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Urania - Asimov d'appendice
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IL CALCOLO DEGLI EONI - Isaac Asimov
Titolo originale: Counting the eons

Nella sezione «Recensioni» del New York Times di oggi, domenica, (mentre scrivo) c'è un articolo intitolato «Che cosa leggono i cinesi» scritto da Lloyd Haft dell'università di Leyden in Olanda.
Iniziai a leggere l'articolo con una domanda che mi martellava in testa e che era (come voi tutti potete immaginare) «Mi leggono?».
Cominciai a nutrire qualche speranza quando, alla fine della prima pagina, si affermava che a una certa Fiera del Libro in Cina era stata scritta sulla lavagna un'introduzione relativa a un particolare ramo letterario. Era intitolata «Che cos'è la fantascienza» e la trattazione non era affatto male. Si trattava, ovviamente, di un'esposizione di «Dalla terra alla luna» di Giulio Verne e, più oltre, scoprii che non si faceva alcun cenno alla moderna narrativa scientifica, a meno di volervi includere «Il pianeta di mister Sammler» di Saul Bellow.
Continuai a leggere, piuttosto scoraggiato. Verso la fine dell'articolo veniva menzionata la nuova rivista cinese «Dushu» (Lettura) che si occupava dei libri tradotti in cinese. Ed ecco apparire la frase magica: «Tra i libri recensiti ultimamente vi figurano "Le lettere di D.H. Lawrence", "Io, Asimov", ovviamente di Isaac Asimov e "Good as Gold" di Joseph Heller».
Ne fui felice. Dunque i cinesi avevano sentito parlare di me. Tuttavia «Io, Asimov» non è uno dei miei romanzi e neppure uno dei miei soliti libri che non appartengono alla narrativa. È il primo volume della mia autobiografia, in cui sono stato incautamente franco. Non potevo fare a meno di rendermi conto che ora tutti sapevano la mia età, perfino i cinesi. Il fatto innegabile è che io sono nato il 2 gennaio 1920.
Infatti Doubleday lo rese spiacevolmente evidente perché quando il mio libro fu pubblicato nel 1979 misero sotto il titolo l'avviso in stampatello «Autobiografia di Isaac Asimov 1920-1954» e lo bordarono di nero. Il che deve aver fatto dire a molti «Poveretto! morire a 34 anni! Mi chiedo chi ha continuato a scrivere sotto il suo nome negli ultimi 25 anni.»
Il secondo volume della mia autobiografia è uscito nel 1980. È intitolato «In Joy Still Felt». e ha il sottotitolo «Autobiografia di Isaac Asimov 1954-1978». Adesso la gente dirà: «Poveretto! Morire a 24 anni! Come ha fatto a scrivere tutti quei libri in una vita così breve?».
Be', non sono morto neanche nel 1978, mucchio di sapientoni, ma se devo meditare sul fatto che sono arrivato all'inizio della mezza età, posso rifarmi parlando di oggetti anche più vecchi di me. La Terra per esempio.

Che età ha la Terra? Prima del XVIII secolo, nella tradizione occidentale ci si basava sulla Bibbia e partendo dai dati in essa contenuti si arrivava per la maggior parte a un calcolo di sei/settemila anni. Il più famoso di questi calcoli era quello fatto dall'arcivescovo James Ussher della Chiesa Anglicana che, nel 1658, sulla base di studi biblici affermò che la creazione della Terra era avvenuta alle ore 8 pomeridiane del 22 ottobre dell'anno 4.004 a. C. (Non penso che facesse riferimento all'ora di Greenwich. Forse pensava che la Terra fosse piatta.)
La prima persona nella tradizione occidentale che cercò di spingere l'indagine al di là del limite biblico fu il naturalista francese Georges Louis Leclerc de Buffon, che nel 1745 osò suggerire che la Terra non era stata creata dal Verbo di Dio ma dalla collisione di un corpo massiccio (che egli chiamò "cometa") con il Sole. Egli riteneva che questo fosse accaduto 75.000 anni fa e che la vita fosse probabilmente iniziata 40.000 anni fa. Fu un'affermazione molto ardita per quell'epoca, che gli creò non poche difficoltà con i teologi. Per sua fortuna Buffon non era uno degli attuali intransigenti controversialisti, ma sapeva come ritirarsi garbatamente quando l'Ignoranza si faceva scudo della Bibbia.
Venne poi la volta del geologo scozzese James Hutton che, nel 1785, pubblicò un libro intitolato «La teoria della Terra», nel quale descrisse accuratamente i lenti cambiamenti che avvengono oggi sulla crosta terrestre. Egli affermò che alcune rocce avevano fatto da sedimento e che si erano poi compresse fino a indurirsi; che altre erano emerse dalle profondità terrestri sotto forma di lava fusa per poi raffreddarsi e solidificarsi; che le rocce esposte erano state erose dall'azione del vento e dell'acqua. Tutto il processo era avvenuto con estrema lentezza.
La grande intuizione di Hutton fu che le forze che ora agiscono lentamente per cambiare la superficie terrestre hanno agito sempre allo stesso modo e con gli stessi tempi durante tutto il passato della Terra. Si tratta del «principio d'uniformismo».
Nei decenni che seguirono i geologi cominciarono a cercare di usare il principio d'uniformismo per calcolare l'età della Terra o almeno quella di alcuni fenomeni geologici. Riuscirono a calcolare approssimativamente il tempo necessario perché una roccia sedimentaria raggiungesse un dato spessore, o quanto impiegava il delta di un particolare fiume a formarsi dal fango trascinato a valle. Quantunque i calcoli fossero approssimati al meglio e ogni tanto richiedessero anche qualche congettura, sembrava perfettamente chiaro che per giustificare quanto esisteva sulla Terra, la sua età non avrebbe potuto essere decine di migliaia d'anni, come aveva creduto Buffon, ma piuttosto di centinaia di milioni di anni.
Prendiamo l'oceano, per esempio. Contiene un 3,3% di sale e questo sale, si credeva, era portato nell'oceano a un ritmo impercettibile dalla pioggia che, precipitando sui continenti, scioglieva i residui di sale dalle rocce e dal suolo e li portava all'oceano.
Se si calcolava il contenuto salino dei fiumi e poi quanta acqua (e perciò quanto sale sciolto) i fiumi riversavano nell'oceano annualmente, e si presumeva che gli oceani all'inizio fossero formati d'acqua dolce, si poteva ipotizzare che ci sarebbero voluti circa un miliardo di anni perché l'oceano raggiungesse l'attuale presenza salina. Questo significava che la Terra aveva almeno un miliardo di anni, o un eone, in quanto definiamo eone un miliardo di anni.
Alcuni geologi non accettavano la teoria dell'uniformismo, tuttavia non potevano negare l'età della Terra. Essi suggerivano invece una serie di catastrofi ("catastrofismo"), ciascuna delle quali aveva dato forma a un nuovo pianeta, la cui ultima versione sarebbe stata quella della Genesi. William Buckland, un geologo inglese che era anche sacerdote, si atteneva fermamente alla Bibbia, ma ammetteva che vi potevano essere stati milioni di anni durante i quali era esistita una Terra "preadamitica".
Charles Lyell era uno dei discepoli di Buckland. Era uniformista e il suo «Principi di geologia», pubblicato in tre volumi tra il 1830 e il 1833 distrusse il catastrofismo.
L'idea di una lunga età terrestre fondata sulle osservazioni geologiche piaceva ai biologi, che durante la prima metà del XIX secolo cominciarono a scoprire che vi erano forme di vita apparse sulla Terra e poi scomparse molti, molti anni prima. Vi era già sentore di teoria evolutiva e un sempre maggior numero di biologi osava sfidare le ire dei teologi ipotizzando che la vita non si era formata in un batter d'occhio per decreto divino, ma che si era evoluta lentamente come risultato di piccolissimi e continui cambiamenti.
Tutto questo raggiunse il culmine con il naturalista Charles Darwin, un amico di Lyell che era rimasto grandemente influenzato dal suo libro. Nel 1859 Darwin pubblicò «L'origine delle specie per selezione naturale» con il quale tolse all'intelligenza divina il compito di plasmare le attuali forme di vita e lo attribuì al lento e casuale cambiamento evolutivo, per il quale ci voleva tempo, molto tempo. Un miliardo di anni non era affatto troppo per la Terra.
Tuttavia, contro la forza combinata della geologia e della biologia vi erano fisica e astronomia. Negli anni attorno al 1840 venne accettata dai fisici la legge della conservazione dell'energia il cui principale sostenitore era il fisico tedesco Hermann Ludwig Ferdinand von Helmholtz che affrontò il problema di stabilire la sorgente dell'energia solare.
Fino ad allora, nessuno se n'era troppo preoccupato. I fuochi terrestri avevano bisogno di essere continuamente ravvivati, ma si pensava che il fuoco celeste obbedisse ad altre leggi ed era quindi una questione di fede il fatto che i cieli erano perfetti e immutabili, almeno finché a Dio non fosse piaciuto porvi fine.
Ma Helmholtz, applicando la legge della conservazione dell'energia, sapeva che l'energia solare, profusa incessantemente in tutte le direzioni durante tutta la sua vita (considerando che una piccolissima, evanescente frazione si fermava sulla Terra, mentre il resto si perdeva, sprecato, nello spazio vuoto) aveva bisogno di una sorgente, di un'immensa sorgente.
Nel 1854 era arrivato alla conclusione che l'unica sorgente possibile (date le conoscenze d'allora) fosse la contrazione. Tutta la sostanza dell'immenso Sole convergeva verso il suo centro sotto la sua gigantesca attrazione gravitazionale e l'energia cinetica di quell'enorme caduta veniva trasformata in energia radiante. Si poteva avere l'impressione che il Sole non dovesse splendere a lungo, ma esso era così enorme che la contrazione di soltanto un decimillesimo del suo raggio poteva fornirgli una quantità d'energia sufficiente per duemila anni al ritmo con cui irradiava quell'energia.
Durante l'intero periodo della civilizzazione umana, la contrazione solare necessaria perché il Sole continuasse a splendere sarebbe stata molto piccola e certamente impercettibile all'osservatore casuale.
Ma se si includevano le lunghissime ere preistoriche? Il medico scozzese William Thomson (poi divenuto Lord Kelvin) calcolò che se il Sole avesse continuato a irradiare all'attuale ritmo per venticinque milioni di anni, per fornire energia con eguale costanza durante tutto quel periodo avrebbe dovuto contrarsi da un raggio di 150.000.000 di km al presente raggio di 1.400.000 km. E se il raggio solare fosse stato di 150.000.000 di km in passato, allora la sua immensa massa avrebbe riempito l'orbita terrestre, e la Terra avrebbe potuto formarsi e raffreddarsi soltanto quando il Sole si fosse contratto fino a raggiungere una dimensione considerevolmente più piccola. Ragionando a questo modo, la Terra non avrebbe potuto avere più di 25.000.000 di anni.
Kelvin affrontò il problema da due altre angolazioni. Era consapevole che l'attrito della marea rallentava la velocità di rotazione della Terra e che in passato essa aveva girato su se stessa più velocemente del momento attuale. Quando fu abbastanza calda da cominciare a fondersi, la Terra produsse un rigonfiamento equatoriale. Kelvin calcolò a quale velocità la Terra avrebbe dovuto girare sul proprio asse per produrre un rigonfiamento equatoriale delle dimensioni attuali. Risultò che questa velocità di rotazione avrebbe dovuto essere quella che la Terra aveva circa 100.000.000 di anni fa, quindi quello era pressappoco il periodo in cui essa avrebbe dovuto cominciare a solidificarsi.
Infine, se la Terra aveva originariamente fatto parte del Sole, come credevano gli astronomi di quel tempo, avrebbe dovuto iniziare a vivere alla temperatura del Sole, cioè a 4.500 °C. Quanto tempo ci sarebbe voluto perché gli strati esterni della Terra si raffreddassero fino a raggiungere l'attuale gradevole temperatura? Kelvin decise nuovamente che la risposta probabile era 100.000.000 di anni, ma verso la fine del secolo egli ricalcolò i suoi dati alla luce delle nuove conoscenze sulle proprietà fisiche della crosta terrestre e stabili che si sarebbe potuto trattare di soli 20.000.000 di anni.
Durante la seconda metà del secolo XIX, poi, la fisica, la più rispettata e inoppugnabile delle scienze, assegnò alla Terra una vita di non più di 0,1 eoni o forse anche 0,02, con grande disagio dei biologi, che volevano, e avevano bisogno, di un tempo molto più lungo.

Tuttavia, nel 1896 fu scoperta la radioattività e la fisica ne fu improvvisamente rivoluzionata. Innanzi tutto fu scoperta una nuova fonte d'energia. Essa fu poi chiamata «energia nucleare» quando, principalmente dai risultati delle ricerche sulle sostanze radioattive e sulle loro radiazioni, si scopri che l'atomo aveva una struttura e che la maggior parte della sua massa era contenuta entro un piccolissimo nucleo centrale.
Ciascun atomo radioattivo, disgregandosi, emanava una microscopica particella d'energia, ma tutti gli atomi della crosta terrestre, disgregandosi a poco a poco, emettevano abbastanza energia da mantenere all'infinito la crosta terrestre all'attuale temperatura. E questo vanificò il valore del calcolo di Kelvin. La Terra avrebbe potuto trovarsi alla temperatura solare più di un miliardo di anni fa, avrebbe potuto raffreddarsi rapidamente in 20.000.000 di anni, fino all'attuale temperatura, e poi raggiungere un punto di stabilità e raffreddarsi solo molto, molto lentamente.
Il fisico britannico Ernest Rutherford, che presto avrebbe scoperto il nucleo atomico, illustrò il ruolo della radioattività in questo contesto nel 1904, avendo il vecchio Kelvin tra gli ascoltatori della sua relazione. Rutherford era perfettamente conscio della presenza di Kelvin, e quando arrivò al punto cruciale e vide lo sguardo bieco dell'ottantenne Kelvin fisso su di lui, aggiunse in fretta che Kelvin stesso aveva detto che le sue conclusioni sarebbero state corrette soltanto se non fosse stata scoperta una qualche fonte sconosciuta d'energia. La straordinaria predizione di Kelvin era corretta, affermò Rutherford: infatti era stata scoperta una sconosciuta fonte d'energia. Al che il viso di Kelvin si rilassò e si apri a un sorriso.
(Tuttavia Kelvin non ne fu lusingato al punto di accettare il nuovo punto di vista. Mori nel 1907, e fino all'ultimo rifiutò di accettare quel concetto di nuovo conio che era la radioattività.)
Anche altri argomenti a favore della teoria di una breve vita terrestre non ebbero successo. Ci si rese subito conto che l'energia nucleare appariva una più probabile sorgente di radiazione solare di qualsiasi altra cosa e il concetto helmholziano della contrazione solare venne completamente scartato. Se invece i fisici facevano assegnamento sull'energia solare, il Sole avrebbe potuto splendere per un eone o più senza variazioni notevoli di dimensione. I dettagli di questa teoria furono messi a punto negli anni Trenta.
Per quanto riguardava la rotazione terrestre e le dimensioni del rigonfiamento equatoriale, questo faceva presumere che una volta solidificatasi la Terra, la sua crosta non avesse subito grandi variazioni. Tuttavia vi erano prove del contrario e la tesi di Kelvin venne quindi abbandonata. La scoperta della tettonica negli anni Cinquanta e Sessanta distrusse definitivamente questa teoria.

Rutherford nei suoi studi mostrò (sempre nel 1904) che un particolare tipo di atomo radioattivo si disgregava a un ritmo fisso. Ogni singolo atomo poteva disgregarsi in un momento imprecisato, ma un gran numero di atomi di un particolare tipo, presi assieme, obbedivano alle regole di quella che è chiamata «reazione di prim'ordine».
In questa reazione metà degli atomi si sarebbe disgregata dopo un certo intervallo di tempo, diciamo x anni. Metà di quelli che rimanevano si sarebbe disgregata dopo altri x anni; metà di quelli che rimanevano ancora dopo altri x anni, e così via. Questo periodo di x anni, Rutherford lo chiamò «periodo radioattivo». Ciascun tipo di atomo radioattivo aveva il suo caratteristico periodo radioattivo, da molto breve a molto lungo.
Non si rivelò compito difficile determinare i periodi radioattivi. L'uranio, il primo elemento rivelatosi radioattivo, consiste di due tipi di atomi, l'uranio 238 e l'uranio 235. Il primo ha un periodo radioattivo di 4.500.000.000 di anni, o 4,5 eoni. Il secondo ha un periodo radioattivo di 0,7 eoni. L'elemento torio consiste esclusivamente di atomi di torio 232, che ha un periodo radioattivo di 13,9 eoni.
Sempre nel 1904 il fisico americano Bertram Borden Boltwood produsse la prova definitiva che l'uranio 238, l'uranio 235 e il torio 232 generano, singolarmente, una serie piuttosto lunga di discendenti radioattivi, tutti i componenti della quale rimangono nei minerali d'uranio e di torio in delicato equilibrio, se i minerali restano integri e indisturbati.
Nel 1905 Boltwood dimostrò che si trovava sempre piombo nei minerali contenenti uranio e che questi poteva essere il prodotto finale stabile della serie. Il che risultò esatto. L'uranio 238 inizia una serie radioattiva che termina con il piombo stabile 206; l'uranio 235 termina con il piombo stabile 207 e il torio 232 termina con il piombo stabile 208.
Ripensando alla sua teoria, Boltwood dimostrò nel 1907 che poteva essere possibile determinare l'età di una roccia - o almeno il periodo di tempo in cui essa era rimasta integra e indisturbata - in questo modo. Misurando la quantità di uranio e di piombo di un pezzo di roccia e conoscendo il periodo di vita radioattivo degli atomi dell'uranio 238, si sarebbe potuto calcolare quanto tempo c'era voluto perché quella data quantità di piombo si formasse da quella data quantità di uranio.
C'è, però, un tranello. Il piombo non esiste soltanto perché si forma dal disgregarsi dell'uranio e del torio. Il piombo esiste sulla crosta terrestre indipendentemente dalla disgregazione radioattiva. C'è del piombo in rocce che non contengono tracce rilevabili né d'uranio né di torio e che probabilmente non ne hanno mai contenute.
In questo caso, se abbiamo una roccia che contiene sia uranio sia piombo, potrebbe darsi che tutto il piombo formatosi dall'uranio e dalla roccia sia giaciuto indisturbato per un tempo lunghissimo; o che la maggior parte del piombo sia stato presente fin dall'inizio e ben poco se ne sia aggiunto attraverso la disgregazione dell'uranio, nel qual caso la roccia potrebbe essere molto giovane.
Come si può stabilire qual è la risposta giusta?
Dobbiamo prendere in considerazione il piombo. Esso è costituito da quattro isotopi stabili: il piombo 204, il piombo 206, il piombo 207 e il piombo 208. Di questi, il piombo 206, 207 e 208 avrebbero potuto essere presenti sin dall'inizio, ma una parte si sarebbe potuta formare dal rispettivo disgregarsi dell'uranio 238 e 235 e del torio 232.
Tuttavia il piombo 204 è l'unico isotopo del piombo che non si forma dalla disgregazione di un qualsiasi atomo radioattivo che si presenti naturalmente. Tutto il piombo 204 che esiste sulla crosta terrestre era già presente al formarsi della Terra.

Supponiamo allora di prendere in considerazione il piombo proveniente da sorgenti dove non c'è mai stata traccia né di uranio né di torio, per quel che ne possiamo sapere. In questo caso, la proporzione dei vari isotopi di piombo è la seguente:


piombo 2041,0
piombo 20615,7
piombo 20715,1
piombo 20834,9

Se in una roccia di piombo contenente uranio e piombo si stabilisce la quantità di piombo 204 e la si moltiplica per 15,7, si determina la quantità di piombo 206 presente all'inizio. Qualsiasi quantitativo di piombo 206 presente che superi quel valore è li solo a causa della disgregazione dell'uranio 238. Sapendo che il periodo radioattivo dell'uranio 238 è di 4,5 eoni, si può scoprire quanto tempo è stato necessario perché si formasse quella quantità supplementare di piombo 206 e quindi per quanto tempo la roccia è rimasta allo stato solido.
(Naturalmente, se la roccia dovesse liquefarsi, gli atomi di uranio e di piombo si muoverebbero liberamente, subirebbero differenti reazioni chimiche e si separerebbero. È soltanto mentre la roccia rimane intera che essi vengono imprigionati e obbligati a rimanere assieme, stabili.)
Qualsiasi quantità di piombo 207 presente, maggiore di 15,1 volte la quantità di piombo 204, è presente per la disgregazione dell'uranio 235. Qualsiasi quantità di piombo 208 presente, maggiore di 34,9 volte la quantità di piombo 204, è presente per la disgregazione del torio 232.
L'uranio 235 è presente in misura molto minore dell'uranio 238. Il torio 232, benché sia pressappoco comune quanto l'uranio 238, ha un periodo radioattivo che è tre volte quello dell'uranio 238 e perciò si disgrega soltanto a un terzo della sua velocità. Ne risulta che l'uranio 235 e il torio danno una minore contribuzione di piombo che non l'uranio 238 e per stabilire l'età delle rocce il più utile è il contenuto di piombo 206.
Nonostante tutto questo è auspicabile che tutt'e tre le suddivisioni diano risultati simili, altrimenti si potrebbe giustamente sospettare che vi sia qualcosa di sbagliato.
Nell'insieme i risultati sono frammentari. La Terra è un pianeta geologicamente attivo. L'azione dell'acqua, dell'aria e della vita lasciano intatte poche parti della crosta terrestre. L'azione vulcanica e lo spostamento della crosta terrestre rappresentano continui cambiamenti su larga scala. È difficile trovare un pezzo di roccia che sia rimasto intatto e integro per un periodo molto lungo.
Eppure tali rocce sono state trovate, e i dati risultanti dai vari isotopi di piombo concordavano perfettamente. Alcune rocce sulla Terra sono chiaramente rimaste intatte non soltanto per un eone, ma per due e perfino tre eoni. In una regione dell'Africa una volta chiamata Rhodesia del sud e ora chiamata Zimbabwe, è stato trovato un pezzo di granito vecchio di 3,3 eoni.
Un'età di 3,3 eoni per la Terra rappresenta solo un minimo. La storia della Terra è stata indubbiamente più turbolenta nella sua infanzia di quanto lo sia nella sua presente quieta mezza età. Le rocce più vecchie o sono sepolte a profondità irraggiungibili o semplicemente non esistono più. Forse ogni frammento di materiale solido sulla crosta terrestre prima o poi si è fuso, raffreddato, fuso e raffreddato parecchie volte durante i primi stadi della esistenza della Terra, per cui ben poco che sia più vecchio di tre eoni sopravvive intatto, e solo per caso.
Neppure attraverso lo studio della Terra stessa si può forse calcolare di quanto l'età della Terra superi i 3,3 eoni.
C'è una via d'uscita?
Si, c'è. Tutte le attuali teorie sull'origine della Terra suppongono che si sia formata assieme al resto del sistema solare durante un singolo processo. In altre parole, se sapessimo l'età della Luna o di Marte o del Sole, sapremmo l'età della Terra. Quello che veramente cerchiamo è l'età del sistema solare.
In generale, essendo tutte le cose uguali, più piccolo è il mondo, e più probabile è che esso sia geologicamente morto e che presumibilmente parti di esso siano rimaste solide dai primordi del sistema solare. Questo significa che se potessimo analizzare le rocce della superficie lunare, potremmo calcolare l'età del sistema solare e quella della Terra più facilmente che non analizzando qualsiasi cosa sulla Terra.
Nel 1969 abbiamo finalmente raggiunto la Luna e abbiamo ottenuto rocce lunari da analizzare. La loro età, almeno sulle regioni montuose, tende a datare da 4 a 4,2 eoni, più di qualsiasi cosa esistente sulla Terra. Eppure anche questo è un minimo. Prima di 4 miliardi di anni fa (per non dire quanto tempo prima se avessimo solo rocce lunari su cui basarci) la crosta della Luna venne in gran parte polverizzata, distrutta e forse in larga misura fusa dalle collisioni che diedero origine a tutti quei crateri e mari lunari.
E anche qui c'è una via d'uscita. Infatti avevamo qualcosa di meglio della Luna, già prima di avere posto piede sulla Luna. Ci sono i meteoriti, pezzi di detriti solidi che possono aver girato attorno al Sole già formati e intatti mentre la Luna tremava sotto le esplosioni finali della materia che si fondeva per formarla.
Delle due maggiori forme di meteoriti, quelli di ferro non contengono rilevanti quantità di uranio o torio. La piccola quantità di piombo che contengono, a giudicare dal contenuto di piombo 204, era presente sin dall'inizio.
I meteoriti di roccia tuttavia contengono uranio e torio in quantità sufficiente a rendere possibile una stima della loro età, che risulta essere di circa 4 eoni e mezzo. Questo, per una curiosa coincidenza (e niente di più) è giusto sufficiente perché metà del contenuto originario di uranio 238 si sia disgregato.
Vi sono altri metodi per determinare l'età del sistema solare, ma non è necessario approfondirli. La cosa importante è che tutti sono straordinariamente concordi, per cui gli astronomi confidano che il sistema solare (e quindi la Terra) abbia un'età di 4,6 eoni, ovvero 4.600.000.000 di anni. Questo significa che la più vecchia roccia trovata sulla Terra è rimasta solida e intatta per il 72 per cento della totale esistenza della Terra.
Si tratta solo del sistema solare. Il sistema solare è un puntino di materia incastrato nella nostra Galassia, che a sua volta non è che una delle molte, molte galassie.
Il sistema solare si è formato nello stesso periodo della nostra Galassia, e in generale di tutto l'Universo? Oppure il nostre Sole e il suo seguito di pianeti è un ritardatario, nato in un universo già vecchio di eoni, e forse di infiniti eoni?
Ritorneremo sull'argomento un'altra volta.

FINE