Science Fiction Project - Free Culture
Urania - Asimov d'appendice
* * Back * *

TECNOSTORIA USA - Isaac Asimov
Titolo originale: Making it! / Moving ahead / To the top

Parte I

Conosco una donna, figlia di uno scienziato molto noto, che, avendola io una volta presentata come figlia di questo scienziato, è andata su tutte le furie. Voleva tenerlo per sé. E aveva tutte le possibilità di farlo, dato che prima del matrimonio portava un cognome molto comune (niente impedisce che un uomo di scienza si chiami Smith) e che dopo il matrimonio il suo cognome era completamente cambiato. Bastava che nessuno facesse la spia.
La mia bellissima figlia, bionda, con gli occhi azzurri (che frequenta il secondo anno d'università, e non è ancora sposata) non ha questa possibilità perché il suo cognome la tradisce immediatamente. Per fortuna, a lei non importa, in parte perché è orgogliosa di me, e in parte perché questa parentela le serve da ottimo rompighiaccio quando conosce gente nuova. Non solo, ma lei ne ha fatto un'arte di tutta la faccenda. Di recente mi ha fatto una chiamata interurbana (spese a mio carico, naturalmente) per raccontarmi un episodio particolarmente significativo.
La scena si svolge in un punto imprecisato di Harvard. Mia figlia Robyn e un paio di amici stanno chiacchierando con alcuni studenti di Harvard, e a un certo punto decidono di presentarsi.
Robyn (allegramente): - E io sono Robyn Asimov.
Giovane (elettrizzato): - Ehi, non mi dirai che sei parente di Isaac Asimov! Non è mica tuo zio, per caso?
Robyn (sdegnata): - Certo che non è mio zio.
Giovane (deluso): - Oh.
Robyn (dopo un'abile pausa a effetto): - È mio padre.
Per mancanza di termini adeguati, Robyn ha rinunciato a descrivermi l'esplosione che è seguita, però mi ha garantito che è stata assai soddisfacente. Mi sono messo a ridere (Robyn possiede il mio stesso senso di autoironia umoristica) e ho detto, affettuosamente: - Credo che tu sia proprio mia figlia. - Non che in proposito sia mai esistito il minimo dubbio, sia chiaro.
Ora, dal momento che questo articolo uscirà più o meno durante le celebrazioni del bicentenario della guerra d'Indipendenza (1775-1783), tornerò ai giorni della rivoluzione, e intendo far notare che l'America, intesa come Stati Uniti, è tecnologicamente figlia della Gran Bretagna, e che, nonostante la ribellione da un lato e il ripudio dall'altra, la parentela si vede. E adesso lasciate che vi spieghi.
Duecento anni fa, quando ha dichiarato la sua indipendenza, la nostra nazione non era una società industrialmente sviluppata, nemmeno secondo lo standard del tempo. Era quasi interamente rurale, e qualsiasi cosa che richiedesse anche la minima sofisticazione di manifattura doveva essere acquistata all'estero.
Infatti le colonie americane erano state tenute di proposito sottosviluppate dalla Gran Bretagna che voleva servirsi di queste colonie come fonte di materiali grezzi (ceduti a basso costo esclusivamente a lei) e come mercato per i prodotti finiti (venduti ad alto costo da lei soltanto). In questo modo la Gran Bretagna traeva grande profitto a spese delle colonie, e logicamente questa politica finì con l'indignare i coloni.
Come conseguenza, il desiderio di svincolarsi dalle misure restrittive imposte dalla Gran Bretagna all'economia delle colonie sfociò in una lotta fatta prima di contrabbando, poi di boicottaggio e, alla fine, quando la Gran Bretagna adottò misure di rigore, le colonie passarono all'uso delle armi. (Non voglio sembrare cinico, ma la principale «libertà» in discussione era quella di stabilire chi avesse il diritto di fare quattrini: se i mercanti e i proprietari terrieri inglesi, o i mercanti e proprietari terrieri americani. Comunque gran parte del risultato finale di questa lotta economica fu dovuta a tutte le altre libertà elencate nella Carta dei Diritti, ed è per queste che sono contento.)
Alla fine, nel 1783, quando il governo della Gran Bretagna fu costretto, con grande riluttanza, a riconoscere l'indipendenza degli Stati Uniti, il maggiore sentimento degli inglesi verso di noi non fu certo d'amore.
L'inimicizia spinse gli inglesi a trovare motivi per conservare certe basi sul suolo americano, e armare clandestinamente gli indiani del nordovest, e ostacolare in cento modi il nostro commercio. Se non fosse stato per la Rivoluzione Francese e l'inizio delle guerre Napoleoniche, i nostri cosiddetti cugini d'oltre oceano avrebbero continuato a tormentarci proseguendo la guerra coi mezzi economici fino a farci crollare, o a dividerci in staterelli sempre più deboli. Grazie al maggior pericolo che li minacciava dall'altra parte della Manica, dovettero smettere di occuparsi di noi.
Comunque, l'aspetto più sottile e pericoloso dell'inimicizia britannica stava nella sfera tecnologica, e di questo si parla raramente nei libri di storia. Vediamo, dunque.
La Gran Bretagna, anche durante la Rivoluzione Americana, si stava industrializzando in un modo nuovo, un modo che il mondo non conosceva ancora.
L'industria britannica stava addomesticando l'energia inanimata per sostituirla al lavoro dei muscoli umani. In realtà esistevano già applicazioni del «principio motore» (macchine per trasformare l'energia inanimata in lavoro) basate sul vento e sull'acqua, ed esistevano da quando l'uomo aveva usato la vela, il mulino ad acqua, e il mulino a vento. Ma nel 1769 l'ingegnere scozzese James Watt progettò una macchina a vapore che era un perfezionamento di modelli precedenti, e che fu il primo principio motore pratico basato sul calore sprigionato da un combustibile.
Il combustibile poteva venire bruciato ovunque, così l'energia non dipendeva più dalla località, come avveniva per l'energia-acqua che poteva essere sfruttata unicamente in certi punti di certi fiumi. Il carburante poteva venire bruciato in qualsiasi momento e così l'energia non dipendeva dai capricci della natura, come dal levarsi o dal cadere del vento. Il carburante poteva venire bruciato in qualsiasi quantità, e così le necessità dell'uomo non rimanevano sottoposte alla quantità dell'acqua e alla forza del vento, variabili da un'ora all'altra.
Nel 1774, alla vigilia della Rivoluzione Americana, Watt fondò una società e cominciò a produrre commercialmente le macchine a vapore. Nel 1781, quando la battaglia di Yorktown decise la lotta in favore dell'America, Watt escogitò degli attacchi meccanici che convertivano ingegnosamente il movimento a va e vieni del pistone a vapore nel movimento rotatorio della ruota, e grazie all'uno e all'altro di questi movimenti, la macchina a vapore poteva venire usata per diverse attività. Quasi subito, per esempio, le fonderie se ne servirono per azionare mantici che spingevano aria nelle fornaci, e per azionare i martelli che frantumavano i minerali metallici.
Un importante passo successivo fu fatto da Richard Arkwright, nato a Preston, nel Lancashire, il 23 dicembre 1732, ultimo di tredici fratelli. In gioventù aveva fatto il barbiere e il fabbricante di parrucche, e aveva messo le basi della sua fortuna con un procedimento segreto per tingere i capelli. Nel 1769, Arkwright aveva brevettato un apparecchio che attorcigliava il filo riproducendo meccanicamente i movimenti che venivano fatti di solito dalla mano umana.
Naturalmente sarebbe stato di scarsa utilità avere una macchina che imitava la mano, se ad azionare la macchina doveva sempre esserci una mano. Ma quella macchina poteva venire azionata da qualcosa di meno abile della mano umana. Per azionare le sue filatrici meccaniche, Arkwright si era servito prima di animali, e poi della forza idraulica. Nel 1790 cominciò a usare la macchina a vapore, e quel momento segnò una svolta decisiva: era nata la fabbrica moderna. Arkwright morì, milionario, nel 1792.
Agli inizi, il nuovo sistema presentò i suoi lati negativi. Si ebbero licenziamenti in massa, perché in quel periodo la società non sentiva nessuna responsabilità verso i lavoratori, e del resto non ci si poteva aspettare molto da chi condannava all'impiccagione quelli che erano costretti a rubare il pane per nutrire i figli affamati. E dal momento che la supervisione umana alle macchine non richiedeva né esperienza, né forza, vennero impiegati i bambini, la cui mano d'opera costava molto meno. Non è il caso di elencare i crimini commessi contro i bambini in quei primi tempi della fabbrica moderna. L'unica cosa ancora più incredibile della crudeltà verso i minori era la totale indifferenza di tanta gente fondamentalmente onesta, nei confronti del problema. Comunque, alla fine, gli errori vennero corretti, e rimasero i benefici.
Quando altri settori dell'industria tessile vennero meccanizzati, fu possibile produrre tessuto in tale quantità e a prezzo talmente basso che una maggiore percentuale di esseri umani riuscì a vestire in modo più decente di quanto non fosse possibile prima. Dato che gli indumenti e tutti gli altri beni di consumo prodotti dalle fabbriche che sorgevano dovunque dovevano essere venduti ai comuni mortali, questi cominciarono a venire considerati come clienti e, in veste di clienti, acquistarono più valore di quanto non ne avessero avuto come «valvassori» e come «paggi». La Gran Bretagna fu quindi costretta a imboccare la strada della democrazia.
La Gran Bretagna possedeva il carbone per far funzionare le macchine, le navi per trasportare i prodotti e l'esperienza necessaria per sviluppare la sua industrializzazione. Così divenne la più ricca e la più potente nazione del mondo. Mantenne questa sua posizione per tutto il diciannovesimo secolo, e in quel periodo si costruì (a spese dei popoli non industrializzati) il più grande impero che il mondo avesse mai visto.
L'industrializzazione della Gran Bretagna, arrivata proprio nel momento in cui gli Stati Uniti si erano affrancati dal capestro inglese, rischiò di annullare tutti i vantaggi che i coloni pensavano di essersi conquistati ottenendo la «libertà». Quale libertà potevano avere se la Gran Bretagna riusciva a produrre indumenti in tanta quantità e di tale qualità per cui il prodotto americano non poteva assolutamente essere competitivo? Gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a vendere il cotone (e gli altri materiali grezzi) alla Gran Bretagna al prezzo stabilito da lei, e a comprare i tessuti (e gli altri prodotti finiti) dalla Gran Bretagna, sempre al suo prezzo. Se continuava a essere la Gran Bretagna quella che stabiliva i prezzi, allora noi saremmo stati gli sconfitti e lei la vincitrice.
In poche parole, la nostra ribellione e la guerra d'Indipendenza si sarebbero rivelate inutili. È così che funziona il colonialismo, sia che la colonia appartenga apertamente alla nazione che la sfrutta, sia che asserisca di autogovernarsi.
L'unico modo per gli Stati Uniti di uscire da quel vicolo chiuso era di sviluppare una propria industria tessile. Ma come? Gli Stati Uniti, certo, avevano uomini d'ingegno (c'era stato Benjamin Franklin, per esempio) ma la sola ingegnosità non bastava ad affrettare il ritmo di produzione. Se si volevano ottenere questi ritmi bisognava rubare agli inglesi i loro segreti.
Badate, non era facile. La Gran Bretagna sapeva benissimo che ricchezza e potenza dipendevano dalla possibilità di mantenere, e meglio ancora estendere, la sua posizione di predominio sul resto del mondo, e fece di tutto per riuscirci. Venne proibita l'esportazione dei progetti delle nuove macchine, e non fu permesso l'espatrio degli ingegneri esperti nelle nuove tecnologie. Era rigorosamente logico che gli inglesi decidessero di non concedere agli americani, soprattutto agli americani, i loro segreti.
Le nuove macchine tessili furono per gli inglesi del 1790 quello che poi fu la bomba nucleare per gli americani del 1945. D'altra parte, gli americani del 1790 erano tanto avidi di conoscere le nuove macchine tessili quanto lo fu l'Unione Sovietica del 1945 di conoscere la bomba nucleare.
Gli Stati Uniti fecero allora esattamente quello che ci si può aspettare in quelle condizioni: cercarono dei traditori. La storia, è inutile dirlo, si ripete.
E arriviamo a Samuel Slater, nato a Belper, nel Derbyshire, il 9 giugno 1768. Slater era stato apprendista presso un socio di Richard Arkwright. Dato che lavorava alle macchine tessili, le conosceva alla perfezione. Ma la società inglese era rigorosamente classista, e quindi era difficile ottenere una mobilità verticale. Slater capì che le sue possibilità di carriera erano assai limitate.
(Arkwright, per dire la verità, da un inizio insignificante era arrivato a una posizione di prestigio, alla ricchezza e anche alla nobiltà, ma quella era stata una eccezione. Eccezioni di questo genere sono, anzi, negative, perché aiutano a conservare un sistema fornendo la vernice che serve a nascondere le ingiustizie: il successo del singolo serve a giustificare e stendere un velo sulla repressione di decine di migliaia.)
Slater pensò che avrebbe avuto miglior fortuna oltreoceano, dove una società giovane, e anche caotica, metteva ricchezza e prestigio a portata di mano, soprattutto considerando che gli Stati Uniti offrivano grossi vantaggi di tutti i generi a chi poteva fornire certe informazioni.
Naturalmente, Slater non poteva portare con sé i disegni delle macchine, quindi imparò pazientemente a memoria tutti i dettagli. Dopo tutto, le autorità non avevano modo di scoprire quello che lui nascondeva nel cervello. Però non poteva emigrare come ingegnere, e così si qualificò bracciante agricolo, e poté lasciare l'Inghilterra.
Passò al nemico, quindi. Come altro si potrebbe dire?
Arrivato a New York nel 1789 si mise in contatto con i Brown, i più ricchi mercanti di Rhode Island. (La Brown University prende il nome da Nicholas Brown, il cui denaro servì alla sua fondazione, e Slater trattò con Moses Brown, figlio di Nicholas.) Nel 1793, Slater, lavorando a memoria, costruì a Pawtucket la prima fabbrica attrezzata con le nuove macchine, le prime che gli Stati Uniti videro sul proprio territorio. Poi costruì altre fabbriche nel New England.
Questo fu solo l'inizio, ma anche la Dichiarazione d'Indipendenza era stata solo un inizio. Il fiorire di Slater andò di pari passo con l'affermarsi della Dichiarazione, e alla fine gli Stati Uniti diventarono una potenza industriale.
Se George Washington fu il padre della sua nazione, Samuel Slater fu il padre dell'industrializzazione della sua patria adottiva. Purtroppo, mentre la politica e la guerra vengono considerate affascinanti, l'economia è ritenuta noiosa. Lungi da me ogni intenzione censoria. Ho scritto dozzine di libri in cui tratto ampiamente di politica e di guerre, e solo di sfuggita dell'economia, proprio perché le prime sono affascinanti e la seconda noiosa. Quindi non posso biasimare chi è o è stato dello stesso parere. Così, in virtù di questa concezione, mentre George Washington permea di sé lo spirito della nazione, e tutti ne parlano, Samuel Slater rimane virtualmente sconosciuto, anche se con la sua opera ha spalancato la via alla vera indipendenza più di quanto abbia potuto fare Washington che non era sostenuto economicamente.
Per dire la verità sul confine nord del Rhode Island c'è Slaterville, un centro che prende il nome da Slater, ma non posso fare a meno di chiedermi quanti, in quella località, sanno chi è l'uomo che ha dato il nome alla loro città, e che cos'ha fatto.

Il 1793 fu per gli Stati Uniti l'anno della Rivoluzione Industriale. La nazione non sarebbe più dipesa in nessun modo dalla Gran Bretagna. Aveva conquistato l'indipendenza politica, e adesso doveva lottare per conquistarsi anche quella economica.
Naturalmente, nell'ambito del territorio esistevano certi problemi locali che la nazione come tale aveva evitati. Il New England e, anche se in percentuale minore, gli altri stati del nord, si erano industrializzati, mentre gli stati del sud, ancorati ai privilegi di un'esistenza comoda e facile basata sulle tradizioni conservatrici di una società che si reggeva sulle fatiche degli schiavi piuttosto che sulle macchine, rimasero rurali.
Fu un errore gravissimo, perché quegli stati divennero colonie del nord industrializzato, e in particolare del New England. Le filande del New England comperavano il cotone a basso prezzo e rivendevano gli indumenti a prezzo elevato. Barriere tariffarie impedivano agli stati del sud di trattare con altri a condizioni più favorevoli. La tanto vantata cavalleria dei proprietari di piantagioni non impedì loro di indebitarsi fino alle cavalleresche orecchie con i capitalisti del nord.
Negli Stati Uniti del 1850 quello della schiavitù era un problema scottante, e determinante, proprio come lo era stato il peso dell'ingerenza inglese per le colonie del 1760, ma in entrambi i casi fu il problema economico ad accendere la miccia delle vere ostilità. Gli stati industrializzati del nord prosperavano, e la loro popolazione aumentò, e il governo americano, che era nelle mani dei grandi centri (quelli che disponevano di più voti) si organizzò in modo da favorire coloro che già erano i più favoriti.
Gli stati del sud arretrarono sempre più in una posizione di sudditanza coloniale, posizione che rischiava di diventare permanente, a meno che non si trovasse una soluzione drastica. Il sud cercò di aumentare la sua potenza espandendosi a spese del Messico (nonostante le obiezioni del nord) poi, visto che la cosa non funzionava, decise di staccarsi dall'Unione e formare una sua Confederazione.
Gli stati del sud non riconobbero mai (o non vollero ammetterlo) che fu la scelta di restare società schiavista anziché diventare società moderna, a indebolirli, e non si resero conto che non avrebbero mai potuto vincere. Anche raggiungendo una loro «indipendenza» non avrebbero potuto vincere.
La nuova Confederazione avrebbe forse avuto qualche speranza nel caso in cui la vittoria si fosse potuta determinare in modo militare, sul campo di battaglia. La popolazione dei Confederati era sostanzialmente inferiore a quella dell'Unione, ma questo non era determinante.
La Confederazione aveva i generali migliori (Robert E. Lee è stato senza dubbio il più grande comandante che sia mai nato negli Stati Uniti), la cavalleria migliore, e i migliori soldati. E aveva il vantaggio di doversi soltanto arroccare in difesa.
Mentre l'Unione, per vincere, doveva avanzare, conquistare il territorio della Confederazione (che era esteso e con pochi centri vitali), consolidare la conquista, e combattere contro una resistenza disperata, i Confederati dovevano impegnarsi unicamente a bloccare le truppe dell'Unione. Loro non dovevano invadere gli stati del nord, loro non stavano combattendo per conquistare territorio. Ai Confederati bastava resistere, in tutti i modi. Resistere fino a quando l'Unione si fosse stancata e avesse desistito.
Adesso sappiamo quello che può succedere. Nell'ultimo deplorevole conflitto, gli Stati Uniti per vincere dovevano sbaragliare i Vietcong e i Nordvietnamiti, mentre per questi non era affatto necessario sbaragliare gli Stati Uniti sul campo di battaglia. Non avevano, insomma, la necessità di vincere nella maniera convenzionale. Dovevano soltanto resistere a tutti i costi, fino a che gli Stati Uniti non si fossero stancati, in tutti i sensi, di quella disgustosa faccenda. Lo fecero, e vinsero una guerra di cui non avevano in realtà vinto una singola battaglia.
Allora, tra l'altro, la Confederazione si aspettava di vedere schierarsi al suo fianco le nazioni industrializzate d'Europa, specialmente la Gran Bretagna. Secondo il punto di vista dei Confederati, la Gran Bretagna aveva bisogno del cotone della Confederazione per le sue industrie tessili, e piuttosto che rischiare la rovina economica, gli inglesi avrebbero infranto il blocco navale dell'Unione per assumere il ruolo di arsenale della schiavocrazia.
Questa logica non funzionò. La Gran Bretagna non si schierò apertamente con la Confederazione. Le classi dominanti inglesi l'avrebbero fatto volentieri, se non altro per indebolire gli Stati Uniti e risucchiare l'America nella sfera del proprio sfruttamento, ma non arrivarono mai a fornire ai Confederati l'aiuto decisivo. In gran parte questo fu dovuto al fatto che gli operai tessili inglesi, i quali erano rimasti senza lavoro quando le fabbriche avevano dovuto chiudere per mancanza di cotone, erano scesi in piazza a dimostrare contro la Confederazione, che avrebbe potuto ridare loro un posto di lavoro, e della quale fra l'altro condannavano il sistema schiavista. Quello fu un esempio raro nella storia dell'uomo: la vittoria dell'idealismo a lungo termine sui vantaggi immediati.
Come mai l'Unione non si stancò nella Guerra Civile, mentre un secolo più tardi gli Stati Uniti si stancarono nella guerra nel Vietnam? Primo motivo, la Guerra Civile era più sentita, molto di più. Secondo, l'Unione ebbe allora l'incredibile fortuna di avere Abramo Lincoln come presidente, con tutto quello che Lincoln significava.
L'allora presidente degli Stati Uniti aveva una meta ben chiara nella mente, e nonostante le ripetute sconfitte sul campo di battaglia, nonostante che avesse spesso a che fare con la stupidità, la corruzione, e i tradimenti, per quanto sulle sue spalle gravasse un peso superiore alle possibilità di qualsiasi uomo, Lincoln non si stancò mai, non cedette mai, non perse di vista per un attimo l'obiettivo finale, né perse mai un briciolo del salutare umorismo che gli vivacizzava la mente, o del calore umano che caratterizzava il suo cuore. Ma basta con questo argomento, se no non la smetto più.
Tuttavia supponiamo che Lincoln avesse perso la sua guerra, supponiamo che gli inglesi fossero intervenuti, e supponiamo infine che i Confederati avessero dettato una pace che li lasciava indipendenti dall'Unione, con la Gran Bretagna pronta a tutelare questa indipendenza da futuri tentativi americani di predominio. Sarebbe stata una vittoria per la Confederazione?
Niente affatto. Gli stati del sud non ci avrebbero guadagnato niente. Finché la loro economia fosse rimasta essenzialmente agricola, basata sul lavoro degli schiavi, in un modo o nell'altro sarebbero restati una colonia. Avrebbero ottenuto unicamente di cambiare padrone: non più il New England (la Nuova Inghilterra) ma la vecchia Inghilterra. E anche la Gran Bretagna avrebbe insistito per la liberazione degli schiavi.
La cosa, comunque, non ha importanza, dato che la Confederazione non ha vinto. A vincere è stata invece l'Unione. Perché ha vinto?
Non per il mancato intervento della Gran Bretagna. Questo ha dato unicamente all'Unione la possibilità di non perdere. E non perché Lincoln era Lincoln. Questo significava unicamente che l'Unione non avrebbe mai ceduto. Ecco il motivo per cui ha vinto l'Unione.
Per capire bene, torniamo al primo periodo della Repubblica.

Nei giorni in cui gli Stati Uniti stavano conquistando la loro indipendenza, sul trono di Prussia sedeva Federico II. Aveva vinto diverse guerre contro le più potenti monarchie che lo circondavano, e per questo è comunemente conosciuto come «Federico il Grande». Fu l'ultimo monarca a ricevere questo titolo. Nel 1783, quando l'indipendenza americana era confermata di fatto. Federico II era settantunenne, aveva regnato per 43 anni, e gli restavano soltanto tre anni di vita. Era il più vecchio statista d'Europa, era tutt'altro che stupido, e aveva una precisa teoria sulla giovane nazione d'oltreoceano: disse che non sarebbe sopravvissuta.
Il suo ragionamento era logico. La nuova nazione chiamata Stati Uniti era troppo estesa e troppo scarsamente popolata per restare unita. Per un monarca abituato a reggere una piccola nazione circondata da altre più o meno piccole nazioni era un punto di vista ineccepibile. Le dimensioni di uno stato per lui erano un fattore indispensabile. E avrebbe anche potuto avere ragione se fosse stata esatta anche la sua supposizione implicita che la tecnologia sarebbe rimasta immutata.
Se pensiamo agli Stati Uniti nascenti, senza il beneficio del senno di poi, si riesce a capire su cos'era fondata la teoria di Federico II. Gli Stati Uniti erano una raccolta di tredici stati ben distinti, ciascuno geloso della propria sovranità, e ciascuno sospettoso verso gli altri. Alla lunga, la loro unione si sarebbe spezzata.
La Costituzione tendeva a un cambiamento in meglio, perché dava vita a un Governo Federale sovrapposto agli stati grazie a una volontaria rinuncia, da parte di questi stati, di qualche frazione delle loro sovranità. Ma i diversi stati erano restii a interpretare questa loro resa parziale su una base più che minima. Per decenni il governo Federale fu costretto a lasciare all'iniziativa di ciascun stato le migliorie nei sistemi di trasporto e di comunicazione necessarie perché un territorio tanto vasto e spopolato restasse unito e diventasse una nazione moderna.
Nonostante le inefficienze nella realizzazione dei lavori, vennero costruite strade e canali a pedaggio, specialmente nella parte industrializzata del nord. L'opera più famosa di quel periodo fu il Canale Erie, che venne aperto nel 1825 e che servì a collegare New York all'interno. New York, che fino a quel momento era sempre stata seconda a Philadelphia, compì improvvisamente un balzo in avanti e diventò la più grande città della nazione e una delle più importanti del mondo.
Ma strade e canali avevano i loro limiti. Gli uomini possono soltanto camminare, e i cavalli possono soltanto galoppare, anche sulle strade migliori, e anche sui canali migliori le chiatte possono procedere solo a una certa velocità. Quindi anche le strade e i canali non servono a legare una nazione, se è una nazione con le dimensioni degli Stati Uniti.
Certo, l'antico Impero Romano, più grande degli Stati Uniti del 1800, era tenuto insieme soltanto da strade su cui galoppavano cavalli e marciavano eserciti, e da mari solcati da galee su cui gli uomini remavano. Ma l'Impero Romano era stato costruito con l'annessione relativamente lenta di aree per lo più già civilizzate, e al suo culmine non dovette competere con nazioni più unite e più avanzate tecnologicamente.
Il precedente Impero Persiano, esteso quanto l'Impero Romano e tenuto unito alla stessa maniera, ebbe però come antagonisti stati più piccoli ma tecnologicamente molto più avanzati. E l'Impero Persiano crollò di fronte ad Alessandro il Grande dei Macedoni, in una guerra che è sempre stata considerata una specie di miracolo, ma la cui conclusione in realtà era già scontata. Alessandro non fu per niente un Davide in lotta con Golia, fu un cacciatore opposto sì a un elefante, ma armato di fucile.
Gli Stati Uniti, in quei primi decenni d'indipendenza, si trovarono, di fronte all'Europa, nella posizione dell'Impero Persiano di fronte al mondo greco. La situazione peggiorò quando il presidente Jefferson concluse nel 1803 l'acquisto della Louisiana, raddoppiando l'estensione degli Stati Uniti, senza raddoppiare l'abilità di tenere unito l'immenso territorio contro la tensione delle pressioni esterne.
Quello che ci salvò fu, in primo luogo, l'effetto isolante di tremila miglia di oceano tra noi e l'Europa. Secondariamente, la Gran Bretagna, che sola tra tutti gli stati europei poteva attraversare liberamente l'oceano, era occupata a fronteggiare Napoleone. (Alla fine la Gran Bretagna fu costretta a entrare in guerra con noi, nel 1812, e pur con i due occhi puntati su Napoleone, pur dedicandoci soltanto qualche occhiata occasionale, pure impegnata su campi di battaglia tremila miglia lontani, ci diede filo da torcere.)
Ma se sono state le circostanze a salvarci agli inizi, difficilissimi, che cosa ci ha dato forza (anche se il nostro territorio era diventato più grande di quanto lo fosse tutta l'Europa), e ci ha impedito di crollare sotto lo sforzo di una tremenda Guerra Civile?
La risposta sta nelle conquiste della tecnologia, e per i dettagli dovremo aspettare il prossimo articolo.

Parte II

A volte la gente diventa intollerante nei miei confronti perché dico che non si può capire con chiarezza tutto quello che è successo nella storia dell'umanità, se non si tiene conto degli effetti del cambiamento tecnologico. Una ventina di anni fa un mio amico continuava a ripetermi: - Come me le spieghi le Crociate in termini di cambiamento tecnologico?
Io sapevo che cosa voleva dire. Secondo lui era stata tutta una questione di fanatismo religioso, di nobili cavalieri tutti presi dalla visione della Terra Santa calpestata dai «cani miscredenti».
Ci pensai a lungo, e un bel giorno gli risposi: - Verso l'anno mille, le provincie europee occidentali dell'Impero Romano segnarono una ripresa dal collasso tecnologico. L'invenzione dell'aratro forgiato nel metallo rese possibile dissodare in maniera efficace gli umidi terreni dell'Europa nordoccidentale. L'invenzione del collare e dei ferri da cavallo portò come conseguenza all'uso del cavallo, appunto, animale più efficiente del bue, per i lavori nei campi. E il tutto portò ad un aumento nella produzione di cereali e vegetali e a un conseguente aumento della popolazione. Ora, poiché la terra restava quella che era mentre il numero dei nobili cresceva in maniera particolare (erano quelli che mangiavano meglio), l'estensione media dei feudi diminuì sensibilmente, e aumentò quindi il numero dei cavalieri senza terra. Con le loro eterne lotte, questi resero incandescente il nord-ovest europeo, e così nel 1095, il Papa fu felicissimo di liberarsi di un bel po' di loro spedendoli a oriente per decimarsi nella guerra contro i miscredenti. La religione quindi fu una scusa, non la causa di base.
Il mio amico, allora, non si convinse, mi chiedo però che cosa direbbe oggi. Nel Libano (che fece parte del Regno di Gerusalemme fondato dai Crociati nel 1099) nel momento in cui scrivo è in corso una guerra civile tra musulmani e cristiani, guerra in cui i cristiani sono in forte minoranza, e sicuramente verranno sconfitti entro breve tempo. Nove secoli fa, ogni Crociata iniziò esattamente in questa situazione. Anche nel 1958 scoppiò in Libano una guerra civile simile, per quanto meno disastrosa. Quella volta Eisenhower fece intervenire i marines.
E oggi? È forse a causa del declino di fervore religioso in occidente? In parte, immagino (e questo è dovuto per lo più allo sviluppo della tecnologia basata sulla scienza, verificatasi negli ultimi secoli).
È forse a causa del fatto che grazie alla Riforma Protestante e alla crescita del laicismo la cristianità occidentale non presenta più un fronte unito? In parte, immagino (certo sia la Riforma sia il laicismo si sarebbero sviluppati meno senza l'invenzione della stampa).
Ma qualcuno dubita forse che si tratti per lo più di un caso di religiosità messa a tacere dalla paura di un embargo del petrolio, paura dettata da ragioni tecnologiche perfettamente comprensibili?
Oppure, prendiamo come esempio qualcosa che sembra ancora più estraneo alla tecnologia di quanto lo siano state le Crociate: la qualità (così com'è) dei miei scritti.
Spesso i recensori parlano del mio «entusiasmo», della mia «vivacità», del mio «calore». Tutti i miei scritti sembrano permeati da una sorta di passione per gli argomenti trattati, e qualcuno pensa magari che dipenda dalla mia personalità estroversa e particolarmente esuberante.
Non posso negare di essere estroverso ed esuberante, certo, ma c'entra anche la tecnologia. La mia esuberanza riesce a trasparire dai miei scritti grazie al fatto che non evapora nel processo di convertire il pensiero in parole. Io formulo rapidamente parole e frasi, e ho bisogno di un apparecchio che le metta sulla carta alla stessa velocità con cui mi nascono nel cervello.
Quindi una penna d'oca non è adatta. Come non lo sono una cannuccia col pennino, una penna stilografica, o una penna a sfera. Certo posso, e l'ho fatto, scrivere articoli e racconti di dieci e più pagine servendomi di carta penna e calamaio, ma mi riesce faticoso, e non posso lavorare a lungo in questo modo. E se questo fosse l'unico sistema per scrivere, la qualità dei miei scritti sarebbe diversa, sicuramente meno vivace. Anche una macchina da scrivere normale non va bene, perché dopo un'ora passata a pigiare sui tasti, mi esaurisco.
Quello che mi serve è una macchina da scrivere elettrica, che richiede il minimo sforzo fisico di sfiorare i tasti, e con la quale posso fare le mie trecento battute al minuto per tutta la durata di una giornata lavorativa di media lunghezza, quando sono in vena. Una macchina da scrivere così mi permette di vedere quello che scrivo (dettare è come percorrere una strada tenendo un occhio chiuso) e di seguire la mia velocità di pensiero, tanto da non perdere niente dei miei fermenti nell'irrilevante processo di premere un tasto dietro l'altro.
Detto questo, torniamo ad analizzare la storia americana in termini di conquiste tecnologiche.

Come ho scritto nell'articolo precedente, Federico il Grande predisse che gli Stati Uniti erano troppo estesi per restare uniti. Eppure sono riusciti a restare insieme, perfino sotto la forza disgregatrice della più violenta guerra civile che sia mai stata combattuta.
Fu una questione di trasporti e di comunicazioni. Federico riteneva che né i messaggi né i vettovagliamenti avrebbero potuto viaggiare da un capo all'altro della nuova nazione con rapidità sufficiente, e così le diverse parti avrebbero perso il contatto tra loro, e alla fine se ne sarebbero andate ciascuna per conto suo.
Non gli era venuto in mente che potevano verificarsi cambiamenti fondamentali nei sistemi di trasporto e di comunicazione. E perché mai avrebbe dovuto pensarci? Per quattromila anni non ce n'erano stati. Certo la macchina a vapore era stata inventata e rappresentava una nuova fonte di energia, ma stava appena cominciando a mostrare le sue potenzialità nel momento in cui gli Stati Uniti conquistavano il riconoscimento della propria indipendenza, e a Federico ne sfuggì il significato.
Ma non sfuggì ad altri. Se la macchina a vapore poteva far girare una ruota in uno stabilimento tessile, avrebbe potuto anche far girare una ruota sul fianco di un battello, e se questa ruota veniva munita di pale, la macchina a vapore sarebbe diventata, in un certo senso, uno schiavo meccanico e instancabile capace di spingere avanti l'imbarcazione nonostante il vento e le correnti.
Il concetto base era semplice, e John Fitch (nato a Windsor, nel Connecticut, il 21 gennaio 1743) ci aveva già pensato nel 1785. Nel 1790 un battello a vapore svolgeva già un servizio regolare lungo il fiume Delaware, da Philadelphia a Trenton e viceversa.
Disgraziatamente John Fitch era un uomo sfortunato. Non gli era mai andato bene niente. Aveva avuto poca istruzione, ed era stato perseguitato prima da un padre arcigno e poi da una moglie asfissiante (che lui lasciò). Era riuscito a fare qualche soldo con una fabbrica d'armi durante la guerra d'Indipendenza, ma era stato pagato in valuta europea che perse ogni valore. L'ultimo periodo della guerra, lo passò come prigioniero inglese.
Anche con il suo battello a vapore perfettamente navigante, dopo gli sforzi sovrumani per aumentare il capitale e risolvere gli aspetti legali con cinque stati diversi, Fitch scoprì di non riuscire a convincere la gente a viaggiare con quel battello. I finanziatori ritirarono i capitali, e nel 1792, quando una tempesta distrusse la sua nave, lui si trovò rovinato.
Andò in Francia per ritentare, ma era il 1793, il periodo più turbolento della Rivoluzione Francese, e non riuscì a ottenere fondi. Tornò negli Stati Uniti, e morì a Bardstown, nel Kentucky, il 2 luglio 1798, probabilmente suicida.
Credete forse che con questo le sue sfortune fossero terminate? Niente affatto. Fitch ha inventato la nave a vapore, ma quanti lo sanno? Chiedete a chiunque, e tutti vi diranno che è stato Robert Fulton a inventarla.
Fulton era nato il 14 novembre 1765 a Little Britain, in Pennsylvania (una città che adesso si chiama Fulton). Pressappoco nel periodo in cui Fitch morì, Fulton, che dopo la guerra d'Indipendenza era andato in Gran Bretagna, cominciò a pensare alle navi a motore.
Nel 1797 si spostò in Francia, e là, per diversi anni, tentò di progettare un sottomarino funzionante. Il suo modello migliore venne realizzato nel 1801 e fu chiamato Nautilus. Se non altro fu il nome ad avere un grande successo. Nel 1870 Giulio Venie scrisse «Ventimila leghe sotto i mari» e chiamò Nautilus il sottomarino del suo capitano Nemo, ispirandosi all'imbarcazione di Fulton. Poi, nel 1955, gli Stati Uniti vararono il primo sottomarino nucleare, e lo chiamarono Nautilus, ispirandosi all'imbarcazione di Nemo.
Fulton studiò anche navi di superficie e cercò di far navigare un battello a vapore su e giù per la Senna. Non funzionò, e per quanto Gran Bretagna e Francia (agli inizi di una guerra che durò vent'anni) fossero entrambe interessate alla propulsione a vapore per scopi bellici, nessuna delle due nazioni si sentì di investire forti capitali per le ricerche.
Nel 1806 Fulton tornò negli Stati Uniti e continuò i suoi esperimenti sul fiume Hudson. Aveva, allora, il sostegno finanziario di Robert R. Livingston (uno del comitato dei cinque che aveva steso la Dichiarazione d'Indipendenza, ministro plenipotenziario degli Stati Uniti in Francia nel periodo in cui Fulton era a Parigi). Fulton costruì un battello a vapore che chiamò Clermont. Il 7 agosto 1807, il Clermont cominciò a risalire il fiume Hudson. Raggiunse Albany in 32 ore mantenendo una velocità media di 8 chilometri (5 miglia) all'ora.
Per quanto non sia stato Fulton a costruire il primo battello a vapore funzionante, fu lui il primo a costruirne uno in grado di dare un profitto, ed è questo che conta. Morì di polmonite il 24 febbraio 1815. S'era ammalato stando sul ponte scoperto di un battello in costruzione, durante una giornata di maltempo. In quel periodo, comunque, esisteva già un'intera flotta operante sotto la sua direzione.
I battelli a vapore trasformarono i grandi fiumi degli Stati Uniti in strade a due sensi, percorribili cioè sia nel senso della corrente sia risalendola. Nel 1850, la navigazione a vapore sul fiume Mississippi visse il suo periodo d'oro, quello che ci viene tramandato da «Vita sul Mississippi» di Mark Twain.

Fino dai primissimi tempi il mare fu più facile da percorrere che non la terraferma. La superficie del mare era piatta e navigabile in tutte le direzioni. La terra aveva colline, paludi, rocce, deserti e, in generale, era percorribile soltanto con grande difficoltà e per mezzo delle gambe, tranne dove esistevano strade decenti. Queste però, fino al ventesimo secolo, erano così poche da poter essere considerate inesistenti.
La svolta avvenne quando la macchina a vapore fu usata per far girare le ruote di una locomotiva che poteva, a sua volta, trascinarsi dietro un treno di vetture passeggeri o di carri merci. La quantità di energia necessaria per fare girare le ruote di tutte quelle vetture su un terreno in pendenza, o roccioso, o fangoso, era impensabile, così si aggirò l'ostacolo stendendo sul terreno un paio di rotaie parallele (prima di legno, e alla fine di ferro) su cui le ruote potevano girare senza incontrare ostacoli, come una nave sul mare.
L'inventore della locomotiva a vapore fu l'inglese Richard Trevithick, nato a Illogan, in Cornovaglia, il 13 aprile 1771. Già nel 1796, Trevithick progettò locomotive a vapore, e fu il primo a dimostrare che ruote di metallo levigato potevano, su rotaie di metallo levigato, trovare la sufficiente trazione da permettere il movimento, grazie a contrappesi che premevano uno contro l'altro.
Nel 1801, Trevithick aveva già messo in funzione alcune locomotive, però, come Fitch, fu perseguitato dalla sfortuna. Le sue locomotive funzionavano, ma lui dovette affrontare problemi di vapore insufficiente, fuoco eccessivo, rottura degli assali, ostilità del pubblico, e così via. Alla fine fu costretto a rinunciare, e andò in Sud America a vendere congegni a vapore.
Come nel caso di Fitch, il merito dell'invenzione di Trevithick andò a un altro. Ma al contrario di Fitch, Trevithick visse abbastanza da vedere in opera l'invenzione.
L'inventore al quale andò il merito della scoperta fu George Stephenson, nato a Wylam, nel Northumberland, il 9 giugno 1781. Lui ebbe il vantaggio di avere un padre che lavorava con le macchine a vapore e che lo introdusse nel campo. Ed ebbe lo svantaggio di non avere istruzione e di essere analfabeta. Sui vent'anni si mise a frequentare una scuola serale per imparare a leggere e poter seguire così i lavori di James Watt.
Cominciò dunque a costruire locomotive, e nel 1825 una delle sue locomotive trascinò su rotaie trentotto piccoli carri a una velocità tra i 20 e i 25 chilometri all'ora. Quella fu la prima locomotiva a vapore pratica costruita. Nel 1830 Stephenson e i suoi collaboratori avevano otto macchine in funzione su rotaie tra Liverpool e Manchester. Per la prima volta nella storia del mondo era possibile un trasporto terrestre a una velocità superiore a quella di un cavallo da tiro.
(Il povero Trevithick era ancora in Sud America dove si trovò coinvolto nella rivoluzione coloniale contro la Spagna, e costretto a combattere al fianco dei ribelli. L'unico modo che ebbe per tornare in Inghilterra fu, ironicamente, quello di farsi prestare denaro dal figlio di Stephenson, che in quel momento si trovava in Sud America, e i cui soldi provenivano dai dividendi delle ferrovie del padre. Trevithick morì in povertà a Dartford, nel Kent, il 22 aprile 1833.)
In campo ferroviario, gli Stati Uniti andavano di pari passo con la Gran Bretagna. Nel 1825 un certo John Stevens costruì la prima locomotiva degli Stati Uniti in grado di correre sui binari. La realizzò su un tratto di ottocento metri di rotaie messe in posa vicino alla sua casa a Hoboken, nel New Jersey.
Nel 1827 venne fondata la «Baltimore and Ohio Railroad». Il 4 luglio 1828, nel 52° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, a Baltimora cominciarono i lavori della prima ferrovia passeggeri e merci degli Stati Uniti. Il primo colpo di piccone lo diede Charles Carroll che in quei giorni, a 92 anni, era l'unico firmatario ancora vivo della Dichiarazione. (Carroll morì a 95 anni, il 14 novembre 1832). Il 24 maggio 1830 fu inaugurato il primo tratto di ferrovia, lungo venti chilometri.
Gli Stati Uniti si lanciarono nell'orgia della costruzione di strade ferrate più di qualsiasi altra nazione. Dopo dieci anni avevano già steso 4.500 chilometri di rotaie, e nel giro di trent'anni arrivarono a 48.000 chilometri.

Fino a un certo punto, nella storia del mondo, trasporto e comunicazioni furono quasi sinonimi. In genere un messaggio arrivava soltanto grazie a un messaggero che aveva percorso la strada a piedi, a cavallo, per nave o, infine, per ferrovia. Gli unici messaggi che potevano arrivare prima del messaggero erano quelli trasmessi visivamente, o foneticamente: segnali semaforici, lampi di luce, segnali di fumo, tam-tam, e così via. Tutti però avevano un limite di portata. Nel sistema di comunicazioni la svolta avvenne con l'impiego della corrente elettrica.
Nel 1800 l'italiano Alessandro Volta inventò la batteria chimica, e per la prima volta venne prodotta una corrente elettrica. Nel 1820 il danese Hans Christian Oersted scoprì l'elettromagnetismo, e subito dopo il francese André Marie Ampère elaborò la teoria delle correnti elettriche. Nel 1831 l'inglese Michael Faraday introdusse il generatore elettrico, e il prezzo della corrente diminuì, tanto da poterla introdurre nell'uso quotidiano e generalizzato. Nel 1829 l'americano Joseph Henry inventò l'elettromagnete, e nel 1831 il relais elettrico e il motore elettrico. Tutte invenzioni che aprirono l'uso della corrente a svariati impieghi.
La prima applicazione strabiliante della corrente fu dovuta a un artista, Samuel Finley Breese Morse, nato il 27 aprile 1791 a Charleston, nel Massachusetts.
Morse, per me, non fu uomo particolarmente affascinante. Non aveva mai sentito nessun legame patriottico con gli Stati Uniti, e visse tranquillamente in Gran Bretagna fino alla fine della guerra del 1812. Quando tornò negli Stati Uniti, entrò in politica e si schierò con il partito Native American (un gruppo di fanatici anti cattolici e xenofobi, chiamato comunemente, e in modo appropriato, gli «Ignoranti»). Durante la Guerra Civile aveva parteggiato apertamente per il Sud, perché era un convinto razzista che riteneva la schiavitù un'ottima cosa.
Negli anni attorno al 1830 fu contagiato dalla febbre per gli esperimenti elettrici da Charles Thomas Jackson conosciuto durante un viaggio per mare. (Jackson era un tipo eccentrico, scienziato di considerevole valore, che aveva semiscoperto una infinità di cose, che era sempre in lite per la priorità di qualche scoperta, e che morì pazzo.)
Morse sapeva poco di elettricità, ma conobbe, per caso, Joseph Henry. Henry, persona di grande generosità, aiutò Morse senza riserve, rispondendo a tutte le domande e spiegandogli il funzionamento del relais elettrico. Morse, uomo di gelido egoismo, assorbì tutto, e in una successiva disputa legale sulla priorità tentò di affermare che Henry non gli aveva mai detto niente.
Sia Henry sia il fisico inglese Charles Wheatstone avevano costruito congegni funzionanti di quello che poi venne chiamato «telegrafo», però Morse aggiunse qualcosa di considerevole importanza, un sistema di segni spaziati a intervalli lunghi o brevi che potevano servire come «alfabeto Morse» per inviare messaggi. Contribuì anche a una spietata propaganda che servì a ricavare soldi dalle fonti più imprevedibili.
Nel 1840 ottenne il brevetto per il suo telegrafo, poi, nel 1843, riuscì, con un margine di sei voti, a convincere e forzare il Congresso che era contrario a stanziare la somma di 30.000 dollari per la costruzione di una linea telegrafica sui sessantacinque chilometri che separavano Baltimora da Washington. La linea venne ultimata nel 1844, e il primo messaggio di Morse, in alfabeto Morse, fu: «Che cosa ha comunicato il Signore?», una citazione della Bibbia (Numeri 23:23). Per la prima volta un messaggio senza messaggero poteva essere inviato istantaneamente a qualsiasi distanza.
Prima della fine dell'anno, il telegrafo venne usato dai giornalisti per riferire i particolari del Congresso Democratico per la designazione del Presidente. Nel giro di cinque anni venne stabilito il collegamento telegrafico tra New York e Chicago, e quando scoppiò la Guerra Civile le linee telegrafiche coprivano tutta la nazione come una rete.
Nel 1860, quindi, gli Stati Uniti erano collegati per terra, per mare e per telegrafo, e non esistevano più i presupposti di uno sfaldamento a causa della forza centrifuga su tante parti non collegate fra loro. Federico il Grande si era sbagliato. Non aveva tenuto conto dell'avanzamento tecnologico.

Eppure gli Stati Uniti minacciavano di rompersi, non per semplice mancanza di coesione, ma per le profonde e gravi diversità esistenti fra gli stati del Nord e quelli del Sud, diversità che portarono a una guerra spaventosa. Come ha fatto, in questo caso, lo sviluppo tecnologico a evitare il collasso?
Gli stati del Nord, che combattevano per l'Unione, avevano alle spalle mezzo secolo di sviluppo industriale. Producevano ferro e acciaio in tale quantità da potere stendere chilometri e chilometri di binari, e costruire con facilità le locomotive necessarie. Gli industriali, ansiosi di spedire le loro merci e comperare materiali grezzi, sollecitarono linee ferroviarie attraverso i vari stati, e l'Unione si dimostrò disposta a collaborare.
Il risultato fu che, nel 1860, due terzi del chilometraggio delle linee ferroviarie degli Stati Uniti si snodavano negli stati del Nord, e formavano una rete ben collegata.
Gli stati del Sud, invece, continuarono a credere nelle virtù del ruralismo jeffersoniano, e le grandi piantagioni furono inclini a mantenersi più autosufficienti delle fabbriche del sistema sociale del Nord. Di conseguenza, nel Sud si ebbe una spinta più debole verso lo sviluppo delle strade ferrate. Le trovavano colonialmente troppo costose, dato che tutti i materiali finiti e il personale specializzato dovevano venire dal Nord o dalla Gran Bretagna.
Inoltre, dato che il Sud era risoluto a difendere i diritti degli stati per proteggersi dal più popoloso Nord, che stava acquistando sempre più forza nell'Unione, ciascuno stato del Sud si costruì le sue ferrovie secondo le proprie convenienze, senza preoccuparsi di quello che stavano facendo gli stati confinanti. Ne risultò che la rete ferroviaria del Sud non costituì mai un tutt'uno, e i sudisti non poterono mai utilizzare appieno tutta la rete.
La Guerra Civile, combattuta da eserciti di centinaia di migliaia d'uomini su campi di battaglia che si allungavano per migliaia di chilometri, presentava, per entrambe le parti, enormi problemi di trasporti e di rifornimento. I grandi eserciti, o vengono riforniti di vettovaglie e di vestiario con mezzi di trasporto di qualsiasi genere, o si devono mantenere prendendo sul posto quello che trovano.
Dato che la guerra veniva combattuta sul territorio del Sud, gli eserciti dell'Unione provenienti dal Nord potevano, nel caso, scegliere di vivere con quello che offriva la regione, proprio come mezzo per indebolire il morale del nemico. Sia Sherman in Georgia sia Sheridan nel Shenandoah, lo fecero. Tuttavia il Nord non aveva bisogno di ricorrere a questi mezzi, se non per precisa scelta di politica militare. Le loro ferrovie funzionavano, e i loro eserciti erano ben riforniti (tranne dove fornitori disonesti e politici corrotti stringevano alleanza per smerciare viveri guasti e altri generi di scarto).
Gli eserciti del Sud, invece, saccheggiando troppo la loro terra avrebbero danneggiato la loro stessa causa. Ma non facendolo, si mettevano nei guai, perché le loro ferrovie erano inadeguate al bisogno, e quel che è peggio, a mano a mano che l'attrezzatura ferroviaria andava fuori uso, o si guastava, il Sud non aveva la possibilità di rimpiazzarla.
Ne risultò che l'esercito dei Confederati era quasi sempre alla fame, lacero, e male armato. Fecero prodigi di valore, ma con quale risultato? Gli eserciti del Nord si limitarono a resistere nell'attesa che gli operai delle fabbriche del Nord imparassero a combattere come i contadini e i cavalieri delle fattorie del Sud. Fatto questo, per il Sud fu in vista la fine.
Tra l'altro, mentre il Sud deperiva lentamente e moriva per il blocco nordista, il Nord, col durare della guerra, divenne economicamente più forte, grazie alla tecnologia.
Nel 1834, Cyrus Hall McCormick, nato il 15 febbraio 1809 a Rockbridge County, in Virginia, aveva brevettato una mietitrice meccanica, a trazione animale, che evitava la fatica di piegarsi e tagliare come era sempre stato necessario per i lavori di mietitura, e che permetteva a un uomo solo di fare il lavoro di molti.
McCormick era un sudista, ma non fu il Sud a servirsi della sua invenzione. Loro avevano gli schiavi la cui mano d'opera costava poco, e usando le macchine sarebbe sorto il problema di mantenere gli schiavi in ozio.
McCormick quindi aprì la sua fabbrica a Chicago, perché in quella zona c'era più terra che contadini per lavorarla, e questi avevano bisogno di macchine che sostituissero gli uomini. In un anno riuscì a vendere 800 mietitrici, e nel 1850 ne vendeva 4.000 all'anno.
La meccanizzazione dell'agricoltura era cominciata, e il Midwest cominciò a produrre grano in quantità mai registrata prima. Durante gli anni della Guerra Civile, il Nord vendette derrate di grano all'Europa affamata, ricevendone in cambio tutto quello di cui aveva bisogno per le sue industrie, mentre il cotone e il tabacco dei sudisti restavano a marcire sui campi e nei magazzini dietro il blocco nordista.
Nel Nord anche la perdita di mano d'opera non fu un danno grave (economicamente, intendo dire, perché nessuno può misurare le sofferenze umane provocate dalla guerra).
Nei decenni che avevano preceduto la Guerra Civile, molti emigranti si erano spostati al Nord, dove c'erano fabbriche, fattorie, ferrovie in cerca di personale, e famiglie ricche che avevano bisogno di servitori (i quali erano liberi di andarsene quando trovavano qualcosa di meglio). Pochi invece si erano trasferiti nel Sud, dove era difficile trovare lavoro in competizione con gli schiavi, e dove, comunque, la mano d'opera non specializzata dava quasi un marchio da schiavo, e dove, infine, la mistica della famiglia e della razza limitavano al massimo la mobilità verticale.
Durante la Guerra Civile l'immigrazione nel Nord aumentò, dato che l'industria e l'agricoltura lavoravano a ritmo intenso, mentre l'emigrazione al Sud cessò. Gli immigranti nel Nord furono talmente tanti che molti finirono nell'esercito: un terzo dei soldati nordisti erano nati nel Sud.
Quando affrontò Lee nella battaglia cruciale del 1864, in Virginia, il generale Grant si trovò nelle condizioni di potere perdere due uomini contro ogni uomo di Lee. Grant poteva infatti contare su rinforzi continui, mentre le perdite di Lee erano insostituibili. Grant lo capì, e sferrò attacchi su attacchi, massicci e continui. Si guadagnò il titolo di «macellaio» ma vinse la battaglia.
E quando la guerra fu finita, gli Stati Uniti si trovarono ad averne tratto un tale profitto tecnologico da poter superare le nazioni d'Europa sia in ricchezza sia in potenza. Persino la fiera monarchia inglese.
In Europa però non lo capirono subito. Per abitudine l'americano veniva considerato dagli europei come un pioniere senza cultura, una specie di barbaro con una certa abilità nel fare quattrini. Veniva deriso, e non era mai preso sul serio. Ma come si sa, i cavalieri hanno sempre deriso i mercanti, però alla lunga sono stati i mercanti a vincere e i cavalieri a perdere. I mercanti olandesi hanno battuto i cavalieri spagnoli, e gli inglesi hanno battuto Napoleone, che considerava la «perfida Albione» soltanto come «una nazione di bottegai».
Adesso era venuto il turno degli Stati Uniti.
Non c'è da sorprendersi che la verità sia stata più chiara agli scrittori di fantascienza che ai diplomatici e ai generali. Nel 1865, quando Giulio Verne scrisse «Dalla Terra alla Luna», in cui parla dei primi astronauti che vengono sparati sulla Luna con un cannone gigantesco, a chi ne attribuì il merito? Agli americani, naturalmente. Verne intuì con un secolo di anticipo che sarebbero stati gli americani i primi ad arrivare sulla Luna.
E il resto del mondo, quando lo intuì?
Lo vedremo in un prossimo articolo.

Parte III

Nella prima quindicina di febbraio del 1976 mi trovavo con mia moglie Janet a bordo della «Queen Elizabeth 2» in crociera nei Caraibi.
Avevamo un tavolo per due in una delle sale da pranzo (dove, ripensandoci, mi sembra di avere trascorso la maggior parte del tempo), e alla nostra sinistra c'era un altro tavolo per due, a cui sedevano un simpaticissimo austriaco e la sua altrettanto simpatica figlia. Circostanza piacevole, perché mi diede la possibilità di fare sfoggio del mio famoso ed elegante sistema di abbordaggio alle giovani donne, «in tedesco».
L'austriaco, che sapeva l'inglese, parlava costantemente delle bellezze della sua nativa Carinzia e di Vienna. Parlava anche in modo molto convincente, tanto che, per quanto non provassi l'impulso di correre in Carinzia, dato che non mi piace viaggiare, mi trovai a desiderare che qualcuno portasse la Carinzia a New York.
Un particolare. Tutte le volte che sul menu era elencato qualche piatto europeo (logicamente favoloso, e fatto per la delizia del mio palato e la rovina della mia linea) lui l'ordinava, l'assaggiava, scuoteva bonariamente la testa, e diceva: «In Austria lo facciamo meglio». Dopo un po' sapevo esattamente quando avrebbe pronunciato la frase e la dicevo insieme a lui, e scoppiavamo a ridere tutti e due.
L'austriaco era un grande viaggiatore, e rimase enormemente sorpreso nello scoprire che, pur avendo denaro sufficiente per andarmene in giro per il mondo a piacere, io preferivo non farlo. Lui cercò allora di farmi cambiare idea buttandosi nella descrizione di tutte le meraviglie che aveva visto nei suoi viaggi, e in particolare intensificò la sua poetica sul Grand Canyon. Quando gli mancavano le parole in inglese, passava al tedesco.
- Mi sembra che il Grand Canyon vi piaccia - dissi.
- Se mi piace? - disse lui. - È magnifico, supera qualsiasi immaginazione.
Restando impassibile, dissi, in tono serio: - In Austria però l'avreste fatto meglio, vero?
- Be', no - disse lui. Però aveva esitato.
Comunque, non c'è niente di male in un pizzico di orgoglio patrio. Io stesso non ne sono immune. Io sono veramente fiero degli Stati Uniti, ed è proprio per questo che, iniziato a scrivere un articolo sulla scalata degli Stati Uniti alla preminenza tecnologica, mi sono trovato a dilungarmi sull'argomento e ho finito per scriverne tre.
Nel numero precedente ho parlato del periodo della Guerra Civile sottolineando che già da allora gli Stati Uniti erano avviati sulla strada del predominio tecnologico. Nella produzione del carbone e del ferro, restavano però di una buona lunghezza secondi rispetto alla Gran Bretagna, la cui supremazia nel campo era indiscussa. Ma progredivano rapidamente sotto tutti gli aspetti.
La domanda è: quando si cominciò a capire veramente che gli Stati Uniti sarebbero diventati la nuova nazione guida? In un certo senso c'era già la consapevolezza di questo, infatti gli europei emigravano a milioni verso gli Stati Uniti. Tra il 1870 e il 1890 negli Stati Uniti entrarono centomila persone all'anno, provenienti anche dalle isole britanniche. D'altro canto quelli tra i più ciechi, specialmente in Gran Bretagna, non si liberarono mai dello sciocco luogo comune dell'americano uomo primitivo. Ancora nel 1930 Agatha Christie, nei suoi gialli che ho sempre considerati i migliori, introduceva spesso personaggi americani che avevano sempre nomi tipo Hiram, che parlavano con voce nasale, e che, nell'insieme, si comportavano come se fossero nel 1840. Leggendoli, mi aspettavo sempre di scoprire che i suoi americani masticavano tabacco e si portavano dietro lo schiavo negro.
Comunque, deve esserci stata una svolta, un momento di cui si può dire: «A questo punto la supremazia tecnologica americana è stata presa in considerazione». Io ho una candidatura da proporre per questa svolta. Si tratta di un nome, e di un anno.
Prima il nome. Thomas Alva Edison.

Figlio di un immigrato canadese discendente di un americano conservatore sbarcato in Canada dopo la Rivoluzione, Edison nacque a Milan, nell'Ohio, l'11 febbraio 1847. La vita di Edison è la storia classica tanto cara agli americani, quella dell'uomo che si è fatto da sé, del povero ragazzo che, senza istruzione né amici, si è aperto la strada verso la fama e la ricchezza lavorando sodo e mettendo a frutto la sua intelligenza.
Fu un ragazzo enigmatico fin dall'inizio. Il suo curioso modo di fare domande fu considerato dagli adulti una caratteristica fastidiosa. Vedendo che a scuola faceva pochi progressi, sua madre andò a informarsi, e il maestro le disse che il ragazzo era «tardo». Sua madre, furente, lo tolse dalla scuola. Era fra l'altro, preoccupata per la salute delicata del ragazzo, e comunque, essendo maestra, poteva facilmente curare lei l'educazione elementare del figlio.
Per un supplemento di istruzione, Edison si rivolse ai libri. La sua mente eccezionale cominciò così a rivelarsi: lui ricordava quasi tutto quello che leggeva, e leggeva quasi con la stessa rapidità con cui voltava le pagine. Divorò quasi tutto, anche se trovò che i «Principia Mathematica» di Newton erano un po' troppo difficili. Ma in quel periodo aveva soltanto dodici anni.
Quando cominciò a leggere libri di scienze, gli venne il desiderio di impiantare un laboratorio chimico. Per avere il denaro necessario all'acquisto dei prodotti chimici e dell'attrezzatura, andò a lavorare. A dodici anni trovò lavoro come venditore di giornali sul treno tra Port Huron e Detroit, nel Michigan. (Durante la sosta a Detroit passava il tempo in biblioteca).
Vendere giornali non era abbastanza per Edison. Comprò una stampatrice di seconda mano e cominciò le pubblicazioni di un settimanale suo, il primo giornale che sia mai stato stampato su un treno. Con i guadagni impiantò il laboratorio chimico nel bagagliaio. Sfortunatamente una volta i suoi prodotti chimici svilupparono un incendio, e lui venne buttato giù dal treno con tutta la sua attrezzatura.
Nel 1862 il giovane Edison, visto un ragazzino sulle rotaie, si lanciò e a rischio della vita strappò via in tempo il bambino salvandolo da una locomotiva in arrivo. Il padre, riconoscente, non avendo denaro per ricompensare il giovane, si offrì d'insegnargli a telegrafare. Avido d'imparare, Edison accettò, e in breve divenne il telegrafista più veloce degli Stati Uniti.
Grazie alla sua nuova professione guadagnò abbastanza da comprare la raccolta degli scritti di Faraday, e questi scritti aumentarono il suo interesse per l'elettricità.
Nel 1868 Edison andò a Boston come telegrafista, e in quell'anno brevettò la sua prima invenzione: un apparecchio per registrare meccanicamente i voti durante le elezioni. Dato che quel sistema avrebbe accelerato i lavori al Congresso, Edison pensò che la macchina sarebbe stata bene accetta. Ma un uomo politico gli disse che nessuno sentiva il bisogno di accelerare la procedura, e che a volte una votazione lenta rispondeva meglio alle esigenze politiche. Dopo di ciò Edison decise di non inventare più niente, a meno di non essere certo che fosse un'invenzione necessaria.
Nel 1869 andò a New York in cerca di lavoro. Mentre era nell'ufficio di un agente di cambio in attesa del colloquio preliminare, la macchina del telegrafo si guastò. Nessuno dei presenti sapeva cosa fare, ma l'occhio esperto di Edison vide subito che cosa non andava. Si offrì di riparare il guasto, lo fece, e gli venne immediatamente offerto un lavoro migliore di quello che lui aveva sperato di ottenere.
Qualche mese dopo, decise di diventare inventore professionista, e cominciò con lo «stock ticker» (un aggeggio per la trasmissione immediata della quotazione di borsa), ideato durante la sua permanenza a Wall Street. Pensò di offrirlo al presidente di un importante ufficio di Wall Street e ritenne di potergli chiedere 5.000 dollari. Ma mentre aspettava il colloquio, i cinquemila dollari gli sembrarono una cifra astronomica, e quando fu il momento di parlare non ebbe il coraggio di tradurre in parole la sua richiesta.
- Cosa siete disposto a pagare? - balbettò.
Per saggiare il terreno, l'uomo di Wall Street disse: - Quarantamila dollari?
A soli ventitré anni, Edison era in affari. Fondò la prima ditta di consulenza tecnica esistente al mondo, e nei sei anni successivi lavorò a Newark, nel New Jersey, inventando cose come la carta oleata e il ciclostile, per non parlare delle grandi migliorie apportate al telegrafo. Lavorava per venti ore al giorno, dormendo a intervalli, e si creò attorno un gruppo di assistenti veramente capaci. In qualche modo trovò anche il tempo di sposarsi.
Nel 1876 Edison fondò un laboratorio a Menlo Park, nel New Jersey. Doveva essere una «fabbrica di invenzioni». Edison finì con l'avere ottanta scienziati di valore che lavoravano per lui. Fu l'inizio del moderno concetto di «gruppo di ricerche».
Secondo le sue speranze doveva essere in grado di produrre una nuova invenzione ogni dieci giorni. Non sbagliò di molto, perché prima di morire riuscì a brevettare quasi 1.300 invenzioni, un record che nessun altro inventore ha mai raggiunto. In un periodo di quattro anni ottenne 300 brevetti, uno ogni cinque giorni. Venne chiamato «Il mago di Menlo Park», e si calcolò che le sue invenzioni, mentre lui era ancora in vita, avessero fruttato all'umanità venticinque miliardi di dollari (dollari del 1930).
A Menlo Park inventò il fonografo, l'invenzione che gli fu più cara.
Poi arrivò il 1878. Il riconoscimento degli Stati Uniti quale guida tecnologica del mondo porta il nome di Edison, esso porta anche la data del 1878. Per spiegarlo bisogna tornare indietro nel tempo.

Prima che gli esseri umani cominciassero a giocare con l'universo, sulla Terra c'erano tre tipi di luce.
1) Le luci del cielo: il Sole, la Luna, i pianeti, le stelle, e i lampi.
2) La luce delle creature viventi, come quella delle lucciole.
3) La luce dei fuochi spontanei, provocata di solito dal fulmine che colpiva gli alberi.
Il Sole, tuttavia, manca dal cielo in media dodici ore al giorno. La Luna è un sostituto troppo debole e, in media, manca dal cielo per una metà della notte. Gli altri corpi celesti, i fulmini, le lucciole, sono tutti insignificanti come fonte di luce. Le foreste in fiamme sono un pericolo da evitare in assoluto.
Se i primi ominidi dormivano otto ore al giorno come noi, restavano immobilizzati, in media, per un terzo della notte, al buio, ad aspettare l'alba.
Tuttavia gli ominidi, molto più primitivi dell'Homo Sapiens, impararono a domare il fuoco e, e, alla fine, anche a produrlo secondo le necessità. Oltre a fornire calore e rendere possibili diverse conquiste tecnologiche (la metallurgia, per esempio), il fuoco diede all'uomo la possibilità di restare attivo per una media di quattro ore in più al giorno, allungandogli la vita effettiva di circa il 17 per cento.
L'illuminazione è stata per l'umanità una necessità vitale fino dalla preistoria, e per le centinaia di migliaia d'anni successivi, fino al secolo scorso, l'uomo produsse la luce di cui aveva bisogno con la combustione, cioè bruciando qualcosa.
Il miglior carburante per l'illuminazione doveva essere qualcosa che bruciasse lentamente e producesse più luce e più calore possibili. Il legno normale non era il più adatto allo scopo. I legni resinosi erano migliori, e davano ottime torce.
Il grasso animale è meno comune del legno, però, a pari quantità, produce più luce in modo più conveniente. Con il grasso solido e uno stoppino incorporato si possono fare candele. E lo stoppino può anche essere fatto galleggiare sull'olio liquido messo in un contenitore (una «lampada», dal termine greco «làmpein» che significa «dare la luce»).
Tutte queste fonti di luce, falò, torce, candele, lampade, sono di origine preistorica, e nessuna novità essenziale si verificò fino al XIX secolo.

Con il XIX secolo il passo dei cambiamenti accelerò. Con i fuochi di legno non si poteva ottenere niente di più. I fuochi di carbone, che avevano apportato un miglioramento come fonte di calore, erano scarsi come fonte di luce. Per i grassi e gli oli la storia era diversa.
Nel 1835 il chimico francese Michel Eugene Chevreul, che aveva isolato i grassi acidi dai grassi naturali, brevettò un procedimento per confezionare le candele con i grassi acidi. Queste sue candele erano più dure delle candele di prima, bruciavano più lentamente dando più luce, e sprigionavano odore meno nauseante.
In quanto al carburante liquido per le lampade, l'olio di balena si dimostrò particolarmente utile, e questo fatto diede impulso allo spietato massacro di quelle inoffensive creature del mare. Il grasso di balena fu in seguito sostituito dal kerosene, che si ottiene dal petrolio.
Il grande progresso nel campo dell'illuminazione verificatosi nel XIX secolo fu però l'introduzione della luce a gas. I gas avevano la proprietà di bruciare con più luminosità e limpidezza, e meno fumo, dei combustibili solidi o liquidi. Potevano venire convogliati al punto voluto con tubature che partivano da un serbatoio centrale, e la quantità di luce prodotta poteva essere più facilmente regolata di quanto non fosse possibile con i combustibili solidi o liquidi.
La prima utilizzazione pubblica del gas per illuminazione ebbe luogo a Parigi nel 1801. La dimostrazione fu organizzata dal chimico francese Philippe Lebon, che ottenne il gas necessario scaldando il legno in assenza d'aria («distillazione distruttiva»). Lebon stava facendo esperimenti per l'illuminazione a gas fin dal 1797, aveva elaborato le apparecchiature necessarie e aveva intuito tutte le applicazioni future. Ma in quel periodo la Francia era impegnata con le guerre napoleoniche. Lebon morì nel 1804, e l'iniziativa dell'illuminazione a gas passò alla Gran Bretagna.
Qui, anche l'inventore scozzese William Murdock stava lavorando sulla illuminazione a gas. Lui ottenne i suoi gas infiammabili dalla distillazione distruttiva del carbone. Fece la sua prima prova pubblica d'illuminazione a gas nel 1802, per celebrare la firma del trattato di pace di Amiens con Napoleone (pace che durò poco più di un anno). Nel 1803 il suo laboratorio principale era regolarmente illuminato con beccucci a gas, e nel 1807, in alcune strade di Londra comparvero i lampioni a gas.

Nel 1825 l'illuminazione a gas era diventata un fatto comune negli edifici pubblici di Londra, e anche nelle fabbriche e nei negozi, ma per anni le fiamme rimasero fuligginose e maleodoranti. Soltanto quando fu scoperto il sistema di introdurre aria nel becco a gas, la fiamma divenne chiara e priva di odore. Questo avvenne verso il 1840. (Nel 1855 il chimico tedesco Robert Wilhelm Bunsen apportò una modifica, per usi di laboratorio, al becco a gas, e il suo «bruciatore Bunsen» è stato da allora enormemente utile nei laboratori di chimica.)
Nel 1970 la luce a gas era ormai stata adottata come sistema d'illuminazione per le strade e le case di tutte le capitali e le grandi città delle nazioni più progredite.
Però, come tutti gli altri sistemi d'illuminazione, a partire dall'originale fuoco di legna, il gas sfruttava una fiamma libera. Infatti, finché la luce veniva fornita dalla combustione, la fiamma libera era una necessità, dato che l'ossigeno dell'aria serve a mantenere la fiamma prodotta dalla combustione e che l'anidride carbonica che se ne sprigiona deve avere via libera.
La fiamma, quindi, aveva accompagnato l'umanità per mezzo milione d'anni, ed era sempre stata pericolosa. Chi può contare quante volte una fiamma male controllata ha bruciato case di legno, e città di legno, e ha ucciso esseri umani, dopo lo strazio di una tremenda agonia?
Tra l'altro, le fiamme libere davano generalmente luce fiocca (secondo gli standard moderni) e sempre ondeggiante. Leggere o fare un qualsiasi lavoro di precisione alla luce di una fiamma libera doveva essere assai affaticante, dato il continuo oscillare e spostarsi delle ombre.
Come si poteva ottenere la luce senza una fiamma libera? Come si poteva ottenere la luce senza la combustione?
Il primo indizio che la cosa era possibile nacque dall'osservazione delle scintille sprigionate dagli apparecchi di elettricità statica. Usando batterie per produrre corrente elettrica costante, si poteva produrre tra due elettrodi di carbone una scintilla elettrica permanente. L'elettrotecnico W. E. Staite, fece per anni esperimenti con queste «luci ad arco» e, a partire dal 1846, diede convincenti dimostrazioni pubbliche sul loro uso.
La luce ad arco era molto più luminosa di quella della fiamma normale. Certo, era altrettanto calda e altrettanto suscettibile di provocare un incendio, però non aveva bisogno di aria per esistere e per scaricare le impurità, e quindi poteva essere rinchiusa in un contenitore di vetro. Tuttavia le scintille tremolavano molto più della fiamma, ed era difficile regolarle.
Un sistema per mantenere stabile la luce prodotta elettricamente era quello di far passare una corrente elettrica lungo un filo di metallo altamente fusibile, e lasciare che il filo bruciasse fino all'incandescenza. Il filo sarebbe rimasto al suo posto senza tremolare, e altrettanto avrebbe fatto la luce. Sfortunatamente, a temperature tanto alte, il metallo sarebbe bruciato. Anche il platino, metallo altamente fusibile e inerte, si sarebbe combinato lentamente con l'ossigeno fino a rompersi. Di conseguenza una «luce incandescente» di questo genere sarebbe durata soltanto un tempo brevissimo.
La soluzione ovvia, quindi, era quella di rinchiudere il filo metallico in un recipiente che non contenesse aria. Entro un contenitore simile non ci sarebbe stato ossigeno con cui il metallo del filamento si potesse combinare. Tuttavia, se parlare di un contenitore di vetro privo d'aria è facile, produrne uno è molto meno semplice.

Dal 1820 in avanti, gli inventori (per la maggior parte inglesi) cercarono di realizzare quella che noi oggi chiamiamo lampadina. Lo sperimentatore che raggiunse quasi il successo fu Joseph Wilson Swan, fisico inglese. Swan fu il primo a capire che anche riuscendo a produrre una lampadina contenente un filamento di platino, questa sarebbe stata troppo costosa per un uso di massa. Poi gli venne in mente che anche il carbone era altamente fusibile, come il platino, e che poteva quindi esserne un sostituto.
Certo il carbone non è un metallo e non può essere ridotto in filamenti. Comunque, nel 1848, Swan cominciò a fare esperimenti con sottili strisce di carta carbonizzata inserite dentro globi di vetro svuotati dall'aria. Per circa trent'anni continuò a studiare il problema e a migliorare i suoi prototipi, ma veniva sempre sconfitto da un particolare: il vuoto nel globo non era mai perfetto, e il filamento di carbone, dopo essersi acceso per breve tempo, bruciava, si spezzava e si spegneva. Esattamente come il filamento di platino.
Nel 1878, quindi, gli inventori stavano studiando la lampadina elettrica da circa mezzo secolo senza essere arrivati a niente. Ma in quell'anno, Thomas Alva Edison, il mago di Menlo Park, annunciò che ci avrebbe provato lui.
A quel semplice annuncio, sul mercato di New York e anche su quello di Londra, le azioni delle compagnie d'illuminazione a gas crollarono. La fiducia nel giovane inventore (aveva solo 31 anni) era assoluta.
Io ritengo che quel crollo di azioni sia stata la chiara indicazione che gli azionisti inglesi cominciavano a prendere sul serio i grandi passi compiuti dalla tecnologia americana. Si può dire, credo, che in quel momento il mondo abbia avuto il sospetto che la supremazia tecnologica stava passando all'altra sponda dell'Atlantico.

Edison non deluse il mondo. In quel periodo la tecnica di creare il vuoto in un globo aveva raggiunto un punto tale da rendere realizzabile la lampadina. Bisognava soltanto trovare il filamento adatto. Evidentemente Edison non era al corrente del lavoro di Swan perché perse un anno di tempo, e 50.000 dollari, per scoprire che i filamenti di platino non erano adatti, e a passare a un filo di cotone bruciato.
Il 21 ottobre 1879 Edison costruì, con un filamento di carbone così ottenuto, una lampadina che dava luce per quaranta ore consecutive. La lampadina elettrica era finalmente una realtà ed ebbe il brevetto numero 222.898. La vigilia di Capo d'Anno, ci fu la dimostrazione pubblica: la strada principale di Menlo Park venne illuminata elettricamente davanti a tremila spettatori (per la maggior parte di New York).
Per rendere commerciale la luce elettrica, Edison dovette studiare un sistema per generare elettricità e distribuirla in quantità diversa a seconda che le luci venivano accese o spente. Questo richiese più ingegnosità di quanto non ne fosse stata necessaria per arrivare alla luce elettrica stessa. Nel 1881, però, Edison era già riuscito a realizzare una stazione generatrice di energia, e nel giro di un anno riuscì a rifornire 400 impianti divisi fra 85 clienti.
Nel frattempo anche Swan aveva prodotto lampadine elettriche funzionanti, e nel 1881 la Camera dei Comuni veniva illuminata elettricamente. Edison e Swan appianarono le divergenze che erano sorte fra loro, e nel 1883 fondarono insieme una società in Gran Bretagna.

Non devo certo sottolineare l'importanza della luce elettrica, né dire quanto penoso sarebbe il ritorno ai primitivi sistemi d'illuminazione. Tra l'altro considerate come, nonostante la possibilità di fili difettosi, l'eliminazione delle fiamme libere abbia diminuito enormemente il pericolo degli incendi.
Certo gli incendi si verificano ancora, e per lo più perché le fiamme libere non sono state abolite completamente. Ci sono fiamme nei fornelli a gas, nelle fornaci, e nei motori a combustione interna. Soprattutto ci sono quei generatori di fiamme che centinaia di milioni di persone si portano dietro di continuo: sigarette accese con quanto serve per accenderle, voglio dire i fiammiferi. Ecco i veri colpevoli!
Qualcuno potrà dire che 1'annuncio di Edison e il conseguente crollo in borsa non indica il riconoscimento della supremazia tecnologica americana, ma soltanto quello di Thomas Alva Edison.
Però non è vero. Edison è stato il migliore e più clamoroso esempio di quello che stava succedendo negli Stati Uniti, ma non è stato un esempio isolato. Lui era il rappresentante di un folto stuolo di tecnici e scienziati, e alla luce del suo genio la tecnologia americana riuscì a brillare da una sponda all'altra degli oceani.
Il boom della tecnologia che avvenne negli Stati Uniti nella seconda metà del XIX secolo fu alimentato anche dalla politica della libera immigrazione, così che da tutta l'Europa arrivarono cervelli oltre che mano d'opera.
Fu un immigrato svedese, John Ericsson, che nel 1861 realizzò la corazzata «Monitor», rendendo superate tutte le navi da guerra esistenti. Fu l'immigrato scozzese Alexander Graham che nel 1876 brevettò il telefono. L'immigrato tedesco Charles Proteus Steinmetz e l'immigrato serbo Nikola Tesla svilupparono le teorie di Edison e le applicazioni pratiche dell'elettricità più di quanto non avesse fatto lui stesso.

Il 1898 vide la dimostrazione degli effetti della tecnologia americana in maniera che non può lasciare alcun dubbio.
In quell'anno gli Stati Uniti entrarono in guerra con la Spagna. Fu una guerra limitata, e la Spagna non era un nemico gran che pericoloso. Ma l'esercito americano era talmente esiguo e così miseramente trattato, che se il nemico non fosse stato incredibilmente inetto come invece lo furono le forze spagnole a Cuba, gli Stati Uniti si sarebbero trovati in gravi difficoltà.
Sul mare le cose andarono diversamente. La flotta americana era piccola, se paragonata a quella britannica, ma le sue unità erano di costruzione recente e realizzate con la tecnica più avanzata. Il vice segretario della Marina, Theodore Roosvelt, in assenza del titolare del dicastero, aveva inviato a Hong Kong sei navi da guerra al comando del Commodoro George Dewey, perché fossero pronte a piombare sulla flotta spagnola che si trovava nei porti delle Filippine.
La guerra cominciò il 24 aprile 1898, e non appena la nitizia arrivò, Dewey salpò da Manile con le sei navi da guerra. Lo stavano aspettando dieci navi spagnole e le batterie costiere, e gli inglesi di Hong Kong ebbero la certezza che Dewey andasse verso l'annientamento.
All'alba dell'1 maggio 1898 cominciò la battaglia di Manila Bay. Nel giro di sette ore tutte le navi da guerra spagnole vennero affondate o finirono arenate, e 381 spagnoli persero la vita. Nessuna nave americana subì danni significanti, nessun americano morì, e solo otto marinai riportarono leggere ferite.
Nel frattempo, a Cuba, un'altra flotta spagnola si trovava imbottigliata da un'altra flotta americana. Il 3 luglio la flotta spagnola tentò una sortita, e le navi americane entrarono in azione. In quattro ore tutte le navi spagnole furono distrutte, e il nemico perse 474 uomini fra morti e feriti. I prigionieri furono 1750. Nessuna nave americana venne danneggiata gravemente, e le loro perdite furono di un morto e un ferito.

Che gli americani vincessero la guerra non fu una sorpresa. A impressionare furono gli scontri navali. Sul mare si erano combattute due battaglie, più o meno contemporaneamente, in due punti del globo lontanissimi fra loro, e tutte e due avevano avuto un esito addirittura assurdo.
Questo non poteva essere imputato al fatto che gli spagnoli non sapevano combattere, perché la storia militare dimostra che gli spagnoli si sono battuti come demoni in ogni circostanza e condizione. E nemmeno al fatto che la Spagna mancasse di tradizioni navali, perché per secoli la flotta spagnola era stata fra le più potenti.
La spiegazione era un'altra. Nella seconda metà del XIX secolo la tecnica della costruzione navale aveva fatto enormi passi in avanti. Nessuna nazione che non fosse tecnologicamente avanzata poteva più combattere una battaglia navale contro una nazione che fosse tecnologicamente all'avanguardia, nemmeno per infliggerle qualche graffio.
Con quelle due battaglie, gli Stati Uniti avevano dimostrato anche alle menti ottuse dei capi militari di tutto il mondo che loro erano tecnologicamente più avanzati, e dopo la guerra con la Spagna entrarono a far parte di quel pericoloso gruppo di nazioni conosciuto come Grandi Potenze.

L'esempio della Gran Bretagna fu il più significativo. Mentre gli Stati Uniti combattevano contro la Spagna, la Gran Bretagna stava usando il suo esercito inesperto in una guerra contro i Boeri, e subiva sconfitte umilianti. Alla Gran Bretagna ci vollero più di tre anni per vincere la guerra, e nel frattempo si rese conto che il mondo intero simpatizzava per i Boeri.
In particolare la Germania non faceva mistero della sua gioia per le difficoltà britanniche. Questa nazione aveva cominciato a costruire una flotta moderna. Unita questa all'esercito, il migliore del mondo, era chiaro che il predominio della Gran Bretagna era in grave pericolo.
Per tutto il XIX secolo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti erano stati «nemici tradizionali» e non era passato decennio senza che si fossero trovati in una crisi bellica. La Gran Bretagna capì che non poteva correre il rischio che le marine tedesca e statunitense si alleassero contro di lei. Dal 1898 in avanti, infatti, non si permise più di sentirsi offesa dagli Stati Uniti. Qualsiasi cosa gli Stati Uniti facessero, la Gran Bretagna sorrideva.
Come risultato, le due nazioni non furono più nemiche. In tutto il XX secolo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti combatterono fianco a fianco guerre calde e fredde, contro la Germania, il Giappone, e l'Unione Sovietica.
Potete analizzare gli eventi mondiali in termini di politica, d'ideologia, e di diplomazia internazionale quanto volete. Io continuerò a pensare che tutto dipende dalla tecnologia.

FINE