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Urania - Racconti d'appendice
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NOTTURNO 2000 - Luis Piazzano

Prigioniero della Vasca Fisiologica del Reparto Trapianti, Ebner sogna Devna, la donna che ha sempre amato. Ma lei...

"La fiamma cresce, la canicola infuria. La sabbia brilla nella mia visione come mica e quarzo. Mi abbarbaglia, mi dà la vertigine e il terrore, come il deserto libico quando quella mattina cavalcavo solo verso le tombe di Sakkarah". E ancora. "Non ho confini nella notte, ma quelli della mia anima".
Ebner Stricher chiese all'assistente di chiudere la registrazione del "Notturno" di D'Annunzio, letterato, poeta e soldato italiano del secolo scorso.
Il silenzio invase la piccola sala ove, attraverso le pareti di cristallo, penetrava ora la luce del giorno ora lo sfolgorio lontano delle stelle stampate nell'Universo, ma tutto questo Ebner non poteva vederlo, i suoi occhi erano stati tolti dal loro letto di carne e nelle occhiaie vuote aveva due tamponi imbevuti di liquido oleoso.
- Vuole bere?
L'assistente, quasi una bimba ancora, si chinò sull'uomo sfiorandogli il volto con le labbra. - No, grazie.
Ebner assaporò il profumo della fanciulla, un misto di aria pura, di sole, di giardino fiorito, di libertà.
Un'immagine gli sorrise dal fondo del cranio, gli ondeggiò dinanzi per un attimo poi scomparve al di là del buio.
- Devna! Devna!
- Ha chiamato, signore? L'assistente si avvicinò di nuovo chinandosi su di lui
- No, no...

Tornava di nuovo l'immagine. Devna era molto bella, la ricordava così, nella vecchia casa di campagna lontano dai tentacoli della città. Si erano anche sposati in campagna. Baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, e la vita insieme, ogni giorno, ogni notte e poi i bambini. E tutto era così lontano adesso, spettri privi di contorno. L'Università, la laurea, il lavoro al Centro Agricolo, la carriera, i sogni di gloria. Devna! Ancora. Ricordava la disperazione di Devna quando erano venuti per condurlo via al Centro, le lacrime, gli addii, lo strazio. Morirò con te, giorno per giorno, gli aveva detto baciandolo convulsamente sulle labbra, sul viso. Tutto un castello costruito faticosamente ed a prezzo di enormi sacrifici era d'un tratto crollato con l'Estrazione Pubblica allorché la Banca Anatomica di Stato aveva reclamato il suo corpo in forza della Legge 38 Bis per il Programma Trapianti. Una ricca pensione, con decorrenza immediata, era quanto restava di lui alla famiglia. E Devna trascorreva le giornate coi bambini vicino, incollati alla finestra a guardar fuori il mutar del tempo e delle stagioni.
Ebner si trovava a disposizione del Reparto Trapianti della Clinica di Stato da più di un anno. Gli erano stati già asportati tutti e quattro gli arti e da poco più di una settimana ambedue gli occhi.
Il grande complesso clinico che ospitava la Banca operava su di un centinaio circa di "estratti" per volta. La vita di costoro per il resto della popolazione urbana, e così in ogni altra città, in ogni paese.
Le pareti di cristallo della Sala 743 riflettevano i raggi del sole trasformandoli in una leggera sarabanda di coriandoli luminescenti, turbinio di polvere impalpabile e brillante, baluginar dei colori dell'iride attraverso il prisma dei pilastri oltre la parete esterna.
Ebner giaceva entro la vasca fisiologica. Un groviglio di tubi flessibili, cavi elettrici e guaine lo percorrevano in ogni senso quale preda indifesa catturata entro la tela di un mostruoso e gigantesco ragno.
Pochi mesi prima gli avevano asportato i reni e il polmone destro. Ora poteva anche morire, pensò, ma l'ospedale doveva tenerlo in vita poiché il trapianto poteva solo riuscire da vivente a vivente onde evitare la degenerazione del tessuto cellulare. Imprecò tra sé bestemmiando la Legge 38 Bis, il Governo, gli Dei del passato e del presente, la natura e il destino.
Dopo alcuni giorni gli prelevarono la lingua inclusa l'epiglottide e l'intero apparato uditivo destro, dal padiglione esterno al labirinto. Segno che a qualcuno era andata storta e gli servivano i pezzi di ricambio. Con tutto il cuore! Crepa!

I rumori adesso giungevano da un solo Iato, falsati, deformati nell'impatto acustico e mal se ne riconosceva l'origine. Suoni raschiami, sibili, boati e fruscii, sinfonia di un sabba emergente da sotto terra.
Tuttavia Ebner avvertiva il pulsare ancora vitale dentro di sé della corrente sanguigna, avvertiva il ritmo del cuore spingere, attraverso le valvole in un alternarsi di sistole e diastole, il sangue lungo le arterie, lungo i canali di plastica all'esterno, entro i contenitori di vetro, lungo altri canali, ampolle, fino a tornargli dentro, caldo, vivo, ricco di principi alimentari e terapeutici.
Polmone artificiale, rene artificiale, tutto artificiale intorno a lui. Perché non riusciva a piangere?
Immaginava i contorni della sala, gli oggetti, le suppellettili inutili.
Dov'era Devna? All'altro coniuge, nel caso l'"estratto" fosse stato sposato, non era permesso visitare il paziente; solo al termine di tutti i prelievi possibili poteva ritirarne, ove lo avesse desiderato, il cervello per conservarlo.
Ebner riandò con la mente a quando, da ragazzo, correva su e giù per i campi della Fattoria Provinciale. Le messi maturate al sole di luglio, il colore del cielo e l'amore delle giovanette del Centro. Accidenti! Ma Devna, dov'era Devna adesso? E i bambini? Sono bravi a scuola? Mi raccomando Devna, non perderli di vista. Devna, fagli da madre e da padre. Avrebbe voluto respirare l'aria pura là in riva all'oceano, dove i marosi si frangono in una danza selvaggia contro la scogliera erosa da millenni di assalti, dove i gabbiani turbinano gridando in cerca di preda, dove lui e Devna facevano all'amore... ecco, tornava Devna nel suo delirio, tornava come l'alitare di una brezza all'alba, soave, fresca e così lontana.
La Vasca Fisiologica si era trasformata in semisfera. Quanto tempo era trascorso dall'ultimo prelievo? Tolto il pancreas, il tubo digerente, la cellula epatica, l'altro apparato uditivo, la mandibola inferiore e parte della scatola cranica, i due parietali e l'occipitale per intenderci, Ebner era ormai diventato una "cosa" non più definibile in termini umani.
Ebner ebbe l'impressione allora di riuscire a dilatarsi. Il pensiero era ancora presente nel suo cervello e quasi riusciva ad emergerne fuori, a librarsi nell'aria, percependo nell'ambito della sala forme e contorni, suoni, voci, immagini sfocate e leggiadre. Ciò che restava di Ebner era contenuto in un cilindro di vetro. Il cervello, immerso entro un liquido fisiologico, era costellato di aghi e microflessibili, un apparato elettrochimico complesso e delicato ne assicurava la vascolarizzazione tramite due sistemi arteriosi artificiali, uno per le circonvoluzioni, l'altro per i nuclei centrali; era altresì garantita una corrente venosa ed una linfatica.

Voci e immagini, ancora.
Devna entrò nella sala preceduta da un giovane medico. La donna, ancora giovane e bella, era accompagnata da un uomo, alto, di bell'aspetto che le teneva una mano stretta tra le sue.
- È questo - disse l'assistente alla donna indicando il cilindro di vetro posato sul bancone.
Devna guardò il "coso" entro il cilindro, gli parve che pulsasse, che respirasse, che le volesse parlare.
- Che schifo! - Volse il capo dalla parte opposta e si gettò tra le braccia dell'uomo che l'aveva accompagnata.
- Mi fa ribrezzo, non lo voglio! Portami via di qua, Freddy! Torniamo a casa!
L'uomo le carezzò i capelli e le depose un bacio leggero sulle labbra.
Uscirono tutti dalla sala.
Devna! Devna, amore mio, non lasciarmi! Devna, io ti amo ancora! Devna!
Nessuno udì il cervello di Ebner gridare.
La porta della sala si riaprì. Entrarono due inservienti con un carrello, si avvicinarono al contenitore cilindrico sul bancone, strapparono senza tanti complimenti fili e tubi e ne scaricarono il contenuto entro il bidone dell'immondizia per l'inceneritore.
- Puah, che roba! - borbottò uno dei due e sputò disgustato sulla massa grigia e molle richiudendo subito il coperchio.

FINE