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Urania - Racconti d'appendice
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SETTIMO CIELO - Robert Franklin Young
Titolo originale: Kingdom come, inc.

Per qualche motivo che mi sfugge, mi accorsi di quel tipo solo quando entrò nel baromat del Settimo Cielo, il che è strano, perché durante tutta la prima parte della serata, ero rimasto ai Cancelli Perlacei per dare il benvenuto ai clienti ogni volta che arrivava uno scafo spola dalla Terra. Ecco perché mi chiamano tutti Pietro anche se il mio vero nome è Charley. È strano anche perché era un tipo che difficilmente poteva passare inosservato. Non solo perché era alto, e magro, e d'aspetto distinto, di autentica classe, ma perché aveva una faccia molto triste. Sono convinto che non avete visto mai un uomo dalla faccia così triste. Era come se fosse sicuro che stava per arrivare la fine del mondo, e quindi fosse addolorato per tutti quelli che lo abitavano, compreso se stesso.
Attraversò la sala e si mise a sedere su uno sgabello, non molto lontano da dove io me ne stavo appoggiato al banco a parlare con Henry l'Egerio e, dopo essersi dato una rapida occhiata alle spalle, ordinò una tisana di malva. Era la prima volta che al baromat veniva ordinato un intruglio del genere. Tutte le luci cominciarono ad accendersi e spegnersi come pazze, e per un attimo sembrò che stesse per verificarsi un corto circuito, ma alla fine tutto tornò calmo, la finestrella di fronte allo sconosciuto si aprì, e venne fuori la bevanda. L'uomo indossava un abito grigio chiaro da passeggio, uno dei più difficili da indossare bene, con cravatta nera, e un paio di scarpe, nere. Ma l'eleganza e il buon taglio dei vestiti non è tutto. A un certo livello scatta quella che io chiamo vera classe. È qualcosa di impalpabile, ma quando esiste salta subito all'occhio. Anch'io posso essere definito un tipo elegante, e non mi sognerei mai di portare una cravatta che non s'intona con le calze. Ma come non sopravvaluto nessuno, non sopravvaluto nemmeno me stesso. Nel mio appartamento ho uno specchio a grandezza d'uomo, e tutte le volte che mi vesto per il mio turno di lavoro, che comincia alle otto di sera e finisce alle cinque del mattino, mi esamino attentamente, e quello che vedo sempre è il direttore di un club spaziale che si guadagna una considerevole paga settimanale e che si dedica al bourbon e alle belle bionde.
Comunque, per tornare al nostro discorso, fu la classe di quel tale che mi lasciò perplesso. Mi chiesi cosa poteva farci in un posto come il Settimo Cielo, perché quella sua classe lo faceva spiccare in mezzo agli altri clienti come una coppa di champagne tra boccali di birra. Big Tony, pensai, aveva sette Cieli di sua proprietà nello spazio, però Big Tony non era proprietario di tutto lo spazio, e non esisteva nessun motivo per cui qualcun altro non dovesse mettere in orbita qualche sua stazione per club spaziale. Così quel tipo poteva essere un miliardario che se ne andava in giro per lo spazio con l'idea di mettersi nell'impresa dei Cieli e, in questo caso, mi conveniva scoprirlo con un certo anticipo.
Perciò andai al banco dove lui sedeva, mi presentai, e dissi: - Benvenuto al Settimo Cielo. Mi concedete l'onore di offrirvi qualcosa da bere a nome del club, dato che è la prima volta che venite nel nostro locale spaziale e che mancano soltanto due giorni a Natale?
Lui disse di chiamarsi Mike, e che no, grazie, in quel momento non aveva nessuna voglia di bere un'altra tisana di malva. Aveva la voce dolce e triste, e pronunciava le parole con la limpidezza di una campana. Non so perché, ma mi riuscì subito simpatico. - Avete già visitato qualche nostro Cielo? - chiesi.
- No - disse lui scuotendo la testa - questo è il primo in cui mi capita di entrare.
- Non avreste potuto sceglierne uno più bello - dissi io. - Questo è infatti il migliore fra quanti ne esistono. Anche perché è stato costruito per ultimo. Quando si costruisce qualcosa dopo altri è possibile correggere gli errori fatti in precedenza e apportare una quantità di migliorie che altrimenti non sarebbero mai venute in mente.
- Sì, è verissimo.
In quel momento mi convinsi che l'idea di mettere in orbita qualche suo Cielo era tanto lontana dalla mente di Mike quanto la galassia di Andromeda da Timbuktu, e che lui era venuto al Settimo Cielo semplicemente per distogliere la mente dai guai. Così dissi: - Volete che vi mostri il locale?
- Sì - disse lui - mi piacerebbe.
Lo portai anzitutto nella sala Verdi Pascoli. In grandezza è il secondo compartimento del club spaziale, e quando ci entrate la prima sensazione è dì essere veramente in cielo. Il ponte è completamente coperto da un tappeto che ha il colore dell'erba, e profuma esattamente come l'erba. Il soffitto dà l'impressione di essere sotto un cielo azzurro, e piccole nubi bianche, sospese a fili invisibili, si spostano avanti e indietro come se fossero sospinte dal vento. C'è anche un sole artificiale sistemato secondo una prospettiva tanto abilmente calcolata da sembrare lontano milioni di chilometri, e non a cinque metri soltanto, come in effetti è. Le quattro pareti sono coperte con decorazioni tridimensionali che uniscono il pavimento al soffitto, con il risultato che il prato verde e il cielo azzurro sembrano estendersi per chilometri e chilometri in ogni direzione. Lontano si vedevano verdi colline con mucche che pascolavano. Una volta avevo fatto a Big Tony una domanda sulle mucche, dicendo che se ben ricordavo quegli animali non andavano in cielo, e lui mi aveva risposto: «Forse no, ma questo è il mio Cielo, e se ci voglio le mucche, ce le metto».
I tavoli delle roulettes e gli angoli da cocktails erano dipinti di verde, e sembravano far parte dell'ambiente naturale. Quando io e Mike entrammo, tutte le sale erano zeppe, e come al solito i tavoli delle roulettes lavoravano a pieno ritmo. Le voci dei croupiers e quelle dei clienti si levavano su un piacevole sottofondo musicale, e angeli andavano da una parte e dall'altra portando vassoi. Naturalmente non erano veri angeli ma prosperose ragazze di Big Tony vestite di ali d'oro e poco altro.
Mike guardò il cielo. Guardò il prato verde che sembrava stendersi all'infinito. Lanciò un'occhiata agli angeli. Sbirciò i ragazzi e le ragazze distesi nelle salette da cocktail. Osservò i tavoli affollati delle roulettes. - Dio - disse. E poi: - Non c'è da meravigliarsi.
- Meravigliarsi di cosa? - domandai.
Lui fissò gli occhi azzurri e tristi su di me, poi distolse lo sguardo. - Credo... che sia meglio non parlarne.
Compresi, invece, che voleva parlarne, qualsiasi cosa fosse quella che lo rodeva, ma non insistetti. Scoprii che mi piaceva sempre di più, di minuto in minuto.
- Venite - dissi. - Vi mostrerò la Sala delle Acque.
La Sala delle Acque è il compartimento più grande del club spaziale. È simile alla Sala dei Verdi Pascoli ma, come è logico aspettarsi, qui è l'acqua che gioca il ruolo principale. Ci sono stagni, e piccoli laghi, e, ruscelli, e torrenti tortuosi, tutti così limpidi e scintillanti da farvi venire voglia, guardandoci, di fare una nuotata. Era quello che stavano facendo alcuni ragazzi e ragazze quando Mike e io entrammo. Oh, certi erano seduti sulle rive erbose a succhiare champagne dalle mini-magnum, ma la maggioranza si era tolta i vestiti e si stava trastullando nell'H-Due-O.
Sulla faccia di Mike comparve un'espressione sbigottita. - Non... non dovrebbero camminarci dentro?
Al primo momento non compresi quello che intendeva. - Dentro dove?
- Nelle Acque. Non mi sembra appropriato che loro...
- Ah - feci. - Questa è semplicemente una questione di preferenza. Se ci vogliono camminare dentro lo possono fare, e se invece ci si vogliono divertire, possono fare anche questo. Dipende da loro. Fintanto che pagano l'iscrizione, a Big Tony non importa che cosa fanno.
- Big Tony?
- È il capo. Il padrone di tutti i Sette Cielo. Un tipo veramente in gamba.
Gli occhi di Mike si fecero pensosi e parte della tristezza che li caratterizzava scomparve. Si guardò alle spalle, poi tornò a guardare me. - Voi... pensate...
- Pensare cosa?
- Oh, non ha importanza - disse, e l'espressione triste tornò. - Era solo un'idea. Non ne farò mai niente.
Lasciai le cose così. Avevo la sensazione che fra poco sarebbe tornato sull'argomento, ed ebbi ragione. Dopo avergli fatto visitare tutte le sale dei divertimenti, e mentre camminavamo lungo il corridoio che porta ai quartieri dell'equipaggio, al perno centrale, alle stanze degli angeli, al mio appartamento, all'appartamento privato di Big Tony, e che girando tutto attorno riporta al baromat, lui si guardò di nuovo rapidamente alle spalle e mi disse a voce bassa: - Pensate... che Big Tony mi possa dare un lavoro?
Divenni di colpo professionale. - Avete qualche esperienza? - chiesi.
- Ecco... in un certo senso.
Eravamo intanto arrivati alla fine del corridoio, ed entrammo nel baromat. Trovammo due sgabelli liberi e ci mettemmo a sedere. Io ordinai un bourbon con acqua, e lui una tisana di malva. - In che senso? - chiesi.
Lui bevve nervosamente un sorso e rimise il bicchiere sul banco. - Ecco... io e i miei sei fratelli... dirigevamo un posto simile a questo.
- Cosa intendete per... simile?
- Era come questo, ma non identico. Comunque ho una considerevole esperienza direttoriale, e...
Non mi riuscì di contenere oltre il mio entusiasmo. - È fantastico - dissi. - Big Tony sta giusto cercando qualcuno che possa dirigere il Cielo numero 5. La persona che Io dirige ora non riesce a sopportare la gravità centrifuga e vuole andarsene. Big Tony gli ha detto di restare fino a quando non avrà trovato qualcuno da mettere al suo posto.
- Pensate... che possa considerare...
- Non vedo perché non debba farlo. Sentite, lui verrà qui domani sera... Tutte le vigilie di Natale lui fa il Babbo Natale in uno dei suoi Cieli. Questa volta verrà qui, e arriva sempre con un giorno d'anticipo. Non appena si fa vedere gli parlerò di voi e vi fisserò un colloquio. Così, se domani sera potete venire...
- Verrò! - C'erano lacrime negli occhi di quel poveraccio. Ma anche se conservavano parte della loro abituale tristezza, adesso brillavano di una nuova ragione di vita. Dimenticò perfino di guardarsi alle spalle. - Pete, non dimenticherò mai quello che state facendo - disse. - È quasi come essere tornato ai vecchi tempi. Di nuovo sulla breccia, con un locale tutto mio, e nuovi clienti da accogliere e servire, e... e... Pete, voi mi ridate la vita.
La sua gratitudine mi mise in imbarazzo, specialmente se consideravo la possibilità che quel lavoro lui non lo ottenesse. Così chiamai Pinky Mac Farlane, una delle nostre angelo da compagnia, che teniamo disponibili per intrattenere i clienti solitari, e gliela presentai, pensando che un angelo era proprio quello che gli serviva per rilassarsi. Poi mi scusai, dicendo che dovevo andare a controllare i registri, e mi ritirai nel mio ufficio.
Quando tornai al baromat, un paio d'ore più tardi, Mike era scomparso, e naturalmente pensai che lui e Pinky avessero scoperto qualche interesse in comune, e che si fossero spostati in qualche sala da divertimento. Poi, non mi vedo venire incontro proprio Pinky in persona, tutta sola e imbronciata?
- Avete un bel coraggio - mi disse - scaricarmi addosso un tipo come quello. Dove l'avete trovato... su un asteroide?
Queste parole mi fecero andare in bestia. - È questo il ringraziamento per averti presentato, tanto per cambiare, a un vero gentiluomo, e di averti dato la possibilità di migliorare culturalmente? - chiesi. - Dov'è adesso?
- Non so dove sia - disse Pinky - e non me ne importa niente. Non mi ha nemmeno offerto qualcosa da bere... Se n'è rimasto seduto a sorseggiare quella sua maledetta tisana di malva e a guardare le mie ali. E quando gli ho detto: «Che c'è... non vi piacciono le mie piume?» lui ha risposto: «Scusatemi, signorina MacFarlane... non volevo essere scortese. Solo che mi è difficile abituarmi ai più evidenti aspetti di questo nuovo ordine di cose.» Così gli ho domandato: «Cosa c'è di nuovo in una ragazza che porta le ali? Noi ragazze di Big Tony le portiamo da quando si è aperto il Cielo numero 1, e...».
- Lascia perdere - la interruppi. - Dimmi solo dov'è andato.
- Ve l'ho detto, non lo so. Gli ho proposto di andare nella sala dei Verdi Pascoli, pensando che lui magari aveva perso qualche suo LBJ, ma non ci siamo andati. Mentre passavamo davanti ai Cancelli Perlacei lui è rimasto alle mie spalle, e quando mi sono girata, era scomparso.
- Probabilmente ha preso uno dei primi scafi traghetto per tornare sulla Terra - dissi. - Aveva l'aria stanca.
- Ma non c'era nessun scafo traghetto nell'hangar. Lo so perché ho guardato.
- Probabilmente quello che ha preso lui era già partito, quando hai guardato.
Doveva essere così, perché quella sera non lo vidi più. Quando smontai di servizio, alle cinque del mattino, mi ero completamente dimenticato di lui, però me ne ricordai immediatamente nel tardo pomeriggio del giorno dopo, quando Big Tony entrò nel mio appartamento mentre facevo colazione. - Big Tony - gli dissi - ho trovato l'uomo per il vostro locale numero cinque - e gli raccontai tutta la storia.
- Certo, Pete - disse quando ebbi finito. - Gli parlerò. Fatelo venire nel mio appartamento appena arriva.
Mike arrivò con lo scafo traghetto delle 8:15, ma accadde come la sera prima. Per quanto fossi fermo ai Cancelli Perlacei a ricevere i clienti, non lo vidi finché non entrò nel baromat. Posso dire che era molto nervoso, perché si guardava alle spalle a ogni passo. - Cos'ha detto Big Tony, Pete? - domandò a voce bassa, quando mi ebbe raggiunto al banco dove tenevo compagnia a una certa bionda di nome Doris. - Mi vuole vedere?
- State calmo, Mike - dissi. - Vi agitate per niente. Venite... vi accompagno da lui.
Big Tony stava cenando in sala da pranzo. Alzando il pezzo di cosciotto d'agnello che teneva in mano ci fece cenno di sedere su due poltrone. Sul tavolo c'era un piccione farcito, un'aragosta, un fagiano, un'anatra, una porchetta da latte, animelle, salmone affumicato, cotolette di vitello, uova, arance, mandarini, mele, pannocchie, asparagi, panini, burro, e altro ancora. La tavola era di dimensioni notevoli, ma Big Tony la faceva sembrare piccola. Questo perché lui è enorme. A volte, dopo un pranzo, arrivava a pesare oltre 200 chili. La sua faccia è grandissima, ma la pelle non gli penzola come si potrebbe pensare. Questo perché è ancora giovane.
Tutte le volte che parla la sua faccia riflette una specie di luce. Certi dicono che dipende dalla pelle coperta da una pellicola di sudore. Ma io so che non è questo il motivo. La luce è interna. È come se dentro gli bruciasse un enorme falò che lui tiene sempre acceso, e come se la luce gli uscisse dalla pelle. Lasciatemelo dire, ci vuole un grand'uomo come Big Tony con un falò che gli bruci dentro per creare Sette Cieli e mantenerli nello spazio.
- Dunque, questo è Mike - disse, arpionando un piccione con la forchetta. - Pete mi ha detto che avete diretto un locale vostro. È vero?
- Sì, signore - disse Mike. - Ho aiutato a dirigerne uno. La settimana scorsa i miei sei fratelli e io abbiamo deciso di chiudere, e così abbiamo fatto.
- Perché?
- Perché gli affari erano calati al punto di convincerci che non era più conveniente restare aperti. Naturalmente ci sono sempre i nostri vecchi clienti, ma non hanno più bisogno di noi.
- Cosa ha fatto calare il volume degli affari?
Mike si mosse a disagio sulla poltrona. - Ecco... credo che la colpa sia da attribuire soprattutto alla tassa d'ingresso. Fin dall'inizio, la gente la trovava troppo cara. Comunque molti la pagavano, e noi non l'avremmo potuta ridurre in nessun caso. Quando le cose cominciarono a peggiorare abbiamo pensato che con l'aumento della popolazione, e con il livello sempre più alto d'istruzione, gli affari sarebbero migliorati. Ma non fu così. Andarono sempre di peggio in peggio, e alla fine i miei fratelli e io, di fronte alla triste realtà, abbiamo deciso di chiudere.
Big Tony stava spolpando la coscia di un'anatra. - Cosa vi fa pensare di contribuire al profitto di uno dei miei locali quando non avete saputo dare profitto al vostro?
- Non ho considerato la cosa in questo stesso modo. Però mi sento sicuro di riuscire.
- Sentire non è sufficiente. - Big Tony cominciò ad agitare la forchetta. - Avete fallito una volta... e fallirete ancora. Adesso vi dico il perché. Voi ignorate le tre regole d'oro. Io ve le elenco, ma sarà del tutto inutile, perché voi non vorrete seguirle. Non le potete seguire, perché siete fatto alla rovescia. Eccole... ascoltate. Uno, dare alla gente quello che vuole veramente. Al diavolo quello che dicono di volere, e al diavolo quello che fingono di volere, e al diavolo quello che pensano di volere. Bisogna dare loro quello che «veramente» vogliono. Due, tenere i prezzi abbastanza bassi da permettere la spesa ai clienti, e abbastanza alti da convincere i clienti che avranno qualcosa di speciale. Tre, assicurarsi che i clienti possano vedere, sentire, odorare quello che viene loro offerto. Se non ci riescono, non comprano. Il mondo è pieno di uomini d'affari falliti per il semplice motivo che non sono riusciti a seguire queste tre semplici regole. Pensate che io possa assumere un uomo d'affari del genere per dirigere uno dei miei club spaziali?
- Ma, Big Tony - dissi io - Mike ha bisogno di un lavoro e...
Big Tony mi guardò con espressione addolorata. - Ho forse detto che non gli voglio dare un lavoro?
- No, non l'avete detto, ma...
- Pete, quest'uomo ha vera classe. L'avete notato anche Voi. E io avrei la testa piena di sassi grandi quanto asteroidi se non capissi, al solo guardarlo, che sarebbe un affare assumerlo, anche per farlo semplicemente camminare nel locale, senza far niente. È un manichino... un vero manichino. Ma avrei in testa sassi ancora più grossi se lo assumessi per farne un direttore, perché, a dirigere, non è capace. - Big Tony guardò Mike. - Cosa sapete fare? - chiese.
Mike si guardò rapidamente alle spalle. - Ecco... so cantare abbastanza bene - disse.
- Inni, canti, e cose del genere.
Big Tony ebbe un sussulto, ma è un tipo coraggioso. - Bene... sentiamo qualcosa - disse.
Mike si alzò. Si diede un'altra rapida occhiata alle spalle, poi si schiarì la voce. - Questa è intitolata «Nel Giardino» - disse, e cominciò a cantare con la più dolce, celestiale, perfetta voce tenorile che a nessuno è mai capitato di sentire in tutta la vita.
Big Tony rimase incantato fino alla fine dell'inno. Io pure. Alla fine Big Tony disse: - Santo cielo!
- Ho paura di non aver cantato bene, da solo - disse Mike, con tono di scusa. - Vedete, sono abituato a cantare con i miei fratelli. Gabe suona la tromba, mentre Raf e noi altri cantiamo. Non ci siamo mai esibiti in pubblico, e...
- Cantano tutti come voi? - domandò Big Tony, incredulo.
- Ecco... Non proprio. Per dire la verità Raf ci supera tutti di una buona testa. Lui...
- Anche i vostri fratelli stanno cercando del lavoro?
- Oh, sì... lo cercano disperatamente come me. Vedete...
- Informateli che sono assunti - disse Big Tony. - Cominciate domani sera. - Si rivolse a me. - Capisci, Pete?
Non ancora... non proprio... ma mi sembrava. - Mi sembra - dissi.
Lui si mise in bocca una manciata di acini d'uva e cominciò a pelarsi un'arancia. Aveva gli occhi scintillanti, ma l'effetto era guastato dalle pieghe di grasso che li circondavano. - La Sala dei Verdi Pascoli - disse. - Domani sera. La vigilia di Natale. Ecco quando li lanceremo. Con cantiche. È naturale. Capisci, Pete... capisci?
Adesso vedevo chiaro. - Costruiremo una piattaforma speciale per loro - dissi, entusiasta. - Un palcoscenico. Di fianco a dove metteremo l'albero di Natale. E li faremo uscire come una sorpresa.
- No! Faremo di meglio. Li presenteremo alla televisione. Comprerò il tempo. Non m'importa quello che può costare. Faremo sapere al mondo intero cosa significa andare al Settimo Cielo. Mostreremo che quassù abbiamo classe... vera classe. E dopo Natale impiegheremo Mike e i suoi fratelli in qualche numero moderno, e li faremo girare nei club spaziali... Com'è grande l'albero di Natale che hai ordinato, Pete?
- È un abete di sei metri.
- Prendine uno più grande. Più grande è meglio è. La sala ne può contenere uno di dodici metri.
- Bene, Big Tony. Domani pomeriggio lo farò decorare dagli angeli. E a Mike e fratelli farò fare dei costumi con le ali.
- Che siano grandi, e d'oro - disse Big Tony. - Più grandi sono meglio è. E fate togliere dall'equipaggio lo schermo che copre il soffitto, in modo che si possano vedere le stelle... Volevate dire qualcosa, Mike? Per cominciare vi darò mille alla settimana.
- Io... mi stavo solo schiarendo la voce - disse Mike.
- Bene - fece Big Tony - è tutto a posto. Voi Pete prendetevi cura di ogni cosa.
Per amore di cronaca devo dire che nelle successive ventiquattro ore fui un uomo molto occupato. Anzitutto ci fu da fissare il tempo alla televisione. Per questo fu necessario un lungo lavoro ai telefoni della stazione collegati con la Terra, e ci volle tutta la mia abilità e la mia forza di persuasione, ma alla fine ottenni per la sera successiva lo spazio di tempo dalle 9:30 alle 10:00 di tutte le principali stazioni televisive. Poi ci furono i soliti lavori che mi tennero impegnato fino alle cinque del mattino, ora in cui andai a letto. Ma non dormii a lungo, perché Mike e i sei fratelli arrivarono alle undici, quando non dovrebbe approdare nessun scafo traghetto, e piombarono nella mia camera da letto a svegliarmi. I sei fratelli si comportavano come lui, e gli somigliavano molto. Tutti avevano l'identico sguardo triste e tutti si guardavano alle spalle ogni due o tre minuti. Feci fare una prova generale nell'appartamento di Big Tony, e dopo avere sentito quelle sei voci celestiali e quella tromba che sembrava di un altro mondo, Big Tony e io capimmo che ce l'avevamo fatta.
Chiamai di nuovo la Terra al telefono e ordinai di cambiare l'abete di sei metri con uno di dodici. Poi andai a dirigere la costruzione del palco per i Sette Celestiali, nome che Big Tony e io avevamo stabilito di dare ai sette fratelli. Quando con lo scafo traghetto delle due arrivò l'albero, andai a controllare il lavoro degli uomini che lo mettevano a posto, e poi quello degli angeli che lo decoravano. Poi dovetti dirigere anche quelli che decoravano la Sala dei Verdi Pascoli. E poi dovetti andare dal sarto del club per far mettere a posto il costume di Babbo Natale di Big Tony, che dall'ultimo Natale si era stranamente ristretto. E poi dovetti consolare Pinky MacFarlane, che aveva origliato alla porta di Big Tony, dove i Sette Celestiali continuavano a provare, e dovetti convincerla a non buttarsi dalla stazione per il rimorso delle terribili cose che aveva detto di Mike prima di sapere quale voce celestiale avesse. E poi dovetti radunare l'equipaggio e far togliere la cupola da sopra il soffitto della Sala dei Verdi Pascoli che, una volta tolto il campo di prospettiva e le nuvole, e spento il sole, diventa una semplice stanza di vetro concavo. E poi dovetti scegliere i costumi tra i tanti che il nostro costumista propose per i Sette Celestiali, e poi convincere i sette fratelli a indossarli, cosa che per qualche motivo loro erano riluttanti a fare. E poi dovetti controllare le cucine automatiche e il baromat, per assicurarmi che fossero in perfetto ordine e ben forniti di tutto il necessario. E poi dovetti risolvere la discussione che era sorta tra gli angeli su chi doveva accendere le luci dell'albero di Natale. E questo per dirvi che dirigere un Cielo può essere a volte peggio di un brutto mal di testa.
Ma alla fine fu tutto pronto: il palco costruito, l'albero decorato, le luci accese, gli angeli rappacificati, la cupola sopra la Sala dei Verdi Pascoli tolta, Big Tony infilato nel costume di Babbo Natale, i Sette Celestiali rivestiti con i loro costumi, il baromat lubrificato, il vischio appeso, i Cancelli Perlacei lucidati, la parola d'ordine stabilita in «Pace».
La squadra TV arrivò alle 7:30 e dispose le attrezzature. Con loro c'era l'annunciatore che avrebbe presentato il programma. I clienti cominciarono ad arrivare alle 8:15. Io andai ai Cancelli Perlacei a riceverli. Per l'occasione indossavo una divisa azzurra nuova, e un nuovo berretto da commodoro. Gli scafi traghetto arrivarono uno dopo l'altro, la gente si riversò nel baromat e nella Sala dei Pascoli Verdi, e raggiunse la sala delle Acque. Qui per la verità ci andò chi era carico di leccornie natalizie e voleva liberarsi dell'ingombro. Alle nove eravamo talmente affollati che non avremmo potuto far entrare nemmeno una sola persona in più anche volendo.
Io lasciai la sala dei Verdi Pascoli e mi feci largo tra i clienti e gli angeli e i tavoli delle roulettes fino al separé dove stava Big Tony vestito da Babbo Natale, con un angelo su ogni ginocchio. M'infilai tra lui e la sua sacca piena di mini-magnum di champagne che sarebbero state distribuite a mezzanotte. Sui tavoli c'erano lampade rosse e verdi, ma la principale sorgente di luce era quella delle stelle. Erano appese nel cielo come candele, e il lento roteare delle stazioni club spaziali dava l'impressione che tutta la volta celeste si muovesse armoniosamente. Una fetta di Terra comparve, e per un attimo fu visibile la costa verdeggiante del Nordamerica, delineata dal blu dell'oceano Pacifico. Poi la fetta scomparve, e le stelle presero il suo posto.
Alle 9:25 il presentatore delle TV venne nella saletta e mi batté sulle spalle. Era arrivato il momento. Io feci schioccare le dita, e la musica registrata, che aveva fatto da sottofondo fino a quel momento, tacque. Una lente incastonata nel soffitto diresse la luce delle stelle sul palco. I Sette Celestiali uscirono dall'ombra per entrare nel cerchio di luce e le telecamere avanzarono sui loro carrelli. Il presentatore si portò davanti ai Sette Celestiali e alzò una mano per imporre silenzio. Eravamo in onda.
Fece una breve presentazione del Settimo Cielo, dicendo che era un vanto dello spazio, e che nessuno poteva immaginare quali felicità riservasse senza averne varcato i Cancelli Perlacei. Poi vantò i sei altri Cieli, e poi lodò il proprietario. Mentre diceva questo, le telecamere si spostarono verso il separé e puntarono gli obiettivi su Big Tony vestito da Babbo Natale con i due angeli seduti sulle ginocchia. - E ora - concluse l'annunciatore - vi voglio presentare senza altri preamboli il nuovo complesso canoro. Si chiama i Sette Celestiali, e si esibirà in canti natalizi in onore della festività odierna.
Si ritirò nell'ombra, e i Sette Celestiali rimasero soli sul palco. Mi accorsi che erano nervosi, ma capii che erano anche decisi ad arrivare alla fine dello spettacolo con un grosso successo. I costumi che avevo scelto per loro erano blu e argento, coperti di lustrini. Erano stupendi! E quelle ali d'oro! Non tutti possono portare bene le ali. Io no, per esempio. Non ci guadagnerei affatto. Però a Mike e ai suoi fratelli donavano molto, come se facessero parte di loro stessi.
Gabe alzò la tromba e cominciò a suonare. Fu come se Bix Beiderbecke, e Bunny Berrigan, e Louis Armstrong si fossero riuniti in uno. Le sei voci celestiali salirono verso le stelle... «Astro del ciel, pargol divin, mite agnello redentor...»
Il grande albero di Natale era come un luminoso falò. Mi fece pensare al falò che bruciava dentro Big Tony e che gli dava tutta l'energia necessaria per svolgere il suo lavoro. Mi sentii orgoglioso di essere uno dei suoi direttori... «Pace dona alle genti, pace infondi nei cuor... Pace...» Una grossa lacrima scese sulle guance di Big Tony e andò a perdersi nel collo di pelliccia.
Le voci celestiali intonarono altri canti. «Bianco Natale» e altri e altri ancora...
Non so cosa, a un certo punto, mi fece sollevare lo sguardo alle stelle, comunque lo feci. E vidi un grande UFO sospeso sopra la stazione. Almeno, penso che fosse un UFO. Aveva la forma di un dito gigantesco, e questo dito era puntato al palco. Anche i Sette Celestiali lo videro. La tromba di Gabe lanciò uno squillo rauco, e le sei voci celestiali si spensero. Ormai tutti quanti avevano visto il dito, e la Sala dei Verdi Pascoli divenne silenziosa come una tomba.
All'improvviso qualcuno cominciò a gridare. Era Mike. Guardava in alto verso il dito puntato e agitava freneticamente le braccia. - No! No! - gridò. - Non puoi capire! Dovevamo fare quello che abbiamo fatto. Non potevamo più competere. Solo i pazzi continuano a combattere quando la battaglia è persa. In questo modo, se non altro, facciamo un po' di bene. In questo modo...
Un raggio di luce uscì dal dito puntato e colpì il palco e i Sette Celestiali con la più intensa luminosità che sia mai capitato a nessuno di vedere in tutta la vita. I Sette Celestiali divennero rossi. Poi arancio. Poi giallo. Poi verde. Poi blu. Poi indaco. Poi viola. Poi il raggio scomparve, e scomparve il dito puntato, e Mike e i sei fratelli rimasero distesi immobili sul palco.
Io li raggiunsi per primo. Mike era l'unico rimasto in vita. Gli sollevai la testa e gliela sostenni. - Mike, Mike - dissi.
Lui girò lo sguardo verso di me, ma i suoi occhi non mi videro. Era come se mi guardasse attraverso me. - Non avrei mai pensato che potesse finire così - disse.
- Non avreste mai pensato che potesse finire così, cosa? - domandai.
- Armageddon - disse lui, e morì.
Ora vi chiedo, che cosa avrà voluto dire?

FINE