Science Fiction Project - Free Culture
Urania - Asimov d'appendice
* * Back * *

IL TEMPO SI È SPOSTATO - Isaac Asimov
Titolo originale: Time is moving

È duro essere vincolati dal tempo, ma io gestisco questo vincolo abbastanza bene. Quand'ero piccolo dovevo correre al piano terra con i giornali da consegnare al negozio di generi vari di mio padre, e dovevo consegnarli in tempo, perché i clienti potessero acquistarli prima di andare al lavoro.
Poi dovevo essere a scuola in tempo, se no mi avrebbero segnato tra i ritardatari, e dopo un po' la cosa sarebbe stata riferita ai miei genitori. Mia madre, che era europea e quindi aveva la precisa convinzione che il crimine andasse punito, mi avrebbe sicuramente picchiato, e non con mano leggera.
Naturalmente i programmi radio cominciavano al minuto spaccato, e nessuno voleva perderli.
Così fu una magnifica giornata per me quella in cui mi venne regalato il primo orologio da polso, che mi permetteva di controllare il tempo. Adesso bastava un'occhiata al polso sinistro per vedere che ora era, sicché non sarei stato mai più in ritardo. O almeno, se lo fossi stato, avrei saputo prima che sarei stato in ritardo (e, alla fine, che ero in ritardo).
Ormai è passato tanto, tanto tempo dall'epoca in cui mi fu regalato quel primo orologio, e da allora non sono mai stato senza. Non intendo dire che c'è sempre un orologio vicino a me, ma che ne ho sempre uno al polso. Quasi sempre. Me lo tolgo con riluttanza quando faccio la doccia, e di nuovo quando vado a dormire (nel qual caso ho sempre sul comodino una sveglia con il quadrante luminoso, per cui in qualunque momento, so subito che ora è).
Durante la giornata credo che non passino nemmeno cinque minuti senza che io dia un'occhiatina al polso, all'unico scopo di sapere l'ora. Magari non ho affatto bisogno di saperla, ma non importa: sento la necessità di guardare il quadrante.
Ricordo che quand'ero giovane questo vizio mi metteva in situazioni imbarazzanti. Magari ero lì che accarezzavo la testa a una bella ragazza o le davo un affettuoso pizzicotto su una guancia (o chissà cos'altro: è difficile rammentare particolari tanto lontani nel tempo), ed ecco che mi coglieva l'insano desiderio di sapere l'ora. Mi rendevo perfettamente conto che se avessi guardato l'orologio la giovane donna avrebbe tratto un'unica conclusione: mi annoiavo ed ero ansioso di liberarmi di lei. Questo l'avrebbe fatta infuriare, e forse il nostro rapporto sarebbe finito. Inoltre sapevo benissimo che anche se avessi guardato l'orologio di sfuggita, o tentato abilmente di mascherare l'operazione ("Cosa c'è, mi sono graffiato il polso?"), lei avrebbe capito.
A volte adottavo il vile espediente di cercare di cambiare subito all'inizio le regole del gioco. - Senti, tesoro - dicevo. - Ho questo tic nervoso per cui mi guardo il polso ogni cinque minuti. Non significa nulla.
- Davvero? - rispondeva lei. - Be', metti l'orologio su quel cassettone e volta il quadrante dall'altra parte.
Vi assicuro che questo mi toglieva tutto il divertimento, o quasi.
Ma parliamo del tempo.

Nei bei tempi antichi, prima che tutti avessero orologi così precisi da dire l'ora e i minuti, anche se non i secondi, la gente riusciva ugualmente a cavarsela. Di solito c'era un orologio (non molto preciso) sul campanile della chiesa, il punto più alto della città, perché tutti potessero vederlo. Le ore venivano scandite dai rintocchi delle campane della chiesa, in modo che la gente sapesse che ora era anche quando le capitava di guardare nella direzione sbagliata o quando qualcosa toglieva la visuale. Ecco perché in inglese esiste la parola clock, "orologio": clock deriva dal francese cloche, "campana".
Così, quando Falstaff, nella prima parte dell'Enrico IV di Shakespeare, dà a intendere di avere ucciso il coraggioso Hotspur nella battaglia di Shrewsbury, dice: «Abbiamo combattuto per una lunga ora segnata dall'orologio di Shrewsbury».
La gente che viveva nelle zone rurali non poteva regolarsi nemmeno con l'orologio del paese, quindi usava gli orologi del cielo. Perciò in precedenza, nello stesso dramma, un vetturale irritato perché è notte tarda dice: "E ch'io sia impiccato se non sono le quattro del mattino. Il carro dell'Orsa maggiore è sopra il camino nuovo, eppure il nostro cavallo non è ancora caricato".
Le stelle viaggiano regolarmente nel cielo, e dalla loro posizione e dal periodo dell'anno persone come il vetturale appena menzionato possono capire approssimativamente che ora sia.
Se indichiamo il punto direttamente sopra di noi, indichiamo il punto più alto del cielo rispetto a noi, ossia lo "zenit" (dall'arabo samt, che significa "direzione"). Se tracciamo una linea immaginaria che vada da nord a sud attraversando lo zenit, dividiamo il cielo in due metà uguali: nella prima un corpo celeste sorge e nell'altra tramonta. Questa linea nord-sud che passa per lo zenit è chiamata "meridiano", dal latino meridies, "mezzogiorno".
Il motivo per cui si è scelto questo termine è che, viaggiando da est a ovest, dal punto in cui si leva a quello in cui tramonta, un corpo celeste attraversa il meridiano a metà del suo cammino, sicché il sole, per esempio, lo attraversa a mezzogiorno. I corpi celesti non passano necessariamente per lo zenit quando attraversano il meridiano. In genere passano a nord o a sud di esso. Il sole e la luna, visti dalla zona temperata settentrionale, passano sempre a sud di esso. Tuttavia un corpo celeste che attraversa il meridiano da qualsiasi parte, lo fa a metà del suo viaggio nel cielo.
Se prendessimo nota del momento in cui una stella attraversa il meridiano in una particolare notte, e del momento in cui lo riattraversa la notte seguente, quella successiva e così via, e se utilizzassimo un buon orologio, scopriremmo che gli intervalli sono quasi esattamente uguali. Non è strano, dato che il moto delle stelle nel cielo è in realtà il riflesso della rotazione della terra intorno al suo asse, e che la rotazione procede a un ritmo costante.
Ma perché, a questo proposito, dovremmo prenderci la briga di misurare il lasso di tempo che intercorre tra i passaggi di un corpo celeste attraverso il meridiano, considerato che quest'ultimo è una linea immaginaria che viene tracciata con qualche difficoltà? Perché non calcolare il tempo che passa tra il momento in cui una stella sorge un dato giorno, e il momento in cui sorge il giorno successivo, o tra il momento in cui tramonta un dato giorno e quello in cui tramonta il giorno successivo?
Innanzitutto, l'orizzonte sulla Terra è tutt'altro che piano e regolare, per cui osservare alba e tramonto non è semplice. Perfino al mare, dove l'orizzonte è uniforme, di solito c'è foschia, e anche se questa non ci fosse l'assorbimento atmosferico e la rifrazione della luce renderebbero incerti i risultati. La cosa più facile e più sicura è osservare i corpi celesti quando sono alti nel cielo, ed è quindi più facile e sicuro studiarli quando attraversano il meridiano.
L'intervallo di tempo che passa tra il momento in cui una stella attraversa il meridiano una data sera e il momento in cui lo attraversa la sera successiva è il "giorno siderale" ("siderale" viene dalla parola latina sidus cioè "costellazione" o "stella"). In esso si ha una rotazione completa della Terra rispetto alle stelle, ossia all'universo.
Il giorno siderale è interessante per gli astronomi, ma non per i profani. La gente comune di notte dorme, e anche se è sveglia le interessano poco la posizione e i movimenti delle stelle.
La gente però durante il giorno è sveglia, e allora non può non notare la posizione e i movimenti del sole. Da questi dipendono le attività più disparate, per cui l'attimo in cui il sole attraversa il meridiano è importante per tutti.
Naturalmente non si può osservare a lungo il sole nel cielo senza diventar ciechi, ma nessuno è costretto a farlo. Il sole produce ombre che si possono studiare con comodità, e queste ombre sono una chiave perfetta per capire i movimenti della nostra stella.
Supponiamo di conficcare in terra un'asta. All'alba l'asta proietterà verso ovest un'ombra lunga. A mano a mano che il sole salirà nel cielo, l'ombra si accorcerà sempre di più e (se ci si trova nella zona temperata settentrionale) si sposterà verso nord. Quando l'ombra sarà arrivata al nord sarà relativamente corta, poi comincerà ad allungarsi sempre di più verso est, fino al tramonto.
Supponiamo di fare due solchi in terra nel punto dove si trova l'ombra all'alba e al tramonto, e di bisecare l'angolo che formano le due ombre, dividendolo in due. Non è difficile. Si scoprirà allora che la linea che funge da bisettrice va esattamente da nord a sud. Quando l'ombra cade su tale linea, il sole attraversa il meridiano ed è esattamente mezzogiorno.
Questa asta è chiamata "gnomone", dalla parola greca gnome, che significa "conoscenza". Lo gnomone permette infatti di conoscere l'ora del giorno.

Gli antichi presero l'abitudine di porre lo gnomone in una vaschetta sorretta da un piedistallo. Lo strumento era collocato a una corretta angolatura verso nord, sicché l'ombra cadeva sull'orlo della vaschetta e girava lungo tale orlo da ovest a est. Il tratto che separava l'ombra dell'alba da quella del tramonto era diviso in dodici parti, che rappresentavano dodici periodi uguali della giornata. Nacque così la meridiana.
Perché dodici parti? Si trattava di un'usanza inaugurata dai sumeri forse nel 3.000 a. C. I sumeri non avevano ancora inventato un buon metodo per calcolare le frazioni, per cui preferivano utilizzare i numeri che avevano meno probabilità di lasciare un resto quando venivano divisi in parti più piccole. Dodici si può dividere esattamente per 2, 3, 4 e 6, e quindi tornava comodo. Ciascuno spicchio fu chiamato "ora" (dal greco hora, che significa "stagione").
In origine l'alba rappresentava il punto zero, nella misurazione delle ore, sicché la "prima ora" era il primo dodicesimo di luce solare, la "seconda ora" il secondo dodicesimo, e così via. Perciò, quando la bibbia parla della "undicesima ora", non intende riferirsi né alle undici del mattino, né alle undici del pomeriggio, ma all'ultimo dodicesimo di luce diurna, ossia all'ultima ora di luce diurna prima della "dodicesima ora", che era il tramonto.
Il termine inglese noon (mezzogiorno) deriva dal termine latino nona, ossia la "nona ora", che iniziava quando la luce diurna era a tre quarti del cammino; quando, in altre parole, si era a metà pomeriggio. Forse a quell'ora si mangiava, e dopo che il pasto principale fu spostato a mezzogiorno, il collegamento con il cibo divenne più forte del collegamento con il nove, sicché noon diventò il mezzogiorno, o la "sesta ora". Per questo nel mondo anglo-sassone parliamo adesso di forenoon (mattina, lett. "prima del noon) e di afternoon (pomeriggio, lett. "dopo il noon"), mentre se volessimo parlare latino diremmo ante meridiem (a.m.) e post meridiem (p.m.).
Naturalmente così come fu diviso in dodici ore il giorno, fu divisa in dodici ore anche la notte.
Come sappiamo tutti, per metà dell'anno i giorni sono più lunghi e le notti più brevi, mentre nell'altra metà i giorni sono più brevi e le notti più lunghe. Questo è vero dappertutto tranne che all'equatore, e più ci si allontana dall'equatore nell'una o nell'altra direzione, più forti sono i cambiamenti.
Nei posti dove si usa la meridiana per segnare il tempo, le singole ore sono più lunghe di giorno e più corte di notte o viceversa, secondo il periodo dell'anno.
Per misurare il tempo, però, non si usava solo la meridiana, in quanto questa aveva alcuni difetti. Non funzionava nei giorni nuvolosi, e benché ciò non importasse in Egitto, dove il cielo era quasi sempre sereno e dove forse questo strumento fu inventato, rappresentava un inconveniente in regioni dal clima meno felice. Inoltre le meridiane la notte non funzionavano, nemmeno in Egitto.
Così la gente cercò altri modi per calcolare il tempo. Prese in considerazione processi che si svolgevano a un ritmo lento ma decisamente costante e tentò di sincronizzarli con la meridiana.
Si fabbricavano per esempio candele di altezza e spessore determinati e le si lasciavano bruciare. Poi, su una seconda candela che veniva tenuta spenta, si segnava l'altezza cui arrivava la candela accesa dopo un'ora, due ore e così via. Candele simili venivano tutte marcate in questa maniera, sicché da allora, grazie ai ceri accesi, si poté sapere l'ora di notte. Analogamente si calcola il tempo facendo filtrare la sabbia o l'acqua da piccoli fori.
Se questi congegni portatili dovessero misurare ore che diventano più lunghe o più corte secondo le stagioni, sarebbero assurdamente complicati. Perciò, allo scopo di rendere le cose più semplici, si stabilì per convenzione che le ore fossero di lunghezza costante di giorno, di notte e per tutto il corso dell'anno, e che ogni ora equivalesse a 1/24 di giorno. Tale convenzione è continuata fino al presente.

C'è il problema di quando inizi il giorno. Sembra perfettamente naturale farlo iniziare all'alba, oppure al tramonto.
II popoli dell'Asia sudoccidentale, compresi gli ebrei, cominciavano la loro giornata al tramonto, e questa consuetudine è proseguita nel calendario religioso ebraico fino all'epoca attuale. Così, il sabbath ebraico (che di solito si ritiene cada di sabato) in realtà inizia al tramonto del venerdì.
È rimasta traccia di questa concezione perfino nella vita cristiana. Si pensi alla vigilia di Ognissanti, alla vigilia di Natale e alla vigilia dell'anno nuovo. In origine queste non erano già le sere precedenti la festa, bensì la prima parte della festa stessa, che iniziava al tramonto del giorno prima.
Per gli astronomi, invece, le diseguaglianze fra alba e alba, e fra tramonto e tramonto, erano irritanti. Il momento dell'alba o del tramonto variava con la natura dell'orizzonte. Il sole, quando si leva, impiega un po' più di tempo per salire al di sopra di una collina, e quando cala scompare un po' prima dietro la collina. Poi nubi e foschia spesso nascondono l'orizzonte nell'attimo cruciale. Inoltre, a mano a mano che i giorni si accorciano, ogni mattina l'alba sorge leggermente più tardi e il tramonto cade leggermente prima, mentre quando i giorni si allungano succede il contrario. In altre parole l'intervallo fra alba e alba, fra tramonto e tramonto, è più lungo in certi periodi che in altri.
Il momento esatto del passaggio del sole a mezzogiorno è assai più facile da misurare di quello dell'alba o del tramonto. Inoltre l'intervallo tra una passaggio e l'altro è costante per tutto l'anno, perché quando i giorni si accorciano o allungano, si accorciano o allungano alle estremità, lasciando inalterato il punto medio.
Perciò l'intervallo di tempo che definisce il "giorno solare" (una rotazione completa della Terra rispetto al sole) è calcolato al meglio da mezzogiorno a mezzogiorno o da mezzanotte a mezzanotte. La scelta cadde sulla mezzanotte per comodità: così infatti il giorno cambiava quando tutti dormivano (o avrebbero dovuto dormire) e non nel bel mezzo delle attività quotidiane, cosa che avrebbe reso più complicate dal punto di vista burocratico le trattative d'affari.
Era logico allora contare le ore dall'1 al 24, il che in effetti succede in determinate condizioni e in alcuni luoghi. Tuttavia l'antica abitudine di dividere il giorno in due periodi di dodici ore ciascuno è troppo salda per essere eliminata del tutto. Di solito quindi facciamo riferimento al periodo che va dall'una antimeridiana alle dodici, e a quello che va dall'una pomeridiana a mezzanotte.
In questo modo non contiamo più dodici ore di luce e dodici di buio: in entrambi i periodi le dodici ore sono in parte diurne e in parte notturne. Inoltre, il "mezzogiorno", che in origine indicava la nona ora di luce diurna, e poi la sesta, adesso indica la dodicesima. Possiamo ben dire che il tempo si è spostato.

Fino alla metà del diciassettesimo secolo non c'erano orologi capaci di misurare le frazioni di ora. Tuttavia si instaurò la consuetudine di dividere ogni ora in sessanta minuti e ogni minuto in sessanta secondi. Anche questa pratica iniziò con i sumeri, che applicarono lo stesso sistema all'arco, dividendone ciascun grado in sessanta minuti d'arco e ciascun minuto in sessanta secondi. Il numero sessanta fu scelto, come il dodici, per comodità, in quanto si poteva dividere esattamente per molti numeri: 2, 3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20 e 30.
Il giorno solare è, per definizione, di 24 ore, ossia di 24 ore, zero minuti e zero secondi. Il giorno siderale, che ho menzionato in precedenza nel corso dell'articolo, non è altrettanto lungo, e dura in realtà 23 ore, 56 minuti e 4 secondi. La differenza tra il primo e il secondo è di 3 minuti e 56 secondi.
Perché mai il giorno siderale è, stranamente, più corto del giorno solare di 3 minuti e 56 secondi? Quando la Terra porta a termine uno dei suoi giri, lo porta a termine sia che si prenda come punto di riferimento le stelle, sia che si prenda come punto di riferimento il sole, o no?
La risposta è no. C'è una differenza.
La Terra, infatti, non ruota solo intorno al proprio asse, ma anche intorno al sole.
Quando il nostro pianeta compie il suo viaggio intorno al sole, le stelle non ne sono influenzate in misura tangibile. Sono talmente lontane, che l'orbita della Terra intorno al sole per esse equivale a un punto, pur avendo l'enorme diametro di 300 mila chilometri. Si potrebbe quindi dire che la Terra ruoti, sì, intorno al proprio asse, ma che sia fissa rispetto alle stelle.
Il sole però è molto più vicino a noi delle stelle, per cui sembra che cambi posizione rispetto a esse quando il nostro pianeta gli gira intorno.
In un momento dato noi vediamo il sole in una certa parte del cielo, circondato da determinate stelle. (Ovviamente le stelle che si trovano nelle sue immediate vicinanze di solito non si possono vedere, ma ci risultano visibili, subito prima dell'alba, quelle a ovest di esso, e subito dopo il tramonto quelle a est; e se conosciamo bene il cielo, sapremo quali sono le stelle che si trovano in posizione intermedia nelle immediate vicinanze del sole).
Sei mesi dopo ci troviamo dalla parte opposta del sole, e quindi lo vediamo sullo sfondo di stelle situate nel lato opposto del cielo. Dopo sei mesi ancora, torniamo nella posizione iniziale e il sole è di nuovo dov'era prima. In altre parole, il sole compie un giro apparente del cielo in un anno, o 365,2422 giorni solari.
Ciò significa che quando la Terra ha completato una rotazione intorno al proprio asse rispetto alle stelle, il sole si è spostato un po' a est sullo sfondo delle stelle, e per raggiungerlo la Terra deve continuare a girare per 3 minuti e 56 secondi. Ogni giorno il nostro pianeta deve fare questa piccola percentuale di giri in più per raggiungere il sole, e dopo un anno intero, ha compiuto una completa rotazione in più intorno al proprio asse per mantenere il passo con un sole che ha fatto un giro completo del cielo.
Perciò, anche se un anno è composto da 365,2422 giorni solari, i suoi giorni siderali sono 366,2422. La differenza di tre minuti e 56 secondi tra giorno solare e giorno siderale è 1/366,2422 di anno.
Il giorno siderale è il vero periodo di rotazione della Terra rispetto all'universo in genere, ma non ha senso insistere su questo particolare con chi non sia un astronomo. La popolazione della Terra è legata al sole, e per noi ciò che conta è il momento in cui il sole (non Sirio, il centro della galassia o qualche lontana quasar) attraversa il meridiano. È logico quindi che se chiedete a qualcuno quanto tempo impiega la Terra a girare intorno al proprio asse, risponderà 24 ore. Se vi incamponite a dire che impiega 23 ore, 56 minuti e 4 secondi, molto probabilmente il vostro interlocutore vi picchierà in testa con un mattone.

Eppure, nonostante tutto ciò che ho detto, l'intervallo da un mezzogiorno all'altro non è esattamente di 24 ore. Di solito è leggermente inferiore o leggermente superiore a tale periodo. E i motivi sono due.
In primo luogo la Terra non si muove intorno al sole disegnando un cerchio perfetto. Se così fosse, andrebbe sempre alla stessa velocità, il che non è. L'orbita è leggermente ellittica, sicché per sei mesi la Terra è un po' più vicina al sole della media e gira intorno a esso a una velocità leggermente superiore alla media. Durante gli altri sei mesi, è un po' più lontana dal sole della media e gira intorno a esso a una velocità un tantino inferiore alla media.
Stando sulla superficie della Terra, noi vediamo questo moto terrestre riflesso nell'apparente moto verso est del sole rispetto alle stelle. Per sei mesi all'anno tale moto apparente è più veloce della media. Ciò significa che quando la rotazione della Terra porta il sole da est a ovest nel cielo, il moto aggiuntivo verso est della nostra stella, provocato dalla velocità più alta, la induce ad attraversare il meridiano un po' dopo il momento in cui lo avrebbe attraversato se la Terra avesse un'orbita circolare.
Poi il sole comincia a rallentare il suo moto apparente, e la velocità guadagnata diminuisce fino a diventare una perdita. La perdita quindi diminuisce e ridiventa un guadagno. Si può elaborare un grafico dei passaggi quotidiani del sole per il meridiano. Ci sono un lieve aumento e una lieve diminuzione temporanei, ma alla fine dell'anno le cose sono esattamente dove dovrebbero essere. Male che vada, la differenza è solo una questione di pochi minuti.
Un'altra fonte di irregolarità è data dal fatto che l'asse della Terra è inclinato di 23,5 gradi rispetto al piano della sua rivoluzione intorno al sole. Agli equinozi (20 marzo e 23 settembre) il moto apparente del sole nel cielo taglia obliquamente l'equatore ed è più lento da ovest a est. Ai solstizi (21 giugno e 21 dicembre) il sole è lontano dall'equatore, si muove parallelamente a esso e sembra spostarsi più rapidamente. Nel periodo tra gli equinozi e i solstizi il moto apparente rallenta o aumenta. Ancora una volta nel corso dell'anno si registrano un lieve aumento e una lieve diminuzione, che però si stabilizzano verso la fine dell'anno.
Se si sommano questi due effetti, si ottiene quella che viene definita "equazione del tempo".
Ciascuno dei singoli effetti è simmetrico, nel senso che il massimo aumento e la massima diminuzione sono della medesima entità e si verificano a sei mesi di distanza. I due effetti, però, non sono uguali tra loro quanto a dimensione e non avvengono nello stesso periodo dell'anno. L'equazione del tempo, che è la somma di essi, è quindi asimmetrica. Presenta nel corso dell'anno due aumenti e due diminuzioni, e queste variazioni sono di entità diversa.
Se cominciamo dall'inizio dell'anno, vediamo che il sole attraversa il meridiano un po' in ritardo. Questo ritardo aumenta e raggiunge il picco il 12 febbraio, quando supera di poco i 14 minuti. Il sole si rifa poi del terreno perduto e il 14 aprile è puntuale. Quindi guadagna tempo e il 20 maggio è in anticipo di 8 minuti. Il 20 giugno è di nuovo puntuale, poi segna di nuovo il passo, sicché il 4 agosto è in ritardo di 6 minuti. Il 29 agosto è di nuovo puntuale, ricomincia a guadagnare tempo, finché il 3 novembre è in anticipo di poco più di 16 minuti. Quindi rallenta, il 20 dicembre è di nuovo puntuale, poi rimane indietro e ricomincia daccapo il processo con l'anno nuovo.
Questa irregolarità del moto solare, che consiste al massimo in un quarto d'ora di anticipo o ritardo, non influisce sulle persone comuni, ma sarebbe una grossa spina nel fianco per i fabbricanti di orologi, se questi cercassero di mettere a punto un orologio che rispecchiasse esattamente il moto reale del sole nel corso dell'anno.
Nel fabbricare gli orologi, invece, si finge che il sole attraversi il meridiano ogni giorno alla stessa ora, come accadrebbe se l'orbita della Terra fosse circolare e il suo asse non fosse inclinato. Questo si chiama "sole medio", dal latino medium, che significa "che sta nel mezzo".
C'è, quindi, il "tempo solare", quello segnato dalla meridiana, e il "tempo solare medio" nel quale l'intervallo da mezzogiorno a mezzogiorno è sempre esattamente di 24 ore, qualunque cosa dica la meridiana.
Si può stabilire la posizione del sole reale a est e a ovest del sole medio: a est quando è veloce e a ovest quando è lento. Si può anche stabilire la posizione del sole reale a nord e a sud dell'equatore (una posizione che varia nel corso dell'anno per via dell'inclinazione dell'asse).
Il risultato è un asimmetrico "otto", con l'occhiello meridionale più lungo e più ampio di quello settentrionale (il che rispecchia l'asimmetria dell'equazione del tempo).
Questo asimmetrico otto è chiamato "analemma", da una parola latina che significa "meridiana", visto che si ottiene in parte confrontando il mezzogiorno della meridiana con il mezzogiorno dell'orologio. Sui grandi mappamondi l'analemma si trova nel mezzo dell'oceano Pacifico, forse perché la regione è deserta e sembra aver bisogno di un ornamento. Certo non vedo che utilità possa avere, anche se ho dovuto studiarlo attentamente quando mi sono messo a scrivere l'articolo.

Altri due argomenti prima di chiudere. Non possiamo usare il tempo solare medio senza modificarlo ulteriormente.
Supponiamo che ciascuna comunità stabilisca che è mezzogiorno quando il sole medio attraversa il meridiano di qualche punto centrale della comunità stessa. Quello sarà il "tempo medio locale". Per le ferrovie, tuttavia, era impossibile preparare gli orari quando ogni comunità aveva il suo tempo locale. Perciò nacque il concetto di "ora media", in base al quale a determinati spicchi di superficie terrestre veniva assegnata la stessa ora indipendentemente dall'esatto tempo medio locale.
Un'ultima considerazione. Succede che, con l'allungarsi dei giorni, la gente spreca dormendo parecchie ore di luce del sole, la mattina, e poi sta alzata dopo il tramonto e consuma energia per l'illuminazione. Se per sei mesi, in corrispondenza dell'estate, si alzasse prima e andasse a letto prima, parte di quell'energia verrebbe risparmiata.
Vi immaginate il governo americano che ordina a tutti di svegliarsi e andare a letto un'ora prima solo per risparmiare preziosa energia? Il popolo americano, con il suo orgoglioso spirito di indipendenza e il suo individualismo, insorgerebbe in massa e denuncerebbe i burocrati di Washington che hanno osato dirgli di alzarsi la mattina.
Così il governo ha inventato "l'ora legale", ossia mette l'orologio un'ora avanti. Quando in estate diciamo che sono le sette antimeridiane, sono in realtà le sei. L'orologio mente e tutti sanno che mente. Eppure...
Gli americani non accetterebbero mai di essere schiavi del governo, ma hanno una patetica predisposizione a farsi schiavizzare dall'orologio. Un governo serio e bene intenzionato che imponesse loro di alzarsi alle sei invece che alle sette verrebbe accolto con una pernacchia, però quando un orologio che mente impone loro di alzarsi alle sei invece che alle sette, obbediscono subito come bravi bambini.
Lascio a voi trarre la morale della favola.

FINE