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Urania - Racconti d'appendice
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DINOSAURI VERI E FALSI - Sprague de Camp
Titolo originale: Dinosaurus in today's world

Quando i nostri avi pensavano alla più terribile belva immaginabile, si figuravano il drago. Uno dei draghi più semplici, per esempio, era Pitone, che il dio Apollo uccise a Delfo. Pitone era soltanto un enorme serpente, e oggi noi definiamo con questo nome una famiglia di serpenti veri e propri. Ad altri draghi l'immaginazione popolare aggiunse gambe di lucertola, o ali di pipistrello, o un aculeo all'estremità della coda, o un alito fiammeggiante, o le capacità di pensiero e di parola, o una combinazione di tutte queste particolarità.
Molte vecchie leggende parlano di questi supersauri. Così abbiamo Apepi in Egitto, Tiamat in Babilonia, e Ashi Dahaka nell'Iran. Eroi come Bellerofonte o Beowulf, Sigurd e San Giorgio, uccidono un drago come loro massima impresa. Da Agamennone in poi i guerrieri portano scudi su cui spicca l'immagine di un drago. Re, come Riccardo Cuor di Leone, li fanno ricamare sugli stendardi. Il dotto Konrad von Gesner, del sedicesimo secolo, e l'altrettanto dotto Padre Athanasius Kircher del diciassettesimo, dedicano interi capitoli delle loro opere al problema dei draghi.
Come prova dell'esistenza dei draghi furono esibite ossa fossili, che i nostri antenati attribuirono non solo ai draghi ma anche ai giganti. I cosiddetti «giganti» erano di solito resti di specie estinte di elefanti, mammouth e mastodonti. Se si guarda il cranio di un elefante vediamo che ricorda vagamente il cranio di un mostruoso essere umano, cinque o sei volte più grande del normale. Per provare l'esistenza dei «draghi» ci si basava spesso sul cranio di specie estinte di rinoceronti o di orsi delle grandi caverne. Certi quadri e statue del medioevo presentano i draghi con il collo lungo e la testa di serpente, quasi ricostruendoli sullo scheletro ben conservato di un plesiosauro. Ma non esistono prove che se ne fossero trovati veramente.
Il diciottesimo secolo, più smaliziato dei precedenti, insegna agli uomini istruiti che i draghi non sono mai esistiti. Gli esploratori europei avevano girato in lungo e in largo per le Americhe, l'Asia e l'Africa, e per quanto avessero sentito parlare di animali simili ai draghi, nessuno ne aveva mai visto uno. Per la verità nelle zone tropicali dell'Asia, dell'Africa, e dell'America vivevano serpenti e coccodrilli di dimensioni enormi. Però erano ormai animali ben noti, e non possedevano né l'alito fiammeggiante né le ali di pipistrello.
Così la gente, a malincuore, smise di credere ai draghi. E i draghi trovarono rifugio nelle favole.
O meglio, la gente pensò di non credere più ai draghi. Ma non appena banditi, i draghi tornarono alla ribalta. Nel 1790, in una cava vicino a Maastricht, in Olanda, venne rinvenuto il cranio di un enorme rettile di specie sconosciuta. Nel 1794 il cranio venne identificato e classificato dal pioniere paleontologo Georges Cuvier, svizzero franco-tedesco. Era quello di una gigantesca lucertola marina a cui venne dato il nome di mesasauro. Cuvier identificò anche i resti fossili di un rettile volante che venne chiamato pterodattilo.
Poi, nel 1811, la dodicenne Mary Anning, i cui genitori avevano un negozio di curiosità sulla costa sud dell'Inghilterra, scoprì sulle colline vicino alla sua città natale i resti di un altro rettile marino, l'ichtiosauro. Dieci anni dopo se ne scoprì un altro, che divenne noto col nome di plesiosauro. L'anno seguente, il fisico inglese Gideon Mantell scoprì nella Foresta Tilgate il primo dinosauro della storia, l'iguanodonte. Nel corso del secolo vennero alla luce altri e più stupefacenti rettili fossili. Evidentemente nel passato i draghi erano esistiti, anche se lievemente diversi da come se li era raffigurati la fantasia popolare. Tutti questi discorsi sui draghi portano alla domanda: esistono ancora creature simili? Cent'anni fa questo interrogativo non era così assurdo come può sembrare oggi. In quei tempi la carta terrestre presentava ancora vaste zone di territorio inesplorato.
Dato che era logico supporre che questi dinosauri vivessero in un clima caldo e umido simile alle condizioni terrestri nel periodo Mesozoico, l'Africa Centrale sembrò il luogo adatto dove cercare i sopravvissuti del passato. Infatti, all'inizio del nuovo secolo gli uomini bianchi portarono a conoscenza del mondo l'esistenza di diversi animali di considerevoli dimensioni. Ad esempio, l'okapi, scoperto in Congo nel 1900 da Sir Harry Johnston, il cinghiale gigante delle foreste, catturato nel 1904 dal tenente Minertzhagen, e l'ippopotamo nano trovato in Liberia da Hans Schomburgk, nel 1912.
Schomburgk catturò animali per Carl Hagenbeck, un commerciante di animali selvaggi che abitava ad Amburgo. In Liberia, Schomburgk venne a sapere di un animale del lago Bangweolo, che uccideva gli ippopotami. Sentitone parlare, Hagenbeck finanziò una spedizione, ma gli uomini partiti per il lago Bangweolo non riuscirono a trovare nemmeno il lago.
Non è tutto. Nel 1913 una spedizione comandata dal capitano Stein, ufficiale di stanza nella colonia tedesca del Kamerun, sentì parlare di un uccisore di ippopotami che gli indigeni chiamavano mokéle-mbêmbe. Lo scoppio della prima guerra mondiale mise termine alla spedizione prima ancora che questa potesse accertare la veridicità di quanto si diceva. Secondo le voci, il mokéle-mbêmbe aveva la pelle liscia, il collo lungo, e un unico grosso dente, o corno. Altre voci popolari parlarono della presunta scoperta di un paio di iguanodonti.
Nonostante l'abbondanza di racconti affascinanti, non vennero scoperti né dinosauri né altri rettili del periodo Mesozoico. Durante l'ultimo mezzo secolo l'espansione delle strade e delle ferrovie è andata di pari passo con la diminuzione della vita selvaggia. Oggi la maggior parte dell'Africa non è più selvaggia di quanto non lo sia la Foresta Nera. Ed è alquanto incredibile che un animale in grado di uccidere gli ippopotami sia riuscito a sopravvivere senza mai venire scoperto.
Le voci sul misterioso dinosauro africano sono soltanto l'ultimo atto di un processo iniziatosi quando gli europei si sono messi a esplorare gli altri continenti. In quel periodo gli esploratori non pensarono affatto a smentire le leggende solo sulla scorta di pochi fatti reali.
In un classico greco leggiamo che in India viveva il «martichora» con «la faccia umana, la pelle rossa come il cinabro, e il membro grosso come quello di un leone. Ha tre file di denti, e ha le orecchie, e gli occhi sono azzurri, umani. La coda è simile a quella dello scorpione». Con la coda, questo animale lanciava aculei che producevano ferite mortali. Gli indiani gli davano la caccia in groppa agli elefanti. Da questo si può intuire che la fantastica descrizione si riferisce alla tigre.
Alle leggende nate da errata interpretazione della realtà, o dall'ingenuità popolare o da fantasie esasperate, se non da pura invenzione, si aggiungono le storie dovute al sincero convincimento dei nativi sull'esistenza di mostri mitici. La maggior parte dei popoli primitivi credette ai mostri, e non solo i primitivi, almeno sino all'avvento della scienza moderna. A volte i mostri erano in realtà piccoli animali ingigantiti nelle descrizioni. I maori, per esempio, parlavano di un drago spaventoso, il taniwha, il quale non era altro che un innocuo animale di sessanta centimetri, il tuatara, una specie di lucertola della Nuova Zelanda, cresciuto, nella fantasia, addirittura alle dimensioni di una balena.
Oppure, come per il sirrush dei babilonesi, il mostro poteva essere un composto di diversi animali veramente esistenti.
Molti draghi delle leggende erano ispirati alle descrizioni di pitoni e di coccodrilli fatte da qualcuno che ne aveva sentito parlare da altri. Il coccodrillo di acqua marina dell'Asia sud-orientale, il Crocodilus porosus, può raggiungere i dodici metri di lunghezza. È già un mostro formidabile che può accontentare chiunque. Ad ogni modo, oltre al coccodrillo e al serpente gigante, quali altri giganteschi rettili hanno avuto la possibilità di sopravvivere?
Per i dinosauri questa possibilità è inesistente. Se i dinosauri fossero sopravvissuti fino al Pleistocene, i paleontologi ne avrebbero certamente trovato i resti tra i fossili del Cenozoico, che sono stati reperiti durante l'ultimo secolo.
Esistono però comuni lucertole che hanno raggiunto dimensioni considerevoli. Le più grandi lucertole viventi sono quelle del genere Varanus, di cui circa trenta specie sono sparse nelle zone tropicali del vecchio mondo. I varani sono di forma alquanto allungata, e per lo più la loro lunghezza varia fra i novanta centimetri e il metro e ottanta, e hanno la lingua forcuta.
L'esemplare più grande è il komodo, Varanus komodensis, scoperto dagli europei nel 1912. Queste grosse lucertole, che vivono in tre piccole isole dell'Indonesia, e che si dice provengano dalla Nuova Guinea, raggiungono una lunghezza di tre metri e possono pesare una novantina di chili. Si cibano, fra l'altro, anche di maiali selvatici.
I cacciatori che hanno catturato esemplari del komodo per gli zoo, dicono che si tratta di un animale eccezionale: forte quanto un alligatore della stessa grandezza, ma più veloce. Quando cade nella trappola salta furiosamente, fischiando come una macchina a vapore, e cerca di mordere e artigliare i cacciatori. Inoltre ha la pessima abitudine di vomitare addosso a chi gli si avvicina.
I racconti dei primi viaggiatori che ebbero occasione di vedere il komodo possono aver ispirato alcune delle leggende sui draghi. Non ci vuole molto per trasformare un komodo in un drago. Nel caso poi del Megalania, parente fossile del komodo, vissuto nel Pleistocene australiano, la similitudine poi sarebbe stata perfetta. Questo tipo di lucertola aveva una lunghezza che andava dai sei ai nove metri.
Si è quasi tentati di credere che gli ultimi Megalania siano stati trasferiti pari pari nelle leggende... Ma i fossili del Megalania risalgono a molto tempo prima delle epoche storiche, e gli europei non conoscevano certamente l'Australia fino al giorno in cui Luis Vaez de Torres non scorse Capo York, nel 1606. Quindi il legame tra il Megalania e i draghi mitici è impossibile.
Rimane la questione dei serpenti di mare. Mentre la speranza di trovare dinosauri vivi è scomparsa con l'esplorazione delle ultime terre vergini del globo, l'interesse sui serpenti di mare rimane sempre vivo. I fanatici dei serpenti di mare se ne fanno quasi un culto, molto simile a quello dei credenti nelle Dieci Tribù Perse d'Israele, o nell'occulta saggezza della Grande Piramide, nell'Atlantide di Platone.
Nel Museo di Zoologia Comparativa di Harvard è esposto lo scheletro lungo tredici metri di un gigantesco plesiosauro dal collo corto, il Kronosaurus, del Cretaceo Australiano. Trovato nel 1931, i lavori sullo scheletro terminarono nel 1950 con i fondi donati da certo Godfrey L. Cabot (1861-1962) di Boston. Cabot. che ha vissuto oltre cento anni, era un fanatico dei serpenti di mare, o, come viene definito diplomaticamente dal direttore del museo, «un uomo che ha dedicato la vita allo studio dei rettili marini». Oggi, forse in memoria del longevo signor Cabot e del suo hobby, un cartello con la scritta «Al serpente di mare» indica la strada che porta alla sala del kronosauro.
Si hanno parecchie serie testimonianze sull'esistenza del serpente di mare, e in fondo si può supporre che qualche mostro sconosciuto viva ancora nelle profondità degli oceani. Considerata la teoria secondo cui il serpente di mare è un plesiosauro, questo mostro dovrebbe essere un rettile mesozoico, se non un dinosauro.
La leggenda del serpente di mare è cominciata nel sedicesimo secolo per opera di un fantasioso arcivescovo svedese, Olaus Magnus, che ha trascorso gli ultimi anni della sua vita in un monastero di Roma. Qui ha scritto nel 1555 la «Storia delle nazioni nordiche». In questo libro, Olaus dedica un capitolo ai mostri marini che, dice lui, infestavano le coste della Norvegia. Parla di balene divoratrici di vascelli.
Parla del calamaro gigante, la cui esistenza venne lungamente messa in dubbio e finalmente accettata solo nel 1870. E parla del serpente di mare. Un'incisione del libro rappresenta il mostruoso serpente mentre attacca una nave.
Non appena i racconti di Olaus, e di altri, sui serpenti di mare vennero stampati, le storie di incontri con mostri marini divennero sempre più frequenti. Una delle più famose documentazioni sul serpente di mare è quella fatta nel 1848 dal Comandante di una nave della marina britannica.

Da bordo della Dedalus, nave di Sua Maestà Britannica Homoaze, 11 ottobre.
In risposta alla vostra lettera con la richiesta di conferma su quanto pubblicato nel «Times» sul serpente di mare di straordinarie dimensioni visto da bordo della Dedalus... ho l'onore di assicurare, per informazione dei Lord dell'Ammiragliato, che alle 5 del pomeriggio del 6 agosto scorso, mentre navigavamo nel Sud Atlantico, latitudine 224 ° 44 ' S., e longitudine 9 ° 22 ' E., in giornata scura e nuvolosa, con vento freddo da N.O., con lunghe onde oceaniche da S.O., mentre facevamo rotta verso N.E., il guardiamarina Sartoris ha visto qualcosa di veramente insolito avvicinarsi alla nave, da prua. La circostanza è stata da lui subito riferita all'ufficiale di guardia, il tenente Edgard Drummond, che in quel momento si trovava sul ponte con me e con il capitano William Barrett...
Concentrata la nostra attenzione sull'oggetto, scoprimmo trattarsi di un enorme serpente che teneva la testa e le spalle costantemente sopra la superficie dell'acqua. Secondo i nostri calcoli, a pelo d'acqua c'erano almeno diciotto metri di serpente. L'animale avanzava rapido ma senza compiere movimenti, almeno apparentemente. È passato velocemente, ma così vicino alla fiancata della nave che se si fosse trattato di una persona nota l'avrei potuta riconoscere a occhio nudo. Sia nell'avvicinarsi, quanto poi nell'allontanarsi, non ha minimamente deviato la sua rotta verso S.O. Si spostava a una velocità di circa 15 miglia, e sembrava procedere per una destinazione precisa.
Il collo dell'animale aveva un diametro di circa quaranta centimetri. La testa era indubbiamente quella di un serpente, e durante i venti minuti in cui l'animale è rimasto nel raggio dei nostri cannocchiali, non l'ha mai messa una sola volta sott'acqua. Era di colore marrone scuro, con macchie bianco giallastre sotto la gola. Non aveva pinne, ma dal dorso pendeva una specie di criniera di cavallo, o qualcosa che dava l'idea di ciuffi d'alghe. Oltre a me, e agli ufficiali menzionati prima, è stato visto anche dal quartiermastro, dal nostromo, e dal timoniere...
Comandante Peter McQuahe

Dopo che i rettili mesozoici divennero materia conosciuta, le descrizioni dei mostri marini, che fino a quel momento avevano più che altro la forma del serpente, divennero sempre più somiglianti ai rettili marini del Mesozoico quali il plesiosauro, o il mesasauro. Un gran parlare si è fatto nel 1930, e anche dopo, sul mostro di Loch Ness, nella Scozia.
Molti racconti sono frutto di allucinazioni, o addirittura del tutto falsi. Basta leggere qualche libro sui falsi, per scoprire che spesso sono dovuti a gente apparentemente seria. A volte lo fanno per denaro, a volte per conquistare notorietà, a volte per convincere gli altri di qualche loro teoria, e a volte per il semplice gusto di gabbare gli ingenui.
Altri casi, come quello del Dedalus, invece, non sono facilmente spiegabili.
Quando c'è parecchia gente implicata nella mistificazione, è probabile che prima o poi qualcuno tradisca il segreto. Per questo motivo, in molti casi si ha un solo testimone, quello che ha visto qualcosa, anche se non necessariamente un serpente di mare.

Ci sono diversi animali marini che possono venire scambiati per serpenti di mare. Tra questi, due tipi di balena dal corpo allungato, quasi a forma di serpente, appunto. Altri sono il kraken, il basking shark, lo squalo balena, e il pescenastro, che sale raramente in superficie e può raggiungere una lunghezza di nove metri. Gruppi di animali più piccoli che nuotano in colonna, quali i leoni marini e le tartarughe, con il loro affiorare simultaneo possono dare l'idea del serpente di mare.
Questo però non spiega il caso del «Dedalus». Dobbiamo sempre tenere presenti un paio di cose. Prima, accettare solo con riserva i casi dubbi, almeno fino a quando non siano provati. Per «provati» intendo fino al giorno in cui qualcuno non peschi uno degli esemplari di cui si parla, o fino a quando gli oceani non siano stati esplorati totalmente, al punto da stabilire con certezza che non vi abita nessun mostro sconosciuto.
Secondo, ricordare sempre che quando viene descritto un esemplare una sola testimonianza non è sufficiente anche se ne viene fatta una descrizione dettagliata, e se il testimonio è degno di fiducia. Il fatto è che, se la testimonianza di una persona reputata degna di fede fosse sufficiente a stabilire la realtà, allora non dovremmo credere soltanto ai serpenti di mare, ma anche alle streghe a cavallo della scopa, ai fantasmi, ai diavoli, agli angeli, agli elfi, agli gnomi, alle sirene, ai draghi, ai grifoni, agli unicorni, alle statue che sanguinano, alle parole magiche, alle cure miracolose, ai poteri profetici, agli animali parlanti, agli dei che scendono sulla Terra, ai dischi volanti, e a una infinità di altre meraviglie.
Supponiamo che qualche testimone all'esistenza del serpente marino abbia veramente visto qualcosa che non era né la balena, né lo squalo, né un calamaro, né un relitto galleggiante, né un branco di delfini, né qualsiasi altra cosa che possa dare l'idea di un serpente. Supponiamo che il gigantesco animale che ha dato vita alla leggenda viva veramente nei mari. Cosa può essere?
Le risposte ovvie sono due. Il plesiosauro, o il masosauro. Questi animali sarebbero quindi sopravvissuti per settanta milioni di anni, dalla fine del periodo Mesozoico. Dovrebbero, quindi, aver lasciato le loro ossa in qualche deposito di fossili marini cenozoici. Ma nessuno dei due le ha lasciate.
L'Età dei Mammiferi, o Età Cenozoica, ci dà una creatura che sarebbe stato un ottimo serpente di mare. È la balena primitiva, il Basilosaurus. La parte anteriore di questa balena era molto simile a quella delle più piccole balene dentate di oggi. La parte posteriore invece era a forma di serpente, e aveva due pinne all'estremità della coda. L'animale raggiungeva la lunghezza di venti metri. Dato che il basilosaurus nuotava agitando questa sua coda di serpente, poteva dare, visto dalla superficie, l'immagine convenzionale del serpente marino.
Ma il basilosauro incontrò le stesse difficoltà dei rettili del mesozoico. I resti di queste balene sono stati tutti trovati nei depositi del primo cenozoico - eocene e oligocene - e mai in depositi di periodi posteriori. Se ne deduce, quindi, che i basilosauri sono scomparsi da trenta a quaranta milioni di anni fa.
Il professor A. C. Oudemans, che alla fine del secolo scorso ha scritto un libro sui serpenti di mare, suggerisce che il Grande Sconosciuto poteva essere un pinnipede, un membro dell'ordine che comprende le foche, i trichechi, e i leoni marini, ma con un collo e una coda più lunga. Possiamo immaginarlo come un plesiosauro ricoperto di pelliccia.
A parte la mancanza di resti fossili, il punto debole della teoria dei serpenti di mare, rettili, o mammiferi, è che questi animali dovrebbero respirare aria. Dovrebbero, quindi, salire in superficie. Ai nostri giorni, con i mari solcati da una infinità di navi e sorvolati dagli aerei di linea, mari dove le balene sono state quasi sterminate dalla caccia di norvegesi, russi e giapponesi che le ricercano con l'elicottero, le possibilità che nei mari esista un mostro costretto a venire in superficie, e che nessuno lo abbia mai visto, sono quasi inesistenti. Nel mondo moderno il Grande Sconosciuto, respiratore d'aria, non può starsene nascosto indisturbato.
Il più probabile candidato per il ruolo di serpente marino è qualcos'altro. La comune anguilla vive la maggior parte della sua vita nelle acque dolci dell'Europa occidentale e del Nord America orientale. Quando viene il momento le anguille discendono i fiumi fino all'oceano, e raggiungono il Mar dei Sargassi. Qui depongono le uova, e muoiono. Dalla nidiata di uova escono larve trasparenti che si mettono in viaggio verso terra percorrendo mille miglia in un anno.
Queste larve raggiungono una lunghezza di dieci centimetri, poi si trasformano in normali anguille, si allungano, e acquistano colore. A questo punto sono arrivate ai fiumi e li risalgono. E là crescono fino alla loro massima lunghezza, che è di un metro, un metro e mezzo.
Il 31 gennaio del 1930 il «Dana», una nave danese di ricerche, pescò una larva d'anguilla al largo del Capo di Buona Speranza. Come tutte le altre era piatta, a forma di foglia, ed era trasparente. Ma invece di essere lunga otto, dieci centimetri, misurava un metro e ottanta.
Ora, è probabile che le anguille di quella specie diventino adulte senza aumentare in lunghezza. Possono semplicemente assottigliarsi e indurire, restando anguille di un metro e ottanta. D'altra parte, se aumentassero con la stessa proporzione delle anguille di acqua dolce, l'animale adulto potrebbe raggiungere una lunghezza variante fra i venti e i trenta metri. Questo, per me è già un ottimo serpente di mare, almeno fino a quando non si scopre un candidato migliore.
Può questa ipotesi spiegare il caso del «Dedalus»? Purtroppo no. Anzitutto le anguille non nuotano con la testa fuori dall'acqua, come faceva quella del «Dedalus». Poi le anguille nuotano con un movimento ondulatorio orizzontale, e il capitano McQuhae escluse questo tipo di movimento.
Io ho una mia teoria, una ipotesi, una congettura, chiamatela come volete. Può essere tanto giusta quanto sbagliata, ma ormai è troppo tardi per stabilirlo. Comunque mi sembra che si adatti ai fatti meglio di qualsiasi altra congettura.
La mia teoria è che due pescatori in canoa, partiti dalle coste dell'Africa Occidentale, o del Brasile, abbiano arpionato uno squalo balena, e che avessero la corda dell'arpione fissata alla canoa. L'innocuo squalo balena, il più grande pesce vivente, può raggiungere una lunghezza di quindici metri (alcuni dicono venti), ed è abbastanza comune nelle acque tropicali. L'animale arpionato poteva essere anche un qualsiasi altro grande animale marino, ma lo squalo balena mi sembra il più probabile.
Questo particolare squalo, non seriamente ferito, ma certamente inferocito, si è allontanato trascinandosi dietro la canoa. Impossibilitati, per un qualche motivo, forse per semplice paura, a slegare o tagliare la corda, i pescatori si sono lanciati in acqua per raggiungere a nuoto la riva, lasciando lo squalo a trascinarsi la canoa nel Sud Atlantico, per settimane o mesi, fino a quando l'arpione non si è staccato o non si è rotta la corda.
Questa teoria trova inoltre conferma nello strano modo di procedere del serpente. Un avanzare in linea retta senza movimenti visibili. La «criniera» può essere stata un ciuffo di alghe cresciute sul relitto, o un effetto ottico dato dallo sciacquio dell'acqua all'interno dello scafo che avanzava tra le onde, o addirittura le due cose insieme.
Sembra, quindi, che i dinosauri e gli altri spettacolari rettili mesozoici siano completamente scomparsi, nonostante le voci che affermano il contrario. Comunque non sono passati senza influenzare il mondo moderno. Intanto, la scoperta dei loro fossili durante il diciannovesimo secolo ha contribuito al rapido divulgarsi e all'accettazione della teoria sull'evoluzione. Non lo hanno fatto in modo diretto (anche se nella loro evoluzione hanno seguito gli stessi principi di tutte le altre forme di vita) ma indirettamente, aumentando l'interesse del pubblica sulla vita nella preistoria, e di conseguenza spingendo al finanziamento di musei e di spedizioni paleontologiche. Queste ricerche portarono montagne di prove, tutte favorevoli alla teoria di Darwin sulla evoluzione per selezione naturale.
I rettili mesozoici trovarono anche una rinascita nella letteratura, diventando elementi dei racconti di fantascienza. Fu Jules Verne a fare il primo passo. Nel suo «Viaggio al centro della terra» (1864), i suoi esploratori assistono in un dedalo di caverne alla spaventosa lotta tra un ictiosauro e un plesiosauro nelle acque di un mare sotterraneo. (Nella vita reale gli ictiosauri e i plesiosauri erano troppo occupati a cacciare pesci per molestarsi l'un l'altro).
Da quel giorno i dinosauri e gli altri antichi rettili sono comparsi in una infinità di racconti. A volte sono sopravvissuti fino al presente in luoghi inaccessibili, come nel «Mondo Perduto» di Conan Doyle, del 1912. Storie di questo tipo, con la scoperta degli ultimi misteri della terra, sono diventate sempre meno plausibili. A volte le storie si svolgono nel periodo mesozoico, e narrano semplicemente la vita degli esseri di quell'epoca. A volte parlano di viaggi nel passato fatti con la macchina del tempo.
Più esasperanti, per la gente che sa qualcosa sui dinosauri, sono i racconti, le vignette, i film, e gli spettacoli televisivi in cui si narra dei nostri antenati che combattono contro i dinosauri. È nozione elementare che i grandi rettili mesozoici sono scomparsi settanta milioni di anni prima della comparsa dell'uomo. Il vedere uomini e dinosauri assieme è un anacronismo, come raffigurare Giulio Cesare con la bombetta.

Supponiamo che si possa tornare nel mesozoico per cacciare i dinosauri. Come sarebbe un safari del genere?
I trasporti costituirebbero un vero problema. Una jeep, o anche un veicolo cingolato - ammesso che fosse possibile farli entrare in una macchina del tempo - sarebbero più un impaccio che un comodo, dato che nel periodo mesozoico non esistevano né strade, né stazioni di rifornimento. Il terreno doveva essere dei più aspri, dato che tra albero e albero non esistevano né erba né cespugli per ritardare l'erosione. L'erba è comparsa verso la fine del cretaceo, e si è diffusa soltanto nel cenozoico. Si dovrebbero portare asini o muli, dato che per animali troverebbero con facilità foraggio naturale.
In quanto alle armi, ancora oggi gli esperti di caccia grossa, cacciatori di elefanti, rinoceronti e ippopotami, discutono su quale sia l'arma migliore. Alcuni preferiscono i pesanti fucili a ripetizione che vengono solitamente usati per la caccia all'alce americana e al leone. Classico fucile di questo tipo è il Winchester 71. Questi tipi di armi possono essere automatiche, o semiautomatiche. Sono tutti fucili più potenti di quelli usati per la caccia al cervo, o all'orso bruno.
Altri preferiscono il fucile per elefanti. È a due canne, e somiglia moltissimo a un normale fucile da caccia. I fucili per elefanti sparano proiettili grandi quanto banane. Con queste armi non è necessario colpire l'animale in un punto vitale, come deve succedere con i fucili descritti prima. Questi fucili vengono tutti fabricati in Gran Bretagna, e costano oltre mille dollari.
Un rinoceronte pesa circa una tonnellata, un ippopotamo due o tre, e un elefante da due a dieci. Nel mesozoico si andrebbe a caccia di animali che pesano come diversi elefanti messi insieme. Inoltre, essendo rettili, sarebbero molto più resistenti a morire dei mammiferi. Per rendere le cose più difficili sarebbe quasi impossibile colpirli nel cervello, perché, praticamente, non ne avevano. Il cervello dei dinosauri era una massa di tessuti grande | quanto una palla da golf, o (da tennis, posta in cima alita spina dorsale.
Tornando indietro, il cretaceo, la fine del periodo mesozoico, ci si presenterebbe con una flora esotica, anche se potremmo riconoscere molte piante, come la magnolia, il pino, la sequoia, e il salice. Vedremmo anche gruppi di palme, felci erboree, ma pochissima erba. Dato che l'erosione corrodeva il terreno, il paesaggio ci sembrerebbe più o meno quello delle zone rocciose occidentali.
Tra i dinosauri, i sauro-podi e i dinosauri con la pelle corazzata (stegosauri nel giurassico, e anchilosauri nel cretaceo) si potrebbero tranquillamente lasciare in pace. Non ci sarebbe nessun scopo ad ucciderli, dal momento che si limiterebbero a stare immobili, in attesa di venire attaccati, fidando sulla loro mole e sugli scudi di protezione. A parte il fatto che sarebbe quasi impossibile ucciderli: ci vorrebbe un bazooka o un cannoncino anticarro. Poi, le loro teste piccolissime sarebbero trofei di scarso valore.
I platipus e gli altri grandi ornitopodi offrirebbero invece ottimi trofei a pochissimo rischio. Ma sarebbe molto difficile avvicinarli, essendo diffidenti per natura.
Il ceratopsiano, o dinosauro cornuto, del tardo cretaceo, darebbe le teste più grandi. Infatti una testa di triceratopo, lunga due metri, potrebbe pesare oltre una tonnellata. Se la si potesse portare ai giorni nostri con una macchina del tempo, per montarla in un salotto, si scoprirebbe subito che nella stanza non rimarrebbe più posto per i mobili.
Infine ci sono i therapodi, i carnivori bipedi. Tra questi, si va dai piccoli predatori grossi quanto una gallina, ai colossi, quali erano l'Allosaurus e il Tirannosauri, lunghi dai 12 ai 15 metri. Questi animali sarebbero i più pericolosi. Per cacciarli bisognerebbe disporre di fucili molto grossi, nervi d'acciaio, e parecchi cacciatori pronti a intervenire. Di fronte a un grosso carnosauro sarebbe assai imprudente lasciarsi cogliere dal panico. E sarebbe anche inutile fuggire. Per quanto lenti, i carnosauri sarebbero comunque più veloci dell'uomo, dato i loro passi lunghissimi.
Comunemente si pensa che i dinosauri, dato il loro cervello piccolissimo, avessero sensi scarsi. Ma non è necessariamente così. Gli ornitopodi e i theropodi, in particolare, avevano vista e odorato acutissimi, e anche un discreto udito.
Di fronte a un carnosauro bisognerebbe sparare tutti insieme, senza smettere finché l'animale non crolla a terra. Se sparare al cervello sarebbe uno spreco di pallottole, il cuore enorme dei dinosauri, peso dai quaranta ai cinquanta chili, offrirebbe invece un ottimo bersaglio. Diversi colpi al cuore dovrebbero ucciderlo, anche se a volte potrebbe essere difficile capire se è veramente morto, e in questo caso, avvicinarsi troppo avrebbe conseguenze fatali per il cacciatore.
Oggi nessuna caccia è veramente pericolosa. L'uomo primitivo, armato di sola lancia, doveva avere molto più coraggio del moderno cacciatore armato di fucile. Gli uomini primitivi non hanno mai cacciato dinosauri, dato che quegli animali non esistevano più quando è comparso l'uomo. Ma se potessimo andare a caccia di dinosauri, con i nostri fucili moderni, ci troveremmo nell'identica posizione del selvaggio armato di lancia, davanti a un leone. Questo sarebbe vero sport. Una situazione in cui le due parti hanno identiche probabilità di vincere o di perdere.
Comunque, nessuno ha bisogno di eliminare delle specie rare, visto che sono già tutte estinte.

FINE