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Urania - Asimov d'appendice
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I CATTIVI SAMARITANI - Isaac Asimov
Titolo originale: Lost in nontranslation

Alla 29a Convenzione Mondiale di Fantascienza che si è tenuta a Boston l'anno scorso, io sedevo logicamente sul podio, perché come il Bob Hope della fantascienza, è mio compito perenne distribuire premi. Alla mia sinistra sedeva mia figlia Robyn, sedicenne, bionda, occhi azzurri, ben fatta, e molto bella. (Questa ultima affermazione non dipende dalla parzialità di padre. Chiedetelo a chiunque.)
Il mio vecchio amico Clifford D. Simak era ospite d'onore, e cominciò il suo discorso presentando, con giustificato orgoglio, i suoi due figli presenti in sala. Un'aria di allarme si dipinse all'istante sulla faccia di Robyn.
- Papà - bisbigliò preoccupata, conoscendo perfettamente le mie capacità di mettere in imbarazzo le persone, - hai intenzione di presentarmi?
- Ti preoccupa, Robyn? - chiesi.
- Sì, che mi preocupa.
- Allora non ti presento - dissi, e le diedi una pacca sulla mano per rassicurarla.
Lei rimase un attimo sovrappensiero, poi disse: - Naturalmente se hai bisogno di riferirti, come per caso, alla tua bellissima figlia, per me va bene.
Ho fatto proprio così, e lei ha potuto abbassare modestamente gli occhi.
Ma non ho potuto fare a meno di pensare alle stereotipe bellezze nordiche, dai capelli biondi, con gli occhi azzurri, che riempiono la nostra letteratura popolare fin dal giorno in cui, quindici secoli fa, le tribù germaniche, fatte di biondi con gli occhi azzurri, conquistarono la parte occidentale dell'Impero Romano e si innalzarono ad aristocrazia.
... e al modo in cui usarono tutto questo per sovvertire una delle più chiare e importanti lezioni della Bibbia. Una sovversione che, nel suo piccolo, contribuisce alla creazione di quella crisi seria che oggi affligge il mondo, e gli Stati Uniti in particolare.
Per seguire la mia inclinazione di partire sempre dall'inizio, tornate indietro con me fino al VI secolo a. C. Un gruppo di ebrei torna dall'esilio in Babilonia per ricostruire il tempio di Gerusalemme che Nabucodonosor ha distrutto settant'anni prima.
Durante l'Esilio, sotto la guida del profeta Ezechiele gli ebrei avevano saldamente conservato la loro identità nazionale modificando, sviluppando, e idealizzando il loro culto di Geova in una forma che è la diretta antenata dell'Ebraismo di oggi. (Infatti Ezechiele viene a volte chiamato «padre dell'Ebraismo».)
Questo significa che quando gli esiliati fecero ritorno a Gerusalemme, si trovarono di fronte a un problema religioso. C'erano gruppi che, per tutto il periodo dell'esilio, avevano vissuto in quella regione chiamata una volta Giudea, e che adoravano Geova con un rituale di venerazione che loro consideravano corretto. Dato che la loro città principale (con Gerusalemme distrutta) era Samaria, gli ebrei che tornavano li chiamarono Samaritani.
I Samaritani respinsero le modifiche degli ebrei tornati dall'esilio, e gli ebrei aborrirono le vecchie convinzioni dei Samaritani. Tra di loro nacque una profonda ostilità, esacerbata proprio dal fatto che le differenze di fede erano relativamente minime.
Oltre tutto, nella regione vivevano anche gruppi che adoravano altri dei: gli Ammoniti, gli Edomiti, i Filistei, e così via.
La pressione sul gruppo di ebrei che rientrava non fu soprattutto militare, dato che l'intera zona era sotto il più o meno benefico governo dell'Impero Persiano, ma sociale, e forse proprio per questo più rigida. Mantenere un rituale stretto di fronte a una stragrande maggioranza di non-credenti è difficile, e la tendenza a moderare questo rituale fu quasi irresistibile. Poi, tra l'altro, i giovani maschi che rientravano furono attratti dalle donne locali, e avvennero i matrimoni fra razze diverse. Naturalmente, per far piacere alla moglie, il rituale venne ulteriormente moderato.
Poi, forse verso il 400 a. C., un secolo intero dopo la costruzione del Secondo Tempio, Esdra arrivò a Gerusalemme. Lui era discepolo della Legge Mosaica, nata e diffusa nella sua forma finale durante l'esilio. Esdra aveva in orrore l'apostasia, e si mise a predicare il risveglio alla religione. Riunì la gente, decantò la legge, e, commentandola, risollevò il loro fervore religioso, esortando la confessione dei peccati e la riconquista della fede.
Una condizione imposta con il massimo rigore fu l'abbandono delle mogli non-ebree e dei loro figli. In questo modo soltanto, secondo lui, si poteva conservare la santità del rigoroso ebraismo. Tanto per citare la Bibbia:
«Allora il sacerdote Esdra si alzò e disse loro: "Voi avete commesso una cattiva azione sposando le donne straniere, aggiungendo questo ai peccati d'Israele. Ma ora date gloria al Signore, Dio dei nostri padri, e adempite la sua volontà: separatevi dai popoli del paese e dalle donne straniere".
«Allora rispose a gran voce tutta la folla: "Noi faremo secondo la tua parola..."» (Esdra 10:10-11).
Da quel giorno in avanti la quasi totalità degli ebrei cominciò a praticare un esclusivismo, una separazione volontaria dagli altri, una moltiplicazione di particolari usanze che misero maggiormente in risalto il loro isolamento, e questo li aiutò a conservare la loro identità attraverso tutte le miserie e le catastrofi future e le crisi e gli esili e le persecuzioni che li frammentarono sulla faccia della Terra.
Mantenere le distanze, per la verità, contribuì anche a renderli socialmente invisi, e conferì loro la particolare visione sociale che agevolò il crearsi delle condizioni che resero possibili gli esili e le persecuzioni.
Non tutti gli ebrei aderirono a questa politica di separatismo. Ce ne furono alcuni convinti che tutti gli uomini erano uguali agli occhi di Dio, e che nessuno doveva venire escluso dalla comunità basandosi sulla identità-gruppo.
Uno di questi ebrei (rimasto per sempre senza nome) volle presentare il caso sotto forma di breve romanzo storico. L'eroina di questo racconto del IV secolo a. C. è Ruth, una donna Moabita. (La leggenda viene presentata come se si fosse svolta al tempo dei Giudici, così la tradizione vuole che sia stata scritta dal profeta Samuele nell'XI secolo a. C. Ma nessun moderno studioso della Bibbia ci crede.)
Comunque, perché una donna Moabita?
Pare che gli ebrei, tornando dall'esilio, portassero tradizioni che risalivano a mille anni prima circa il loro primo arrivo ai confini di Canaan, sotto Mosè prima, e con Giosia poi. In quel periodo la piccola nazione di Moab, che si stendeva a est del Mar Morto e del corso inferiore del Giordano, comprensibilmente allarmata per le scorrerie della gente del deserto, aveva fatto tutti i passi necessari per opporsi agli ebrei. Non solo aveva cercato di impedire agli ebrei il passaggio attraverso il territorio, ma aveva anche fatto venire un veggente, Balaam, al quale era stato chiesto di usare tutte le sue capacità magiche per gettare sfortune e distruzione sugli invasori.
Lo stratagemma non era riuscito, e alla partenza di Balaam tutti avevano pensato che avesse consigliato al re di Moab di permettere alle donne Moabite la relazione con gli invasori, in modo da distoglierli dalla loro impresa.
Così riferisce la Bibbia: «Israele si era stabilito in Sittim e il popolo cominciò a fornicare con le figlie di Moab. Esse invitavano il popolo ai sacrifici ai loro dei e il popolo mangiava e si prostrava dinanzi ai loro dei. Si unì perciò Israele a Baal-Peor, e lo sdegno del Signore divampò contro Israele». (Numeri 25:1-3).
In conseguenza di questo le «donne Moabite» divennero la quintessenza del tipo di influenza esterna che, per mezzo dell'attrazione sessuale, cercò di corrompere i fedeli ebrei. Infatti, Moab e il regno confinante a nord, Ammon, vennero separati dal codice Mosaico.
«Non entri un bastardo nell'assemblea del Signore, neppure alla decima generazione... perché non vi hanno accolto con il pane e con l'acqua, per la via, quando usciste dall'Egitto, e poiché hanno prezzolato contro di te Balaam... per maledirti... Non ricercare la loro pace o il loro bene, durante tutti i tuoi giorni, mai.» (Deuteronomio 23:3-6).
Tuttavia, in un periodo successivo, ci furono anni di amicizia tra Moab e alcuni uomini di Israele, forse perché spinti a unirsi per combattere qualche comune nemico.
Per esempio, poco prima del 1.000 a. C. Israele era governata da Saul. Lui aveva tenuto lontani i Filistei, conquistato gli Amalechiti, e portato Israele alla massima potenza mai raggiunta. Moab naturalmente temeva questa politica espansionistica, così strinse amicizia con tutti quelli che si ribellavano a Saul. Uno di questi ribelli fu un guerriero giudeo: Davide di Betlemme. Quando Davide, inseguito da Saul, fu costretto a ritirarsi su postazioni fortificate, usò Moab come rifugio per la sua famiglia.
«... Davide... disse al re di Moab: "Lascia, te ne prego, che mio padre e mia madre vengano a stare con voi, finché sappia che cosa Dio intende fare di me". Li fece dunque condurre alla presenza del re di Moab, col quale restarono per tutto il tempo che Davide dimorò in località inaccessibili.» (1 Samuele 22:3-4).
In quel periodo Davide vinse, divenne prima re di Giuda, poi di tutta Israele, e stabilì un Impero che si stendeva lungo tutta la costa orientale del Mediterraneo, dall'Egitto all'Eufrate, con le città fenice indipendenti ma alleate. In seguito, gli ebrei considerarono sempre i tempi di Davide e di suo figlio Salomone, come un'età dell'oro, e la posizione di Davide, nella storia e nel pensiero ebraici, divenne inattaccabile. Davide fondò una dinastia che governò i giudei per quattro secoli, e gli ebrei non hanno mai cessato di credere che qualche discendente di Davide possa tornare a governarli in un tempo futuro.
Tuttavia sulla base dei versi in cui si dice che Davide chiede aiuto per la sua famiglia ai Moabiti può essere nata la leggenda che nel sangue di Davide ci sia stato sangue Moabita. Evidentemente l'autore del Libro di Ruth decise di prendere lo spunto da questa leggenda per costruire una dottrina di non-esclusivismo usando l'odiatissima donna moabita come eroina.
Il Libro di Ruth racconta di una famiglia Giudea di Betlemme, un uomo, una donna, e due figli, che raggiungono Moab spinti dalla fame. Qui i due figli sposano ragazze Moabite. Dopo un certo tempo i tre uomini muoiono, lasciando le tre donne sole. Noemi, la suocera, e Ruth e Orpa, le due nuore.
Quelli erano periodi in cui le donne erano beni mobili, e quando restavano senza marito, o senza un uomo che le possedesse per aver cura di loro, potevano vivere soltanto di carità. (Ecco il perché della frequente ingiunzione Biblica di avere cura delle vedove e delle orfane.)
Noemi decide di tornare a Betlemme, dove i parenti la possono mantenere, ma esorta Ruth e Orpa a rimanere a Moab. Non lo dice, però noi possiamo supporre che non giudicasse conveniente, per due ragazze Moabite, il vivere in mezzo ai Giudei i quali odiavano Moab.
Orpa rimane a Moab, ma Ruth si rifiuta di abbandonare Noemi dicendo: «Non insistere che io ti abbandoni e mi allontani da te, perché dovunque tu andrai, andrò anch'io, dove tu pernotterai, pernotterò io pure, il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio il mio Dio. Dove morrai tu anch'io morrò e ivi sarò seppellita. Il Signore mi faccia questo e altro se qualcosa fuori dalla morte mi separerà da te». (Ruth 1:16-17).
Una volta in Betlemme le due donne si trovarono a vivere nella più cruda povertà, e Ruth si offrì di spigolare nei campi per mantenere se stessa e la suocera. Era tempo di mietitura, e solitamente le spighe che cadevano durante il raccolto venivano lasciate a terra, per farle raccogliere dai poveri. La spigolatura era una specie di programma di aiuti per tutti quelli che si trovavano in assoluta miseria. Era, comunque, anche un lavoro che spezzava la schiena, e tutte le giovani donne, particolarmente Moabite, che venivano ingaggiate nei campi, correvano evidenti pericoli per colpa dei giovani e forti mietitori. L'offerta di Ruth fu semplicemente eroica.
Ruth andò a spigolare nei campi di un ricco fattore Giudeo di nome Booz. Questi, andando a controllare i lavori, vide che lavorava senza riposo. Domandò chi fosse, e uno dei suoi mietitori rispose: «È una ragazza Moabita, tornata con Noemi dalla terra di Moab». (Ruth 2:6).
Booz parlò gentilmente alla donna, e Ruth disse: «Perché ho trovato grazia ai tuoi occhi da avere tu riguardo per me che sono straniera?» (Ruth 2:10). Booz le disse di sapere che aveva abbandonato la sua terra per amore di Noemi, e che doveva lavorare faticosamente per mantenerla.
Si viene a sapere che Booz è un parente del defunto marito di Noemi, e questa deve essere una delle ragioni per cui il giudeo viene colpito dall'amore e dalla fedeltà di Ruth. Noemi, sentendo la storia, ha un'idea. In quei giorni se una vedova non aveva figli aveva il diritto di venire sposata dal fratello del marito, in modo che questi le offrisse la sua protezione. Se il marito defunto non aveva fratelli doveva essere qualche altro parente a compiere l'obbligo.
Noemi aveva ormai superato l'età per avere figli, quindi non era qualificata per il matrimonio, dato che in quei giorni il matrimonio era proprio basato sui figli. Cosa dire di Ruth?
Certo, Ruth era una donna Moabita, e probabilmente nessun Giudeo l'avrebbe voluta sposare. Ma Booz si era mostrato cortese. Così Noemi disse a Ruth di avvicinare Booz durante la notte e di chiedergli protezione, senza usare modi di aperta seduzione.
Booz, toccato dalla modestia e dalla timidezza di Ruth, promise di fare il suo dovere, però fece osservare che lei aveva un un altro parente più prossimo, e che quindi, per diritto, doveva essere lui il primo ad avere la possibilità di scelta.
Il giorno seguente Booz avvicinò l'altro parente e gli propose di comperare certe proprietà di Noemi, poi portò il discorso sul suo dovere. Booz disse: «Quando acquisterai il campo dalla mano di Noemi, dovrai prendere anche Ruth, la Moabita, moglie del defunto...». (Ruth 4:5).
Forse Booz calcò di proposito l'aggettivo «Moabita», perché l'altro parente fece immediatamente marcia indietro. Booz sposò dunque Ruth, e questa gli diede un figlio. La fiera e felice Noemi si strinse il bambino al petto, e le donne amiche le dissero: «Egli sarà colui che ti consolerà e ti sosterrà nella vecchiaia, perché l'ha generato tua nuora che ti ama e che per te è migliore di sette figli». (Ruth 4:15).
Questo verdetto delle donne Giudee su Ruth, su una donna della odiata terra di Moab, in una società che valutava infinitamente di più i figli delle figlie, il giudizio «che per te è migliore di sette figli» diventa la morale dell'autore... cioè che esistono nobiltà e virtù in ogni gruppo, e che nessuno deve venire escluso dalla considerazione per il semplice fatto di appartenere a un dato gruppo.
Poi, per ribadire il concetto a tutti i Giudei, tanto nazionalisti da essere insensibili al puro idealismo, la storia conclude: «Le vicine dicevano: "È nato un figlio a Noemi" e fu chiamato Obed. Egli fu poi il padre di Isai, padre di Davide». (Ruth 4:17).
Dove sarebbe andata a finire Israele se ci fosse stato allora un Esdra a proibire il matrimonio tra Booz e la «moglie straniera»?

Cosa abbiamo concluso con questo? Che il Libro di Ruth sia una bella storia, nessuno lo nega. Lo si cita quasi sempre come un «delizioso idillio». Che Ruth sia la caratterizzazione della donna dolce e virtuosa è fuori discussione.
Infatti tutti quanti rimangono talmente affascinati dalla storia, e da Ruth, da non afferrare il vero significato. Quello, per la verità, è un racconto di tolleranza per i disprezzati, di amore per gli odiati, di ricompensa che viene dalla fratellanza. Mescolando i geni dell'umanità, formando gli ibridi, nascono i grandi uomini.
Gli Ebrei inclusero il Libro di Ruth nel canone, in parte perché è una storia raccontata stupendamente, ma soprattutto (sospetto io) perché dà una stirpe al grande Davide. Una stirpe che, nei concisi libri storici della Bibbia che precedono quello di Ruth, non va oltre il padre di Davide, Isai. Gli ebrei rimasero, generalmente parlando, esclusivisti, e non impararono la lezione di universalismo predicata dal Libro di Ruth.
Nessuno ha mai cercato di impararla. Perché farlo, dal momento che si cerca di cancellarla? La storia di Ruth è stata rinarrata infinite volte, in racconti per bambini e in romanzi seri. Ci hanno fatto anche dei film. Ruth deve anche essere stata dipinta in migliaia di illustrazioni. E in tutte le illustrazioni che ho visto io era sempre bionda, con gli occhi azzurri, ben fatta, e bellissima... il perfetto tipo Nordico cui mi riferivo all'inizio dell'articolo.
Dunque, perché mai Booz non avrebbe dovuto innamorarsi di lei? Che grande merito ha ottenuto sposandola? Se una ragazza come lei vi cadesse ai piedi e vi chiedesse umilmente di fare il vostro dovere e di sposarla, probabilmente vi comportereste subito come Booz.
Però lei era una donna Moabita. E con questo? Cosa significa per voi la parola «Moabita»? Vi fa sorgere qualche reazione violenta? C'è qualche Moabita tra i vostri conoscenti? In questi ultimi tempi i vostri figli sono mai stati perseguitati da branchi di sporchi Moabiti? Hanno ridotto il valore delle proprietà nella vostra zona? Quando è stata l'ultima volta che vi è capitato di sentir dire: «Cacciate questi sporchi Moabiti da qui. Riducono il tasso di benessere».
Per la verità, giudicando dal modo in cui viene descritta Ruth, i Moabiti sono gli aristocratici inglesi, e la loro presenza aumenta il valore della proprietà.
Il guaio è che una delle parole non tradotte nel Libro di Ruth è proprio la parola chiave «Moabita», e fin quando non verrà tradotta, il punto è perso. Perso in una non-traduzione.
La parola «Moabita» per la verità significa «qualcuno di un gruppo che riceve da noi e che merita da noi soltanto odio e disprezzo». Come si può tradurre questa parola in un'altra parola singola che esprima lo stesso concetto? Per molti greci moderni la parola potrebbe essere «Turchi». Per molti turchi moderni potrebbe essere «Greci». E per molti americani moderni potrebbe essere «Negri».
Per dare un nuovo sapore al Libro di Ruth, supponiamo che Ruth non sia una donna Moabita, ma una donna Negra.
Rileggete la storia di Ruth, e mettete Negra al posto di Moabita. Immaginate che Noemi debba tornare negli Stati Uniti con due nuore di colore. Non meraviglia il fatto che cerchi di dissuaderle dall'andare con lei. È un fatto meraviglioso che Ruth ami così tanto sua suocera da seguirla in una società che la odia senza motivo, e che corra il rischio di spigolare sotto gli occhi di un mietitore che non immagina di doverla trattare con la considerazione che ogni essere umano si merita.
E quando Booz chiede chi sia, non leggete: «È una ragazza Moabita» ma, «È una ragazza Negra». Anzi, con maggiore probabilità il mietitore avrebbe risposto a Booz qualcosa come «È una sporca Negra».
Pensate a questo fatto, e scoprirete che il punto sta nella traduzione. E soltanto nella traduzione. Il fatto che Booz voglia sposare Ruth perché è una donna virtuosa (e non perché è una bellezza nordica) assume una specie di nobiltà. Se le vicine dicono a Noemi che Ruth è meglio di sette figli deve dipendere dalla chiara evidenza dei fatti. E il versetto finale, in cui si afferma che da questa mescolanza di geni verrà alla luce semplicemente il grande Davide, mozza quasi il fiato.

Nel Nuovo Testamento abbiamo qualcosa di simile. In una certa occasione un dottore della Legge domandò a Gesù cosa bisognava fare per ottenere la vita eterna, poi, rispondendo alla sua stessa domanda, disse: «Amerai il Signore, Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». (Luca 10:27).
Questi consigli sono tolti dal Vecchio Testamento. L'accenno al prossimo deriva dal versetto che dice: «Non vendicarti, né serbare rancore verso i figli del tuo popolo. Bensì ama il tuo prossimo come te stesso». (Levitico 19:18).
Gesù approva, e il dottore della Legge chiede: «E chi è il mio prossimo?» (Luca 10:12). In fondo i versetti del Levitico parlano di vendetta e di rancore verso il proprio popolo. Non poteva il concetto di prossimo venire ristretto a popolo, a una razza soltanto?
In risposta, Gesù racconta forse la più grande delle sue parabole, quella del viaggiatore che si imbatte nei ladri, che viene derubato, percosso, e abbandonato mezzo morto ai margini della strada. Gesù continua dicendo: «Ora, un sacerdote che per caso scendeva per quella stessa via, vistolo, passò oltre. Così pure un Levita, giunto nelle vicinanze e vistolo passò oltre. Ma un Samaritano che era in viaggio venne presso di lui e, vistolo, ne ebbe compassione. Avvicinatosi, fasciò le sue ferite versandovi olio e vino, poi, fattolo salire sulla propria cavalcatura, lo condusse a un albergo e si prese cura di lui». (Luca 10:31-34).
Poi Gesù domanda chi fosse il prossimo di quel viaggiatore, e il dottore della Legge fu costretto a rispondere: «Quello che ebbe compassione di lui». (Luca 10:37).
Questa è conosciuta come la Parabola del Buon Samaritano, anche se nella parabola non si dice mai «buon» Samaritano, ma semplicemente Samaritano.
La forza della parabola viene completamente viziata dalle parole «buon» Samaritano, perché getta una luce falsa sui Samaritani. È ormai tanto impresso nelle nostre menti che i Samaritani siano buoni, da dare per scontato che il Samaritano dovesse agire in quel modo, tanto da chiedersi perché mai Gesù lo facesse notare.
Noi abbiamo dimenticato chi fossero i Samaritani al tempo di Gesù.
Per gli Ebrei erano i «cattivi». Venivano odiati, disprezzati, considerati eretici con i quali nessun buon Ebreo avrebbe voluto avere qualcosa a che fare. Ancora una volta il vero senso si perde in una non-traduzione.
Supponete, invece, che sia un viaggiatore bianco del Mississippi a venire derubato e lasciato mezzo morto ai margini della strada. E supponete che siano un ministro e un diacono a passargli accanto rifiutando di «immischiarsene». Poi supponete che sia un bracciante di colore a fermarsi e ad avere cura dell'uomo.
Adesso chiedetevi: «Chi è il prossimo che si deve amare come se stessi per essere salvati?».
La Parabola del Buon Samaritano insegna chiaramente che non c'è niente di limitato nel concetto di prossimo, che non bisogna restringere la propria creanza al proprio gruppo, e alla propria razza. Tutta l'umanità, compresi quelli che disprezzate di più, sono il vostro prossimo.
Bene, nella Bibbia abbiamo due esempi, nel Libro di Ruth e nella Parabola del Buon Samaritano, di insegnamenti che si sono persi nelle non-traduzioni, ma che si riferiscono perfettamente a noi uomini d'oggi.
In tutto il mondo ci sono confronti fra sezioni di umanità, determinate da razze, nazionalità, filosofie economiche, religione, o lingue, come se appartenessero a differenti gruppi, così che nessuno è «prossimo» dell'altro.
Queste differenze più o meno arbitrarie tra popoli membri di una singola specie biologica sono terribilmente pericolose. Soprattutto negli Stati Uniti, dove il più pericoloso confronto (non ho bisogno di dirlo) avviene tra i Bianchi e i Neri.
Accanto agli altri, l'umanità corre anche il grave pericolo di questi confronti, specialmente negli Stati Uniti.
A me sembra che più si va avanti, ogni anno, i Bianchi e i Neri trasformano la collera e l'odio in violenza. Non vedo una fine ragionevole a questa continua «escalation». Può terminare soltanto in una guerra civile.
In una guerra civile del genere, i Bianchi, in preponderanza di numero, e in maggior preponderanza di forze organizzate, finirebbero per vincere. Comunque vincerebbero con enorme costo materiale e, immagino, con una grave perdita spirituale.
E perché? È così difficile capire che siamo tutti nostro prossimo? Non possiamo, da tutte e due le parti, trovare il modo per accettare la lezione biblica?
Oppure, se nominare la Bibbia può sembrare ingenuo, e se il ripetere le parole di Gesù può sembrare bigotto, diciamolo in un altro modo, più pratico: provare odio dà forse una sensazione tanto sensuale da giustificare la catastrofe materiale e spirituale di una guerra civile tra Bianchi e Neri?
Se la risposta è sì, allora possiamo soltanto disperarci.

FINE