alle ore nove...
Roger uscì mentre Carring stava ancora parlando.
Quella sera qualcuno bussò alla camera d'albergo. Roger Toomey rimase seduto immobile.
- Chi è? - domandò.
La voce che rispose era quasi un bisbiglio. Disse in fretta: - Posso parlarvi?
Era la voce di Carring. L'albergo dove abitava Roger, e il suo numero di stanza, erano stati registrati, come d'uso, alla segreteria dell'università. Roger aveva sperato qualcosa del genere, ma non aveva creduto, che gli eventi del giorno avessero avuto una così pronta conseguenza.
Aprì la porta, e disse molto freddamente: - Buona sera, professor Carring.
Carring entrò e si guardò intorno. Indossava un soprabito molto leggero, e non fece alcun gesto per levarselo. Teneva il cappello in mano e non lo posò.
Disse: - Siete il professor Roger Toomey dell'Università di Carson, vero? - Pronunciò la frase con una certa enfasi, come se il nome avesse un certo significato.
- Sì. Accomodatevi, prego, professore.
Carring rimase in piedi. - Cosa significa tutto questo? Dove volete arrivare?
- Non vi comprendo.
- Sono certo che comprendete benissimo, invece. Voi state cercando di prendermi in giro o intrappolarmi, per qualche vostra dannata ragione. Ma sono venuto ad avvertirvi che con me non attacca. E non cercate ora d'usare la forza, ho amici che sanno esattamente dove mi trovo in questo momento. Vi consiglio di dire la verità e abbandonare immediatamente Seattle.
- Professor Carring! Questa è la mia stanza. Se siete venuto qui per litigare, dovrò chiedervi d'uscire immediatamente. Se non intendete andarvene, chiamerò perché vi buttino fuori.
- Avete intenzione di continuare questo... Questa persecuzione?
- Non vi sto affatto perseguitando. Non vi conosco nemmeno!
- Non siete quel Roger Toomey che mi ha scritto una lettera, riguardante un caso di levitazione?
Roger guardò l'uomo con espressione assolutamente sorpresa. - Di quale lettera parlate?
- Negate, allora?
- Certamente. Di cosa state parlando? Avete la lettera con voi?
Il professor Carring strinse le labbra. - Lasciamo perdere, quest'argomento. Negate che oggi pomeriggio vi siete appeso a dei fili nell'aula del congresso?
- Fili? Non capisco assolutamente.
- Oggi voi stavate levitando!
- Vi prego d'uscire, professor Carring. Credo che non vi sentiate troppo bene.
Il fisico alzò la voce. - Negate d'aver levitato?
- Dovete essere impazzito. Volete dire che io ho dato spettacolo nell'aula dell'auditorium, facendo trucchi da mago? Non c'ero mai entrato prima d'oggi, e quando sono entrato voi c'eravate già. Avete per caso trovato dei fili o qualcosa del genere al mio posto, dopo che me ne sono andato?
- Non so come ci siate riuscito, e non me ne importa. Ma insistete nel negare di aver levitato?
- Certamente.
- Ma io vi ho visto. Perché mentite?
- Mi avete visto levitare? Professor Carring, potete dirmi come sia possibile una cosa simile? Spero che le vostre cognizioni sulla forza di gravità siano sufficienti a farvi capire che la levitazione è un concetto privo di significato all'infuori dello spazio esterno. Mi state prendendo in giro per caso?
- Gran Dio - esclamò Carring con voce in falsetto, - perché non volete dirmi la verità?
- Ma io sto dicendo la verità. Credete forse che se allargassi le braccia e facessi un passetto, così... credete forse che possa levarmi su in aria? - e fece proprio come aveva detto, andando a toccare con la testa il soffitto.
La testa di Carring seguì i suoi movimenti. - Ecco! Ecco di nuovo...
Roger calò a terra, sorridente. - Non direte sul serio!
- L'avete fatto di nuovo. Lo avete fatto adesso!
- Fatto che cosa, scusate?
- Levitato! Proprio adesso vi siete sollevato in aria. Non potete negarlo.
Il volto di Roger si fece serio. - Temo proprio che non vi sentiate bene, professore.
- So benissimo cos'ho visto!
- Forse avete bisogno di un po' di riposo. Il troppo lavoro...
- Non si trattava di una allucinazione!
- Volete bere qualcosa? - E Roger s'avviò verso la sua valigia, mentre Carring seguiva i suoi passi con gli occhi fuori dalle orbite: le punte dei suoi piedi toccavano aria a cinque centimetri dal suolo.
Carring s'accasciò sulla poltrona che Roger gli aveva indicato.
- Sì, grazie - disse, con un fil di voce.
Roger gli porse la bottiglia del whisky, e rimase a osservarlo mentre beveva, poi sorridendo lievemente, disse: - Come vi sentite adesso?
- Ascoltatemi... - disse Carring, - avete per caso scoperto un metodo per neutralizzare la gravità?
Roger lo guardò spalancando gli occhi. - Calmatevi, professore. Se fossi in possesso di un dispositivo simile, non lo userei certo per venire a fare dei giochetti. Sarei a Washington. Sarei un segreto militare. Sarei... Be' non sarei certo qui! Questo mi pare chiaro.
Carring si alzò. - Avete intenzioni di continuare ad assistere alle conferenze?
- Sicuro.
Carring annuì, si calcò il cappello in testa e si affrettò a uscire.

I tre giorni successivi, il professor Carring non presiedette alle sessioni del congresso, e nessuna ragione per la sua assenza venne comunicata. Roger Toomey, combattuto tra la speranza e la paura, sedette tra gli ascoltatori e cercò di rimanere inosservato. Non si può dire che ci riuscisse perfettamente. L'attacco che Carring gli aveva portato in pubblico l'aveva portato alla ribalta, e la sua ferma difesa gli aveva dato la popolarità di un Davide attaccato da un Golia.
Roger tornò nella sua camera d'albergo, giovedì sera, dopo un pranzo insoddisfacente, e si fermò di botto davanti alla porta aperta, con un piede sul tappetino e uno all'interno della stanza. Il professor Carring lo stava guardando dall'interno. Un altro uomo col cappello buttato all'indietro, sedeva sul letto di Roger.
Lo sconosciuto fu il primo a parlare. - Entrate, Toomey.
Roger entrò. - Cosa succede?
Lo sconosciuto aprì il portafoglio e mostrò a Roger una tessera racchiusa in una busta di plastica trasparente. Disse: - Sono Cannon dell'F.B.I.
E Roger, guardando il professore: - Devo ammettere che avete influenze al governo!
- Non mi lamento - disse Carring.
- Bene - disse Roger. - Sono in stato di arresto? Qual è l'imputazione?
- Calmatevi - disse Cannon. - Abbiamo radunato alcuni dati su di voi, Toomey. Questa è la vostra firma?
Gli allungò una lettera vicino abbastanza perché potesse leggerla, ma non abbastanza perché potesse afferrarla. Era la lettera che Roger aveva scritto a Carring, e che era poi stata spedita a Morton.
- Sì - rispose Roger.
- E queste? - L'agente federale gli mostrò un gruppetto di fogli.
Roger si rese conto che dovevano aver raccolto ogni lettera che lui aveva spedito a eccezione di quelle che erano state cestinate. - Sono tutte mie - disse con voce stanca.
Carring grugnì.
Cannon disse: - Il professor Carring ci ha riferito che voi galleggiate.
- Galleggio? Cosa diavolo vuol dire?
- Galleggiate per aria - spiegò Cannon, con voce dura.
- Ci credete, voi, a una cosa tanto stupida?
- Non sono qui per crederci o no, dottor Toomey - ribatté Cannon. - Sono un agente del governo degli Stati- Uniti e ho una missione da compiere. Se fossi in voi collaborerei.
- Come posso collaborare in una cosa de genere? Se io fossi venuto da voi a dirvi che il professor Carring può galleggiare nell'aria, mi avreste immediatamente messo sdraiato sulla poltrona di uno psichiatra.
- Il professor Carring - replicò Cannon, - è stato esaminato da uno psichiatra dietro sua richiesta. E in ogni caso, da parecchi anni il governo ascolta molto seriamente le proposte del professor Carring. A parte il fatto poi, che abbiamo delle prove.
- Quali?
- Un gruppo di studenti dell'università vi ha visto volare. E anche una donna che una volta era segretaria del vostro ufficio. Abbiamo le deposizioni di tutti.
Roger disse: - Che genere di deposizioni? Deposizioni così attendibili da poter essere portate di fronte a una giuria?
Il professor Carring lo interruppe. - Dottor Toomey, cosa ci guadagnate a negare il fatto che potete levitare? Il vostro rettore ha ammesso che voi siete in grado di fare una cosa del genere. Mi ha detto che vi informerà ufficialmente che il vostro incarico sarà considerato scaduto alla fine dell'anno accademico. Si comporterebbe così per niente, forse?
- Questo non ha importanza - disse Roger.
- Ma perché non volete ammetterlo?
- Perché dovrei ammetterlo?
- Vorrei farvi notare, dottor Toomey - disse Cannon, - che se foste in possesso di un qualche strumento capace di annullare la gravità, ciò sarebbe di grande importanza per il nostro governo.
- Davvero? Immagino che si stia indagando sul mio passato per controllare se esistano possibili prove di slealtà.
- Le indagini sono in corso - disse l'agente.
- D'accordo - annuì Roger, - supponiamo che io ammetta di poter levitare. Supponiamo però anche che io non ne conosca la ragione. Supponiamo che io non possa dare al governo nient'altro che il mio corpo e un problema insolubile.
- Come sapete che è insolubile? - s'affrettò a domandare Carring.
- Una volta vi chiesi di studiare il fenomeno - fece notare Roger gentilmente. - Vi siete rifiutato.
- Dimentichiamo quell'episodio. State a sentire. - Carring parlò rapidamente e senza interrompersi. - Al momento voi non avete impiego. Posso offrirvi uno dei miei dipartimenti come professore di fisica associato. I vostri impegni d'insegnamento saranno puramente nominali. Avrete tutto il tempo a disposizione per le ricerche. Che ne dite?
- Sembra una proposta ottima.
- Penso di poter affermare che fondi illimitati saranno messi a vostra disposizione dal governo.
- Cosa dovrei fare? Ammettere che posso levitare?
- So benissimo che lo potete fare. Vi ho visto con i miei occhi. Vorrei che lo faceste ora per il signor Cannon.
Le gambe di Roger si alzarono e si allungarono al livello della testa di Cannon. Poi Roger si girò da un lato e sembrò riposarsi appoggiando la testa sul palmo della mano.
Il cappello di Cannon cadde all'indietro sul letto.
- Sta galleggiando! - gridò.
E Carring quasi non connettendo più dall'eccitazione: - Avete visto?
- Ho visto, sì!
- Allora andate a fare il rapporto. Spiegate tutto per iscritto. Non diranno più che ho qualcosa che non funziona!
Era così felice che non gli pareva vero.

- Non so nemmeno che clima c'è a Seattle - disse Jane eccitata, - e ho un mucchio di cose da fare.
- Hai bisogno di aiuto? - domandò Jim Sarle comodamente affondato nella poltrona.
- No, non credo che tu possa aiutarmi. Oh, mio Dio! - E volò in un'altra stanza, ma al contrario di suo marito, lo fece solo metaforicamente.
Roger Toomey entrò. - Jane, hai ricevuto le casse per i libri? Salve Jim. Quando sei entrato? E dov'è Jane?
- Sono arrivato un minuto fa, e Jane è nell'altra stanza. Ho dovuto abbattere un poliziotto per entrare! Per Giove, ti hanno completamente circondato.
- Già - disse Roger con aria assente. - Gli ho parlato di te.
- Lo so. M'hanno fatto giurare di mantenere il segreto. Gli ho risposto che in ogni caso si trattava di un segreto professionale. Perché non hai incaricato la società di traslochi per farti i bagagli? Non è il governo che paga?
- I facchini non lo farebbero bene - rispose Jane, ch'era rientrata improvvisamente e si era lasciata cadere sul divano.
- Avanti, Roger - disse Sarle. - Raccontami com'è andata.
Roger sorrise, imbarazzato. - Come tu mi hai detto, Jim, mi sono liberato la mente dai problemi sbagliati e mi sono applicato a risolvere quello giusto. Sembrava sempre che mi dovessi trovare di fronte a due alternative. Ero un imbroglione o un pazzo. Carring l'aveva detto chiaramente nella sua lettera a Morton. Il rettore decise che ero un imbroglione e Morton sospettò che fossi pazzo.
«Ma ammesso che io avessi potuto dimostrargli che levitavo, Morton mi aveva spiegato cosa avrebbe fatto in un caso del genere. O sarei stato un imbroglione, o il testimonio un malato di mente. Morton disse che... disse che se mi avesse visto volare, avrebbe preferito credersi pazzo piuttosto che accettare l'evidenza. Naturalmente, lo diceva soltanto. Nessun uomo crederebbe mai nella propria follia se esistesse una minima alternativa. Ho puntato proprio su questo.
«Così ho cambiato tattica. Sono andato alle conferenze di Carring, non gli ho detto che potevo volare, gliel'ho dimostrato e poi ho negato di averlo fatto. L'alternativa era chiara. O io ero un bugiardo o lui... non io, stai bene a sentire, ma lui... era un pazzo. Ovvio che prima o poi avrebbe preferito credere nella levitazione piuttosto che nella sua follia, una volta messo di fronte all'evidenza. Da qui tutte le sue azioni, la sua sfuriata, il viaggio a Washington, la sua offerta di lavoro, tutte queste azioni intese a provare la sua sanità di mente, non per aiutarmi.»
- In altre parole - disse Sarle, - hai fatto in modo che la tua cosiddetta levitazione fosse un problema suo, non tuo.
- Avevo in mente una cosa del genere - disse Roger, - quando abbiamo parlato l'ultima volta, Jim.
Sarle scosse la testa. - Ne avevo una vaga nozione, ma ogni uomo deve risolvere i suoi problemi da solo, se vuole veramente che vengano risolti. Pensi che riusciranno a scoprire il principio della levitazione, ora?
- Non lo so, Jim. Ancora non posso comunicare il lato soggettivo del fenomeno. Ma non ha importanza. Lo studieremo, ed è questo che conta. Per quanto mi riguarda l'importante è che sono riuscito a costringerli ad aiutarmi.
- Credi? - domandò Sarle a bassa voce. - Io direi piuttosto che l'importante e di aver permesso che loro ti costringessero ad aiutarli: è diverso.

FINE