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Urania - Asimov d'appendice
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MARTE - Isaac Asimov
Titolo originale: Introduction to "red genesis"

Marte differisce dagli altri pianeti per il suo colorito rossastro. Gli antichi sumeri che, circa tremila anni prima di Cristo, furono i primi a studiare sistematicamente i cieli, associarono questa caratteristica al sangue e, di conseguenza, al loro dio della guerra, Nergal. I greci accettarono questa associazione di idee chiamando il pianeta Ares, i romani lo denominarono Marte, e noi seguimmo il loro esempio.
La gente avrebbe potuto associare la colorazione rossastra con la ruggine ma, ai tempi in cui Marte ottenne il suo nome, il ferro era conosciuto solo nei frammenti di Meteorite e questi non arruggiscono. Quando la gente imparò a conoscere la ruggine, l'associazione tra Marte, il sangue e la guerra era già vecchia di centinaia di anni.
Nei tempi antichi, molti pensarono che i pianeti potessero essere dei mondi, ma queste idee rimasero delle mere speculazioni fino all'invenzione del telescopio nel 1608. Gli astronomi, osservando i cieli attraverso il telescopio, ingrandirono i pianeti e si resero conto che erano mondi quanto lo era la Luna.
Il primo ad avere un'idea ragionevole della scala del sistema solare fu un astronomo italo-francese, Giovanni Domenico Cassini (1625-1712). Nel 1670 riuscì a calcolare approssimativamente la distanza della Terra da Marte e da quel dato ricavò anche la distanza dagli altri pianeti.
Ne risultò che il pianeta più vicino a noi era Venere che, ai tempi, si pensò trovarsi a una distanza di circa quaranta milioni di chilometri dalla Terra. Il secondo, in ordine di distanza, era Marte che, secondo le misurazioni dell'epoca, distava circa cinquantacinque milioni di chilometri dalla Terra.
Questo significava che Venere e Marte erano pianeti-fratelli della Terra. Degli altri pianeti, Mercurio era troppo vicino al Sole per essere abitabile, mentre Giove e Saturno erano troppo lontani.
Marte, trovandosi al doppio della distanza tra noi e il Sole, avrebbe dovuto essere più freddo, anche se forse non era troppo freddo. Venere, essendo a una distanza che era solo due terzi di quella tra noi e il Sole, avrebbe dovuto essere più caldo, ma forse non era troppo caldo. Venere avrebbe potuto essere anche più fresco di quello che ci si sarebbe potuti aspettare perché era avvolto permanentemente da uno strato di nubi che bloccava il riflesso della luce solare.
Una volta conosciute le distanze tra i vari pianeti, e quando i diametri furono misurati grazie agli ingrandimenti telescopici, fu possibile stabilire la grandezza effettiva dei pianeti. Mentre la Terra ha un diametro di 12.740 chilometri, quello di Venere misura 12.000 chilometri. Venere è considerato un pianeta-fratello della Terra avendo approssimativamente la stessa grandezza.
Marte, tuttavia, è chiaramente più piccolo della Terra. Il suo diametro è di 6.790 chilometri, grande solo poco più della metà della Terra. Tuttavia, Marte è chiaramente più grande della Luna o di Mercurio. La superficie di Marte è uguale a quella dei nostri continenti messi assieme, così si può dire che abbia le dimensioni di un mondo.
Venere, sebbene sia il pianeta più vicino alla Terra e ne abbia circa le stesse dimensioni, non può essere studiato. È solo un corpo celeste bianco, privo di caratteristiche individuabili, a causa delle nubi che lo avvolgono. Non possiamo vederne la superficie, non possiamo neppure stabilire se ruota su se stesso.
Marte invece non ha strati di nubi ed è possibile vedere la configurazione della sua superficie. Il primo a individuare dei segni sulla crosta di Marte fu un astronomo olandese, Christian Huygens (1629-1695). Nel 1659 notò uno scuro avvallamento triangolare che chiamò "Syrtis Major" che, in latino, significa "grande palude". Seguendo Syrtis Major che si spostava sulla superficie del pianeta scoprì che Marte ruotava sul suo asse in circa ventiquattro ore e mezzo, quasi alla velocità della rotazione terrestre.
Naturalmente Marte è più lontano dal Sole e si muove intorno a esso su un'orbita più lunga; così, invece di ruotare sul suo asse 365 volte durante ogni rivoluzione intorno al Sole, come fa la Terra, ruota sul suo asse per 669 volte nella sua rivoluzione attorno al Sole.
Quando la Terra ruota attorno al suo asse, esso non è posizionato verticalmente rispetto al movimento del pianeta attorno al Sole. L'asse terrestre è inclinato di circa 23,45°. È questa inclinazione che determina il fatto che. nell'orbita terrestre, a volte l'emisfero nord si trova orientato verso il Sole mentre altre si allontana da esso. È questa inclinazione che dà origine alle stagioni terrestri.
L'astronomo anglo-tedesco William Herschel (1738-1822) studiò il modo in cui le macchie su Marte si muovevano sulla superficie del pianeta durante la sua rotazione e scopri che l'asse di Marte era anch'esso inclinato. Questa inclinazione era solo leggermente superiore a quella terrestre, circa 25°. Questo significa che Marte ha delle stagioni esattamente come la Terra, ma che ogni stagione dura circa il doppio di quella terrestre e che, naturalmente, è più fredda visto che Marte si trova a una distanza maggiore dal Sole.
Una volta che Herschel ebbe stabilito qual era l'inclinazione di Marte, riuscì a calcolare dove si trovassero il Polo Nord e il Polo Sud del pianeta. Nel 1784 annunciò che Marte aveva delle calotte ghiacciate in corrispondenza dei Poli, esattamente come la Terra. Tutto ciò sembrò determinare la convinzione che Marte fosse il vero pianeta-fratello della Terra, un fratello più freddo ma pur sempre un fratello. La gente si interessò sempre di più a Marte.
Visto che Marte assomigliava alla Terra per così tanti fattori, gli astronomi furono sempre più interessati a tracciare una mappa della sua superficie. Naturalmente era un compito molto difficile; le macchie sulla supererficie erano solo scarsamente visibili e non c'erano due astronomi che vedessero le stesse macchie.
Un astronomo tedesco, Johann Hieronymus Schroeter (1745-1816), tentò di realizzare una mappa completa nel 1800, ma fallì. Un altro astronomo tedesco, Wilhelm Beer (1797-1850), realizzò un'eccellente mappa della Luna e, nel 1830, tentò di realizzarne una di Marte. Fu il primo a individuare zone di luce e di ombra che coprivano l'intera superficie del globo di Marte ma, tutto sommato, la sua era una carta molto approssimativa. Altri cercarono di realizzare carte geografiche più precise, ma non raggiunsero risultati molto migliori.
Marte poteva essere osservato meglio quando si trovava esattamente sullo stesso lato del Sole rispetto alla Terra. Si verificava, in quel momento, una "congiunzione". Tuttavia l'orbita di Marte è inclinata e, durante la congiunzione, se si trova nella parte più distante della sua orbita, può trovarsi a circa novantacinque milioni di chilometri dalla Terra. Se invece è nella posizione più vicina della sua orbita può trovarsi a solo trentaquattro milioni di miglia dalla Terra. Ogni trenta anni circa, Marte si trova in congiunzione abbastanza vicino alla Terra e, naturalmente, è questa la condizione in cui gli astronomi lo trovano più interessante da studiare. E in più, ogni volta che si verificano le condizioni di congiunzione più favorevoli, la qualità dei telescopi è migliorata rispetto alla volta precedente.
Nel 1877 Marte si trovò nella posizione più vicina alla Terra e i telescopi si rivolsero verso di esso. L'astronomo americano Asaph Hall (1829-1907) scoprì che c'erano due piccoli satelliti attorno a Marte. Li chiamò Phobos e Deimos.
La star dell'osservazione del 1877 fu tuttavia l'astronomo italiano Giovanni Virginio Schiaparelli (1835-1910). Schiaparelli disponeva di un eccellente telescopio e realizzò osservazioni scrupolose. Fu il primo a realizzare una mappa di Marte sulla quale anche gli altri astronomi si dichiararono d'accordo.
Schiaparelli, osservando Marte, notò (come pochi astronomi prima di lui) che c'erano alcune sottili linee scure sulla superficie del pianeta. A Schiaparelli sembrò che unissero delle aree scure più grandi, nel modo in cui stretti e canali delimitano due mari. Perciò Schiaparelli le chiamò "canali" usando il vocabolo italiano per la parola "channels".
Forse a causa del fatto che la gente aveva atteso l'opposizione del 1877 con tante aspettative e forse perché la scoperta dei due satelliti aveva provocato tanta eccitazione, la mappa di Schiaparelli, coi suoi canali, fu salutata con grande interesse ed entusiasmo.
Nessun altro, al di fuori di Schiaparelli, era riuscito a individuare i canali nell'opposizione del 1877 ma, in seguito, gli astronomi cominciarono a studiarli e alcuni di essi dissero di averli visti a loro volta; in più la parola italiana canali fu tradotta con l'inglese "canals".
È una distinzione importante perché mentre "canali" (che originalmente traduceva il vocabolo channels) indica vie d'acqua naturali, "canals" indica dei condotti costruiti dall'uomo; una volta che inglesi e americani cominciarono a chiamare queste linee "canals", automaticamente cominciarono a pensare a esse come se fossero artificiali e quindi probabilmente costruite da esseri intelligenti.
E così l'interesse per Marte crebbe sempre di più. Marte aveva solo un decimo della massa della Terra e la sua gravità di superficie era solo due quinti di quella terrestre. Forse la sua gravità non era sufficiente a mantenere l'acqua permanentemente allo stato liquido. Per questa ragione Marte, nel corso dei secoli, si era prosciugato. Fu suggerita l'idea che marziani intelligenti avessero strutturato una serie di canali che s'intersecavano sul pianeta per trasportare l'acqua dalle calotte polari fino alle regioni più calde del pianeta per coltivarle.
Questa idea stimolò l'immaginazione di altri astronomi. L'astronomo americano William Henry Pickering (1858-1938) osservò la presenza di macchie più scure dove i canali s'intersecavano e le chiamò "oasi". L'astronomo francese Nicholas Camille Flammarion (1842-1925) pubblicò un ampio saggio nel 1892 intitolato Il pianeta Marte, dove sosteneva la teoria dell'esistenza di canali di irrigazione costruiti su Marte da esseri intelligenti.
Ma il più autorevole sostenitore della teoria dei canali marziani e della conseguente esistenza di una civiltà avanzata sul pianeta fu un astronomo americano, Percival Lowell (1855-1916). Era un uomo che poteva disporre di una discreta fortuna finanziaria, così stabilì un osservatorio personale in Arizona, dove il grande deserto e la lontananza dalle città rendevano particolarmente favorevoli le condizioni di osservazione di Marte. L'osservatorio Lowell fu inaugurato nel 1894.
Lowell studiò avidamente Marte per quindici anni, scattando migliaia di fotografie. Riuscì a individuare più canali di qualsiasi altro e si convinse dell'esistenza di una civiltà avanzata su Marte. Non si dava pena di considerare che gli altri astronomi non riuscivano a individuare tutti i canali da lui segnalati: Lowell affermò di avere semplicemente una vista migliore, un telescopio migliore e un osservatorio migliore degli altri.
Nel 1894 pubblicò il suo primo libro sull'argomento che intitolò semplicemente Marte. Era ben scritto e sufficientemente comprensibile per il pubblico, così la gente cominciò a considerarlo come prova sufficiente per stabilire che su Marte esistevano forme di vita. Lowell scrisse altri due volumi sull'argomento, Marte e i suoi canali (1906) e Marte e la culla della vita (1908).
Come se ci fosse stato bisogno di qualcos'altro per stimolare l'interesse della gente, arrivò l'opera di uno scrittore di romanzi di fantascienza inglese, Herbert George Wells (1866-1946). Nel 1897 pubblicò il romanzo intitolato La Guerra dei Mondi che prima apparve a puntate su una rivista, e l'anno successivo fu raccolto in volume.
Fu il primo romanzo popolare di guerra interplanetaria mai scritto. I marziani vi erano rappresentati come esseri molto avanzati che non tenevano in alcuna considerazione i terrestri.
In seguito a questo romanzo l'immagine dei marziani rimase fermamente impressa nella fantasia della gente. I marziani esistevano, erano tecnologicamente avanzati ed erano cattivi. Per oltre cinquant'anni gli scrittori di fantascienza continuarono a scrivere romanzi sulle invasioni marziane. Marte divenne lo scenario per eccellenza della fantascienza. Anche se i marziani erano raffigurati come un popolo decadente e innocuo era Marte che, un giorno o l'altro, sarebbe stato colonizzato dai terrestri.
Non tutti, comunque, accettarono i canali marziani. Asaph Hall, che aveva scoperto i satelliti di Marte, non vide mai neppure un canale. Un altro astronomo americano, Edward Emerson Barnard (1857-1923), che aveva una vista straordinariamente acuta, non ne vide mai neppure uno, e pensò che si trattasse di illusioni ottiche. L'astronomo inglese Edward Walter Maunder (1851-1928) decise di sottoporre la teoria a un test. Nel 1913 tracciò dei circoli nei quali posizionò delle macchie scure irregolari, poi sistemò dei ragazzini a una distanza dalla quale avrebbero potuto vedere con difficoltà cosa c'era dentro i circoli. Chiese loro di disegnare ciò che riuscivano a vedere, ed essi tracciarono delle linee diritte simili a quelle che Lowell aveva disegnato vedendo i canali.
Altri astronomi stavano cominciando a imparare sempre di più su Marte, e le possibilità di trovarvi una forma di vita intelligente sembrarono svanire. Nel 1926 due astronomi americani, William Weber Coblentz (1873-1962) e Carl Otto Lampland (1873-1951), misurarono la lunghezza d'onda della luce da Marte. Da questo dato riuscirono a calcolarne la temperatura. Marte si rivelò più freddo di quello che si era immaginato: durante la notte marziana la temperatura scendeva a livelli riscontrabili, sulla Terra, solo nell'Antartico. In più, durante la notte, la temperatura cadeva così velocemente da poterne conseguire che l'atmosfera era molto sottile.
Nel 1947 l'astronomo americano di origine olandese Gerard Peter Kuipe (1905-1973) riuscì a stabilire che c'era del biossido di carbonio nell'atmosfera di Marte, ma non trovò tracce né di ossigeno né di vapore acqueo. Sembrava che l'atmosfera di Marte non solo fosse molto sottile ma anche irrespirabile.
Tuttavia nessuna di queste osservazioni sembrò impressionare il grande pubblico. La gente continuò a credere all'esistenza dei canali e al fatto che su Marte fossero presenti forme di vita; certamente questa linea di pensiero continuava a essere valida per quel che riguardava gli scrittori di fantascienza. Edgar Rice Burroughs (1875-1950) scrisse diversi romanzi basati sulle avventure di un terrestre su Marte, dipingendo il pianeta come brulicante di vita come la Terra. Ray Bradbury (nato nel 1920) scrisse una serie di storie su Marte negli anni Quaranta che furono raccolte con il titolo Cronache marziane nel 1950. Anche lui tracciò un ritratto di Marte simile alla Terra.
Ciò che determinò definitivamente la caduta del mito della vita su Marte fu l'Era Spaziale. Il 28 novembre del 1964 un veicolo spaziale chiamato Mariner 4 fu lanciato in direzione di Marte. Il 4 luglio del 1965 arrivò a diecimila chilometri da Marte e trasmise una ventina di immagini fotografiche. Quelle foto mostrarono la presenza di crateri simili a quelli che si trovano sulla Luna. Non mostrò alcun segno di canali. E l'atmosfera marziana si rivelò essere ancor più sottile di quello che si era pensato. Aveva solo 1/1000 della densità di quella terrestre ed era composta principalmente da ossido di carbonio.
Neppure i successivi veicoli spaziali di ricerca, più perfezionati del Mariner e in grado di scattare foto più dettagliate, mostrarono l'esistenza dei canali.
Alla fine, il 30 marzo del 1970 il Mariner 9 fu lanciato e il 13 novembre del 1971 entrò nell'orbita di Marte. Riuscì a scattare fotografie dell'intera superficie del pianeta. Rivelò la presenza di enormi vulcani estinti, un gigantesco canyon che si estendeva per migliaia di chilometri e che sembrava essere formato da numerosi corsi d'acqua prosciugati ma nessun canale. Lowell era stato tratto in inganno da illusioni ottiche, esattamente come avevano affermato Barnard e Maunder.
Tuttavia, di tutti i pianeti del sistema solare, Marte rimane il più simile alla Terra. Infatti è l'unico mondo che assomigli alla Terra ed è anche il più vicino. I mondi oltre Marte sono troppo grandi (come-Giove) o troppo piccoli (come gli asteroidi) o troppo freddi (come il vari satelliti) per offrirci possibilità di colonizzazione, specialmente del tipo suggeritoci dai romanzi di fantascienza.
Mercurio è troppo caldo, e Venere è stata la delusione più grande di tutte. Le sue caratteristiche furono studiate dalla metà degli anni Cinquanta. Si rivelò essere caldo (molto caldo), abbastanza da fondere latta e piombo in ogni luogo della sua superficie; ha un'atmosfera densa, velenosa e asciutta. È molto improbabile che un essere umano potrà mai mettervi piede, non parliamo di colonizzarlo.
Marte, tuttavia, ha un'atmosfera troppo sottile, ha una riserva limitata di acqua, è freddo ma non in maniera insopportabile. Gli esseri umani potrebbero facilmente atterrarvi come già hanno fatto sulla Luna, e forse sarebbero in grado di colonizzare il pianeta.
Gli insediamenti sulla superficie di Marte potrebbero essere simili a quelli ipotizzati sulla Luna. Dovrebbero trovarsi sotto terra e coperti da cupole. Dovrebbero essere provvisti di un ambiente naturale recintato, di un'atmosfera respirabile, di una riserva d'acqua, forse di fattorie. Dovrebbe essere impossibile lasciare gli insediamenti senza una tuta spaziale e la difficoltà di spostamento potrebbe indurre molti dei coloni a non lasciare mai l'insediamento, così che rimarrebbero isolati dagli altri gruppi salvo che per le comunicazioni radiotelevisive.
Marte avrebbe anche un altro svantaggio a confronto della Luna. Marte si trova a una distanza di diversi mesi dalla Terra, mentre la Luna è a solo tre giorni di viaggio.
Per altri aspetti, tuttavia, Marte gode di certi vantaggi. Una cosa che gli insediamenti su un altro pianeta non possono modificare è la gravità di superficie. Sulla Luna, la gravità di superficie è solo 1/6 di quella terrestre ma su Marte essa è 2/5 di quella della Terra e quindi è più vicina a una condizione in cui l'organismo umano potrebbe adattarsi.
Inoltre, sulla Luna, i giorni e le notti durano ciascuno due settimane e durante il giorno di due settimane il Sole, picchiando su un mondo privo di aria, alza la temperatura in alcuni punti al livello in cui l'acqua evapora. È molto probabile che i coloni lunari non uscirebbero mai dai loro insediamenti durante il giorno lunare.
Su Marte, tuttavia, i giorni e le notti sono solo un poco più lunghi di quelli terrestri e la luce del Sole è più debole che sulla Luna. La debole atmosfera marziana potrebbe fornire comunque un poco di protezione.
Infine, Marte dispone di una riserva d'acqua naturale (non molta ma sufficiente per il fabbisogno dei coloni), mentre la Luna dovrebbe importare tutta la sua acqua.
Gli uomini riuscirebbero ad adattarsi a un modo di vita così differente da quello sulla Terra? Potrebbero sopportare di vivere in insediamenti di dimensioni limitate invece di avere la possibilità di spostarsi sull'intera superficie del pianeta? Potrebbero stare al chiuso per tutto il tempo? Prigionieri? Isolati?
La mia personale opinione è che non dovremmo sottovalutare la capacità di adattamento degli uomini. Mio padre, nel 1923, si trasferì da un piccolo villaggio della Russia ai bassifondi di Brooklyn, e non vi fece mai più ritorno. Fu un improvviso e drastico cambiamento, dalla campagna alla città, da una condizione di persona istruita (in Russia) a quella di una persona totalmente illetterata (almeno per quel che riguardava la cultura anglofona), era passato da un mondo che conosceva a uno che gli sembrava strano e incomprensibile. Ma si adattò.
Io vivo a Manhattan, una zona che ben può essere definita la più artificiale della Terra, non molto differente da quello che sarebbe un insediamento su Marte. Sono stato allontanato dalla natura e apprezzo il mio ambiente. Non mi piace uscire da Manhattan e lo faccio raramente. Vivo al limite estremo di Central Park e a volte vi compio delle passeggiate per far piacere a mia moglie, ma guardo il parco con sospetto. Mi sento a casa solo quando sento sotto i piedi il cemento e l'asfalto. Non cerco i cieli aperti, voglio la calda atmosfera dei grandi edifici chiusi.
In breve, anch'io mi sono adattato alla vita che conduco sebbene non sia quel genere di esistenza cui erano abituati i miei progenitori.
È possibile, naturalmente, che gli esseri umani non riescano ad abituarsi alla vita in un insediamento su Marte. Dopotutto, molti dei coloni provenienti dall'Inghilterra nel diciassettesimo secolo non riuscirono ad adattarsi all'America.
Oltre a ciò, per coloro che nascerebbero su Marte, non sarebbe possibile adattarsi a nessun altro tipo di vita. Immagino che i coloni marziani che venissero a visitare la Terra troverebbero la nostra gravità un peso insopportabile e considererebbero spaventosa la vista di un panorama senza confini e illimitato. Non vedrebbero l'ora di tornarsene su Marte, per ritrovare il conforto del loro pianeta originario.
Forse il problema più grande riguardo alla colonizzazione di Marte riguarderebbe la crescita della popolazione. Marte è un mondo più fragile di quanto non lo sia la Terra, essendo più piccolo e disponendo di risorse naturali inferiori. Diverrebbe facilmente sovrappopolato e i coloni marziani dovrebbero limitare il numero delle nascite allo stesso modo in cui dovrebbero razionare l'acqua. Questo, di per sé, determinerebbe una società differente da quella terrestre.
E ci sono altri cambiamenti che la fervida immaginazione degli scrittori di fantascienza dovranno considerare, come potrete vedere nel romanzo che avete appena terminato di leggere.

FINE