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Urania - Asimov d'appendice
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LONTANO NEL TEMPO E NELLO SPAZIO - Isaac Asimov
Titolo originale: Long ago and far away

Diversi mesi fa, uscendo da un locate al termine di un banchetto, mi accorsi che pioveva piuttosto forte. Era altrettanto evidente che trovare un taxi sarebbe stato impossibile, per cui io e due altri invitati puntammo verso la più vicina fermata del metrò, salimmo su un treno diretto a nord e partimmo.
Poiché la mia destinazione era la più vicina, quando arrivò la mia fermata, salutai gli amici e smontai. Così solo il giorno dopo venni a sapere quanto era successo dopo che ero sceso.
Tre giovani si erano avvicinati dove erano seduti i miei amici e li avevano squadrati dall'alto in basso in un modo che era apparso loro decisamente minaccioso. E i miei amici, che naturalmente sapevano bene quanto fossero frequenti gli episodi di violenza in metropolitana, avevano cominciato a preoccuparsi.
Uno dei giovani, poi, aveva detto qualcosa, a bassa voce e il mio amico, facendosi coraggio, aveva ribattuto: - Mi spiace, giovanotto, ma non ho capito. Le spiacerebbe ripetere?
Al che, il giovane, con voce più forte, aveva chiesto: - Volevo sapere, quel tizio che è appena sceso non era Isaac Asimov?
In un lampo i tre giovani si erano così trasformati da minacciosi teppisti in tre simpatici fan, dotati di cultura e di impeccabile buon gusto, a cui i miei amici avevano risposto amabilmente e in effetti, da quel momento in poi, erano state rose e fiori.
Non so se a quei tre intelligenti giovani del metrò capiti di leggere i miei saggi scientifici, ma, nel caso così fosse, questo lo dedico proprio a loro.

Ho già parlato dell'effetto Doppler e di come lo si utilizza per dimostrare che tutte le galassie si allontanano, senza eccezioni, da noi e che quanto più queste galassie sono lontane, tanto maggiore è la loro velocità di recessione.
Tutto questo sembrerebbe conferire alla nostra Galassia una caratteristica particolare, in quanto è quella da cui tutte le altre si allontanano, con velocità tanto maggiore quanto più sono lontane. Il che però non sembrerebbe giusto. Perché, tra miliardi di galassie, proprio la nostra dovrebbe avere questa particolarità?
Per dare una risposta, dobbiamo tornare fino al 1916, quando Albert Einstein (1879-1955) mise a punto un insieme di "equazioni di campo" che descrivevano le caratteristiche dell'Universo concepito come un tutt'uno. Einstein ipotizzò che l'universo, nel suo insieme unitario, fosse statico e che non mostrasse percettibili cambiamenti progressivi nel tempo; e cioè, in definitiva, tutto rimanesse immutato. È vero che alcuni oggetti nell'Universo potrebbero andare in una direzione e altri in un'altra, ma tutti questi cambiamenti avrebbero, la tendenza ad annullarsi reciprocamente di modo che l'aspetto complessivo dell'Universo rimarrebbe inalterato.
Le equazioni di Einstein, però, non dimostravano affatto questa ipotesi, per cui Einstein vi aggiunse arbitrariamente quella che definì una "costante cosmologica", e a essa diede il valore necessario perché le sue equazioni potessero rappresentare un Universo statico. (Più tardi Einstein definì questa gherminella il suo "più grande errore".)
L'anno seguente, tuttavia, l'astronomo olandese Willem de Sitter (1872-1934) mise in luce che le equazioni di campo, prive di costante cosmologica, rappresentavano un Universo in espansione, che continuava a ingrandirsi con velocità costante. Questa osservazione apparve allora puramente teorica, in quanto non c'erano ancora indicazioni che l'Universo fosse realmente in espansione.
Quando però Hubble dimostrò che tutte le galassie si allontanavano da noi, fu anche evidente che de Sitter aveva fatto un'osservazione preziosa. L'Universo era davvero in espansione e tutte le galassie (o grappoli di galassie) si allontanavano le une dalle altre. Era appunto per questo fenomeno che tutte le galassie sembravano allontanarsi da noi, e grazie a esso non era più necessario postulare che la nostra Galassia avesse caratteristiche speciali. Se l'Universo era in espansione, allora, osservando le galassie da una qualsiasi galassia, avremmo visto tutte le altre galassie allontanarsi l'una dall'altra, con rapidità maggiore per quelle più lontane.
Le equazioni di campo di Einstein, in altre parole, descrivevano l'Universo come effettivamente era, e non era affatto necessario ricorrere a una costante cosmologica.

Se l'Universo è in espansione e noi consideriamo il futuro, può darsi benissimo che l'Universo continui a espandersi per l'eternità. È presumibile che non ci sia limite allo spazio in cui esso può espandersi.
Se invece consideriamo il passato, vediamo che l'Universo, a mano a mano che ci spostiamo nel passato, deve essere stato sempre più piccolo. Ciò significa, a sua volta, che il passato dell'Universo, a differenza del futuro, non può avere una durata infinita. Ci deve essere stato un momento, nel suo passato finito, in cui l'Universo era così piccolo che tutta la sua massa e la sua energia erano compresse in una minuscola palla.
Questo concetto fu messo in evidenza per la prima volta nel 1927 dall'astronomo belga Georges Edward Lemaitre (1894-1966). che definì questo piccolo aggregato di massa l'"uovo cosmico". È chiaro che a un certo punto questo uovo cosmico è esploso così da formare l'universo come esiste ora, e tale esplosione è stata chiamata Big Bang, o Grande Botto, dal fisico russoamericano George Gamow (1904-1968).
Questa teoria del Big Bang è oggi in generale accettata da tutti gli astronomi. Ci sono divergenze d'opinione sull'origine di questo primordiale uovo cosmico, sul modo in cui si è formato, sulle sue dimensioni, sugli stadi iniziali mediante i quali si è trasformato nell'Universo attuale e così via, ma tali questioni non rientrano al momento negli scopi di questo articolo. Chiediamoci invece, semplicemente: Quando ha avuto luogo il Big Bang? Quanto tempo fa?
Per arrivare alla risposta occorre determinare quale sia la velocità d'espansione attuale dell'Universo. Poi, se la velocità d'espansione non varia nel tempo, da essa si può calcolare direttamente, e senza grandi difficoltà, il momento dell'origine.
Le misurazioni effettuate da Hubble nel 1929 sembravano confermare che la velocità di recessione fosse effettivamente costante e che l'Universo si espandesse così rapidamente che, guardando indietro nel tempo, l'uovo cosmico dovesse risalire a circa due miliardi di anni fa.
Che questo risultato fosse necessariamente sbagliato era però evidente, in quanto i geologi sono certi che la Terra stessa sia ben più vecchia di due miliardi di anni, e la Terra non potrebbe essere più vecchia dell'Universo di cui fa parte. Grazie al decadimento delle sostanze radioattive contenute nella crosta terrestre, sulla luna e nei meteoriti, oggi noi sappiamo che la Terra e il sistema solare in generale hanno un'età di 4,5 miliardi di anni, per cui l'Universo ne deve avere almeno altrettanti e magari anche molti di più.
Per fortuna, il metro impiegato per misurare la distanza delle galassie a noi più vicine, distanza che a sua volta è servita da base per determinare la distanza di tutte le galassie più lontane, si è rivelato una questione più complessa di quanto si fosse immaginato. Quando il metodo di misurazione è stato rivisto, è apparso chiaro che l'Universo era considerevolmente più grande di quanto si fosse ritenuto e quindi doveva essersi espanso per un periodo di tempo maggiore. Ne conseguiva che anche la sua età doveva essere proporzionalmente maggiore.
Il momento del Big Bang dovrebbe quindi essere situato almeno a dieci miliardi di anni fa e molto probabilmente anche più. Anzi oggi si parla di solito di quindici miliardi d'anni.
Ma se l'Universo è vecchio di miliardi d'anni, allora noi dovremmo riuscire a vedere nel cielo oggetti distanti miliardi di anni luce e, in tal caso, dovremmo riuscire a vedere nel passato più lontano. Dopo tutto, se una stella dista dieci milioni di anni luce, la sua immagine impiega dieci milioni di anni per arrivare a noi e quando noi la vediamo, essa ci appare come era dieci milioni di anni fa.
Tutto ciò che si trova lontano nello spazio, in altre parole, si trova anche lontano nel tempo e quanto più è lontano nello spazio, tanto più è lontano nel tempo. Così, se noi riuscissimo a vedere oggetti molto lontani, ecco allora che riusciremmo a vedere i primi giorni dell'Universo.
Insomma, se vedessimo qualcosa che distasse quindici miliardi di anni luce, la sua immagine sarebbe quella di quindici miliardi di anni fa, vale a dire quella che era all'inizio dell'Universo. Purtroppo, più un oggetto è distante, meno e luminoso e più è difficile da individuare. Gli astronomi del 1960 non avevano davvero molte speranze di riuscire coi loro telescopi a vedere i primi giorni dell'Universo.
Nel 1960, per esempio, le galassie più lontane che riuscivano a vedere erano quelle che, a giudicare in base allo spostamento verso il rosso e coi nuovi metodi di misurazione, distavano forse ottocento milioni di anni luce. Il che voleva dire vedere solo immagini di ottocento milioni di anni fa, e se l'Universo ha veramente quindici miliardi di anni, vedere solo 1/20 della sua storia.
Come si poteva fare allora per migliorare questo risultato?

Nel 1960, però, gli astronomi ebbero a disposizione i radiotelescopi in grado di individuare onde radio diverse della luce. Da principio non sembrava esserci ragione per cui le onde radio dovessero rivelarci sull'Universo più cose delle onde luminose. Il sole, per esempio, emetteva onde radio, ma queste non riuscivano a fornirci riguardo il calore, la composizione chimica e le altre caratteristiche del sole, più informazioni di quante ce ne fornisse la sua luce.
Inoltre, mentre la luce proveniva da una miriade di stelle appartenenti alla nostra e ad altre galassie, il numero delle sorgenti di onde radio era di gran lunga minore. Le stelle lontane, che emettevano tanta luce da sembrare molto luminose perfino a occhio nudo, non emettevano quantità rilevabili di onde radio. Se noi individuiamo onde radio provenienti dal nostro sole è solo per la sua vicinanza alla Terra, non perché si tratti di una stella dalle caratteristiche insolite.
Esistono tuttavia radiosorgenti che sembrano avere origine da una porzione così limitata di cielo da essere state definite nei vecchi giorni "radiostelle". Il che non presupponeva necessariamente che le radiostelle fossero delle vere e proprie stelle. Queste radiostelle potevano avere origine in galassie così lontane da non occupare apparentemente molto spazio nel cielo. Insomma, una galassia poteva benissimo emettere onde radio in quantità sufficienti da permetterne l'individuazione, senza però che fossero rilevabili le singole stelle.
Alcune radiostelle erano però così compatte da fare ipotizzare che forse si trattava veramente di stelle. Tra queste radiosorgenti molto compatte ne figuravano molte conosciute coi nomi di 3C48, 3C147, 3C196, 3C273 e 3C286. (Dove "3C" sta a indicare il "terzo Catalogo di Cambridge delle radiostelle", compilato da un astronomo inglese, Martin Ryle (1918-1984) e colleghi.)
Nel 1960, le zone contenenti queste radiosorgenti compatte furono setacciate dall'astronomo americano Allan Rex Sandage (n. 1926), che impiegò il telescopio da 500 centimetri di Monte Palomar. In tutti i casi, l'origine delle onde radio sembrò essere proprio una stella, stelle indistinguibili e quasi prive di luminosità, appartenenti alla nostra galassia.
C'erano però alcuni punti poco chiari. Perché queste stelle emettevano onde radio abbastanza intense da essere rilevate strumentalmente, mentre altre stelle, più vicine e brillanti, no? E ancora, quando si esaminarono molto attentamente queste radiostelle, attorno ad alcune di esse fu rilevata una debole nebulosità. In quanto alla 3C273, la più luminosa del gruppo, da essa emergeva la traccia di un minuscolo getto di materia.
Queste radiostelle, pur avendo l'aspetto di stelle, sembravano essere qualcosa di diverso. Furono così chiamate "radiosorgenti quasi-stellari", dove "quasi-stellari" vuol dire "apparentemente simili a stelle." Col diffondersi dell'uso di questa parola tra gli astronomi, si finì con l'abbreviare l'espressione, condensandola in "quasar", dalla prima e ultima sillaba dell'espressione inglese corrispondente "quasi-stellar".
È evidente che le quasar suscitarono tanto interesse da indurre i ricercatori a studiarle con tutto l'armamentario della tecnica astronomica, per cui era necessario innanzi tutto disporre dei loro spettri. Ottenere lo spettro di un oggetto privo di luminosità non è facile, ma l'astronomo americano Jesse Leonard Greenstein (n. 1909) e il suo collega olandese-americano Maarten Schmidt (n. 1929) affrontarono il compito e alla fine ottennero gli spettri in questione.
Una volta ottenuti gli spettri, però, ci si accorse che non servivano, perché scoprirono che le quasar avevano strane righe spettrali non identificabili. E quel che è peggio, le righe dello spettro di una quasar erano diverse da quelle delle altre, il che rendeva ancora più misteriosi quegli oggetti.
Nel 1963, Schmidt notò che delle sei righe nello spettro della 3C273, quattro erano spaziate in modo tale da assomigliare a una serie di righe d'idrogeno... solo che tali righe non avrebbero dovuto esistere nel punto in cui erano state trovate. Ma allora, non era forse possibile che quelle righe fossero posizionate altrove, ma fossero state rilevate in quel punto, solo perché avevano subito uno spostamento verso il rosso dello spettro? Se così, doveva trattarsi di un forte spostamento, tale da indicare una velocità di recessione di 40.000 chilometri al secondo, ossia superiore a un ottavo della velocità della luce.
L'ipotesi sembrava incredibile, ma se tate spostamento esisteva, si sarebbe dovuto poter identificare anche le altre due righe: una rappresentava ossigeno a doppia carica e l'altra magnesio a doppia carica.
A quanto pareva, quindi, le quasar non appartenevano affatto alla nostra Galassia, ma erano oggetti di cui il più vicino distava almeno un miliardo di anni luce. (Questi oggetti non sarebbero mai stati scoperti se non fosse stato per i radiotelescopi e la loro importanza non sarebbe stata compresa se non fosse stato per lo spostamento verso il rosso.)
È chiaro che doveva trattarsi di oggetti estremamente luminosi per poter essere individuati a tale distanza dai nostri migliori telescopi. Insomma, deve trattarsi di corpi celesti la cui luminosità è cento volte superiore a quella della nostra galassia. Ed è ovvio che, perché producano tutta quella luce e quelle onde radio, al loro interno deve succedere qualcosa di estremamente insolito.
Nel 1963 si scoprì che la luminosità delle quasar variava, a volte con estrema rapidità, e tale variabilità si registrava sia nella luminosità sia nell'emissione di onde radio. Le variazioni erano di notevole ampiezza e si notavano su un periodo di un anno o giù di lì.
Tutto questo significava che le quasar dovevano avere dimensioni estremamente ridotte. Piccole variazioni possono essere imputabili all'aumento o alla diminuzione della luminosità su parti limitate di un oggetto, ma le grandi variazioni coinvolgono un oggetto in tutto il suo insieme. Ma se un oggetto è coinvolto nel suo insieme, allora, entro l'intervallo di tempo di cui si ha la variazione, deve farsi sentire qualche effetto su tutta la superficie del corpo. Poiché poi nessun effetto può viaggiare più rapidamente della luce, una marcata variazione nello spazio di un anno indica che la quasar non può avere diametro superiore a un anno luce. Alcune quasar sembrano anche più piccole.
Queste combinazioni di grande luminosità e volume ridotto costituiscono un vero e proprio enigma.
La possibile risposta a tale enigma è venuta da uno studio delle galassie in generale condotto mediante la radioastronomia.
Se noi osserviamo le galassia alla loro luce normale, questi corpi celesti sembrano belli, ma tranquilli, col centro più luminoso della periferia, perché le stelle sono più densamente distribuite verso il centro.
La radioastronomia, invece, ci mostra che dal nucleo centrale di molte galassie si sprigiona un flusso costante di enormi quantità di energia. E questo è vero, fino a un certo punto, anche per la nostra galassia. Noi non possiamo vedere il cuore della nostra galassia, in base alla luce che emette, perché la nostra visione è ostacolata dalle nubi di polvere che vi si frappongono. Le onde radio, invece, attraversano senza difficoltà queste nubi e i nostri radiotelescopi ci dicono che, proprio al centro, in un volume molto ridotto, c'è un forte flusso di onde radio.
Gli astronomi oggi si stanno sempre più convincendo che al centro di molte galassie (e forse di tutte) ci siano grandi buchi neri e che l'energia venga prodotta appunto da questi buchi neri centrali che ingoiano materia, perfino stelle intere.
Dove, per qualche ragione, il buco nero centrale è particolarmente massiccio e attivo, ecco che si ha l'emissione particolarmente copiosa di onde radio, in quantità di gran lunga superiore a quella prodotta dalla nostra tranquilla e rispettabile galassia. Dove il buco nero è scatenato, si ha una "galassia attiva".
Naturalmente anche il cuore di una galassia attiva dovrebbe emettere luce ad altissima intensità e questo nucleo brillerebbe molto più forte del resto della galassia.
Nel 1943, l'astronomo americano Carl Seyfert osservò una strana galassia con un nucleo molto brillante e ridotto. Da allora sono state scoperte altre galassie di questo tipo che oggi vengono chiamate "galassie di Seyfert". Secondo alcuni astronomi queste potrebbero rappresentare fino all'uno per cento di tutte le galassie.
Può darsi quindi che le quasar siano galassie di Seyfert molto grandi o molto lontane, tanto lontane che si riesce a vendere solo il centro estremamente luminoso, per cui si ha l'impressione di vedere solo una stella. Nelle fotografie più recenti, la leggera nebulosità attorno alle quasar è apparsa più evidente e ci sono forti probabilità che ci troviamo di fronte a galassie di Seyfert molto luminose.
Le quasar sono tutte molto distanti. Non ce n'è una a meno di un miliardo di anni luce. In generale distano anche di più. Si è così tentati di pensare che le quasar siano il prodotto della giovinezza energetica del nostro Universo e che il loro spreco di energia le porterà presto a esaurirsi. Con l'invecchiamento. dell'Universo, è aumentato sempre più il numero delle quasar che hanno perso luminosità e virulenza e sempre meno sono quelle nuove, finché nell'ultimo miliardo di anni non ce ne sono state più di quelle esistenti all'inizio e forse non se ne formeranno più di nuove in futuro.
Le quasar possono essere viste a grandi distanze, specialmente con i moderni sistemi di rilevamento. Ci deve essere però un limite oltre il quale non siano più visibili.
Immaginiamo che il Big Bang abbia avuto luogo quindici miliardi di anni fa. Probabilmente nel periodo di giovinezza dell'Universo ci sono stati stadi in cui l'energia dominava lo spazio, e lo spazio, considerato il magma di fotoni presenti, non era trasparente. A mano a mano che l'Universo si è espanso e raffreddato, l'energia si è condensata in materia, lo spazio è diventato trasparente e alla fine si sono formate le galassie, comprese le quasar.
Ora, se noi osserviamo il cosmo attraverso i nostri telescopi ottici o i radiotelescopi o telescopi di qualsiasi altro genere, riusciremmo alla fine a penetrare in luoghi così lontani nel tempo e nello spazio da non vedere altro che l'opaca nebbiolina che caratterizzava l'Universo prima che si formassero stelle e galassie. Vedremmo quella foschia in ogni direzione e questa contrassegnerebbe il "termine dell'universo".
Ma al di là di questa nebbiolina dovrebbe esserci il Big Bang stesso e noi dovremmo essere in grado di individuarne le radiazioni. Di primo acchito verrebbe da pensare che il Big Bang dovrebbe apparirci come uno scoppio di radiazioni incredibilmente luminose, ma l'evento è così lontano che l'enorme spostamento verso il rosso lo colloca tutto nella regione delle onde radio.
Nel 1949, Gamow ipotizzò che l'irraggiamento di onde radio provenienti dal Big Bang potesse essere individuabile ovunque nel cielo con la stessa intensità. Il fisico americano Robert Henry Dicke (n. 1916) riprese questa ipotesi e la portò oltre.
Con l'aiuto di Dicke, il fisico tedesco-americano Arno Allan Penzias (n. 1933) e il radioastronomo americano Robert Woodrow Wilson (n. 1936) riuscirono finalmente, nel 1964, a individuare questo sfondo di onde radio nel cielo. E questa è a tutt'oggi l'indicazione più probante che il Big Bang è realmente avvenuto.

Viste la regione inaccessibile del Big Bang e la nebbiolina opaca delle radiazioni che la circonda, quali sono gli oggetti più lontani che riusciamo a vedere prima di questo limite?
Nel 1965, Maarten Schmidt scoprì che la quasar 3C9 presentava un tale spostamento verso il rosso che probabilmente distava 10,5 miliardi di anni luce e si allontanava da noi alla velocità di 240.000 chilometri al secondo, vale a dire l'80 per cento della velocità della luce. Inoltre sembrava improbabile che ci fossero altri oggetti celesti molto più in là di essa.
Nel 1973 fu determinato lo spostamento verso il rosso della quasar OQ172 e si scoprì che il corpo celeste distava 11,5 miliardi di anni luce. (Il che significa, incidentalmente, che l'Universo non può avere solo dieci miliardi di anni, a meno che lo spostamento verso il rosso non venga interpretato in modo tale da offrire un significato diverso da quello della distanza secondo la formula di Hubble, come del resto sospettano alcuni astronomi, che costituiscono però una piccola, anche se a volte rumorosa, minoranza.)
Altre 1500 quasar circa sono state scoperte dopo il 1973 senza che nessuna battesse il record della OQ172.
Gli astronomi hanno ormai preso l'abitudine di fare riferimento agli spostamenti verso il rosso in base alla percentuale di spostamento rispetto alla posizione che avrebbe originariamente la riga se l'oggetto emittente fosse in stato di quiete. La percentuale viene poi divisa per cento, di modo che se una riga è spostata del cento per cento, lo spostamento verso il rosso è pari a uno: se è spostata del duecento per cento, lo spostamento è pari a due e così via.
Lo spostamento verso il rosso della OQ172 è di circa 3, ma poi, nel 1987, le cose si sono imbrogliate. Grazie a una nuova tecnica di rilevazione celeste, sono state scelte alcune zone in prossimità del polo sud galattico, zone poste il più lontano possibile dalla Via Lattea in modo da evitare l'oscuramento di polveri e permettere alle apparecchiature di penetrare nel più profondo dello spazio. In questo modo sono state individuate 14 quasar con spostamenti verso il rosso superiori a 3, e due con spostamenti superiori a 4. A tutt'oggi si conoscono spostamenti verso il rosso che arrivano fino a 4,43.
Gli astronomi non sanno se è possibile trovare spostamenti verso il rosso ancora più alti; se ciò fosse possibile ci si troverebbe in una situazione scomoda, perché le migliori teorie sulla formazione delle galassie indicano che queste si sono formate in un'epoca equivalente a uno spostamento verso il rosso di cinque. Se questo indice venisse superato, sarebbe necessario elaborare nuove teorie sulla formazione delle galassie.
Anzi, le difficoltà potrebbero sorgere in ogni caso, a causa di un'altra scoperta che non riguarda le quasar. Dopo tutto, le quasar sono specialissimi tipi di galassie e potrebbero non essere affatto rappresentative dell'intero Universo. Fino a che distanza possiamo vedere le normali galassie?
Il problema è che le galassie normali sono considerevolmente meno luminose delle quasar e molto più difficili da vedere. Ciò nonostante, esistono nuove tecniche per individuare oggetti estremamente poco luminosi, cosicché riusciamo a vedere cose che solo fino a pochi anni fa erano irrimediabilmente fuori della nostra portata.
L'astronomo americano J. Anthony Tyson ha guidato un gruppo che ha utilizzato un grande radiotelescopio situato in Cile abbinato a un apparecchio chiamato "dispositivo ad accoppiamento di carica" per registrare le immagini.
Gli studiosi hanno scelto dodici regioni del cielo, ciascuna di circa 3 minuti d'arco per 5, in modo che ogni regione fosse circa 1/200 delle dimensioni della luna piena e tutte e dodici insieme fossero 1/17 delle dimensioni della luna piena. Queste dodici porzioni del cielo erano molto lontane dalla Via Lattea e prive di stelle brillanti o di galassie, tanto da sembrare praticamente composte di spazio vuoto.
Osservando però ognuna di queste zone campione con le nuove tecniche a disposizione, si è visto che non si trattava affatto di "spazio vuoto", ma che ognuna conteneva un migliaio di oggetti indistinti. In tutte e dodici le zone campione erano complessivamente contenuti 25.000 oggetti.
Questi oggetti nebulosi non sono sorgenti puntiformi come sarebbero state le stelle e non sono abbastanza brillanti, da essere quasar. Si ha la sensazione quindi che si tratti di normali galassie o almeno di "galassie primordiali". E poiché queste galassie primordiali invadono tutte e dodici le zone campione prescelte, è possibilissimo che esse siano distribuite ovunque, per cui in cielo ce ne sarebbero complessivamente più di venti miliardi.
Quelle presenti si trovano al "limite della confusione", vale a dire che se ce ne fossero di più (o se noi fossimo in grado di vederne di ancora meno luminose) esse si sovrapporrebbero e non sarebbero affatto visibili come oggetti singoli.
Gli spostamenti verso il rosso delle più brillanti tra queste galassie primordiali vanno da 0,7 a 3, valori che le situano a distanze da 7 a 11,4 miliardi dì anni luce. Può darsi che alcune di esse presentino anche spostamenti verso il rosso di indice 4 o più e che risalgano a un'epoca distante poco più di un miliardo di anni dal Big Bang.
Ma perché sono così compresse? Ebbene, se si guarda in qualsiasi direzione per una distanza di dieci miliardi di anni luce, per esempio, si osserva un Universo che potrebbe avere solo il 4 per cento del volume dell'Universo attuale. Le galassie presenti in quello stadio primordiale dell'Universo sarebbero separate in media solo da 1/25 della distanza che le separa oggi, e questa è la ragione della loro compressione.
Guardando il cielo in direzioni diverse, sembra di vedere il nostro Universo circondato da un enorme involucro di galassie primordiali, ma in realtà guardiamo lo stesso piccolo universo da diverse angolazioni.
Se tuttavia esistono realmente galassie primordiali lontane - e se gli strumenti non commettono qualche incredibile errore e se la nostra interpretazione è esatta - queste ci dicono che le galassie hanno cominciato a formarsi solo un miliardo di anni dopo il Big Bang e hanno continuato a formarsi a velocità graduale per 5 o 6 miliardi di anni.
poiché le attuali teorie sullo sviluppo iniziale dell'Universo tendono a collocare la formazione delle galassie, che sarebbe avvenuta con un grande scoppio, in epoca un po' più tarda, parrebbe proprio che la nostra visione dell'Universo debba essere modificata. Questa operazione potrebbe rivelarsi molto eccitante, perché alla fine dovremmo arrivare a mettere a punto un quadro molto più completo e soddisfacente dell'Universo, fra l'altro anche molto più vicino alla realtà.

FINE