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Urania - Asimov d'appendice
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DESTINAZIONE CERVELLO - Isaac Asimov

Da circa un mese è stato distribuito nelle librerie il nuovo romanzo di Isaac Asimov Destinazione cervello, la nuova versione, tutta asimoviana, di Viaggio allucinante. Sulla genesi di questo nuovo romanzo, e sulle illazioni lette qua e là su una probabile versione cinematografica della sua ultima fatica, abbiamo sentito direttamente l'interessato. Eccovi, in breve, il succo della nostra conversazione.

Domanda: Potrebbe raccontarci in breve com'è nata l'idea del primo Viaggio allucinante?
Risposta: Nel 1966 a Hollywood stavano girando il film diretto da Fleischer. La Bantam, che aveva acquistato i diritti di pubblicazione della novelization del film, mi chiese di scriverla per loro per un compenso di cinquemila dollari. Esitai, cercai di rifiutare, perché un lavoro del genere è fatto solo per accompagnarsi al film e in genere scompare quando la pellicola lascia gli schermi. La Bantam mi blandì e mi blandì, e io posi la condizione che venisse pubblicato in edizione rilegata. Ci fu un po' di tira-e-molla su questa mia impuntatura, ma alla fine la spuntai. Fecero l'edizione rilegata, che vendono ancora oggi. Poi fecero anche l'edizione in brossura, che continuano a vendere. Che io sappia, è la prima novelization di un film pubblicata in edizione rilegata che ancora si venda dopo l'uscita del film dal circuito distributivo. In più, lavorai così velocemente, e Hollywood così lentamente, che il libro uscì sei mesi prima del film, e furono in molti a credere che quest'ultimo fosse stato tratto dal mio libro, e non viceversa. E la Bantam era felice perché le vendite erano state superiori a tutte le loro aspettative.

D: Quindi, grande contentezza su tutta la linea.
R: Neanche un po'. Non era un prodotto che avevo pensato io, e questo non mi rendeva felice. E poi, qualche anno fa, qualcuno ha acquistato i diritti sul titolo del film, solo su quello, per cui qualcun altro poteva essere chiamato a scrivere un Viaggio allucinante II, con gli stessi concetti ma non con gli stessi personaggi o situazioni. La gente del cinema mi propose di scrivere il testo e mi sottoposero un soggetto preparato dagli stessi autori del primo film. Ma ora c'erano due sottomarini in un corpo umano, uno sovietico e uno americano, dopo di che scoppiava una specie di Terza guerra mondiale. Lasciai perdere. Non volevo scrivere un libro basato sulle idee di qualcun altro, né scrivere un libro che parlasse di guerra e di violenza. E poi, non volevo scrivere per nessun altro che non fosse Doubleday.

D: Come ha risolto la situazione?
R: Ne abbiamo discusso un bel po' e stavo per cedere (con mia grande vergogna) di fronte alla somma enorme che mi offrivano, ma poi sono andato avanti a scrivere il libro che mi aveva commissionato Doubleday (si trattava di I robot e l'Impero, N.d.R.). E quando hanno accennato a un'eventuale azione legale, ho messo in batteria i miei cannoni e tutto s'è sgonfiato.

D: E poi, cosa successe?
R: Quelli del cinema chiamarono un altro scrittore e gli chiesero di scrivergli il libro: ma il prodotto che ottennero non era di loro completo gradimento. Me lo fecero leggere, e per me funzionava benissimo, perché era in linea col soggetto proposto. Consigliai loro di usarlo, ma rifiutarono. Volevano un Asimov oppure niente.

D: E a questo punto lei pose le sue condizioni, vero?
R: Certo. Non volevo essere legato né al loro soggetto né a quanto era stato scritto da altri. E poi volevo che il libro venisse pubblicato da Doubleday. E che l'altro autore venisse debitamente compensato. E che fosse lasciato libero di vendere la sua versione perché venisse pubblicata. E con mia grande sorpresa, accettarono tutto. Allora feci il contratto con Doubleday che a sua volta lo girò a quelli del cinema. Così, per qualsiasi cosa che a quelli del cinema non fosse piaciuta, se la sarebbero presa con Doubleday e non con me.

D: Come nacque la sua versione della storia?
R: Mi trovai un poco handicappato dalle mie stesse premesse. Non potevo usare i due sottomarini né il suspense che portava alla guerra nel flusso sanguigno né tutte le scene create con maestria dall'altro autore. Dovevo scrivere qualcosa di completamente diverso: e così feci. C'è un solo sottomarino (sovietico) con un equipaggio di quattro sovietici e un americano. C'è l'antagonismo fra loro ma è tenuto a un livello molto sottile, dialettico, non siamo allo scontro aperto. E il finale è, a mio modo di vedere, assolutamente favoloso. Alla Doubleday lo lodarono senza riserve. Mi ha fatto piacere anche se non mi ha sorpreso. A loro piace sempre quello che scrivo. Quello che mi ha sorpreso è che è piaciuto anche a quelli del cinema. Ma non credo che ne faranno un film. Ci vogliono troppi soldi per tutti quegli effetti speciali.

D: Recentemente è stato prodotto un film su un'idea simile, Innerspace (in italiano, Salto nel buio). L'ha visto? Ha qualcosa a che fare con la sceneggiatura che ha visionato?
R: No, non l'ho visto. Ho letto che ha a che fare con gente miniaturizzata che si muove all'interno di un corpo umano, e non ha nulla a che fare, da quel che ne so, col soggetto che avevo letto. È comunque una delle tante cose che hanno convinto quelli del cinema a soprassedere alla realizzazione cinematografica del mio romanzo. Comunque, io sono un uomo di libri, e solo coi libri mi trovo bene. Quest'ultimo sembra vendere bene, è già stato acquistato in diversi Paesi, e in Inghilterra è uscito persino prima che negli Stati Uniti. Le vendite vanno talmente bene che Bantam ha deciso di ristampare Viaggio allucinante. Attendo con ansia di sapere come andranno le cose lì da voi, anche se sono convinto che il pubblico italiano riserverà al mio nuovo romanzo la stessa calda accoglienza che ha decretato agli altri.

FINE