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Urania - Asimov d'appendice
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DOVE CADDE L'ASTEROIDE - Isaac Asimov
Titolo originale: Yes! With a bang!

Come scienziato, amo pensare di saper distinguere le ipotesi scientificamente infondate da quelle degne di considerazione, e non esito a liquidare come assurde tutte le storie sui dischi volanti, il triangolo delle Bermude e il potere delle piramidi.
Quando invece mi trovo davanti a ipotesi scientificamente attendibili, ma drammatiche e insolite, allora si risveglia in me lo scrittore di fantascienza. Mi cominciano a brillare gli occhi, e le pulsazioni accelerano. Di fronte, poi, a più ipotesi ugualmente plausibili e tutte drammatiche, non esito a scegliere quella che preferisco: in genere la più drammatica.
Alcuni anni fa scrissi qualcosa sul misterioso strato di sedimento ricco di iridio trovato in Italia e che, in seguito a esame cronologico era risultato risalire alla fine del Cretaceo, ovvero a quando, circa 70 milioni di anni fa, scomparvero i dinosauri. Coincidenza? Ne dubitavo. Doveva esserci un nesso. Di solito la materia extraterrestre è più ricca di iridio perché sulla Terra la maggior parte dell'iridio si trova al centro del nostro pianeta. Perché escludere che una pioggia di materia extraterrestre avesse ucciso i dinosauri? Ma una pioggia dovuta a cosa? Una supernova? Una meteorite? Un'esplosione solare?
Tendevo a escludere l'ipotesi della supernova. Per avere causato effetti tanto disastrosi, la supernova avrebbe dovuto trovarsi relativamente vicina, mentre le osservazioni astronomiche escludono che 70 milioni di anni fa una stella di quel tipo possa essersi trovata nelle vicinanze della Terra. Inoltre, se l'iridio fosse stato depositato da una supernova avrebbe presentato una percentuale anomala di isotopi, il che non è stato riscontrato. Infine, avrebbero dovuto esserci tracce anche di plutonio-244, prodotto dall'esplosione della stella. Quell'elemento ha infatti una vita talmente lunga, che la sua presenza non sarebbe potuta sfuggire all'analisi.
Anche l'ipotesi di una meteorite sembrava da escludere Nessun segno di collisione nel luogo in cui si trovava l'iridio. E poi, anche ammesso che una meteorite avesse colpito quella che adesso è l'Italia, come avrebbe potuto uccidere dinosauri che si trovavano a migliaia di chilometri di distanza?
E così abbracciai l'ipotesi dell'esplosione solare. Dopotutto, tra i minimi di Maunder e le deficienze del neutrino, il Sole appariva in certo senso spaventosamente instabile. Anche solo una piccola esplosione, praticamente insignificante per il Sole, sarebbe bastata a inondarci di materia stellare e a produrre sulla Terra un'ondata di caldo tale da distruggere parecchie forme di vita.
Secondo me, dunque, l'estinzione dei dinosauri era da imputare a un singhiozzo solare.
Devo anche dire che scelsi questa spiegazione perché sotto un certo profilo era la più allarmante. Infatti, pur restando possibile l'esplosione di una supernova nel lontano passato, o l'impatto con una grossa meteorite, ci sono tutte le ragioni per credere che ancora per alcuni milioni di anni nessuna stella esploderà nelle nostre vicinanze, e nessuna grossa meteorite ci incontrerà sulla sua traiettoria. Data invece l'incertezza sulla composizione degli strati interni del Sole, come possiamo essere sicuri che alla nostra stella non capiterà di avere un'altra volta il singhiozzo?
Adesso però sembra che la mia ipotesi dell'esplosione solare fosse sbagliata, e ne sono lieto. Anche se l'eventualità di una quasi totale eliminazione delle forme di vita terrestri accende la mia fantasia di scrittore, non desidero affatto la conferma di una simile eventualità.
Durante il 1980 si sono accumulate prove in favore dell'ipotesi della meteorite, che avevo considerato la meno probabile.
In un mio articolo avevo scritto: «Mi piacerebbe che venisse fatta un'analisi completa su campioni di rocce di 70 milioni di anni fa prelevati in diversi punti della Terra, perché l'esplosione solare dovrebbe aver interessato tutta la superficie terrestre».
Questa analisi è stata fatta, in Danimarca e in altre zone d'Europa, e anche nel nord Pacifico e nella Nuova Zelanda, e la quantità anomala di iridio si riscontra dappertutto e sempre nello stesso strato, quello che risale alla fine del Cretaceo.
Io avevo sostenuto che simili risultati avrebbero favorito l'ipotesi dell'esplosione solare, ma era chiaro che avrebbero favorito anche quella della supernova, dal momento che anche l'esplosione di quest'ultima avrebbe influito su tutta la superficie terrestre. Non avevo capito, invece, che avrebbe suffragato pure l'ipotesi della meteorite, fatte salve determinate circostanze.
Nel mio articolo sostenevo tra l'altro che, qualunque fosse stata la causa, il risultato sarebbe dovuto essere un aumento della percentuale di altri elementi oltre all'iridio.
Anche questa ipotesi è stata sottoposta a verifica, e si sono scoperti indici più alti per metalli come l'osmio, il palladio, il nichel e l'oro, oltre che l'iridio, con una concentrazione relativa che si avvicina a quella presente in genere nelle meteoriti.
Di conseguenza si è cominciato a favorire l'ipotesi dell'impatto di una meteorite. Poiché quel particolare strato di sedimento è diffuso in tutto il mondo, la meteorite dovrebbe essere stata enormemente grande e avere colpito con tale violenza il pianeta, da disintegrarsi in modo da far piovere la propria polvere sulla Terra intera, e non solo sulla regione circostante il luogo dell'impatto. Ecco perché in Italia non si sono trovati segni di impatto: perché non è avvenuto lì.
Ed è su questo punto che io non ho saputo avere l'intuizione giusta. Riflettendo sull'ipotesi della meteorite, avevo completamente tralasciato di considerare l'eventualità di un impatto violento, con conseguenze di portata planetaria.
E quando dico di portata planetaria, lo intendo letteralmente. Per produrre gli effetti che riscontriamo, la meteorite avrebbe dovuto avere un diametro di dieci chilometri. Non sarebbe stata una semplice meteorite, ma un asteroide.
Ma da dove sarebbe potuto venire un oggetto così grande?
Dallo spazio intorno a noi, naturalmente. I cosiddetti sfiora-Terra possono arrivare pericolosamente vicini all'orbita della Terra. La maggior parte di essi ha un diametro di circa un chilometro, e anche se uno così sarebbe sufficiente a causare devastazioni, non potrebbe certo provocare la quasi eliminazione di tutte le forme di vita sul pianeta.
Tuttavia ogni tanto ci sono anche meteoriti più grandi. Eros, il più grande degli sfiora-Terra e il primo a essere stato scoperto (1898), ha il diametro maggiore di 24 chilometri. A quanto pare con Eros siamo al sicuro, visto che la sua orbita nel punto di maggior vicinanza dista 22,5 milioni di chilometri dall'orbita della Terra. Tuttavia, un corpo celeste simile a Eros e capace di avvicinarsi maggiormente al nostro pianeta potrebbe essere esistito ed essersi polverizzato nell'impatto con la Terra settanta milioni di anni fa.
Sì, ma qualunque sfiora-Terra con un'orbita tale da mandarlo a scontrarsi con il nostro pianeta l'avrebbe sicuramente fatto molto tempo fa, ben più di settanta milioni di anni fa. E una volta scomparsi gli asteroidi dotati di orbite pericolose per noi (miliardi di anni fa), lo spazio non sarebbe forse stato libero da insidie? E questo non sarebbe un argomento contro l'ipotesi di una meteorite abbattutasi sulla Terra solo 70 milioni di anni fa?
Sarebbe vero se gli sfiora-Terra avessero orbite non soggette ad alterazioni. Ma così non è né può essere. Gli sfiora-Terra si trovano nel sistema solare interno, e ogni tanto passano relativamente vicino a uno dei grandi corpi celesti interni: Marte, Terra, Luna, Venere e Mercurio. Ogni volta il loro moto risente dell'influenza gravitazionale dei corpi celesti più grandi. Gli sfiora-Terra sono soggetti allora a perturbazioni, ovvero cambiano orbita. Il cambiamento è molto lieve se la distanza tra l'asteroide e il pianeta che perturba è grande, pronunciato se invece la distanza è piccola.
(Anche gli sfiora-Terra producono perturbazioni nei corpi celesti grandi, ma queste sono inversamente proporzionali alle relative masse, e poiché i grandi corpi celesti hanno masse miliardi di volte gli sfiora-Terra, le loro perturbazioni sono insignificanti.)
Il risultato delle perturbazioni è che, in periodi di tempo relativamente lunghi, tutti gli sfiora-Terra deviano sensibilmente dalla loro orbita, per intersecare quella della Terra.
Una volta che sia accaduto ciò, è ovvio che ben presto (astronomicamente parlando) avvenga una collisione.
A lungo andare, dunque, non solo si avranno collisioni, ma l'incidenza di queste non diminuirà molto col passare del tempo.
Certo, ogni sfiora-Terra che colpisce la Terra (o uno degli altri pianeti grandi del sistema solare interno) è uno in meno. Per di più, ogni tanto succede che uno sfiora-Terra in seguito a perturbazione adotti un'orbita che lo conduce definitivamente fuori del sistema solare. In compenso però accade che asteroidi che non sono sfiora-Terra lo diventino per perturbazione, sicché per noi sorgono periodicamente nuovi pencoli.
In realtà, la Terra è soggetta a una serie innumerevole di collisioni, e ciò che la salva è il fatto che in pratica si tratta sempre di collisioni con corpi celesti minuscoli. Questo non perché la Terra abbia una particolare affinità per i corpi celesti minuscoli, ma solo perché ci sono più corpi celesti piccoli che grandi.
Così, il numero di particelle grandi quanto granelli di sabbia che colpiscono la Terra (o che penetrano nella sua atmosfera) e scendono lentamente giù in forma di polvere meteorica, è dell'ordine di trilioni al giorno. Le particelle un pochino più grosse che arrivano al massimo alle dimensioni di una capocchia di spillo, e che sono abbastanza grandi da surriscaldarsi producendo un lampo incandescente, ma non abbastanza grandi da sopravvivere nemmeno in parte all'attraversamento dell'atmosfera, sono meno delle precedenti, tuttavia sempre nell'ordine di milioni. Come le altre, anch'esse giungono al suolo in forma di semplice polvere.
Il numero di corpi celesti grandi come sassi e sassolini e dunque abbastanza grossi da sopravvivere all'attraversamento dell'atmosfera e da raggiungere il terreno in forma di meteoriti è ancora più limitato: di questi oggetti ne cadrà forse uno all'anno in tutto il mondo. E, nell'ambito di tale categoria, più sarà grande la meteorite, più sarà lungo l'intervallo tra un impatto e l'altro.
In media, un asteroide del diametro di dieci chilometri potrebbe colpire la Terra ogni cento milioni di anni. (I valori medi sono piuttosto ingannevoli, naturalmente, e non sono da prendere proprio alla lettera. Esiste una minima possibilità che due meteoriti della grandezza che abbiamo detto colpiscano la Terra a distanza di un anno l'una dall'altra, e la minima possibilità che la Terra non sia mai stata colpita da simili corpi celesti in tutta la sua esistenza. Le possibilità più concrete sono però che la Terra, una volta eliminata, quattro miliardi di anni fa, la maggior parte della materia che si trovava disordinatamente all'interno della sua orbita, sia stata colpita circa quaranta volte da meteoriti discretamente grandi.)
Immagino che gli astronomi abbiamo avuto buone ragioni per sostenere l'ipotesi di impatti relativamente frequenti fin da quando fu scoperto Eros, e ragioni ancora migliori per sostenerla allorché di decennio in decennio si scoprirono sempre più sfiora-Terra, alcuni dei quali avevano orbite che si avvicinavano in modo inquietante a quella del nostro pianeta.
In concomitanza, alcuni scienziati furono attratti dall'ipotesi che una catastrofe avesse determinato la drammatica scomparsa dei dinosauri. C'erano stati altri episodi di «Grandi scomparse», ma quella che ebbe luogo settanta milioni di anni fa è stata non solo la più recente e quindi la meglio documentata dalle testimonianze fossili, e anche quella che ha coinvolto gli animali più grandi, che siano mai comparsi sul nostro pianeta.
Nel 1973, senza avere a disposizione prove concrete, Harold C. Urey formulò l'ipotesi che fosse stato l'impatto con una meteorite a determinare l'estinzione dei dinosauri.
La maggior parte degli scienziati però non se la sentirono di avallare l'idea della catastrofe. Innanzitutto sospettavano che l'«improvvisa» scomparsa dei dinosauri potesse non essere stata così improvvisa. Gli enormi rettili avrebbero potuto estinguersi nell'arco di qualche centinaio di migliaia di anni: per le testimonianze fossili, probabilmente anche una fine così diluita nel tempo sarebbe risultata brusca. Scartata quest'ipotesi, si pensò che fosse più convincente l'idea di un cambiamento graduale dell'ambiente terrestre: un abbassamento della temperatura, un aumento della salinità negli oceani, un prosciugamento dei mari meno profondi, il sollevarsi di una catena montuosa...
È stato solo quando si è scoperta l'anomala percentuale di iridio che si è cominciato a riconsiderare l'ipotesi della catastrofe.
Ma perché mai quell'impatto avrebbe dovuto determinare l'estinzione dei dinosauri?
In realtà, le cose andarono peggio di così: non si estinsero solo i dinosauri, ma anche altri rettili affascinanti come i plesiosauri, gli ittiosauri, gli pterosauri. Altrettanto successe alle ammoniti invertebrate, e a un'infinità di creature microscopiche.
Come poté succedere?
Proviamo a immaginare un asteroide del diametro di dieci chilometri, che precipiti verso il nostro pianeta. Un mostro del genere avrebbe prodotto un lampo gigantesco e, al momento dell'impatto, un rombo terrificante. Il rumore si sarebbe udito in tutto il mondo.
In una parola, 1,5 trilioni di tonnellate di materia avrebbero colpito la Terra alla velocità di circa 25 chilometri al secondo. L'enorme energia cinetica dell'impatto avrebbero ridotto l'asteroide e le regioni intorno al luogo dell'urto a polvere e vapore, e avrebbe scagliato nella stratosfera una quantità di polvere equivalente a dieci o ventimila volte la massa dell'asteroide stesso.
Tutta questa polvere si sarebbe depositata di nuovo sulla Terra, e quella porzione di essa che un tempo aveva composto l'asteroide avrebbe formato lo strato di sedimento contenente una percentuale insolita di iridio, osmio, palladio, ecc.
La polvere però non si sarebbe depositata subito. Sarebbe occorso tempo. Le esplosioni dei vulcani di Krakatoa e Tombara scagliarono nella stratosfera una nube di polvere che vi rimase un paio d'anni, e in quantità sufficiente a produrre effetti ben visibili. Il vulcano Tambora, che fu quello che scagliò nella stratosfera la quantità più grande di polvere, portò via abbastanza luce del sole da produrre, nel 1816, il famoso «anno senza estate».
Tuttavia il vulcano Tambora scagliò al massimo mezzo trilione di tonnellate di polvere nell'atmosfera, mentre l'asteroide che avrebbe colpito la Terra alla fine del Cretaceo dovrebbe avere scagliato almeno quarantamila volte quella quantità. Se l'esplosione di Tambora produsse un anno senza estate, cosa potrebbe avere prodotto l'impatto dell'asteroide?
Si calcola che la polvere generata da quell'enorme urto avrebbe riempito la stratosfera al punto da impedire semplicemente alla luce del sole di passare.
Dopo che l'impatto avesse avuto luogo, e che l'atmosfera avesse smesso di vibrare per il rumore assordante, e che la Terra stessa avesse smesso di rimbombare per il colpo, e che i vulcani, i terremoti, gli tsunami avessero fatto del loro peggio, sarebbe sopraggiunto qualcosa di ancora più terribile: una strisciante oscurità.
Non so quanto tempo ci sarebbe voluto perché la polvere si diffondesse per tutto il mondo, ma proviamo a immaginare un posto lontano migliaia di chilometri dal luogo dell'impatto, e in cui si fosse trovato un osservatore intelligente.
L'osservatore avrebbe sentito il rumore lontano, e in un primo tempo potrebbe non avere notato conseguenze; ben presto però avrebbe visto il sole diventare rosso, e restare rosso anche allo zenit. Ogni giorno il sole sarebbe diventato sempre più rosso e sempre più freddo. E una mattina, infine, il sole non sarebbe sorto affatto. Si sarebbe visto un cielo nero attenuato appena da un vago chiarore, e si sarebbe andati avanti così per molto tempo.
Si calcola che nel momento di massima densità della coltre di polvere solo 1/5.000.000 della luce del Sole sarebbe potuto passare, sicché la Terra avrebbe avuto una luce diffusa pari solo a un decimo di quella della luna piena. Oltre al sole, anche la luna, i pianeti e le stelle sarebbero stati invisibili nel cielo. E ciò sarebbe continuato, con intensità gradatamente decrescente, per un periodo di tre anni.
Se le cose fossero andate realmente così, in quel lungo inverno buio la vegetazione terrestre sarebbe morta, e con essa sarebbero morti gli animali erbivori, e con essi sarebbero morti anche i carnivori. Fra questi ci sarebbero stati anche i dinosauri, naturalmente, e la loro estinzione sarebbero stata allora veramente repentina come alcuni avevano supposto, perché sarebbe avvenuta nell'arco di tre soli anni.
Naturalmente, l'ipotesi dell'impatto di un asteroide solleva problemi. Spiega facilmente l'estinzione di tre quarti delle specie che esistevano sulla Terra alla fine del Cretaceo; il problema è spiegare come il rimanente quarto riuscì a sopravvivere. Come mai non scomparvero tutte le forme di vita?
Potremmo ipotizzare che spore, semi e radici siano rimasti in letargo durante il lungo inverno, e che poi si siano rianimati quando la coltre di polvere cominciò a diradarsi, il Sole riprese a splendere e il calore s'infiltrò di nuovo sulla superficie della Terra. Il plancton riapparve negli oceani, e macchie verdi tornarono a rallegrare la terra desolata.
A poco a poco, la vegetazione si diffuse sempre di più sul pianeta, finché il mondo tornò ad essere caldo, verde... e popolato solo da sopravvissuti.
Alcuni animali erano riusciti a mantenersi in vita alla meglio cibandosi dei resti delle forme viventi morte, di carcasse congelate, e di semi; anche loro si rianimarono quando il Sole tornò a splendere, e la Terra ancora una volta brulicò di vita animale. I grandi dinosauri non calpestavano più il terreno coi loro passi rimbombanti, e il loro posto fu rimpiazzato dallo scalpiccio nervoso dei piccoli mammiferi e dal frullare d'ali degli uccellini.
Sembra un quadro convincente, ma i paleontologi dovranno spiegare perché certe specie si estinsero e certe sopravvissero, e qualunque spiegazione troveranno, ci sarà certamente qualcuno che dirà: - Allora come mai sopravvisse la specie A, che non poté assolutamente sfruttare il metodo di sopravvivenza che dite voi? - Oppure: - Come mai allora non sopravvisse la specie B?
Alcuni paleontologi sono talmente scoraggiati dalle difficoltà, che ritengono che i risultati che si sono avuti non siano stati prodotti dall'impatto di un asteroide, con conseguente coltre di polvere nella stratosfera. Preferiscono ricorrere all'ipotesi di un cambiamento più lento, più selettivo e meno drammatico. Scegliendo questa strada, però, non solo dovranno spiegare la dinamica delle estinzioni, ma anche lo strato di sedimento con alta percentuale di iridio che si trova in tutto il mondo.
Ma se uno sfiora-Terra avesse colpito effettivamente il nostro pianeta settanta milioni di anni fa con tale violenza da spedire tutta quella polvere nella stratosfera, avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle un ricordino, ovvero un cratere scavato nella crosta terrestre. Tale cratere avrebbe dovuto avere un diametro di 175 chilometri e un'estensione pari a quella dello stato del Rhode Island. Dovrebbe essere visibile ancora oggi, e quindi non possiamo che chiederci dove sia.
Certo, i settanta milioni di anni trascorsi dall'epoca della sua formazione avrebbero permesso al vento, all'acqua, agli agenti atmosferici di eroderlo fino al punto di renderlo quasi invisibile. Quasi, non del tutto.
Dovrebbero essere rimaste strutture circolari visibili dall'aereo: una formazione di rocce, o magari un lago circolare.
Sulla Terra ci sono qui e là formazioni del genere. Il Great Meteor Crater in Arizona è l'esempio più ovvio, ma è troppo piccolo per il nostro caso e si formò solo alcune decine di migliaia di anni fa. Tuttavia, nella zona orientale della provincia di Quebec c'è un lago circolare del diametro di circa settanta chilometri e vecchio forse 210 milioni di anni.
Se il lago circolare della provincia di Quebec è tuttora visibilile, a maggior ragione dovrebbe essere visibile il cratere prodotto dall'asteroide, che sarebbe sei volte più grande di quel lago e vecchio solo un terzo di esso. Dov'è, allora?
Nessun mistero. Ci sono sette probabilità contro tre che l'asteroide abbia colpito l'oceano, e così in effetti dev'essere stato. Il bolide piombò fischiando nell'acqua, poi perforò il fondo del mare scagliando in aria una nube di vapore acqueo misto a polvere e detriti.
Il cratere, allora, dovrebbe trovarsi da qualche parte sul fondo del mare, se gli spostamenti tettonici della crosta terrestre non l'hanno cancellato. Se esplorassimo il fondo marino accuratamente potremmo riuscire ancora a trovarne le tracce. Se lo scoprissimo, sarebbe una prova estremamente convincente a favore dell'ipotesi dell'asteroide, e questo potrebbe fornirci la migliore delle scuse per spedire un batiscafo a esplorare i fondali.
Naturalmente, un impatto in mare avrebbe dato origine a uno tsunami, ovvero un enorme spruzzo d'acqua. Tutte le isole e i continenti del mondo sarebbero stati raggiunti da quell'incredibile rigurgito di oceano, alcuni ovviamente più di altri. Anche un episodio come questo avrebbe contribuito alla distruzione della vita di terra, e occorre tenerne conto quando si ragiona delle estinzioni.
Ma a questo punto vorrei parlare dell'ipotesi formulata da un mio buon amico, l'astronomo Fred Whipple. Fred mi ha mandato in anticipo la copia di una articolo intitolato "Dove cadde l'asteroide del Cretaceo-Terziario?"
Secondo lui, l'asteroide potrebbe avere colpito la Terra vicino al punto di giunzione di due delle masse rocciose che costituiscono la crosta terrestre. Whipple ha calcolato che in un impatto casuale ci sarebbe solo una probabilità su venticinque che l'asteroide atterrasse in un raggio di duecento chilometri da un simile punto di giunzione. Le probabilità dunque sono scarse, ma non remotissime.
Se fosse avvenuto in o vicino a un punto di giunzione, l'impatto avrebbe perforato molto più sensibilmente la crosta, avrebbe determinato un periodo molto più prolungato di attività vulcanica, e un'effusione molto più grande di terra nuova. Questa avrebbe cancellato qualsiasi cratere si fosse formato, ma in compenso avrebbe costituito un fenomeno ben riconoscibile.
Whipple si chiede se ci siano pezzi di terra abbastanza grandi e di formazione relativamente recente che si trovano a cavalcioni di un punto di giunzione, e risponde che esiste una sola terra che soddisfa i requisiti: l'Islanda, situata a cavalcioni del punto di giunzione dell'Eurasia e del Nordamerica.
Whipple sottolinea poi che in Italia, dove avvenne la prima scoperta sulla percentuale anomala di iridio, questa è trenta volte i valori normali, mentre in Danimarca lo è centosessanta volte. Ma la Danimarca è più vicina dell'Italia all'Islanda (pur tenendo conto dei movimenti delle masse rocciose in settanta milioni di anni), e possiamo supporre che alcune porzioni di materiale dell'asteroide scagliato in aria non fossero polverizzate, ma in pezzi grandi a sufficienza da depositarsi più rapidamente; a causa della vicinanza, la Danimarca avrebbe sofferto di un fall-out peggiore di quello dell'Italia. A conferma, diciamo che la Nuova Zelanda, molto più lontana dell'Italia dall'Islanda, ha una percentuale di iridio solo venti volte i valori normali.
Se compiendo le debite analisi si vedrà che la percentuale di iridio diminuisce in ragione alla distanza dall'Islanda, sarà impossibile confutare la teoria di Fred Whipple.
Un'ultima osservazione, questa volta farina del mio sacco. I lettori dei miei articoli scientifici sanno che amo collezionare coincidenze storiche. Trovo quindi interessante che in letteratura si menzioni un inverno durato tre anni, che condusse alla fine di un certo mondo e al costituirsi di un mondo nuovo.
Si tratta del Fimbulwinter (che significa «inverno terribile») di cui si parla nelle leggende norvegesi. Durò tre anni e preluse alla battaglia finale di Ragnarok, in cui si fronteggiarono gli dei e i giganti, e in cui il mondo così come lo si conosceva fu distrutto.
E qual è la fonte da cui sappiamo del Fimbulwinter? Ma come, gli scritti di Snorri Sturluson (1179-1241), naturalmente; ovvero, di un islandese. Dunque il racconto del mitico Fimbulwinter ci viene proprio dal posto dove ebbe luogo l'impatto, e dove quindi fu dato inizio al Fimbulwinter vero.
Qualche nesso, forse? Si tratta magari di memoria razziale? O di tradizione mistica tramandata nei secoli?
No, nessun nesso, non dopo settanta milioni di anni. La spiegazione è molto più semplice.
Considerando il clima della Scandinavia, è logico che gli scrittori scandinavi immaginassero la fine del mondo come un inverno senza fine. In climi più caldi, sarebbe stata immaginata una siccità lunga tre anni.
Quanto all'Islanda, a causa della geografia è stata l'ultimo paese di cultura scandinava a cadere sotto l'influenza del cristianesimo, per cui là le leggende pagane sono sopravvissute più che altrove.
Certo è una curiosa coincidenza.

FINE