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Urania - Asimov d'appendice
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IL PONTE DEGLI DEI - Isaac Asimov
Titolo originale: The bridge of the gods

Un paio di anni fa, mia moglie e io ci trovavamo nella Foresta di Dean nel sud-ovest dell'Inghilterra, vicino al Galles. Era stata una giornata di pioggia interrotta da schiarite, e nel tardo pomeriggio Janet e io andammo a fare una passeggiata tra i faggi secolari.
Una nuova spruzzata di pioggia ci fece correre al riparo di uno di quei faggi, il sole però continuava a splendere, e nel cielo apparve l'arcobaleno. Non un arcobaleno solo, ma due. Fu l'unica volta in cui vidi l'arcobaleno primario e quello secondario separati tra loro, come dovrebbe essere da uno spazio pari a circa venti volte il diametro della luna piena. In mezzo ai due archi il cielo era di colore intenso, e noi vedemmo un'ampia fascia scura attraversare il cielo orientale con un arco perfetto, orlata ai due lati da un arcobaleno, con i due rossi rivolti verso la parte scura, e i viola che sfumavano nel blu. Durò parecchi minuti, e noi restammo a guardarlo in silenzio. Non sono tipo facile alle emozioni, ma quella vista mi turbò profondamente.
Una decina di giorni dopo, visitai l'Abbazia di Westminster a Londra, e mi fermai accanto alla tomba di Isaac Newton (mi rifiutai però di montarci sopra secondo l'uso). Da quella posizione potevo vedere anche le tombe di Michael Faraday, Ernest Rutherford, James Clerk-Maxwell, e Charles Darwin, cinque di quei dieci uomini che in un mio articolo del 1963 avevo elencato come i più grandi scienziati di tutti i tempi. Mi emozionai come di fronte al doppio arcobaleno.
Fui quasi costretto a pensare al collegamento tra l'arcobaleno e Newton, e in quel momento decisi di scrivere un articolo in proposito, non appena me ne fosse capitata l'occasione. Ed ecco l'occasione.
Cominciamo col parlare della luce. Nei tempi antichi tutti coloro che hanno speculato in proposito pensavano alla luce come a una proprietà preminente dei corpi celesti, e in particolare del Sole. Questa luce celeste non doveva essere confusa con le pallide imitazioni che se ne facevano sulla Terra, come la luce di un fuoco o quella di una candela. La luce di natura terrestre era imperfetta. Tremolava e moriva, o poteva venire attizzata e riaccesa. La luce del Sole era eterna e costante.
Da «Il Paradiso Perduto» di Milton si ha l'impressione che il Sole sia semplicemente un contenitore in cui Dio ha messo la luce. La luce contenuta nel Sole non diminuisce mai, e alla luce di quella luce (se mi passate il bisticcio) noi possiamo vedere. Da questo punto di vista non c'è da meravigliarsi che Dio, il primo giorno, abbia creato la luce e il Sole. La Luna e le stelle vennero create il quarto. La luce è la cosa in sé, i corpi celesti sono unicamente contenitori.
Dato che la luce del Sole nasceva dal cielo era naturale che fosse divinamente pura, e questa purezza veniva confermata dal fatto che era perfettamente bianca. La luce terrestre invece, imperfetta com'era, poteva avere dei colori. Le fiamme dei fuochi terrestri erano chiaramente giallastre, e talvolta davano sul rosso. Aggiungendo certe sostanze chimiche potevano diventare di qualsiasi colore.
Il colore, infatti, sembrava essere un attributo unicamente dei materiali terrestri, e quando diventava componente della luce sembrava invariabilmente un segno di impurità. La luce riflessa da un oggetto opaco e colorato, o trasmessa attraverso un oggetto trasparente colorato, prendeva il colore e l'imperfezione della materia, proprio come l'acqua limpida che scorrendo sopra un terreno fangoso diventa opaca.
C'era una sola manifestazione di colore che, agli occhi degli antichi, non coinvolgeva una materia conosciuta: l'arcobaleno. Appariva nel cielo come un arco luminoso di sei colori diversi, rosso, arancio, giallo, verde, blu e viola, in quest'ordine, con il rosso all'esterno della curva dell'arco e il viola all'interno.
(Spesso nell'elenco dei colori se ne aggiunge un settimo: l'indaco. Ai miei occhi, l'indaco è soltanto un viola bluastro e non merita l'onore di essere considerato un colore a sé. La presenza di una componente indaco nella luce emessa da certi minerali scaldati fino all'incandescenza rivela comunque la presenza di un nuovo elemento che di conseguenza è stato chiamato «indium».)
L'arcobaleno, alto nel cielo, incorporeo, evanescente, avulso da qualsiasi legame evidente con la materia, sembrava un esempio di luce divina, come quella del Sole. Però era luce colorata. Non c'era nessuna spiegazione per questi colori, bisognava quindi supporre che fosse un'altra creazione di Dio, o degli dei, fatta a colori per qualche scopo preciso.
Nella Bibbia, per esempio, l'arcobaleno viene creato dopo il diluvio. Dio ne spiega lo scopo a Noè. «Ed avverrà che quando avrò coperta la terra di nubi, allora apparirà l'arco sulle nubi, e io mi ricorderò del patto che c'è tra me e voi e ogni essere vivente e ogni carne; né più verranno le acque del diluvio a sterminare ogni carne.» (Genesi 9:14-15).
Forse, per quanto la Bibbia non lo dica, l'arcobaleno è colorato per essere più facilmente visibile contro il cielo, e servire meglio a rassicurare gli uomini tremanti per la collera di un dio.
Nei confronti dell'arcobaleno, i greci avevano un atteggiamento meno drammatico. Dato che si levava alto nel cielo, e che alle due estremità sembrava avvicinarsi alla terra, l'arcobaleno doveva essere una linea di collegamento tra Cielo e Terra. Era il ponte degli dei (colorato forse perché fatto di materia, anche se di origine divina) che serviva loro per discendere sulla Terra e risalire al Cielo.
Nell'Iliade di Omero la dea Iride, messaggera degli dei, scende di tanto in tanto dall'Olimpo per svolgere qualche incarico. Il nome greco di Iride è «Iris», e «iris» significa «arcobaleno» (la parte dell'occhio immediatamente intorno alla pupilla, e che ha diversi colori, viene chiamata anch'essa iride). Il genitivo latino di «iris», poi, è «iridis», e quando su una materia scintillante si vedono colori simili a quelli dell'arcobaleno, come su una bolla di sapone per esempio, si dice che è «iridescente». E siccome i composti di un certo nuovo elemento mostravano una sorprendente varietà di colori, questo elemento venne chiamato «iridium».
Nella mitologia nordica l'arcobaleno ha il nome di «Bifrost», ed era il ponte che serviva agli dei per scendere sulla Terra. Prima dell'ultima battaglia, quella di Ragnarok, il crollo del ponte degli dei sotto il peso della cavalcata degli eroi che calano dal Valhalla, è uno dei segni dell'imminente distruzione dell'universo.
Ma passiamo un po' alle spiegazioni razionali. Nell'antichità il filosofo greco Aristotele, verso il 350 a. C., notò un effetto di arcobaleno in uno spruzzo d'acqua: gli stessi colori, disposti nella stessa maniera, e altrettanto incorporei. Forse lo stesso arcobaleno, che appariva dopo la pioggia, era un identico effetto dovuto a gocce d'acqua sospese nell'aria.
Ma l'acqua non era l'unica materia trasparente associata all'arcobaleno. Verso il 10 d.C., il filosofo romano Seneca scrisse qualcosa a proposito degli effetti di arcobaleno che apparivano sullo spigolo di un vetro rotto. Che cosa, associato a luce e sostanze trasparenti provoca l'arcobaleno? È evidente che la luce, passando attraverso queste sostanze in modo normale, non produce colori. Esiste, comunque, una certa peculiarità nel comportamento della luce quando essa passa da una sostanza trasparente a un'altra. Dall'aria all'acqua, per esempio. Questo poteva essere un indizio.
Questo particolare comportamento entrò nella storia della scienza quando Aristotele prese in considerazione quello che innumerevoli persone dovevano avere notato casualmente: un bastone immerso in un secchio d'acqua sembrava piegarsi nettamente all'altezza della superficie dell'acqua, come se in quel punto si fosse spezzato ad angolo. Aristotele attribuì questo effetto al «piegamento» della luce nel passare dall'aria all'acqua, o dall'acqua all'aria. Il piegamento della luce nel passaggio da un tramite a un altro viene detto «rifrazione».
Può essere che il fatto alquanto insolito della formazione di colori prodotta dall'acqua o da un vetro coinvolga il fatto altrettanto insolito del cambiamento di direzione di un raggio di luce?
Il primo a pensarci seriamente fu un monaco polacco, Erazm Ciolek, che ne parlò in un suo libro di ottica scritto nel 1269 sotto il nome parzialmente latinizzato di Erasmus Vitellio.
Limitarsi a dire che la rifrazione è la causa dell'arcobaleno è relativamente facile. Stabilire con esattezza come la rifrazione possa risultare in un arco perfetto che copre una posizione precisa nel cielo è alquanto più difficile. Infatti ci vollero tre secoli e mezzo dopo il primo accenno alla rifrazione perché qualcuno riuscisse a elaborare questa teoria in termini matematici.
Nel 1611 Marco Antonio de Dominis, arcivescovo di Spalato (negli ultimi anni della sua vita de Dominis venne imprigionato dall'Inquisizione per essere passato alla chiesa anglicana e avere contestato la supremazia del Papa), fu il primo a tentare, ma i suoi calcoli furono alquanto imprecisi. Fin dal tempo dei greci, si aveva un'idea estremamente vaga di come esattamente la luce veniva rifratta, e sfortunatamente fu così anche per l'arcivescovo.
Soltanto nel 1621 il concetto di rifrazione venne finalmente capito. In quell'anno, un matematico olandese, Willebrord Snell, studiò l'angolo che un raggio di luce formava con la perpendicolare alla superficie dell'acqua in cui penetrava, e l'angolo diverso che formava, sempre con la perpendicolare, una volta dentro l'acqua. Per secoli si era pensato che se un angolo cambiava, l'altro angolo cambiava in proporzione. Snell dimostrò che erano i seni degli angoli ad avere sempre la stessa proporzione. Questa proporzione costante è chiamata «indice di rifrazione».
(Nei miei articoli cerco sempre di spiegare tutti i concetti di cui mi servo per arrivare al punto. Ma i seni e le funzioni trigonometriche in genere meriterebbero un articolo a sé, che forse un giorno scriverò. Per il momento, anche se non sapete che cosa sono i seni, trigonometricamente parlando, non ha importanza. In questo articolo non verranno più nominati.)
Una volta impadronitisi del concetto di indice di rifrazione, gli scienziati riuscirono a tracciare la via percorsa dalla luce attraverso le gocce sferiche dell'acqua con esattezza considerevole, prendendo in esame sia la riflessione sia la rifrazione.
Il merito va al filosofo francese René Descartes. Nel 1637, Descartes si servì della legge Snell per calcolare l'esatta posizione e la curvatura dell'arcobaleno. Tuttavia non diede il credito dovuto a Snell per la sua legge, e cercò di dare l'impressione, senza però dirlo mai esplicitamente, che i calcoli fossero opera sua.
Tuttavia la legge Snell, in sé, non spiegava i colori dell'arcobaleno.
Per spiegare il fenomeno esistevano soltanto due alternative. Primo: il colore scaturiva, in qualche modo, dall'acqua incolore (o dal vetro) quando venivano attraversati dalla luce. Secondo: la luce scaturiva, in qualche modo, dalla luce incolore quando questa passava attraverso l'acqua (o il vetro).
Entrambe le ipotesi però sembravano alquanto improbabili, perché in tutti e due i casi il colore veniva fatto derivare da una assenza di colore. Comunque c'era la tendenza a prendere in maggior considerazione la prima alternativa, dato che era meglio impicciarsi con l'acqua e col vetro che non con la divina luce del Sole.
Il Sole e la sua luce erano stati indicati talmente tante volte come simbolo della deità (non solo nel periodo del cristianesimo, ma anche in tempi precedenti, fino a risalire all'Egitto del Faraone Ikhnaton, nel 1360 a. C., per non parlare delle altre curiose congetture che certo erano state fatte nei tempi preistorici), che si era arrivati a convincersi che imputare una imperfezione al Sole e alla sua luce equivaleva a negare la perfezione del dio.
Pensate, per esempio, quello che è successo a Galileo. Furono molte le ragioni che lo misero nei guai con l'Inquisizione, prima di tutte l'incapacità di nascondere il suo disprezzo per quelli meno intelligenti di lui, anche quando si trattava di uomini in posizione da potergli nuocere. Ma determinanti furono le armi che Galileo fornì loro per attaccarlo, e la principale fu forse la sua scoperta delle macchie scure del Sole.
Galileo aveva notato le macchie solari verso la fine del 1610, ma ne diede l'annuncio ufficiale nel 1612, e presentò una copia del suo libro sull'argomento al cardinale Maffeo Barberini che, pur essendo suo amico, da quel momento (per diversi motivi) cominciò a trattarlo con sempre maggiore freddezza. Il cardinale diventò Papa con il nome di Urbano VIII, e vent'anni più tardi, quando il contrasto tra Galileo e l'Inquisizione raggiunse il culmine, fu acerrimo nemico dello scienziato.
La scoperta delle macchie solari (scoperta in realtà non molto importante) offese coloro che vedevano nel Sole una specie di divinità, e alcuni uomini di chiesa cominciarono a predicare contro di lui.
Uno di questi fu un frate domenicano che fece uso, in modo molto efficace, di un passo della Bibbia sorprendentemente adatto. All'inizio degli «Atti degli Apostoli» il resuscitato Gesù ascende finalmente in cielo e i suoi apostoli di Galilea rimangono a guardare verso il cielo nel punto in cui il Maestro è scomparso, fino a quando due angeli non li richiamano ai loro doveri terrestri con un rimprovero che inizia così: «Uomini di Galilea, perché state guardando in cielo?» In latino, le prime parole della frase sono: «Viri Galilaei», e il cognome di Galileo è Galilei. Nel 1613, quando il frate domenicano urlò dal pulpito quella frase, e la usò come denuncia biblica contro il tentativo di Galileo di penetrare il mistero dei cieli, molti si saranno certo allontanati dall'astronomo rimproverato dagli angeli. Nel 1615 il caso di Galileo arrivò nelle mani dell'Inquisizione, e cominciò il lungo calvario dello scienziato.
Eppure le macchie solari non compromettevano niente. Non era necessario accettare la loro presenza come un'offesa alla perfezione del cielo. Se il Sole era soltanto un contenitore della luce, poteva anche essere imperfetto e macchiato. La cosa contenuta, invece, la luce celeste in sé, la prima opera compiuta da Dio nel primo giorno della creazione, era tutta un'altra faccenda. La sua perfezione chi avrebbe avuto il coraggio di negarla?
L'eresia nacque nel 1666 in Inghilterra, un posto e un periodo molto più sicuri per una cosa del genere di quanto non lo fosse l'Italia del 1612. E l'uomo che portò avanti l'eresia fu un religiosissimo ventiquattrenne di nome Isaac Newton.
Il giovane Newton si interessò all'effetto di arcobaleno in relazione a un problema molto più pratico che interessava lui e che per il momento non interessa invece noi.
Probabilmente Newton ha cominciato col dirsi che se l'arcobaleno è formato dalla rifrazione della luce provocata dalle gocce d'acqua, allora doveva essere possibile provocarlo anche in laboratorio, a patto che la rifrazione venisse calcolata con esattezza. La rifrazione ha luogo quando la luce passa dall'aria attraverso un vetro con un angolo obliquo, ma se la superficie del vetro ha due piani paralleli (come per esempio un normale vetro di finestre) allora, nell'uscire dall'altra parte la stessa rifrazione si rovescia. Così le due rifrazioni si annullano l'un l'altra e il raggio di luce passa non rifratto.
Bisogna quindi usare un oggetto di vetro con le superfici non parallele e che rifranga nella stessa direzione sia la luce che penetra sia quella che ne esce, in modo che i due effetti si sommino, anziché annullarsi.
A questo scopo Newton usò un prisma di vetro triangolare, sapendo, grazie alla legge di Snell, che avrebbe rifratto la luce nella stessa direzione, in entrata e in uscita, proprio come voleva lui. Poi fece buio completo in una stanza coprendo le finestre con ante di legno e praticò un piccolo buco in una di queste ante in modo che un singolo raggio di luce di forma circolare andasse a cadere sulla opposta parete bianca. E sulla parete comparve un tondo di intensa luce incolore.
Newton mise allora il prisma sul cammino della luce, e il raggio venne bruscamente rifratto. Il raggio risultò deviato ad angolo, e il circolo di luce bianca si spostò andando a colpire la parete in tutto un altro punto.
Inoltre, non era più un tondo ma un ovale molto allungato: cinque volte più lungo che largo. E infine, erano apparsi i colori, gli stessi colori dell'arcobaleno e nello stesso ordine.
Non poteva darsi che questo arcobaleno fosse soltanto una fortunata combinazione derivante dalla grandezza del foro o dalla posizione del prisma? Provò con fori di grandezze diverse. L'arcobaleno artificiale poteva risultare più luminoso o più opaco, ma i colori restavano, e sempre nello stesso ordine. Restavano anche se faceva passare la luce dalla parte più spessa o più sottile del prisma. Provò poi a collocare il prisma fuori dalla finestra, in modo che la luce del sole lo attraversasse prima di entrare dal foro praticato nell'anta, e l'arcobaleno apparve anche in quel caso.
Fin qui, questi esperimenti, anche se non erano mai stati fatti con una cura così meticolosa, non avevano rivelato niente di veramente nuovo. In fondo, da secoli, l'effetto d'arcobaleno era stato notato sugli angoli obliqui di vetri rotti o inclinati, ed era essenzialmente questo che Newton stava osservando.
Prima si era sempre creduto che l'effetto fosse prodotto dal vetro, ma in quel momento Newton si chiese se fosse proprio così. Il fatto che cambiando la posizione del vetro, o lo spessore del vetro attraverso cui passava il raggio di luce, l'arcobaleno non cambiasse in modo sostanziale, gli fece venire in mente che forse il vetro non c'entrava per niente, e che tutto doveva dipendere dalla luce.
Newton pensò che se sistemava un prisma con la punta in giù e lo faceva attraversare da un raggio di luce, e poi faceva passare questo raggio attraverso un secondo prisma orientato in modo diverso, con la punta in su, i risultati potevano essere due. 1) Se era il vetro a produrre i colori nel momento in cui la luce lo attraversava, aggiungendo un secondo prisma si sarebbero ottenuti altri colori, e l'ovale di colore sarebbe stato ancora più allungato e con tonalità più intense;
2) se era la rifrazione a produrre i colori e il vetro non c'entrava per niente, allora la seconda rifrazione, uscendo in direzione opposta, avrebbe dovuto annullare la prima, e l'ovale sarebbe tornato tondo e senza più colori.
Newton tentò l'esperimento, e si rese conto che l'alternativa esatta era la seconda: la luce, passando attraverso due prismi identici ma orientati in modo opposto, colpiva la parete nel punto in cui l'avrebbe colpita senza attraversare alcun prisma e formava un tondo brillante di luce bianca. (Se Newton avesse messo un pezzo di cartone bianco tra i due prismi avrebbe visto in quel punto che l'arco di luce colorata esisteva ancora.)
Lo scienziato inglese decise quindi che il vetro non aveva niente a che fare con i colori e serviva unicamente come veicolo di rifrazione. I colori venivano invece prodotti dalla luce del Sole.
Per la prima volta nella storia dell'uomo, Newton aveva chiaramente dimostrato l'esistenza del colore indipendente dalla materia. I colori provocati con il suo prisma non erano ottenuti con sostanze coloranti. Non erano nemmeno aria colorata. Erano luce colorata, incorporea come la luce stessa del Sole. Paragonati ai materiali colorati che si conoscevano fino a quel momento, i colori prodotti da Newton erano una specie di fantasmi di colore. Non c'è da sorprendersi, quindi, che il termine da lui scelto per definire la banda dei colori sia stato appunto il sostantivo latino che significava fantasma, e cioè «spectrum».
Newton continuò gli esperimenti e fece cadere la sua luce rifratta su un asse in cui era stato praticato un foro in modo da permettere il passaggio di un solo colore dello spettro. Fece poi passare questo singolo colore di luce solare attraverso un secondo prisma e vide che, anche se il raggio s'ingrandiva leggermente, non comparivano nuovi colori. Misurò anche il grado a cui ogni singolo colore veniva rifratto dal secondo prisma, e scoprì che il rosso veniva sempre rifratto meno dell'arancio che veniva rifratto meno del giallo e così via.
Ne concluse che la luce solare (e tutta la luce bianca) non era affatto pura ma risultava da una mescolanza di colori, ciascuno dei quali era più puro della stessa luce bianca. Nessun colore da solo poteva apparire bianco, ma tutti insieme, dovutamente mescolati, potevano diventarlo.
Newton indicò inoltre che ogni singolo colore aveva un indice diverso di rifrazione per il vetro e per l'acqua. Passando attraverso un prisma di vetro, o attraverso gocce d'acqua, le differenze nell'indice di rifrazione causano una diversa curvatura dei vari componenti della luce bianca, e li fanno uscire dal vetro, o dall'acqua, separati.
Questo fu il colpo finale al concetto antico e medioevale sulla perfezione dei cieli. L'arcobaleno, segno della misericordia di Dio, ponte degli dei, venne ridotto a un gigantesco spettro nell'aria, prodotto da innumerevoli piccoli prismi (sotto forma di gocce d'acqua) che tutti insieme producevano il loro effetto.
Per coloro che, della mente umana, valutano le capacità organizzative e speculative che permettono lo studio delle leggi naturali per poter poi, attraverso queste leggi, afferrare il meccanismo di quello che fino a quel momento è sembrato misterioso, l'arcobaleno, grazie alla scoperta di Newton, ha guadagnato in bellezza e significato, perché finalmente poteva essere capito e apprezzato appieno. Per quelli di fantasia molto più limitata, che preferiscono vedere senza capire, per gli sciocchi che credono alle favole degli dei in cammino su ponti celesti, la novità di una luce le cui manifestazioni potevano essere scritte con un'elegante espressione matematica è sicuramente stata una perdita.
L'annuncio dato da Newton delle sue scoperte non sconvolse subito il mondo. Erano talmente rivoluzionarie, talmente lontane da quello che per secoli e secoli era stato accettato universalmente, che molti esitarono ad accettarle.
Ci fu, per esempio, l'accesa opposizione di Robert Hooke, di sette anni più anziano di Newton, che occupava una posizione importante nella Royal Society, in quei giorni arbitra delle scienze. Hooke era stato sempre malaticcio. Il vaiolo gli aveva segnato la pelle, ma aveva anche dovuto guadagnarsi gli studi a Oxford servendo ai tavoli della mensa, e doversi assumere le colpe degli altri, sopportare le umiliazioni per i soprusi dei giovani della piccola nobiltà, che erano infinitamente meno intelligenti di lui, gli avevano lasciato cicatrici assai più profonde di quelle del vaiolo.
Per questo il mondo era suo nemico. Lui che era uno degli scienziati più brillanti della sua epoca, se non avesse perso tanto tempo in una disputa astiosa, avrebbe potuto benissimo occupare un ottimo secondo posto, subito dopo Newton.
In particolare prese di mira proprio Newton, per gelosia dell'unico uomo superiore a lui in intelligenza. Hooke usò la sua posizione nella Royal Society per ostacolare Newton in ogni occasione. L'accusò di avergli rubato le idee, e con questa accusa impedì quasi a Newton di pubblicare la sua opera più importante, Principia Mathematica, in cui venivano esposte le leggi del movimento e della gravitazione universale. Alla fine il libro venne pubblicato, non sotto gli auspici della Royal Society, però. Fu pubblicato a spese di un amico di Newton, Edmund Halley.
Newton, che moralmente era un codardo, incapace di affrontare apertamente un'opposizione (anche se a questo scopo usava gli amici), e che si lasciava andare all'autocommiserazione, venne angariato e tormentato dall'astioso e implacabile Hooke. Spesso, Newton giurò di abbandonare le ricerche scientifiche, e alla fine arrivò a un vero collasso mentale. Soltanto dopo la morte di Hooke, Newton si decise a pubblicare il suo "Opticks", in cui esponeva tutte le sue scoperte sull'ottica. Questo libro, apparso nel 1704, era scritto in inglese e non in latino come "Principia Mathematica". Alcuni dicono che fu fatto di proposito per limitarne la lettura fuori dall'Inghilterra, e di conseguenza evitare tutte le controversie che sarebbero sorte, dato che Newton, per diversi motivi, non era molto popolare sul continente.
L'opposizione al concetto che la luce bianca fosse una mescolanza di colori non cessò nemmeno dopo la pubblicazione di "Opticks". Nel 1810, in Germania, venne pubblicato un libro intitolato "Farbenlehre" («Scienza dei Colori») in cui si affermava che la luce bianca era pura e senza mescolanze. Ne era autore il più grande di tutti i poeti tedeschi, Johan Wolfgang von Goethe, il quale aveva svolto un rispettabile lavoro scientifico.
Comunque Goethe si sbagliava, e il suo libro venne presto dimenticato, come meritava. Oggi lo si ricorda solo come l'ultimo gemito d'agonia contro la rivoluzione ottica di Newton.
Ma c'è ancora una cosa da dire. Gli esperimenti ottici di Newton, come ho accennato prima, non furono fatti al solo scopo di spiegare l'arcobaleno. Newton era molto più interessato alla ricerca di un modo per correggere il difetto base dei telescopi che, fin dai tempi di Galileo, mezzo secolo prima, venivano usati per studiare i cieli.
Fino a quel momento tutti i telescopi usavano lenti che rifrangevano la luce e che davano immagini orlate di colore. Gli esperimenti di Newton sembravano provare che il colore veniva inevitabilmente prodotto dal processo di rifrazione che formava lo spettro, e che nessun «telescopio a rifrazione» avrebbe potuto eliminare gli orli colorati.
Newton continuò gli studi fino a escogitare un telescopio che faceva uso di specchi e riflessioni. Così è nato il «telescopio a riflessione» che oggi domina il campo dell'astronomia ottica.
Tuttavia, Newton sbagliava credendo che i telescopi a rifrazione non avrebbero potuto mai evitare gli orli colorati. Nei suoi meravigliosi esperimenti di ottica, Newton aveva trascurato un piccolo particolare. Ma questa è un'altra storia.

FINE