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Urania - Asimov d'appendice
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RINTRACCIARE LE TRACCE - Isaac Asimov
Titolo originale: Tracing the traces

Ho terminato l'articolo della volta scorsa definendo due costituenti in tracce (sostanze che in quantità piccolissime sono necessarie alla vita) vitamina A e vitamina B, e spiegando come la vitamina A sia solubile nei grassi e la vitamina B nell'acqua. Poiché tutte le sostanze solubili presenti nel corpo sono solubili o nei grassi o nell'acqua, sarebbe molto semplice se ci fosse una sola vitamina per ciascuna categoria, e basta. È però troppo sperare che le cose siano così facili.
Infatti non lo sono: la vitamina B per esempio previene il beri-beri o lo cura quando la malattia si è già manifestata. Ma non riesce assolutamente a curare o prevenire lo scorbuto. D'altro canto nel succo d'arancia c'è qualcosa che previene o cura lo scorbuto, ma che non aiuta in alcun modo i malati di beri-beri. L'elemento in tracce che si trova nel succo d'arancia fu chiamato "vitamina C" da Drummond, il biochimico che, come ho spiegato nell'articolo precedente, propose di togliere la "e" finale al termine inglese "vitamine".
Benché la vitamina C, come la B, fosse solubile in acqua, le due sostanze dovevano essere in qualche modo diverse, perché prevenivano e curavano diversi tipi di malattie, e l'una non faceva regredire i disturbi che faceva regredire l'altra.
Poi, nel 1922, un gruppo di dietologi della Johns Hopkins University dimostrò che con una dieta adeguata si poteva prevenire o curare il rachitismo, una malattia delle ossa. Certi alimenti dovevano quindi contenere un ulteriore fattore in tracce, che fu denominato "vitamina D". Questa, come la vitamina A, era solubile nei grassi, ma anche la A e la D, come la B e la C, dovevano essere in certo modo differenti, perché curavano differenti malattie.
Era abbastanza frustrante occuparsi di vitamine, perché queste sostanze si potevano considerare "misteriose". Se un certo alimento di cui si sapeva che conteneva una particolare vitamina veniva scomposto, e i suoi componenti erano sottoposti al processo chimico di purificazione, si scopriva che nessuno di essi aveva effetto sulla malattia, per cui nessuno si poteva definire la vitamina stessa, anche se tali componenti messi insieme costituivano, con la massima approssimazione possibile, il cento per cento dell'alimento. Le ipotesi erano due: o la vitamina era qualcosa di immateriale o dio-sa-cosa, oppure era una normale sostanza chimica, ma presente solo in minime tracce.
Com'è noto, se c'è la più piccola possibilità che qualcosa di essenziale alla salute sia "misterioso", si tirano fuori le più disparate sciocchezze per gettare fumo negli occhi alla gente. Dal momento che le vitamine erano chiaramente troppo importanti perché si potesse permettere di parlarne in fumosi termini mistici, vennero esercitate forti pressioni sui biochimici per indurli a identificare le vitamine e a chiarirne la natura chimica. Per indurli, in altre parole, a "rintracciare le tracce".
Ma come si doveva procedere? Supponete di prendere del succo d'arancia e di aggiungervi un certo composto chimico che si attacchi a determinate molecole del succo fino a formare una sostanza insolubile, ma che lasci nel contempo altre molecole intatte e ancora in soluzione. Supponete di separare la sostanza insolubile dalla soluzione e di chiedervi poi: la vitamina C è nella sostanza insolubile o in ciò che resta del succo d'arancia?
Come si fa a trovare la risposta? Il metodo più sicuro è di sottoporre un essere vivente a una dieta priva di vitamina C, in modo da provocare lo scorbuto. Poi, una volta che lo scorbuto si sia manifestato, di aggiungere ad alcuni degli alimenti somministrati la sostanza insolubile e ad altri ciò che resta del succo e di vedere quale delle due categorie di alimenti curerà (se lo curerà) lo scorbuto. Gli alimenti che si dimostreranno efficaci conterranno la vitamina C.
Non è semplice come sembra. Si può provocare lo scorbuto negli essere umani, in particolare nei neonati, ma effettuare esperimenti con i neonati, facendoli ammalare di scorbuto e poi curandoli, non è né pratico né sicuro. Bisogna utilizzare qualche altro organismo vivente e ottenere così le informazioni necessarie.
Purtroppo si scoprì che gli animali sono in genere molto meno soggetti ad ammalarsi di scorbuto degli esseri umani. Regimi alimentari che provocherebbero tale malattiain noi, a loro non fanno niente.
Nel 1919. però, si trovarono due categorie di animali che si prestavano a questo tipo di esperimento. La prima comprendeva vari tipi di scimmie, che, a quanto sembra, nell'albero dell'evoluzione sono abbastanza vicine a noi da reagire come noi all'assenza o alla presenza di vitamina C. Ma c'era un problema: le scimmie sono animali costosi e difficili da trattare.
Per fortuna si trovò una seconda categoria di cavie adatte allo scopo: i porcellini d'India, che si ammalavano di scorbuto ancora più facilmente degli esseri umani. I porcellini d'India, inoltre, costano poco e sono facili da trattare.
Grazie agli "assaggi animali", quindi, si poté stabilire quali cibi contenessero la vitamina C e quali no. Si poté addirittura stabilire quanta vitamina C (in unità arbitrarie) un certo alimento contenesse. Con questo metodo fu inoltre possibile appurare che la vitamina C veniva facilmente distrutta dal calore o dall'ossigeno.
Particolare più importante di tutti, si poterono trattare chimicamente le sostanze contenenti la vitamina C e si riuscì a controllare il contenuto di vitamina C dei vari composti in cui le sostanze in questione venivano divise. Com'era logico, vennero preparati composti con una concentrazione di vitamina C più grande di quella esistente in qualsiasi alimento naturale.
Nel 1929 il biochimico americano Charles Glen King (1896) e i suoi colleghi misero a punto un concentrato solido un grammo del quale conteneva tanta vitamina C quanto due litri di succo di limone (o, per dirla in altro modo, un'oncia di esso conteneva all'incirca tanta vitamina C quanto sessanta quarti di gallone).
Nel frattempo in Inghilterra un biochimico ungherese, Albert Szent-Györgyi (nato nel 1893 e tuttora, alla sua venerabile età, impegnato attivamente nella ricerca), stava indagando sulle "reazioni di ossidoriduzione". Nei tessuti viventi, alcuni composti tendono a cedere un paio di atomi di idrogeno (processo che viene definito di "ossidazione"), mentre altri tendono ad assorbire un paio di atomi di idrogeno (processo che viene definito di "riduzione").
Esistono certi composti che sono in grado di favorire le reazioni di ossidoriduzione perché riescono con facilità sia ad assorbire che a cedere idrogeno. Tali composti, chiamati "portatori di idrogeno", assorbono due atomi di idrogeno dalla molecola A e li cedono alla molecola B. Poi sono pronti ad assorbire altri due atomi di idrogeno e a cedere anche quelli, e così via.
Poiché le reazioni di ossidoriduzione sono vitali per le funzioni degli organismi viventi, è chiaro che i portatori di idrogeno possono essere assai importanti, e vale quindi la pena analizzarli.
Nel 1928, Szent-Györgyi isolò dalle ghiandole surrenali un portatore di idrogeno particolarmente attivo. Dalle reazioni chimiche del composto pareva di capire che fosse connesso con gli zuccheri, ma a un'estremità della molecola aveva un gruppo carbossilico anziché un gruppo alcoolico. Tali molecole connesse con gli zuccheri erano note ai biochimici ed erano definite nell'insieme "acidi uranici". C'è una gamma piuttosto vasta di acidi uranici, però, e tutto quello che in un primo tempo Szent-Györgyi poté dire del suo composto fu che aveva nella molecola sei atomi di carbonio. Perciò lo chiamò "acido esuronico", perché "hex", in greco, significa "sei".
Nel frattempo King, che lavorava intorno al suo concentrato di vitamina C, nel 1931 riuscì finalmente a ricavare da esso una sostanza cristallina allo stato puro la cui attività vitaminica appariva estremamente intensa. Mezzo milligrammo (1/57.000 di oncia) di quei cristalli, aggiunto ogni giorno alla dieta, proteggeva i porcellini d'India dallo scorbuto. Sembrava indubbio che i cristalli fossero la stessa vitamina C. Le "tracce", dunque, erano state "rintracciate", e la vitamina diventò una sostanza chimica ben definita e riconoscibile.
Quando il cristallo analizzato da King venne ulteriormente studiato, risultò chiaro che si trattava dello stesso composto che Szent-Györgyi aveva chiamato acido esuronico. A quanto pare, quindi, Szent-Györgyi fu il primo a isolare la vitamina C e King fu il primo a capire che quella era in effetti la vitamina C. Di conseguenza, si attribuisce a entrambi il merito della scoperta.
Nel 1933 Szent-Györgyi propose di ribattezzare l'acido esuronico "acido ascorbico", ora che si sapeva che era una vitamina. Il nuovo termine viene anch'esso dal greco e significa "niente scorbuto"; e da allora si è sempre usato questo nome, anche se la gente continua a parlare comunemente di "vitamina C".
Appena si riuscirono a isolare considerevoli quantità di acido ascorbico puro, (specie dopo che Szent-Györgyi ebbe scoperto che il pepe di Caienna ne conteneva parecchio e lo ebbe usato come fonte) i chimici elaborarono in fretta la sua esatta struttura chimica, stabilendo accuratamente quale fosse la posizione di ciascuno dei 20 atomi (sei di carbonio, otto di idrogeno e sei di ossigeno) nella molecola.
Ancor prima che fosse definita l'esatta struttura di tale molecola, si trovarono metodi per sintetizzare l'acido ascorbico. L'acido ascorbico sintetico è una vitamina altrettanto efficace del composto naturale. Le due molecole sono identiche. Che a produrre la sostanza sia un chimico o una fabbrica, tutti gli atomi sono al posto giusto, e non c'è modo di distinguere la vitamina sintetica da quella naturale. Ormai, quindi, c'erano i mezzi per produrre acido ascorbico a tonnellate, in caso di necessità.
Che l'acido ascorbico fosse stato isolato, che fosse stato sintetizzato artificialmente e che si fosse definita la sua struttura molecolare servi a cancellare completamente l'alone di "mistero" che circondava le vitamine. Quella dell'acido ascorbico è una molecola come tante altre, fatta di atomi come tanti altri, e soggetta a essere analizzata e manipolata attraverso le normali regole della chimica. Inoltre, il fatto stesso che una vitamina fosse stata ricondotta alle comuni leggi chimiche dava quasi la certezza che anche le altre vitamine potessero essere ricondotte ad esse.
E così è stato. Ormai si è definita la struttura molecolare di tutte le vitamine conosciute.
Naturalmente i biochimici studiavano oltre alla vitamina C anche la B che, sotto certi aspetti, causava meno problemi. Innanzitutto risultò che la B, qualunque fosse la sua natura, aveva una molecola più resistente di quella della vitamina C. La vitamina B era meno sensibile della C all'azione del calore o dell'ossigeno, sicché per isolarla sì potevano usare vari procedimenti chimici senza timore di danneggiarla troppo.
Inoltre la maggior parte degli animali risente molto della mancanza di vitamina B, mentre sono relativamente pochi quelli che risentono della mancanza di vitamina C. Come ho spiegato nell'articolo precedente, fu la malattia dei polli a far capire per la prima volta come si potesse prevenire e curare il beri-beri che affliggeva gli esseri umani. Era quindi più facile ricorrere agli "assaggi animali" nel caso della vitamina B che nel caso della C; inoltre si potevano utilizzare per la ricerca i ratti bianchi, più pratici da trattare dei porcellini d'India.
Già nel 1912 Funk era riuscito a ricavare dal lievito un rozzo miscuglio di cristalli che, somministrato agli animali, risultò avere un'alta concentrazione di attività vitaminica B.
Fu perché Funk individuò la presenza di un gruppo di ammine nel concentrato di vitamina B e perché pensò che tutte le vitamine contenessero tale gruppo, che coniò il termine "vitamina", come ho spiegato la volta scorsa. E fu soprattutto perché nessun gruppo di ammine risultò presente nei concentrati di vitamina C che fu eliminata la "e" finale che il termine aveva in inglese.
Nel 1926 vennero preparati dei concentrati di vitamina B che sembravano allo stato puro. Cominciando ad analizzare piccole frazioni di tali concentrati (con metodi che imponevano di pesare quantità minime, benché mio padre fosse convinto che nessuno si sarebbe mai preso la briga di fare una cosa simile...), gli scienziati arrivarono a una conclusione preliminare: la molecola della vitamina B conteneva carbonio, idrogeno, ossigeno (contenuti in quasi tutte le molecole organiche) e azoto (contenuto in parecchie molecole organiche). Fin lì niente da ridire, ma i biochimici continuarono a sgobbare, sforzandosi di ottenere concentrati di vitamina B sempre più puri, e di isolarli in quantità sempre maggiori.
Nel 1932 un biochimico giapponese, S. Ohdake, che analizzava piccole frazioni di concentrati di vitamina B, annunciò di avere individuato nella molecola degli atomi di zolfo. Non che la cosa fosse troppo strana: atomi di zolfo si trovano, per esempio, in quasi tutte le molecole delle proteine. Tuttavia, dei cinque tipi di atomo che è più probabile trovare nelle molecole dei tessuti viventi (carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto e zolfo), lo zolfo è il meno comune. La scoperta (ben presto confermata da altri esperimenti) fece tanto scalpore, che alla vitamina B fu dato il nome di "tiamina". La "ti" iniziale deriva dal greco "theion", che significa "zolfo".
Infine, nel 1934, il chimico americano Robert Runnels Williams (1886-1965) riuscì, insieme con i suoi colleghi, a perfezionare a tal punto il metodo di purificazione, da ottenere una tiamina completamente pura. Con questo metodo bisognava usare una tonnellata di pula, il tegumento esterno del riso non brillato, per produrre cinque grammi di tiamina.
Si definì allora nei dettagli quale fosse la struttura della vitamina B, e quale posizione avesse esattamente ciascun atomo nella molecola. Per verificare se il modello elaborato fosse davvero corretto, Williams cominciò a lavorare con sostanze più semplici la cui composizione era nota, e poi le mise insieme per gradi attraverso reazioni chimiche che producevano cambiamenti noti. Alla fine ottenne un composto che, se l'analisi fosse stata corretta, avrebbe dovuto essere la molecola di tiamina. E in effetti il composto sintetico risultò essere tale molecola, perché aveva le stesse proprietà chimiche della sostanza naturale e come questa curava e preveniva il beri-beri.
La molecola di tiamina contiene due anelli di atomi collegati da un ponte costituito da un solo atomo. Attaccate a ciascun anello vi sono anche due piccole catene laterali. Ma è sugli anelli che vorrei richiamare l'attenzione.
Gli anelli di atomi sono molto comuni nei composti organici e molto spesso sono formati da cinque o sei atomi. È assai frequente che tutti e cinque o tutti e sei gli atomi dell'anello siano atomi di carbonio, ma a volte uno o due possono essere di azoto, o di ossigeno o di zolfo. Qualsiasi anello che contenga atomi che non sono di carbonio viene definito "eterociclico", perché "fleteros", in greco, significa "altro, diverso".
Entrambi gli anelli della molecola di tiamina sono eterociclici. Uno di essi è costituito da sei atomi, due dei quali sono di azoto. L'altro è costituito da cinque atomi, di cui uno di azoto e un altro di zolfo.
Mentre cercavano di mettere a punto dei concentrati di vitamina B, i biochimici si accorsero che a volte ottenevano dei composti che sembravano importanti per l'alimentazione, e che tuttavia non mostravano alcuna attività antiberiberica.
C'è però un'altra malattia da carenza vitaminica, la pellagra, i cui sintomi più visibili sono la pelle secca e screpolata. Ci si può ammalare di pellagra quando si è sottoposti a una dieta povera e monotona, e la cura consiste nel rendere più varia e ricca la dieta stessa. Che la pellagra fosse causata da un errato regime alimentare fu definitivamente dimostrato nel 1915 da un medico americano di origine austriaca, Joseph Goldberger (1874-1929).
A quell'epoca si sapeva ormai abbastanza sulle vitamine perché gli scienziati cominciassero subito a preparare composti purificati capaci di curare la pellagra. In un primo tempo sembrò che le sostanze che prevenivano il beri-beri prevenissero anche la pellagra, ma i composti analizzati non erano ancora abbastanza puri, per cui non era da escludersi l'eventualità che fosse presente in essi più di una vitamina.
Poi, nel 1926, si scopri che riscaldando i concentrati abbastanza da distruggere l'attività antiberiberica, restava immutato l'effetto anti-pellagra. Pareva quindi che ci fossero due vitamine, una delle quali aveva una molecola più resistente al calore (e dunque probabilmente più semplice) dell'altra.
Nel 1937 un biochimico americano, Conrad Arnold Elvehjem (1901-1962), seguì un metodo di indagine che lo indusse a somministrare una sostanza abbastanza semplice ai cani che soffrivano di "lingua nera", una malattia molto simile alla pellagra umana. Bastò un'unica dose molto piccola perché gli animali si riprendessero rapidamente. Era stata scoperta così la nuova vitamina.
Le sue molecole erano composte da un singolo anello di sei atomi (cinque di carbonio e uno di azoto) cui erano attaccati atomi di idrogeno e un piccolo gruppo carbossilico con un atomo di carbonio. La sostanza era stata isolata da un tessuto vivente per la prima volta nel 1912, senza che naturalmente si sospettasse che si trattava di una vitamina. Già nel 1867, però, era stata sintetizzata in laboratorio da un chimico di nome C. Huber.
Huber cominciò a lavorare intorno alla nicotina, il noto alcaloide che si trova nel tabacco. La molecola della nicotina è composta da due anelli eterociclici, uno di cinque atomi e l'altro di sei. Un atomo di un anello è legato a un atomo dell'altro. Huber trattò la nicotina in modo da spezzare l'anello di cinque atomi, da lasciare solo l'atomo di carbonio che era attaccato all'anello di sei atomi, e da trasformare questo atomo in un gruppo carbossilico. Denominò quindi l'anello di sei atomi, con la sua catena laterale costituita da un gruppo carbossilico, "acido nicotinico", come per far capire quale fosse il composto più complesso da cui l'aveva ottenuto.
Quando un composto organico viene sensibilmente trasformato, non è assolutamente detto che ci sia qualche nesso tra le proprietà del composto originario e il prodotto della trasformazione: spesso questo nesso non esiste affatto. La nicotina è una sostanza tossica, l'acido nicotinico invece è relativamente innocuo, e anzi, in piccole quantità, è essenziale alla vita. Infatti Elvehjem aveva dimostrato che l'acido nicotinico era la vitamina antipellagra.
La classe medica si trovò così di fronte a un piccolo dilemma. Non si poteva pensare che il pubblico profano comprendesse le sottili sfumature della chimica organica. Se si fosse annunciato che l'acido nicotinico era una vitamina, alcune persone avrebbero pensato che doveva esserci nella nicotina qualcosa che faceva bene alla salute e avrebbero cominciato a fumare, o avrebbero fumato ancora di più se già fumavano, convinte di scongiurare così il pericolo di prendere la pellagra.
I medici, quindi, insistettero perché si usasse un termine più corto di "vitamina dell'acido nicotinico". Presero le prime due lettere della terza parola, le prime tre della seconda, e le ultime due della prima, e, voilà, coniarono il termine "niacina", che è quello che si usa adesso comunemente per indicare questa vitamina.
Quando, usando determinati procedimenti chimici, vennero isolati i concentrati contenenti la tiamina e la niacina, si capì che in quei concentrati erano presenti anche piccole quantità di altre sostanze essenziali alla vita. In alcuni casi i dietologi non sapevano di nessuna malattia che fosse causata da una mancanza di tali sostanze, perché queste si trovavano in così tanti alimenti ed erano presenti in quantità così piccole, che praticamente qualsiasi dieta ne conteneva abbastanza da non causare problemi agli esseri umani.
Dietologi e biochimici dovettero sottoporre i ratti e altre cavie a diete speciali purificate contenenti solo le vitamine e i minerali conosciuti e nessun'altra sostanza in tracce; poi, quando gli animali mostravano qualche sintomo anormale, si sforzavano di trovare un alimento che correggesse il sintomo e cercavano all'interno dell'alimento un composto che potesse essere identificato come la vitamina.
Alla fine risultò chiaro che estraendo la vitamina B dal cibo si estraeva un'intera famiglia di composti che erano in qualche modo connessi tra loro: tutti quanti erano solubili in acqua, contenevano anelli eterociclici di questo o quel tipo, e, in minuscole quantità, erano essenziali alla vita.
Possiamo definire la famiglia "complesso vitaminico B". Prima che fosse determinata la natura delle molecole, le vitamine erano denominate B1, B2 eccetera, fino alla B14.
Molte di esse si rivelarono dei "falsi allarmi", ma la vitamina B, è naturalmente la tiamina. La B2 è meglio nota adesso con il nome di "riboflavina", la B6 è la "piridossina", e la B12 è la "cobalamina". Non hanno un loro numero nella serie né la niacina. né altre sostanze del complesso come la biotina, l'acido folico e l'acido pantotenico. Anzi, l'unica vitamina del complesso per designare la quale si usa di più la lettera B con relativo numero del nome vero e proprio è la B12, forse perché il termine chimico è troppo complesso e forse perché fu l'ultimo a essere coniato.
Non tutte le vitamine appartengono al complesso B, naturalmente. La C non vi appartiene, anche se è solubile nell'acqua, perché ha una struttura molto diversa da quella dei membri del complesso. La vitamina C non ha nella sua molecola atomi di azoto, diversamente da tutte le sostanze del complesso B.
Inoltre, qualunque vitamina che sia solubile nei grassi per questo stesso fatto non fa parte del complesso B. Tra l'altro anche le vitamine solubili nei grassi sono prive di atomi di azoto. Oltre alla A e alla D, tra quelle solubili nei grassi ci sono la E e la K.
(Che cosa è successo alle lettere tra la E e la K? Be', la vitamina F era un "falso allarme", la G risultò essere alla fine la riboflavina e la H la biotina, sicché tutte e due appartenevano al complesso B. Quanto alla K, per essa non si seguì l'ordine alfabetico perché aveva a che fare con il meccanismo di coagulazione del sangue, e in tedesco "coagulazione" si dice "Koagulation". Poiché gli scopritori della vitamina erano tedeschi, sembrò naturale chiamarla "K".)
Adesso che si conosce la struttura delle varie vitamine e che esse in un modo o nell'altro si possono sintetizzare, il pericolo di una carenza vitaminica è assai diminuito in tutti i paesi che hanno a disposizione le vitamine sintetiche. Siamo liberi di seguire la dieta che ci piace: basterà che aggiungiamo a essa, con cautela, alcune pillole vitaminiche, e non dovremo mai temere di prendere lo scorbuto, il beri-beri, la pellagra e così via.
Certo, ci sono persone che credono nella "terapia megavitaminica" ("mega" è una parola greca che significa "molto grande"). Queste persone fanno il seguente ragionamento: è vero, pensano, che piccoli dosi di questa o quella vitamina sono sufficienti a prevenire malattie dai sintomi visibili, ma tali malattie sono assai gravi. Non potrebbero occorrere maggiori quantità di vitamine per mantenere perfettamente in funzione l'organismo, scongiurando l'insorgere di piccoli disturbi che, anche se non "visibili a occhio nudo", potrebbero insidiare la salute con il passare degli anni? Alcuni sono convinti che, per quanto una persona abbastanza sana abbia bisogno di prendere solo dosi piccole di vitamine, esistano disturbi che in genere non vengono messi in relazione con esse, ma per i quali magari la cura ideale sarebbe proprio una maggiore assunzione di determinate vitamine.
La "terapia megavitaminica" più nota è quella che invita a consumare dosi massicce di vitamina C, e tra i suoi sostenitori c'è il famoso chimico americano Linus Pauling (1901). Si pensa che la vitamina C serva a prevenire le malattie da raffreddamento e anche a far regredire il cancro.
Queste teorie mi lasciano piuttosto scettico. Sembra che l'organismo non sia in grado di immagazzinare le vitamine solubili nell'acqua, per cui qualsiasi dose che superi i bisogni immediati viene espulsa attraverso i reni. Mi pare che non abbia molto senso ingoiare un sacco di pillole solo per arricchire l'urina.
Per le vitamine solubili nei grassi il discorso è diverso. Le reazioni nel grasso non sono rapide come nell'acqua, sicché le vitamine solubili nei grassi non si possono espellere così facilmente e così in fretta. Esse vengono immagazzinate dall'organismo e tendono ad accumularsi. Se l'accumulo oltrepassa un certo punto, i risultati possono essere dannosi, e la vitamina A e la vitamina B avranno, prese in forti dosi, effetti tossici.
Nei pesci e negli animali che si cibano di pesce l'accumulo di vitamina A e di vitamina B. può superare di parecchio il limite di sicurezza di cui dispongono altri animali. Proprio per questo, prima che fossero disponibili le vitamine in pillole, certi bambini si riducevano il fegato a mal partito prendendo regolarmente dosi di olio di fegato di merluzzo.
E secondo certi racconti da brivido la cui attendibilità non è molto sicura, il fegato degli orsi polari accumulerebbe quantità così ingenti di vitamina A, che gli esploratori dell'Artico che ogni tanto lo mangiavano sarebbero poi morti per gli effetti tossici della vitamina.

FINE