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Urania - Racconti d'appendice
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FANTASMA IN CITTÀ - Wilma Shore
Titolo originale: The podiatrist's tale

- Ce l'abbiamo noi una storia di fantasmi da raccontare - disse un uomo, in piedi davanti al caminetto. - Una storia di fantasmi che abbiamo proprio vissuto. Personalmente.
Era la prima volta che interveniva nella conversazione. Dottore in qualcosa, era un uomo d'aspetto comune, una di quelle persone che, a un party della New York intellettuale, spiccano tra gli invitati perché sono del tutto insignificanti, e che più tardi si rivelano per l'amministratore del padrone di casa, oppure per quel cugino venuto da Roccacannuccia.
Sua moglie sedeva impettita sull'orlo del divano. - No. Tu, quella storia non la racconti! - Sì, doveva proprio essere sua moglie. Quei due erano come il maschio e la femmina del cardinale: piume di colore diverso, ma simili, in fondo. Una coppia della stessa specie. - Sono tutte sciocchezze - continuò la moglie. - Nessuno vuole ascoltarle e non interessano a nessuno.
- Ma sì che c'interessa! - disse il padrone di casa, dopo una breve pausa.
- Non l'abbiamo mai raccontata - fece il dottore. - Non è quel genere di storia che... - Si girò verso la moglie. - Ma tutti, qui, stanno discutendo di esperimenti medianici, reincarnazioni, oroscopi, mantra...
- Quella storia è un'altra cosa - disse la moglie, aspra. - Fa parte della cultura dell'est, e qui siamo negli stati dell'ovest.
E poiché, per lei, questa non era affatto una battuta, andò su tutte le furie quando gli altri si misero a ridere tutti insieme. Poi, mordendosi le labbra, tornò a rilassarsi. - Fa' come vuoi - disse, - se la cosa ti rode tanto. - E ostentatamente alzò gli occhi verso un quadro appeso alla parete alle spalle del marito. Un grande riquadro a colori, di stucco, su un fondo nero e rosso di gusto assai pesante.
- Ecco, il fatto è questo - cominciò il dottore, in tono allegro. - Se uno si trova all'estero, in un castello scozzese o in un alberghetto di campagna, la cosa si può anche capire. Ma in un palazzo d'appartamenti sulla Broadway alta? Se senti qualcuno suonare alla porta, non pensi a un fantasma, pensi solo ad aprire e a farlo entrare. Così noi non ci avevamo pensato neppure lontanamente. Siamo anche abituati a sentire gente nell'atrio. I due ragazzi dei Gruen, per esempio, che abitano di fronte a noi. Dentro e fuori tutto il giorno. E poi i vari fattorini, e il garzone della lavanderia che entra a ritirare la biancheria sporca. I Gruen la lasciano sempre davanti alla loro porta.
- E quelli della tintoria, anche - disse la moglie.
- E quelli della tintoria, d'accordo. Insomma, chiunque cammini nell'atrio, noi lo sentiamo. Questo, però, vale solo per l'atrio - si affrettò ad aggiungere. - Non è così per gli appartamenti. La casa è vecchia, ma con un buon isolamento acustico.
Uno degli invitati maschi, visto il fondo del proprio bicchiere, lo alzò come una specie di lasciapassare e, tenendolo sollevato davanti a sé, se ne andò verso il bar.
- Sì? Bene - disse il padrone di casa.
- Qualche volta la gente, uscendo dall'appartamento dei Gruen, si sbaglia, e suona il nostro campanello credendo che la nostra porta sia quella dell'ascensore. Per lo più succede tardi, la notte, dopo una festa, quando hanno un po' bevuto...
- Per l'amore del cielo, raccontateci la storia! - esclamò il padrone di casa, con un risolino soffocato.
Il dottore si aggiustò gli occhiali sul naso, poi continuò: - Non voglio farla lunga. Vi dirò solo i fatti. È tutto quello che posso fare, d'altra parte, sapete? Sono un medico, io, non un narratore.
- D'accordo - disse l'ospite. - Diteci solo i fatti.
- I fatti sono questi - riattaccò il dottore, guardando fisso il padrone di casa. - Tutto è cominciato... beh, con esattezza non posso dire quando. Può avere avuto inizio anche prima, senza che noi ce ne siamo accorti. L'angolo tra la settantottesima e la Broadway è molto rumoroso... Il traffico, l'autobus di linea, e poi stavano ricostruendo il palazzo di fianco... colpi di martello, trapani...
- Se andate avanti così, vi uccido per davvero - disse il padrone di casa. - Non state a raccontarci del vostro angolo, parlateci del fantasma. Era una bella ragazza? Un cavaliere medievale con la testa sotto il braccio?
- No, no. Niente del genere - disse il dottore, in tono dimesso. - Era un vecchio ebreo!

Silenzio improvviso. Poi: - Gli ebrei non hanno anima e non possono avere fantasmi - dichiarò una delle donne. Tutti la guardarono, sperando che fosse una battuta. Ma non era così. - È la verità - disse ancora lei, sulla difensiva.
- Taci, Gladys! - disse il padrone di casa. - Lascia che lui ci racconti la sua maledetta storia!
- Siete sicuri che fosse un fantasma? - La padrona di casa cercava di alleggerire la situazione. - Forse era veramente un vecchio. Magari si era solo sbagliato di piano.
- Questo è stato proprio quello che ho pensato io - disse il dottore. - Avevo sentito girare la maniglia, poi la porta, che però era chiusa a chiave, era stata scossa avanti e indietro. Così ho pensato che qualcuno volesse entrare. Ma non c'era nessuno. Non c'era proprio nessuno.
- Se non c'era nessuno - disse maliziosamente Gladys, - come fate a sapere che si trattava di un vecchio ebreo?
Il dottore aggrottò la fronte.
- Ecco, vedete - disse, impacciato, - prima di aprire la porta io guardo sempre dallo spioncino. Gli inquilini del nostro palazzo sono tutte persone serie, e poi abbiamo il portinaio fisso, ma perché comportarsi da eroe?
- Rivolse uno sguardo al padrone di casa, che annuì. - Così ho sollevato la chiusura dello spioncino e ho visto quel vecchio, con la mano sulla maniglia, che cercava di aprire la porta. Ma quando io l'ho spalancata - tirò un lungo respiro, - l'atrio era, vuoto.
Gladys si protese verso di lui e chiese: - Quanto vi ci è voluto per aprire la porta? Il vecchio se ne sarà andato, intanto che voi stavate decidendo di comportarvi da eroe!
- Non avrebbe potuto andarsene, sapete, perché non c'è nessun altro posto dove andare, dall'atrio - spiegò il dottore. - Scale non ce ne sono. Le scale danno sull'ingresso posteriore. E non andò neanche dai Gruen, perché poi sono andato a chiederglielo, non una ma due volte, e loro mi hanno guardato come se fossi impazzito. E non ha preso l'ascensore. Se l'avesse fatto, la spia luminosa sarebbe stata accesa, quella che indica quando 1'ascensore è in movimento. Verde quando sale, rossa quando...
Gladys sospirò e si risistemò nella poltrona. La padrona di casa gettò là un'idea: - Non può essere stato un gioco di luci? Una macchia sullo spioncino o qualcosa del genere?
La moglie del dottore si girò di scatto: - Non sul «mio» spioncino. La donna lo pulisce tutte le settimane!
- Dunque, non c'era proprio nessuno! - esclamò Gladys. E, come se ciò avesse dato ragione a quello che lei sosteneva, si guardò intorno in cerca di un'altra discussione, di un altro successo.
- C'era, c'era, invece - disse il dottore. - Io l'ho visto. Non una o due volte, ma molte volte!
- L'ho visto anch'io - disse la moglie, - molte, molte volte!
A questo punto un secondo invitato maschio non resistette alla tentazione di andarsene al bar. Il padrone di casa, accigliato, lo seguì con lo sguardo. Poi, rivolgendosi al dottore: - Ma come fate a sapere che era ebreo?
- Lo conoscevo da vivo, ecco - rispose il dottore. - Abitava nel palazzo accanto al nostro. Una casa di mattoni rossi era, finché non l'hanno demolita, per ricostruire quello che c'è adesso. Lo chiamavano tutti «il rabbino». Però non lo era, lo chiamavano solo così. Si occupava di acqua in bottiglie, sapete, sifoni e altro. Ma poi si era ritirato dagli affari, perciò, quando era bel tempo aveva l'abitudine di starsene seduto sulla veranda, su una sedia pieghevole. Portava sempre quel cappello di feltro nero, un «fedora» nero...
- Un «homburg» - disse la moglie.
- Un «homburg». Vestito nero, sempre ben spazzolato, e scarpe lucidissime. Quelle grosse scarpe nere, da vecchio. Quando passavo di lì, lo salutavo con un cenno della testa e lui mi rispondeva allo stesso modo. Era sempre lì, sulla veranda, quando faceva bello.
- Fino a quando non hanno cominciato a demolire la casa - disse la moglie.
- Naturale - disse lui, irritato per l'interruzione.
Gladys intervenne improvvisamente: - Allora era un uomo, un uomo vero!
- Si capisce che era un uomo vero - disse il dottore. - Ma morto!

Adesso tutti erano molto attenti, persino quelli vicino al bar. - Ne siete sicuro? - chiese il padrone di casa.
- I funerali li hanno fatti ad Amsterdam, quella cittadina a pochi chilometri a est di qui - disse il dottore. - Tutti i vicini ci sono andati; io no, perché ero di turno in ambulatorio. Era infatti andato ad abitare con sua figlia, quando l'impresa aveva cominciato a demolirgli la casa di mattoni rossi. Ma è morto quasi subito. Il cuore, credo.
- Sì, di mal di cuore - confermò la moglie.
Una pausa di silenzio. Poi il dottore continuò: - Chi ha dovuto sopportare il peggio, ovviamente, sono stato io. Io curo le malformazioni del piede. Sono specializzato in podiatria che, lo saprete, fa parte della medicina. Io osservo i piedi dei miei pazienti, tocco i piedi dei miei pazienti, e faccio le mie diagnosi sulla base di quello che appare ai «miei» sensi. Io «credo» nei miei sensi, a quello che vedo e a quello che tocco. È una prerogativa della mia formazione professionale, ed è comune a tutti quelli della mia età. Tutti materialisti. Io mi vanto di essere un essere razionale, ma non potevo spiegare razionalmente quella visione. Perciò, o era veramente un fantasma, oppure noi due eravamo matti. «Folie à deux», viene chiamata.
Il padrone di casa fece per parlare, ma il dottore lo zittì con un gesto della mano. - E fin qui tutto corre. Ma, una volta stabilito che si ha a che fare con un vero fantasma, ci si trova davanti un altro problema. I fantasmi derivano sempre da qualche terribile tragedia, vero? Una grave offesa da riparare, un crimine da vendicare. Ma quale tragedia? Quale crimine? E perché venire da noi? In che cosa c'entravamo noi?
- Non abitavamo neanche nello stesso palazzo! - esclamò a voce alta la moglie. - E tutti sanno che un fantasma infesta i luoghi in cui è vissuto!
Anche il dottore alzò la voce.
- E il palazzo non c'era più. Come poteva infestare un posto che non esisteva? - Si capì chiaramente che quello era da tempo un argomento di discussioni e di lite tra i due coniugi.
- Ma sei sicuro che venisse solo da noi? - riattaccò la moglie. - Potrebbe essere stato in tutti gli altri appartamenti...
- Finitela! - disse il padrone di casa.
Lei si riappoggiò allo schienale del divano, ma non la finì. - È ridicolo. A nessuno piace ascoltare una stupidissima...
Il dottore, imperterrito, continuò: - Vivevamo in un notevole stato di tensione, e persino, a intervalli, in uno stato di paura angosciosa. Eravamo anche fisicamente stanchi, a causa del sonno interrotto. A mezzanotte scuoteva la porta, alle tre del mattino scuoteva la porta, alle sei ricominciava daccapo. Ci vergognavamo persino, per la paura di essere diventati matti a causa di quell'allucinazione. Non uscivamo più, non ricevevamo più gli amici, ci isolavamo. Cosa sarebbe successo se anche gli altri l'avessero sentito? O, peggio, se nessun altro l'avesse sentito? Più cercavamo di ignorarlo, più ne eravamo perseguitati. Io ci pensavo tutto il giorno - allucinazioni! - e appena tornato a casa stavo lì in ascolto, in attesa di sentirlo. Nell'attimo in cui arrivava, ero costretto a saltar su, qualunque cosa stessi facendo, per correre a guardare dallo spioncino. Che svanisse a poco a poco? Oppure che scomparisse di colpo, come quando si spegne la luce? Volevo saperlo, ma non ci riuscivo mai, perché appena lo vedevo, lasciavo ricadere la piastrina dello spioncino. Era come un brivido che mi correva per tutto il corpo...
- Non eri il solo - intervenne la moglie. - Anch'io avevo una sensazione di gelo, che mi bloccava completamente. Restavo come paralizzata.
Per la prima volta da quando aveva cominciato a parlare, il dottore smise di fissare il padrone di casa e si girò a guardare le facce degli invitati tutt'intorno a lui. - Una sera, tornato a casa, ho trovato mia moglie sull'orlo della disperazione. Mi sarebbe proprio piaciuto fare le valigie, e andarcene a dormire in albergo. Eravamo li, indecisi, quando sentii il solito rumore della porta che veniva scossa. Andai allora allo spioncino, ma questa volta tenni ferma la piastrina con tutt'e due le mani e guardai fuori. Ecco il cappello, la barba, le spalle del vecchio. Tremo, ma non riesco a lasciar andare la piastrina, anzi la premo con più forza contro il legno della porta. E allora, all'improvviso, lui volta la testa e mi guarda negli occhi.
Erano tutti impietriti. Sottili e dritte colonne di fumo si alzavano da varie sigarette. - Per la verità, non proprio negli occhi, ma verso la porta. Però, dato che il mio occhio era sullo spioncino, praticamente ci guardò dentro. Che razza di sguardo! Triste, disperato. Ho provato quasi... una specie di tenerezza. - Inghiottì saliva. - Sì, la sensazione era quella. Così, spalancai la porta. Oh, gli occhi! Mi ricordai che conoscevo quegli occhi: erano quelli di mio nonno, quand'ero ragazzo. Se mi nascondevo nel bagno a fumare una sigaretta, lui veniva a bussare alla porta. E avevo un bel tirare lo sciacquone e far scorrere l'acqua dal rubinetto, per non sentirlo! Quando pensavo «Se ne sarà andato, ormai!» e uscivo, lui era fuori della porta ad aspettarmi. «Scusa, nonno, non sapevo...».
La moglie si era di nuovo piegata in avanti, fissandolo intensamente mentre lui continuava a raccontare: - Così tenni la porta aperta, mi feci da parte, e lui entrò. Non lo vedevo, ma sentivo quell'odore caratteristico dei vecchi. L'odore degli anni, del fumo del sigaro, del lucido da scarpe... Perché ho provato questa sensazione. - Adesso il dottore parlava con molta calma. - Un fantasma, un «vecchio» fantasma, condannato a vagare, giorno dopo giorno, notte dopo notte, cosa poteva volere? Poteva voler andare...
- ... al gabinetto - l'interruppe la moglie.
- Sì, al gabinetto. Perciò, d' allora in poi, tutte le volte che stavamo a casa non chiudevo più la porta. E non ebbi più paura. Come si può avere paura di un vecchio che ha soltanto bisogno di usare...
- ... il gabinetto.
- Il gabinetto. Qualche mese dopo, quando inaugurarono il nuovo palazzo, ripresi a tenere la porta chiusa a chiave. Non successe niente. Tutto finito. Ed è stata anche la fine del nostro fantasma.
Nel più completo silenzio il dottore si tolse gli occhiali e, a testa china, li pulì accuratamente con il fazzoletto piegato. Sembrava un attore sul palcoscenico che, con molta modestia, risponde alle chiamate del pubblico plaudente. Rimise poi il fazzoletto nel taschino, gli diede un'aggiustatina e si rinfilò gli occhiali. - Ecco, questa è la nostra storia di fantasmi - disse, guardandosi attorno.
Ma qualcosa era andato storto. Niente più chiamate alla ribalta, niente più pubblico. Improvvisamente, ogni altro invitato si era trovato qualcosa da fare. Chi stava bevendo, chi accendeva una sigaretta. Nessuno gli badava più, tranne la moglie. Seduta sul divano, lo stava fissando con una feroce aria di trionfo.

FINE