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Urania - Asimov d'appendice
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LA PAROLA CHE HO INVENTATO - Isaac Asimov
Titolo originale: The word I invented

La robotica è ormai una tecnologia così sviluppata che sulla sua storia si trovano articoli e libri, e io ho seguito la cosa con stupore e con una certa incredulità, perché proprio a me si deve la sua invenzione.
No, non l'invenzione della tecnologia, ma della parola.
Nell'ottobre del 1941 scrissi una storia di robot intitolata Girotondo, pubblicata per la prima volta nel numero di marzo del 1942 di Astounding Science Fiction (e in Italia nel volume lo robot, Oscar Mondadori); in essa elencavo, per la prima volta, le mie «Tre leggi della robotica». Eccole:
1. Un robot non può recar danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e con la Seconda Legge.
Queste leggi le ho citate molte volte nei miei racconti e nei miei saggi, ma quello che è più sorprendente è che siano state citate innumerevoli volte (e molto seriamente) da altri come leggi che verrebbero sicuramente incorporate nei robot ove questi divenissero abbastanza complessi da richiederlo.
Come risultato, in quasi tutte le storie sull'evoluzione della robotica vengo menzionato in qualche modo io con le mie Tre Leggi.
Mi dà una strana sensazione sapere che mi sono conquistato una nota a pie di pagina nei manuali di storia della scienza e della tecnologia per avere inventato le basi di una scienza che all'epoca in cui ne scrissi io non esisteva. Un'epoca in cui avevo 21 anni.
Le Tre Leggi, e le numerose storie da me scritte che trattano di robot, hanno fatto si che molta gente (dai teenager entusiasti ai colti direttori di riviste specializzate nel campo) pensassero che sono un esperto in robot e computer. Come risultato, mi vengono rivolte in continuazione domande sulla robotica.
Ho pensato così di scrivere un articolo in forma di domanda-e-risposta sull'argomento. Prenderò in esame tutte le domande più importanti che mi vengono incessantemente rivolte, sperando che in tal modo nessuno senta più il bisogno di interrogarmi ancora sull'argomento (ma è un sogno: le domande continueranno, lo so).

1) Dottor Asimov, com'è che siete diventato un esperto nel campo della robotica?
Ahimè, non sono un esperto, e non lo sono mai stato. Non ho che un'idea molto vaga di come funzionino i robot. E se è per quello, anche di come funzionino i computer. Non ho mai lavorato né con i robot, né con i computer, e non so niente dei modi in cui i robot e i computer vengono usati attualmente dall'industria.
Non è che me ne vanti. Lo presento semplicemente come un dato di fatto. Mi piacerebbe sapere tutto dei robot e dei computer, ma riesco a ficcarmi nella testa solo una quantità limitata di nozioni, e benché m'ingegni giorno e notte a farlo con spietata diligenza, riesco a incamerare nel cervello sempre soltanto una piccola frazione della somma totale del sapere umano.

2) Se le cose stanno così, dottor Asimov, com'è che avete scritto tanti racconti sui robot, visto che non sapete nulla su tale argomento?
Non mi è mai venuto in mente che dovessi conoscere l'argomento. Quando leggevo fantascienza negli anni Trenta, m'imbattei in un certo numero di storie di robot, e da quelle imparai il necessario sull'argomento.
Mi accorsi che non mi piacevano le storie in cui i robot erano una minaccia o in cui erano cattivi, perché le trovavo tecnofobiche, mentre io ero tecnofilo. Mi piacevano molto le storie in cui i robot erano personaggi positivi, come in Elena di Tung di Lester del Rey o in Io, robot di Eando Binder.
Inoltre, ritenevo che i robot non dovessero essere personaggi positivi solo perché magari erano simpatici, ma che dovessero essere concepiti tecnicamente in modo da soddisfare a certe regole di sicurezza, come qualsiasi altra macchina nell'ambito di una società tecnologicamente saggia. Perciò cominciai a scrivere storie con robot che non erano positivi e basta, ma erano positivi perché non potevano fare a meno di esserlo. Quello fu il mio contributo a questo particolare sottogenere del genere fantascientifico.

3) Con questo intendete dire che avevate già in mente le Tre Leggi della robotica quando cominciaste a scrivere racconti sui robot?
Non propriamente. Avevo si in mente il concetto, ma non ero abbastanza bravo da saperlo esprimere con le parole adatte.
La prima storia sui robot che scrissi fu Robbie; la scrissi nel maggio del 1939, quando avevo diciannove anni. (Apparve nel settembre del 1940 su Super-Science Stories, col titolo di Strano compagno di gioco.) In essa facevo dire a uno dei miei personaggi, a proposito del robot-eroe: «Semplicemente, non può fare a meno di essere fedele, buono e gentile. È una macchina: è fatta così». Quello fu il mio primo accenno alla Prima Legge.
In Secondo ragione, la mia seconda storia sui robot (apparsa nell'aprile 1941 su Astounding), facevo dire a un personaggio: «È garantito che i robot sono subordinati». Era un accenno alla Seconda Legge.
In Bugiardo!, il mio terzo racconto sui robot (maggio 1941, Astounding), diedi una versione della Prima e della Seconda Legge dicendo che la «legge fondamentale» dei robot era: «Per nessun motivo e in alcun modo si può recare danno a un essere umano, anche se l'ordine di recare tale danno viene impartito da un altro umano».
Però non fu che con Girotondo, la mia quarta storia sui robot, che tutto questo venne formulato nelle Tre Leggi, e questo successe perché John Campbell, il grande direttore di Astounding (ora defunto) me le snocciolò nella forma in cui le conoscete voi. Perciò mi è sempre parso che sia stato John a inventare quelle leggi, ma ogni volta che lo accusavo di questo, lui rispondeva che erano già presenti nei miei racconti, e che semplicemente io non mi ero preoccupato di estrapolarle. Forse aveva ragione.

4) Però, asserite di avere inventato voi il termine «robotica». E così?
Si. John Campbell, a quanto ricordo, non usò quell'espressione in relazione alle Tre Leggi. Lo feci invece io in Girotondo, e credo che quella sia stata la prima volta in cui la parola «robotica» è stata stampata.
A quell'epoca non sapevo che fosse un termine inventato. La fisica di solito usa il suffisso «ica» per le sue varie branche, così come appare dai termini meccanica, dinamica, elettrostatica, idraulica, e così via. Così mi parve logico che la scienza che studiava i robot si chiamasse «robotica».
Non fu che dopo almeno una dozzina d'anni che mi resi conto di come «robotica» non fosse incluso nella seconda edizione del Dizionario Integrale Webster, né (mi sincerai in fretta) in nessuno degli altri dizionari che consultai. Inoltre, quando fu pubblicata la terza edizione del Webster, vidi che «robotica» continuava a non comparire.
Perciò cominciai a dire che avevo inventato io la parola, in quanto mi sembrava effettivamente che così fosse.
Nel 1973, fu pubblicato da Harper & Row il Dizionario Barnhart dei nuovi termini inglesi, che prendeva in esame i termini entrati nell'uso dal 1963 in poi. In esso si trova la parola «robotica», e viene citato un passo di un mio articolo, nel quale affermo di averla inventata io. Certo, direte voi, l'affermazione viene sempre da me, ma se non altro, a conferma della cosa, c'è il fatto che i lessicografi non hanno potuto rilevare usi precedenti al mio della parola in questione.
Il termine ormai è entrato nell'uso comune, ed appare perfino nei titoli delle riviste che si occupano della tecnologia dei robot. Se devo essere franco, ammetto che mi fa piacere di avere inventato una parola che è entrata a far parte del vocabolario scientifico. («Psicostoria», altra parola da me inventata, è entrata nel vocabolario scientifico, ma, ahimè, non nel senso della mia invenzione.)

5) Spesso sento parlare dei vostri robot come di «robot positronici». Perché positronici?
Quando iniziai a scrivere fantascienza, era stato scoperto da appena sei anni il positrone, una particella con tutte le proprietà dell'elettrone ma con carica opposta. Era il primo (e a quel tempo ancora l'unico) pezzetto di antimateria che fosse stato scoperto, e questo gli conferiva un certo che di fantascientifico.
Così pensai che se avessi parlato di «robot positronici» anziché di «robot elettronici», avrei ottenuto qualcosa di esotico e futuristico, qualcosa di non convenzionale.
Inoltre, il positrone è una particella molto evanescente, almeno nel nostro mondo. Non sopravvive più di un milionesimo di secondo, prima di scontrarsi con uno dei tanti elettroni che affollano il nostro mondo e di annullare ed essere annullato nello scontro.
Immaginai quindi dei «circuiti positronici», lungo i quali i positroni vivessero brevemente per poi scomparire. Tali circuiti li immaginavo analoghi ai neuroni del sistema nervoso animale, così come i positroni stessi li vedevo analoghi agli impulsi nervosi. Potenziali positronici controllavano la regolarità dei circuiti, e là dove certi potenziali erano proibitivamente alti, certi pensieri o azioni diventavano praticamente impossibili. Era l'equilibrio di tali potenziali che dava luogo alle tre Leggi. Naturalmente occorre un grande quantitativo di energia, su scala subatomica, per produrre un positrone, e questo positrone, quando s'imbatte in un elettrone e viene annientato, produce una grande quantità di energia, sempre su scala subatomica. Da dove viene l'energia che produce il positrone, e dove va l'energia che lo annienta?
Ebbene, io non lo sapevo, né mi curavo di conoscere la risposta a questa domanda. Non accennavo mai al problema. L'idea da cui partivo (e che non mi preoccupai di spiegare) era che nella tecnologia del futuro il processo sarebbe stato talmente familiare da rendere superfluo qualsiasi commento in merito; così come al giorno d'oggi nessuno sente il bisogno di fare commenti su quanto succede in un impianto elettrico quando si preme un interruttore e la lampadina del bagno s'illumina.

6) Parlare di energie positroniche mi fa venire in mente una domanda, dottor Asimov: i vostri robot da dove ricavavano l'energia per compiere il loro lavoro?
Ipotizzai una qualche forma di energia nucleare (o «energia atomica», come la si chiamava negli anni Trenta).
Quando scrissi il mio primo racconto di robot nel 1939, la fissione dell'uranio stava proprio allora venendo scoperta, ma io naturalmente non ne avevo ancora sentito parlare. Il che, però, non importava. Pressoché dal 1900 in poi, era perfettamente chiaro a tutti che all'interno dell'atomo c'era una fonte di enorme energia concentrata. Era comune in quei tempi sentire il discorso che, se si fosse potuta estrarre da un'oncia di materia, essa sarebbe stata sufficiente a far compiere a una grossa nave di linea la traversata dell'Atlantico.
Di conseguenza, nel campo della fantascienza si pensava in generale che un oggetto molto piccolo con funzioni di «congegno dell'energia atomica» potesse essere inserito in un robot e potesse farlo andare per milioni di anni, se necessario.
Quando gli anni passarono e imparammo tante cose sugli aspetti pratici dell'energia nucleare, io avrei potuto seguire la moda del momento e mettermi a parlare dottamente di fissione dell'uranio e di barre di cadmio e così via, ma non lo feci. Credo di avere fatto bene. Continuai a non spiegare i particolari della fonte di energia, perché la cosa non c'entrava per niente con la sostanza dei racconti; e, che io sappia, il fatto che mi sia comportato così non ha causato alcun disagio ai lettori.

7) Nelle vostre prime storie di robot non menzionavate affatto i computer, eppure il cervello positronico in realtà è chiaramente un computer molto complesso, compatto, e versatile. Come mai non l'avete mai definito così?
Perché non mi venne mai in mente di definirlo così. Io mi sono formato sulla fantascienza degli anni Trenta, che era fatta da scrittori che si basavano su quello che era stato scritto in precedenza.
Si dà il caso che il mondo della narrativa fosse pieno di oggetti dalla forma umana portati in vita artificialmente: dal Golem al mostro di Frankenstein. C'erano anche vari «automi» dalle forme umane. Cose di questo tipo erano molto diffuse. Capek inventò la parola «robot», ma tale parola designò un concetto che esisteva già da tempo.
D'altro canto, invece, dei computer non si cominciò a parlare veramente che dopo che fu costruito il primo elaboratore elettronico, durante la Seconda guerra mondiale. Prima di allora i calcolatori meccanici erano così semplici che non davano assolutamente l'idea di «macchine pensanti».
Poiché cominciai a scrivere storie di robot subito prima della Seconda guerra mondiale, i computer non facevano parte del mio bagaglio di nozioni coscienti, e non parlai di essi, né vi pensai. Eppure, nonostante questo, non potei fare a meno di introdurli, anche se non mi resi conto di farlo.
Nel mio primo racconto di robot, la mia eroina, una bambina, incontrava un «robot parlante» che «occupava con la massa ingombrante dei suoi fili e delle sue serpentine uno spazio di venticinque metri quadrati». Quando parlava si sentiva «un ronzio di meccanismi oliati». Non ero ancora riuscito a elaborare l'idea di un computer elettronico, ma avevo elaborato quella di computer meccanico.
Quando scrissi il racconto Evasione, nel novembre 1944 (apparve nell'agosto del 1945 su Astounding), introdussi un'altra enorme struttura non portatile, che definivo «macchina pensante» e che chiamavo «il Cervello». Il racconto fu scritto circa all'epoca in cui il primo computer elettronico, l'ENIAC, faceva la sua apparizione, ma io, naturalmente, non ne sapevo nulla.
Alla fine cominciai a scrivere veramente storie di computer. Credo che la prima sia stata Oggi si vota (vedi Urania n. 690), che apparve nell'agosto del 1955 su If. Tuttavia non resi mai del tutto differenti tra loro i robot e i computer, e ritengo di avere avuto ragione a fare così. Per me un robot è un computer mobile e un computer un robot immobile. Da ora in poi dunque, quando parlerò di robot in questo articolo, vi prego di ricordarvi che usando questa parola includo nel concetto anche i computer.

8) Ma, a pensarci bene, perché i robot hanno forma umana? Non è certo la forma più funzionale.
Anche qui è questione di storia. Il robot rientra nella tradizione dell'«uomo artificiale», che è presente fin dai tempi antichi.
È una questione di rappresentazione. Cos'è più efficace, rappresentativamente parlando, della creazione di un essere umano artificiale? Così abbiamo il mitico inventore greco, Dedalo, che costruisce un uomo di bronzo, Talox, perché sorvegli le coste di Creta. E ancora, quale eresia maggiore che tentare di imitare il Creatore inventando un essere umano artificiale? E così abbiamo il fatale atto di presunzione di Victor Frankenstein.
Con un simile retroterra culturale, gli scrittori di fantascienza non potevano ovviamente pensare a macchine intelligenti senza renderle antropomorfe. L'intelligenza e la forma umana apparivano troppo strettamente connesse per poter essere divise. Fu solo con la nascita del computer elettronico, che presenta una sorta di intelligenza artificiale senza avere per necessità una forma definita, che i robot cominciarono a essere considerati computer mobili e non furono più costretti ad avere forma umana.
Così, il robot di grande successo di Guerre stellari, R2D2, aveva forma di idrante, e sembra che proprio per questo sia stato giudicato molto bello, specie, per qualche ragione, dal pubblico femminile (in altra sede, io ho sottolineato che R2D2 ha un aspetto fallico).
E se proviamo a entrare nel mondo dei robot veri, quelli che sono usati attualmente dall'industria, troviamo solo accenni estremamente vaghi, se non inesistenti, alla forma umana. Ma bisogna dire che tali robot sono ancora molto primitivi e possono svolgere compiti molto limitati. Può darsi che quando i robot saranno più versatili e avranno una gamma più vasta di funzioni, avranno anche forma più simile a quella umana.
Le ragioni per cui penso questo sono due:
A) La nostra tecnologia è costruita in funzione della forma umana. I nostri strumenti, i nostri apparecchi, i nostri mobili sono costruiti per essere usati da esseri umani. Si adattano alle nostre mani, alle nostre natiche, ai nostri piedi, al nostro modo di muoverci e di comportarci. Se facessimo dei robot dotati delle stesse nostre proporzioni, con appendici simili alle nostre, e che si muovessero come noi, essi potrebbero usare tutti i nostri strumenti e le nostre apparecchiature. Potrebbero vivere nel nostro mondo, sarebbero tecnologicamente compatibili con noi.
B) Più fossero simili a noi, più risulterebbero accettabili. Può darsi che una delle ragioni per cui i computer suscitano tanta antipatia e tanta paura in persone che per gli altri versi avrebbero un'intelligenza normale, sia che non hanno forma umana e che sono visti quindi come elementi disumanizzanti.

9) Allora, secondo voi, quando avremo dei robot come quelli che descrivete voi, così intelligenti e versatili, e soggetti alle Tre Leggi?
Chi può dirlo? Dato il ritmo con cui si evolve la tecnologia dei computer, mi sembra che non sia impossibile che nel giro di un secolo si riesca ad incorporare abbastanza intelligenza e versatilità in un congegno grande come un cervello umano al fine di produrre un robot discretamente intelligente.
D'altro canto però, una tecnologia abbastanza avanzata potrebbe rivelarsi insufficiente. La civiltà infatti potrebbe non durare così a lungo da permettere ai robot di arrivare a un simile grado di perfezione. O, anche se durasse, il perfezionamento dei robot potrebbe essere impedito da pressioni sociali e psicologiche. Magari la mia idea che robot dall'aspetto umano possano essere più bene accetti si dimostrerà errata. Magari, al contrario, essi appariranno terrificanti alla gente (cosa, a proposito, che do per scontata nelle mie storie di robot).
Ma anche ammettendo che ci fossero le necessarie premesse tecnologiche, e che non si verificassero resistenze sociali, la tecnologia potrebbe prendere una direzione diversa da quella che io ho originariamente immaginato.
Perché, per esempio, ciascun robot dovrebbe avere un cervello indipendente, viste le enormi spese e i rischi di danno che questo comporterebbe?
Avrebbe certamente più senso fare in modo che ci sia un qualche computer centrale responsabile delle azioni di più robot. (Una simile eventualità è menzionata nel mio racconto di robot più recente, L'uomo bicentenario, vedi «Robot» n. 30). Il computer centrale responsabile di uno squadrone di robot potrebbe essere anche molto grande, non dovendo essere mobile, e, anche se costoso, non sarebbe certo così costoso come uno squadrone di cervelli separati e molto compatti. Inoltre, il computer centrale immobile potrebbe essere ben protetto e non correrebbe il rischio di subire quei danni che potrebbero invece facilmente subire i robot mobili.
Ciascun robot mobile potrebbe, mettiamo, avere una lunghezza d'onda caratteristica cui reagire e attraverso cui collegarsi alla sua parte di cervello centrale. Non avendo un cervello suo, il robot potrebbe essere usato con molta maggiore facilità nelle imprese pericolose. Lo svantaggio sarebbe che dipenderebbe dalle comunicazioni elettromagnetiche, che probabilmente potrebbero essere disturbate sia con mezzi naturali, sia con mezzi tecnologici. In altre parole, in questo modo sarebbe molto più facile avere robot mal funzionanti o non funzionanti del tutto.

10) Visto che avete menzionato l'eventualità di un robot funzionante male, potreste dire quanto ritenete sicure le Tre Leggi? Non vi paiono un po' ambigue? Come definite un essere umano? Cosa intendete per recare danno?
Le Tre Leggi sono deliberatamente ambigue. Fin dalla prima volta che le usai in Girotondo, fu la loro ambiguità a fornirmi l'intreccio. Presi in considerazione la definizione di «danno» per la prima volta nel racconto Bugiardo!, e nel mio romanzo Il sole nudo (vedi classici fantascienza n. 20) trattai addirittura di un omicidio compiuto da un robot, nonostante le Tre Leggi.
Quanto alla definizione di essere umano, è una cosa di cui più di una volta pensai di occuparmi, e da cui altrettante volte rifuggii. Alla fine affrontai l'argomento in Che tu te ne prenda cura (F&SF, maggio 1974 e in Urania n. 736) e mi ritrovai impastoiato nel complesso di Frankenstein.
Forse fu in parte per espiare la cosa che mi misi a scrivere L'uomo bicentenario. In questo racconto ho preso in considerazione non solo la possibile definizione di essere umano, ma anche quella di robot, e ho concluso dimostrando che, in certo qual modo, le due definizioni si possono fondere.

11) In «Che tu te ne prenda cura», pronosticate che gli esseri umani vengano sostituiti dai robot, mentre in «L'uomo bicentenario» pronosticate la fusione di esseri umani e robot. Quale dei due pronostici ritenete più realistico?
Forse nessuno dei due.
Penso che i vari tipi di intelligenza non siano necessariamente equivalenti. Mettiamo che i delfini abbiano un'intelligenza paragonabile alla nostra, come alcuni pensano. La loro evoluzione e il loro modo di vivere sono però così diversi dal nostro, che sembra che non ci sia un terreno comune su cui potersi incontrare. Le nostre rispettive intelligenze sono di qualità così diversa, che non c'è modo di valutare se il delfino sia meno, o magari più avanzato di noi, perché non c'è modo di confrontare uomo e delfino quantitativamente. Se ciò vale per il confronto tra esseri umani e delfini, varrà ancora di più per il confronto tra esseri umani e robot.
L'intelligenza umana è il risultato di un'evoluzione biologica durata più di tre miliardi di anni, che ha visto i processi di mutazione casuale e di selezione naturale agire su organismi di acidi nucleici e proteine, organismi il cui motivo guida era quello di sopravvivere fino al momento della riproduzione.
L'intelligenza dei robot è, finora, il risultato di trent'anni di evoluzione tecnologica, che ha visto progetti ed esperimenti umani agire su apparecchiature di metallo ed elettricità, apparecchiature il cui motivo guida è quello di servire agli scopi stabiliti dall'uomo.
Sarebbe davvero molto strano, date premesse così diverse, che i due tipi d'intelligenza non risultassero alla fine molto diversi, così diversi da rendere impossibile qualsiasi confronto diretto.
L'intelligenza dei robot sembra essere specializzata nell'esame minuzioso di particolari soggetti a operazioni aritmetiche definite e reiterate, e in questo è incredibilmente veloce ed esente da errori. Sotto questo aspetto ci supera di molto già ora, e forse ci supererà sempre.
L'intelligenza umana sembra essere specializzata nel comprendere intuitivamente l'insieme, e avanza per ipotesi; sotto questo aspetto superiamo di gran lunga i robot, e forse sarà sempre così. In fin dei conti, come possiamo programmare un robot a essere dotato d'intuizione se non sappiamo cos'è che rende noi dotati di intuizione?
Ma anche se potessimo rendere i robot più simili agli esseri umani, o viceversa, perché mai dovremmo desiderare di farlo? Perché non sfruttare ciascuna area di specializzazione e non rendere i robot ancora più bravi nel loro lavoro di analisi e gli esseri umani (magari attraverso l'ingegneria genetica) ancora più bravi nel loro lavoro di sintesi?
In tal modo avremmo una situazione in cui le due intelligenze si completerebbero a vicenda, dando l'una accoppiata all'altra risultati di gran lunga superiori a quelli che si avrebbero tenendole separate.
Era a queste conclusioni che miravo scrivendo alcuni dei miei romanzi. In Abissi d'acciaio (vedi Urania n. 578), un romanzo del 1953, dipingevo una società in cui gli esseri umani erano più importanti dei robot; in Il sole nudo, invece, una società in cui i robot erano più importanti degli esseri umani. Il terzo romanzo della serie avrebbe dovuto mostrare che l'equilibrio stava appunto nel completamento reciproco, ma benché provassi a scriverlo, mi accorsi che non riuscivo a dipingere quello di cui avevo solo un'idea vaga.
Non riuscii quando ci provai la prima volta, nel 1958, e da allora non mi sentii più all'altezza del compito. Peccato avere rinunciato quando ero ancora sotto i trenta e non ero tanto maturo da sapere che c'erano cose che non avevo la capacità di fare...

FINE