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Urania - Asimov d'appendice
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IL PIÙ NOBILE DEI METALLI - Isaac Asimov
Titolo originale: The noblest metal of them

Alcuni giorni fa mi trovavo a pranzo con un gruppo di conoscenti in un simpatico ristorante nei pressi del centro quando, improvvisamente, mi si avvicinò una donna dall'aria eccitata e felice. Era bianca di capelli, più o meno della mia età, e attraente.
Quello che risultava evidentissimo era che mi stava salutando come se fosse una vecchia amica, e, come spesso capita, mi percorse il tormento di un autentico imbarazzo. Non so come sia, ma, tanto i miei amici sembra che non abbiano nessuna difficoltà nel ricordarsi di me, quanto io trovo una maledetta difficoltà nel ricordarmi di loro. Penso che sia una deficienza del mio cervello, nato per non dimenticare mai i nomi di tutti gli elementi e le distanze di tutti i pianeti.
Mi rilassai un poco quando dalla sua esuberante conversazione risultò che lei, in realtà, era amica di mia sorella, e che i suoi unici contatti con noi risalivano al 1938. Be', con un intervallo di tempo come quello, una difficoltà nel ricordare è soltanto un peccato veniale.
Poi lei disse: - Comunque, dottor Asimov, ho sempre saputo, fino d'allora, che un giorno sareste diventato un uomo di successo e famoso.
La risposta più adatta, logicamente, sarebbe stata quella di fare un modesto sorriso scuotendo timidamente la testa, ma un'altra cosa che mi riesce maledettamente difficile è quella di trovare le risposte adatte al momento giusto.
Così, dissi: - Se lo sapevate, perché non me l'avete detto?
In verità, adesso che ci ripenso a mente serena, non avrei voluto che lei me l'avesse detto. Le sorprese che ci porta il tempo rendono eccitante la vita... e soprattutto la scienza.
E questo, logicamente, mi porta all'argomento di questo articolo.

L'oro è raro, è bello, è denso, e non si arrugginisce o deteriora mai.
La rarità e la bellezza non hanno bisogno di commenti, ma possiamo raffigurare la densità in modo evidentissimo paragonandola a quella del piombo.
Nella crosta terrestre il piombo è circa tremila volte più comune dell'oro ed è tanto brutto con quel suo colore grigiastro quanto è bello l'oro con il suo giallo brillante. Il piombo è abbastanza comune per tutti gli usi, e quindi è privo di valore per qualsiasi altra cosa.
Tuttavia il piombo è considerevolmente denso, e dal momento che è l'oggetto più denso che la gente semplice dell'antichità sia riuscita a trovare, divenne il simbolo proverbiale della densità.
Si cammina con piedi di piombo, si ha il cuore greve come il piombo, e le palpebre di piombo quando si vuole dormire. Le cose vi pesano addosso come il piombo quando siete infelici.
Eppure se la densità del piombo è 1, la densità dell'oro è 1,7. Se avete un pezzo di piombo e un pezzo d'oro di uguale forma e dimensione, e se il piombo pesa, diciamo, tre chili, l'oro peserà cinque chili. Se avere il cuore greve come il piombo significa essere afflitti e infelici, immaginatevi quanto afflitti e infelici sareste avendo il cuore pesante quanto l'oro... solo che non è così che funzionano le metafore.
Non appena si usa l'oro nelle metafore, allora sono il pregio e la bellezza che si vogliono esprimere, non la densità. Quindi, se vi trascinate con i piedi di piombo quando vi sentite uno sventurato, ballate saltellando su piedi dorati quando siete felici.
La stabilità dell'oro poggia sulla sua scarsissima tendenza a combinarsi con gli altri tipi di atomi. Quindi non arrugginisce, non viene intaccato dall'acqua o altre sostanze. Rimane intatto perfino di fronte all'aggressione della maggior parte degli acidi.
Questa resistenza all'influenza di altre sostanze, questa superba esclusività, portò la gente a parlare dell'oro come di un «metallo nobile», dato che sprezza «nobilmente» di associarsi con sostanze di qualità inferiore. La metafora sociale venne riportata a metalli come il piombo e il ferro che non erano così incorruttibili e che furono quindi definiti «metalli vili», dove quel «vili» sta a indicare la posizione più bassa nella scala sociale.

Dunque, quali probabilità potevano esserci che si trovassero metalli più nobili dell'oro, più rari, più densi, meno soggetti a mutare? Agli antichi questa idea sarebbe apparsa risibile, dato che l'oro veniva da tempo usato metaforicamente come simbolo della perfezione (anche le strade del cielo non avevano potuto trovare pavimentazione migliore dell'oro). Cercare qualcosa di più nobile dell'oro sarebbe stato come cercare qualcosa che migliorasse la perfezione.
Tuttavia un metallo migliore dell'oro esiste, e oggi è ben conosciuto, ed è stato, tra l'altro, scoperto e usato anche nei tempi antichi. Lo si è trovato in manufatti metallici risalenti all'Egitto del settimo secolo a. C., e certi manufatti metallici Incas del Sudamerica precolombiano erano composti di una lega di oro e di quest'altro metallo.
Il primo riferimento specifico a questo metallo negli scritti scientifici degli europei lo troviamo nel 1557. Uno studioso italiano, Giulio Cesare Scaligero (1484-1558), menzionò un metallo scoperto nell'America Centrale, che non poteva essere liquefatto da nessun tipo di calore che venisse usato.
Qui c'era immediatamente un'indicazione che questo metallo superava l'oro in almeno un aspetto. Dei metalli conosciuti dagli antichi, il mercurio fondeva a temperature bassissime, e lo stagno e il piombo a temperature solo leggermente superiori. Degli altri quattro, l'argento fondeva a 961 °C, l'oro a 1.063 °C, il rame a 1.083 °C, e il ferro a 1.535 °C.
Si sarebbe potuto pensare che se l'oro fosse stato veramente nobile avrebbe potuto resistere al fuoco come all'aria e all'acqua, e che non si sarebbe fuso. Il fatto che il rame, che è più vile dell'oro, fondesse a una temperatura leggermente superiore, e che il ferro, ancora più vile, fondesse a una temperatura considerevolmente più alta, deve essere stata una scoperta piuttosto sconcertante. (Per quello che so, devono avere considerato che si trattasse di una dispensa del cielo il fatto di concedere al ferro di essere duro e resistente allo scopo di essere usato per le armi da guerra, cosa troppo utilitaria per la nobiltà dell'oro.)
Chiaramente, il nuovo metallo doveva fondere a temperature ancora più alte di quella del ferro.
I primi scienziati a studiare questo metallo e a descriverlo in dettaglio furono un metallurgista inglese, Charles Wood, e un matematico spagnolo, Antonio de Ulloa (1716-1795). Nel 1740 tutt'e due ne studiarono dei campioni arrivati dal Sudamerica. Uno dei posti in cui si trovava il nuovo metallo, in forma di pepite, era nelle sabbie del fiume Pinto in Colombia. Dato che il metallo era biancastro, gli spagnoli del posto lo chiamarono «argento del Pinto». E dato che usavano la loro lingua, lo spagnolo, il suo nome fu «platina del Pinto».
L'argento del Pinto non era vero argento, logicamente. Era più denso dell'argento, e fondeva a una temperatura molto superiore. E non aveva nemmeno il vero aspetto dell'argento. C'è una sfumatura giallastra molto ben definita che gli dà una luce, un aspetto caldo, che gli altri metalli bianchi non hanno. L'alluminio e il cromo possono essere bianchi e scintillanti, ma non hanno l'aspetto dell'argento, e nemmeno della platina del Pinto.
Alla fine, quando la desinenza «um» divenne standard per i metalli, la parte «Pinto» del nome venne omessa, e il nuovo metallo divenne «platinum». In inglese, platinum e argento (silver) sono nomi così diversi che la relazione si è persa. In spagnolo, tuttavia, l'argento è «piata» e il platinum è «platino».
Dopo la sua scoperta, i chimici si interessarono moltissimo al platinum, ma non trovarono il modo di poterlo usare con utilità. Doveva essere lasciato nel suo blocco originale, oppure poteva essere dissolto, con difficoltà, in una mistura composta degli acidi nitrico e cloridrico. Questa mistura è chiamata «acqua regia», che in latino significa «acqua reale», perché dissolve l'oro, il metallo nobile, cosa che nessuno dei due acidi può fare separatamente... e dissolve anche il platino, sebbene più lentamente. In questo modo si forma un composto di platino da cui si può far precipitare una forma «spugnosa» liberamente aggregata di metallo platino.
Poco prima del 1800, il chimico e fisico inglese William Hyde Wollaston (1766-1828) elaborò un sistema per sottoporre questa forma di platino al calore e alla pressione allo scopo di convertirla in una forma malleabile che poteva essere utilizzata nella costruzione di piccoli crogioli e di altre attrezzature da laboratorio. Queste attrezzature da laboratorio in platino erano molto richieste e, dato che Wollaston tenne segreto il processo di lavorazione e non ci furono scoperte parallele per circa trent'anni, lui divenne ricco. Nel 1828, poco prima della morte, rivelò il suo segreto, ma proprio in quel periodo in Russia avevano elaborato un sistema ancora migliore.
Anche se il platino lo si ottenne all'inizio dal Centro e dal Sudamerica, le prime vere miniere vennero aperte nella catena degli Urali. Dal 1828 al 1845, la Russia fece uso di monete di platino. (Si racconta che prima di quel periodo alcuni falsari russi, venuti in possesso di una certa quantità di platino, batterono monete false usando questo metallo al posto dell'argento. È forse l'unico caso in cui le monete false valessero più di quelle legali.)

Perché mai il platino era così richiesto per le attrezzature da laboratorio? Dal momento che reagiva anche meno dell'oro ed era quindi più nobile dell'oro, questi manufatti di platino davano l'affidamento di restare incorrosi dall'aria, dall'acqua, e dagli elementi chimici con cui venivano in contatto.
In più, il platino aveva il punto di fusione a 1.773 °C, perfino più alto del ferro. Questo significava che le attrezzature di platino potevano essere fatte diventare incandescenti senza danno.
Il platino è anche più denso dell'oro. Sulla base di una densità del piombo uguale a 1, l'oro può essere a 1,7, ma il platino è a 1,9.
Infine, nella crosta terrestre è raro quanto l'oro.
Se è così, se il platino è meno reattivo e con un punto di fusione più alto, è più denso e raro quanto l'oro, non è meglio sotto ogni aspetto?
No, non lo è. Ho lasciato da parte una delle caratteristiche che rende l'oro quello che è... la bellezza. Nemmeno il platino, o qualsiasi metallo mai scoperto, ha il giallo caldo dell'oro e nessuno si avvicina alla sua bellezza. (Ci sono leghe di rame-zinco - «ottone» - che hanno il colore dell'oro ma che sviluppano una ruggine verdastra che rovina tutto.) Il platino può avere tutta la nobiltà e densità e alta fusibilità e rarità che volete riconoscergli, e può anche essere più caro dell'oro, ma non avrà mai la sua bellezza, né essere più amato e desiderato dell'oro.
Il platino non è il solo metallo più nobile dell'oro. È uno dei tre metalli strettissimamente imparentati.
Nel 1803, un chimico inglese di nome Smithson Tennant (1761-1815), notò che quando dissolveva il platino nell'acqua regia, restava un residuo di polvere nera che aveva riflessi metallici. Gli sembrò che il platino con cui stava lavorando non fosse puro e che contenesse una mescolanza minore di altri metalli.
Il platino, però, tra tutti i metalli conosciuti, era il più difficile da costringere in una reazione chimica. Se c'era un metallo, o dei metalli, che si dissolvevano nell'acqua regia più lentamente del platino, quei metalli dovevano essere sconosciuti fino a quel momento.
Tennant studiò attentamente i residui, facendoli entrare in soluzione con difficoltà considerevoli, e fu in grado di dividerli in due frazioni con caratteristiche diverse. Una di queste formava composti chimici di un serie di colori diversi, e da questa caratteristica la chiamò «iridium», dalla parola greca «iris», arcobaleno. L'altra formò un ossido con un odore cattivo (e anche velenoso, ma Tennant non ne aveva prodotto tanto da morirne), e così lo chiamò «osmium», dal greco «osme», odore.
Chimicamente, l'iridio e l'osmio sono tanto simili al platino che i processi geologici li hanno fatti finire insieme. Dov'è concentrato il platino, lì ci sono concentrati anche l'iridio e l'osmio, così che si trova sempre una lega tripla. Comunque, nella crosta terrestre l'iridio e l'osmio sono un quinto del platino (o dell'oro), dato che la mistura principale è sempre e soprattutto platino.
L'iridio e l'osmio, infatti, sono tra i metalli più rari della crosta terrestre.
Individualmente sono come il platino, con qualcosa in più. Tanto l'iridio quanto l'osmio sono ancora più nobili del platino, e ancora più riluttanti a combinarsi con altri elementi. L'iridio, infatti, è il più nobile fra tutti i metalli.
Tutt'e due sono più densi del platino, perché sempre considerando il piombo a base 1, l'iridio è 1,98 e l'osmio 1,99. L'osmio, infatti, è la sostanza normale più densa che si conosca.
Tutti e due hanno un punto di fusione più alto del platino. L'iridio fonde a 2.454 °C. e l'osmio fonde a 2.700 °C. Tuttavia non stabiliscono il record. I metalli tantalio e tungsteno fondono rispettivamente a temperature di 3.000 °C. e 3.400 °C. Quest'ultima è la più alta temperatura di fusione di tutti i metalli. (Il carbone, un non metallo, fonde a una temperatura leggermente più alta di quella del tungsteno, e un composto di tantalio e carbone, il carburo di tantalio, fa ancora meglio, fonde a 3.800 °C.)

Stranamente, la crosta terrestre sembra essere scarsa dei tre «metalli platino» (un termine che include osmio e iridio). Nella crosta terrestre, per ogni cinque atomi di oro ce ne sono cinque di platino, uno di osmio, e uno di iridio.
Tuttavia si calcola che nell'Universo, globalmente, per ogni cinque atomi di oro ce ne siano ottanta di platino, cinquanta di osmio, e quaranta di iridio. Perché questo divario?
Ci sono altri atomi di cui la Terra scarseggia quando la si compara all'Universo... come idrogeno, elio, neon, nitrogeno e così via. Questi non presentano nessun problema. Sono elementi di per se stessi volatili, o che formano composti volatili, tanto che la gravità della Terra, non molto intensa, non è in grado di trattenerli.
Tuttavia il platino, l'iridio e l'osmio non sono minimamente volatili, sia nella forma elementare, sia in quella composta. Allora, perché mancano?
Be', la crosta terrestre non è la Terra. La crosta terrestre può perdere elementi non solo verso lo spazio esterno, ma anche verso l'interno della Terra stessa.
Così, se per ogni diecimila atomi di silicio esistenti nell'Universo, ci sono seimila atomi di ferro, per ogni diecimila atomi di silicio nella crosta terrestre, ci sono soltanto novecento atomi di ferro. L'ottantacinque per cento del ferro è scomparso perché si trova nelle profondità della Terra, dove esiste un nucleo di metallo liquido composto principalmente da ferro. Il nucleo contiene anche una sproporzionata quantità di quei metalli che tendono a dissolversi nel ferro molto più che non nelle rocce della crosta. I metalli platino sono chiaramente più pronti a dissolversi nel ferro di quanto lo sia l'oro, e questo spiega la scarsità dei primi nella crosta terrestre.

Ora passiamo a qualcos'altro che, a prima vista, sembra non avere il minimo collegamento coi metalli platino. Però, come vedremo, la scienza riserva sempre delle sorprese.
È di una certa utilità sapere con quale andamento avvengono le sedimentazioni nei bracci profondi del mare, e a quale velocità si forma la roccia sedimentaria. Ci aiuterebbe a datare i fossili; ci aiuterebbe a misurare il ritmo dell'evoluzione; ci aiuterebbe a tracciare la storia dell'evoluzione nelle differenti parti del mondo, e così via.
Noi sappiamo quale sia oggi il ritmo della sedimentazione in questo o in quel punto della Terra perché lo possiamo misurare direttamente. La domanda è: Questo ritmo è sempre stato identico, o è stato notevolmente più veloce o più lento in questa o in quell'epoca geologica?
Walter Alvarez dell'Università di California, insieme a diversi collaboratori, elaborò una tecnica che pensava di poter usare per stabilire la velocità delle antiche sedimentazioni. Come risultò, questa tecnica non ebbe successo, ma mentre la stavano sperimentando a Gubbio (che si trova a poco più di un centinaio di chilometri a sud di Firenze) su alcune rocce che datavano dal Cretaceo, si trovarono di fronte a una sorpresa. In altre parole, trovarono qualcosa che non stavano cercando e che poteva essere di valore superiore a qualsiasi altra cosa che speravano di trovare.
Stavano sperimentando la tecnica di attivazione con i neutroni. Usavano un apparecchio che sparava i neutroni contro un piccolo pezzo di roccia, neutroni dotati di una certa energia e con certi atomi particolari che entravano immediatamente in combinazione, mentre altri atomi no. L'atomo bombardato dal neutrone si sarebbe convertito in un atomo radioattivo artificiale, che sarebbe decaduto secondo uno schema ben preciso e in base a una velocità conosciuta, liberando tipi particolari di radiazioni. Misurando l'esaurimento radioattivo, si può calcolare la quantità di quel particolare atomo neutrone-assorbente.
Dato che le radiazioni radioattive si possono misurare con grande precisione, il sistema di attivazione dei neutroni può rapidamente e facilmente determinare le esatte quantità presenti di minuscole tracce di particolari varietà di atomi.
Alvarez sperimentò la precisione del sistema facendo l'esperimento di misurare la concentrazione di un componente delle rocce particolarmente raro... l'iridio. La quantità di iridio in queste rocce era, più o meno, di un atomo ogni cento miliardi. Trovare questo atomo di iridio è quasi come trovare un particolare essere umano su venticinque pianeti popolati come la Terra.
È un lavoro piuttosto difficile, ma la tecnica di attivare i neutroni lo poteva compiere facilmente.
Per quanto Alvarez e i suoi soci fossero convinti che il sistema non poteva risolvere il particolare problema che stavano affrontando, si trovarono ad attraversare una piccola zona della roccia in cui l'iridio era venticinque volte più presente che in qualsiasi altro punto. Questo non era ancora molto, lo capite, un atomo ogni quattro miliardi ma, tracciato su un grafico, il ritrovamento segnava una punta eccezionalmente alta in un punto specifico della roccia.
Come poteva accadere una cosa simile?
Poteva essere che, per qualche ragione, in un periodo di tempo relativamente breve, i mari brulicassero di iridio (sempre relativamente parlando) e che se ne depositasse una quantità maggiore del normale; oppure che i mari contenessero la quantità normale di iridio, ma che, per qualche ragione, questi si fosse depositato venticinque volte più velocemente del solito, mentre altri atomi (o almeno quelli comuni) continuavano a depositarsi secondo il loro solito ritmo.
Un depositarsi rapido e selettivo sembrava oltre i confini delle possibilità, e così sembrò di essersi bloccati supponendo la presenza di una concentrazione abnorme di iridio nel mare. Se era così, da dove poteva essere venuta?
Poteva esserci stata qualche supernova particolarmente vicina che aveva aumentato l'incidenza dei raggi cosmici che erano caduti sulla Terra, e questi potevano avere indotto reazioni nucleari che, per qualche ragione, avevano aumentato in generale il contenuto di iridio degli strati esterni della Terra proprio in quella particolare epoca della nostra storia geologica?
Se era così, dovevano esserci altre indicazioni. Gli isotopi di iridio non avrebbero dovuto essere nella loro proporzione normale dato che i più probabili cambiamenti avrebbero dovuto produrre un particolare isotopo di iridio piuttosto che l'altro. (Ci sono soltanto due isotopi di iridio stabili.) Inoltre, avrebbe dovuto esserci una quantità maggiore di altri elementi, come l'isotopo radioattivo plutonio 244 e i suoi prodotti di disintegrazione. Alvarez fece alcuni rapidi esperimenti in quella direzione, e i suoi risultati preliminari furono negativi.
Questo indeboliva la probabilità di una supernova come spiegazione.
Era possibile, quindi, che questa materia dell'Universo esterno fosse stata portata fisicamente sulla Terra? Questa materia poteva essere considerevolmente più ricca di iridio di quanto non lo fosse la crosta terrestre, e questo avrebbe potuto portare a quel temporaneo sbalzo di più di venticinque.
La fonte più ovvia di questa materia potrebbe essere un meteorite... un gigantesco meteorite di nichelio-ferro, molto simile nella composizione al nucleo centrale della Terra, e quindi molto più ricco di iridio di quanto non lo sia la crosta terrestre. Forse è precipitato nella regione di Gubbio e ha lasciato il suo segno in un aumento di iridio.
È difficile, tuttavia, credere che una simile collisione catastrofica non abbia lasciato qualche segno fisico sotto forma di rocce frantumate, strati distorti, blocchi di ferro meteorico, e così via. Forse l'ipotesi del meteorite può eliminare le insufficienze dei risultati, però preferisco credere che sia una spiegazione poco probabile.
Cos'altro? Se non si tratta di un meteorite, quale altra forma di materia poteva raggiungere la Terra?
Proviamo a pensare al materiale solare. Supponiamo che in qualche momento della storia passata il Sole abbia avuto, per qualche motivo, un colpo di singhiozzo e ci fosse stata una piccolissima esplosione. Fino a poco tempo fa questa sarebbe sembrata una cosa poco probabile, ma negli ultimi anni i nostri studi sul Sole hanno scosso la nostra fiducia sul suo essere un fornello regolare e degno di fiducia. La scoperta dei minimi Maunder e dei neutrini mancanti ci hanno preoccupato un poco. Oggi siamo più propensi a credere a un singhiozzo solare di quanto non lo fossimo dieci anni fa.
Una simile lieve esplosione deve essere stata un niente sulla scala solare; una frazione insignificante della massa del Sole deve essersi staccata andando a vagare nello spazio. Parte di questa materia deve avere raggiunto la Terra e attraversato l'atmosfera sprofondando nell'oceano fino alle rocce sedimentarie dove si è mescolata con i materiali esistenti. Dato che la materia solare deve essere stata più ricca di iridio di quanto lo poteva essere la crosta terrestre, questo può spiegare la regione ricca di iridio.
Subito dopo l'esplosione, il Sole deve essere tornato al suo comportamento abituale, non sensibilmente diverso da com'era prima. Il materiale solare sulla Terra deve essersi stabilizzato, e la Terra deve avere ripreso la sua vita normale. Inoltre, il breve periodo del depositarsi del materiale solare non deve avere provocato un urto terrificante, come quello di un meteorite. Deve essere stata una discesa impercettibile. Se non fosse stato per l'interessamento riguardo l'iridio, non l'avremmo mai saputo.
Eppure... Quella lieve esplosione sul Sole deve avere moltiplicato il calore inviato alla Terra. La lenta discesa della materia deve essere stata accompagnata da un brusco aumento della temperatura che può essere stato soltanto un attimo sulla scala del tempo geologico ma che può essere durato giorni (o settimane o anni) sulla scala della vita sulla Terra.
Questa esplosione deve avere scatenato la distruzione della vita sulla Terra... se l'esplosione è successa.
Possiamo arguire, quindi, dal momento che questa distruzione non è avvenuta, che l'esplosione non può essere successa?
Chiediamoci anzitutto quando questo iridio è comparso. Secondo i sistemi di datazione di Alvarez, l'iridio è comparso settanta milioni di anni fa, alla fine del Cretaceo, ed è precisamente alla fine del Cretaceo che è avvenuta la Grande Morte, della quale anni fa si parlava di una supernova come causa possibile.
Settanta milioni di anni fa, in un periodo di tempo relativamente breve, sono morti tutti i rettili, tutte le ammoniti, e così via. È stato calcolato che in quel periodo il settantacinque percento di tutte le specie viventi sulla Terra sono scomparse all'improvviso per un motivo sconosciuto.
Né possiamo affermare che il restante venticinque percento sia rimasto incolume. Può essere che, diciamo, il novantacinque percento di tutti i singoli animali siano rimasti uccisi, e che i più grandi, quelli che si riproducevano più lentamente ed erano stati ridotti a un numero insolitamente esiguo, non siano riusciti a riprendersi e siano morti. I più piccoli, quelli che erano riusciti a sopravvivere in numero assolutamente maggiore e che erano più fecondi, siano riusciti a resistere... ma è solo una supposizione.
Quello che si può dire è che circa settanta milioni di anni fa la Terra può essere stata quasi sterilizzata, e che la vita presente è stata quasi cancellata... sulla base dei reperti fossili.
Circa settanta milioni di anni fa, la Terra può aver subito le cause di un accidente solare che sarebbe stato in grado di sterilizzarla... sulla base della comparsa dell'iridio.
Può la convergenza di questi due fatti completamente diversi essere una coincidenza?
Logicamente, è difficile attenersi troppo a questo lavoro preliminare del gruppo di Alvarez, d'altra parte loro non affermano che la loro supposizione di una catastrofe astronomica sia più di una supposizione. Personalmente vorrei che si facesse un'attentissima analisi delle rocce di settanta milioni di anni fa in molte zone della Terra, perché un'esplosione solare dovrebbe aver colpito l'intera superficie, almeno così mi sembra. Tra l'altro dovrebbe avere aumentato anche il valore di certi altri elementi, oltre che l'iridio.
Forse questa mia proposta, a un più attento esame, può risultare un allarme completamente falso. Se così, voglio confessare di sentirmi sollevato, in quanto indicherebbe un evento spaventoso... soprattutto perché, se è successo una volta, può succedere ancora e, forse, senza preavviso.

FINE