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Urania - Racconti d'appendice
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LA TRAPPOLA - George Zebrowski, Jack Dann
Titolo originale: Traps

Il continente sotto di lui era ricoperto da una folta giungla, tranne un altopiano sabbioso largo trenta chilometri. Un attimo prima i suoi strumenti avevano inquadrato lo scafo fermo vicino al limite sud della radura. La superficie sabbiosa dell'altopiano era abbastanza regolare, e Rysling decise di scendere con i comandi automatici portando il suo scafo il più vicino possibile all'altro. Si rilassò nella poltroncina anatomica, e rimase in attesa, attento. Che qualcuno stesse tentando di soffiargli il lavoro?
Il suo piccolo scafo da esplorazione era adesso a mille metri, e scendeva rapido controllato dai razzi di frenata. I razzi di atterraggio entrarono in funzione con un rombo a centocinquanta metri da terra, e lo scafo si appoggiò dolcemente sulla sabbia. Quando i razzi si fermarono, attorno allo scafo d'argento la sabbia aveva formato una specie di cratere.
Rysling si accertò che la doppia sicurezza dei reattori di volo fosse inserita, poi innestò anche la doppia sicurezza dei razzi di atterraggio. Attraverso lo schermo anteriore vide l'altro scafo, e vide che i due soli erano alti. La stella gialla era alta nel cielo azzurro, vicina al mezzogiorno. La gigantesca stella rossa vicina all'orizzonte, poco sopra la verde foresta che circondava la zona desertica dell'altopiano. Rysling slacciò le cinture che lo tenevano legato ai fianchi. Si alzò lentamente, e si stirò. Attorno all'altro scafo non si muoveva nessuno.
Fino a quel momento il pianeta non aveva ancora un nome, solo un numero: 3-10004-2. La gravità era leggermente maggiore di quella della Terra. La composizione dell'atmosfera era quasi identica a quella della Terra. In pratica il pianeta era pronto per essere colonizzato. Ma. l'Autorità della Terra era cauta. Voleva la completa classificazione di tutti gli animali del pianeta. Ecco perché si trovava in quel posto, per catturare l'unico animale di quel pianeta che rimaneva ancora da prendere, una creatura a quattro zampe, simile ai felini, che fino a quel momento aveva eluso tutti gli sforzi dei cacciatori. Così gli avevano detto. Gli avevano dato un anticipo, le attrezzature necessarie, e un mese terrestre di tempo. Due settimane erano già passate.
Mentre scendeva lungo la rampa respirò alcune boccate di aria umida e calda. Dopo due settimane di aria pulita e sterile dello scafo, il tipo di aria naturale sembrava di un sapore spaventoso. E si sentì quasi male al pensiero dei micro-organismi sospesi tutt'intorno a lui. Raggiunse la fine della rampa, e sentì la sabbia scricchiolare sotto i piedi. Fu felice, nonostante l'aria. L'altro scafo si trovava a circa cinquanta metri da lui.

Si avviò verso l'altro scafo. I raggi del sole che gli battevano sulla faccia erano caldi. Anche l'altro scafo era di tipo esplorazione, anche se leggermente più grande del suo. Calcolò che fosse di circa due anni più vecchio del suo. Sulla carena c'era una grande H leggermente sbiadita. Pensò che fosse uno degli scafi di Henderson, comunque quella grande lettera non poteva essere una prova conclusiva.
La rampa era abbassata, e Rysling la risalì fino a metà.
- C'è nessuno in casa?
La sua voce echeggiò nel portello aperto, ma nessuno rispose. Raggiunse lo scafo e gridò nel corridoio centrale, quello che portava alla cabina comando.
- Ehilà!
Ancora nessuna risposta.
Rysling salì la scaletta ed entrò nella cabina comando. Si guardò attorno con attenzione. Tutto sembrava in ordine, chiuso, con prudente cautela, tranne il radar e gli strumenti sensori, che continuavano a controllare l'area circostante. Per il momento non avevano niente da riferire. Sopra gli interruttori di sicurezza del volo e dei razzi di atterraggio brillava una luce verde. Tutto sembrava in ordine.
«Devono essere fuori» pensò. «Prima o poi li devo incontrare».
Stava per uscire, ma la curiosità fu più forte di lui. Si mise a sedere nella poltroncina del comandante e accese, il registratore. Rimase in ascolto. Per qualche minuto ci fu assoluto silenzio. Alla fine sentì un respiro pesante, poi una voce che non poteva riconoscere.
«Il gritto è penetrato nella mia mente. All'improvviso non sono più stato un uomo, ma una bestia. Allucinazione? Non so, ma mi terrò preparato per la prossima volta. Adesso esco. Sono le ore... Maledizione! Mi si è rotto l'orologio.»
Il nastro continuò a scorrere. Ma non sembrava esserci inciso più niente. Rysling aspettò ancora per qualche minuto, poi spense l'apparecchio. Evidentemente il comandante di quello scafo non era ancora tornato. Sembrava un uomo di grande immaginazione, e facilmente impressionabile. Rysling si strinse nelle spalle.
Raggiunse il portello, scese la rampa, e si avviò verso il bordo della radura. Forse quelli dello scafo erano penetrati nella giungla. Tolse il binocolo dalla custodia e cominciò a guardare verso gli alberi. Poi qualcosa lo spinse a guardare verso la base del dirupo. Vide una distesa di sabbia bianca, e poi vide le ossa.
Sulla sabbia c'erano due scheletri umani con le mani tese verso la giungla.
Rysling aumentò gli ingrandimenti del binocolo. E di colpo gli parve di essere sopra i due scheletri. Un insetto si arrampicò su uno dei teschi, e si lanciò in volo verso la foresta. Quanto tempo aveva impiegato la carne a sparire? In seguito sarebbe sceso per tentare di identificarli, stabilire cosa era successo, e raccogliere le ossa per riportarle a casa.
Per il momento aveva il suo lavoro da fare, quello di catturare un animale. Era uno degli strani lavori che spesso faceva tra un volo regolare e l'altro. Un uomo ha sempre bisogno di qualche soldo in più. Tra l'altro gli piaceva la caccia. Prendete un gritto, gli avevano detto. Ed era una cosa abbastanza semplice, con l'attrezzatura adatta. Però altri avevano fallito. Forse l'Autorità della Terra aveva dato l'incarico a degli incapaci. Come i due che erano morti ai piedi del dirupo?
Non gli interessava sapere cos'era successo a quei due. Lui non avrebbe fallito.

Il «segugio» era semplicemente una gabbia che poteva aprire uno qualsiasi dei sei lati, seguire la preda grazie a congegni ottici e termici e colpire più rapidamente di qualsiasi creatura vivente. Rysling manovrò con cautela i comandi a distanza, lo estrasse dal bagagliaio, e lo depositò dolcemente sulla sabbia. In precedenza aveva montato il treppiede. Conteneva il monitor dell'occhio elettronico del segugio. Sotto lo schermo c'era il pannello dei comandi a distanza. In effetti sarebbe stato lui il segugio, vedendo attraverso gli occhi dell'apparecchio, e facendo in modo di non farlo impigliare nella vegetazione, comunque gran parte della caccia avveniva automaticamente, e per la verità lui doveva intervenire soltanto nei momenti cruciali, se si presentavano. In caso contrario gli bastava restare seduto davanti al monitor e osservare passivamente ciò che stava facendo il «segugio». Un lavoro meccanico. Non riusciva a capire come altri avessero potuto fallire nella cattura dell'animale. La bestia non aveva scampo. Gli occhi e i percettori di calore del «segugio» erano collegati con il calcolatore dello scafo programmato a riconoscere soltanto quel tipo di animale vivente.
Rysling dispose i comandi sulla ricerca automatica. Erano basati su tutto ciò che il calcolatore sapeva del gritto. Il «segugio» si sollevò dalla sabbia e si mosse lentamente verso il bordo della radura. Dopo qualche istante entrò nella giungla, e scomparve alla vista. Rysling si mise a sedere nella poltroncina davanti al monitor e allungò le gambe.
Davanti a sé vedeva cespugli dai lunghi steli che la gabbia-segugio spostava passando. I tronchi degli alberi erano enormi, e uno strano muschio ricopriva la loro corteccia. Rysling calcolò che l'erba doveva essere alta circa trenta centimetri. Ebbe l'impressione di essere lui il segugio, un grande e potente animale che passava sotto l'aggrovigliato intreccio della giungla. Schiacciò un tasto, e gli occhi del «segugio» si girarono verso l'alto. Riuscì soltanto a vedere dei grandi tronchi, ritti come titani di guardia alla foresta.
Rysling si girò per guardare l'altro scafo. L'altopiano era sempre illuminato dalla luce del sole. La stella gialla si stava spostando verso il pomeriggio. Il gigante rosso era parzialmente nascosto dietro l'orizzonte. Le rifrazioni atmosferiche distorcevano le zone equatoriali di quella stella, e la facevano sembrare sformata e macchiata. Rysling cominciò a credere che nessuno sarebbe mai più tornato all'altra astronave.
Quando tornò a guardare lo schermo vide che il «segugio» era immobile. Niente si muoveva, tranne qualche foglia toccata dal vento. Lentamente, senza fare rumore, il gritto entrò nella visuale. Era sottile e muscoloso, con il corpo che strisciava quasi a terra. Gli occhi gialli e ovali guardavano direttamente nello schermo. Rysling fu affascinato da quegli occhi, e rimase a guardarli. Sembrava quasi che il gritto lo stesse guardando, come se l'animale dal mantello grigio-verde sapesse che c'era qualcosa in attesa dietro gli occhi meccanici del «segugio». Rysling si morse le labbra e portò le mani sul pannello, pronto a intervenire in caso di qualche difficoltà.
Il «segugio» si mosse automaticamente, con lentezza, poi prese velocità, fino ad avanzare a circa quarantacinque chilometri all'ora. Ma il gritto divenne improvvisamente una macchia confusa che correva nell'erba. Il «segugio» lo seguì con sicurezza, cambiando direzione ogni volta che la cambiava l'animale. In alcuni momenti riuscì quasi a essergli alle spalle. Rysling calcolò che in quel momento dovevano correre a una velocità superiore ai settantacinque chilometri orari. Sul pannello si accese una luce rossa, e Rysling capì che si era aperta la porta anteriore. Ogni porta aveva una luce di colore diverso. Da un momento all'altro il gritto si sarebbe trovato in gabbia, e la porta si sarebbe chiusa. Sullo schermo poteva vedere la riga scura che si allungava dalle orecchie dell'animale fino alla coda.
Il gritto saltò in un cespuglio e si girò a ringhiare verso di lui. Rysling pensò che la caccia si sarebbe conclusa in un attimo. Poi non gli sarebbe rimasto altro da fare che raccogliere gli scheletri, e tornare a casa per riscuotere il resto della paga.
La vegetazione verde che aveva di fronte divenne improvvisamente di un colore vivido. Rysling si sentì stordito. Chiuse gli occhi per un attimo. Le braccia divennero pesanti, e il sangue gli cominciò a pulsare alle tempie. Quando riaprì gli occhi lo schermo era sfuocato, e tutto il mondo girava.

Gli sembrò di cadere, ma lentamente. Era avvolto dalla fresca erba verde della foresta, che lo accarezzava, e lo invitava a dormire fin quando non gli sarebbero ritornate le forze per lottare contro la strana creatura senza odore che gli stava dando la caccia. Rysling sollevò gli occhi per guardare il «segugio» attraverso gli occhi del gritto. Gli stava venendo addosso. Si sollevò sulle zampe posteriori e ricadde nel folto del cespuglio. Cercò di dare un colpo di artigli alla gabbia. Ringhiò, e cadde all'indietro. Fece immediatamente un balzo sulle quattro zampe.
E si mise a correre. Il suo corpo di gritto correva senza di lui, istintivamente, girandosi, saltando con una sicurezza sbalorditiva. Sentì le spine pungergli le zampe. I suoi occhi vedevano tutto, e la foresta era un'orchestrazione di profumi che gli dicevano tutto quello che desiderava sapere.

Spense con mano tremante il programma automatico del «segugio». Era scosso. Il sudore gli colava lungo la schiena. Aspirò un tranquillante. Il «segugio» sarebbe tornato, ma in seguito lo avrebbe rimandato a caccia.
Un'allucinazione, pensò. Era ciò che la voce incisa sul nastro magnetico dell'altra astronave aveva cercato di descrivere. Ma lui aveva provato dolore, fatica, odorato i pungenti profumi della foresta, e aveva conosciuto il sudore e i muscoli dell'agile gritto come conosceva i suoi. E aveva conosciuto la paura dell'animale che fuggiva di fronte a qualcosa che non poteva comprendere, e che non avrebbe mai potuto comprendere perché non faceva parte del suo ambiente normale.
Pensò di avere composto una parte del quadro. Era stato colpito dal meccanismo difensivo del gritto. Aveva delle capacità telepatiche? A ogni modo l'esperienza provata non era un'illusione, e lui, la prossima volta, avrebbe dovuto ignorarla. Forse gli strani poteri del gritto provenivano da qualche stadio sconosciuto della evoluzione planetaria, quando tutte le forme di vita non erano ancora differenziate: quando esisteva solo la pulsazione della forza naturale.
Il «segugio» comparve al bordo della radura. Si portò a qualche metro dal treppiede con i comandi, e si appoggiò sulla gabbia. Rysling lo raggiunse e controllò attentamente. Non c'era niente di rotto. Tornò ai comandi, e si mise a sedere davanti allo schermo. Schiacciò il tasto del sistema di caccia automatico, e il «segugio» ripartì. Quando raggiunse il punto in cui aveva abbandonato il gritto, il segugio si portò vicino a terra e i percettori frugarono attorno alla ricerca di una traccia di calore. La pista faceva un ampio cerchio, ed era diretta verso il limite nord della radura. Il «segugio» la seguì.
Quando fu vicino all'animale, il «segugio» prese velocità. Il gritto camminava davanti a lui sulla sabbia, e il «segugio» aumentò ancora velocità. Il gritto si mise a correre, lasciando grosse impronte di zampe sulla sabbia che circondava la radura.
Rysling si fece forza preparandosi all'allucinazione. Venne come un sogno che poteva riconoscere come tale, ma che non riuscì a interrompere. La gabbia era aperta e veniva diretta verso di lui. Il pendio della duna era alle sue spalle. Doveva aspettare il momento opportuno per saltare nella giungla. Per un attimo il suo nuovo corpo rimase paralizzato, come se tutti i suoi istinti fossero morti, o confusi dalla precisione di un nemico che non faceva errori, e che dava pochissima possibilità di fuggire. La gabbia avanzò fino a trovarglisi di fronte.
Lo inghiottì. Le sbarre si chiusero con uno scatto. Poi sentì una voce sottile che gli bisbigliava nell'orecchio. «Tu sei Rysling... questa è un'illusione. Me ne andrò. Cambierò. Aspetta». Ma la presenza della giungla, lo sfondo della sua nuova vita, il valido e vivido sostegno dei suoi sensi, la sorgente di tutte le felicità, erano molto più forti. Sentì tutte queste cose, e vide i vividi e intensi colori. Solo le sbarre lo tenevano separato. La sua voce era molto debole, lontanissima, e le parole non avevano effetto. Una piccola mosca gli venne a ronzare vicino all'orecchio.
Il gritto si lanciò contro le sbarre. «Stupido! Il pulsante» disse la voce. «Dietro la prima sbarra». Fece scivolare una zanna fuori dalle sbarre e schiacciò con rabbia. La porta laterale della gabbia si aprì con un cigolio.
La giungla gli fece un cenno. Entrò nell'ombra, e si mise a correre tranquillo, rapido, con un movimento fluido, molto diverso dagli scatti della sua precedente vita. Poteva odorare le sfumature dei colori, e riuscì a percepire la catena dei monti che prima era stata soltanto verde, marrone, o colore del fango. La voce lontana gli disse di tornare indietro, di riprendere il suo io di una volta, di rompere l'incantesimo che lo portava verso un mondo al quale l'uomo aveva voltato la schiena milioni di anni prima... ma la voce era insignificante, sterile, a paragone della ricca foresta che lo circondava.
Tuttavia avrebbe voluto tornare indietro, per un attimo, se non altro. La giungla lo chiamò, promettendo sicurezza.
Ma si mise a correre verso l'altopiano sabbioso.

La forma umana che era stata Kurt Rysling si alzò dalla poltroncina di fronte al treppiede. Si mosse a scatti. Cercò di camminare, ma cadde carponi. L'odore della giungla che aveva conosciuto in tutta la sua vita sembrava lontano, confuso, e sconosciuto. I colori erano pallidi, e i normali rumori della foresta erano scomparsi. Le sue strane nuove zampe erano deboli. Il gritto cercò di ringhiare, ma dalla sua piccola bocca umana uscì soltanto un debole suono. Si trascinò verso la giungla, nella speranza di ritrovare tutte le normali sensazioni. Improvvisamente sentì il desiderio di fare un balzo. Il gritto saltò dall'altopiano, tendendo le braccia umane in avanti, come fossero zampe.
La voce umana continuò a parlare nel primitivo cervello del gritto. Divenne momentaneamente più forte quando il felino si fermò presso il corpo fracassato di Kurt Rysling, disteso accanto ai due scheletri bruciati dal sole. La stella rossa era tramontata da tempo, e il sole giallo era calato dietro la giungla. Il felino rimase perfettamente immobile all'ombra del pendio, ad ascoltare. Qualcosa nel profondo del sistema nervoso del gritto fece confusamente capire a Rysling cos'era successo ai due scheletri che aveva accanto. Erano il comandante dell'altro scafo, e il suo compagno di viaggio, e quello che stava succedendo a lui era successo anche a loro. Guardò il suo cadavere con indifferenza. Dopo tutto era un oggetto, e non «lui». Si sentì felice e tranquillo. Da qualche parte la sua vecchia voce riuscì a raccogliere energia sufficiente per dirgli che mentre «lui» poteva adattarsi facilmente al sistema nervoso del felino, il gritto non era mai riuscito a dominare le complessità di una corteccia umana. Ma, allora, non significava che la mente umana era soltanto una residente del cervello fisio-chimico? Che era in realtà un fenomeno secondario, una matrice di energia che si poteva staccare dalla sua forma fisica? Doveva essere così, gli rispose la voce lontana. Dopo tutto il ferro di un magnete produce qualcosa oltre se stesso, il campo magnetico, e la massa di un mondo produce la forza di gravitazione, e il tessuto del cervello fisio-chimico produce schemi di energie che sono la vera mente, la responsabile di tutte le più alte funzioni. La voce lontana parlava con tono disperato. Ci sarebbe stato un prezzo da pagare per la sua nuova esistenza: ricordi che sparivano, il potere della ragione, l'amore. Ma a lui non importava. Il mondo era grande, e tutto in sua mano. Era un mondo per lui. I profumi della foresta lo avvolsero. Per un attimo riuscì a sentire: l'odore di una femmina? L'immagine era chiara. Una femmina slanciata lo stava aspettando da qualche parte. La voce lontana era quasi scomparsa. Lui non riusciva a comprenderne il significato, né da dove venisse. Guardò ancora il corpo contorto disteso a faccia in giù. Aveva il collo rotto. Guardò l'orlo dell'altopiano. Aveva pensato di raggiungere la cima? Non c'erano vie per raggiungerla. Si girò per andare di corsa a nascondersi sotto l'ombra degli alberi. Aveva muscoli forti. In un punto il sole giallo riuscì a penetrare sotto la volta della foresta e gli scaldò il pelo. Capì che presto sarebbe scesa la notte. La voce lontana era diventata una specie di ronzio di un insetto. Si fermò per girare la testa e guardare l'altopiano che in quel punto era visibile tra gli alberi. Riusciva anche a vedere la punta di uno dei due scafi. Rimase a guardarla, e cercò di ricordare cosa fosse, ma i ricordi erano ormai svaniti.
Il gritto si rigirò, e scomparve nella giungla.

FINE