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Urania - L'autore in appendice
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CLIFFORD DONALD SIMAK - Giuseppe Caimmi

Il numero di giugno di Locus, la rivista americana che è una fonte insostituibile di notizie per chi voglia documentarsi e tenersi aggiornato sulla realtà iridescente della fantascienza d'Oltreoceano, presentava una insolita veste editoriale: due copertine patinate a colori sovrapposte l'una all'altra, informavano i lettori della scomparsa di due figure carismatiche della fantascienza moderna, adorate da schiere di fans: Robert A. Heinlein, deceduto l'8 maggio, e Clifford D. Simak, che lo ha preceduto il 25 aprile.
Il 1988 si preannuncia così come uno dei più neri per gli appassionati, con la perdita di due indiscussi protagonisti di quell'epoca che è stata definita giustamente "d'oro", in quanto ha cresciuto una generazione di scrittori che oggi sono considerati ormai dei classici, ma sempre vivi.
In realtà, i più giovani autori americani che stanno imponendosi negli USA (David Brin, Orson S. Card, G. Benford, G. Bear e altri) propongono romanzi che, pur essendo inevitabilmente più moderni e maturi nella scrittura e nel rappresentare le situazioni, tuttavia non segnano nella sostanza una rottura brusca con i famosi precursori, i quali, invece, restano sempre la fonte primaria della loro ispirazione: i grandi motivi della tradizione fantascientifica, come la Space opera, il contatto con l'alieno, l'esplorazione planetaria, vengono riconosciuti e accettati ancora oggi come prezioso patrimonio di idee, come se gli scrittori degli eroici anni Trenta e Quaranta avessero già capito e detto tutto sull'uomo nello spazio, ben più di quanto cercassero di dire la SF sociologica degli anni Cinquanta o la New Wave inglese del decennio successivo.
Clifford Donald Simak apparteneva quindi alla mitica epoca dei pulps, le riviste popolari americane che riempivano le edicole con le loro ammiccanti copertine dai colori sgargianti (se pensate alle copertine della prima serie di Urania potete farvene un'idea abbastanza fedele), dalla caratteristica carta ruvida e scadente, a grana grossa, che furono il trampolino ideale di lancio di molti popolari scrittori di fantascienza.
E fu proprio sulle pagine della leggendaria Amazing Stories di Hugo Gernsback che Simak (nato nel 1904 nella fattoria del nonno a Milville, Wisconsin) cominciò a leggere fantascienza nel 1927, e fu sulla stessa rivista che comparve il suo primo racconto, "Il mondo del Sole rosso", nel 1931: già in quei primi anni cominciava a delinearsi quello stile personale e quella suggestiva visione dei rapporti umani che lo avrebbero reso celebre.
È certo che gli anni spensierati dell'infanzia, trascorsi nelle immense foreste e nei pascoli sconfinati del natio Wisconsin (che abbiamo potuto ammirare in molte sequenze di Incontri ravvicinati del terzo tipo), a contatto con una natura intatta e lussureggiante, hanno influito a formare la sua indole mite, paziente, il suo amore per tutto ciò che è legato alla campagna e, per contro, la sua diffidenza verso tutto ciò che potrebbe minacciare questa serena realtà.
In tal senso non sarebbe improprio avvicinare Simak a quel grande filone della letteratura americana che trae le sue radici dalle suggestioni della frontiera, dalle figure del trapper e del farmer, sulle quali si è formato il mito americano; sia pure rivestita di una patina scientifica, buona parte della produzione simakiana coglie il suo significato nel solco tracciato dalle opere country di un Thoreau o di un Whitman, e culminato con l'esplosione della letteratura beat e dei romanzi on the road alla Kerouac. Il suo profondo amore per la terra, il suo ottimismo fatto di buoni sentimenti "tradizionali", tutto ciò contribuisce a delineare una personalità a tutto tondo, genuinamente "americana", che fa della fedeltà ai valori dell'amicizia, dell'amore e della tolleranza, il vessillo della propria visione della vita.
A ben vedere, quello di Simak non appare come un ottimismo superficiale e lezioso, né l'ambientazione rurale finisce in lui per diventare un giardino arcadico: al contrario tutte le grandi storie del ciclo di City ruotano attorno a una amara riflessione sul futuro dell'umanità: i tristi racconti che il robot Jenkins fa ai cani sono la più agghiacciante testimonianza di quella crisi dei principi morali e civili a cui Simak conferisce il compito di conservare gli uomini buoni ed altruisti: perduti quelli, è perduto tutto.
Per tali motivi, questo meraviglioso creatore di fiabe tecnologiche appartiene a buon diritto alla schiera numerosa di quegli scrittori che hanno dato, nelle loro opere, una decisa predominanza all'interesse per l'uomo, prima che al fatto tecnico, rappresentandone le emozioni, i pensieri, le pulsioni intime, perché l'uomo resta sempre se stesso, con il suo groviglio di sensazioni anche se solca gli spazi interstellari su astronavi galattiche. Di questa fantascienza "umanistica" Clifford Simak è stato il grande bardo dalla voce suadente e dallo sguardo mite, che amava la vita in tutti i suoi aspetti, in un abbraccio cosmico che comprendeva tutte le creature, anche quelle meccaniche create dall'uomo: un sogno di fratellanza universale ben lontano da certe fumose utopie destinate a durare lo spazio di un mattino. Il fascino della visione simakiana sta nell'essere stato un mistico senza rinnegare il sapere scientifico, di cui è stato peraltro incisivo divulgatore, per ben 36 anni, sulle colonne del Minneapolis Star: sbaglierebbe dunque chi lo giudicasse un ingenuo sognatore, un avulso dalla storia e dalla vita. Quando si discute di sentimenti buoni, quando si dà una testimonianza di tolleranza e si va al cuore dell'animo umano, non si sfugge dalla realtà ma si va alle sue radici.
Alla stregua di altri formidabili "scienziati dell'anima" come Ray Bradbury, Edgar Pangborn, Theodore Sturgeon e (perché no?) Philip K. Dick, Cliff Simak ha dato alla fantascienza un cuore pulsante e vibrante, facendo della speranza non un mito irraggiungibile, ma un progetto di cui oggi sentiamo sempre più la necessità. E la sua stessa presenza come uomo prima che come scrittore, di cui tutti ricordano l'amabilità, il calore ed il candore, la disponibilità verso tutti, ne sono la chiara testimonianza: "Cliff Simak era gentile e dolce come il nonno ideale che tutti voi avete sempre desiderato. Giornalista per tutta la sua vita, comprendeva la scienza meglio dei cosiddetti giornalisti scientifici di oggi, aveva una visione ottimistica del lato buono degli uomini, e sapeva come tirar fuori il meglio dalla gente attorno a lui" (Ben Bova).
Ci piace quindi ricordarlo, oltre che come figura chiave della fantascienza contemporanea amata da schiere di appassionati, anche come una dolce persona piena di calore umano e di comprensione verso gli altri: per questo, come ha scritto di lui Poul Anderson, "chiunque lo abbia conosciuto non può non averlo amato".

FINE