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Urania - Racconti d'appendice
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PEZZO DI GHIACCIO - Larry Eisenberg
Titolo originale: Dr. snow maiden

Ricordo ancora perfettamente la prima volta che la vidi. Eravamo tutti nella sala da pranzo dell'università, una sala con la volta in pannelli di quercia, e zeppa di ritratti a olio degli accademici defunti, dove i pasti venivano serviti con l'accompagnamento di un brusio generale. Noi, cioè i soliti cinque o sei più affiatati, avevamo l'abitudine di sederci sempre allo stesso tavolo. Eravamo tutti impegnati a tracciare diagrammi dei diversi schemi del sistema nervoso centrale.
Lei comparve nel riquadro della porta, e in coscienza non posso dire che la sua bellezza mi colpì come l'attacco di una toccata e fuga di Bach. Certo però che era straordinariamente bella. Il suo sorriso era freddo e indefinibile come quello della segretaria di uno psichiatra, le guance, morbide e tonde, la fronte liscia, le sopracciglia scurissime, gli occhi di un azzurro intenso. E non aveva alcun trucco.
- Non essere tanto distratto - dissi, dando una gomitata a Sam Danby che sedeva alla mia destra. - Non ti sembra che la ragazza sulla soglia abbia la faccia di una bellezza insolita?
Sam la guardò furtivamente, e arrossì. Mi chiesi il perché. Poi mi accorsi che la ragazza si stava dirigendo dritta verso il nostro tavolo puntando sull'unica sedia libera, quella alla mia sinistra. Si mise a sedere e rivolse un sorriso al gruppo.
- Vi dispiace se mi unisco a voi?
- Per niente - dissi.
Mi alzai e feci le presentazioni.
- Io mi chiamo Marilyn Ross - disse lei, e fece un lieve cenno con la testa. - Sono assistente di genetica nel laboratorio del professor Heminway.
- Siete fortunata - dissi io. - Heminway non è soltanto un grande scienziato, ma possiede anche un insuperabile senso dell'umorismo.
Era stato Heminway, un premio Nobel, a usare le nostre apparecchiature per fare un facsimile della sua medaglia d'oro, con un chiodo saldato su una delle due facce. Poco prima del ballo degli studenti aveva inchiodato la sua finta medaglia al pavimento lucidissimo della sala, e poi si era divertito a guardare il preside Hinkle impazzire per staccarla da terra.
Cercai di coinvolgere la nostra ospite nella conversazione, ma lei rispondeva solo a monosillabi. Dopo un po' noi riprendemmo il nostro dialogo particolare. Alla fine ci fu un leggero scricchiolio di sedia smossa, e quando mi girai, la ragazza era scomparsa.
- Non molto cordiale, vero? - disse Danby.
- Può darsi che sia timida. Non è facile essere disinvolti a un tavolo di tutti sconosciuti.
Mi era già dimenticato di lei quando, un giorno, mentre scendevo al quarto piano sotterraneo della biblioteca universitaria, andai quasi a sbattere contro una massa confusa nascosta in un cunicolo buio tra gli scaffali. Uno scalpiccio di piedi, poi la massa si divise in due. Un uomo e una donna: Tom Shelby, uno studente baffuto e virilmente bello, e Marilyn Ross.
Allungai automaticamente una mano e presi un libro dallo scaffale. Un libro qualsiasi. Era coperto di polvere. Poi mi sentii toccare un braccio, e girai la testa.
- Salve - disse la ragazza. Tom Shelby era scomparso.
- Salve - risposi, felice che lì fosse buio, perché sentivo il rossore salirmi dal collo alle orecchie.
- Come va il vostro lavoro? - mi chiese.
- Bene - biascicai. - E il vostro?
- Sto facendo cose entusiasmanti - disse lei. - Dovreste venirmi a trovare qualche volta.
- Lo farò - dissi.

Non raccontai a nessuno quello che avevo visto. Di solito non sono granché riservato, e ho fatto anch'io la mia parte di pettegolezzi. Però di quell'episodio non volevo parlare. Per qualche motivo che non riuscivo a capire, mi aveva sconvolto.
L'effetto dello shock sparì abbastanza presto. Ero immerso nella preparazione di una conferenza su certe ricerche che avevo fatto sul cervello delle lumache. Vennero oltre venti persone alla mia conferenza, una platea insolitamente numerosa, e tra i presenti c'era Marilyn. Entrò nella sala a metà circa della conferenza, ma si fermò anche dopo che ebbi finito.
- È stato affascinante - disse. - Ammiro moltissimo le capacità necessarie per la preparazione delle vostre analisi.
- È stato un lavoro difficile - ammisi, felice che si fosse fermata a parlare con me.
- Spero che poi voi ammirerete il mio lavoro - disse lei. - Perché non venite domani, se avete tempo?
- Sarà un piacere.
Per la verità il giorno dopo dovevo incontrarmi col direttore dei programmi, per discutere il programma dell'anno successivo. Ma rimandai per fare visita a Marilyn. Aveva ragione. La sua abilità era straordinaria.
- La maggior parte del mio lavoro si svolge sulla mosca della frutta - disse. - La Drosophila melanogaster.
Sorrisi.
- Mi spaventerebbe fare un lavoro anatomico su creature tanto piccole.
- Ma è proprio questo il punto - disse lei. - Guardate.
Aveva fissato abilmente una delle mosche sull'asse di sezionamento e si mise a lavorare con uno scalpello da chirurgo.
- Avete assistito a una isterectomia totale - disse.
- Fantastico - dissi. - Tra l'altro, il vostro paziente sembra stare perfettamente.
La cosa sbalorditiva, infatti, era che la mosca, una volta lasciata libera, si era alzata in volo senza mostrare di avere subito danni.
Marilyn sembrò molto compiaciuta della mia osservazione, e mi regalò uno dei suoi rari sorrisi.
- Fa piacere essere apprezzati da un collega - disse. - Vedete, sono alla ricerca di agenti capaci di sterilizzare queste mosche in modo del tutto naturale.
- Qualcosa di diverso dalle radiazioni, dico bene?
- Esatto. Potrebbe essere la mia fortuna.
Rimasi perplesso.
- Fortuna?
- C'è una montagna di denaro che aspetta lo scienziato capace di eliminare le mosche e gli altri insetti parassiti. Non avete idea di quanti soldi siano.
Mi strinsi nelle spalle.
- Non pensavo che miraste al denaro. In fondo, perché dedicarsi alle ricerche se quello che volete è la ricchezza?
- Perché mi piacciono entrambe - disse Marilyn.

In seguito ripensai alle sue affermazioni, e decisi che in fatto di valori eravamo agli antipodi. Da quel momento mi sarei tenuto lontano da Marilyn Ross. Di tanto in tanto ci incontravamo nei corridoi. Io le facevo un cenno di saluto, e lei qualche volta mi rispondeva. I miei colleghi venivano totalmente ignorati. Danby era seccatissimo per quel suo atteggiamento snobistico.
- Si dà un sacco di arie, vero? - disse lui un giorno.
- Non direi - feci io. - Sono convinto che è solo totalmente concentrata nel suo lavoro.
- Troppo concentrata - disse Danby. - Non c'è niente di femminile in lei. Se vuoi il mio parere, la dottoressa è un pezzo di ghiaccio.
- Tu dici?
Scossi la testa poco convinto, ricordando il giorno in cui l'avevo vista tra gli scaffali della biblioteca.
- Forse ti sbagli - dissi.
- Ne dubito - fece Danby.

Un pomeriggio, incontrandomi, mi fermò.
- Volete vedere qualcosa di veramente interessante? - mi chiese.
- Veramente sto per cominciare un esperimento alquanto critico.
- Lasciatelo aspettare per dieci minuti - disse lei. - Sono convinta che non ve ne pentirete.
La seguii nel suo laboratorio. Lei prese una mosca della frutta e con una goccia di colloide la fissò sulla tavoletta di sezionamento.
- È un'altra femmina? - chiesi.
- No - disse lei, corrugando la fronte, e concentrandosi. - Questo è un maschio.
Il bisturi lampeggiò brevemente.
- Ecco, ho tolto i testicoli - disse.
Sentii formarsi sulla fronte delle piccole gocce di sudore. Perché poi mi aveva trascinato ad assistere alla castrazione?
Lei andò al microscopio, divise il campione in diverse sezioni, e le dispose su un vetrino. Poi le esaminammo al microscopio elettronico.
- Vedete quei punti più scuri? - disse. - È il virus che ho introdotto nel sistema circolatorio della mosca.
- Allora?
- Non capite? - disse lei, esultante. - È andato a finire nei testicoli della mosca. Il virus raggiunge una locazione specifica.
- Molto interessante - dissi. - Ma dopo che è arrivato in quel punto, cosa succede?
Quando alzò la testa dal microscopio, le tremavano le mani. Mi guardò inarcando le sopracciglia scure,
- Sulla femmina non ha nessun effetto, però rende sterile il maschio - disse lei.
- Davvero! - feci. - È una scoperta grandiosa.
Il buffo è che non la pensavo affatto così. Le mie simpatie andavano al moscone, anche se sapevo che ogni identificazione era ridicola.
Feci una risata per spezzare la tensione.
- Spero che non abbia trovato un virus di questo tipo anche per gli uomini - dissi, cercando di essere spiritoso.
Lei rimase un attimo soprappensiero.
- Credete che non sia possibile?
- Mio dio! - feci. - Non avrete cominciato esperimenti anche in questo senso, vero?
Lei rise.
- Non ancora, però ne ho una mezza idea.
- Be' - feci, - direi che bisogna festeggiare. Posso offrirvi qualcosa da bere?
Lei si strinse nelle spalle e tornò a guardare nell'oculare del microscopio.
- Perché no? - disse. - Troviamoci alle sei al bar dell'università.

Fu puntuale. E si bevve cinque aperitivi lisci, come se fossero acqua.
- Oggi pomeriggio siete rimasto impressionato, vero? - disse.
- E anche perplesso. Posso capire i vostri esperimenti sul virus per la mosca della frutta. Ma perché cercarlo anche per gli uomini? Lo fate per la gloria, o per denaro?
- Tutti i sistemi per il controllo delle nascite riguardano la donna. E tutti presentano dei rischi. Secondo me è venuto il momento di mettere il piede anche nell'altra scarpa.
- Forse avete ragione. Cosa ne pensa il professor Heminway di tutto questo?
- Non gli ho ancora detto niente. Non voglio farlo cadere dal suo piedistallo maschile.
- Volete dire che sarebbe contrario?
- Voi credete di no? Ordinai un altro giro.
- Non credo - dissi dopo avere pescato dal bicchiere la mia oliva e aver cominciato a masticarla. - So che all'università esiste una certa discriminazione contro le donne, però io non sono d'accordo.
- Una certa discriminazione? C'è una sola donna docente, e ha quasi raggiunto l'età della pensione. Avete mai paragonato il livello dei nostri salari con quello degli uomini? è spaventoso.
- Ne convengo. Ho sentito vecchi professori sostenere che le donne non si dedicano soprattutto alla scienza ma piuttosto al marito e ai figli, e se ne servono come pretesto per negare alle donne le posizioni di prestigio. Però credo che il professor Heminway sarà veramente felice della vostra scoperta.
- Voi lo siete?
La domanda diretta mi colpì.
- Ecco, non so. Comunque, la mia perplessità non dipende dal fatto che siete una donna. Provo soltanto una specie di turbamento per le implicazioni della vostra scoperta. È una specie di idiosincrasia personale.
- L'isterectomia non vi spaventa, vero?
- No - ammisi.

Prima di uscire dal bar cominciai a sentire gli effetti dell'alcool. Marilyn invece era padrona di sé come sempre. Però fece una cosa sorprendente: mi chiese se volevo vedere la sua camera.
- Dov'è?
- Nel quartiere degli studenti - disse lei. - Però è molto intima.

Il pomeriggio dopo andai a cercarla, ma lei era di nuovo fredda, distante.
- Ho molto da fare - disse.
La risposta mi offese, e probabilmente la mia faccia lo dimostrò mentre mi giravo per andarmene. Ma lei rimase indifferente. Tuttavia, alle sei, quando lasciai il laboratorio per consultare certe carte, lei mi stava aspettando seduta alla mia scrivania. Le passai accanto e cominciai a cercare nei cassetti dello schedario.
- Tu sei arrabbiato con me - disse.
- Non dovrei?
- Dai troppa importanza a quella che è stata soltanto una parentesi - disse lei.
Guardai da un'altra parte.
- Sai - disse lei, - prima di conoscerti meglio pensavo che tu fossi un noioso puritano.
- E adesso?
- Adesso ho la certezza che lo sei.
- È una valutazione esatta - dissi. - Le mie letture arrivano fino a «Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda».
- Probabilmente è vero - disse lei. - Tu sei un inguaribile romantico. Comunque non sono venuta qui per prenderti in giro. Volevo dirti qualcosa di veramente importante. Ebbi un brivido.
- Continua - dissi. - Cosa mi vuoi dire?
- Che tu ieri avevi ragione. Ti ho mentito. Credo di avere già isolato l'agente virale che sterilizza gli uomini.
La guardai a bocca aperta.
- Non è quello che mi aspettavo di sentirti dire. Ieri mi hai dimostrato la tua scoperta su una mosca. Oggi mi annunci che puoi anche avere trovato il sistema per l'uomo.
- Avrei potuto dirtelo ieri - fece lei. - Però ho pensato che fosse più prudente aspettare. Vedi, non so ancora se funziona.
- Apprezzo il tuo riguardo - dissi. Poi feci un profondo respiro. - Be', adesso dimmi come viene trasmesso.
- Attraverso l'atto sessuale.
Mi sorrise. Ricordo benissimo quel sorriso perché lei lo fece soltanto una frazione di secondo prima che io la colpissi.

FINE