Science Fiction Project - Free Culture
Urania - Asimov d'appendice
* * Back * *

LE TRE LEGGI DELLA FUTURICA - Isaac Asimov
Titolo originale: Oh keene-eyed peerer into the future!

Io tengo parecchie conferenze serali e scrivo anche parecchi articoli per riviste a grande diffusione. Molto spesso, nelle une e negli altri, mi viene chiesto di trattare questo o quell'aspetto del futuro. Nel più recente passato ho parlato e scritto sul futuro di alcuni aspetti della nostra società, quali la pubblicità postale diretta, i programmi spaziali, i luna-park, i supermarket, le attrezzature disinquinanti oggi disponibili e i torni automatici per filettare.
Ma cosa fa di me un esperto del futuro? Quali sono le mie credenziali?
Io sono uno scrittore di fantascienza. Nient'altro.
Com'è diventata seria e rispettabile la fantascienza! Quanto rispettato e quasi temuto è oggi lo scrittore di fantascienza, e solo in virtù del fatto di essere uno scrittore di fantascienza! E perché? Di cosa si sono mai alimentati questi nostri scrittori per avere raggiunto una tale importanza?
In gran parte ciò è dovuto agli aspetti divinatori della fantascienza. Noi scrittori siamo stati bravissimi nelle predizioni.
Questo è un argomento che ho già trattato più di dieci anni fa. Ma da allora ci ho riflettuto sopra e sono giunto alla formulazione delle Tre Leggi della Futurica.
Tanto per cominciare, nego che l'accuratezza nelle predizioni sia la preoccupazione principale dello scrittore di fantascienza, e anche che sia una preoccupazione poco importante. O che non lo sia.
Lo scrittore di fantascienza è, per prima cosa e sopra ogni cosa, uno «scrittore», e la sua preoccupazione principale e preminente, se fa onestamente il suo mestiere, è quella di scrivere una bella storia e di subordinare ogni altra cosa al raggiungimento di questo scopo. La sua seconda preoccupazione, dato che anche lui è un essere umano e ha necessità umane, è quella di scrivere un tipo di storia che si venda e che lo aiuti a guadagnarsi da vivere dignitosamente.
Se poi, nel corso della stesura di una bella storia che gli consenta di guadagnarsi da vivere dignitosamente, lo scrittore di fantascienza riesce a fare delle predizioni che in seguito sembrino avverarsi, tanto meglio. Però questo è e resta un sottoprodotto più o meno accidentale di quello che lui fa.
Eppure nella fantascienza l'accuratezza nelle predizioni si riscontra molto più spesso di quanto ci si possa aspettare che avvenga per puro caso. Ma perché non dovrebbe essere così? Lo scrittore di fantascienza, costruendo con la fantasia le sue società del futuro, le deve basare, consciamente o inconsciamente, sulla società del presente e, nel farlo, elabora automaticamente un processo logico di sviluppo. In breve, che lui lo sappia o no, usa le Tre Leggi della Futurica.
Di queste, la Prima può essere così espressa: «Quello che succede continuerà a succedere». Oppure, per dirla in altro modo: «Quello che è successo nel passato continuerà a succedere nel futuro». (Se vi sembra che ricordi parecchio il vecchio detto «La storia si ripete», avete ragione. Nello scrivere la mia trilogia «Foundation» ho consciamente seguito questa Prima Legge).
Tuttavia, per spiegare in dettaglio il funzionamento della Prima Legge, voglio portarvi come esempi due miei racconti: uno, nel quale ho deliberatamente violato la Prima Legge, e l'altro, in cui l'ho osservata.
Anzitutto quello in cui l'ho violata.
Nella primavera del 1953 il nome del Monte Everest compariva spesso sui giornali. Dopo trent'anni di tentativi, anche la settima spedizione aveva fallito l'impresa di scalare la montagna.
Ma ogni spedizione aveva imparato qualcosa dalla precedente, e a ogni nuovo tentativo venivano usati equipaggiamenti via via più perfezionati. In base alla Prima Legge si poteva quindi presumere che l'apporto di nozioni e il perfezionamento dei materiali sarebbero continuati e che, di conseguenza, il Monte Everest sarebbe stato finalmente vinto.
Cercare di predire il giorno esatto in cui sarebbe stata raggiunta la cima, o il nome del «conquistatore», o qualsiasi altro particolare dell'impresa, non era e non è, logicamente, futurismo, ma chiaroveggenza. E la tecnica fantascientifica non ha niente a che fare con la chiaroveggenza.
Nella primavera del 1953 volevo scrivere un breve racconto sul Monte Everest, ma non ero riuscito a trovare niente d'interessante nella predizione della Prima Legge, che indicava che sarebbe stato scalato con successo. In questo caso, a che scopo scriverlo?
Io volevo invece creare qualche situazione avvincente che impedisse l'avverarsi della predizione. Io volevo tracciare la storia di una violazione deliberata della Prima Legge.
(Questo non è, necessariamente, un modo di fare sbagliato. La Prima Legge della Futurica, contrariamente alla Prima Legge della Termodinamica, può essere violata. Supponiamo che nel 1900 mi fossi messo a scrivere una storia su di un futuro che comportasse i viaggi in astronave. Dal fatto che nel secolo precedente l'uomo aveva imparato a padroneggiare velocità sempre maggiori, io avrei potuto presumere che, secondo le predizioni della Prima Legge, l'uomo avrebbe raggiunto alla fine una velocità di 500.000 chilometri al secondo. Ma, allo scopo di scrivere una storia interessante, io avrei violato la predizione con l'immaginare una specie di limite di velocità cosmico a 300.000 chilometri. Sarebbe però stata una cosa magnifica, perché Einstein, nel 1905, avrebbe con i suoi calcoli stabilito proprio questa velocità limite).
Potevo inventare una quantità di motivi per far fallire l'inevitabilità della conquista dell'Everest. Poteva esserci una liscia parete di ghiaccio, negli ultimi centocinquanta metri, che i picconi non riuscissero nemmeno a scalfire. Poteva esserci un campo di forza misterioso che impediva di arrivare alla cima. Poteva esserci uno strato di gas venefico a ottomila metri di altitudine, uno strato che toccava la superficie terrestre soltanto sulla vetta della montagna più alta del globo.
Il motivo determinante del fallimento che decisi di scegliere fu che gli «abominevoli uomini delle nevi» esistevano davvero, essendo in realtà dei marziani che avevano stabilito una base d'osservazione sulla Terra per tenere d'occhio il nostro pianeta. Naturalmente i marziani stettero bene attenti che gli invadenti terrestri con velleità alpinistiche facessero dietrofront.
Il racconto, intitolato «Everest», era solo di cinquemila battute, e lo vendetti il 7 aprile 1953 per 30 dollari.
Vi posso assicurare che consideravo la presenza dei marziani in cima all'Everest come un avvenimento con probabilità di avverarsi molto vicine allo zero, e nello stesso tempo ero certo che la mia «previsione» fosse falsa e che la montagna sarebbe stata scalata. (Devo ovviamente ammettere che nel 1900 avrei considerato anche il limite di velocità cosmica un avvenimento con probabilità di avverarsi molto vicine allo zero.) Comunque, ero abbastanza convinto che la grande montagna sarebbe rimasta inviolata ancora per un po'. Se non altro fin dopo la pubblicazione del mio racconto.
Successe invece che persi la scommessa. Alle 11:30 del mattino del 29 maggio 1953, meno di due mesi dopo che avevo venduto il racconto, Edmund Hilary e lo sherpa Tenzing Norgay raggiunsero la più alta cima dell'Everest e, inutile dirlo, non trovarono né marziani né «abominevoli uomini delle nevi». E resero sorpassato il mio racconto prima ancora che venisse pubblicato.
Però, dato che gli editori non buttano via trenta dollari (e io, in quei giorni, non ero disposto a restituire i soldi), il racconto venne comunque pubblicato. Apparve sul numero di dicembre 1953 di «Universe Science Fiction». Venni quindi a trovarmi nella posizione di avere previsto che il Monte Everest non sarebbe mai stato conquistato sette mesi dopo che lo avevano conquistato.
Fu uno dei miei successi più luminosi!
Con un racconto di molto precedente, «Trends» («Pendolarità»), ebbi migliore fortuna. L'avevo scritto un mese prima del mio diciannovesimo compleanno e venduto un mese dopo lo stesso compleanno. Venne pubblicato sul numero di «Astounding Science Fiction» del luglio 1939.
Trattava del primo volo intorno alla Luna e ritorno (senza allunaggio). Collocavo il primo tentativo, destinato a fallire, nel 1973, e il secondo, riuscito, nel 1978. Dato che nella realtà l'impresa coronata da successo avvenne nel 1968, vi accorgerete che per prudenza ho sbagliato di dieci anni.
Com'è naturale, all'età di quasi diciannove anni non sapevo niente di ingegneria missilistica e le mie idee sul modo in cui sarebbe stato realizzato il primo volo verso la Luna erano ridicolmente sbagliate sotto ogni aspetto. Nella mia mente non c'erano implicazioni politiche, né implicazioni militari. Non c'erano calcolatori elettronici, né correzioni di rotta, né voli orbitali preliminari, e nemmeno i russi.
Tanto per dimostrarvi quanto fossi distante dalla realtà, essendomi solo vagamente reso conto che un razzo non poteva essere lanciato da New York City e che quindi doveva essere fatto partire da qualche altra parte, magari ai confini del mondo da me conosciuto, lo feci lanciare dalla sponda opposta dell'Hudson, vicino a Jersey City.
In tutta sincerità era un racconto orribile, ma allora nessuno se ne lamentò e in seguito venne pubblicato in cinque diverse antologie (la quinta è del 1973). Comunque, il punto cruciale non è la faccenda del razzo. Il nocciolo del racconto era che buona parte della popolazione era contraria ai voli spaziali e si opponeva con violenza all'esplorazione dello spazio. Il progettista del mio razzo veniva addirittura abbattuto da questa opposizione e portato alla tomba.
Questa è stata la prima volta, in tutta la storia della fantascienza, in cui sia stata illustrata l'opposizione della gente ai voli spaziali. Fino a quel momento gli scrittori di fantascienza ignoravano la reazione del pubblico, oppure presumevano che fosse entusiastica... e non solo prima di «Trends», ma anche dopo. (Per la verità, H. G. Wells aveva parlato in uno dei suoi romanzi della folla che assaltava un razzo. Però ciò succedeva dopo una guerra del futuro, e quindi la gente aveva ottime ragioni per odiare e temere un razzo. Nel mio racconto, invece, c'era opposizione al semplice «concetto» di esplorazione spaziale).
Che cos'è allora che ha fatto vedere a questo ingenuo quasi diciannovenne quello che tanti altri scrittori più vecchi ed esperti di lui non hanno visto? Ve lo spiego.
In quel periodo frequentavo la Columbia University, e non resterete certo sbalorditi se vi dico che non avrei potuto permettermi neanche le tasse scolastiche. Così arraffavo soldi dove potevo, e per quindici dollari al mese lavoravo per un professore di sociologia che stava scrivendo un libro dal titolo «Resistenza sociale ai cambiamenti tecnologici».
Io dovevo raccogliere e battergli a macchina tutte le notizie spicciole sull'argomento, e durante le mie ricerche scoprii che esisteva un'accanita opposizione a ogni cambiamento tecnologico di qualche importanza che increspasse la placida corrente della società umana: dalla scoperta della scrittura al tentativo di costruire una macchina volante più pesante dell'aria.
Applicai immediatamente la Prima Legge della Futurica e dissi a me stesso: «Se ciò è sempre successo, continuerà a succedere, e ci sarà un'opposizione all'esplorazione dello spazio». Così scrissi «Trends».
Il vero problema, però, non è dato dal perché io mi sia accorto di questo fatto, ma dal perché non se ne sia accorto nessun altro al mondo. La soluzione è compresa nella Seconda Legge della Futurica, che dice: «Rifletti sull'ovvio, perché pochi lo vedono».
È più che certo che non è necessario che insista sull'argomento davanti a un pubblico di lettori di fantascienza. È ovvio, era ovvio ed è sempre stato ovvio che l'aumento della popolazione avrebbe causato problemi gravissimi all'umanità, eppure la maggior parte della gente ha cocciutamente guardato dall'altra parte e continua a farlo. È ovvio, era ovvio ed è stato ovvio per parecchio tempo che le risorse petrolifere del mondo andavano rapidamente esaurendosi, e che arrivare al limite di queste risorse, o sorpassarlo, impreparati, sarebbe stato disastroso. Eppure la maggior parte della gente ha cocciutamente guardato dall'altra parte, e continua a farlo.
Così quelli come me, quelli che insistono nel mettere in evidenza l'ovvio, vengono denunciati come uccelli del malaugurio e messi al bando.
Queste cose ovvie, però, non sono ignorate dagli scrittori di fantascienza. Forzati dalla necessità professionale di considerare i molti futuri possibili, applicano la Seconda Legge per costruire storie fantastiche... e al di là dell'ovvio diventano perspicaci ficcanaso del futuro, del tutto degni di rispetto.
Il primo racconto che ricordo di avere letto sulla sovrappopolazione, e che per primo mi fece riflettere sull'inevitabilità di un tracollo nel caso che la nostra politica demografica fosse rimasta immutata, è stato «Earth, the Marauder» di Arthur J. Burks, che venne pubblicato sui numeri di luglio, agosto e settembre 1930 di «Astounding Stories».
Il primo racconto che ricordo di avere letto sull'esaurimento delle riserve di petrolio, e che per primo mi fece riflettere sulla inevitabilità di un tracollo nel caso che la nostra politica petrolifera fosse rimasta immutata, è stato «The Man who Avoke», di Laurence Manning, pubblicato sul numero di marzo 1933 di «Wonder Stories».
Quindi, nella fantascienza, i campanelli d'allarme suonano da quarantanni e più. Eppure tutti i nostri abilissimi capi di governo e uomini di stato continuano a farsi sorprendere da «crisi di sovrappopolazione» e da «crisi energetiche» e ad agire come se queste crisi fossero comparse alla porta, senza farsi annunciare, un paio di giorni prima.
(E con questo le riviste di fantascienza sono state stigmatizzate per decenni come «stupide letture d'evasione». Bella «evasione»! Noi fanatici di fantascienza siamo evasi in un mondo sovrappopolato, con grande scarsità di petrolio, e così via, e abbiamo il privilegio di esserci angosciati per quarantanni a riflettere su problemi che tutti gli uomini posati, che leggono letteratura «seria», cominciano soltanto ora a riconoscere, e con fatica).

Ma andiamo avanti. Applicando la Prima Legge della Futurica non dobbiamo commettere l'errore di supporre che il «continuerà a succedere» formi una curva perfettamente liscia.
No, la curva è a gobbe, a volte a spigoli, e la variazione può essere imprevista.
Non c'è modo di prevedere quando ci sarà una gobba, o quanto sporgerà lo spigolo, o di che natura sarà: qui rientriamo daccapo nella divinazione. Tuttavia, è importante essere pronti a rilevare queste gibbosità e tenerne conto nel predire il futuro. E proprio gli scrittori di fantascienza, che sono obbligati a inventare nuove società a causa della natura della loro professione, sono spesso meglio attrezzati a vedere e a interpretare queste gibbosità di quanto lo siano gli scienziati (e lasciamo perdere i profani).
Nel 1880, in base alla Prima Legge, avreste potuto supporre che l'umanità, continuando ad aumentare le proprie capacità di sfruttare le risorse energetiche della Terra, avrebbe finito con lo scoprire qualche nuova fonte d'energia, ancora sconosciuta nel 1880; ma quale potesse essere questa fonte non lo avreste potuto predire in modo ragionevole.
Tuttavia, nel 1900, quando venne scoperta l'energia nucleare, la Prima Legge avrebbe reso evidente che la tecnologia, diventando sempre più perfezionata, avrebbe alla fine sottomesso quest'energia nucleare alle necessità dell'uomo.
H. G. Wells fece subito questa supposizione, e scrisse racconti sulle bombe atomiche nel lontano 1902. Molti onesti e brillanti scienziati - perfino premi Nobel per la fisica - continuarono invece a credere in buona fede, fino agli anni '30, che l'energia atomica non sarebbe mai stata domata. Fu su questo particolare argomento che gli scrittori di fantascienza si dimostrarono, e in modo molto spettacolare, più esatti degli scienziati, ed è per questo che oggi gli scienziati, imbarazzati per il precedente, sono più propensi a usare la Prima Legge e a essere generosi nelle loro predizioni.
Che gli scienziati non azzardassero previsioni riguardo l'energia atomica, dipese poi dal fatto che per tutti gli anni '30 sembrò non esistere alcuna strada sicura per domare l'atomo. E infatti ancora nel 1933, Manning poté scrivere il suo romanzo sull'esaurimento del carburante senza prendere in considerazione l'energia nucleare come sostituto.
Comunque, nel 1939, quando venne annunciata la fissione dell'uranio, un fisico (Leo Szilard) si accorse subito che l'inevitabile conseguenza era la bomba atomica, ma se ne accorsero anche molti scrittori di fantascienza (John Campbell in particolare), dato che accorgersi di queste cose era il loro mestiere.
Il risultato fu che, mentre gli Stati Uniti lavoravano alla bomba atomica in grande, grandissimo segreto, gli scrittori di fantascienza scrissero liberamente di bombe atomiche e delle loro conseguenze per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale. (A proposito, io non l'ho fatto. Ero impegnato a scrivere la Trilogia Galattica e le storie dei robot, e pensavo che le bombe atomiche fossero una cosa vecchia, su cui non valeva la pena di perdere tempo. Un'altra delle mie luminose scoperte!)
Alla fine «Deadline», di Cleve Cartmill, che venne pubblicato su «Astounding Science Fiction» nel marzo del 1944, mise in allarme gli agenti del controspionaggio americano. Interrogarono in proposito John Campbell e scoprirono che non potevano farci niente. Il passaggio logico dalla fissione dell'uranio alla bomba nucleare era una cosa semplice e inevitabile (per gli scrittori di fantascienza), e qualsiasi alt improvviso alla pubblicazione di racconti di fantascienza sull'argomento avrebbe fatto scoprire il segreto.
Ripeto, è stata la predizione della bomba nucleare che soprattutto stupì il mondo e che contribuì parecchio a dare rispettabilità alla fantascienza. Anche se era una predizione così facile da non meritare alcuna ammirazione. Il mondo avrebbe dovuto invece stupirsi della propria stupidità, non della nostra saggezza.,

Per fare predizioni particolarmente importanti è di aiuto usare la Terza Legge della Futurica, che può essere così riassunta: «Rifletti sulle conseguenze». La predizione di un determinato aggeggio è abbastanza facile, ma cosa può succedere alla società quando se ne diffonde l'uso?
Cito da un mio precedente articolo: «la previsione importante non è l'automobile, ma il problema del parcheggio. Non è la radio, ma le trasmissioni cretine. Non l'imposta sul reddito, ma il costo della vita. Non la bomba, ma il blocco degli armamenti nucleari».
Il più splendido esempio di scoperta di una conseguenza che è completamente sfuggita a tutti i capi di Stato del mondo, lo troviamo in «Soluzione Insoddisfacente» di Anson MacDonald (cioè Robert A. Heinlein) che venne pubblicato nel maggio 1941 su «Astounding Scienze Fiction». Heinlein predisse il Progetto Manhattan e lo sviluppo di un'arma nucleare che avrebbe messo fine alla Seconda Guerra Mondiale. Questo era facile. Ma lui andò oltre, predicendo il blocco degli armamenti nucleari, che è stato molto più difficile da raggiungere. In quel periodo, per quello che mi risulta, nessun altro lo fece.

La Terza Legge può logicamente essere usata per una delle funzioni più importanti della fantascienza, la satira. Potete riflettere sulle conseguenze e farne vedere solo una che abbia scarse probabilità di avverarsi, facendola però sembrare tanto logica quanto è lampante la luce del sole sull'umana follia. Il mio stimato amico e da lunga data, Frederik Pohl, è molto abile nell'usare questo sistema e ha scritto un buon numero di racconti congegnati in modo da mettere in evidenza le ridicole, ma logiche, conseguenze che possono capitare all'umanità se continua l'attuale andazzo.
Io personalmente non indulgo alla satira, non essendo per natura caustico. Tuttavia, a volte, cerco di esserlo. Per esempio ho scritto un articolo satirico su una rivista a grande diffusione in cui, tenendo presente la Terza Legge, ho in parte cercato di affrontare il problema dell'inflazione.
Prendiamo in esame l'inflazione, scrissi: è un problema che oggi è diventato davvero serio. I prezzi sono tanto aumentati che la miseria e le sofferenze non sono più limitate alla povera gente che c'è abituata. Invece, persone benestanti come voi e me cominciano a soffrire, e la cosa è un peccato e un'ingiustizia.
Devo ammettere che mi ci è voluto un po' di tempo per trovare una soluzione, perché non so niente di scienze eco-comiche (si scrive così?). Per fortuna di recente ho sentito un banchiere di Cleveland che parlava di alcuni diagrammi statistici indicanti l'andamento dei prossimi due o tre anni. Essendo un banchiere, lui sapeva tutto sull'economia.
Indicando una linea che andava in su (rappresentava qualcosa, ma non ricordo cosa: se il prodotto nazionale lordo, oppure gli assorbenti igienici), disse che la linea era soddisfacente, ma presumeva un 4 per cento di disoccupazione. «Sarebbe ancora meglio», disse, «se raggiungessimo il 5 per cento di disoccupazione, perché così l'inflazione si manterrebbe entro i limiti previsti.»
Mi venne un lampo di genio. La disoccupazione era la soluzione all'inflazione! Più gente c'era senza lavoro, meno gente avrebbe avuto soldi. Con meno soldi da gettare al vento, non ci sarebbe stato motivo di aumentare i prezzi, e l'inflazione si sarebbe risolta.
Ero proprio contento di avere ascoltato un economista in gamba come quello.
Ma adesso il problema è questo: come fare per avere una sufficiente disoccupazione?
La difficoltà sta nel fatto che non è un'occupazione molto popolare o ricercata, e che, praticamente, non ci sono volontari. La cosa non sorprende, visto il disprezzo con cui viene considerata la professione di disoccupato. Quante volte avete detto a un amico: «Perché quei fannulloni non la piantano di girarsi i pollici e non si trovano un lavoro?» (Il che è proprio quello che non vorreste facessero, in realtà, se siete contro l'inflazione).
Ma analizziamo logicamente la situazione. Voi, dall'alto del vostro posto di dirigente e con il vostro lauto stipendio, contribuite giorno per giorno all'inflazione, mentre quei poveri diavoli con i buchi nelle scarpe, che si scolano una bottiglia di vino lungo il margine della strada, combattono l'inflazione con disperata intensità. E allora, come potete provare disprezzo per loro? Chi di voi ha più meriti di fronte alla società?
Se vogliamo sconfiggere l'inflazione, dobbiamo considerare i disoccupati i veri combattenti di prima linea nella battaglia contro la calamità e dargli il meritato riconoscimento.
Per la verità lo facciamo, anche se in modo limitato: paghiamo loro l'indennità di disoccupazione. Non è molto, e non può essere molto. Se l'indennità fosse elevata, ci sarebbe l'inflazione.
Ma se la cifra dev'essere esigua, perché dev'essere anche accompagnata da così aperta disapprovazione? I soldi, si sa, non sono tutto, e qualsiasi disoccupato troverebbe sufficiente il suo scarso mensile se solo fosse accompagnato dalla gratitudine che tanto si merita.
Cosa c'è di male nel ringraziare questi bravi lavoratori, questi stoici soldati di trincea della guerra contro l'inflazione, con una buona parola e una pacca sulla schiena? Facciamogli sapere che siamo tutti con loro e che li apprezziamo moltissimo. Però, logicamente, non dovete dargli un soldo. È essenziale non dargli soldi.
Il governo, comunque, può venire in aiuto. Possono essere distribuite medaglie a chi si è distinto nella campagna di disoccupazione. Possono essere conferite croci di peltro al merito, con arma di cucchiai incrociati, a chi resta disoccupato al di là e al di sopra del proprio dovere. Può essere dato un riconoscimento al patriottismo di alcune categorie minoritarie che hanno contribuito più del necessario alla lotta. Possono infine essere affissi manifesti di reclutamento: «Lo Zio Sam vuole che Tu abbandoni il lavoro!».
Uomini e donne si unirebbero sotto le bandiere della disoccupazione e si raggiungerebbe facilmente il 5 per cento necessario. Anzi, no. Lo si supererebbe senz'altro, perché gli americani non esitano davanti ai sacrifici per la patria.
E l'inflazione verrebbe bloccata!

In base alla Terza Legge immagino di avere ironizzato sul nostro sistema economico, oppure sul crudele atteggiamento comune verso i disoccupati, o anche sul nostro idealizzare la guerra. Per la verità non sono sicuro su quale dei tre, perché io scrivo, non analizzo.
Comunque, qualunque fosse il suo oggetto, la satira si dimostrò troppo violenta. Il direttore della rivista che accettò l'articolo mi pregò di togliere questo brano e di sostituirlo con qualcos'altro. E poiché mi resi subito conto che potevo usare il pezzo in un altro modo, acconsentii.
Il rifiuto del pezzo è importante. Una delle difficoltà nelle predizioni è che il predire l'ovvio è talvolta politicamente e socialmente pericoloso. La gente non vuole che si sconvolgano le sue comodità, o che si mettano in ridicolo i suoi pregiudizi. Non vuole sentirsi dire che deve sacrificare qualcosa di quello che possiede per i poveri, oggi, oppure per i propri discendenti, domani. Non vuole essere derisa per le proprie follie. Quello che vuole sentirsi dire, sopra e più di ogni altra cosa, è che «tutto va ben, madama la marchesa».
E tutto considerato, è proprio quello che gli dicono, così nessuno è portato a parlare di questa o quella potenziale difficoltà fino a quando non è diventata così enorme da non poterla più negare.
Ma il mio pezzo sull'inflazione può essere pubblicato su una rivista di fantascienza, così come qualsiasi altro (è sufficiente che sia scritto abbastanza bene), senza preoccupazioni di quanto disagevole possa essere all'agiato, o di quanto indigesto possa essere al buongustaio sociale.
È nella reale natura della fantascienza prendere in considerazione il disagevole, se è là che ci porta il compito di estrapolare le tendenze sociali e il progresso scientifico. La cosa migliore della faccenda, però, è che il lettore di fantascienza accetta il disagio e lo guarda in faccia.
Se potessimo costringere tutto il mondo a fare altrettanto, l'umanità avrebbe forse una possibilità di salvezza.

FINE