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Urania - Asimov d'appendice
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ALBO D'ONORE LUNARE - Isaac Asimov
Titolo originale: The lunar honor-roll

Ricordo che un giorno, più di vent'anni fa, stavo leggendo un romanzo di Heinlein, e mio padre venne a vedere di che cosa si trattava.
- Fantascienza! - disse. - Andare sulla Luna! Ah! Senti un po', hai forse letto libri di Zulvern?
Lo guardai senza capire. - Di chi?
- Zulvern - ripeté lui.
Ci rimasi male. Mi piccavo di conoscere tutti i più importanti scrittori di fantascienza, e mi seccava di essere stato colto in fallo.
- Che cos'ha scritto? - domandai.
- Fantascienza. Viaggi sulla Luna e cose del genere. Oh... ha scritto anche un libro che parla di un tale che fece il giro del mondo in ottanta giorni.
Fu un lampo. Conoscevo bene quell'autore, ma mio padre ne aveva pronunciato il nome come l'aveva sempre sentito: alla russa.
- Ma certo! - esclamai, e il mio pesante accento di Brooklyn si accentua più che mai per l'eccitazione. - Lo scrittore che intendi tu, è Jul Vehn.
A quel punto fu mio padre a chiedere: - Chi?

Comunque, anche se fra noi ci si era messo un linguaggio, avevamo scoperto che tutti e due, mio padre e io, apprezzavamo la fantascienza.
Così provai una soddisfazione particolare quando Neil Armstrong mise piede sulla Luna, non solo perché l'aveva fatto mentre ero ancora in vita io, ma perché aveva potuto vederlo anche mio padre.
Per rendersi conto della rapidità sorprendente del progresso tecnologico, basta considerare che quando nacque mio padre (il 21 dicembre 1896) nessun uomo si era ancora mai alzato da terra con l'aiuto di un motore. Esistevano palloni o alianti, ma erano solo espedienti per galleggiare passivamente nell'aria e, o, sfruttare il vento.
Soltanto il 2 giugno dell'anno 1900, quando mio padre aveva tre anni e mezzo, si compì il primo volo completamente controllato.
No, la data non è sbagliata: non sto parlando dei fratelli Wright!
L'inventore al quale mi riferisco era il conte Ferdinando von Zeppelin.
Von Zeppelin concepì l'idea di racchiudere un pallone dentro una struttura di alluminio a forma di sigaro, rendendolo più robusto, e più efficiente dal punto di vista dell'aerodinamica. Sotto ci appese una specie di gondola dotata di un motore a combustione interna, che serviva a muovere un'elica e a spostare gondola e pallone nell'aria, «anche controvento».
Zeppelin aveva inventato lo «zeppelin», ovvero il «pallone dirigibile», vale a dire «un pallone che può essere diretto durante il volo». Inevitabilmente quest'ultima definizione fu abbreviata in «dirigibile».
Il 17 dicembre 1903, pochi giorni prima che mio padre compisse il suo settimo anno, i fratelli Wright fecero volare il loro aeroplano, e questo fu il primo volo controllato di un «veicolo più pesante dell'aria».
Il 16 marzo 1926, mio padre aveva allora ventinove anni, Robert Hutchings Goddard lanciò il primo razzo a combustibile liquido.
Il razzo percorse poco più di cinquantasei metri, ma segnò l'inizio di un futuro portentoso. Nel 1944, i razzi sviluppati da Werner von Braun, a combustibile liquido, e assai più grandi, bombardavano Londra.
Il 4 ottobre 1957, un veicolo azionato a razzi fu messo in orbita intorno alla Terra per la prima volta. Allora mio padre era sessantenne. Il 12 aprile 1961 entrò in orbita il primo veicolo con carico umano.
E finalmente, il 20 luglio 1969, mio padre aveva ormai settantadue anni e mezzo, le prime orme umane si impressero sul suolo lunare.
L'uomo era passato da uno stato di soggezione, legato alla superficie della Terra, ai viaggi lunari, e aveva compiuto tutto questo nel corso di una generazione!
Dobbiamo aspettarci che questa rapida corsa della tecnologia continui. Ci saranno altri viaggi sulla Luna, con soggiorni sempre più lunghi sul nostro satellite. Si faranno molti altri esperimenti e, infine, verranno poste le fondamenta per una base permanente che potrà e dovrà trasformarsi in colonia.
Nel frattempo, i nomi dei particolari della superficie lunare diventeranno noti a chi legge il giornale e guarda la televisione. E sarà un bene, perché così verrà dato il giusto rilievo a tutta una serie di appellativi di sapore romantico, nonché a molti grandi uomini del passato. Tuttavia potrebbe anche accadere che gli annunciatori della televisione e altri storpiassero tali nomi fino a renderli irriconoscibili.
Comunque, prima che essi diventino del tutto banali per essere stati troppo ripetuti, consideriamone qualcuno.
L'idea che fosse necessario battezzare i vari elementi della configurazione lunare, sarebbe sembrata inconcepibile fino al giugno del 1609, quando Galileo guardò la Luna attraverso il suo telescopio.
Soltanto allora gli astronomi si accorsero che il corpo celeste non aveva una superficie piana, liscia, lucente (a prescindere da certe macchie) e priva di rilievi, come si era creduto fino a quel momento basandosi sull'affermazione aristotelica della perfezione dei cieli. La Luna, invece, aveva monti e vallate e, in generale, una superficie varia e accidentata almeno quanto quella terrestre.
Galileo disegnò la prima carta lunare, segnando alcuni crateri e un paio di zone oscure. Gli astronomi che vennero dopo di lui, disponendo di strumenti più perfezionati, osservarono i particolari con maggiore chiarezza, e la carta cominciò ad arricchirsi di dettagli. Aumentò anche la tentazione di affibbiare nomi a tutto.
Il primo a disegnare carte del nostro satellite con esattezza sufficiente a permettere di individuare davvero la configurazione della superficie lunare quale la conosciamo oggi, fu l'astronomo tedesco Johannes Hevelius.
Nel 1647, Hevelius pubblicò uno splendido volume intitolato «Selenografia», un vero e proprio atlante della Luna. Diede sistematicamente un nome ai vari rilievi, evitando però nomi di persone, per timore di suscitare invidie e maldicenze. Sposata, invece, la nuova teoria secondo cui la Luna, dopotutto, non era altro che una Terra in piccolo, trasferì in blocco nella selenografia i nomi geografici: le varie catene montuose del nostro satellite furono chiamate così Alpi, Appennini, Carpazi, Caucaso, eccetera.
Tali sono rimasti fino al giorno d'oggi, anche se, naturalmente, le definizioni identiche a quelle terrestri possono generare una certa confusione. Comunque parliamo già con disinvoltura di «Alpi lunari», «Appennini lunari», e via di seguito, e sicuramente questi nomi non cambieranno.
Hevelius chiamò le grandi zone scure «maria», anche se già a quel tempo appariva evidente che sulla superficie della Luna molto difficilmente potevano trovarsi aria e acqua e si propose di servirsi il più possibile della terminologia terrestre.
Per fortuna non chiamò i «mari lunari» con i nomi dei mari del nostro pianeta, ma si permise voli di fantasia. E, naturalmente, si servì del latino.

Dunque, l'area dove si posarono la prima volta gli astronauti dell'Apollo 11 si trova sulla sponda del «Mare Tranquillitatis», che tradotto significa «Mare della Tranquillità». Considerando la staticità del paesaggio lunare (a prescindere dall'impatto occasionale di qualche meteorite, dallo spaccarsi di qualche roccia per via di alterazioni termiche, da qualche eruzione occasionale di gas, polvere, o lava attraverso le fenditure del suolo), questo è davvero un nome poeticamente adatto. Accanto al Mare Tranquillitatis, c'è il «Mare Serenitatis», ovvero «Mare della Serenità».
Ci sono poi altri appellativi meno indovinati, ma che molto probabilmente nessuno si prenderà il disturbo di cambiare, nonostante si riferiscano per la maggior parte all'acqua, che sulla Luna manca. Così, senza pensare di esaurire completamente l'argomento, abbiamo:
- Mare Imbrium (Mare delle Piogge)
- Mare Nectaris (Mare del Nettare)
- Mare Humorum (Mare dell'Umidità)
- Mare Spumans (Mare della Schiuma)
- Mare Vaporum (Mare dei Vapori)
- Mare Undarum (Mare delle Onde)

Del tutto inappropriato, è il Mare Faecunditatis (Mare della Fertilità).
Particolarmente vasto, l'Oceano Procellarum (Oceano delle Tempeste).
Le zone scure più piccole hanno nomi relativamente più modesti: abbiamo il Lacus Somniorum (Lago dei Sogni), nonché il Sinus Iridum (Baia dell'Arcobaleno) e il Sinus Roris (Baia della Rugiada), questi ultimi separati da un'alta cresta di terra.
A volte i nomi sono scelti con cognizione di causa. Per esempio, l'area piatta proprio al centro della faccia visibile della Luna è detta Sinus Medii (Baia centrale).
I guai cominciano con i crateri: i loro nomi sono intraducibili, e a volte quasi impronunciabili.
La colpa è di un astronomo italiano, Giovanni Battista Riccioli, che nel 1651 pubblicò un libro intitolato «Nuovo Almagesto», a cui accluse le proprie carte della superficie lunare, carte che, sia detto per inciso, erano inferiori a quelle di Hevelius.
Inoltre Riccioli cominciò a battezzare i crateri con nomi di astronomi morti e di altre persone importanti. Per capire il senso delle sue scelte, è importante vedere quali fossero le sue convinzioni in fatto di astronomia.
Prima di tutto, il Riccioli rifiutava la teoria di Copernico il quale poneva il Sole al centro del sistema planetario. E questo è il nocciolo della questione. Riccioli era un conservatore che restava aggrappato alle venerande convinzioni dei greci: riteneva che la Terra fosse il centro dell'universo e che i corpi celesti orbitassero descrivendo circoli perfetti. Conosceva la teoria di Keplero, secondo il quale i pianeti, Terra compresa, giravano in orbite ellittiche intorno al Sole, ma la rifiutò senza neppure preoccuparsi di discuterla. A coloro che gli facevano notare che il sistema copernicano, accentrato intorno al Sole, era preferibile in quanto più semplice di quello tolemaico centrato intorno alla Terra, Riccioli replicava che se un sistema era complicato, testimoniava meglio la grandezza e la gloria di Dio.
Più addietro, nel 1577, l'astronomo danese Tycho Brahe aveva proposto un compromesso, avanzando l'ipotesi che tutti i pianeti (Terra compresa) si muovessero intorno al Sole in orbite circolari, ma che il Sole stesso, con tutti i suoi pianeti orbitanti, girasse intorno alla Terra. Questo sistema accettava molti elementi positivi di quello copernicano, senza rifiutare l'assunto fondamentale greco della Terra come centro dell'universo.
Si trattava di un compromesso fallito in partenza, ma molti vi si aggrapparono con la forza della disperazione, vedendovi l'unica alternativa al completo abbandono del principio geocentrico, abbandono che, secondo loro, poteva avere gravi ripercussioni teologiche. Riccioli fu tra coloro che aderirono alle proposte di Tycho Brahe.
Ebbene, i nomi scelti da Riccioli riflettono il suo giudizio sul valore dei vari astronomi.
Sulla Luna si notano tre crateri particolarmente visibili, forse quelli di più recente formazione tra i più grandi. Ciascuno è circondato da una raggerà di linee diritte, che si dipartono in ogni direzione e sembrano formate da polvere eruttata dal cratere stesso durante la sua formazione. Probabilmente, all'origine tutti i grandi crateri avevano una raggiera, cancellata, con l'andare del tempo, da successivi livellamenti. Ma nel caso dei crateri in questione, sembra che non si siano verificati importanti fenomeni del genere.
Il maggiore dei tre crateri si trova in prossimità del polo lunare sud (presso la sommità del globo, in quasi tutte le fotografie, che generalmente presentano il sud in alto e il nord in basso).
Quando la luce del sole ci batte dentro, esso assume un rilievo straordinario, e spicca con la sua raggerà nel paesaggio circostante, così da far sembrare la Luna una di quelle arance di particolare qualità che presentano una forte depressione nella parte superiore. E la depressione sarebbe il cratere. Oppure, a un osservatore ingenuo, può sembrare che la Luna abbia un vero e proprio «polo nord» con meridiani visibili. Quello è il più splendido cratere solitario della Luna, sia sulla faccia visibile, sia su quella nascosta.
Immaginate come lo chiamò Riccioli? Viste le sue predilezioni, non c'è da pensarci su molto. Lo chiamò Tycho.
Gli altri due crateri, pure bellissimi, anche se assai meno di Tycho, li battezzò Copernico e Keplero. Comunque, non è il caso di lamentarsi, perché se fosse stato meno leale verso la scienza, avrebbe potuto omettere completamente i due signori che sostenevano il principio eliocentrico.
Quasi al centro della faccia visibile, stanno quattro grandi crateri situati ai lati di un'immaginaria figura a forma di diamante.
Riccioli chiamò il più grande Ptolemaeus, da Claudio Tolomeo, che nel II secolo a. C. raccolse le fatiche degli astronomi greci in un libro, uno dei pochi pervenutici dai tempi antichi. I greci, pieni d'ammirazione, chiamarono l'opera «Megiste», «Grandissima (raccolta)», e gli arabi vi aggiunsero il loro articolo determinativo trasformandolo in «Almagest».
Va notato che Riccioli intitolò la sua opera «Nuovo Almagesto».
Appena a nord-est di Ptolemaeus, sull'angolo opposto del diamante, c'è un cratere in dimensioni minori, che Riccioli chiamò Hipparchus. Ipparco fu il maggiore tra gli astronomi greci, e i suoi scritti, andati perduti, costituirono il fondamento principale su cui Tolomeo elaborò il suo sistema.
Per quanto Ipparco sia stato il primo a concepire la visione geocentrica dell'universo, dandole un'esposizione matematica dettagliata e soddisfacente, fu Tolomeo a dare il nome a quello che da allora in poi venne chiamato «sistema tolemaico».
E lo stesso Tolomeo, si è tenuto il cratere più grande! Ci sono ingiustizie dappertutto, anche nella storia della scienza!
Sugli altri due angoli del «diamante», stanno un paio di crateri dedicati a personaggi medioevali, sostenitori della teoria copernicana. Uno è Albategnius, versione latinizzata dell'arabo al-Battani, il nome del massimo astronomo medioevale.
L'altro, appena a sud di Ptolemaeus, e quasi sconfinante in questo, è l'Alphonsus, da Alfonso X, monarca castigliano, passato ai posteri con il soprannome di Alfonso «il Saggio». Fu un re sfortunato dal punto di vista politico-militare, ma famoso per il suo sapere, poiché diede impulso alla cultura, fondò scuole, e organizzò codici legali.
Sotto il suo patronato venne scritta la prima storia di Spagna, e preparata una traduzione nuova e particolarmente pregevole del vecchio Testamento. Il re stesso scriveva poesie, nonché trattati d'alchimia.
Il posto sulla Luna gli fu riservato perché incoraggiò la compilazione di tavole planetarie revisionate, tavole che potevano essere usate per predire la posizione dei pianeti in qualsiasi momento passato o futuro. (Questo in teoria, perché in pratica si rivelarono sempre meno esatte per periodi di tempo sempre più lunghi, in entrambe le direzioni.) Furono pubblicate nel 1252, il giorno dell'ascesa al trono di re Alfonso.
Queste «Tavole Alfonsine» furono comunque quanto di meglio il Medioevo poteva offrire, e per oltre tre secoli non vennero sostituite da altre migliori.
Riccioli sarà forse rimasto perplesso circa l'opportunità di assegnare un cratere così imponente ad Alfonso. In fin dei conti, il re-studioso aveva sollevato dubbi sul sistema tolemaico. Si dice che durante la noiosa compilazione delle tavole, per cui erano richiesti complessi calcoli matematici, dato che ci si ostinava a considerare la Terra come centro dell'universo, Alfonso dichiarasse, esasperato: «Se il buon Dio avesse chiesto consiglio a me nei giorni della Creazione, gli avrei raccomandato caldamente un progetto più semplice per l'Universo!»

L'astronomo antico che può meglio impressionare gli uomini del nostro tempo è Aristarco, IV secolo a. C., non fosse altro per la modernità delle sue idee.
Fu il primo a compiere una misurazione accurata della distanza della Luna, e tentò anche di misurare quella del Sole.
In teoria il suo metodo di misurazione era corretto, ma il lavoro era ostacolato dalla mancanza di strumenti adatti che gli permettessero di ottenere una precisione sufficiente; perciò la sua valutazione della distanza solare si scostò un poco dal vero.
Aristarco fu il primo ad avanzare l'ipotesi che tutti i pianeti, «compresa» la Terra, ruotassero intorno al Sole. Per questo fu deriso apertamente, e almeno un filosofo (Cleante lo Stoico) domandò che venisse processato per empietà. I lavori di Aristarco non sono giunti fino a noi, perché gli scribi avevano poche probabilità di ricevere un compenso per copiare teorie tanto pazzesche, così ne siamo venuti a conoscenza solo attraverso gli altri filosofi greci, che ne parlavano con scherno.
Grazie a questi riferimenti, le idee di Aristarco spaziarono per tutto il Medioevo. Sembra che anche Copernico le conoscesse, poiché vi accennò in un passaggio del libro che stava scrivendo, accenno che più tardi cancellò accuratamente.
Ci si chiede, allora, perché mai parliamo di sistema copernicano invece che di sistema aristarcheo. In questo caso, però, non si tratta di un'ingiustizia: Copernico merita davvero l'onore. Anche se Aristarco ebbe l'intuizione giusta, non elaborò però la matematica del moto planetario fondato su un sistema eliocentrico. Una delle ragioni per cui i greci si volsero a Ipparco e al sistema geocentrico, fu che questi fornì i calcoli necessari a sostenere il suo punto di vista.
Poi entrò in scena Copernico, e «per la prima volta» fornì agli astronomi i dati matematici necessari a sostenere la sua teoria basata sul principio del Sole centro dell'universo. Per questo merita di essere onorato.
Comunque, Riccioli fu tanto cortese da dedicare un cratere anche ad Aristarco. I suoi pregiudizi, però, si rivelano chiaramente: mentre a Ipparco e a Tolomeo furono riservati grandi crateri centrali, Aristarco dovette accontentarsi di un cratere modesto, lontano, a nordest.
Il cratere più grande visibile sulla faccia della Luna rivolta verso di noi, è Clavio.
Questo onore è riservato a un valente astronomo tedesco, tenuto in grande considerazione ai suoi tempi, ma oggi praticamente sconosciuto. Agli occhi di Riccioli la sua virtù principale fu, naturalmente, quella di aver rifiutato il sistema copernicano.
Riccioli non si servì soltanto di nomi di astronomi per battezzare i suoi crateri, usò anche nomi di uomini politici e di altri personaggi importanti che gli furono simpatici o che lui ritenne meritevoli di essere onorati.

Nei secoli seguenti, numerosi crateri furono dedicati a luminari vissuti dopo Riccioli, e la scelta si concentrò massicciamente su scienziati, soprattutto astronomi.
Così la carta della Luna si trasformò in un elenco altisonante (un vero e proprio albo d'onore) di appassionati di astronomia. La rappresentanza dei filosofi antichi è notevole.
Oltre a quelli già ricordati, eccone qui alcuni che si possono ritrovare tra i crateri: Anaxagoras (Anassagora), Anaximander (Anassimandro), Anaximenes (Anassimene), Archimedes (Archimede), Aristoteles (Aristotele), Eratosthenes (Eratostene), Euclides (Euclide), Eudoxus (Eudosso), Philolaus (Filolao), Posidonius (Posidonio), Pythagoras (Pitagora) e Thales (Talete).
Sempre tra i crateri, troviamo anche astronomi arabi che sono una vera rarità. Arzachel, per esempio (o Arzachele). Si tratta di un astronomo musulmano vissuto in Spagna nell'undicesimo secolo, e il cui nome arabo era Ibn al-Zarqala.
Ci sono, tra i crateri, anche nomi relativamente moderni, che lasciano in dubbio riguardo alla pronuncia. Nel XVIII secolo visse uno studioso francese chiamato Silvano Bailly, che scrisse importanti storie dell'astronomia. Partecipò anche alla Rivoluzione Francese e fu sindaco di Parigi nel 1789. Ma come ben si sa, gli uomini politici di quel tempo trovavano divertente mandare la gente alla ghigliottina. E Bailly non fu risparmiato: l'invenzione di Guillotte gli troncò la testa nel 1793.
Col tempo, gli venne assegnato un cratere, uno grande, più di quello di Clavio, ma così vicino al limite della faccia lunare, che lo si poté individuare chiaramente solo quando vennero lanciati i razzi-sonda.
Tra gli astronomi moderni elencati nell'albo lunare ci sono Bessel, Bond, Cassini, Flammarion, Flamsteed, Herschel, Huggins, Lassel, Messier, Newton e Pickering.
Tra gli uomini famosi che non furono propriamente astronomi, abbiamo, per esempio: Cuvier, Guericke, Gutemberg, Erodoto e Giulio Cesare.
E c'è perfino un cratere col nome dello stesso Riccioli, e un altro che, in omaggio allo stile ecumenico, è chiamato Rabbi Levi.
I russi, riesumando il sistema di Riccioli, battezzarono i crateri sull'altra faccia della Luna, introducendo però un'innovazione importante: ne dedicarono uno a uno scrittore di fantascienza, Jules Vernes (Zulvern o Jul Vehn, come volete)!
Senza voler insinuare che l'iniziativa verrà spinta ad estremi ridicoli, ritengo lecito sperare che infine si troverà un piccolo cratere anche per Allan Poe, e magari un altro per Herbert George Wells.
E, soprattutto, trovo che bisognerebbe dedicarne uno al grande divulgatore scientifico Willy Ley, il quale, più di chiunque al mondo, contribuì a far conoscere i razzi all'uomo della strada. Morì tre anni prima che venisse effettuato l'allunaggio che per tutta la vita Ley aveva sperato di vedere... Impossibile che in un posto o nell'altro non ci sia un cratere per lui!

Ma ora, con licenza dei gentili lettori, torniamo all'argomento iniziale di questo articolo.
Il 4 agosto 1969, due settimane dopo l'allunaggio, mio padre morì senza lunghe sofferenze, restando fino all'ultimo attivissimo, fisicamente e mentalmente. Vorrei raccontare un aneddoto che gli fa onore.
Mio padre si era imposto di accogliere ogni mio eventuale successo o riconoscimento mondano come qualcosa che lui si fosse semplicemente aspettata da me, e niente più. Manteneva così, ogni volta, invariabilmente, un'aria di calma accettazione. Mostrarsi visibilmente compiaciuto sarebbe servito soltanto, secondo lui, a rovinarmi. (Però quando io non ero presente non faceva altro che lodarmi con tutti quelli disposti ad ascoltarlo, e mia madre si affrettava poi ogni volta a riferirmelo.)
Una sola volta non si comportò così. Era oramai convinto che me ne intendessi di scienza, ma quando cominciai a pubblicare libri sulla storia antica, lui mi prese in disparte, e guardandosi intorno con aria furtiva, come se non volesse essere sorpreso in quell'atto di debolezza, mi domandò: - Senti un po', Isaac, come fai a sapere tutte queste cose?
- Le ho imparate da te, papà - dissi io.
Lui credette che stessi scherzando, e dovetti spiegargli la cosa, come farò ora con voi.
Mio padre era venuto in questo Paese, da adulto, senza alcuna istruzione, nel senso comune della parola, pur essendo estremamente dotto in tradizioni talmudiche. In poche parole, non poteva neppure aiutarmi a fare i compiti di scuola.
Tuttavia quello che poteva fare, e che senz'altro fece, era di inculcare in me e in mio fratello l'amore per la cultura e la gioia di capire e poi spiegare agli altri. E lo fece con tanta decisione e profondità, che noi, suoi figli, non corremmo mai il pericolo di perdere questi tesori... Tutto il resto seguì automaticamente e senza nostro particolare merito, almeno nel mio caso.
Questo desiderio di imparare, capire e spiegare, mi ha portato a un certo successo. Ma anche prescindendo da ciò, mi ha dato una ricchezza che va oltre il denaro e che non può essere misurato con nessun metro. E so che devo ringraziarne mio padre.

FINE