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Urania - Asimov d'appendice
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L'ARMA NON SEGRETA - Isaac Asimov
Titolo originale: The unsecret weapon

Poco tempo fa, durante una affollata riunione di persone scelte alle quali dovevo parlare, fui presentato sul palco al pubblico. In queste occasioni si fa ricorso a un certo numero di frasi banali alle quali mi diverto qualche volta a rispondere (se e quando ci riesco) in modo non stereotipato.
Quella volta, un signore a cui ero stato presentato mi strinse vigorosamente la mano dicendo: - Ho sentito parlare molto di voi.
- Be' - risposi con modestia - le signore chiacchierano.
Quello scoppiò a ridere: - Avete la battuta pronta, voi. Io non riesco mai a pensare a frasi come questa, e mi secca un po'.
- Risparmiatevi la fatica - risposi. - Ripetete pure la mia, alla prossima occasione.
- Sarà un po' difficile - disse lui. - Sono un ministro battista.
Comunque, anche quando non colpiscono nel segno, le battute fulminanti mi piacciono. Confesso di averne anche preparata qualcuna, in risposta a domande che probabilmente nessuno mi rivolgerà mai.
Pensate per esempio ai tempi preistorici della fantascienza e al ruolo primario che avevano nei romanzi le «armi segrete». Quando il volitivo Kimball Seaton inventa, la domenica, un compressore planetario capace di sbattere lontano le stelle senza effetti secondari, lo costruisce il lunedì e se ne serve il martedì, tutto questo è sufficiente per: A) sbaragliare i malvagi rettili Sandivoriani e, B) riempire di gioia il cuore del lettore.
Ma, come ben sapete, di solito la fantascienza non crea dal nulla. Anche nelle trame più fantastiche c'è sempre uno spunto tratto dalla vita reale, e ci sono state davvero delle armi segrete nella storia recente.
E così eccomi qua... Sto aspettando che qualcuno mi chieda: - Dottor Asimov, qual è stata la più notevole arma segreta della storia?
Al che io potrò finalmente rispondere con questa fulminante battuta: - Una che non era segreta.

Lasciate che vi spieghi. Qualsiasi arma può essere segreta se il nemico ne ignora l'esistenza finché non viene usata.
Se però due antagonisti si trovano allo stesso livello tecnologico, il solo fatto che l'arma venga usata la tradisce, e dopo pochissimo tempo anche il nemico ne farà uso.
Nel corso della prima guerra mondiale, per esempio, l'arma segreta dei tedeschi erano i gas asfissianti e quella degli alleati i carri armati. In ambedue i casi il primo assalto in cui queste armi segrete vennero usate sortì l'effetto voluto, ma poco dopo anche la parte avversa le aveva.
Anche quando l'arma segreta è estremamente complicata, di disegno nuovissimo, e i cui particolari di progettazione sono stati avvolti nel massimo segreto, quest'arma può essere copiata con estrema facilità. Nel 1945 gli americani si servirono delle bombe atomiche contro i giapponesi. Nel 1949 anche i russi avevano la bomba atomica.
Per limitare la nostra discussione alle armi veramente segrete, dovremmo allora attenerci a quelle che non furono copiate per molto tempo dal nemico, anche dopo che vennero usate sui campi di battaglia e ne fu rivelata l'esistenza.
E non dimenticate che stiamo parlando di avversari più o meno alla pari quanto a livello tecnologico. Le armi da fuoco erano veramente armi segrete per gli indiani quando gli europei arrivarono sul continente americano. E sebbene gli indiani avessero imparato a usarle, non impararono mai a costruirle, e così gli europei e i loro discendenti si impadronirono delle Americhe.
Se ci atteniamo alle armi che restano segrete dopo esser state usate e che dei nemici tecnologicamente alla pari non adottano nemmeno dopo esser stati sconfitti proprio da quelle armi, allora ce n'è una, l'unica che io sappia, veramente segreta. Fu adottata da una sola nazione, in diverse occasioni, per un lunghissimo periodo di tempo e nessuno la copiò mai. In realtà è ancora segreta a tutt'oggi. Si tratta del «fuoco greco».
Noi supponiamo che il fuoco greco fosse un impasto di zolfo, nafta, ossido di calcio e nitrato di potassio. La nafta, che fu casualmente scoperta nel Medio Oriente, è costituita da una miscela di idrocarburi e non è molto diversa dalla moderna benzina.
Aggiungendo acqua a questo composto, essa reagisce con l'ossido di calcio sviluppando un notevole calore, sufficiente a incendiare la nafta alla presenza dell'ossigeno liberato dal nitrato di potassio. Questo, a sua volta, incendia lo zolfo che, bruciando, produce soffocanti vapori di biossido di zolfo. Se la miscela che compone il fuoco greco viene messa entro tubi di legno foderati di ottone e se la si colpisce con un getto d'acqua, s'incendia subito. La spinta dell'acqua e l'espansione dei gas di scarico che vengono a formarsi fa sì che la miscela ardente venga lanciata a notevole distanza. Se cade in mare galleggerà continuando a bruciare.
Immaginate allora che un porto venga attaccato da una flotta nemica in un'epoca in cui le navi sono di legno. Se voi vi trovate a bordo di una di quelle navi, vedrete una fiammata che emette gas soffocanti piombare su di voi. E la cosa più spaventosa è che quel fuoco non si spegne a contatto con l'acqua, ma continua a galleggiare verso di voi finché, presto o tardi, incendierà il fasciame a livello della linea d'immersione.
Basta lo spavento suscitato dall'arma a demoralizzare i colpiti, moltiplicando l'effetto provocato dall'incendio della nave.
Si suppone che l'inventore del fuoco greco sia stato un certo Callinico, di cui, a parte la sua invenzione, non si sa niente, neanche se nacque in Siria o in Egitto. Sembra comunque che sia nato in una di quelle due province, e quando esse caddero in mano agli arabi verso il 640, si trasferì a Costantinopoli, dove, a tempo debito, produsse la miscela.
Nel 669 gli arabi trionfatori, infiammati dalla nuovissima fede dell'Islam, si erano impadroniti di tutta l'Asia Minore e si erano fermati davanti all'esiguo stretto oltre il quale sorge Costantinopoli. L'impero bizantino, di cui Costantinopoli era la capitale, barcollava sotto una serie di catastrofi, e l'unica protezione della città era la sua flotta.
Ma gli arabi avevano imparato a costruire e manovrare le navi, e nel 672 la flotta araba cominciò l'assedio alla città. Se la flotta araba fosse riuscita a sbaragliare le difese marittime di Costantinopoli, la città sarebbe caduta e, insieme ad essa, anche i resti dell'impero. Gli arabi, scorrazzando attraverso i Balcani, non avrebbero trovato nemici che li ostacolassero nella moribonda Europa dell'alto medioevo. Come l'Iran, l'Iraq, la Siria e l'Egitto, anche l'Europa sarebbe stata convertita all'Islamismo.
Ma Costantinopoli aveva il fuoco greco. Venne usato per la prima volta nel 672; le navi arabe bruciarono, gli arabi si lasciarono prendere dal panico, e Costantinopoli fu salva. E per coloro che ritenevano indispensabile che l'Europa rimanesse cristiana, quel fatto fu considerato un miracolo voluto dal cielo.
Quando gli arabi tornarono all'assalto nel 717 le loro navi furono nuovamente respinte dal fuoco greco, e Costantinopoli fu salva per la seconda volta.
Il fuoco greco venne usato nel corso di altre battaglie navali durante i secoli successivi, e, non si sa per quale motivo, cadde in disuso col suo segreto ancora inviolato.
Si può comprendere la ragione per cui il fuoco greco rimase segreto. Si trattava di una complicata miscela chimica che gli avversari vedevano solo mentre bruciava. Senza un campione non ancora acceso da esaminare, e in un'epoca in cui la chimica era ancora in embrione, non c'è da stupirsi se nessuno fu in grado di copiarlo, o se neanche si sognò di farlo.

Mentre scrivo mi è venuta in mente un'altra arma altrettanto terribile ed efficace del fuoco greco, e tuttavia così semplice che chiunque poteva vedere come era fatta, cos'era, come si poteva fabbricarla, di che cosa era composta eccetera. Quindi non era effettivamente un'arma segreta se non per il fatto che nessuno (esclusa un'unica eccezione di cui parlerò più avanti) la copiò e l'adottò. Gli altri limitarono le loro reazioni a lasciarsi sconfiggere da essa.
Fin dall'epoca preistorica la migliore e più efficace arma sulle lunghe distanze fu l'arco-e-la-freccia. (C'era anche la fionda, ma non raggiunse mai la stessa popolarità.)
L'insieme arco-freccia era talmente semplice ed essenziale che era difficile apportarvi delle migliorie. L'unica cosa che si poteva fare a questo scopo era di rendere più rigido il legno dell'arco e più robusta la corda, cosicché, quando veniva deformato e poi lasciato andare, il ritorno alla condizione normale sarebbe stato più rapido e la freccia sarebbe stata lanciata a una velocità maggiore, a una maggior distanza e con maggior capacità di penetrazione. La difficoltà consisteva nel fatto che più l'arco scattava con efficienza per tornare alla normalità, più difficile sarebbe stato, prima, curvarlo. (Non si ottiene mai niente con niente.)
Intorno al 1000, in Italia, fu creato un nuovo tipo di arco, di metallo invece che di legno. Era troppo rigido perché i muscoli umani potessero riuscire a curvarlo, e perciò fu applicato a un sostegno anch'esso di metallo a forma di croce (cosicché nell'insieme l'arco sembrava una croce e fu chiamato «arco a croce»: in italiano, balestra). Nella croce di sostegno c'era la scanalatura in cui inserire una freccia (o «dardo») di metallo.
La corda non veniva tirata a mano ma mediante una manovella attaccata al sostegno a croce. Il balestriere girava la manovella finché la corda risultava sufficientemente tesa all'indietro, inseriva il proietto nella scanalatura, abbassava la leva liberatrice, e il dardo volava via con una forza superiore a quella di qualsiasi normale freccia. Aveva una portata di trecento metri, e a distanza ravvicinata poteva perforare un'armatura.
Imparare a usare quell'arma, che poteva essere maneggiata da qualsiasi posizione, era estremamente facile. Era molto temuta e, nel 1139, un concilio ecumenico ne proibì l'uso, considerandola troppo terribile... almeno fra i cristiani. Venne deciso che poteva essere legalmente usata soltanto contro i non cristiani. (Nel caso in cui questo esempio di bigotteria vi infastidisca, permettetemi di rassicurarvi: l'editto restò lettera morta. Gli eserciti cristiani, infischiandosi di qualunque pregiudizio, usarono liberamente la balestra contro altri eserciti cristiani.)
Tuttavia la balestra presentava lo svantaggio di richiedere parecchio tempo per essere ricaricata. Una volta scagliata la freccia, bisognava appoggiarla sul terreno o su un altro appoggio solido, girare la manovella e inserire un nuovo dardo. In questo frattempo, il balestriere era vulnerabile all'attacco nemico.
Ma io non penso che la balestra fu un'arma segreta in quanto venne rapidamente adottata da altre nazioni, che istruirono milizie speciali o assoldarono mercenari italiani. L'arma segreta fu un'altra varietà dell'arco-e-freccia, in cui l'arco rimase sempre di legno, ma era più grande e rigido, tanto da richiedere il massimo delle capacità umane.
Era il cosiddetto «arco lungo», così chiamato perché era lungo un metro e ottanta e lanciava frecce lunghe un metro.
L'arco lungo era più leggero della balestra e aveva una portata maggiore, fino a quattrocento metri. Fatto più importante, poteva essere usato con grande rapidità. L'arciere, prendendo le frecce dal turcasso appeso alla spalla, poteva lanciarne cinque o sei mirando con precisione nel tempo impiegato dal balestriere per ricaricare la sua arma.
Il risultato era che se si fronteggiava un ugual numero di uomini armati di archi lunghi da una parte e di balestrieri dall'altra, questi ultimi venivano sbaragliati.
Insomma l'arco lungo fu l'arma più micidiale e versatile usata sui campi di battaglia fino alla comparsa delle armi da fuoco.
(Nelle ballate, nei racconti e nei film, Robin Hood e i suoi allegri compagni usano l'arco lungo, che però era ancora sconosciuto all'epoca del cattivo principe Giovanni. Peccato!)
Una schiera di arcieri (N.d.T.: d'ora in avanti si userà la semplice parola «arciere» per indicare gli uomini armati di arco lungo, mancando in italiano un termine specifico) che agiva simultaneamente produceva una nuvola mortale che cadeva sibilando dal cielo e che era impossibile evitare.
L'unico svantaggio dell'arco lungo era la sua portata. Se il nemico riusciva ad avvicinarsi agli arcieri, questi potevano essere facilmente massacrati. Il trucco consisteva nell'avvicinarsi senza farsi ammazzare, cosa che non riuscì mai quando entrarono nell'uso le armi da fuoco.
Ma com'era possibile che l'arco lungo restasse un'arma esclusiva? In primo luogo il legno migliore per gli archi lunghi era il tasso inglese, che non cresce dappertutto, anche se secondo me esistono anche altri tipi di legno che avrebbero potuto servire altrettanto bene allo scopo.
E allora come mai quell'arma non segreta rimase effettivamente segreta? Cosa impedì alle nazioni sconfitte per mezzo suo di adottarla anch'esse?
Due cose. Primo, la non trascurabile questione dell'addestramento. L'arco lungo era molto rigido: per piegarlo occorreva impiegare una forza di trazione equivalente a mezzo quintale. Ogni volta. Ci volevano anni di addestramento e spalle e braccia molto robuste e allenate per mettere in posizione la corda all'altezza dell'orecchio con un unico movimento in modo che la freccia venisse scoccata con forza maggiore di quella della balestra, e poche nazioni (in realtà una sola) erano disposte a investire tempo e denaro nell'addestramento.
In secondo luogo, l'arco lungo non poteva essere maneggiato da chicchessia, mentre era facile trovare ed addestrare dei balestrieri, dal momento che venivano reclutati fra la popolazione di bassa estrazione e che potevano essere facilmente rimpiazzati. Gli arcieri invece, sebbene provenissero anch'essi dalla stessa classe sociale, erano il prodotto di anni di addestramento, e non era facile rimpiazzarli. Dovevano essere custoditi, conservati e trattati come oggetti preziosi.
È per questo che un esercito di formazione prevalentemente aristocratica non avrebbe costituito un corpo di arcieri. Avrebbero preferito perdere una battaglia combattendo come prodi cavalieri, piuttosto che vincere per merito della plebe.
L'arco lungo fu inventato nel Galles in epoca imprecisata da un ignoto artigiano. I gallesi, accaniti combattenti, avevano scacciato prima i Sassoni e poi i Normanni, fin dall'epoca di re Artù, finché nel 1272 Edoardo I salì sul trono inglese. Costui si rivelò il più abile guerriero coronato dopo Guglielmo il Conquistatore e si prefisse di conquistare il Galles.
Nel 1282 iniziò una campagna di due anni nel Galles e si trovò davanti un nemico armato di archi lunghi. Fortunatamente per lui, i gallesi erano relativamente pochi e non adoperavano quell'arma tutti assieme e con disciplina. Edoardo vinse la guerra, adottò l'arco lungo, e istituì un corpo speciale da addestrare nell'uso di quell'arma. (Quella fu la prima e unica volta che un esercito adottò l'arco lungo dopo averlo scoperto nelle mani del nemico. Che io sappia, nessuno ha mai dato credito di questo a Edoardo I.)
Dopo aver conquistato il Galles, Edoardo rivolse la sua attenzione alla Scozia, dove regnava quella che per lui era anarchia. Ma quando l'ebbe ridotta a una sorta di regno fantoccio, gli scozzesi si ribellarono sotto la guida di William Wallace, e il 22 luglio 1298 Edoardo I si scontrò con l'esercito di Wallace nella battaglia di Falkirk.
Gli scozzesi erano combattenti tenaci e valorosi e affrontarono Edoardo forti di 25.000 uomini armati di picche, chiamate anche lance, lunghe e pesanti, che li trasformavano in un formidabile e compatto porcospino. La cavalleria inglese sbaragliò quella scozzese, inferiore di numero, ma non riuscì a superare le picche.
Fu allora che Edoardo I ricorse per la prima volta alla sua nuova arma. Gli arcieri lanciarono da una distanza di sicurezza una salva di frecce e i «picchieri» crollarono. Non potevano combattere a distanza e morirono a grappoli. La cavalleria inglese tornò alla carica e gli scozzesi furono sconfitti.
Per un po' parve che la Scozia, come il Galles, sarebbe rimasta sotto il dominio inglese. Ma con la guida di Robert Bruce gli scozzesi tornarono a ribellarsi. Fermamente deciso a dare un'altra lezione a quei testardi di scozzesi, Edoardo I si mise in marcia verso il nord, ma morì lungo il cammino. Suo figlio, l'imbelle Edoardo II, rinunciò all'invasione.
Ma la spinta degli eventi e l'opinione pubblica lo costrinsero, sette anni dopo, a invadere la Scozia e il 24 giugno 1314 Edoardo II si scontrò a Bannockburn con le forze di Robert Bruce. Un po' per le abili manovre di Bruce, un po' per il modo idiota con cui Edoardo manovrò il proprio esercito, gli inglesi si trovarono con gli arcieri accerchiati alle spalle della loro cavalleria.
La cavalleria inglese non poteva nulla contro le picche scozzesi, e gli arcieri non potevano usare gli archi lunghi a una distanza troppo ravvicinata. Tentarono di lanciare le frecce al di sopra della loro cavalleria, ma la manovra fallì e chi fu colpito furono i cavalieri inglesi.
Ne risultò una schiacciante vittoria scozzese, e l'indipendenza della Scozia fu salva. Fra il 1298 e il 1547 - due secoli e mezzo - ci furono molte altre battaglie fra scozzesi e inglesi, e gli inglesi, fatta eccezione per quella di Bannockburn, le vinsero tutte. Ma quella sconfitta fu sufficiente.
Il vero trionfo dell'arco lungo avvenne però in Francia. Per motivi che sarebbe troppo noioso elencare qui, il figlio di Edoardo II, Edoardo III, vantava dei fondati diritti sul trono francese. Ma nel suo diritto genealogico c'era un'unica grossa falla: il popolo francese non voleva un re inglese, ma a quell'epoca una cosa del genere era considerata irrilevante.
Nel 1337 Edoardo III dichiarò guerra alla Francia, e vinse un'importante battaglia navale grazie alla quale conquistò il controllo della Manica. Ma solo nel 1346 riuscì a raccogliere uomini e denaro sufficienti per poter invadere la Francia. Intendeva solo dare una dimostrazione di forza, ma quando cercò di tornare in Inghilterra, l'esercito francese, che lo seguiva, lo raggiunse a Crécy, una cittadina nei pressi di Calais, dove la Manica è più stretta.
Il re di Francia, Filippo VI, disponeva di circa 60.000 uomini fra cui 12.000 cavalieri in armatura e 6.000 abili balestrieri genovesi.
Edoardo III aveva solo 12.000 uomini, ma fra questi erano compresi 8.000 arcieri ben addestrati. Gli uomini armati di archi lunghi vennero accuratamente disposti lungo la linea di battaglia, con quattromila cavalieri relegati nel ruolo secondario di protezione. Come ulteriore protezione vennero scavate trincee davanti alla linea degli arcieri nel caso che il nemico fosse riuscito ad avanzare fin là.
Appena arrivò l'esercito francese, i cavalieri chiesero a gran voce di caricare la plebaglia inglese, tanto inferiore di numero, sebbene fosse ormai quasi sera e sarebbe stato più sensato rimettersi in forze con una notte di riposo. I balestrieri genovesi fecero notare che avevano appena terminato una lunga ed estenuante marcia. Ma i cavalieri (che la marcia l'avevano compiuta a cavallo) dissero loro che erano dei vigliacchi e li spronarono ad avanzare.
I balestrieri avanzarono contro un esercito inglese che era stato accuratamente schierato in modo da avere il sole al tramonto dietro le spalle e direttamente negli occhi dei genovesi. Le frecce raggiunsero i balestrieri prima ancora che questi avessero raggiunto la distanza della portata delle loro armi, cosicché non poterono far altro che arretrare in tutta fretta.
Questo mandò su tutte le furie i cavalieri francesi che si precipitarono avanti in formazione disordinata, anche se non era stato dato l'ordine di caricare. Gridavano «Passate sopra a quei vigliacchi mascalzoni, servono solo a impedire l'avanzata» e così la cavalleria calpestò i suoi balestrieri e spronò i cavalli contro gli inglesi.
Questi si trovarono di fronte non un esercito, ma una folla disordinata. Era una folla valorosa, perché i francesi tornarono per ben sedici volte alla carica, ma il coraggio non servì. Gli arcieri inglesi lanciavano frecce dopo frecce e i cavalieri cadevano a mucchi. Il sole non era ancora tramontato che sul campo giacevano morti 1550 cavalieri francesi, mentre le perdite inglesi erano insignificanti.
Se mai i francesi pensarono che Crécy fosse stato solo un incidente, furono disingannati dieci anni dopo, quando, sotto il figlio e successore di Filippo VI, Giovanni II, un esercito francese attaccò gli inglesi al comando del figlio di Edoardo III, il cosidetto «Principe Nero», a Poitiers, il 19 settembre 1356.
La battaglia ebbe l'identico svolgimento della precedente. Gli inglesi, inferiori per numero, piegarono i cavalieri francesi grazie ai loro archi lunghi.
Seguì una lunga tregua. Edoardo III, dopo una vecchiaia inetta, e il Principe Nero, morirono tutt'e due nel 1377. Salì al trono il giovane figlio del Principe Nero, col nome di Riccardo II, il quale venne detronizzato da suo cugino, che prese il nome di Enrico IV ed ebbe il suo daffare a occuparsi delle guerre intestine.
Intanto i francesi, che non osavano più scontrarsi in campo aperto con gli inglesi, avevano imbastito una specie di guerriglia al comando di un brillante capo, Bertrand du Guesclin, e riuscirono a riprendersi molte delle terre conquistate dagli inglesi. I francesi, comunque, non tentarono mai di copiare l'arco lungo, anche se du Guesclin si azzardò a combattere in campo aperto contro gli inglesi sul confine spagnolo, dove però venne sconfitto.
Solo all'epoca di Enrico V, figlio di Enrico IV, gli inglesi poterono tornare a rivolgere la loro attenzione alla Francia.
Il 14 agosto 1415 Enrico V mise in campo una forza di 30.000 uomini contro Hartfleur, il più importante porto della Normandia, e 24.000 di costoro erano armati di arco lungo. Armi di quel tipo non erano adatte negli assedi, ma Enrico V aveva anche dei cannoni per quello scopo. (Anche Edoardo III si era servito di un cannone rudimentale a Crécy.)
I cannoni erano ancora delle armi imperfette, più pericolose per i serventi che per il nemico, così ci vollero cinque settimane per far cadere la città, settimane che indebolirono le forze di Enrico a causa della lungaggine e dei disagi.
Una volta conquistata Hartfleur, Enrico V decise di puntare su Calais, che Enrico III aveva preso dopo Crécy, e che adesso era il caposaldo inglese in Francia. Enrico contava di farvi riposare i suoi uomini in attesa di rinforzi dall'Inghilterra.
Ma la marcia per raggiungere Calais fu molto dura. Pioveva sempre e l'esercito inglese era afflitto da continue perdite oltre che dalla dissenteria.
I francesi seguivano l'esercito inglese aspettando che si fosse sufficientemente indebolito, e finalmente lo intrappolarono ad Agincourt, circa trentacinque miglia a sud di Calais (e solo venti a nord-est di Crécy). Nel frattempo gli inglesi si erano ridotti a 9.000 uomini in condizioni pietose, laceri e malati, che si trovarono a dover fronteggiare più di 30.000 francesi. Era il 25 ottobre 1415. Erano passati sessantanni da Poitiers, e i francesi avevano riacquistato fiducia.
Enrico era un ottimo generale. Scelse con cura il campo di battaglia, schierando i suoi uomini su un fronte di non più di un chilometro, con i fianchi protetti da folte boscaglie. I francesi sarebbero stati costretti ad ammassare le loro forze per passare all'attacco. Inoltre, l'esiguo esercito di Enrico aveva perduto gran parte degli arcieri e aspettava quindi il nemico dietro un fossato in cui aveva confitto dei pali appuntiti sul fuoco, con la punta rivolta all'insù, per accogliere i cavalieri.
Enrico aveva anche notato che le continue piogge, causa di tante perdite e sofferenze per i suoi uomini, avevano ridotto il terreno a un acquitrino, e pensava che i cavalieri, vestiti di pesanti armature, non avrebbero potuto avanzare né combattere, con molta facilità, sia a cavallo, sia appiedati.
Naturalmente, se i francesi avessero deciso di indugiare, gli inglesi sarebbero stati costretti ad arrendersi o a rassegnarsi a essere sbaragliati. Ma davanti a un esercito così ridotto, i francesi (come Enrico aveva previsto) non aspettarono.
Alcune cronache considerano Agincourt un miracolo, ma non è vero. I francesi non avevano alcuna possibilità di vincere. Sarebbe stato un miracolo se gli inglesi avessero perso.
I francesi partirono alla carica - o almeno tentarono - e furono subito bloccati dal fango. Le loro file si ruppero e appena furono riusciti a riordinarle Enrico diede il segnale e ottomila frecce sibilarono dirette verso il nemico, e caddero sui loro ranghi serrati. Era impossibile mancare il bersaglio e, stando ai giubilanti resoconti inglesi, caddero diecimila francesi contro tredici inglesi. Anche se queste cifre sono esagerate, resta pur sempre vera la schiacciante vittoria inglese.
Enrico V, un paio d'anni dopo, conquistò la Normandia e Parigi, e costrinse il re francese Carlo VI a riconoscerlo come suo successore. Ma Enrico morì nel 1422 a 35 anni e non c'era nessun inglese capace come lui di guidare un esercito. Ciononostante gli inglesi armati di archi lunghi sconfissero un'altra volta i francesi a Verneuil il 17 agosto 1424.
Gli inglesi posero l'assedio a Orléans nel 1428 e sembrava che mancasse loro la conquista di quella città perché potessero avere il completo dominio della Francia demoralizzata. Ma ormai l'Inghilterra aveva dato il massimo delle sue possibilità e non riuscì a disporre come si doveva le linee d'assedio intorno alla città. Soldati francesi riuscivano a sgattaiolarci attraverso, e ben presto solo la paura superstiziosa degli inglesi e dei loro archi lunghi impedì che facessero una sortita.
Fu a questo punto che comparve in scena Giovanna d'Arco, che fornì ai francesi l'ispirazione necessaria a scacciare gli inglesi da Orléans. Per gli esausti inglesi, la paura della «strega» fu la goccia che fece traboccare il vaso.
La guerra continuò tuttavia per un altro quarto di secolo e le sue sorti furono decise da qualcosa che superava l'arco lungo. Carlo VII, il nuovo re di Francia, finanziò due fratelli, Jean e Gaspard Bureau, che migliorarono il disegno dei cannoni e la qualità della polvere da sparo.
Carlo cominciò ad allestire un esercito fornito di artiglieria, il primo della storia. I serventi impararono a manovrare i cannoni e (cosa più importante di tutte) i cavalieri francesi furono costretti a trattare i cannonieri, che in fin dei conti erano dei proletari come gli arcieri, con rispetto. Da allora in poi fu l'artiglieria a decidere le sorti delle battaglie, e il regno dell'arco lungo tramontò.
Gli inglesi non furono capaci di adattare la loro mentalità all'uso dell'artiglieria, com'era avvenuto per i francesi nei riguardi dell'arco lungo. Nel 1453 furono scacciati dalla Francia e mantennero solo il possesso di Calais per circa un altro secolo. Non riuscirono mai a capacitarsi perché non riuscissero più a vincere. Secondo la loro teoria più diffusa, la perdita della Francia era dovuta a una combinazione di tradimenti interni e di stregonerie francesi. (L'«Enrico VI» di Shakespeare, Prima parte, esprime perfettamente questo concetto... un secolo e mezzo dopo la fine della guerra.)

FINE