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Urania - Racconti d'appendice
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IL GIORNO CHE IL FONDATORE MORÌ - Robert Silverberg
Titolo originale: The day the founder died

Ore 7,00. Drin. Alzati.
- È troppo presto - mormorò Wilcox.
Drin.
La sveglia era in anticipo di mezz'ora, tuttavia Wilcox si mosse per alzarsi perché il ripetersi del doppio richiamo, che non si sarebbe interrotto automaticamente, stava disperdendo la nuvola di sonno che gli ovattava la coscienza. Drin. Lo squillo incessante, drin drin drin, gli bucava il cervello come un ago. E la luce rossa a fianco del letto lampeggiava: alzati alzati alzati.
Il doppio richiamo a ripetizione significava che nella Città qualcosa aveva bisogno di essere riparato, e lui era nuovamente di turno alla manutenzione. Di solito la Città si autoriparava, ma qualche volta capitava un guasto agli impianti secondari, per esempio una rottura in un punto irraggiungibile alle stesse macchine che normalmente provvedevano alle riparazioni, e allora veniva lanciato il doppio richiamo a ripetizione per convocare uno degli addetti alla manutenzione delle macchine riparatrici. Gli addetti erano un centinaio o giù di lì, e Wilcox era uno dei più giovani. E dei migliori, a suo parere. Era capace di aggiustare qualsiasi tipo di macchina. Possedeva un talento innato per quel lavoro, e avvertiva per intuito i difetti nella meccanica e nell'alimentazione di ogni struttura metallica. Drin.
Scese dal letto senza far rumore. La ragazza sdraiata al suo fianco continuò a dormire, dato che la sveglia era riservata a lui solo. Wilcox andò alla tastiera del comunicatore e batté il segnale di ricevuto. Lo squillo tacque e la luce rossa di spense. Il comunicatore ronzò, e da una fessura uscì la strisciolina di carta verde patinata che convocava Wilcox al Centro Medico, Livello Diciannove, per le 7,27 in punto.
Batté nuovamente il segnale di ricevuto, infilò la testa nell'apertura dello scuotitore neurale per darsi una risciacquata alle sinapsi, in modo da cancellare dal sistema nervoso ogni traccia di sonno, e fischiettando sottovoce sincronizzò la velocità dell'autodoccia e del rinvigoritore. Da un punto dei livelli più bassi della Città fasci di ioni benefici risalirono fino all'appartamento di Wilcox e gli fornirono una salutare scossa al midollo spinale, sufficiente a dargli lo stimolo per cominciare la nuova giornata.
Contemporaneamente fece la doccia. Poi programmò una leggera colazione, si vestì e svegliò la ragazza. - Devo andare al lavoro - le disse.
Lei fece il broncio. Aveva un paio d'anni meno di Wilcox, e il broncio a incandescenza era uno dei suoi metodi tattici. - Avevamo deciso di andare al tiro a segno con le freccette grav, oggi!
- Più tardi, piccola. Mi vogliono al Livello Diciannove per le sette e ventisette.
Mentre facevano colazione, sulla parete di fronte a loro si illuminò il notiziario del mattino. La voce dallo schermo annunciò che intorno alla Città stava piovendo. Ovviamente, dentro la Città non pioveva. La variabilità atmosferica era sempre e solo esterna: la Città era climatizzata. Si poteva salire fino al Livello Osservatorio, sulla sommità della cupola, a guardare la pioggia, o la neve, o la nebbia, o lo smog, o qualsiasi altro fenomeno atmosferico che si produceva all'esterno. Era possibile osservarli bene, dal Livello Osservatorio, ma certo non se ne aveva la sensazione diretta finché si restava "dentro" la Città. E nessuno della Città era mai andato fuori.
A Wilcox non interessava affatto andare a guardare che tempo c'era all'esterno. Era stato al Livello Osservatorio solo quando ce l'avevano chiamato per qualche riparazione, una o due volte in tutto, gli pareva. Aveva fatto il suo lavoro e se n'era andato alla svelta. La Città offriva tutto lo svago possibile, quindi perché guardare fuori dalla cupola quando bastava girare l'occhio per trovare da divertirsi?
- Vado - annunciò alla ragazza.
Ore 7,16. Il drin gli squillava ancora nelle orecchie.
Il pozzo verticale di transito lo afferrò, lo sollevò aspirandolo dai livelli residenziali riservati agli scapoli, e lo portò su, su, fino al Livello Diciannove. Lungo il percorso gli schermi lo bombardarono con piacevoli immagini a colori smaglianti: otto fasci simultanei di luce lampeggiante, fiumi di luce che scorrevano sulle lisce superfici curve inviandogli delicati messaggi subliminali, mentre lui saliva con moto elicoidale. Arrivato al Livello Diciannove uscì dal pozzo e imboccò il tunnel ad aria diretto a ovest, verso il Centro Medico. Fu un tragitto di quattro minuti costellato da vertiginose ondate di musica agli incroci; uno ogni cinquanta metri. Proprio la settimana prima Wilcox aveva dovuto lavorare per tre giorni ininterrottamente per ricalibrare i circuiti integrati che nel tunnel ad aria del Livello Trenta diffondevano una musica assai piacevole.
Erano le 7 e 26. Davanti a lui comparve il muro scintillante d'ingresso al Centro Medico. Imperturbabile, Wilcox vi si lasciò trasportare contro. Il muro, da verde che era, diventò ambrato e qualcosa fece tac.
- Richiesta di identificazione - disse il muro.
- Wilcox. Addetto alla manutenzione.
Tac. Tac. Il muro si aprì davanti a lui, e con un soffio il tunnel ad aria lo spinse dentro l'apertura. All'interno tutto era di un candore abbagliante: pareti candide, uniformi candide, odore candido da ospedale. Tac. Il pavimento mobile lo smistò sulla sinistra, in un magazzino attrezzi. Sei brutte macchine riparatrici erano allineate contro una parete, come tanti totem, e i bracci alzati, con i cavi penduli, le facevano somigliare a mantidi religiose in atteggiamento bellicoso. Tac. Una voce dolce gli sussurrò all'orecchio: - Il circuito di alimentazione del sistema di sopravvivenza di uno dei nostri pazienti è fuori uso. I nostri tec non trovano la causa del guasto. Arresto del sistema primario previsto entro... tac... centotredici minuti. Quali attrezzi vi servono?
- Una cassetta standard - rispose Wilcox. - Posso usare questa qui?
- Affermativo. Tac. Avanti.
Cassetta in mano, venne guidato a uno stretto budello di servizio sopra una stanza privata. Sotto di lui, racchiuso in una cupola trasparente, come dentro una Città in miniatura, era disteso un uomo vecchio, molto molto vecchio, rugoso e ingobbito, imbozzolato nel groviglio di tubi, aghi e supporti delle apparecchiature mediche. Aveva la faccia spaventosamente pallida, le guance scavate, gli occhi infossati. Ma quegli occhi, neri e brillanti, fissavano Wilcox dal basso con un'intensità da corrente elettrica. Tentando di ignorare lo sguardo fisso del vecchio, Wilcox si mise a sistemare pinze e misuratori per localizzare il punto in cui i collegamenti elettrici erano interrotti.
- Ehi, tu - disse il vecchio con voce aspra. - Chi sei?
- Wilcox. Addetto alla manutenzione.
- Cosa stai riparando?
- Il circuito di alimentazione del vostro sistema di sopravvivenza - disse Wilcox. Si era già accorto di un tremolio irregolare in uno dei nodi d'inversione della corrente nel condotto di alimentazione a basso voltaggio. Quelle ottuse macchine riparatrici non ce la facevano a individuare un guasto tanto evidente? - Ecco, è cosa da poco, proprio qui - mormorò.
- Morirò?
- No, se rimetto presto in funzione il vostro circuito. Ma non preoccupatevi. Credo di avere già trovato il guasto. - Wilcox fece scivolare un penetratore a sfera dentro il cavo principale ed eseguì un rapido sondaggio. Impulsi intermittenti gorgogliarono dal misuratore di frequenza. Si accigliò. Quello era il punto esatto del guasto, non c'era dubbio, proprio nel nodo d'inversione, ma sarebbe riuscito a isolarlo e a ripararlo alla meno peggio in tempo utile? I minuti passavano veloci.
Dal letto, il vecchio parlò. - Tu, ragazzo, quanti anni hai?
- Ventitré, signore - disse Wilcox, con la bocca piena di spine al cadmio.
- Niente male. Hai altri settantadue anni prima di trovarti nei miei guai. Ti disturba se ti parlo?
- No, no.
- E invece sì. Ti distrae e non puoi finire il tuo lavoro. Ma voglio parlarti lo stesso. Sei nato nella Città, vero?
- E dove, se no?
- Già. Dove, se no? - Una risatina secca. - Nato nella Città e mai uscito, giusto?
Wilcox sganciò quattro survoltici e infilò la testa in un puzzolente garbuglio di serpentine refrigeranti. Delicatamente, ridusse la fase dell'elio. Quando tirò fuori la testa per respirare, il vecchio ripeté: - Mai uscito, giusto?
- Mai.
- Tre generazioni, e nessuno che sia mai uscito. Non ci saremmo mai immaginati che le cose sarebbero andate in questo modo. Distaccarsene, d'accordo, ma isolarsi così!
- Signore, non è che mi disturbiate, parlando, ma potreste stancarvi, e...
- Sai chi sono io, ragazzo?
- No, signore.
- Philip Fontana - disse il vecchio.
- Un Fondatore?
- Un Fondatore, già. L'ultimo ancora vivo, credo. A meno che non ci sia ancora Davies. Ma è morto, no? Davies, dico.
- Mi pare di sì - rispose Wilcox, trafficando con il rivestimento isolante.
- Pensavamo di fare qualcosa di fantastico - riprese il vecchio. - Volevamo proteggere migliaia di persone dall'inquinamento esterno. Che New York si tenesse la sua sporcizia, che respirassero metano, se volevano, ma noi... la nostra Città sotto la cupola... Ragazzo, non hai mai pensato di andare a fare un giro fuori?
- No, signore. Non mi è mai venuto in mente.
- Sai cosa ti succederebbe, se lo facessi?
- Tossirei e starei male, immagino - rispose Wilcox, e inviò un impulso luminoso nel nodo guasto.
- Moriresti in poche ore. Per infezione, reazione allergica al sole, shock anafilattico. Per via dei batteri, dei virus che ci sono là fuori, della porcheria che c'è nell'atmosfera. Troppo sudiciume là fuori, e troppo pulito qui dentro. Ecco perché nessuno esce. Ragazzo mio, abbiamo creato una metropoli di carcerati che scontano una condanna a vita. Credi forse che l'abbiamo fatto apposta? No. Semplicemente, è andata così.
- Signore...
- Non l'avevamo programmato, sai? Tutto il resto l'avevamo programmato, ma non "questo".
- Signore, i vostri indicatori, qui, registrano troppa tensione. Devo passare ai comandi manuali, adesso, e non sono un medico. Se non vi calmate, sarò costretto a chiamare qualcuno, e allora...
- D'accordo. Sarò zitto.
- Sì, per favore. - Adesso Wilcox aveva isolato il nodo difettoso. Spostando appena la testa, disse alla macchina riparatrice che gli stava alle spalle: - Spingi quel blocco verso di me. Tac.
Con delicatezza, afferrò il blocco di ricambio e lo sistemò esattamente al di sopra di quello guasto. Ormai era fatta. Il lavoro sarebbe stato finito con un grosso anticipo.
Il vecchio parlò ancora. - Cosa se ne ricava? Che invece di cercare di modificare una realtà insoddisfacente l'abbiamo soltanto sfuggita. È così. E ci ritroviamo a questo punto. Anzi, vi ritrovate voi, a questo punto, nel bel mondo pulito pulito che vi abbiamo preparato. Sai cosa farei, ragazzo, se potessi ancora dirigere la baracca? Comincerei col far entrare qui dentro un po' d'aria di fuori. Un poco alla volta, per ricondizionare la popolazione della Città a sopportare l'esterno. E poi, tra altre due o tre generazioni, smantellerei la cupola.
- Quando schiocco la lingua - disse Wilcox alla macchina riparatrice, - togli il blocco guasto per permettermi di incastrare al suo posto quello nuovo.
Ciac.
Tac.
- Ci siamo - disse Wilcox. Di colpo, tutti i quadranti dei suoi misuratori s'illuminarono. - Ecco fatto. È tutto a posto adesso, signor Fontana. Il circuito d'alimentazione è come nuovo. Arrivederci, signor Fontana.- Guardò giù. Gli occhi neri del vecchio erano chiusi. Le lancette degli indicatori erano al minimo. - Signor Fontana?
Tac.
- Ho fatto qualcosa di sbagliato? - chiese Wilcox.
Tac.
- La riparazione è stata eseguita in modo eccellente - gli disse all'orecchio la voce dolce.
- Ma il paziente è morto.
- Coincidenza. Non è stata colpa vostra. Anche il migliore dei sistemi di sopravvivenza può mantenere in vita un organismo tanto vecchio solo per un certo tempo. Potete andare, adesso.
Wilcox si strinse nelle spalle. Uscì a ritroso dal budello di servizio, rimise a posto la cassetta degli attrezzi, registrò la nota della riparazione eseguita e prese la via di casa per il pozzo di transito. Erano le 8 e 41. Aveva ancora tutta la giornata per divertirsi.
La ragazza lo stava aspettando seduta davanti allo schermo.
- Vecchio matto - disse Wilcox. - Uno dei Fondatori, pensa! Gli ho aggiustato il circuito di alimentazione. Ma lui è morto lo stesso. Sei pronta?
- Prontissima.
- Andiamo - disse lui. E andarono al tiro a segno con le freccette grav.

FINE