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Urania - Asimov d'appendice
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PARADISO PERDUTO - Isaac Asimov
Titolo originale: Milton! Thou should'st be living at this hour

Qualche tempo fa mi trovavo ai magazzini Bloomingdale a firmare copie di libri miei. Non è una pratica che mi sento di consigliare a persone che siano anche solo minimamente timide o sensibili. Comporta infatti lo stare seduti a un tavolo di fortuna sormontato di libri vostri, e l'essere circondati da innumerevoli indumenti femminili (a me, almeno, era capitato proprio il settore abbigliamento donna). La gente vi passa vicino con espressioni che vanno dalla più totale indifferenza al leggero disgusto. A volte guardano i libri con un'espressione che sembra dire «Su quale immonda porcheria si è mai posato il mio sguardo?», e passano oltre. Ma, naturalmente, ogni tanto c'è anche qualcuno che viene a comprare un libro, e allora voi gli firmate la copia per pura gratitudine.
Per fortuna io non sono per nulla timido e so reggere a qualsiasi sguardo senza arrossire, ma immagino che per i più sensibili una simile esperienza sarebbe una specie di tortura. Perfino io avrei fatto volentieri a meno di sottopormici, ma è il mio editore che organizza questo tipo di cose, e io comunque non voglio avere l'aria di uno che rifiuta senza motivo alcuno iniziative prese per fare vendere di più i suoi libri.
In ogni modo, ero lì da Bloomingdale quando a un certo punto vidi arrivare una donna alta, sopra i trenta (mi parve almeno) e molto attraente, che sorridendo e un po' rossa in viso disse: - Sono così felice, così onorata di conoscervi!
- Bene - dissi io, diventando d'un tratto incredibilmente gentile, cosa che mi succede sempre in presenza delle belle donne, - la vostra felicità non è nulla in confronto a quella che provo io nel conoscere voi.
- Grazie - disse lei, e aggiunse: - Desidero sappiate che ho appena visto «Taibele e il suo demone».
La cosa mi parve non c'entrasse niente, ma fui ugualmente gentile. - Spero che vi sia piaciuta - dissi.
- Oh, mi è piaciuta sì. Mi è parsa meravigliosa, volevo appunto dirvelo.
In realtà non c'era alcun motivo perché lei dovesse essere così ansiosa di dirmelo, ma, pensai, la cortesia innanzi tutto. - Siete gentile - dissi.
- E spero che vi faccia guadagnare un miliardo di dollari - disse lei.
- Sarebbe bello - dissi, benché in cuor mio pensassi che quelli che avevano messo in scena la commedia tratta dal racconto «Taibele e il suo demone» non mi avrebbero mai dato nemmeno un penny dei loro incassi.
Ci stringemmo la mano e lei se ne andò. Né io mi preoccupai di dirle che ero Isaac Asimov e non Isaac Bashevis Singer. L'avrei solo messa in imbarazzo, rovinando la gioia che aveva provato nel farmi quei complimenti.
Sono solo turbato al pensiero che un giorno possa incontrare Isaac Bashevis Singer e dirgli: - Impostore che non siete altro! Io ho conosciuto il «vero» Isaac Bashevis Singer, che è giovane e bello!
Però, potrebbe anche non dire così.

Bisogna dire tuttavia che è facile commettere errori.
Per esempio, la maggior parte della gente che ha sentito parlare di John Milton pensa a lui come a un poeta epico secondo per fama e per genio soltanto a Shakespeare. A dimostrazione di questo cita il suo «Paradiso perduto».
Io invece ho sempre pensato a Milton come a qualcuno di ben più grande di un semplice poeta epico.
Il grande poeta William Wordsworth, un giorno che si trovava giù di morale, nel 1802, definì l'Inghilterra una palude di acque stagnanti e gemette: - Milton! Avresti dovuto vivere adesso!
Be', Bill, dico io, se Milton vivesse adesso, nell'ultimo quarto del ventesimo secolo, sono sicuro che raggiungerebbe il culmine dell'arte, ovvero che sarebbe uno scrittore di fantascienza. A prova di quanto dico adduco proprio il suo «Paradiso perduto».
Il «Paradiso perduto» si apre con Satana e la sua banda di angeli ribelli che si ritrovano all'Inferno dopo essere stati sconfitti in Paradiso. Per nove giorni i ribelli sconfitti sono rimasti in stato d'incoscienza, ma adesso Satana lentamente comincia a rendersi conto di dove si trova:
«Ecco che egli, con la sua vista d'Angelo, scruta l'aspra e selvaggia desolazione in cui si trova, una prigione orrenda, sferica da ogni lato e simile a una grande fornace fiammeggiante, eppur da quelle fiamme non vien luce, bensì piuttosto tenebra visibile, che serve solo a disvelar tristi visioni».
Milton in sostanza descrive un mondo extraterrestre. (Come ha osservato Cari Sagan, la nostra attuale visione del pianeta Venere non si discosta molto dalla comune concezione che si ha dell'Inferno.)
L'osservazione riguardante la «tenebra visibile» si ispira certamente alla descrizione dello Sheol (l'Inferno del Vecchio Testamento) che si trova nel Libro di Giobbe: «Una terra tenebrosa come le tenebre stesse; terra dell'ombra della morte, senza alcun ordine, e dove la luce è come le tenebre».
La frase di Milton però rende l'immagine vivida, e illustra un concetto ardito, un concetto di un secolo e mezzo in anticipo rispetto ai tempi: perché Milton in fondo non fa che dire che possono esserci radiazioni che non sono visibili come la comune luce, e che tuttavia possono essere usate per individuare oggetti.
«Paradiso perduto» fu pubblicato nel 1667, ma non fu che nel 1800 che l'astronomo anglo-tedesco William Herschel dimostrò che lo spettro visibile non includeva tutte le radiazioni esistenti; che oltre il rosso c'erano le radiazioni «infrarosse», che non si riuscivano a vedere, ma che si potevano individuare in altri modi.
In altre parole, con notevole preveggenza, Milton presenta l'Inferno illuminato da fiamme che emettono luce infrarossa non visibile (o almeno, possiamo interpretare il brano così). Per gli occhi umani l'Inferno sarebbe dunque risultato buio, ma Satana, dotato di una retina più-che-umana, ha saputo individuare i raggi infrarossi, per cui nella scena gli è apparsa una «tenebra visibile».

Dove si trova l'Inferno abitato da Satana e dai suoi angeli caduti? Fin dall'antichità la concezione più comune era che l'Inferno si trovasse da qualche parte nelle viscere della Terra. Immagino che il fatto che i cadaveri vengano seppelliti sotto terra abbia contribuito a fare attecchire questa idea. Il fatto che ci siano terremoti e vulcani fa pensare che giù nelle viscere della terra ci siano forze attive, e che vi si trovino fuoco e zolfo. Dante ha collocato l'Inferno al centro della Terra, e lo stesso, credo, farebbero ancora oggi la maggior parte delle persone più ingenue della civiltà odierna.
Milton invece non segue questa tradizione. Ecco come descrive l'ubicazione dell'Inferno:
«Simile posto la Giustizia Eterna aveva preparato per quei ribelli, là aveva decretato fosse la loro prigione, nelle tenebre assolute; e la loro fetta di tenebre aveva stabilito che fosse tanto lontana da Dio e dalla luce del Paradiso quanto tre volte dal centro al Polo estremo».
È logico supporre che il «centro» sia il centro della Terra, dato che esso era considerato anche il centro dell'universo osservabile secondo la visione greca, detta appunto geocentrica. Questa visione cambiò con l'avvento della teoria eliocentrica di Copernico, che fu pubblicata nel 1543, ma bisogna dire che il punto di vista copernicano non fu subito accettato. Sia nel campo della scienza sia in quello della letteratura, i conservatori si mantennero fedeli alle idee tolemaiche. Ci vollero Galileo e le sue osservazioni col telescopio (fatte dal 1609 in poi) per avvalorare la teoria eliocentrica.
Milton, tuttavia, benché scrivesse un buon mezzo secolo dopo le scoperte di Galileo, non abbandonò il punto di vista tolemaico. Dopotutto, trattava di storia biblica, e l'immagine biblica dell'universo è geocentrica.
Ma non è che Milton non sapesse delle scoperte fatte col telescopio da Galilei. Aveva perfino fatto visita a Galileo in Italia, nel 1639, e parla di lui nel «Paradiso perduto». A un certo punto ritiene necessario descrivere lo scudo rotondo e scintillante di Satana. (Tutti i personaggi del «Paradiso perduto» agiscono e parlano in gran parte come eroi omerici e sono armati alla maniera di Achille: questo fa parte delle convenzioni dell'epica.)
Milton dice che lo scudo di Satana è come la Luna, «la cui Sfera l'artista toscano scruta attraverso lenti ottiche... per scoprire nuove terre, fiumi o montagne nel suo globo maculato». È indubbio che «l'artista toscano» è Galileo.
Tuttavia, Milton non vuole farsi coinvolgere in dispute astronomiche, e nel Libro VIII del suo poema epico fa dire all'arcangelo Raffaele, che risponde alle domande di Adamo sul funzionamento dell'universo:
«Non già ti biasimo per il tuo chiedere e cercare, poiché il Cielo è come il Libro di Dio posto davanti a te, e di esso puoi leggere le opere mirabili, imparare le stagioni, e ore, e giorni e mesi e anni: a Questo solo devi mirare, e se giusto sei, non t'importerà sapere se sia il Cielo o sia la Terra a muoversi; il grande Architetto bene fece a celare tutte le altre cose all'uomo e all'angelo, bene fece a non divulgare i suoi segreti, che essi non devono essere scrutati da coloro cui spetta solo di ammirare».
In altre parole, gli esseri umani devono chiedere all'astronomia soltanto una cosa: le nozioni necessarie a stilare un calendario, e per fare questo, non occorre sapere se sia la Terra a muoversi attorno al Sole o viceversa. Non posso fare a meno di pensare che questo sia un modo molto vile di eludere il problema. I religiosi di tutto il mondo si mostrarono ansiosi di denunciare, scomunicare e perfino bruciare quelli che affermavano che era la Terra a muoversi intorno al Sole; e quando le prove della rotazione della Terra intorno al Sole si fecero schiaccianti e incontrovertibili, cominciarono a dire: «Oh, be', non importa: che differenza fa?». Se era vero che non gli importava, perché prima avevano fatto tutto quel casino?
Così l'universo di Milton rimane geocentrico: l'ultimo universo geocentrico importante della civiltà occidentale. Il «centro» di cui parla Milton quando descrive dove si trova l'Inferno è dunque il centro della Terra.
La distanza del centro della Terra dal polo, sia dal Polo Nord, sia dal Polo Sud, è di circa seimilaquattrocento chilometri, e tale cifra era nota a Milton. La Terra era stata circumnavigata varie volte alla sua epoca, per cui se ne conosceva bene la grandezza.
Tornando al testo, «tre volte» questa distanza farebbe circa 19.000 chilometri, e se è così che va interpretata la frase «tre volte dal centro al Polo estremo», allora l'Inferno si troverebbe a 19.000 chilometri dal Paradiso.
Sembra ragionevole supporre che la Terra sia equidistante dall'Inferno e dal Paradiso. Se, dunque, il Paradiso fosse a circa tremila chilometri dalla Terra in una data direzione e l'Inferno a circa tremila chilometri dalla Terra nella direzione opposta, l'Inferno si troverebbe appunto a circa 19.000 chilometri dal Paradiso, se includiamo i quasi tredicimila chilometri di diametro della Terra.
Ma tutto questo è ridicolo. Se l'Inferno e il Paradiso fossero ciascuno lontani tremila chilometri, certo li vedremmo. La Luna si trova a una distanza di circa 380.000 chilometri (cosa che i greci, e quindi anche Milton, sapevano), e la vediamo bene. È vero che la Luna è un corpo celeste grande, ma anche l'Inferno e il Paradiso dovrebbero essere grandi.
C'è qualcosa che non va. Riprendiamo in considerazione il brano di Milton.
Nel «Paradiso perduto» si legge «tre volte dal centro al Polo estremo». Cos'è il polo estremo? È certo il Polo Celeste, il punto del cielo che è direttamente sopra di noi quando ci troviamo su uno dei Poli terrestri.
Nessuno, all'epoca di Milton, sapeva quanto distasse il Polo Celeste. Gli astronomi sapevano che la Luna era lontana quasi quattrocentomila chilometri, e l'approssimazione migliore cui erano giunti i greci nel tentare di stabilire la distanza del Sole dava la nostra stella lontana solo otto milioni di chilometri. Poiché il Sole veniva ritenuto il pianeta di mezzo dei sette noti a quel tempo (secondo i greci, che li elencavano in ordine di distanza crescente, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno), parrebbe giusto considerare il pianeta più lontano, Saturno, come distante 16 milioni di chilometri. Il cielo, con le sue stelle fisse, si sarebbe trovato immediatamente oltre Saturno.
È ragionevole supporre che all'epoca di Milton l'universo fosse immaginato come una grande sfera del raggio di 16 milioni di chilometri e quindi del diametro di trentadue milioni di chilometri. Una simile grandezza sarebbe parsa accettabile agli astronomi di allora sia che essi ritenessero la Terra centro dell'Universo, sia che ne ritenessero centro il Sole.
Se allora immaginiamo che il Paradiso si trovi fuori della Sfera Celeste in una data direzione, e l'Inferno sempre fuori della Sfera ma nella direzione opposta, abbiamo davanti a noi la visione di tre distinti universi, ciascuno racchiuso da un «cielo» sferico. Nel Libro II, Milton parla di «questo firmamento dell'Inferno», sicché è corretto pensare che l'Inferno abbia un suo proprio cielo (magari, mi domando, con propri pianeti e proprie stelle...?). È presumibile che lo stesso valga per il Paradiso.
Milton non dice mai, nel suo poema epico, quanto sia grande la Sfera Celeste, o quanto siano grandi il Paradiso e l'Inferno, né dice quale sia il rapporto spaziale tra essi. Penso che la cosa più semplice sia immaginarli sistemati in modo da formare un triangolo equilatero così che, centro a centro, ciascuna sfera disti circa 48 milioni di chilometri dalle altre due. Se sono tutte di uguale grandezza e ciascuna ha un raggio di 16 milioni di chilometri, allora ciascuna è a 16 milioni di chilometri dalle altre due, cielo a cielo. È un'immagine non-miltoniana, ma se non altro è compatibile con quanto lui afferma e con lo stadio cui era arrivata l'astronomia alla sua epoca.
Avendo postulato tre distinti universi, ciascuno ben racchiuso dentro un involucro curvo, sottile e solido di metallo detto «firmamento», Milton fa nascere la domanda: Cosa c'è fuori da questi tre universi?
È una domanda che si pone anche la scienza moderna, la quale reputa che l'universo si sia espanso da un nucleo piccolo e denso circa 15 miliardi di anni fa. Cosa c'è di là dal volume che ha raggiunto fino ad ora nel suo processo di espansione?
Gli scienziati, per quante riflessioni facciano, non conoscono la risposta, e può anche darsi che si dimostri impossibile trovarla.
Milton era più fortunato, perché sapeva la risposta.
Più avanti nel libro, fa dire a Satana che la tempesta è finita, che la forza divina che ha scagliato gli angeli ribelli fuori dal Cielo facendoli cadere giù nell'Inferno si è placata: «E il tuono, con le sue ali di rosso fulmine e il suo impetuoso furore, forse ha esaurito i suoi strali, poiché ha cessato di mugghiare nel vasto e illimitato Abisso».
Nella storia biblica della creazione, si afferma che, all'inizio, «le tenebre ricoprivano l'abisso». Gli scrittori della Bibbia aggiungono: «e sulle acque aleggiava lo spirito di Dio». Evidentemente essi ritenevano che all'inizio l'universo fosse una distesa informe di acque.
Milton deve accettare il concetto perché non può rinnegare la Bibbia, ma le dà connotazioni greche. I greci credevano che l'universo fosse, in origine, Caos, ovvero «Disordine», e che in esso fossero mischiate a caso tutte le parti essenziali (gli «elementi»). La Creazione Divina, secondo questo punto di vista, consisteva non già nel trarre la materia dal nulla, ma nell'ordinare quegli elementi mescolati a casaccio per ricavare dal Caos il Cosmo (un universo ordinato).
Milton, nel suo poema, equipara l'«abisso» biblico al «caos» classico, e lo dice «illimitato».
In altre parole, secondo la visione di Milton, Dio, che è eterno, esisteva fin dall'inizio, ma per innumerevoli eoni fu circondato dall'infinita desolazione del Caos.
C'è da supporre che a un certo punto abbia creato il Paradiso nonché orde di angeli, cui fu assegnato il compito di cantare le lodi del Creatore. Quando alcuni di questi angeli si stufarono di quel compito e si ribellarono, Dio creò un mondo opposto, l'Inferno, e vi scagliò i ribelli. Subito dopo di allora creò una sfera celeste che doveva ospitare un nuovo esperimento: l'umanità.
Tutt'e tre le sfere, dunque, sono incastonate nel mare infinito del Caos, nel quale, se Dio volesse, si potrebbero formare innumerevoli altre sfere celesti (anche se Milton questo non lo dice da nessuna parte).

Milton prosegue descrivendo come gli angeli caduti, nella loro nuova casa che è così diversa dalla vecchia e tanto peggiore di essa, non si scoraggino e si mettano al lavoro per renderla il più abitabile possibile. «Subito ordinò ai suoi di aprire nella collina un'ampia fessura e di ricavar fuori blocchi d'oro».
Benché l'oro non abbia assolutamente la struttura adatta (è troppo tenero e troppo denso) e sia valutato tanto solo per la sua bellezza e la sua rarità, gli esseri umani, scambiando un valore assegnato in modo del tutto soggettivo per una realtà concreta, hanno con poca fantasia sognato di palazzi d'oro e strade d'oro (decorate con altrettanto inadatte pietre preziose), ritenendo questa la più ambita forma di lusso. Hanno immaginato che il Paradiso consistesse di simili strutture, ed è chiaro che gli angeli caduti, nel poema di Milton, desiderino rendere il loro nuovo mondo il più somigliante possibile al vecchio.
Costruiscono una città, che chiamano «Tutti-Demoni», dimostrando così idee democratiche che contrastano con l'autocrazia assoluta che regna in Paradiso. Naturalmente il nome viene dato in greco, e quindi è «Pandemonio». Poiché tutti gli abitanti dell'Inferno si danno convegno lì, la parola è entrata a far parte della lingua corrente per indicare tremenda confusione e tremendo rumore, cose che evidentemente la nostra immaginazione riteneva fossero caratteristiche di un raduno infernale.
Segue quindi un'assemblea democratica in cui Satana, che si è ribellato alla dittatura di Dio, accetta volentieri di ascoltare il punto di vista di tutti quelli che desiderano parlare. Moloch, il più irriducibile degli angeli ribelli, propone di riprendere la guerra, e di tener testa alle armi di Dio con armi fabbricate lì all'Inferno...
«Udrà il tuono Infernale affrontare il rumore della sua Onnipotente Macchina, e ai suoi fulmini risponderà fuoco nero, che seminerà con la sua furia spavento tra i suoi angeli; e il suo stesso Trono sarà contaminato dallo zolfo del Tartaro e da fuoco strano».
Il «fuoco nero» è la «tenebra visibile» dell'Inferno. «Fuoco strano» è un'espressione presa dalla Bibbia. Due figli di Aaron bruciarono «fuoco strano» sull'altare, e come conseguenza morirono stecchiti. La Bibbia non spiega cosa sia questo «fuoco strano». Si può anche pensare che i due poveretti non abbiano usato il rituale giusto nell'accendere il fuoco o nel benedirlo.
Quanto al poema di Milton, però, non possiamo fare a meno di pensare, forti della nostra scienza del poi, che gli infrarossi non sono gli unici raggi che esulano dallo spettro visibile. Ci sono anche gli ultravioletti, i raggi x e i raggi gamma. Che Moloch suggerisca di far fronte ai fulmini di Dio con radiazioni d'energia (fuoco nero) e bombe nucleari (fuoco strano)?
Dopotutto, non è possibile che Milton abbia pensato solo alla polvere da sparo quando ha scritto del «fuoco strano». Come viene spiegato in seguito nel poema, gli angeli ribelli avevano usato la polvere da sparo nella loro prima battaglia, ed erano stati sconfitti lo stesso. Dunque dev'essere qualcosa di più della polvere da sparo! (Eh sì, Milton è nato davvero troppo presto! Che meraviglioso scrittore di fantascienza ci siamo persi!)

Una volta che i vari ribelli hanno parlato, dicendo tutti il loro punto di vista, Satana decide. Lui non è nettamente a favore della guerra, però non è nemmeno propenso a rassegnarsi alla sconfitta. Ritiene che qualcuno debba cercare di raggiungere la sfera celeste dove abita l'uomo, e cercare di corrompere gli esseri umani creati da poco; così, almeno, si rovinerebbero in parte i piani di Dio.
Il compito non appare semplice. Innanzitutto, chiunque provi ad affrontarlo dovrebbe aprirsi una breccia attraverso il firmamento dell'Inferno, che «ci racchiude da ogni parte nove volte, e porte di Diamante incandescente sopra noi sprangate impediscono ogni uscita».
Poi, anche se qualcuno riuscisse ad aprirsi una breccia, fuori «subito lo accoglie il vuoto assoluto della Notte inessenziale».
Questo è un verso sorprendente. Vediamo un po'...
Sono stati scritti racconti su viaggi dalla Terra alla Luna anche in epoche lontane. Nel 1638, un pastore inglese, Francis Godwin, aveva scritto «L'uomo nella Luna», una storia che parlava appunto di un simile viaggio; la storia, tra l'altro, aveva avuto un grande successo. Milton poteva bene avere letto il libro, e l'idea di un viaggio tra corpi celesti poteva non essergli affatto nuova.
Però tutti i racconti precedenti al «Paradiso perduto» davano per scontato che l'aria esistesse dappertutto, entro la sfera celeste. Gli eroi di Godwin erano arrivati sulla Luna attaccando dei cigni selvatici a un cocchio, e costringendo gli uccelli a volare fin là.
Milton, tuttavia, parla nel suo poema non di un viaggio interplanetario, e nemmeno di un viaggio interstellare, bensì addirittura di un viaggio da un universo all'altro; ed è stato il primo scrittore che, trovandosi di fronte a questo tipo di argomento, si sia reso conto che un viaggio del genere non poteva avvenire attraverso l'aria.
Il fisico italiano Evangelista Torricelli, pesando l'aria nel 1643, aveva dimostrato che l'atmosfera doveva arrivare solo fino a una data altezza, e che lo spazio tra i mondi era costituito dal vuoto; ma un concetto così nuovo e sbalorditivo fu ignorato per lungo tempo dalla maggior parte degli scrittori, scrittori che pure, per altri versi, dimostravano di avere immaginazione (allo stesso modo, oggi, molti scrittori ignorano il limite della velocità della luce).
Milton dimostra invece di sfiorare il concetto là dove parla di un «vuoto assoluto» e soprattutto quando introduce l'idea abbastanza nuova di «Notte inessenziale».
La Notte è il sinonimo del Caos («le tenebre ricoprono l'abisso») e «inessenziale» significa «senza essenza», cioè senza gli elementi fondamentali. E tuttavia, come vedremo, Milton ha sì sfiorato il concetto, ma l'ha afferrato solo in parte.

Satana, guardandosi bene dal far affrontare a un altro un compito pericoloso che lui stesso ha proposto, intraprende il viaggio di persona. Arriva fino ai confini dell'Inferno, dove incontra una strega («Peccato») e il suo mostruoso figlio («Morte»). Persuade la strega, che ha le chiavi, ad aprire le porte. Satana allora guarda fuori e contempla il «vuoto assoluto».
Quello che vede è «un abisso antico, uno scuro, illimitato oceano senza confini, senza dimensioni, dove lunghezza, ampiezza, altezza, tempo e luogo sono perduti; dove i vetusti Notte e Caos, antenati della Natura, reggono un'eterna anarchia in mezzo al rumore di guerre eterne, e osservano il disordine. Perché il caldo, il freddo, l'umido, e il secco, quattro fieri campioni lottano qui per la supremazia, e portano in battaglia i loro atomi embrionali».
Non è il vuoto che Satana descrive, ma un concetto altrettanto ardito; perché l'immaginosa descrizione del Caos che fa Milton si avvicina molto all'idea moderna che abbiamo dello stato di massima entropia.
Se tutto è un miscuglio casuale e se non ci sono differenze sostanziali di proprietà fra un punto e l'altro dello spazio, allora non c'è modo di compiere alcuna misurazione, poiché non si può prendere niente come punto di riferimento. Lunghezza, ampiezza e altezza, le tre dimensioni dello spazio, non hanno più nessun significato. Inoltre, poiché il flusso del tempo è misurato nella direzione dell'entropia crescente, quando tale entropia ha raggiunto il suo massimo non esiste più alcun modo per misurare il tempo. Il tempo non ha più nessun significato, come del resto la posizione, per cui: «tempo e luogo sono perduti».
I greci dividevano la materia in quattro elementi, ciascuno con le sue proprietà caratteristiche. La terra era secca e fredda, il fuoco era secco e caldo, l'acqua era umida e fredda, l'aria era umida e calda. Nel Caos, queste proprietà sono abbandonate alla più totale confusione, e, in effetti, il massimo dell'entropia significa disordine totale.
Mettiamo che l'universo sia in uno stato di massima entropia, in modo che esista (in termini greci) il Caos. Una volta che esista la casualità assoluta, continui cambiamenti casuali di proprietà potrebbero, dopo un intervallo di tempo incredibilmente lungo (ma, dal momento che il tempo non esiste quando c'è il massimo dell'entropia, un intervallo di tempo incredibilmente lungo potrebbe anche essere una frazione di secondo, per quanto ne sappiamo noi) produrre per caso l'ordine, e l'universo potrebbe nascere di nuovo. (Se un mazzo di carte ben mescolato venisse mescolato ulteriormente, potrebbe succedere alla fine che tutti i semi, picche, cuori, fiori e quadri venissero fuori, per caso, in ordine.) La funzione di Dio sarebbe allora quella di accelerare questo evento casuale, e di renderlo assolutamente certo.
Descrivendo il Caos in termini greci, Milton però non abbandona del tutto l'idea del vuoto. Se nel Caos tutta la materia è mischiata, devono esserci in mezzo anche frammenti di non-materia, altrimenti non sarebbe un vero Caos. Ogni tanto, quindi, Satana potrebbe incontrare un pezzetto di vuoto, così come un aeroplano può incontrare un vuoto d'aria.
Dunque, Satana incontra «un vasto vuoto: preso alla sprovvista, sbattendo le ali invano a capofitto egli precipita, giù per dodici miglia, e tuttora starebbe cadendo se per mala sorte la forte ripulsa di una turbolenta nube imbevuta di fuoco e salnitro non l'avesse risospinto in fretta di altrettante miglia in su».
Credo che questa sia la prima descrizione del vuoto che c'è fra un mondo e l'altro di cui si abbia notizia nella letteratura. (Certo, Milton non aveva idea della forza di gravità. Scrisse il «Paradiso perduto» vent'anni prima che fosse pubblicato il grande libro di Newton sull'argomento.)
Satana comunque ce la fa. Alla fine del Libro II del poema raggiunge la Terra, e porta così a termine un viaggio estremamente audace e immaginoso, degno della migliore fantascienza.

C'è giusto ancora una cosa di cui vorrei parlare. Nel Libro VII, Adamo chiese all'arcangelo Raffaele come fanno l'amore gli angeli...
«A lui l'Angelo, con un sorriso che brillava d'un celestiale rosso rosato, il giusto colore dell'Amore, rispose: "Ti basti di saperci felici, e di sapere che senza Amore non c'è felicità. Di qualunque cosa pura tu nel tuo corpo gioisca (e puro fosti creato), di essa noi gioiamo al massimo, e non troviamo ostacolo alcuno di membrane e giunture, né difficili impedimenti di membra: più facilmente dell'aria con l'aria, gli Spiriti, se si abbracciano, si mischiano totalmente, bramando l'unione di Puro con Puro..."»
Quando io mi accinsi a scrivere di un altro universo e di un gruppo di organismi viventi completamente diversi da noi, sentii il bisogno di trovare una cosa veramente strana, intorno alla quale costruire tutto il resto.
Decisi allora che i miei organismi viventi facessero l'amore in modo totale, senza «trovare ostacolo alcuno». Inventai tre sessi, per creare un'ulteriore differenza, sessi che «si mischiavano totalmente». Da tutto questo nacque la seconda parte del mio romanzo «Neanche gli dei» (The God Themselves), che vinse un Hugo e un Nebula nel 1973. (In Italia è stato pubblicato in Urania n. 608, dicembre 1972.)
Così, se per caso desiderate sapere dove prendo le mie idee folli, vi dirò che, be'... a volte le prendo in prestito da scrittori di fantascienza veramente eccezionali... come John Milton.

FINE