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Urania - Asimov d'appendice
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SEMPRE PIÙ GIÙ - Isaac Asimov
Titolo originale: Getting down to the basics

Quando si firmano autografi, non ha senso fare gli scontrosi. La gente, dimostrando interesse per voi, vi lusinga, e come minimo bisogna compensarla usando modi cordiali magari infarciti da battute di spirito. Ed è proprio così che mi comporto io.
Con l'esperienza ho accumulato un repertorio di battute di spirito, le migliori delle quali sono, naturalmente, quelle cui non si può rispondere; in questi casi infatti la persona a cui le rivolgiamo si limita a fare un sorriso, permettendoci così di passare al prossimo che cerca l'autografo. Qualche volta però succede che anche alle battute cui non si può rispondere qualcuno risponda.
Immaginate che una bella donna non più giovanissima mi porga un libro da autografare e dica (come in effetti succede spesso): - Mio figlio va proprio matto per voi, dottor Asimov. Legge tutti i libri vostri che riesce a procurarsi.
In casi del genere è facile che io, facendo l'autografo, dica, con un sorriso seducente: - Che bello! Pensate come si sentirebbe lieto e onorato se noi due fuggissimo insieme!
Di solito la signora fa una risatina e non risponde niente, per cui io passo al prossimo che vuole l'autografo.
Una volta però capitò che, dopo che avevo fatto la mia battuta benevolmente osée, la signora di bell'aspetto non batté ciglio e disse: - Dottor Asimov, se fuggissimo insieme, sarei certamente io a sentirmi lieta e onorata.
Rimbeccato così, non potei fare altro che guardarla come uno scemo, lievemente rosso in viso.
Naturalmente mi stette bene.
La mia unica consolazione è che nel gioco della scienza, che è l'occupazione dei miei momenti più seri, vedere le proprie risposte migliori rivelarsi inadeguate è all'ordine del giorno. Consideriamo, per esempio, la questione degli «elementi».

Stadio uno: gli elementi secondo i greci
Nella tradizione tipicamente occidentale di indagine razionale della realtà, la prima persona che si interessò del problema della composizione dell'universo fu il filosofo greco Talete (624-546 a. C.). Secondo lui, l'elemento base era l'«acqua».
Altri filosofi diedero il loro contributo al problema, e Aristotele (384-322 a. C.) elencò quattro elementi base: terra, acqua, aria, fuoco. Questo per quanto riguardava il mondo intorno a noi: per i corpi celesti ipotizzò un quinto elemento, l'etere.
La parola elemento deriva dal latino «elementum» che, stranamente, è di etimologia incerta.

Stadio due: gli elementi chimici
La ricerca dei cinque elementi durò circa duemila anni. Poi, nel 1661, il chimico irlandese Robert Boyle (1627-1691) pubblicò «Il chimico scettico».
La scienza, a quell'epoca, era diventata sperimentale e induttiva, anziché speculativa e deduttiva com'era tra i greci, e Boyle suggerì che un elemento, per essere definito tale, doveva essere analizzato chimicamente. Solo se risultava non suddivisibile in sostanze più semplici, poteva essere chiamato tale. Usando questo criterio, all'epoca di Boyle gli elementi noti erano dodici: oro, argento, rame, stagno, ferro, piombo, mercurio, carbonio, zolfo, arsenico, antimonio e fosforo.
Il numero continuò a salire. Il chimico francese Antoine Laurent Lavoisier (1743-1794) pubblicò nel 1789 il «Trattato elementare di chimica», nel quale era inclusa una tavola che elencava trentun elementi chimici.

Stadio tre: gli atomi
Anche se uno si accontentasse di sapere che l'universo è composto di vari elementi che esistono da soli o in combinazione con altri, e fosse convinto che tutti quanti detti elementi siano stati adeguatamente identificati, isolati e studiati, la domanda su quale sia la struttura della materia continuerebbe a restare senza una risposta soddisfacente.
Perché, se l'oro è un elemento, di che cosa è fatto mai? È forse fatto di tante piccole particelle d'oro unite insieme a formare un pezzo più grande? E se è così, quanto possono essere piccole le più piccole particelle d'oro ottenibili? Esiste forse una particella d'oro più piccola di tutte quante le altre e tale da non potere essere divisa ulteriormente?
Alcuni filosofi greci pensavano che ogni elemento consistesse di minuscole particelle indivisibili, e Democrito (470-380 a. C.) chiamò tali particelle «atomi», perché atomo in greco significa «indivisibile».
La teoria atomica di Democrito non convinse gli antichi greci, ma una volta che la scienza sperimentale divenne una realtà, le prove a favore dell'esistenza degli atomi cominciarono lentamente a accumularsi.
Il chimico inglese John Dalton (1766-1844) fu il primo a condensare tutte queste prove. Nel 1808 pubblicò il «Nuovo sistema di filosofia chimica», in cui spiegava con dovizia di particolari la sua teoria atomica.
Così la risposta alla domanda «Di cosa è fatto l'universo?» diventava: «Di atomi».
Secondo la nuova teoria, esistevano diversi tipi di atomi, un tipo per ogni elemento. L'oro era composto di atomi dell'oro, il ferro di atomi del ferro, l'ossigeno di atomi dell'ossigeno, e così via. Gli atomi si univano in combinazioni dette «molecole»; le innumerevoli sostanze che non erano definibili come elementi erano composte dunque di molecole che a loro volta riunivano più tipi di atomi.
Naturalmente, poiché la scienza che era arrivata a queste risposte si definiva sperimentale, era logico che si potessero analizzare solo quelle parti dell'universo sottoponibili a verifiche sperimentali: ovvero, le parti accessibili della Terra. Quindi alla domanda «Di cosa è fatto l'universo?» si poteva rispondere solo a patto che tutto quanto l'universo fosse fatto della stessa materia della Terra; il che non era affatto dimostrato.
Il filosofo francese Auguste Comte (1798-1857) sottolineò questo concetto nel 1835, e sostenne che non si poteva né si sarebbe mai potuto sapere quale fosse la struttura chimica delle stelle.
Due anni dopo la morte di Comte, però, il fisico tedesco Gustav Robert Kirchhoff (1824-1887) elaborò i principi della spettroscopia e nel 1862 il fisico svedese Anders Jonas Angstrom (1814-1874) li usò per dimostrare la presenza di idrogeno nel Sole. Altre indagini spettroscopiche provarono che gli atomi esistenti sulla Terra erano rintracciabili anche nei corpi celesti. Dunque, la teoria atomica si dimostrava valida per tutto l'universo.
Tuttavia, poiché il numero di elementi cresceva sempre e con esso, conseguentemente, il numero dei diversi tipi di atomi, gli scienziati cominciarono a farsi dubbiosi. L'intuizione suggeriva che la risposta alla domanda «Di cosa è fatto l'universo?» fosse semplice. Il fatto che gli elementi base fossero numerosi e chiaramente senza relazione alcuna gli uni con gli altri, faceva pensare che in realtà non si trattasse di elementi base, ma di composti di elementi ancora più fondamentali, quelli sì in numero limitato.
Nel 1869 si conoscevano sessantatré diversi elementi, e l'elenco non appariva affatto chiuso. In quello stesso anno, tuttavia, il chimico russo Dmitri Ivanovich Mendeleev (1834-1907) pubblicò la prima versione della tavola periodica degli elementi. In essa, gli elementi erano divisi in famiglie e ordinati secondo il peso atomico crescente. Questo diminuì la confusione che regnava nel campo e alleviò un po' l'imbarazzo in cui si trovavano gli scienziati.
Ma entro il 1890 gli elementi noti diventarono più di ottanta, e l'elenco non appariva ancora chiuso.

Stadio quattro: elettroni e nuclei atomici
Nell'ultimo quarto del diciannovesimo secolo gli scienziati studiarono i «raggi catodici», che vengono prodotti quando si costringe una corrente elettrica a passare attraverso un tubo di gas rarefatto. Le osservazioni fecero pensare che l'elettricità, come la materia, fosse composta di unità indivisibili. Il fisico irlandese George Johnstone Stoney (1826-1911) propose nel 1891 che l'unità indivisibile di elettricità fosse chiamata «elettrone».
Nel 1897, il fisico inglese Joseph John Thomson (1856-1940) portò le prove definitive che i raggi catodici consistevano di particelle cariche elettricamente, particelle che furono chiamate «elettroni» secondo la definizione di Stoney. Thomson fu anche in grado di dimostrare che la massa dell'elettrone era solo una piccola frazione (1/1837) dell'atomo di idrogeno, che era l'atomo più leggero che si conoscesse. L'elettrone fu la prima «particella subatomica» a essere scoperta.
Forse gli elettroni erano solo un fenomeno di carica elettrica e non avevano niente a che fare con la materia? No! Nel 1896, il fisico francese Antoine Henri Becquerel (1852-1908) dimostrò che gli atomi dell'uranio si disintegravano, emettendo radiazioni penetranti. Nel 1900 si dimostrò che alcune di quelle radiazioni consistevano di elettroni dotati di grande velocità, che dovevano essere emersi dagli atomi d'uranio.
Ma il fenomeno non riguardava soltanto quel particolare elemento, l'uranio. Nel 1902 il fisico tedesco Philipp E. A. Lenard (1862-1947) dimostrò che certi metalli perfettamente stabili emettevano elettroni se esposti alla luce. Era chiaro dunque che gli atomi erano divisibili, perché composti di particelle ancora più piccole, tra le quali erano compresi gli elettroni.
Il fisico inglese Ernest Rutherford (1871-1937) bombardò una sottile lamina di metallo con radiazioni radioattive e, nel 1911, portò prove sperimentali per dimostrare che quasi tutta la massa degli atomi era contenuta in un minuscolo nucleo che stava al centro di essi. Mentre il tipico atomo aveva un diametro di 10e-8 centimetri, il nucleo atomico aveva un diametro di 10e-13 centimetri. Il nucleo aveva un diametro che era solo 1/100.000 del diametro dell'atomo, e un volume che era 1/1.000.000.000.000.000 del volume dell'atomo. Le regioni esterne dell'atomo stesso erano piene di elettroni, che pesavano pochissimo.
Il fisico inglese Henry Gwyn-Jeffreys Moseley (1887-1915) dimostrò, nel 1913, che i nuclei atomici di elementi diversi avevano cariche elettriche positive di una determinata grandezza che erano sempre le stesse per gli atomi dello stesso elemento, e sempre diverse per gli atomi di elementi diversi.
Era logico dedurre che l'universo fosse composto di nuclei atomici che differivano tra loro per via della grandezza delle loro cariche elettriche positive; in più c'erano gli elettroni (tutti con la stessa carica elettrica negativa) che circondavano ciascun nucleo e che erano abbastanza numerosi da eguagliare la carica nucleare e produrre così un atomo di carica elettrica neutra.
Nel 1916 il chimico americano Gilbert Newton Lewis (1875-1946) dimostrò che gli elettroni occupavano orbite concentriche all'interno dell'atomo e si servì di questo per spiegarne le proprietà chimiche. Si accertò così l'esistenza di famiglie di elementi, e si capì perché la tavola periodica degli elementi fosse come era. Ma, soprattutto, l'esistenza di cariche di una determinata entità fissa nei nuclei atomici limitava il numero di elementi esistenti. Divenne chiaro che non potevano essere molto più di ottanta i diversi elementi stabili.

Stadio cinque: elettroni, protoni e neutroni
I nuclei atomici non erano del tutto soddisfacenti, come costituenti fondamentali dell'universo. Mentre gli elettroni erano tutti simili, i nuclei atomici differivano tra loro sia per la massa, sia per la carica elettrica. Il nucleo più piccolo, quello dell'idrogeno, aveva una carica elettrica positiva di grandezza uguale alla carica negativa dell'elettrone, ma tutti gli altri nuclei avevano cariche positive che erano multipli interi di quella del nucleo dell'idrogeno. Era ragionevole supporre che il nucleo atomico consistesse di quantità variabili di quella particella, qualunque essa fosse, che componeva il nucleo dell'idrogeno. Rutherford chiamò la particella del nucleo dell'idrogeno «protone», da «protos», che in greco significa «primo».
Intanto però risultava molto chiaro che il nucleo atomico non poteva consistere di soli protoni. Il nucleo di elio, per esempio, aveva una carica che era due volte quella del nucleo dell'idrogeno, ma aveva massa quattro volte superiore. Ci volevano quattro protoni per ottenere quella massa; come mai allora la carica non era quattro volte quella del nucleo dell'idrogeno?
Per alcuni anni si pensò che nel nucleo fossero presenti anche gli elettroni, e che la loro presenza servisse a neutralizzare parte delle cariche positive. Purtroppo i protoni e gli elettroni avevano anche qualcosa detto «spin», cioè un momento angolare proprio, e lo stesso avevano i nuclei. Supponendo che gli elettroni fossero presenti nel nucleo, si poteva spiegare la massa e la carica del nucleo stesso, spesso non si riusciva però a spiegare lo «spin».
Poi, nel 1932, il fisico inglese James Chadwick (1891-1974) scoprì il neutrone, che aveva la stessa massa del protone ma non aveva carica elettrica. Era chiaro che i nuclei atomici erano composti di protoni e neutroni. La combinazione di protoni e neutroni spiegava non solo la massa e la carica di tutto il nucleo, ma anche gli spin. Tale combinazione spiegava inoltre l'esistenza di isotopi, che fu dimostrata la prima volta nel 1914 dal chimico inglese Frederick Soddy (1877-1956). Benché tutti i nuclei di un dato elemento avessero lo stesso numero di protoni, essi potevano essere divisi in due o più gruppi, ciascuno dotato di un numero leggermente diverso di neutroni.
Per alcuni anni tutti furono paghi di pensare che l'universo fosse composto di soli tre tipi di particelle: elettroni con carica -1, protoni con carica +1, e neutroni con carica 0. Era davvero un quadro semplice e chiaro...

Stadio sei: leptoni e adroni
L'euforia non durò a lungo. Innanzitutto perché si presentava una strana asimmetria, in questo quadro. I protoni e gli elettroni avevano cariche elettriche della stessa esatta grandezza, benché di natura opposta, ma il protone aveva una massa che era 1836 volte quella degli elettroni. Perché?
Una prima risposta arrivò nel 1930, quando il fisico inglese Paul A. M. Dirac (1902) disse che ciascuna particella doveva avere un'«antiparticella», uguale ed opposta. Nel 1932, il fisico americano Cari David Anderson (1905), studiando le particelle dei raggi cosmici, individuò l'«antielettrone», o «positrone», nel pulviscolo. Aveva massa e carica uguali a quelle dell'elettrone, ma la carica era positiva anziché negativa. Nel 1955, i fisici Emilio Segré (1905) e Owen Chamberlain (1902) individuarono l'«antiprotone», che aveva massa e carica uguali a quelle del protone, ma carica eletrica negativa anziché positiva.
Era chiaro dunque che nell'universo c'erano per così dire due parti, una «normale» e un'anti-parte, e che ciascuna era simmetrica rispetto all'altra: insieme formavano una simmetria, ma al prezzo di raddoppiare la complessità dell'universo.
Ma c'erano in vista anche altre complicazioni. Era un rebus quali fossero le forze che tenevano insieme il nucleo atomico.
Fino al 1932 era parso che due sole forze, nell'universo, fossero sufficienti a spiegare il moto e le interazioni di ciascuna delle sue parti: l'interazione gravitazionale e quella elettromagnetica.
L'interazione elettromagnetica era di gran lunga la più forte delle due, ma quella gravitazionale dominava l'universo nel suo complesso perché era una forza esclusivamente di attrazione, laddove l'elettromagnetica comportava sia l'attrazione, sia la repulsione, che si neutralizzavano l'un l'altra.
Una volta scoperto che il nucleo atomico consisteva di protoni e neutroni, nessuna delle due interazioni era in grado di spiegare l'esistenza del nucleo atomico stesso. L'interazione gravitazionale era troppo debole per tenere insieme protoni e neutroni, mentre l'interazione elettromagnetica agiva come disgregante, anziché come aggregante. Doveva quindi esserci un'interazione nucleare più forte dell'interazione elettromagnetica perché le particelle fossero tenute insieme nonostante la forza di repulsione elettromagnetica. E doveva essere a breve raggio d'azione, così da non essere individuabile a distanze maggiori di quelle nucleari.
Nel 1935 il fisico giapponese Hideki Yukawa (1907) elaborò i principi teorici di una tale «interazione forte». Qualche tempo dopo, il fisico italiano Enrico Fermi (1901-1954) dimostrò che erano necessarie una seconda interazione nucleare e una molto più debole (l'«interazione debole») per spiegare la disintegrazione radioattiva e una quantità di altre interazioni delle particelle.
Divenne allora possibile dividere le particelle subatomiche in due tipi. Ci sono gli «adroni» (parola derivante dal greco che significa «forte», «solido»), che sono sensibili sia all'interazione forte sia a quella debole, e i «leptoni» (dal greco «leptòs», «debole»), che sono sensibili solo all'interazione debole, e non alla forte.
Protone, antiprotone, neutrone e antineutrone sono adroni, mentre elettrone e antielettrone sono leptoni.
Un'altra complicazione sorse quando gli scienziati scoprirono che ci volevano ulteriori particelle per spiegare adeguatamente tutti gli eventi. Nel 1931, il fisico austriaco Wolfgang Pauli (1900-1958) aveva affermato che quando veniva emesso un elettrone in una disintegrazione radioattiva, esso doveva essere accompagnato da un'altra particella senza massa né carica elettrica. Fermi chiamò tale particella «neutrino», ovvero «neutro piccolo».
Una particella senza massa né carica è in effetti difficile da individuare, e ci si riuscì solo nel 1956, il merito fu del fisico americano Frederick Reinse (1918). Naturalmente, risultò che non c'era solo il neutrino, ma anche l'antineutrino.
Occupandosi di energie sempre più alte (sia studiando i raggi cosmici, sia lavorando con acceleratori di particelle sempre più complessi), gli scienziati scoprirono che si potevano formare e che si potevano individuare particelle dotate di energia sempre maggiore. Erano particelle instabili che si trasformavano ben presto in particelle più stabili come elettroni o protoni, ma esistevano, anche se solo per breve tempo, e complicavano l'universo.
Così, nel 1935, Cari Anderson aveva individuato il «muone», con proprietà identiche a quelle dell'elettrone, ma dotato di una massa 207 volte superiore a quella dell'elettrone. Esiste anche l'«antimuone», naturalmente. In più ci sono muoni-neutrini e muoni-antineutrini che sono identici ai normali elettroni-neutrini e antineutrini sotto ogni profilo, ma che si comportano in modo diverso nelle reazioni nucleari, per cui devono avere una qualche diversità che noi non siamo ancora in grado di capire.
I muoni e i loro neutrini sono anche leptoni, e pare che ci siano ancora altri leptoni più pesanti, un «elettrone tau» con la sua anti-particella associata, e «neutrini tau». Se la sorgente di energia fosse inesauribile, forse si avrebbe una serie interminabile di leptoni di massa maggiore, ciascuno con la sua anti-particella e i suoi neutrino e antineutrino.
Gli adroni sono molti di più; alcuni sono meno, altri più pesanti del protone e del neutrone. I meno pesanti sono i «mesoni», parola derivante dal greco «intermedi»: i mesoni infatti hanno una massa che sta a metà tra quella del protone e quella dell'elettrone. I più pesanti sono gli «iperoni», dal greco «ipér», «oltre».
L'adrone meno pesante è il «pione», che fu individuato per la prima volta nel 1947 dal fisico inglese Cecil Frank Powell (1903-1969). Ha una massa che è circa 1/7 di quella del protone (e 270 volte superiore a quella dell'elettrone) e si presenta in cinque varietà. Ci sono un pione positivo e uno negativo, ciascuno con la sua anti-particella, e un pione neutro che è l'anticorpo di se stesso.
Mesoni e iperoni si moltiplicarono rapidamente, finché ne furono scoperti ben più di un centinaio. Il numero esorbitante di adroni richiedeva una spiegazione. Che potessero essere composti di particelle ancora più fondamentali?

Stadio sette: leptoni e quark
Nel 1953, il fisico americano Murray Geli-Mann (1929) inventò un sistema per ordinare in famiglie gli adroni. Era una specie di tavola periodica degli adroni, un po' come la tavola periodica degli elementi di Mendeleev. Per capire la tavola periodica di Mendeleev bisognava conoscere tre particelle subatomiche: l'elettrone, il protone e il neutrone. Per capire la tavola periodica degli adroni bisogna conoscere tre particelle subadroniche. Geli-Mann chiamò le sue particelle subadroniche «quark», da una frase dalla «Veglia di Finnegan» di James Joyce che dice: «tre quark per Muster Mark».
Geli-Mann aveva bisogno di due soli tipi di quark all'inizio, ed essi furono chiamati «up-quarks» (quark di sopra) e «down-quarks» (quark di sotto), o «u» e «d»: furono chiamati così al solo scopo di distinguerli, naturalmente; il «sopra» e il «sotto» non vanno presi alla lettera. La carica elettrica degli «u» è di +2/3, quella dei «d» di -1/3. Due «d» e un «u» fanno 0, quindi un neutrone. Due «u» e un «d» fanno +1, quindi un protone. Naturalmente ci sono gli anti-d e gli anti-u, che formano gli antineutroni e gli antiprotoni.
Altre combinazioni formano vari iperoni. Se si prendono due quark in una volta, cioè un quark e un antiquark, si ottengono i mesoni. Quali che siano le combinazioni, le cariche di valore frazionario devono scomparire. La carica complessiva delle combinazioni di quark dev'essere 0, 1, 2...
Sembra che ci siano delle analogie tra leptoni e quark. Proprio come nei leptoni c'è una coppia fondamentale, elettrone/neutrino, con relative antiparticelle, così nei quark c'è la coppia fondamentale u-quark/d-quark, con relative anti-particelle.
Nei leptoni, un aumento di energia può produrre particelle affini agli elettroni di massa crescente: muoni, elettroni tau e così via, ciascuno coi suoi neutrini e le sue anti-particelle. Nei quark, un aumento di energia può produrre quark di massa sempre crescente, ciascuno con la sua coppia u e d e le sue anti-particelle.
Così, dotati di maggiore energia degli u e dei d sono i quark s e i quark c (la bizzarria dei fisici ha voluto che la «s» stesse per «strangeness», stranezza, e la «c» per «charm», fascino). Poi ci sono anche i quark t e i quark b («t» per «top», cima, e «b» per «bottom», fondo, ma per rendere la cosa un po' più poetica, c'è chi ha pensato a correggere con «truth», verità, e con «beauty», bellezza), e così via. Ciascun livello è definito «flavor», gusto.
Tuttavia il mondo dei quark è notevolmente più complesso di quello dei leptoni. I leptoni si distinguono fra loro per la massa e la carica; lo stesso vale per i quark, solo che questi si distinguono tra loro anche per proprietà che i leptoni non possiedono e che sono chiamate (solo metaforicamente), «colori». Ciascun diverso gusto di quark si presenta in varietà che sono definite «rosso», «blu» e «verde».
Quando si uniscono tre quark alla volta, devono esserci un quark rosso, uno verde e uno blu, e la combinazione risulta senza colore, o «bianca». Quando se ne uniscono due alla volta, devono esserci sempre un colore e un anti-colore. I colori scompaiono sempre nelle combinazioni di quark, proprio come le cariche frazionarie. Lo studio delle combinazioni di quark si chiama quindi «cromodinamica dei quanti», o QDC; «cromo» è parola greca per «colore».
I quark si aggregano, i leptoni no; questo perché i quark, diversamente dai leptoni, sono soggetti all'interazione forte. Coinvolta nell'aggregazione dei quark c'è una particella speciale che essi si scambiano costantemente, e che li tiene insieme. E il «gluone», da «glue», colla.
Finora nessuno è riuscito a scindere gli adroni e a studiare i singoli quark, e secondo alcune teorie sarebbe impossibile farlo.
Un'alternativa è produrre quark concentrando abbastanza energia in un piccolo volume; per esempio scagliando l'uno contro l'altro fasci molto potenti di elettroni e antielettroni. I quark prodotti si combinerebbero immediatamente a formare adroni e antiadroni, che fluirebbero in opposte direzioni. Se l'energia fosse sufficiente ci sarebbero tre flussi che formerebbero una sorta di trifoglio: un flusso di adroni, uno di antiadroni, e uno di gluoni. A dir la verità è già stato formato un trifoglio «a due foglie», e nel 1979 si è parlato di esperimenti in cui si sarebbe cominciato a formare un rudimentalissimo trifoglio «a tre foglie». E questa è ritenuta una conferma della teoria dei quark.

Stadio otto?
La teoria dei leptoni e dei quark è il modo migliore che abbiamo al momento per spiegare i costituenti fondamentali dell'universo, ma rimangono tuttora del le domande aperte. Perché ci sono sia quark, sia leptoni? Perché i quark si presentano in così tanti colori? Perché i quark si devono aggregare mentre i leptoni possono rimanere liberi?
Non potrebbe esserci qualche costituente ancora più fondamentale?
Il fisico israeliano Haim Harari sostiene l'esistenza di particelle subleptoniche e subquarkiche che chiama «rishon», dall'ebraico «primo». Secondo lui esisterebbe un rishon T con carica elettrica +3, un rishon V con carica elettrica 0, e relativi anti-rishon. E Harari sostiene che leptoni e quark possono ottenersi entrambi prendendo tre rishon alla volta.
Che abbia ragione? E se ha ragione, che sia questa la risposta definitiva? A forza di andare sempre più giù, che siamo finalmente arrivati a scoprire i «veri» costituenti fondamentali? E se invece non ci fossero costituenti fondamentali, e stessimo scivolando lungo un pozzo senza fondo? Se la ricerca di particelle fondamentali ci conducesse verso una meta che si allontana a mano a mano che noi ci avviciniamo?

FINE