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Urania - Asimov d'appendice
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ASTRI E DISASTRI - Isaac Asimov
Titolo originale: Traps / The lopsided sun

Parte I

Se qualcuno mi chiede cosa ne penso dell'astrologia, io rispondo pressappoco: «Un sacco di assurdità, sciocchezze colossali, idiozie assolute... Ovvio!».
Solo che per la maggior parte della gente non è affatto ovvio.
L'astrologia è molto più popolare oggi di quanto non lo sia mai stata in tutta la storia, e parecchi riescono a trarre un buon profitto da questa professione. Ho letto che negli Stati Uniti ci sono 5.000 astrologhi e oltre 10 milioni di persone che credono nell'astrologia.
Una volta mi sarei stretto nelle spalle e avrei detto: «Be', lo scoprire che un americano su venti è un credulone e un ingenuo non mi sorprende».
Ma in questo momento la maggior esplosione di popolarità dell'astrologia avviene tra gli studenti delle università che, si potrebbe supporre, sono i meglio preparati, gli smaliziati, le speranze del futuro.
A questo punto sorge la domanda: «Se gli universitari considerano seriamente l'astrologia, come può essere "ovviamente" un'assurdità?».
Può esserlo benissimo. Dunque:
1) Oggi è di moda, soprattutto fra gli universitari, contestare il sistema, cioè prendere una posizione in diretto antagonismo con quella accettata dalla società. Alcuni giovani lo fanno con coscienza e convinzione, e io simpatizzo per loro. (Anch'io, in un certo senso, sono contro il sistema, anche se ho superato la trentina e mi avvicino alla tarda giovinezza.)
Comunque, guardiamo in faccia la realtà. Molti studenti si oppongono al sistema perché nel loro gruppo è di moda fare così, e per nessun altro motivo. Per quanto riguarda loro, si tratta di un'opposizione cieca, e tutti questi giovani, ad esempio, si lascerebbero facilmente convincere di tagliarsi i capelli a spazzola se al presidente Nixon venisse la voglia di farseli crescere fino alle spalle.
Esiste qualcosa di simile anche nell'istituzione scientifica. C'è un canone accettato del pensiero scientifico che dice (tra l'altro) che la qualità preminente delle cognizioni astrologiche è molto simile all'escremento di un bovino maschio. E questo è un motivo sufficiente per trasformare il giovane in astrologo entusiasta.
2) Viviamo in tempi difficili. Per la verità tutti i tempi sono difficili (come certamente dirà qualcuno versato in filosofie indù), ma nessun altro lo è mai stato quanto il nostro. Quando mai, prima di oggi, abbiamo avuto l'inestimabile piacere di sapere che una mossa sbagliata può provocare esplosioni termonucleari a catena capaci di distruggere il mondo in mezz'ora? Quando mai, prima d'ora, abbiamo avuto l'eccitante alternativa di essere trascinati nel caos e alla distruzione, entro mezzo secolo, o dalla sovrappopolazione o dall'inquinamento, senza sapere con esattezza quale dei due arriverà prima?
Tuttavia, in questa nostra società che sta per crollare, la scienza non ha trovato ancora soluzioni adatte. Ha solo un programma di procedura, un sistema per porre domande e controllare la validità delle risposte... con grandissima probabilità che queste risposte non servano a niente. Opposto a questo ci sono vari misticismi che danno risposte forti chiare e rassicuranti. Risposte sbagliate, potete esserne sicuri, ma che cosa importa?
Il triste per noi razionalisti è che la grande maggioranza della razza umana preferirebbe sentirsi dire «Due più due fa cinque, ne sono sicuro», piuttosto che «io credo che due più due possa fare quattro».
3) Gli universitari non sono un gruppo omogeneo più di qualsiasi altra grande classe sociale. Non tutti si interessano alle scienze, e non tutti sono veramente intelligenti. Molti hanno solo l'intelligenza sufficiente a scoprire che la sola cosa di valore in questo falso mondo è l'abilità di «sembrare» intelligenti. Abilità che ha portato molti uomini a importanti cariche politiche.
Inoltre è facile imparare che è più semplice sembrare intelligenti in certi campi che in altri. Per esempio, è quasi impossibile sembrare intelligenti in matematica o in altre scienze esatte senza avere davvero l'intelligenza. I fatti, le osservazioni, e le teorie sono troppo ben stabilite. C'è una concordanza solida tra gli uni e le altre, e bisogna sapere parecchio su questa concordanza, per sembrare intelligenti. A questo punto, intelligenti bisogna esserlo.
La concordanza è più debole nelle scienze sociali. Ancora più debole in quelle umanitarie. E riguardo i culti mistici orientali (tanto per fare un esempio), non c'è concordanza alcuna.
Chi dica un'assurdità in chimica viene immediatamente colto in fallo da qualsiasi universitario che conosca la materia. Ma chi dice un'assurdità in critica letteraria? In realtà, quali sono i criteri per un'assurdità nella critica letteraria? Li conoscete? C'è qualcuno che li conosca?
In quanto al misticismo, poi! In questo campo si può barare in mille modi. Componete un canto come: «Carta igienica, Carta igienica, Carta igienica, Igienica, Igienica...». Dite a tutti che ripetendo il canto 666 volte si trova la serenità intima e la coscienza cosmica, e vi crederanno. Perché no? Non è un'affermazione molto diversa da qualsiasi altra riguardante il misticismo, e diventereste uno «swami» rispettatissimo.
Per farla breve, molti studenti si dedicano seriamente all'astrologia perché: 1) è di moda, 2) dà loro un piacevole senso di sicurezza, anche se falso, e 3) conferisce una patente di intellettualismo.
E niente di questo stabilisce che l'astrologia sia assurda.
Il più divertente è che l'astrologia è nata come la miglior scienza dell'uomo.
All'alba della cultura, quando l'universo sembrava uno strano posto, e quando gli dei si divertivano a colpire senza motivo, fu necessario trovare un sistema per scoprire cosa volevano quelle irrequiete divinità. I sacerdoti cercarono disperatamente le risposte osservando il volo degli uccelli, la forma del fegato degli animali sacrificati, la caduta di un dado, l'intensità di un tuono, e così via.
Gli eventi, nella natura, avvengono essenzialmente a caso, ma l'uomo primitivo non conosceva il principio della casualità. (Anche molti dei nostri contemporanei non lo riconoscono.) Tutti gli eventi dovevano essere, o controllati dall'uomo o controllati da dio, e se succedeva un particolare fatto non voluto dall'uomo doveva necessariamente succedere per volontà di dio. Così l'uomo ha studiato le foglie del tè, e le protuberanze del cranio, e le linee della mano. Come oggi.
Un grande passo avanti fu fatto da certi sacerdoti (probabilmente i Sumeri, in una terra che poi si è chiamata Babilonia, e poi Caldea, Mesopotamia, e alla fine Iraq). Cerco di ricostruire quello che forse fu il loro ragionamento.
Gli dei, devono avere pensato i Sumeri, non possono essere tanto inefficienti da dover sprecare tanto tempo e fatica, a inviare messaggi diversi per ogni diversa circostanza. Non è da dio sprecare energia nel creare un particolare fegato, o far volare gli uccelli in una certa direzione, o far tuonare nel cielo in un punto piuttosto che in un altro, ogni volta che c'è da dire qualcosa.
Un vero dio disprezza sistemi del genere. E un dio che si rispetti ha sicuramente creato fenomeni naturali continui, e complessi... una specie di dito in movimento che scriva con fermezza la storia del mondo in tutte le sue sfaccettature e che serva da consigliere all'uomo. Invece di lasciare l'uomo all'incertezza di rivelazioni speciali, la divinità deve aver semplicemente studiato le leggi che governano la continua ma ordinata complessità dei fenomeni naturali.
(Se i primi astrologhi hanno ragionato in questo modo, e forse è così, dovevano essere imbevuti dello spirito della scienza, e io li stimo. Alla luce della conoscenza, accesasi in un periodo posteriore, nessuno studioso deve venire deriso per essersi sbagliato. Chi si sforza per il sapere, nell'ambito del suo tempo, appartiene di diritto alla congrega degli scienziati.)
Il fenomeno naturale assolutamente continuo e inesorabile, che poteva apparentemente essere messo in movimento una volta e per sempre, era il movimento dei corpi celesti.
Il Sole si alzava e calava un giorno dopo l'altro, e si spostava da nord a sud. La Luna si alzava e calava ogni giorno, e mutava le sue fasi. Le regole matematiche che descrivevano questi cambiamenti non erano semplici, ma non erano nemmeno tanto complesse da non poterle scoprire.
Inoltre, gli spostamenti del Sole e della Luna avevano chiaramente un'influenza sulla Terra. Il Sole, con il sorgere e il tramontare, provocava il giorno e la notte. E con lo spostamento da nord a sud causava il mutare delle stagioni. La Luna, alzandosi e calando (con tutte le sue fasi) dava una successione di notti luminose e di notti buie. (Le fasi vennero anche collegate alle maree, fatto di straordinaria importanza ma che per varie ragioni non venne preso molto in considerazione sino alla fine del diciassettesimo secolo.)
Ovviamente, se gli spostamenti del Sole e della Luna potevano alterare le condizioni della Terra, doveva esistere un «codice astrologico». Se si potevano prevedere gli spostamenti nel cielo, si potevano anche prevedere, quindi, i cambiamenti di condizioni sulla Terra.
Certo è alquanto sciocco predire che domani mattina sorgerà il Sole, e che la Terra verrà illuminata, o che la Luna è in fase calante e che le notti diventeranno più buie, o che il Sole si sta spostando verso sud e che si sta avvicinando la stagione fredda. Tutto questo era facilmente comprensibile anche dall'uomo più semplice. Ma c'erano i dettagli. Ci sarebbe stata pioggia a sufficienza? Avrebbero avuto un buon raccolto? Ci sarebbero state guerre o pestilenze? La regina avrebbe avuto un maschio?
Per sapere tutto questo era necessario studiare il cielo in ogni dettaglio.
Non sapremo mai chi fu il primo a osservare la posizione della Luna e del Sole sullo sfondo del cielo stellato. Le migliaia di stelle mantengono la loro relativa posizione notte dopo notte, anno dopo anno, generazione dopo generazione (ecco perché vennero chiamate «stelle fisse»), ma il Sole e la Luna, rispetto a loro, cambiano posizione. I greci li chiamarono «pianeti» (vagabondi), perché vagabondavano in mezzo alle stelle.
Sia la Luna sia il Sole seguivano una specie di sentiero fisso tra le stelle, e i due sentieri erano abbastanza vicini. Però viaggiavano a velocità diverse. Mentre il Sole compiva un giro completo nel cielo, la Luna riusciva a farne dodici. (Per la verità dodici e una frazione, ma perché complicare le cose?)
Fu utile a questo punto tracciare questo sentiero stabilendo punti facilmente identificabili. Un sistema probabilmente iniziato dai Sumeri e perfezionato dai greci.
Prendete una striscia di stelle che contenga i sentieri della Luna e del Sole, e dividetela in dodici parti, o «segni». Fate partire il Sole e la Luna da uno stesso punto, cioè in uno di questi segni. Nel tempo che la Luna impiega a compiere tutto un giro e a tornare sul segno, il Sole avrà percorso soltanto un dodicesimo del suo percorso, e si sarà spostato sul segno successivo. Un altro giro della Luna, e troverete il Sole spostato di un altro segno.
Per aiutare la memoria tracciate delle linee tra le stelle di ciascun segno, preferibilmente cercando di riprodurre le forme di animali conosciuti, e avrete le dodici costellazioni che formano lo «zodiaco» (cerchio degli animali).
Una volta che si cominci a studiare lo zodiaco con attenzione, si scopre che esistono cinque stelle luminose non fisse, ma che vagano per lo zodiaco come il Sole e la Luna. Sono altri cinque pianeti, quelli che noi adesso chiamiamo Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno.
Questi nuovi pianeti aumentarono enormemente la complicazione dei cieli e, di conseguenza, il valore del «codice astrologico». Alcuni di loro si muovono con estrema lentezza. Saturno, per esempio, compie un solo giro completo nel tempo in cui la Luna ne fa 360. Inoltre, mentre il Sole e la Luna si spostano sempre da ovest a est contro lo sfondo delle stelle, gli altri pianeti cambiano a volte direzione, spostandosi per brevi periodi da est a ovest in quelli che vennero chiamati «movimenti retrogradi». Saturno, nel corso di una singola rivoluzione, non lo fa meno di 29 volte.
Sostengo ancora che i primi astrologhi non erano impostori. Se fossero stati dei ciarlatani avrebbero preferito studiare il volo degli uccelli e i fegati.
Stabilire le basi dell'astrologia significa aver osservato il cielo notte dopo notte, facendo accuratissimi rilievi. Quello che venne scoperto dagli astrologhi fu preciso e di grande valore. Le loro osservazioni rappresentano l'inizio della vera astronomia, e sono rimaste una valida descrizione del meccanismo del sistema solare (relativo a una Terra fissa) fino ai giorni nostri.
Gli astrologhi sbagliarono, non nella descrizione dei cieli, ma nell'elaborazione del «codice astrologico». Anche se fecero del loro meglio per essere razionali.
Dove si potrebbe trovare una traccia per il codice? Supponiamo che ci sia stato in cielo un evento estremamente raro. Non poteva significare che un avvenimento altrettanto raro sulla Terra fosse in relazione con esso? E non si poteva capire qualcosa da questo legame?
Per esempio, supponiamo che ci sia stata un'eclissi. Supponiamo che ci sia stata una di quelle rare occasioni in cui la Luna veniva cancellata lentamente dal cielo, o una di quelle occasioni ancora più rare in cui era il Sole a sparire. Non poteva darsi che fossero seguiti da eventi altrettanto notevoli sulla Terra?
La domanda è quasi una risposta a se stessa, perché le eclissi lasciavano nel panico tutti quelli che le osservavano. Ed è comprensibile. Oggi si ride di questo panico, ma non è giusto. Supponiamo di sapere che la nostra vita dipende dal Sole, e di vedere che il Sole, per una ragione sconosciuta, scompare lentamente, fino a diventare nero.
Non si potrebbe pensare che il Sole stia morendo? E che con lui morrebbe tutta la vita?
Bene, se l'eclissi è un fenomeno tanto raro e spaventoso, è facile e quasi inevitabile arguire che le conseguenze sulla Terra saranno altrettanto rare e spaventose. In breve, un'eclissi doveva essere presagio di disastro. (Il termine «disastro» deriva una parola greca che significa «stella funesta».)
Ma lasciamo da parte la teoria. I disastri seguono veramente l'eclissi?
Certamente. Ogni anno in cui si verifica un'eclissi, c'è sempre una catastrofe da qualche parte, ed è facile da provare, perché ogni anno, eclissi o no, c'è sempre una catastrofe da qualche parte.
Gli astrologhi si afferrarono alle catastrofi che seguirono le eclissi per provare il loro punto, ignorando le catastrofi che non le seguivano. Poco scientifico? Certamente. Ma molto umano. (In questi nostri anni molto illuminati provate a convincere del contrario qualcuno fermamente convinto che accendere una sigaretta in tre porta sfortuna. Ditegli che le disgrazie capitano anche accendendo una sigaretta in due, e vedrete cosa otterrete.)
I primi astrologhi, come infatti è successo, non devono avere impiegato molto a scoprire le cause delle eclissi. Hanno notato che la Luna si anneriva tutte le volte che si trovava dalla parte della Terra direttamente opposta al Sole, cioè quando si trovava nell'ombra della Terra. E hanno notato che il Sole spariva tutte le volte che veniva a trovarsi con la Luna nello stesso punto del cielo, cioè quando era la Terra a trovarsi in ombra.
Calcolando accuratamente i movimenti della Luna e del Sole fu possibile predire le eclissi di Luna con un certo anticipo, e senza molta difficoltà. (Alcuni dicono che gli antichi bretoni usassero Stonehenge per questo scopo fin dal 1.500 a. C.) Le eclissi solari richiedevano un calcolo più difficile, ma alla fine anche loro diventarono prevedibili.
È facile capire come gli astrologhi siano stati tentati di mantenere segreto il loro sistema. La gente comune non sarebbe stata in grado di seguire i loro calcoli. Inoltre, e con tutta probabilità, gli astrologhi trovarono che la loro posizione sociale e la loro sicurezza veniva rafforzata se restavano gli unici a poter predire le eclissi. Inoltre si risparmiavano anche la fatica di insegnare tutta la matematica necessaria.
Naturalmente c'erano anche dei rischi. Una leggenda cinese dice che in tempi molto antichi un'eclissi oscurò improvvisamente la capitale. Nessuno ne sapeva niente perché i due astronomi reali, Hsi e Ho, si erano ubriacati, dimenticandosi di far sapere che così sarebbe successo. L'imperatore, dopo essersi ripreso dalla sua imperiale paura per l'evento inaspettato, fece condannare a morte i due astronomi, tornati improvvisamente sobri, e tutti furono d'accordo nel dire che se lo meritavano.
Un'eclissi poteva anche avere degli effetti benefici. In oriente, nei tempi antichi, il Sole si oscurò poco a poco sul campo di battaglia che si stava svolgendo nell'Asia Minore. L'esercito di Lidia, a ovest, e dei Medi, a est, smisero di combattere per guardare il Sole che spariva. Ci furono pochi minuti di eclissi in cui il giorno diventò buio come la notte. Finita l'eclissi, i due generali avversari firmarono un trattato di pace, e se ne tornarono a casa. I due paesi non combatterono più tra loro, perché ormai sapevano quale collera provassero gli dei nel vederli in lotta.
I moderni astronomi hanno potuto calcolare con esattezza la data dell'eclissi di Sole avvenuta in Asia Minore in quel periodo. È stata il 28 maggio 585 a. C. Quindi la battaglia tra Lidia e i Medi, giunta prematuramente a termine, è il primo avvenimento della storia che si possa stabilire nel suo giorno esatto.
Si dice che il filosofo greco Talete avesse previsto questa eclissi, ma senza il giorno esatto. Disse solo che in quell'anno ce ne sarebbe stata una. Si narra che in gioventù Talete abbia fatto dei viaggi in Babilonia. Probabilmente aveva imparato il trucco delle predizioni da qualche astronomo del luogo.
Un altro evento astronomico che ruppe la normale routine dei cieli, fu l'arrivo di una cometa. E causò un panico maggiore di quello causato dalle eclissi, e per diverse ragioni...
L'eclissi comincia e finisce in periodi di tempo relativamente breve. La cometa invece resta nel cielo per settimane e mesi. L'eclissi implica forme perfettamente regolari, le comete hanno forme strane e minacciose: una testa informe con una lunga coda che può somigliare a una spada sospesa sul mondo, o a capelli scomposti di una donna che urla. («Cometa» deriva dalla parola greca che significa «capelli».)
Infine, l'eclissi poteva essere prevista anche nei tempi antichissimi, l'arrivo di una cometa, no. Il sistema per predire l'arrivo di una cometa è stato elaborato solo nel diciottesimo secolo.
Le comete, quindi, divennero sicure indicatrici di catastrofi, più ancora delle eclissi, e, per la stessa ragione di prima, le catastrofi seguivano regolarmente.
Nel 1066, quando Guglielmo di Normandia stava preparandosi a invadere l'Inghilterra, comparve nel cielo quella cometa che oggi noi chiamiamo «Cometa Halley». Predisse catastrofi, e fu esattamente quello che avvenne perché i Sassoni persero la Battaglia di Hastings e passarono sotto il permanente dominio dei Normanni. I Sassoni non si sarebbero mai aspettata una catastrofe migliore di quella.
D'altra parte, se i Sassoni avessero vinto, ricacciando l'esercito di Guglielmo nel Canale, per i Normanni sarebbe stata veramente una catastrofe.
Chiunque avesse perso, la cometa non poteva sbagliare.
Con le eclissi e con le comete che servivano egregiamente per predire gli eventi sulla Terra, il principio del «codice astrologico» venne ben confermato, e anche la tecnica, perché sembrava operare sul principio delle similarità. Il Sole che spariva indicava sparizioni di fortune. Una cometa con la coda a forma di spada parlava di guerra, e così via.
Con i greci la democrazia ebbe il sopravvento sull'astrologia. Nell'est la filosofia delle monarchie orientali, dove solo il re contava, mantenne l'astrologia al servizio degli importanti affari di stato. Tra i greci si diffuse poi l'uso degli oroscopi personali.
Tentiamo di ricostruire il loro ragionamento. Se il Sole è il più luminoso dei pianeti (usando la parola nel senso antico) ha certamente a che fare con l'individuo. In che segno era il Sole al momento della nascita di una data persona? Se era nella costellazione della Libra (la bilancia) la persona sarebbe stata di temperamento giudizioso. E se era in Leo (leone) cos'altro meglio di un valoroso guerriero?
Se smettete di pensare che gli antichi consideravano i corpi celesti degli oggetti piccoli, grandi quanto la Terra, e che le costellazioni rappresentavano veramente in qualche modo le cose che sembravano rappresentare, tutto prende senso.
Ciò nonostante, anche nel periodo aureo dei greci c'erano due importanti gruppi che si opponevano all'astrologia.
La scuola filosofica di Epicuro l'avversava perché aveva un punto di vista dell'Universo essenzialmente ateistico. Gli epicurei affermavano che i corpi celesti si spostavano senza uno scopo preciso, e che non esistevano dei a dare un significato ai loro movimenti.
L'altro gruppo era quello degli ebrei. Si professavano categoricamente monoteisti, e sembravano insoliti tra la gente di quel periodo. Non erano scientificamente preparati, e non usavano argomenti razionali per confutare l'astrologia. (Sarebbero rimasti inorriditi e senza parola di fronte ai ragionamenti di Epicuro.) Loro affermavano soltanto che chi sosteneva l'astrologia doveva essere un pagano, perché considerava i pianeti come divinità. E questo, per gli ebrei, era un anatema.
Tuttavia anche gli ebrei non furono completamente immuni dalle influenze dell'astrologia. Nella Bibbia, scritta nell'antica Grecia da devoti rabbini, i più antichi versetti vennero accuratamente tolti per cancellare le tracce poco edificanti di un passato filisteo... ma le cancellature non furono perfette.
Per il quarto giorno della creazione, la Bibbia dice: «E Dio disse, ci siano luci nel firmamento del cielo per separare il giorno dalla notte, e ci siano dei segni per le stagioni, per i giorni, e per gli anni». (Genesi 1:14). La parola «segni» è un residuo astrologico.
Un riferimento molto più chiaro lo si trova nel Cantico di Debora, uno dei più antichi passaggi della Bibbia, un vecchissimo poema troppo conosciuto per poter essere manomesso. Dopo la disfatta di Sisira, Debora canta: «Dal cielo combatterono; gli astri, nel loro corso, combatterono contro Sisira» (Giudici 5:20).
Tuttavia né gli epicurei, né gli ebrei prevalsero. L'astrologia continuò, e fu popolarissima nel diciassettesimo secolo, quando si affacciò la moderna astronomia. Infatti certi fondatori dell'astronomia moderna, Giovanni Keplero, per esempio, erano astrologhi.
Alla fine del diciassettesimo secolo, stabilito il quadro del sistema solare eliocentrico, l'astrologia divenne alla fine una pseudoscienza. Supera l'umana comprensione il supporre che il grande Universo che conosciamo sia solo una chiave per predire il nostro insignificante destino. Che molti uomini e donne ci credano, nonostante tutto, è la notevole conferma di quanto possa essere grande la follia umana.
Pure la scienza gode di prestigio anche in mezzo ai nemici. Ci sono dei fedeli all'astrologia che conoscono alla perfezione l'astronomia e che cercano una spiegazione scientifica e razionale per la pseudo-scienza.
Tale è l'ingenuità dell'uomo, specialmente quando è male applicata, che una tale spiegazione razionale (estremamente debole, ma comunque razionale), può venire trovata davvero. Ma di questo, ve ne parlerò un'altra volta.

Parte II

Lo scorso autunno una rivista a grande tiratura pensò di far preparare un articolo sulle eclissi, da pubblicare sul numero che sarebbe uscito nella primavera successiva, in coincidenza con l'eclissi solare sugli Stati Uniti.
Quelli della rivista pensarono di farlo scrivere a me, e posso assicurarvi che ne fui felicissimo. Farmi scrivere qualcosa sulle eclissi è come invitarmi a nozze, inoltre la mia firma non era mai apparsa sulle pagine di quella rivista, e ci tenevo che comparisse.
Ma il fatto che non avessi mai scritto niente per quella rivista era un motivo che lasciava logicamente incerti i direttori. Vollero parlarmi, e mi fissarono un appuntamento nei loro uffici.
Ci andai, per ascoltarli spiegare con molta precisione quello che volevano. Io feci un cenno affermativo, dissi di avere capito, e che avrei scritto esattamente l'articolo che volevano.
A questo punto uno dei direttori ci pensò un attimo, poi disse: - Potreste descriverci, adesso, un'eclissi totale? Come si manifesta? Che cosa si vede? Quale impressione se ne ha?
- D'accordo - dissi, e chiamando a raccolta tutte quelle capacità che in anni di lavoro erano diventate una mia seconda natura, raccontai un'eclissi totale usando le parole più toccanti del mio vocabolario. Al termine, erano tutti (io compreso) sciolti in lacrime.
- Bene, scriveteci l'articolo esattamente come ce l'avete esposto - dissero. Io lo scrissi, loro furono soddisfatti (e me lo dissero), pagarono, pubblicarono, e tutto finì per il meglio.
Per la verità, durante la stesura dell'articolo ebbi un momento di leggero nervosismo. Mentre descrivevo l'eclissi totale nei suoi più vivi dettagli, mi resi conto che una semplice domanda poteva rovinare tutto.
Cosa avrei potuto rispondere se uno dei lettori mi avesse chiesto: - Dottor Asimov, avete mai assistito a un'eclissi totale?
Chiaro che non ne ho mai viste.
E per questo, come ho detto, ho dovuto sfoderare tutte le mie capacità di narratore, perché, tanto per cominciare, sono più che altro un romanziere.
Naturalmente non mi devo lasciare allettare da una scappatoia come questa. Perciò, come il cavaliere disarcionato che rimonta in sella, anch'io, incorreggibile, torno al Sole.

A chi fosse tanto sprovveduto da guardarlo in tutta la sua gloria, il Sole apparirebbe come un eterno e informe cerchio di accecante luce bianca. Per la verità ci sono stati dei teologi sostenitori della teoria che se non fosse stato esattamente così, il fatto avrebbe rappresentato una incrinatura nelle perfezione del creato, e che quindi era da escludere che una simile incrinatura potesse esistere.
Nel 1610 Galileo annunciò l'esistenza di macchie sulla superficie del Sole, e questo fu uno dei lati sconvolgenti delle sue scoperte astronomiche. Una volta riferito il fatto, e nonostante la considerevole presa di posizione clericale, molti altri le videro immediatamente. Infatti, alcune di queste macchie sono tanto grandi da essere visibili a occhio nudo. In certi giorni particolari, quando il Sole è vicinissimo all'orizzonte, e quando è tanto rosso da poterlo guardare senza pericolo, a volte le macchie solari si possono distinguere chiaramente.
Le macchie solari sono facilmente visibili perché si trovano in zone più fredde rispetto a quelle circostanti, e quindi appaiono più scure. Il nero sul bianco si nota con una certa facilità.
Ma cosa dire del caso inverso? Potevano esistere sul Sole delle zone più calde rispetto alle altre? Se sì, dovevano essere insolitamente brillanti, ma il bianchissimo sul bianco è assai più difficile da vedere che non il nero sul bianco. Infatti, dopo la scoperta delle regioni più fredde, passarono due secoli e mezzo prima che qualcuno notasse le zone calde.
L'onore della scoperta spetta a Richard Christofer Carrington, un astronomo inglese che per lunghi periodi tenne coscienziose annotazioni delle macchie solari per calcolare il tempo esatto di rotazione del Sole a differenti latitudini. (Un corpo gassoso non ruota necessariamente tutto insieme come un corpo solido.)
Nel 1959 Carrington notò sulla faccia del Sole l'accendersi di una luce brillante, di vita brevissima. Era come se sulla faccia del Sole comparisse per circa cinque minuti una microscopica stella. Car-rington riferì il fenomeno, e suggerì una possibile causa. In quel tempo gli astronomi consideravano la possibilità che la fonte delle radiazioni solari fosse da ricercarsi nell'energia cinetica delle meteore che si andavano a scontrare con l'astro, e Carrington pensò di avere avuto la fortuna di osservare l'impatto di una meteora particolarmente grande.
Una teoria molto interessante, ma sbagliata.
In generale il bianchissimo sul bianco è difficile da vedere, ma non su tutte le lunghezze d'onda. Infatti il generale aumento di luminosità in un particolare punto caldo, può, per certi motivi, essere maggiore a date lunghezze d'onda che non ad altre. Se il Sole venisse osservato alla luce di lunghezze d'onda particolari, un bagliore difficilmente visibile o addirittura invisibile sulla scala dell'intero spettro solare, potrebbe diventare all'improvviso notevolissimo.
Nel 1889 l'astronomo americano George Ellery Hale inventò lo «spettroeliografo», un apparecchio grazie al quale il Sole poteva venire fotografato attraverso la luce che passava da uno spettroscopio disposto in modo che tutta la luce venisse esclusa tranne quella di una piccola estensione di lunghezza d'onda. In questo modo il Sole poteva avere fotografie di luce-idrogeno, o di luce-calcio. Visto con la luce-calcio, per esempio, fu facile scoprire che il Sole aveva regioni ricche di calcio e che si estendevano come le nuvole di un cielo d'estate sulla Terra.
Usando lo spettroeliografo si ottenevano fotografie statiche del Sole, e si perdevano gli eventi di breve durata, così era difficile stabilire se una particolare macchia sulla foto aveva appena avuto origine o se stava per estinguersi. A meno che non si prendesse tutta una serie di fotografie a breve intervallo di tempo.
Nel 1926, Hale (sempre vivo, sempre attivo, e sempre geniale) studiò una modifica allo strumento, e rese così possibile l'osservazione di un dato evento che si protraesse nel tempo. Cioè, il suo «spettroelioscopio» rese molto più facile la scoperta dei cambiamenti in corso.
Prima che finissero gli anni 20, quindi, fu chiaro che, alla luce-idrogeno, avvenivano delle accensioni che furono comunemente associate con le macchie solari. C'erano delle specie di esplosioni, delle improvvise accensioni di idrogeno incandescente, che potevano restare al massimo del calore per cinque o dieci minuti, e sparire completamente dopo una mezz'ora o un'ora.
Erano le «eruzioni solari», e ripensando al passato, si capì che Carrington, settant'anni prima, ne aveva vista una di eccezionale luminosità.
Quando l'eruzione avviene nella parte del Sole rivolta a noi, si vede soltanto una macchia più luminosa in espansione. Però, di tanto in tanto, si osservano eruzioni ai margini del Sole. In questi casi si può notare, di scorcio, l'innalzarsi di gas luminoso che sale alla velocità di mille chilometri al secondo, e che raggiunge un'altezza di circa ottomila chilometri sopra la superficie del Sole.
Le piccole esplosioni sono abbastanza comuni, e nei posti dove esistono agglomerati di macchie solari se ne possono osservare centinaia al giorno, specialmente quando le macchie si stanno allargando. Esplosioni luminosissime, che si avvicinino al grado di bianco visibile (come quella osservata da Carrington), sono rare, e ne avvengono poche all'anno.
Gli spettri associati a queste esplosioni indicano temperature, di oltre 20.000 °C, contro i 6.000 °C. della superficie calma del Sole e i 4.000 °C. dei centri scuri delle macchie solari.
Le esplosioni solari sono importanti in connessione con una più generale attività della superficie del Sole. L'energia viene in qualche modo trasferita dalla superficie incandescente del Sole alla sottile atmosfera solare, o «corona». Questa energia si distribuisce tra gli atomi della corona, che sono in numero molto inferiore a quello degli atomi che si trovano alla superficie. Questo significa che l'energia per atomo è molto più alta nella corona che non alla superficie del Sole, e l'«energia per atomo» è quella che noi chiamiamo temperatura.
Di conseguenza non deve sorprendere che, dove la temperatura alla superficie è di 6.000 °C, alla corona possa raggiungere i 2.000.000 °C. L'intensità e la lunghezza d'onda delle radiazioni emanate da una corpo qualsiasi dipendono dalla sua temperatura, e la corona emette più radiazioni (per unità-massa) di quante non ne liberi la superficie del Sole. Inoltre le radiazioni della corona sono assai più energetiche di quelle della superficie, ed è proprio dalla corona che partono i raggi x solari.
Ma dal Sole non si staccano soltanto le radiazioni elettromagnetiche. La turbolenta atmosfera solare scaglia verso l'alto anche materia, e piccole quantità di questa materia riescono inevitabilmente a sfuggire alla pur tremenda forza di gravità del Sole. Una costante e fitta pioggia di particelle sprizza dal Sole, e, apparentemente, vanno perse per sempre.
In termini assoluti, secondo lo standard della Terra la massa delle particelle persa in quel modo risulta enorme, essendo di circa un milione di tonnellate al secondo. Per lo standard solare è una sciocchezza perché se questa perdita continuasse indefinitamente al ritmo attuale, il Sole, per perdere l'uno per cento della sua massa, impiegherebbe 600 trilioni di anni.
Queste particelle, che si disperdono in ogni direzione, formano i così detti «venti solari.»
I venti solari arrivano fino alla Terra e oltre, ma il piccolo globo del nostro pianeta intercetta soltanto una minima parte delle particelle espulse dal Sole. Del milione di tonnellate di particelle perse dal Sole a ogni secondo, solo 370 grammi colpiscono la Terra. Non è molto in termini di massa, però significa che ogni secondo passano nelle vicinanze della Terra qualcosa come centinaia di trilioni di trilioni di particelle solari.
Se il nostro pianeta non possedesse atmosfera o campo magnetico, tutte quelle particelle che arrivano in prossimità della Terra proseguirebbero fino a colpire la superficie del nostro pianeta. Colpiscono, per esempio, la superficie della Luna, e i campioni di roccia riportati sulla Terra dagli astronauti contengono quantità di elio che possono avere avuto origine solo nel vento solare.
Nei venti solari le particelle sono un campione tipico della materia presente nel Sole. Il Sole è largamente formato da idrogeno, e per quasi tutto il resto da elio. Alla temperatura della corona, attraverso cui passa il vento solare, gli atomi di idrogeno e di elio vengono frantumati e ridotti a un miscuglio di nuclei atomici e di elettroni. Il nucleo dell'idrogeno è un protone, e quello dell'elio una particella alpha.
I protoni hanno molta più massa degli elettroni, e sono assai più numerosi delle particelle alpha che in compenso hanno una massa ancora maggiore. Se si prendono in considerazione le due masse e il numero, è chiaro che il vento solare è formato per la maggior parte da protoni. Un qualsiasi aumento di densità del vento dovuta a qualcosa accaduta sul Sole può essere definito un «evento protonico.»

Dato che la Terra possiede un campo magnetico, le particelle cariche di elettricità del vento solare (una carica positiva per i protoni, due per le particelle alpha, e una carica negativa per gli elettroni) vengono deviate lungo le linee magnetiche di forza. Questo significa che si muovono in una stretta spirale da un polo magnetico all'altro, avanti e indietro, di continuo. Sono queste particelle in movimento, trattenute dalle linee magnetiche, che formano la cintura di Van Allen, quella che ora con sempre maggiore frequenza, viene definita «magnetosfera.»
La magnetosfera sprofonda maggiormente verso la Terra ai poli magnetici, ed è qui che le particelle cariche di energia si staccano con maggiore facilità dalla magnetosfera e penetrano negli strati superiori dell'atmosfera. La frizione tra queste particelle e gli atomi degli strati superiori dell'atmosfera produce i veli mobili e i nastri delle aurore boreali.
Allora, che cosa succede quando un'esplosione illumina una parte della superficie solare? Un aumento localizzato di temperatura e di perturbazioni, col risultato di uno sprigionarsi di energia, e di una sventagliata di particelle nella corona immediatamente sopra il punto di esplosione. In questa zona, la temperatura della corona aumenta e aumenta la produzione di radiazioni ultra-violette e di raggi-x. Il flusso maggiore di particelle può anche produrre una specie di raffica nel vento solare, e l'esplosione, in effetti, può dare vita a un evento protonico.
L'intensificarsi di un vento solare sopra un'esplosione particolarmente ampia può essere tale che i protoni in corsa possono acquistare energia sufficiente da essere considerati deboli raggi cosmici.
Se l'esplosione solare avviene nell'atmosfera del Sole, in direzione più o meno della Terra, partirà verso di noi un'onda di radiazioni che può raggiungere il nostro pianeta in pochi minuti, e si avrà anche una raffica di vento solare capace di arrivare alla Terra in un paio di giorni. Quando la raffica di vento solare raggiunge il campo magnetico della Terra, si hanno aurore boreali improvvisamente più luminose e più estese.
Le radiazioni liberate da un'esplosione, e la conseguente andata di particelle di energia sconvolgono la situazione negli strati superiori dell'atmosfera terrestre. Possono provocare forti disturbi nelle apparecchiature elettroniche, o possono annullare (temporaneamente) alcuni degli strati di energia nella parte superiore dell'atmosfera, permettendo alle radio-onde di passare e perdersi nello spazio anziché essere riflesse verso la Terra. Le trasmissioni radio possono quindi sparire, e i radar possono diventare inutili.
Queste manifestazioni vengono solitamente chiamate «tempeste magnetiche» perché uno dei sintomi è la forte irregolarità degli aghi delle bussole in risposta alle scosse che avvengono nelle regioni dei poli magnetici.
Oggi, nella società moderna, le variazioni in una bussola magnetica, e l'intensificarsi delle aurore boreali sono fenomeni di un certo interesse, ma non significativi. La possibile cancellazione di una trasmissione radio è una questione completamente diversa, perché può creare seccature nella popolazione e nell'industria elettronicamente-orientata. In condizioni di particolare stress emotivo (diciamo durante una guerra, o nell'imminenza di una guerra) la possibilità che i radar impazziscano, o che i missili radiocomandati possano cambiare direzione, o che le comunicazioni di qualsiasi genere possano venire distorte o cancellate, diventerebbe grave motivo di preoccupazioni.
Inoltre, gli astronauti nello spazio, o sulla superficie della Luna, che si trovassero nel vortice di un vento solare intenso, sarebbero contagiati dalle radiazioni.

Alla luce di queste prospettive, diventa logico preoccuparsi di prevedere le esplosioni con buon anticipo, per non mandare uomini nello spazio, per poterli proteggere quando si trovano sulla Luna, e per stabilire mezzi alternativi di comunicazione nelle eventuali zone di guerra.
Sarebbe anzitutto utile sapere cosa provoca le esplosioni, ma non lo sappiamo. Dato che le esplosioni sono quasi sempre collegate con le macchie solari, si può supporre che sapendo cosa provoca le macchie solari scopriremmo cosa causa le esplosioni... ma non sappiamo nemmeno cosa provochi le macchie solari.
Proviamo a ragionare.
Le macchie solari rappresentano un'asimmetria del Sole. Una macchia solare si forma in un punto particolare della superficie del Sole, e non in un altro. Perché? Perché tutte le parti della superficie del Sole non sono identiche? Dopo tutto il Sole è una sfera quasi perfetta, e, per quanto la si può teorizzare, anche radialmente simmetrica. Così partendo dal centro verso l'esterno, le proprietà cambiano nell'identica maniera, senza che abbia importanza la direzione scelta.
Sulla Terra noi abbiamo le condizioni atmosferiche. Abbiamo temporali che si scatenano in un punto, e zone calme in un altro. Zefiri qui, e uragani là. Siccità da una parte, e inondazioni dall'altra. Ma questo è il risultato di una spaventosa asimmetria: una faccia della Terra è rivolta verso il calore del Sole, e l'altra no. Poi, in qualsiasi momento, e questo anche sulla faccia rivolta al Sole, ci sono diversi periodi di tempo di esposizione, e diverse direzioni da cui si ricevono i raggi.
Sul Sole, però, non esistono asimmetrie altrettanto evidenti. Perché quindi il Sole deve avere «condizioni atmosferiche» sotto forma di macchie solari?
Senza dubbio il Sole ruota, quindi esiste una differenza negli effetti centrifughi alle diverse latitudini. Non esiste effetto centrifugo al polo, e ne esiste uno massimo all'equatore, con valori intermedi tra i due punti. La rotazione può anche avere provocato delle asimmetrie negli strati profondi della materia solare.
Non dovrebbe quindi sorprendere, se le macchie solari fossero collegate in qualche modo alle latitudini, scoprire che la teoria è esatta. Le macchie solari tendono a comparire soltanto tra le latitudini 5 ° e 30 °, sia nord che sud.
Entro queste latitudini esiste una complessa regolarità. Le macchie solari crescono fino a un massimo, poi diminuiscono fino a un minimo, e poi ricrescono fino a un massimo. Questo nell'arco di undici anni. Immediatamente dopo il minimo, le macchie compaiono alle latitudini 30 ° nord e sud. Poi, di anno in anno, mentre crescono di numero, queste macchie tendono a spostarsi verso l'equatore. Nei periodi di massima le macchie si trovano circa alla latitudine di 15 °, e continuano a scivolare verso l'equatore diminuendo di numero. Quando un ciclo arriva a 5 ° dall'equatore, e muore, a 30 ° di latitudine ne comincia uno nuovo.
Nessuno sa perché i cicli avvengano in questo modo, ma non potrebbe essere dovuta a qualche asimmetria più complicata di quella dovuta alla rotazione del Sole? Se è così, da dove può venire questa asimmetria? Una delle possibilità è che provenga dall'esterno, e allora il dito del sospetto si punta sui pianeti.

Ma, possono veramente i pianeti avere influenza sul Sole? Certo, soltanto per i loro campi gravitazionali. Questi campi possono provocare maree sul Sole, e creare uno squilibrio.
La Luna, per esempio, solleva le maree sulla Terra perché la faccia del pianeta esposta al satellite riceve un'attrazione lunare più forte di quella che riceve la parte opposta. È l'effetto di questa attrazione che produce il fenomeno delle maree.
Il volume degli effetti di marea dipende da tre cose. Primo, naturalmente, dalla massa del corpo produttore della marea, dato che maggiore è la massa, maggiore è l'attrazione gravitazionale. Secondo, dal diametro del corpo che subisce le maree, dato che maggiore è il diametro, più grande è la differenza dell'attrazione gravitazionale sentita sulla parte opposta. Terzo, dalla distanza tra il corpo che subisce là marea e il corpo che la produce. Più grande è la distanza, più debole è l'attrazione gravitazionale del secondo sul primo, e più piccole sono le differenze di attrazione sulle due facce del primo.
Tenendo in considerazione questi fattori, possiamo stabilire questa tabella (effetto di marea relativo):


Luna-su-Terra7,0
Sole-su-Terra3,2
Terra-su-Sole1,0

Gli effetti di marea della Terra sul Sole sono soltanto un milionesimo di quelli del Sole e della Luna, combinati, sulla Terra. Ma forse questi effetti, per quanto piccoli, non sono insignificanti.
Qual è l'effetto di marea degli altri pianeti? Prendendo come unità l'effetto di marea della Terra sul Sole, non è difficile stabilire la tabella degli effetti di marea relativa agli altri pianeti sul Sole. Eccola (effetto di marea sul Sole):


Mercurio0,7
Venere1,9
Terra1,0
Marte0,03
Giove2,3
Saturno0,11
Urano0,0021
Nettuno0,0006
Plutone0,000002

I quattro più grandi effetti di marea sono, quindi, quelli di Mercurio, di Venere, della Terra, e di Giove. Tutti i restanti pianeti insieme producono un effetto di marea che è circa un quinto di quello di Mercurio, l'ultimo dei quattro grandi. Quindi noi possiamo chiamare Mercurio, Venere, Terra e Giove, «pianeti di marea».
Questi pianeti ruotano intorno al Sole, e tutti producono un paio di piccole protuberanze sul Sole (una protuberanza dalla parte del Sole rivolta al pianeta, e l'altra sulla parte opposta). Queste protuberanze possono essere molto piccole, da potersi forse misurare soltanto in centimetri, ma anche questo lieve sollevarsi e abbassarsi della grande superficie del Sole può essere significativo.
Con quattro protuberanze separate su ogni faccia del Sole, in continuo movimento una rispetto all'altra per lo spostarsi dei pianeti, si può presumere che a un certo momento cruciale, come risultato della combinazione delle protuberanze, una particolare sezione del Sole si sollevi o si abbassi con insolita velocità. Può darsi, dunque, che in quel punto, e in quel momento, cambi la sequenza del movimento di una macchia solare? Forse, tra l'altro, in questo spostamento di protuberanze esiste uno schema a lungo sviluppo che determina il ciclo delle macchie solari e il regolare cambiamento di latitudine.
Naturalmente è difficile collegare l'apparizione di una data macchia solare con una particolare combinazione di protuberanze di marea. Le apparizioni sono, troppo lente. E le esplosioni? Le esplosioni avvengono rapidamente, e quelle di considerevoli dimensioni non sono molto comuni. Possono essere collegate con certe particolari posizioni in cui si trovano i pianeti? Può darsi.
Il dottor J. B. Blizard, un fisico dell'Università di Denver, ha studiato il collegamento tra gli eventi protonici con la congiunzione planetaria. Ha studiato cioè le situazioni in cui due o più pianeti di marea si trovino in linea tra loro e puntino verso il Sole. L'effetto di marea aumenterebbe, e sulla superficie del Sole si verificherebbero protuberanze di grandezza insolita, e forse, se questo avvenisse nelle vicinanze di una zona di macchie solari, provocherebbe un'esplosione.
Comunque, nel periodo che va dal 1956 al 1961, Blizard ha notato un sufficiente numero di collegamenti positivi, cioè di esplosioni che avvengono in periodo di congiunzione, e ha reso la faccenda di grande interesse. Ha calcolato che poteva esserci soltanto una possibilità su duemila che questi collegamenti fossero soltanto coincidenze. In più, ha cominciato a stendere una serie di previsioni sulle esplosioni future, supponendo che avvenissero nei periodi di congiunzione dei pianeti (cosa facile da calcolare), e ha ottenuto un 60 per cento di esattezza.
A questo punto, quindi, possiamo tornare al soggetto dell'astrologia, di cui ho parlato il mese scorso. In quell'articolo ho detto che gli astrologi si afferrano naturalmente a qualsiasi ragione scientifica, anche debole, per giustificare la loro follia, e io sospetto che il lavoro di Blizard spianerà loro la strada.
Da anni, astronomi e non astronomi si sono posti domande sugli effetti che potevano avere i cicli delle macchie solari sulla Terra. Ci sono meno radiazioni al minimo di macchie solari? Ce n'erano a sufficienza per, diciamo, produrre siccità, danneggiare la produzione alimentare, avere influenza sui prezzi, provocare inflazioni, rendere probabili le guerre, e così via?
Quando vennero scoperte le esplosioni parve probabile che fossero loro, e non le macchie solari, a influire sulla Terra. In fondo diffondevano nell'atmosfera particelle di energia che potevano contaminare la pioggia, che poteva contaminare il raccolto, che potevano... Inoltre, chi poteva sapere quali misteriosi cambiamenti erano in grado di provocare sulla. Terra le particelle di energia che colpivano il nostro pianeta?
Poi è arrivato il dottor Blizard a dire che lo scatenarsi e il diminuire dei venti solari può dipendere dalla congiunzione dei pianeti, e «congiunzione planetaria» è la parola magica degli astrologi. Io posso prevedere la seguente catena di ragionamenti:
1 - La posizione planetaria controlla e determina le esplosioni solari.
2 - Attraverso le esplosioni solari, la posizione planetaria, controlla la natura dei venti solari.
3 - La posizione planetaria, attraverso il vento solare, controlla ed effettua misteriosi cambiamenti sulla Terra.
4 - Per tutti questi motivi, la posizione planetaria, al momento della nascita di un bambino, può avere influenza su la vita futura.
Sono sicuro che gli astrologi non esiteranno a usare questa linea di ragionamento per giustificare l'esattezza di questo pronostico, che può essere trovato nella colonna degli oroscopi di un qualsiasi quotidiano:
«Ariete. Date consigli, non soldi, a un amico in difficoltà finanziaria. Il prestito non verrà restituito.»
«Scorpione. Non fidatevi degli investimenti finanziari. Esistono fattori ancora imprevisti.»
Per la verità alcuni lettori resteranno perplessi, e che si domanderanno se non esiste «qualcosa» di vero nel ragionamento che parte dalla posizione dei pianeti, e che termina consigliando una data cosa a quelli dell'Ariete, e una data altra a quelli dello Scorpione.
Se è così, io dico loro di toglierselo dalla mente. Con altrettanta facilità potrei inventare una catena di ragionamento, valida e plausibile, che collega la sequenza degli sbadigli fatti da un branco di ippopotami nel fiume Nilo all'aumento o al calo della produzione nelle miniere di Gary, nell'Indiana.

FINE