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Urania - Asimov d'appendice
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IL COROLLARIO DI ASIMOV - Isaac Asimov
Titolo originale: Asimov's corollary

Nel suo saggio «Profili del Futuro», il mio amico Arthur C. Clarke enuncia quella che lui stesso chiama la «Legge di Clarke». Eccola:
«Quando uno scienziato, illustre ma anziano, afferma che una certa cosa è possibile, ha quasi certamente ragione; ma quando afferma che una certa cosa è impossibile, molto probabilmente ha torto.»
Arthur continua con esempi di «scienziati illustri ma anziani» che hanno pubblicamente espresso disgusto e riprovazione per ogni genere di progetti che, quasi immediatamente dopo, sono stati realizzati. Ernest Rutherford mise in ridicolo l'ipotesi dell'energia nucleare, Vannevar Bush si dimostrò più che scettico nei confronti dei missili balistici intercontinentali, e così via.
Però, conoscendo Arthur come lo conosco, quando «io» ho letto quanto sopra, mi sono chiesto se, tra tutti gli altri, lui non avesse compreso anche il sottoscritto.
Dopo tutto, anch'io sono uno scienziato, sebbene non propriamente «illustre». Per varie ragioni, i non-scienziati si sono fatti di me quest'idea, che io non smentisco affatto, essendo troppo beneducato per dargli il dispiacere di una tale delusione. E ancora, sono definitivamente un po' al di sopra dei trent'anni, e lo sono da tanto di quel tempo che posso persino considerarmi «anziano» secondo la definizione di Arthur. (E lo è anche lui, ovviamente, perché - ah, ah, risatina - è nato ben tre anni prima di me).
Orbene, come scienziato illustre ma anziano, ho io mai dichiarato che una certa cosa è impossibile o comunque che quella certa cosa non ha alcun rapporto con la realtà? Oh, cielo, sì! Infatti è raro che mi senta pago di dire semplicemente che una cosa è sbagliata, senza aggiungere altro. Di solito, faccio invece libero uso di termini come «sciocchezza», «sproloquio», «stupida follia», «pura idiozia», e di molte altre perle appartenenti alla stessa gentile e affettuosa maniera di esprimersi.
Per esempio, tra le attuali aberrazioni più comuni tra la gente, ho attaccato senza freni l'astrologia, i dischi volanti, e roba del genere.
E, sebbene non abbia ancora avuto occasione di trattarle a fondo, considero le idee di von Daniken sugli astronauti dell'antichità e quelle di Charles Berlitz sul «triangolo» delle Bermude, una risciacquatura di piatti. (Ho conosciuto Charles Berlitz, e l'ho trovato una persona affascinante, e gli sono anche affezionato, ma ciò non cambia la mia opinione).
Dunque la Legge di Clarke non mi turba affatto? E non ho paura che qualche successore di Arthur, fra un centinaio d'anni, scriva di me in un suo libro e mi metta in ridicolo, citando per esteso le mie affermazioni?
No.
Anche se io accetto la Legge di Clarke e penso che Arthur abbia ragione nel sospettare che i lungimiranti pionieri del progresso di oggi saranno i conservatori, reazionari e nostalgici, di domani, per me stesso non mi preoccupo. Sono infatti molto selettivo circa le eresie che denuncio come false, poiché mi lascio guidare da quello che chiamo «il Corollario di Asimov alla Legge di Clarke».

Ed ecco qua il «Corollario di Asimov»:
«Ciò nonostante, quando il volgo si stringe compatto intorno a un'idea che scienziati, illustri ma anziani, denunciano come falsa, e sostiene tale idea con grande fervore e partecipazione emotiva, gli scienziati illustri ma anziani hanno, proprio per questo, probabilmente ragione».
Ma perché dovrebbe essere così? E com'è possibile che io, da vecchio liberale ed equalitarista quale sono, del tutto estraneo alle scorie elitarie, proclami l'infallibilità della maggioranza, quando poi sostengo che la maggioranza ha infallibilmente torto?
La risposta è che gli esseri umani hanno l'abitudine, cattiva forse ma inevitabile, di essere «umani», il che significa che credono a ciò che li consola e gli offre una speranza.
Considerate quanti inconvenienti e svantaggi ci siano nell'Universo, così com'è fatto: non possiamo vivere in eterno, non possiamo mai avere niente per niente, non possiamo vincere sempre, e via di seguito.
È quindi naturale che qualunque promessa di eliminare questi inconvenienti e questi svantaggi venga accettata con slancio e abbracciata con convinzione. Gli inconvenienti e gli svantaggi restano, ovviamente, ma che importa?
Prendiamo ad esempio il più grande, il più universale e il più inevitabile degli inconvenienti: la morte. Dite agli uomini che la morte non esiste, e loro vi crederanno e vi saranno grati per la buona notizia. Fate un censimento per cercare di sapere quanti esseri umani credono nella vita dopo la morte, o nel paradiso, o nelle dottrine spiritualistiche, o nella trasmigrazione dell'anima. Sono più che sicuro che troverete una bella maggioranza, o addirittura una maggioranza schiacciante di persone che, intendendo aggirare il concetto di morte, rifiutano di credere alla sua esistenza seguendo questa o quella teoria.
Tuttavia, per quanto ne so, non è mai stata portata da alcuno una prova evidente che lasci sperare che la morte sia qualcosa di diverso dalla permanente dissoluzione della personalità dell'individuo, o che, al di là di essa, sussista qualcosa, per ciò che concerne la coscienza personale.
Se volete discutere su questo punto, presentatela, questa prova evidente!
Devo però avvertirvi che ci sono alcuni argomenti che non accetterò.
Non accetterò argomenti «ex cathedra» («La Bibbia dice così»).
Non accetterò argomenti basati su convinzioni interiori («Io lo credo»).
Non accetterò argomenti fondati su giudizi morali («Cosa sei, un ateo?»).
Non accetterò argomenti non pertinenti («Credi di essere stato messo su questa Terra al solo scopo di esistere per una minima frazione di tempo?»).
Non accetterò argomenti tratti da aneddoti o per «sentito dire» («Mia cugina ha un'amica che è andata da un medium e ha parlato col marito morto da tre anni»).
E quando tutti questi argomenti (e anche altre varietà di prove non probanti) saranno eliminati, stringi stringi non ne resterà più niente.
Allora, perché la gente crede? Perché lo vuole. Perché il desiderio di credere della massa crea una pressione sociale cui opporsi è difficile, oltre che pericoloso, nella maggior parte delle epoche e dei luoghi. Perché poche sono le persone che hanno avuto la fortuna di venire educate alla comprensione di quello che vuol dire prova evidente o all'esercizio della discussione rispettosa della logica.
Ma, principalmente, la gente crede perché vuole credere. Ecco dunque il motivo per il quale un fabbricante di dentifrici troverà insufficiente dirvi che i suoi prodotti vi puliscono i denti quasi quanto lo spazzolino usato da solo. Al contrario, vi farà capire, direttamente o indirettamente, che il suo dentifricio è in grado di procurarvi un innamorato molto, molto attraente. E chi desidera l'amore o il sesso con più forza di quanto desideri avere i denti puliti, sarà più pronto a credergli.
Alla gente, inoltre, piace credere alle situazioni drammatiche, e la loro incredibilità, lungi dall'essere di ostacolo, è di aiuto alla stessa voglia di credere.

Non c'è dubbio che queste sono cose a tutti note oggigiorno, in quest'epoca in cui intere nazioni possono essere indotte a credere ogni genere di follia che vada bene a chi le governa. E per tali follie vengono anche indotte a desiderare la morte. (Quest'epoca si differenzia da quelle precedenti soltanto perché il miglioramento delle comunicazioni rende possibile l'espandersi della follia con velocità ed efficacia molto più grandi.)
Considerando perciò quest'amore per il drammatico, sorprende forse che milioni di persone vogliano credere, per averlo solo sentito dire, che astronavi aliene ronzino attorno alla Terra e che esista una vasta congiura del silenzio da parte dei governi e degli scienziati per nascondere il fatto? Nessuno ha mai spiegato cosa i governi e gli scienziati sperino di guadagnare da una simile congiura, né come un tale segreto possa essere mantenuto, quando ogni altro viene invece subito divulgato in tutti i particolari. Com'è allora che tutti lo credono? È che la gente è sempre smaniosa di credere a qualsiasi congiura, contro chiunque o qualsiasi cosa.
La gente è anche desiderosa e impaziente di credere a problemi drammatici come la supposta capacità di tenere conversazioni intelligenti con le piante, la supposta forza misteriosa che inghiotte navi e aerei in una particolare zona dell'oceano, le supposte esaltanti visite di astronauti extraterrestri in età preistoriche e il regalo che ci avrebbero fatto questi extraterrestri di arti, mestieri e tecniche, e persino di alcune nostre caratteristiche genetiche.
Perché le cose siano ancora più eccitanti, la gente ama sentirsi in costante rivolta contro qualche potente forza repressiva e, s'intende, finché ha la certezza che non corre alcun rischio. Ribellarsi contro il potere istituito, politico, economico, religioso o sociale che sia, è molto pericoloso, e pochissime persone osano farlo, se non qualche rara volta, come parte anonima di una massa. Ribellarsi invece contro il «potere scientifico» è la cosa più semplice del mondo, e chiunque può farlo sentendosi di un'audacia eccezionale e senza rischiare niente.
Così, la grande maggioranza che crede nell'astrologia e pensa che i pianeti non abbiano niente di meglio da fare che formare un codice che gli dica se domani sarà un giorno propizio per concludere o no un affare, tanto più si eccita e si entusiasma per tali scemenze, quanto più gruppi di astronomi le denunciano come tali.
Ecco quindi come scelgo i miei «impossibili». Decido che certe eresie sono ridicole e indegne di credito non tanto perché il mondo scientifico dice «Non è vero!», quanto perché il mondo non scientifico dice «È vero!» con eccessivo entusiasmo. Cioè, non sono tanto convinto che gli scienziati abbiano ragione, quanto, invece, che i non scienziati abbiano torto.

Ammetto, d'altra parte, che la mia fiducia negli scienziati non è molto salda. Gli scienziati hanno spesso avuto torto, e anche torto marcio. Ci sono stati «eretici» che si sono burlati del potere scientifico e sono stati perseguitati (nel modo limitato in cui il potere scientifico è in grado di perseguitare, ovviamente), ma alla fine sono stati gli eretici a dimostrare di avere ragione. Ciò è accaduto non una volta sola, ripeto, ma molte volte.
Questo, comunque, non fa vacillare la sicurezza con cui attacco le eresie che sono fermamente deciso ad attaccare, perché, anche nei pochi casi nei quali gli eretici hanno vinto, la gente comune non è stata quasi mai coinvolta, a nessun livello.
Quando nella scienza viene introdotto qualcosa di nuovo che ne scuote le strutture e che alla fine dev'essere accettato, di solito quel qualcosa quasi sicuramente eccita gli scienziati, ma non eccita la pubblica opinione, tranne forse che per fargli chiedere a gran voce la testa dell'eretico in questione.

Tanto per cominciare, consideriamo il caso di Galileo, dato che lui, pover'uomo!, è ormai diventato il santo patrono di tutti i picchiati (scientificamente, è ovvio!) pieni di autocommiserazione. Per essere precisi, comunque, Galileo non fu in origine perseguitato dagli scienziati per i suoi «errori» scientifici, bensì dai teologi per le sue autentiche eresie (sufficientemente autentiche, in in base alle norme vigenti nel diciassettesimo secolo).
Allora, credete forse che la pubblica opinione sostenesse Galileo? Ovviamente no. Non una voce si levò in suo favore. Non nacque nemmeno alcun grande entusiasmo popolare in favore della Terra che girava intorno al Sole. Né alcun movimento o associazione pro «centralità solare» denunciò le autorità e le accusò di cospirare per nascondere la verità. Se Galileo fosse stato bruciato sul rogo, com'era accaduto a Giordano Bruno una generazione prima, il processo avrebbe probabilmente acquistato popolarità presso quel tipo di pubblico che apprezzava le condanne al supplizio unicamente per assistervi in prima fila come a uno spettacolo.
E ancora, consideriamo il più strabiliante caso di eresia scientifica successivo a Galileo, quello di Charles Robert Darwin. Darwin raccolse un mucchio di prove evidenti in favore dell'evoluzione delle specie per mezzo della selezione naturale, e lo fece con gran cura e coscienziosamente nell'arco di decenni. Poi, pubblicò un libro in cui, con argomentazioni scrupolosissime, dimostrò la realtà dell'evoluzione in modo tale che nessun biologo che ragioni ha potuto mai smentirlo, anche se c'è, e c'è stata, qualche vivace controversia sui dettagli del meccanismo evolutivo.
Allora, credete forse che la pubblica opinione si sia schierata a sostegno di Darwin e della sua drammatica teoria? Il pubblico ne era certamente al corrente, e il rumore che la teoria fece fu senz'altro drammatico! Pensate: le specie viventi che si sviluppano attraverso la pura mutazione casuale e la selezione naturale, e gli esseri umani che si sviluppano da creature simili alle scimmie. Quale drammaticità! Nessuno scrittore di fantascienza ha mai immaginato niente di tanto rivoluzionario, sconvolgente e dissacrante quanto risultò l'evoluzione delle specie per persone che fin dalla prima infanzia avevano ritenuto una verità rivelata e assoluta che Dio avesse creato tutte le specie nello spazio di pochi giorni e che l'uomo, in particolare, fosse stato creato a immagine e somiglianza di Dio.
Credete ancora che l'opinione pubblica abbia sostenuto Darwin, e ne sia stata entusiasta, e lo abbia reso ricco e famoso, e abbia attaccato il potere scientifico per averlo perseguitato? Sapete bene che non è stato così. Il sostegno che Darwin ricevette venne soltanto dagli scienziati. (Il sostegno, che qualunque eretico scientifico che ragioni ottiene, viene sempre dagli scienziati, anche se all'inizio si tratta di solito di una esigua minoranza di essi.)
In effetti, la pubblica opinione non solo era contraria a Darwin allora, ma lo è anche adesso. Ho il forte sospetto che se negli Stati Uniti si facesse oggi un referendum per decidere sulla questione se l'uomo sia stato creato tutt'intero e in un solo istante dal fango, oppure nel corso di milioni di anni attraverso i sottili meccanismi della mutazione e della selezione naturale, una grande maggioranza voterebbe per il fango.

Ci sono altri casi, meno famosi, nei quali la pubblica opinione non si unì ai persecutori solamente perché non sentì mai parlare della controversia.
Negli anni intorno al 1830, il più grande chimico vivente era lo svedese Jons Jakob Berzelius. Berzelius aveva una sua teoria sulla struttura dei composti organici, basata sulle prove disponibili in quell'epoca. Il chimico francese August Laurent raccolse prove aggiuntive, che dimostrarono l'inadeguatezza della teoria di Berzelius, e formulò una sua propria teoria alternativa, che allora era certamente esatta e che, nei punti essenziali, è valida ancor oggi.
Berzelius, ormai in età avanzata e molto conservatore, fu incapace di accettare la nuova teoria. Reagì furibondo, e nessuno dei chimici più rinomati e importanti del tempo ebbe la forza di opporsi al grande svedese.
Laurent tenne duro e continuò ad accumulare prove. Ma per questo suo lavoro ottenne, come ricompensa, di essere escluso dai laboratori di ricerca più famosi e obbligato a rimanere in provincia. Si ammalò poi di tubercolosi, che si ritiene abbia contratto in conseguenza del freddo sopportato lavorando in laboratori poco riscaldati, e morì nel 1853, all'età di soli quarantasei anni.
Morti sia Laurent sia Berzelius, la nuova teoria cominciò a guadagnare terreno. Un chimico francese, che all'inizio aveva appoggiato Laurent, ma che si era poi ritirato di fronte al malcontento di Berzelius, riesaminò la teoria e l'accettò, tentando addirittura di farla apparire, più tardi, come propria. (Anche gli scienziati sono umani!)
E questo non è neppure il record più triste. Robert Mayer, a causa del suo primato nella scoperta della legge di conservazione dell'energia, fu condotto alla pazzia. Ludwig Boltzmann, per i suoi studi sulla teoria cinetica dei gas, arrivò al suicidio. L'opera di entrambi è oggi accettata ed elogiata oltre misura.
Ma la massa del pubblico cosa ha avuto a che fare con tutti questi casi? Niente. Non ne sentì neanche mai parlare. Non se ne preoccupò mai. Non toccavano infatti alcuno dei suoi grandi interessi. In realtà, in un eccesso di cinismo, potrei anche dire che in tutti i casi in cui gli eretici avevano ragione, la gente intuì la verità, ma si limitò a sbadigliare.
Questo stato di cose continua anche nel ventesimo secolo.

Nel 1912 un geologo tedesco, Alfred Lothar Wegener, presentò al mondo le sue teorie sulla deriva dei continenti. Riteneva infatti che tutti i continenti formassero inizialmente una singola massa di terre e che quest'unica massa, la «Pangea», si fosse spaccata, suddividendosi in varie parti (i continenti attuali) che si erano allontanate l'una dall'altra. Avanzò anche l'ipotesi che la crosta terrestre galleggiasse sulla cedevole, semisolida roccia sottostante, e che i continenti stessero ancora allontanandosi l'uno dall'altro, sempre scorrendo.
Sfortunatamente, le varie misurazioni sembravano dimostrare che la roccia sottostante la crosta terrestre fosse molto solida, anzi troppo rigida perché i continenti potessero andare alla deriva, e le opinioni del geologo tedesco furono respinte e persino disprezzate. Per mezzo secolo i pochi che sostennero le idee di Wegener ebbero qualche difficoltà a ottenere nomine accademiche.
Poi, dopo la seconda Guerra Mondiale, le nuove tecniche di esplorazione dei fondi marini hanno reso possibile la formulazione del modello della tettonica globale, la scoperta dell'espansione recente dei fondi oceanici, la dimostrazione dell'esistenza delle zolle o piastre della crosta terrestre, e, di conseguenza, è diventato evidente che la litosfera (l'involucro esterno rigido della Terra) consiste in un certo numero di grandi «blocchi di copertura» in costante movimento relativo e che i continenti si spostano insieme con questi blocchi in scorrimento. La deriva dei continenti, o «tettonica a zolle» come più correttamente viene chiamata, è così diventata la pietra miliare della moderna geologia.
Io ho personalmente partecipato a questo processo di conversione. Nelle prime due edizioni della mia «Guide to Science» avevo parlato della deriva dei continenti, ma avevo respinto con foga la teoria in non più di un paragrafo. Nella terza edizione le ho dedicato invece parecchie pagine, ammettendo di avere avuto torto a rifiutarla in modo così affrettato. (In realtà, questa non è una colpa di cui vergognarsi: se si ha fiducia nelle prove evidenti, «si deve» cambiare opinione appena si aggiungano nuove prove che invalidano le precedenti conclusioni. Soltanto coloro che sostengono determinate idee per ragioni emotive non sono in grado di cambiare opinione: le prove aggiuntive non hanno alcun effetto sui sentimenti!)
Se Wegener non fosse stato un vero scienziato, sarebbe senz'altro diventato ricco e famoso. Gli sarebbe bastato prendere il concetto di deriva dei continenti e portarlo sulla Terra per spiegare i miracoli della Bibbia. La frattura della Pangea avrebbe potuto essere la causa, o la conseguenza, del Diluvio Universale. La formazione della Grande Spaccatura Africana (le fosse tettoniche dell'Africa orientale) avrebbe potuto aver fatto sprofondare Sodoma. E gli Ebrei avrebbero potuto attraversare il Mar Rosso perché, ai loro tempi, era largo sì e no un chilometro. Se Wegener avesse scritto tutto ciò, il suo libro sarebbe andato a ruba, e lui avrebbe potuto incassare felicemente sostanziosi diritti d'autore.
E comunque, se qualche lettore vuole provarcisi adesso, a scrivere il libro, è ancora in tempo ad arricchirsi. Ma chiunque volesse segnalare questo articolo come ispiratore del suo libro, verrebbe senz'altro ignorato dalla massa dei «veri credenti», ve 1'assicuro.
Eccovi dunque una nuova versione del Corollario di Asimov. Potrete usarla come guida per decidere a cosa credere e che cosa rifiutare di credere:
«Se un'eresia scientifica è ignorata o combattuta dall'opinione pubblica, esiste la probabilità che sia giusta. Se un'eresia scientifica viene emotivamente appoggiata dall'opinione pubblica, quasi certamente è sbagliata».
Avrete notato che, nelle due versioni del Corollario di Asimov, sono stato bene attento a non compromettermi. Nella prima versione ho detto che gli scienziati hanno «probabilmente ragione»; nella seconda ho detto che il pubblico ha «quasi certamente» torto. Io non sono mai tassativo, e lascio spazio alle eccezioni.
Ahimè, non solo la gente è umana, e non solo gli scienziati sono umani, lo sono anch'io! E vorrei tanto che l'Universo fosse come lo desidero io, cioè coerente e logico in tutto. E vorrei tanto, anche, che i giudizi emotivi fossero «sempre» sbagliati!
Per mia disgrazia, però, non posso far sì che l'Universo sia come lo vorrei; ma uno degli elementi che fa di me un essere razionale è proprio la coscienza di ciò.
Eppure, nel corso della storia, devono esserci stati casi in cui la scienza abbia detto «No» e l'opinione pubblica, per ragioni unicamente emotive, abbia detto «Sì», e poi si sia dimostrato che la seconda era nel giusto. Pensiamoci un attimo: in mezzo minuto vi trovo un esempio. Eccolo.
Nel 1798 un medico inglese, Edward Jenner, seguendo uno di quei racconti di vecchie comari che appartengono al tipo di prove aneddotiche che io disprezzo, si mise a fare esperimenti per vedere se il leggero malessere causato dal vaiolo vaccino rendesse davvero immuni dalla mortale e terribile malattia del vaiolo. (Come voi stessi potete vedere, non era soddisfatto della prova aneddotica, e perciò «sperimentò») Trovò quindi che le vecchie comari avevano ragione e introdusse la tecnica della vaccinazione antivaiolosa.
Di fronte alla nuova tecnica, il potere medico del tempo reagì con dubbi e sospetti. Se essa fosse rimasta nelle sue mani, a quest'ora sarebbe morta e sepolta.
Ma il consenso generale della pubblica opinione alla vaccinazione fu immediato e schiacciante: la nuova tecnica si diffuse in tutta Europa, la famiglia reale d'Inghilterra fu vaccinata, il Parlamento britannico stanziò un'elargizione di diecimila sterline a favore di Jenner, il quale, in breve, salì al rango di un semidio.
Non è difficile capire il perché: il vaiolo era una malattia incredibilmente spaventosa, poiché chi non ne moriva restava sfigurato in modo permanente. Di conseguenza, di fronte all'idea che con una semplice puntura di ago si potesse scongiurare il morbo, l'eccitazione dell'opinione pubblica arrivò quasi all'isteria per il desiderio che la teoria fosse vera.
E in questo caso, la gente aveva ragione! L'Universo era davvero come voleva che fosse. Diciotto mesi dopo l'introduzione della vaccinazione antivaiolosa, per esempio, il numero di morti per vaiolo nella sola Inghilterra si era ridotto di due terzi.
Così, le eccezioni esistono veramente, e la fantasia popolare ha talvolta ragione.
Ma non molto spesso. Mi sento perciò obbligato ad avvertirvi che non perdo certo il sonno pensando alla possibilità che uno qualsiasi degli attuali temi che entusiasmano la gente sia vicino a diventare scientificamente valido. Non ci perdo neanche un'ora, io, di sonno; neanche un minuto!

FINE