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Urania - Asimov d'appendice
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UMANO, TROPPO UMANO - Isaac Asimov
Titolo originale: Alas, all human

Quando, nel lontano medioevo, stavo facendo delle ricerche per laurearmi, mi trovai di fronte a una novità. Il mio professore, Charles R. Dawson, aveva imposto un nuovo tipo di notes che si poteva comprare alla libreria dell'università per una ragguardevole somma di monete del regno.
Il notes era fatto di pagine doppie numerate. Ciascuna doppia pagina consisteva di un foglio bianco saldamente cucito alla legatura e di un foglio giallo forato vicino alla legatura, in modo da poter essere staccato di netto.
Bisognava mettere un foglio di carta carbone fra il foglio bianco e quello giallo, scrivere i dati degli esperimenti, e alla fine di ciascuna giornata staccare i fogli gialli e consegnarli al professor Dawson. Lui esaminava dettagliatamente quelle pagine con noi studenti circa una volta alla settimana.
Le esercitazioni mi mettevano spesso in difficoltà perché, caro lettore, io in laboratorio non sono affatto bravo. Mi manca l'abilità manuale. Quando negli esperimenti ci sono di mezzo io, le provette cadono in terra e i reagenti rifiutano di comportarsi come di consueto. Questa fu una delle varie ragioni per cui, quando fu il momento, scelsi senza difficoltà lo scrivere e la teoria anziché la pratica e gli esperimenti.
Quando cominciai il mio lavoro di ricerca all'università, uno dei primi compiti che mi vennero affidati fu quello di imparare le tecniche sperimentali necessarie alle varie indagini che il nostro gruppo conduceva. Feci un certo numero di osservazioni, tutte in condizioni diverse, e poi riportai i risultati sulla carta millimetrata. In teoria, gli indici avrebbero dovuto disporsi su una curva piana. In realtà, invece, gli indici che apparivano sulla mia carta millimetrata erano sparsi sul foglio come vi fossero stati sparati da un fucile da caccia. In mezzo a tutta quella confusione tracciai la mia curva, la chiamai curva di schioppo e consegnai la copia carbone.
Il mio professore sorrise quando gli allungai il foglio assicurandolo che col tempo avrei fatto di meglio.
E così feci... un pochino. Ma venne la guerra e fu solo dopo quattro anni che tornai al laboratorio. C'era sempre il professor Dawson, che aveva conservato la mia curva di schioppo per farla vedere agli studenti.
Io dissi: - Diamine, professore, non dovreste mettermi alla berlina in quel modo.
E lui disse, molto serio: - Non ti metto alla berlina, Isaac. Anzi, esalto la tua onestà.
Rimasi perplesso, ma non espressi la mia perplessità. Dissi solo: - Grazie - e me ne andai.
Dopo di allora più di una volta cercai di capire che cosa avesse inteso il professore con quella frase. Lui aveva deliberatamente inventato quel sistema del notes con le doppie pagine proprio per sapere esattamente cosa facevamo ogni giorno, e se la mia tecnica sperimentale era irrimediabilmente dilettantesca, non mi restava altra scelta che lasciarne le prove sulla carta carbone.
Poi un giorno, nove anni dopo aver preso la mia seconda laurea, quella in filosofia, ripensai a tutta la faccenda e d'un tratto capii che avrei potuto non segnare i dati direttamente sul notes.
Avrei potuto segnarli su un qualsiasi pezzo di carta e poi riportare le osservazioni, chiare e bene ordinate, sulle pagine del notes. E così facendo avrei potuto scartare tutte quelle osservazioni che non andavano bene.
E, una volta spintomi così lontano nella mia tardiva analisi, pensai anche che sarebbe stato possibile perfino cambiare i dati per renderli più plausibili, o inventarne qualcuno per provare una tesi e riportarlo dopo sulle pagine del notes.
D'un tratto capii perché il professor Dawson aveva ritenuto la mia curva di schioppo una dimostrazione di onestà, e mi sentii terribilmente imbarazzato.
Mi piace credere di essere onesto, ma la curva di schioppo non era affatto una prova di onestà. Non provava altro che la mia ingenuità.
Mi sentii imbarazzato anche per un'altra ragione. Mi sentii imbarazzato per essere arrivato a capire finalmente la cosa. In tutti quegli anni l'imbroglio scientifico era stato letteralmente inconcepibile per me, e ora che l'avevo concepito, mi sentivo in colpa. Tra l'altro, proprio allora ero contento di avere deciso di fare lo scrittore a tempo pieno. Ma ora che avevo pensato all'imbroglio, avrei mai potuto fidarmi ancora di me stesso?
Tentai di esorcizzare quella sensazione scrivendo il mio primo romanzo giallo, nel quale uno studente falsificava i dati degli esperimenti e come diretto risultato veniva ucciso.
E ultimamente, ho riportato ancora una volta l'attenzione su questo tema...
La scienza in teoria è un meccanismo che ricerca la verità e che si auto-corregge. Possono esserci errori e giudizi sbagliati dovuti a dati incompleti o inesatti, ma nel meccanismo della scienza si va sempre dal meno vero al più vero!
Gli scienziati, tuttavia, non sono la Scienza. Per quanto gloriosa, nobile e soprannaturalmente incorruttibile sia la Scienza, gli scienziati sono purtroppo umani, troppo umani.
Anche se è scortese pensare che uno scienziato possa essere disonesto, e anche se ci si spezza il cuore quando, una volta ogni tanto, scopriamo che uno scienziato è stato davvero disonesto, non possiamo permetterci di non prendere in considerazione la cosa.
Nessuna osservazione scientifica può entrare nei libri dei conti della Scienza senza prima essere stata confermata dal successo di esperimenti indipendenti l'uno dall'altro. Questo perché ogni osservatore e ogni strumento hanno delle imperfezioni e dei difetti congeniti per cui, anche quando l'osservatore sia perfettamente onesto, l'osservazione può essere soggetta a errore. Se un altro osservatore, con un altro strumento e con altre imperfezioni e difetti, fa la stessa osservazione, allora si potrà dire che questa osservazione ha una discreta possibilità di rispondere alla verità oggettiva.
Questo serve anche, tra l'altro, a prendere in considerazione il fatto che non si può partire dal presupposto della perfetta onestà. Serve insomma a controbilanciare l'eventualità di una disonestà scientifica.
La disonestà scientifica si presenta con vari gradi, alcuni dei quali appaiono quasi perdonabili.
Nei tempi antichi un tipo di disonestà intellettuale era quello di far passare le proprie opere per opere di un personaggio molto importante del passato.
E si può capirne bene la ragione. Poiché i libri allora si dovevano copiare diligentemente a mano, era difficile che fosse accettato qualsiasi autore. Forse l'unico modo per presentare le proprie opere al pubblico era di far credere che fossero state scritte da Mosè, o da Aristotele, o da Ippocrate.
Se l'opera del fraudolento autore era inutile e sciocca, attribuirne la paternità a un grande personaggio del passato metteva in subbuglio tutta la dottrina e confondeva la storia finché non si riusciva ad accertare la verità.
Ma particolarmente tragico è il caso di un autore che, dopo avere prodotto una grande opera, si veda privato della sua paternità.
Un fatto del genere capitò a un grande alchimista, l'arabo Abu Musa Jabir ibn Hayyan (721-815). Quando le sue opere furono tradotte in latino, nella trascrizione il suo nome diventò "Geber", e tale rimase da allora in poi.
Geber, tra le altre cose, preparò la biacca di piombo, l'acido acetico, il cloruro d'ammonio e l'acido nitrico debole. Inoltre, cosa più importante di tutte, descrisse molto accuratamente i metodi seguiti e instaurò l'uso (non sempre seguito) di rendere possibile agli altri la ripetizione degli esperimenti e la verifica della bontà dei risultati.
Intorno al 1300 visse un altro alchimista, che fece la più importante di tutte le scoperte alchimistiche. Fu il primo a descrivere la preparazione dell'acido solforico, il più importante prodotto della moderna industria chimica di base che non si trovi libero in natura.
Questo alchimista, per riuscire a essere pubblicato, attribuì le proprie scoperte a Geber, e fu pubblicato sotto il nome di lui. Il risultato è che ci riferiamo a lui come al "falso Geber". Così, l'uomo che fece questa grande scoperta ci è completamente sconosciuto: ne ignoriamo il nome, la nazionalità, perfino il sesso, perché avrebbe potuto benissimo essere una donna.
Ancor peggiore è il peccato contrario, quello di attribuirsi quello che è altrui.
Un caso classico è quello di cui fu vittima il matematico italiano Niccolò Tartaglia (1500-1557), che fu il primo a elaborare un metodo generale per risolvere le equazioni cubiche. A quei tempi i matematici si sottoponevano l'un l'altro dei problemi, e la loro fama dipendeva dalla loro abilità a risolverli. Tartaglia riusciva a risolvere problemi che implicavano equazioni cubiche e a sottoporre agli altri matematici problemi che essi trovavano insolubili. A quei tempi, era naturale che simili scoperte venissero tenute segrete.
Un altro matematico italiano, Girolamo Cardano (1501-1576) a forza di lusinghe indusse Tartaglia a confidargli il metodo: Cardano promise solennemente a Tartaglia di tenere segreta la scoperta, e invece si affrettò a darla alle stampe. Cardano ammise in verità di avere appreso il metodo da Tartaglia, ma non lo ammise a voce molto alta, per cui il metodo per risolvere le equazioni cubiche è ancora oggi definito "regola di Cardano".
In un certo senso, Cardano era giustificato. Le scoperte scientifiche che non vengono pubblicate sono in complesso inutili alla scienza. Oggi è considerata decisiva la pubblicazione e la fama va, per unanime consenso, al primo che pubblica e non al primo che scopre. Tale regola non esisteva al tempo di Cardano, ma se l'applichiamo retrospettivamente, vediamo che in ogni caso la fama sarebbe dovuta andare a Cardano.
(Naturalmente, quando la pubblicazione delle scoperte sia, senza colpa dello scopritore, ritardata, lo scopritore può perdere tutta la fama cui avrebbe diritto, e di simili casi ce ne sono stati abbastanza nella storia della scienza. Ma questo è l'inevitabile effetto collaterale di una regola che, in generale, è valida.)
Si può giustificare molto di più il fatto che Cardano pubblicò il metodo di Tartaglia che il suo avere infranto la promessa fatta a quest'ultimo. Voglio dire che pubblicare il metodo non fu, dal punto di vista scientifico, una cosa disonesta, ma fu subdolo il modo in cui Cardano arrivò a farlo.
Per passare a un altro esempio, lo zoologo inglese Richard Owen avversava moltissimo la teoria evoluzionistica di Darwin, soprattutto perché Darwin postulava cambiamenti casuali che parevano negare che ci fosse uno scopo nell'Universo.
Dissentire dalle teorie di Darwin era pieno diritto di Owen. Era anche diritto di Owen confutare la teoria darwiniana sia con le parole sia con gli scritti. È però sleale scrivere, come fece Owen, una serie di articoli anonimi citando le proprie opere con riverenza e approvazione.
Fa sempre effetto, naturalmente, citare personaggi autorevoli. Fa molto meno effetto citare se stessi. Far credere di star facendo la prima cosa quando in realtà si sta facendo la seconda, è disonesto, ed è disonesto anche se si è ritenuti delle autorità indiscusse. C'è una fondamentale differenza psicologica.
Owen, sempre tenendosi nell'anonimato, fomentò anche discussioni antidarwiniane volgari e viscerali, che lui si sarebbe vergognato di fare in prima persona.
Un altro tipo di magagna nasce dal fatto che gli scienziati sono soggetti a innamorarsi delle proprie idee. È sempre con profondo rammarico che si ammette di essere in errore. Di solito si fanno i salti mortali pur di salvare le proprie teorie, e capita che ci si rimane attaccati anche quando tutti gli altri le hanno abbandonate da tempo. La cosa è talmente umana che non c'è quasi bisogno di commentarla, ma diventa importante quando lo scienziato che vi è coinvolto è vecchio, famoso e rispettato.
Esempio eccellente è quello del chimico svedese Jöns Jakob Berzelius (1779-1848), uno dei più grandi chimici della storia della scienza. Negli anni della vecchiaia, Berzelius diventò un gran conservatore, dal punto di vista scientifico. Aveva elaborato una teoria della struttura organica dalla quale non derogava mai, e dalla quale tutti gli altri chimici del mondo non osavano discostarsi per timore dei suoi strali.
Il chimico francese Auguste Laurent (1807-1853) presentò nel 1836 una teoria alternativa che oggi noi sappiamo essere più vicina alla verità. Laurent accumulò prove molto solide a sostegno della sua teoria, e tra quelli che lo appoggiarono ci fu il chimico francese Jean Baptiste Dumas (1800-1884).
Berzelius contrattaccò furiosamente e Dumas allora, non osando mettersi contro quel grande uomo, si ritrasse in buon ordine, abbandonando Laurent. Ma questi tenne duro e continuò ad accumulare prove. La ricompensa fu che venne escluso dai più famosi laboratori. Si ritiene che abbia contratto la tubercolosi proprio perché fu costretto a lavorare in laboratori di provincia poco riscaldati, cosa che lo portò a una morte prematura.
Dopo la morte di Berzelius le teorie di Laurent vennero in auge e Dumas, forte del fatto che in un primo tempo le aveva appoggiate, cercò di ottenere una fetta non indifferente di gloria, dimostrando così di essere abbastanza disonesto, dopo avere già dimostrato di essere abbastanza codardo.
L'establishment scientifico molto spesso fa così fatica a convincersi della bontà delle nuove idee che il fisico tedesco Max Planck (1858-1947) disse una volta, lamentandosi, che l'unico modo per fare accettare all'ambiente scientifico le scoperte rivoluzionarie è di aspettare che tutti i vecchi scienziati muoiano.
Tra i vari peccati, c'è anche l'eccessiva bramosia di fare una qualche scoperta. E perfino lo scienziato più rigidamente onesto può essere indotto in tentazione.
Prendete il caso del diamante. Sia la grafite sia il diamante sono composti di carbonio puro. Se la grafite viene sottoposta a intensa pressione, i suoi atomi dovrebbero disporsi secondo la configurazione di quelli del diamante. Non occorre poi una pressione eccessiva se la temperatura viene elevata tanto da permettere agli atomi di muoversi a loro agio. Occorrerebbe dunque una giusta combinazione di alta pressione e alta temperatura.
Il chimico francese Ferdinand Frédéric Moissan (1852-1907) decise di dedicarsi all'impresa. Pensò che il carbonio si sarebbe dovuto sciogliere nel ferro fuso. Se il ferro fuso veniva lasciato solidificare, nel processo doveva contrarsi, e facendolo avrebbe dovuto esercitare una forte pressione sul carbonio sciolto. La combinazione di alta temperatura e di forte pressione avrebbe dovuto portare l'esperimento al successo. Se il ferro si fosse sciolto, nel residuo si sarebbero dovuti trovare dei piccoli diamanti.
Oggi noi sappiamo fin nei minimi particolari in quali condizioni la grafite si trasforma in carbonio e sappiamo, senz'ombra di dubbio, che le condizioni create da Moissan per il suo esperimento erano del tutto insufficienti. Moissan non avrebbe mai potuto produrre diamanti.
E invece lo fece.
Nel 1893 espose vari diamanti piccolissimi e impuri e un frammento di diamante incolore lungo più di mezzo millimetro, dicendo che li aveva ottenuti dalla grafite.
Come poteva essere vero? Era dunque possibile che Moissan avesse mentito? Ma a che gli sarebbe giovato, visto che la mancanza di conferme da parte di altri che avessero effettuato il suo stesso esperimento avrebbe dimostrato la sua malafede?
Ma pur tenendo conto di quest'ultima considerazione, niente impedisce di pensare che Moissan fosse impazzito e desiderasse dimostrare la sua teoria a qualsiasi costo. La maggior parte degli storici della scienza preferiscono pensare che uno degli assistenti di Moissan abbia tirato fuori la storia dei diamanti per giocare un tiro mancino al maestro. Moissan avrebbe abboccato e annunciato l'esperimento, costringendo così l'assistente burlone ad andare fino in fondo alla sua burla.
Ancora più tipico è il caso del fisico francese René Prosper Blondlot (1849-1930).
Nel 1895, il fisico tedesco Wilhelm Konrad Roentgen (1845-1923) aveva scoperto i raggi X e nel 1901 aveva ricevuto il primo Premio Nobel per la fisica. Altre strane radiazioni erano state scoperte in quel periodo: i raggi catodici, i raggi anodici, i raggi Becquerel. Simili scoperte ricoprivano di gloria i loro autori, e Blondlot, abbastanza naturalmente in fondo, anelava alla gloria.
Nel 1903 annunciò l'esistenza dei "raggi N" (così chiamati in onore dell'università di Nancy, dove lui lavorava). Li produceva sottoponendo solidi come l'acciaio temperato a sforzi di trazione. I raggi potevano essere individuati e studiati grazie al fatto (diceva Blondlot) che illuminavano uno schermo di vernice fosforescente, che era già debolmente luminoso. Blondlot affermava di avere constatato l'accrescersi della luminosità, e altrettanto affermavano altri fisici. Il problema, però, era che le fotografie non mostravano quest'accresciuta luminosità, e che nessuno strumento più obiettivo dell'occhio umano ansioso di vedere quella certa cosa confermava le affermazioni di Blondlot. Un giorno, uno spettatore si mise in tasca di nascosto un pezzo indispensabile dello strumento che Blondlot usava.
Blondlot, che non se n'era accorto, continuò a vedere la luminosità e a "illustrare" il fenomeno. Alla fine lo spettatore mostrò a tutti il pezzo che si era messo in tasca e Blondlot, furioso, cercò di picchiarlo.
Dunque Blondlot barava deliberatamente? In certo qual modo credo di no. Semplicemente, voleva credere disperatamente a una certa cosa, e finiva col crederci.
L'eccessiva bramosia di scoprire o di dimostrare una cosa può portare addirittura a falsificare i dati.
Prendiamo per esempio il botanico austriaco Gregor Mendel (1822-1884). Fondò la genetica e elaborò molto correttamente le leggi fondamentali dell'ereditarietà. E lo fece incrociando ceppi di piselli che differivano per caratteristiche ben distinte. Esaminando i discendenti, scoprì che nella terza generazione il rapporto tra carattere dominante e carattere recessivo era di 3:1.
Alla luce delle successive conoscenze, tuttavia, ci rendiamo conto che i dati che ottenne appaiono un po' troppo perfetti. Le cifre avrebbero dovuto essere un po' meno ordinate. Alcuni ritengono che Mendel trovasse dei pretesti per correggere i valori che si allontanavano troppo dalle regole generali che lui aveva stabilito.
Questo non toglie nulla all'importanza delle sue scoperte, ma è certo che l'argomento dell'ereditarietà affascina profondamente gli esseri umani. Siamo molto più interessati al rapporto esistente tra noi e i nostri antenati che ai diamanti, alle radiazioni invisibili e alla struttura dei composti organici.
Per questo alcune persone sono ansiose di considerare l'ereditarietà responsabile in massima parte delle caratteristiche dei singoli individui e dei gruppi d'individui, mentre altre sono ansiose di considerarne responsabile l'ambiente. Generalmente, gli aristocratici e i conservatori tendono a vedere la responsabilità nell'ereditarietà, mentre i democratici e i radicali tendono a vederla nell'ambiente. Per quanto mi riguarda sono d'accordo con questi ultimi.
È molto probabile che in questa faccenda ci si faccia condizionare molto dalle passioni, al punto da voler sostenere a tutti i costi l'una o l'altra delle due convinzioni. È chiaro che, quando si comincia ad affrontare in modo così emotivo la questione, si finisce facilmente per non voler riconoscere la realtà dei dati.
Mettiamo che uno creda al massimo (molto più di me) nel condizionamento causato dall'ambiente. L'ereditarietà gli sembrerà una sciocchezza. Crederà che qualsiasi cosa si erediti la si possa cambiare attraverso l'influenza dell'ambiente e trasmettere ai figli, i quali a loro volta potranno ulteriormente cambiarla, e così via. Questo concetto, che presuppone un'estrema plasticità degli organismi, è stato definito "ereditarietà dei caratteri acquisiti".
Il biologo austriaco Paul Kammerer (1880-1926) credeva nell'ereditarietà dei caratteri acquisiti. Cercò di dimostrarla lavorando, dal 1918 in poi, con le salamandre e i rospi. Ci sono alcune specie di rospi il cui maschio ha le zampe di colore scuro. La femmina non le ha scure, ma Kammerer cercò di creare delle condizioni ambientali che potessero far sì che la femmina scurisse le zampe, anche se quello delle zampe scure non era un suo carattere ereditario.
Kammerer affermò di essere riuscito nell'intento e descrisse nelle sue carte le zampe scure del rospo femmina, ma non permise che altri scienziati controllassero le sue affermazioni. Alla fine alcuni scienziati riuscirono a farsi consegnare qualche rospo femmina, e scoprirono che le zampe erano state scurite con inchiostro di China. Evidentemente Kammerer era giunto a questo perché spinto dal desiderio pazzesco di "dimostrare" la sua tesi. Dopo che il suo trucco fu smascherato, Kammerer si uccise.
Pulsioni altrettanto forti inducono a voler dimostrare il contrario, a voler dimostrare, per esempio, che l'intelligenza è un fatto ereditario e che ben poco possono fare l'istruzione e l'ambiente civilizzato per migliorare uno stupido.
Questo porta acqua al mulino di quelli che sono ai gradini più alti della scala economica e sociale, e che tendono a voler mantenere lo statu quo. Gli altoborghesi hanno così la confortevole sensazione che i loro simili che stanno nel fango ci stiano perché hanno ereditato dei difetti irrimediabili, per i quali ben poco si può fare.
Autorevole sostenitore di questa teoria fu lo psicologo Cyril Lodowic Burt (1883-1971). Inglese, di estrazione altoborghese, dopo avere studiato a Oxford insegnò sia a Oxford sia a Cambridge. Studiò il QI di un certo numero di bambini mettendolo in correlazione con la professione dei genitori: liberi professionisti, uomini di chiesa, impiegati, operai specializzati, operai semispecializzati, operai non specializzati.
Burt scoprì che il QI rispecchiava perfettamente la professione dei genitori. Più bassa era la posizione del genitore nella scala sociale, più basso era il QI del bambino. Sembrava una dimostrazione perfetta del fatto che i poveri è giusto che restino al loro posto. Secondo la teoria di Burt, per esempio, era logico aspettarsi che (in media) un Isaac Asimov, essendo figlio di un bottegaio, diventasse bottegaio lui stesso, e non aspirasse a competere coi migliori di lui.
Dopo la morte di Burt, tuttavia, nacque qualche dubbio a proposito dei dati da lui registrati. Nelle sue statistiche c'era una perfezione che sollevava giusti sospetti, che crebbero sempre più. Sul numero di Science del 29 settembre 1978 apparve un articolo intitolato: "Il caso Cyril Burt: nuove scoperte". L'articolo era firmato da D. D. Dorfman, professore di psicologia presso l'università dell'Iowa. Il sottotitolo dell'articolo era: "È stato dimostrato, senza possibilità di dubbio, che l'eminente studioso inglese falsificò i dati relativi al rapporto tra QI e classe sociale di appartenenza".
Dunque le cose stavano così. Burt, come Kammerer, desiderava credere a una certa cosa, e per dimostrarla s'inventò i dati. Almeno, queste furono le conclusioni del professor Dorfman.
Parecchio prima ch'io sospettassi delle pastette di Burt, avevo scritto un articolo intitolato "Riflessione sul pensiero", in cui denunciavo i test d'intelligenza ed esprimevo la mia disapprovazione per quegli psicologi che ritengono che i test del QI servano a determinare cose come l'inferiorità razziale.
Uno psicologo inglese che era uno dei più attivi sul versante dei QI lesse l'articolo, che gli fu mostrato da suo figlio, e s'infuriò. Il 25 settembre 1978 mi scrisse una lettera in cui sosteneva che i test del QI sono giusti dal punto di vista socioculturale e che i neri sono sempre di 12 punti inferiori ai bianchi anche quando l'ambiente e le possibilità d'istruzione sono simili. Mi suggerì anche di occuparmi di cose in cui fossi competente.
Quando ricevetti la lettera avevo ormai letto l'articolo di Dorfman su Science e notato che lo psicologo che mi aveva scritto aveva difeso a spada tratta Burt contro "l'assassinio maccartistico della sua reputazione". Aveva anche descritto chiaramente Burt come "un implacabile critico dell'operato degli altri quando questo si allontanava in qualche modo dagli standard più alti di accuratezza e di coerenza logica", e aveva affermato che Burt "era tipo da fare polpette di tutti i lavori scadenti o inattendibili". In altre parole, era chiaro che Burt non solo era disonesto, ma era anche un ipocrita.
Così, nella mia breve risposta a X, gli chiesi quanto del suo lavoro fosse basato sulle scoperte di Cyril Burt.
Mi scrisse una seconda lettera l'11 ottobre. Mi aspettavo un'altra vigorosa difesa di Burt, ma chiaramente X si era fatto più guardingo a questo proposito. Scriveva: "La questione di Burt e delle sue ricerche non è affatto pertinente: nel mio libro io ho rianalizzato tutti i dati disponibili, tralasciando completamente il contributo di Burt. Ai fini della conclusione ultima, prenderlo o meno in considerazione non fa alcuna differenza".
Gli risposi spiegando che secondo me l'opera di Burt era assolutamente pertinente. Essa dimostrava che gli scienziati che vogliono sostenere l'ereditarietà contro l'ambiente possono essere così terribilmente condizionati dalle loro passioni da giungere ad abbassarsi fino al punto di falsificare i dati per dimostrare le loro teorie.
Date le premesse, conclusi, qualsiasi risultato che servisse alla propria causa doveva essere accolto con beneficio d'inventario.
Sono sicuro che il mio corrispondente è un uomo onesto, e non vorrei mai al mondo gettare qualche dubbio sulla sua opera. Tuttavia, il campo che si occupa dell'intelligenza umana e della sua misurazione resta ancora ambiguo. C'è una tale incertezza che è possibile trovar qualcuno pieno di onestà e integrità che ti viene fuori con risultati il cui valore è molto discutibile.
Io semplicemente credo che non sia giusto usare i test di QI per produrre risultati di valore discutibile atti a giustificare le idee dei razzisti e a creare le condizioni per provocare il tipo di tragedia di cui siamo già stati testimoni in questo secolo.
È chiaro che anche le mie idee sono sospette. Anch'io potrei essere un tipo ansioso di dimostrare a tutti i costi una certa cosa, come lo era Burt, ma se devo correre il rischio (onesto) di sbagliare, preferisco correre il rischio di sbagliare combattendo contro il razzismo.
E questo è tutto.

FINE