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Urania - L'autore in appendice
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URSULA KROEBER LE GUIN - Riccardo Valla

Scrittrice di fantasy, di fantascienza sociologica e antropologica di romanzi d'utopia, saggista; perbenista, rivoluzionaria, sessantottina, suffragista, femminista; extraparlamentare, marxista, anarchica, aristocratica; cattolica, taoista; Ursula K. Le Guin è davvero molte cose per molte persone, a partire da quel fatidico 1970 in cui ha ricevuto i due principali premi della fantascienza, l'Hugo e il Nebula, per il romanzo "La mano sinistra delle tenebre".
A quell'epoca, la Le Guin aveva già pubblicato alcuni romanzi e numerosi racconti: il suo primo racconto era stato pubblicato nel 1962 sulla rivista Fantastic ed erano del 1966 i suoi due primi romanzi "Il mondo di Rocannon" e "Il pianeta dell'esilio". Rispetto alla media degli autori di fantascienza, Ursula Le Guin aveva cominciato relativamente tardi a pubblicare i suoi racconti: a trentatré anni, essendo nata nel 1929. Di solito, l'apprendistato degli scrittori di fantascienza inizia verso i diciotto o vent'anni, con qualche racconto sulle riviste, a cui, dopo qualche anno, fanno seguito i primi romanzi. La Le Guin ha cominciato con una quindicina di anni di ritardo, e questo l'ha portata a scrivere dei racconti che erano molto più vicini al racconto breve americano "mainstream" che non al racconto di fantascienza di quegli anni. I primi racconti della Le Guin assomigliano a quelli in cui Bradbury cerca di ricatturare sensazioni di emozioni intraviste per un attimo: è un'abilità che nel giro di alcuni anni porterà la Le Guin a quel suo stile particolare, capace di descrivere un intero ambiente, un'intera categoria di persone attraverso un'unica immagine significativa.
I primi romanzi appartengono a un genere di fantascienza che sembra caratteristico delle scrittrici e che è stato praticato dalla Norton e dalla Bradley per tutti gli anni Sessanta, cosicché, a quell'epoca, la Le Guin sembrava una imitatrice della Norton: il genere d'intreccio in cui un terrestre arriva su un pianeta arretrato e considera barbari i suoi abitanti. Poi gli si guasta l'astronave, gli si scaricano le pile della radio, perde la pistola ed è costretto a mendicare aiuto dai nativi. Stando con loro si accorge che non solo non sono barbari, ma che la loro vita è molto migliore di quella dei terrestri. Si tratta di un'antica e rispettata tradizione della letteratura in lingua inglese del secolo scorso, basata sul mito del buon selvaggio e della corruzione portata dalla civiltà, e probabilmente la Le Guin è più debitrice a una vasta serie di autori che vanno da Fenimore Cooper a Jack London sul fronte americano, da Stevenson a Conrad su quello inglese, e deve meno ad Andre Norton, ma a quell'epoca non lo si sapeva. La vera portata dell'interesse della Le Guin per i popoli primitivi si poté apprezzare soltanto dopo il 1970, quando si venne a sapere che era figlia di un antropologo famoso, Alfred Kroeber, e di una scrittrice, Theodora Kroeber, autrice della biografia dell'ultimo indiano selvaggio dell'America: Ishi, morto nel 1916.
Con "La città delle illusioni", apparsa nel 1967, si chiude il ciclo costituito dai primi tre romanzi della Le Guin: il ciclo dei Shing, una razza simile agli uomini che distrugge la grande comunità stellare di cui fa parte la Terra del futuro. Nel "Mondo di Rocannon", si sa che da qualche parte dell'universo esiste una razza ostile, e si teme che possa usare armi psicologiche per vincere; nel "Pianeta dell'esilio", collocato qualche migliaio di anni dopo "Il mondo di Rocannon", la comunità stellare si è dissolta, e l'unica colonia terrestre superstite, sul pianeta Werel, si unisce alla razza che abita il pianeta per ricostruire la civiltà. Nella "Città delle illusioni", la civiltà tecnologica è ritornata sul pianeta Werel, e i suoi abitanti inviano un'astronave verso la Terra. I Singh, che abitano la Terra e la cui arma psicologica è quella della menzogna mentale - mentire telepaticamente senza tradirsi - verranno sconfitti dal protagonista.
Già in questi romanzi si trova il tipico protagonista maschile di Ursula Le Guin: una persona in cui convivono due nature, una riflessiva e una portata all'azione. Un personaggio indeciso, capace di agire con forza al momento giusto, anche andando contro i suoi principi morali, ma portato per sua natura a essere conciliante. È un personaggio che ha una certa tradizione alle sue spalle, soprattutto americana e cinematografica: ad esempio il Sergente York. Progressivamente però questo personaggio tende a diventare sempre più dubbioso e sempre meno capace di decidere: nei successivi romanzi, la Le Guin tende progressivamente ad abolire le parti d'azione e a ridurle tutte a una singola azione iniziale, di cui poi il protagonista cercherà di cancellare le conseguenze. "Il mago di Earthsea" (1968) è il primo di questi: il protagonista compie una magia superiore alla sua portata e mette in libertà una creatura negativa; poi per tutto il resto del romanzo dovrà rimediare all'errore. Il romanzo si svolge in un mondo di maghi e di draghi, simile a quello immaginato da Tolkien, ma, subito dopo, la Le Guin si affretta a lasciare i mondi della Fantasy per ritornare all'universo dei Shing e delle colonie terrestri, delle varie razze simili ma non identiche, e comincia anche a tracciare una sua storia della galassia: un affresco di ampio respiro. Ricostruendola dagli accenni contenuti in vari romanzi, si sa che all'origine c'erano gli Hain, una razza che ora conta un milione di anni; di tanto in tanto, nel corso delle migliaia di secoli, gli Hain sono stati presi dal desiderio di viaggiare nello spazio. Non hanno mai avuto astronavi più veloci della luce, e perciò le loro colonie si sono prima o poi staccate dalla madrepatria e gli abitanti si sono adattati ai nuovi pianeti, fino al punto di diventare androgini come sul pianeta Gethen, o pelosi come i cetiani, o pigmei come gli indigeni del mondo della foresta dell'omonimo romanzo del 1972.
Oltre all'idea degli Hain, entra in questo periodo nella narrativa della Le Guin un interesse per i temi sociali e politici, soprattutto per le teorie anarchiche e non autoritarie, e per le polemiche del femminismo di quegli anni: l'idea che il controllo del potere debba venire dal basso, che il potere corrompa, che l'autorità tenda a sacrificare i diritti dell'individuo per quelli della massa, ma che non sappia quali siano questi ultimi, che la donna rappresenti la stabilità mentre l'uomo è sempre pronto a perdersi dietro i castelli in aria. Sono i temi che compaiono nei suoi due principali romanzi: "La mano sinistra delle tenebre" (1969) e "I reietti dell'altro pianeta" (1974). Dopo il 1974, che conclude il periodo di maggior produzione della Le Guin - dieci romanzi in otto anni - occorrerà aspettare fino al 1985 perché ricompaia un nuovo romanzo dell'autrice.
"La mano sinistra delle tenebre" si svolge su un pianeta gelido e abitato da una razza sessualmente neutra: solo durante un breve periodo che si presenta a cicli irregolari gli abitanti sono fertili, e in questo intervallo possono essere indifferentemente maschio o femmina a seconda del predominio ormonale. Il protagonista terrestre, un etnologo, è costretto a cambiare idea sui rapporti tra i due sessi e a riflettere sui propri concetti di maschile e femminile a mano a mano che conosce gli abitanti. "I reietti dell'altro pianeta" si svolge sui pianeti della stella Tau Ceti: uno povero e anarchico, l'altro ricco e capitalista. Un famoso fisico del pianeta povero è osteggiato da gelosie di colleghi e accoglie l'invito a recarsi a insegnare sul pianeta ricco. Alla fine, però, ritornerà nel suo mondo, anche se forse laggiù verrà condannato come traditore.
L'immagine che domina "I reietti" è quella del muro: il muro che divide tra loro gli abitanti dei due pianeti. Fino all'uscita del suo nuovo romanzo, si tendeva a considerare questi temi della Le Guin come una sorta di "yin e yang", il simbolo orientale del tutto: un cerchio diviso in due zone uguali, una bianca e l'altra nera. Nel taoismo cinese, questo simbolo indica che la somma dei due opposti dà il tutto, e la stessa Le Guin ha citato testi cinesi in un romanzo del 1971, "La falce dei cieli", e nella "Città delle illusioni". Inoltre il taoismo insegna il principio del "non agire", ossia del non opporsi a quella che è la tendenza generale delle cose che ci circondano. Da questa concezione nasceva quindi il modo di descrivere i due sessi caratteristico della Le Guin: da una parte la passività femminile, dall'altra parte la violenza maschile.
In realtà, l'aspetto più importante non è quello della totalità, ma quello del legame tra gli opposti: lo si vede ora nell'ultimo romanzo di Ursula Le Guin, Sempre la Valle. Mentre prima si pensava che l'insegnamento fondamentale della Le Guin fosse: "Ciascun sesso ha bisogno dell'altro, perché il suo modo di vedere è incompleto; l'uomo ha bisogno della praticità della donna, la donna dell'immaginazione e dell'entusiasmo dell'uomo", ora il discorso dell'autrice sembra essere di questo tipo: "Gli opposti sono opposti, non si toccano tra loro; ciò che sta in mezzo non può appartenere a nessuno dei due". La Le Guin aveva già in mente questo concetto fin dal 1974: Shevek, lo scienziato dei "Reietti dell'altro pianeta", cerca di unire con la sua persona i due pianeti fratelli e ostili, ma riesce soltanto ad attirarsi l'ostilità di entrambi. In "Sempre la Valle", l'immagine principale è quella dell'heyiya-if, le due spirali avvolte insieme senza toccarsi.
"Sempre la Valle" riunisce tutti gli spunti comparsi nei romanzi della Le Guin gli anni scorsi: l'interesse per le culture che vivono senza danneggiare l'ambiente naturale, il rapporto tra culture aggressive e culture non autoritarie, il rapporto tra sogno e realtà. Per operare questa sintesi l'autrice ricorre alla fantascienza, ma a un tipo di fantascienza diverso dal solito: fantascienza in forma di saggio; di ricerca, come si usa dire, "sul campo".
"Sempre la Valle" si presenta come uno studio di un etnologo del futuro: la Le Guin stessa. Raccoglie con il minimo di commenti tutte le testimonianze che lo studioso raccoglie in questi casi. E come accade a volte agli etnologi, ad esempio a Castaneda e al suo Don Juan, le prevenzioni dello studioso si scontrano con la libertà di pensiero della popolazione esaminata.
Il romanzo presenta i molti aspetti culturali di una popolazione che vivrà nella parte settentrionale della California, tra cinquantamila anni. L'Era industriale si è chiusa per motivi difficili da ricostruire: esaurimento delle risorse, guerra nucleare o batteriologica. Inoltre, gran parte della California è stata sommersa a causa degli spostamenti delle zolle su cui poggiano i continenti (la Le Guin è riuscita a farlo, dopo che ci hanno provato invano sia i nemici di Superman sia quelli di James Bond). L'alba dell'anno 50.000 si alza su un mondo impoverito e scarsamente popolato: vaste zone sono coperte di veleni chimici, e la natalità è ridotta. La gente cerca di vivere secondo i ritmi naturali, raccogliendo i prodotti spontanei del bosco, coltivando, allevando.
La Le Guin raccoglie le loro poesie, i loro drammi teatrali, i loro romanzi, si documenta sulle loro pratiche mediche, sulla loro religione, sulle loro leggende, ce ne insegna la lingua. Raccoglie alcune biografie e, in una musicassetta allegata, perfino le musiche di questo popolo non aggressivo del futuro, i Kesh. Gran parte del libro è dedicata alla storia di un personaggio singolare: una donna che per alcuni anni è vissuta tra una popolazione delle zone adiacenti: il popolo dei Condor, che ha cercato di conquistare militarmente tutta quella zona del nord-ovest americano, e che ora vorrebbe ricostruire le armi dell'Era industriale. Ma presto questo tentativo si spegne perché il costo è troppo alto, in un mondo in cui l'energia elettrica viene usata con parsimonia ed è prodotta soprattutto da pannelli solari, i treni corrono su rotaie di legno e la gente viaggia a piedi. L'uomo si accosta alla tecnologia solo quando ne ha bisogno, e lascia che la scienza, la ricerca, la tecnica siano affidati alle Centrali: un'antichissima rete di computer che continua da millenni a raccogliere e archiviare notizie, ha un terminale in ogni villaggio, e da tempo immemorabile si ripara da sola.
"Sempre la Valle" è, più che un romanzo utopistico, una utopia nel senso originario del termine: un rapporto su una popolazione testé scoperta dall'autore, raccontato - come è tradizione dell'utopia - da un testimone diretto. Ma è anche fantascienza perché gran parte del suo fascino nasce dalla descrizione di una popolazione diversa da noi, così come accadeva nei romanzi precedenti della Le Guin: diversa, ma abbastanza simile da illuminarci su molte cose che diamo per scontate. È un romanzo che può anche essere usato come livre de chevet di cui leggere qualche buon passo prima d'addormentarsi. Piacerà molto a quanti amano la natura e si sentono oppressi dalla vita convulsa delle metropoli, e sono tanti. Forse potrà diventare il manuale di qualche futura comune agricola, di qualche comunità Kesh: la Le Guin stessa ha già raccolto intorno a sé un gruppo di aspiranti Kesh. Ma soprattutto, "Sempre la Valle" è una sorta di pagamento di un debito di famiglia.
Il padre della Le Guin, l'antropologo Kroeber, era tra coloro che studiarono Ishi, l'ultimo indiano selvaggio d'America, che morì dopo pochi anni a causa del contatto con un ambiente che non era il suo. Ishi è il primo esempio di un tipo di personaggio che troviamo spesso nella narrativa della Le Guin: un uomo che, per fare da perno tra due mondi, viene distrutto. La morte di Ishi è descritta nel libro più famoso della madre di Ursula Le Guin; adesso è Ursula a immaginare un mondo vicino a quello di Ishi, un mondo dove gli abitanti camminano, come dice lei, con i piedi leggeri, senza disturbare la terra dove passano. Esattamente come facevano i primi abitanti della California, così, nella visione della Le Guin, faranno gli ultimi.

FINE