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Urania - Asimov d'appendice
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IL TRIONFO DELLA LUNA - Isaac Asimov
Titolo originale: The triumph of the moon

Ieri sera (mentre scrivevo questo) ero sul ponte del piroscafo olandese-americano «Statendam», sette miglia al largo di Cape Kennedy, e guardavo l'Apollo 17 sollevarsi nell'aria come la più grande lucciola della creazione. Illuminò il cielo da orizzonte a orizzonte, trasformò l'oceano in un colore grigio arancio e il cielo, da cui erano state cancellate le stelle, in una tazza di rame capovolta.
Si alzò lentamente sulla coda di fuoco, e arrivò su su prima ancora che l'eco rotolante del fragore ci raggiungesse, circa quaranta secondi dopo l'accensione, scuotendoci con violenza.
L'umanità stava facendo il suo sesto tentativo per raggiungere la Luna e farla calpestare da un undicesimo e da un dodicesimo uomo. È stato l'ultimo lancio della serie Apollo (unico lancio notturno, quindi incredibilmente spettacolare, e sono felice di averlo visto). Possono passare decenni prima che l'umanità ritenti l'impresa dopo aver collocato una stazione spaziale che renda il viaggio verso la Luna molto più facile, molto più economico, e molto più programmato.
E mentre me ne stavo sul ponte a guardare l'Apollo 17 diventare una stella tra le stelle in un cielo di nuovo scuro, mentre la piattaforma incandescente brillava, abbandonata sulla linea della costa, venni preso da uno spasmo di colpa.
Non molto tempo fa ho scritto qualcosa sulla Luna, raccontando come e perché l'uomo avrebbe fatto più progressi se solo il nostro satellite avesse orbitato intorno a Venere anziché intorno alla Terra. Ma quella era soltanto una parte della storia. Se accettiamo l'uomo come metro di misura per tutto il resto, possiamo dire che anche la Luna ha avuto il suo trionfo, perché nelle tre crisi dello sviluppo umano è stata la Luna ad agire da propulsore.
Tanto per cominciare, con tutta probabilità se non ci fosse stata la Luna, l'uomo non sarebbe esistito sulla Terra. I territori emersi avrebbero potuto restare disabitati.
La vita è comparsa nel mare circa tre o più miliardi di anni fa, e per almeno l'ottanta per cento di tutta la sua storia su questo pianeta, è rimasta relegata nel mare. La vita si è adattata agli strati di superficie dell'oceano, e solo grazie all'adattamento acquisito in molte generazioni è riuscita a colonizzare le terre di superficie: dal profondo degli abissi su, nelle acque dolci dei fiumi e dei laghi, e su, fuori, sulla terra e nell'aria.
La terra emersa deve essere stata tanto impossibile alla vita marina quanto può esserlo per noi la superficie della Luna. Se immaginiamo una primitiva creatura marina intelligente a sufficienza per chiedersi come poter vivere sulla terra, possiamo essere sicuri che questa creatura deve essersi spaventata delle difficoltà. Sulla terra un organismo avrebbe dovuto sottomettersi alla piena e continua attrazione della forza di gravità, all'esistenza delle spaventose oscillazioni di temperatura, quotidiane e stagionali, alla schiacciante necessità di mantenere l'acqua in un ambiente essenzialmente senz'acqua, alla necessità di ricavare ossigeno da un'aria secca e asciutta, anziché da una soluzione d'acqua.
Una simile creatura si sarebbe immaginata di uscire dall'oceano indossando una tuta terrestre piena d'acqua, con aggeggi meccanici per farle sopportare la forza di gravità, isolata contro i cambiamenti di temperatura, eccetera.
Tuttavia la vita marina di mezzo miliardo di anni fa non godeva di una tecnologia che potesse aiutarla a sconfiggere la terra. Poteva soltanto adattare se stessa in centinaia, o migliaia di generazioni, fino al punto di poter vivere sulla terra senza protezioni.
Ma quale forza l'ha spinta a farlo, in assenza di una precisa decisione di agire in quel senso? Le maree.
La vita si era spinta fino ai margini dell'oceano, dove, per due volte al giorno, le acque del mare salivano le rive continentali e tornavano indietro. E migliaia di specie di alghe, e di vermi, e di crostacei, e di molluschi, e di pesci avanzavano e indietreggiavano con le maree. Quando il mare si ritirava alcune forme di vita rimanevano esposte sulle rive, e di queste pochissime riuscivano a sopravvivere sopportando le spaventose condizioni di vita sulla terra asciutta fino al ritorno delle acque.
Alcune specie si adattarono alla temporanea permanenza sulla terra asciutta, e si svilupparono. E la continua sfida fece loro capire che esistevano possibilità di sopravvivenza: aumentando le capacità di resistere alle condizioni della terra asciutta per periodi sempre più lunghi.
Alla fine si svilupparono specie in grado di resistere sulla terra indefinitamente. Circa 425 milioni di anni fa la vita vegetale cominciò cautamente a rivestire di verde le coste del continente. E si ebbero conchiglie, ragni e insetti che approfittarono della nuova riserva di cibo. 400 milioni di anni fa, certi pesci strisciavano con nuovi arti sulle distese di fango umido.
(In realtà noi discendiamo dà creature di acqua dolce che si sono adattate alla terra in conseguenza delle periodiche siccità degli stagni, ma queste possono aver completato la colonizzazione soltanto perché le maree avevano già popolato i continenti e creato una ecologia di cui far parte.)
E le maree sono dovute alla Luna. Anche il Sole provoca le maree, ma solo per un terzo, rispetto a quelle prodotte oggi dalla Luna.
Centinaia di milioni di anni fa, quando la vita si stava sviluppando, la Luna era certamente più vicina alla Terra, e le maree erano di più vasta portata. È anche possibile che la Luna sia stata catturata quando la vita già esisteva, e che sia stato il susseguente lungo periodo di gigantesche maree a produrre la necessaria spinta per la colonizzazione della terra. Mi chiedo se quando esploreremo la Galassia troveremo la vita su tutti i pianeti simili alla Terra. Mi chiedo se scopriremo che la vita terrestre esige il tanto improbabile evento della cattura di una grande luna, e che quindi siamo probabilmente i soli nella Galassia.
Il secondo importante effetto della Luna lo si ebbe a un certo punto del Paleolitico, quando gli uomini erano primati in cerca di cibo, forse senza maggiore successo di altri della loro stessa classe. Gli antenati primitivi dell'uomo erano già le prime creature terrestri con un cervello, ma il cervello in sé non è determinante per assicurare la sopravvivenza. Lo scimpanzé, nello schema dell'evoluzione, non ha avuto maggiore successo del topo, o dell'elefante, o della mosca.
Perché l'uomo avesse successo, perché l'uomo si elevasse a dominatore del pianeta, è stato necessario che usasse il cervello senza considerarlo più un semplice mezzo per procurarsi il cibo o per sfuggire abilmente ai nemici. L'uomo ha dovuto imparare a controllare l'ambiente. E per affilare la sua mente ha cominciato a contare e a misurare. Solo numerando e misurando poteva cominciare ad afferrare il senso di un universo che doveva venire capito e manipolato.
C'era bisogno di qualcosa che desse una spinta verso il calcolo, come una volta c'era stato bisogno della spinta verso la terra asciutta.
L'uomo doveva notare qualcosa di ordinato da capire, qualcosa di tanto ordinato da metterlo in grado di predire il futuro e di fargli valutare la forza della mente.
Il modo più semplice di vedere qualcosa di ordinato è quello di notare un ritmo preciso e ciclico della natura. Il più semplice, il più appariscente di questi cicli è quello del giorno e della notte. Deve essere venuto il momento in cui qualche uomo (o qualche antenato simile all'uomo) deve essersi reso esattamente conto che il Sole si alzava sempre a est dopo essere calato a ovest. Questo ha fornito la conoscenza del tempo, più che la passiva sopportazione del suo trascorrere. Deve essere stato sicuramente l'inizio della «misurazione» del tempo, forse l'inizio della misurazione di qualsiasi cosa, quando un avvenimento poteva essere collocato a tanti sorgere del Sole prima, o a tanti da venire.
Osservando con molta attenzione, gli uomini hanno potuto notare che i giorni si allungavano e si accorciavano, e che le notti si allungavano e si accorciavano in quello che noi oggi chiamiamo ciclo annuale. Devono aver associato tutto questo ai cambiamenti di altezza del Sole a mezzogiorno e al ciclo delle stagioni.
Questi cambiamenti devono essere stati difficili da afferrare, difficili da seguire, e difficili da stabilire. In quei giorni lontanissimi deve essere stato estremamente difficile misurare la lunghezza del giorno e la posizione del Sole. Le stagioni dipendevano da molti fattori che tendevano a confondere la loro natura puramente ciclica, e ai tropici, dove l'uomo si è sviluppato, tutti questi cambiamenti sono minimi.
Ma c'è la Luna. Il Sole è splendido, ma non lo si può guardare. Le stelle sono punti di luce che non cambiano posizione. La Luna, invece, è un oggetto di luce tenue che cambia continuamente di forma.
Il fascino di questo cambiamento, accompagnato dal variare della posizione nel cielo rispetto al Sole, non poteva non richiamare l'attenzione. La lenta morte della Luna calante mentre si fonde con il Sole nascente, e la nascita di una Luna «nuova» dal fuoco del Sole al tramonto devono aver dato all'uomo la prima spinta all'idea di morte e rinascita che sta alla base di molte religioni.
La nascita di ciascuna Luna nuova (così viene ancora chiamata) deve aver preoccupato la sensibilità dell'uomo primitivo, tanto da spingerlo a calcolare con anticipo quando sarebbe apparsa la Luna nuova, per poterla accogliere con feste.
Le Lune nuove si succedevano a parecchia distanza tra loro, tanto da rendere necessario un esercizio di conto, e il conto era abbastanza ampio da consigliare l'uso di tacche su un pezzo di legno, o su un osso. Tra l'altro il numero dei giorni varia. A volte l'intervallo tra le Lune nuove è di 29 giorni, e a volte di 30. Comunque, continuando a contare, se ne ricava uno schema.
Una volta stabilito lo schema, si può finalmente vedere che dodici Lune comprendono il ciclo delle stagioni (è più facile contare e capire dodici Lune nuove che non 365 giorni). Pure il calcolo non è ancora esatto. Con dodici Lune nuove le stagioni slittano in avanti. A volte è necessario aggiungere una tredicesima Luna.
Tra l'altro, di tanto in tanto la Luna entrava in eclissi. (Le eclissi di Luna possono essere viste in tutto il mondo nello stesso momento, mentre le eclissi di Sole, quasi identiche di numero, possono essere viste soltanto in certe particolari regioni. Da un dato punto sulla Terra si possono vedere più eclissi di Luna che di Sole.)
L'eclissi di Luna, la sua comparativa rapida morte al momento della completa maturità (l'eclissi avviene «sempre» quando la Luna è piena) e l'altrettanto rapida rinascita devono aver fatto enorme impressione sui popoli primitivi. Deve essere stato molto importante per loro sapere quando avvenivano questi fenomeni importanti, e i calcoli devono aver raggiunta nuova precisione.
Non sorprende, quindi, che i primi sforzi di capire l'Universo si siano concentrati sulla Luna. Stonehenge può essere stato un osservatorio primitivo per predire con esattezza le eclissi lunari. Alexander Marshak ha esaminato certe incisioni su antiche ossa, e ha suggerito che potevano essere calendari per calcolare le Lune nuove.
Così, ecco un buon motivo per credere che l'uomo sia stato spinto al calcolo e alla generalizzazione dalla necessità di seguire il corso della Luna, perché dalla Luna ricavava i calendari, da questi la matematica e l'astronomia (e anche la religione), e da queste tutto il resto.
Così, come la Luna attraverso le maree aveva reso possibile l'uomo come creatura fisica, attraverso le sue fasi lo fece diventare intelligente.
Ho parlato di tre crisi, e per la terza ci dobbiamo spostare molto più avanti nel tempo, fino a trovare la civiltà umana in pieno sviluppo.
Verso il III millennio a. C. la prima grande civiltà, quella dei Sumeri, che nel suo espandersi aveva raggiunto il Tigri e l'Eufrate, era al suo massimo sviluppo. In quella zona dal clima asciutto il cielo notturno era chiaro e perfettamente visibile, e lì una casta di sacerdoti ebbe tutto il tempo di studiare i cieli con una motivazione religiosa per farlo.
Furono loro, con tutta probabilità, a notare per primi che, per quanto la maggior parte delle stelle mantenesse la loro configurazione immutata notte dopo notte, cinque delle più luminose cambiavano posizione di continuo, notte dopo notte, con un movimento relativo a tutte le altre. Questo rappresentò la scoperta dei pianeti, che loro distinsero con nomi di dei, un'abitudine che noi abbiamo mantenuto. Notarono che anche il Sole e la Luna cambiavano posizione rispetto alle stelle, così li considerarono pianeti.
Furono probabilmente i Sumeri i primi a seguire i movimenti di tutti i pianeti, anziché quello della Luna soltanto, e a tentare l'impresa molto più complicata di allargare il problema e instaurare un sistema di movimento planetario anziché di movimento Lunare. Le civiltà successive, che ereditarono le loro tradizioni, fino ai Caldei, che governarono le valli del Tigri e dell'Eufrate, proseguirono su questa strada e svilupparono le teorie di astronomia planetaria.
I greci presero l'astronomia in prestito dai Caldei e la elaborarono ulteriormente in un sistema cui Claudio Tolomeo, nel II secolo a. C. diede una forma definitiva.
Il sistema tolemaico collocava la Terra al centro dell'Universo. Immaginava che la Terra fosse circondata da una serie di sfere concentriche. La più interna conteneva la Luna, poi veniva quella con Mercurio, e via via, Venere, il Sole, Marte, Giove e Saturno. Quella più esterna conteneva le stelle fisse. In seguito vennero fatte piccole modifiche a questo schema planetario.
Ora consideriamo i corpi celesti, uno per uno, e vediamo come abbiano potuto impressionare i primitivi osservatori. Immaginiamo, anzitutto, che nel cielo esistano soltanto le stelle.
In questo caso non ci sarebbe stata nessuna ragione per cui un qualsiasi astronomo, Sumero o Greco che fosse, stabilisse che esse fossero qualcosa di diverso da quello che sembravano: punti luminosi di luce contro uno sfondo nero. Il fatto che non cambiassero posizione rispetto alle altre, anche dopo lunghi periodi di osservazione, li avrebbe portati alla ragionevole conclusione che il cielo era una solida sfera nera contenente la Terra, e che le stelle erano fissate a questo cielo solido come puntine da disegno luminose.
Sarebbe stato inoltre ragionevole pensare che il cielo con tutte le sue stelle incastonate non fosse altro che una copertura, e che la Terra, e la Terra soltanto, fosse tutto l'Universo, «il» mondo, l'unica cosa su cui l'uomo poteva abitare.
Quando Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno vennero scoperti e studiati, non aggiunsero niente di notevolmente nuovo a questa immagine. Si muovevano indipendenti, quindi non potevano essere fissati al cielo. Ciascuno doveva essere fissato in una sfera separata, una dentro l'altra, e ciascuna di queste sfere doveva essere trasparente, dato che si potevano vedere le stelle che stavano dietro.
Tuttavia i primitivi osservatori considerarono questi pianeti come altre stelle. Erano più luminose delle altre, e si potevano muovere in modo diverso, ma dovevano essere soltanto punti luminosi come gli altri. La loro esistenza non fu di ostacolo alla teoria della Terra unico mondo.
E il Sole?
Questo, bisogna ammetterlo, è unico nel cielo. Non è un punto di luce, ma un cerchio, molti milioni di volte più luminoso di qualsiasi altra stella. Quando era nel cielo colorava questo cielo di azzurro, e cancellava tutti i punti di luce.
Pure, anche se era tanto «di più» il Sole non era molto «diverso». Tutte le stelle e i pianeti, e anche il Sole, erano composti di luce, mentre la Terra era scura. I corpi celesti erano immutabili, mentre sulla Terra tutto si alterava, decadeva, rinasceva, cambiava. I corpi celesti si muovevano in cerchio continuo, mentre sulla Terra gli oggetti o salivano, o scendevano. Cielo e Terra apparivano completamente diversi.
Verso il 340 a. C., Aristotele stabilì una distinzione che venne ritenuta valida per circa duemila anni. La Terra, disse, era fatta di quattro elementi base: terra, acqua, aria, e fuoco. I cieli, invece, con tutto quello che contenevano, erano fatti di un quinto elemento, particolarissimo e completamente diverso dai quattro della Terra. Questo quinto elemento era «l'etere», dalla parola greca che significa «incandescenza».
Questa incandescenza o luminosità, che sembrava tanto fondamentale ai corpi celesti se paragonati a quelli della Terra, si estese anche agli ospiti temporanei del cielo. Le meteore avevano l'esistenza di un attimo, ma erano lampi di luce. Le comete potevano arrivare, andare, e avere strane forme, ma erano forme luminose.
Tutto cospirava a dimostrare che i cieli erano separati, e che la Terra era l'unico mondo.
...tranne la Luna.
La Luna non quadrava. Come il Sole è qualcosa di più di un semplice punto di luce. Può anche essere una sfera perfetta di luce, anche se è centinaia di migliaia di volte meno luminosa del Sole. Comunque, al contrario del Sole, o di qualsiasi altro corpo celeste, la Luna cambia regolarmente la sua forma.
Prima o poi devono essersi posta la domanda: «Perché la Luna cambia forma?».
Senza dubbio i primi uomini devono aver pensato che quello che sembrava succedere succedeva veramente. Che ogni mese una Luna nuova nasceva dalle fiamme del Sole.
Tuttavia i Sumeri devono avere avuto dei dubbi. Il completo e attento studio delle posizioni della Luna nel cielo rispetto al Sole deve aver mostrato chiaramente che la porzione luminosa della Luna era sempre quella di fronte al Sole.
Devono avere notato che nel cambiare posizione rispetto al Sole, la Luna illuminava progressivamente diverse porzioni, e questo progressivo cambiamento risultava nel cambio delle fasi, come potevano essere viste dalla Terra.
Se le fasi della Luna venivano considerate in questo modo, era chiaro che la Luna doveva essere una sfera che brillava soltanto per la luce riflessa proveniente dal Sole. Solo metà della sfera poteva venire illuminata dal Sole, e questo emisfero illuminato cambiava posizione per produrre la successione delle fasi.
Se occorrevano prove per convalidare questa teoria, questa prova la si poteva avere al momento della Luna crescente, quando a volte si può scorgere la parte in ombra segnata da una tenue luminosità rossastra. La Luna c'era, solo che non veniva illuminata dal Sole.
Al tempo dei greci il fatto che la Luna splendesse unicamente per luce riflessa venne accettato senza discussioni.
Questo significava che la Luna non era un corpo con una luce intrinseca, come sembravano esserlo tutti gli altri corpi celesti. Era un corpo buio, come la Terra. Brillava per luce riflessa, come la Terra. (Infatti la tenue luminosità rossastra della parte in ombra della Luna al momento in cui cresce è dovuta allo specchiarsi di questa parte della Luna sulla Terra illuminata.)
Poi, tra l'altro, il corpo della Luna, al contrario di quello del Sole, mostrava chiare e permanenti macchie scure che deturpavano la sua luminosità. Questo significava che, al contrario degli altri corpi celesti, la Luna aveva una superficie irregolare, come la Terra.
Era quindi possibile immaginare che la Luna, in fondo, fosse un mondo come la Terra. Che la Luna, in fondo, potesse avere abitanti, come la Terra. Nei tempi antichi, quindi, la Luna (e la Luna soltanto) diede all'uomo l'idea della molteplicità dei mondi. Senza la Luna, questo concetto forse non sarebbe nato fino all'invenzione del telescopio.
Aristotele, per dire la verità, non mise la Luna nella stessa classe con la Terra, ma la considerò composta di etere. Uno avrebbe potuto argomentare che la Luna era molto più vicina alla Terra degli altri corpi celesti, e che avesse quindi assorbito alcune imperfezioni degli elementi terrestri, sviluppando macchie e perdendo la capacità di auto-illuminazione.
Ma in seguito gli astronomi greci fecero altri passi avanti. Verso il 250 a. C., Eratostene di Cirene usò il sistema trigonometrico per calcolare la grandezza della Terra. E arrivò alla conclusione che la Terra aveva una circonferenza di 40.000 chilometri e, quindi, un diametro di 12.800 chilometri. Il che è abbastanza corretto.
Nel 150 a. C., Ipparco di Nicea usò il sistema trigonometrico per determinare la distanza della Luna. Stabilì che la distanza della Luna dalla Terra era di circa trenta volte il diametro della Terra.
Se si combinano i calcoli di Ipparco si ottiene che la Luna si trova a circa 384.000 chilometri dalla Terra, e che, calcolando le sue apparenti dimensioni, deve essere poco più grande di 3.200 chilometri. Un mondo! Qualsiasi cosa dicesse Aristotele, quelle erano le dimensioni di un mondo.
Non sorprende, dunque, che quando Claudio Tolomeo pubblicò la sua grande sintesi sull'astronomia greca, Luciano di Samosata scrivesse un romanzo popolare in cui si parlava anche di un viaggio su una Luna abitata. Infine, una volta riconosciuta la Luna come mondo, il passo di presumere che altri corpi celesti fossero mondi fu molto breve.
Pure è la Luna, soltanto la Luna, a essere tanto vicina alla Terra da poterne calcolare la distanza con sistemi trigonometrici basati sulla semplice osservazione visiva. Senza la Luna sarebbe stato impossibile ottenere la conoscenza della distanza e delle dimensioni di un qualsiasi corpo celeste prima della scoperta del telescopio. E senza il desiderio di voler sapere la distanza e la grandezza della Luna, forse non ci sarebbe stata la spinta a esplorare i cieli.
Poi, nel 1609, Galileo usò per la prima volta il telescopio in astronomia.
Galileo studiò i cieli, e scoprì, per mezzo del suo telescopio, che i pianeti, i quali a occhio nudo sembravano semplici punti di luce, apparivano chiaramente come sfere di luce. In più, Venere almeno, era così collocata rispetto alla Terra da mostrare fasi simili a quelle lunari. Fasi, tra l'altro, chiaramente in relazione con la sua posizione rispetto al Sole.
La conclusione fu inevitabile. Tutti i pianeti-stella, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, erano mondi come la Luna. Ci apparivano come semplici punti di luce perché erano molto più lontani di quanto non lo fosse la Luna.
Questo, di per sé, non distrusse la visione aristotelica, perché si poteva dire che i pianeti (e la Luna) per quanto grandi fossero, e per quanto non luminosi, erano sempre composti di etere.
Quello che distrusse veramente il concetto di etere, una volta per sempre, furono le osservazioni della Luna fatte da Galileo. (Per la verità lui guardò la Luna prima di ogni altra cosa.) Sulla Luna Galileo vide montagne e distese piatte e scure che interpretò come oceani. La Luna era chiaramente, «visibilmente», un mondo come la Terra: imperfetta, irregolare, montagnosa.
Non meraviglia quindi che con questo secondo colpo dato dalla Luna, il concetto della pluralità dei mondi facesse un altro passo gigante in avanti. Il diciassettesimo secolo diede inizio a una serie di romanzi in cui si parlava di viaggi dell'uomo verso la Luna, romanzi che divennero via via sempre più sofisticati, e che continuano tuttora a essere scritti.
Naturalmente si può dire che Galileo avrebbe dimostrato la pluralità dei mondi, per mezzo del suo telescopio, anche se la Luna non fosse esistita, e che la resistenza degli aristotelici sarebbe stata infranta col miglioramento dei telescopi e con l'invenzione di altri strumenti.
Supponiamo il caso. Gli scrittori di fantascienza avrebbero immaginato viaggi su Marte, o su Venere, anziché sulla inesistente Luna. Ma, dopo tutto, i sogni sono soltanto sogni. L'uomo avrebbe tentato di fare i viaggi nello spazio, se veramente la Luna non esistesse?
La Luna è a molto meno di mezzo milione di chilometri da noi. Venere, invece, è lontana 40 milioni di chilometri, anche quando si trova nel punto più vicino a noi (a intervalli di un anno e mezzo). È quindi un centinaio di volte più lontana di quanto non lo sia la Luna. Marte, ogni trent'anni circa, quando si trova particolarmente vicino, è a 56 milioni di chilometri.
Ci vogliono tre giorni per raggiungere la Luna. Ci vorrebbero almeno sei mesi per raggiungere Venere o Marte.
Per raggiungere la Luna, l'uomo ha dovuto sopportare sacrifici eroici. Sarebbe ragionevole aspettarci che avesse fatto i più volte moltiplicati sacrifici necessari per raggiungere Venere o Marte?
No, è la Luna, la Luna soltanto, che rende possibile il volo spaziale. Lo fa permettendoci di vedere che esistono altri mondi oltre il nostro, e offrendoci inoltre un facile guado che ci permette di migliorare la nostra tecnica e da cui, come base, poter eventualmente sferrare il più grande assalto ai mondi più lontani.
Il triplice trionfo della Luna, quindi, è questo: aver reso possibile l'esistenza dell'uomo, avergli permesso di sviluppare la matematica e la scienza e avergli concesso di abbandonare la Terra e conquistare lo spazio.

FINE