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Urania - Racconti d'appendice
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IL RITORNO DEI TRIFIDI? - Fabio Gariani

Nell'Africa equatoriale è iniziata una nuova invasione. Ma questa volta non si tratta di una nuova creatura innominabile scaturita di prepotenza da una produzione cinematografica "made in Usa".
I temuti Trifidi dell'indimenticabile film prodotto da George Pitcher, diretto da Steve Sekeley e tratto dall'altrettanto celeberrimo romanzo di John Wyndham, sembrano in qualche modo ritornare protagonisti nei laboratori di ricerca in una forma insolita e imprevedibile.
Ma attenzione: non si tratta di creature dotate di pseudopodi, tentacoli verdastri e ricoperti di fibre vegetali e altre invenzioni care alla vecchia fantascienza degli anni Cinquanta.
Protagonista di questa nuova avventura che unisce da un lato le discipline scientifiche della botanica e dell'ingegneria genetica e le biotecnologie con applicazioni imprevedibili e dall'altro i vecchi sogni del fantastico, che dipingevano un futuro fosco dominato da scienziati privi di scrupoli, è un arbusto. Si tratta naturalmente di un arbusto molto particolare. Su di esso si sono puntati i riflettori del palcoscenico della scienza. La sua scoperta è recente e vede come scenario un'Africa piena di sorprese e rivelazioni (come nella migliore narrativa avventurosa, del resto). La chiamano "pianta dei miracoli" o più semplicemente (come si sono affrettati a spiegare alcuni botanici responsabili sia del suo rinvenimento sia degli studi a cui è stata sottoposta) Iboga, un nome che ci ricorda in qualche modo una creatura stranamente imparentata con i Trifidi. Nulla di tutto ciò per fortuna. L'arbusto appartiene alla famiglia delle apocinacee e, secondo le antiche leggende che ancora si raccontano presso alcune tribù del centro Africa, questa pianta avrebbe il potere "occulto e misterioso" di "dialogare" con gli antenati attraverso visioni inviate dagli spiriti o di percepire avvenimenti del lontano passato e del futuro più remoto (a questo proposito chi non ricorda un'altra famosa produzione cinematografica, Stati alterati d'allucinazione diretto da Ken Russell?).
In questo specifico caso il team di scienziati che ha studiato l'arbusto dell'Iboga ha scoperto che le cellule che lo compongono contengono ibogaina, una sostanza alcaloide che induce particolari effetti allucinogeni. Grazie a una serie di manipolazioni genetiche condotte in alcuni laboratori sudamericani, un altro gruppo di biochimici ha scoperto un'altra proprietà singolare: è in grado di ridurre in modo sensibile la dipendenza dei tossicodipendenti da alcuni particolari tipi di droghe. La scoperta sembra promettente e ha aperto molte speranze nel mondo, sebbene le ricerche continuino incessantemente e le verifiche siano tuttora in corso.
Paradossalmente, questa sostanza che indurrebbe negli sciamani africani uno stato di visione onirica, nei soggetti occidentali affetti da tossicodipendenza servirebbe quale arma contro l'uso di droghe. Parallelamente agli scienziati brasiliani, anche un gruppo operante negli Stati Uniti e facente parte del National Institute on Drug Abuse ha iniziato degli studi che si annunciano molto interessanti. Secondo i neurobiologi americani l'ibogaina africana è in grado di inibire l'azione di altre sostanze stupefacenti, quali per esempio la morfina.
Annullando l'effetto della droga assunta, distruggendo in questo modo i "paradisi artificiali" indotti dalle molecole che la compongono, aiuterebbe i soggetti tossicodipendenti a superare il legame psicologico che li tiene legati a questa dipendenza. Il secondo effetto, riscontrato dopo una serie di test eseguiti su un campione volontario di pazienti americani, è quello di combattere efficacemente i postumi creati dalle crisi di astinenza.
Ma come funziona generalmente l'azione aggressiva di una droga su un soggetto umano? La sostanza, una volta entrata in circolo nell'organismo, agisce sul cervello legandosi ai recettori cerebrali della morfina, molecole specifiche che sono presenti sulla superficie di alcune cellule nervose (i neuroni). A questo punto nascono i processi di interferenza con i delicati meccanismi rappresentati dai mediatori chimici (specie di messaggeri infaticabili) responsabili della regolazione e dell'intensità delle nostre emozioni.
L'ibogaina, secondo le ricerche neurobiochimiche finora condotte, ha effetto diretto sul sistema limbico (la cosiddetta regione ancestrale del nostro cervello, responsabile di emozioni e sensazioni) e nelle zone dell'encefalo, dove possiamo trovare una forte concentrazione di attività della dopamina, un neurotrasmettitore che è il principale responsabile indiretto dell'azione degli stupefacenti sull'organismo. L'ibogaina inibisce la produzione di dopamina che avviene assumendo la classica dose di morfina. I ricercatori americani e brasiliani non sono però ancora in grado di spiegare il funzionamento di questo meccanismo. Ultimi studi hanno evidenziato un'altra interessante caratteristica: la sostanza trattata con tecniche genetiche di laboratorio ha effetto non soltanto sugli oppiacei in genere ma blocca in qualche modo anche l'azione degli psicostimolanti come la cocaina. Inoltre, la molecola estratta dall'arbusto scoperto nell'Africa equatoriale sembra alleviare i dolori e gli stati depressivi tipici associati alle crisi d'astinenza. Ma il misterioso mondo delle piante e della scienza ci riserva altre sorprese, andando oltre le previsioni del fantastico. Un esempio? Sono nati i funghi genetici.
Difatti due gruppi di ricercatori, il primo di origine americana (il Sylvan Spawn Laboratory) e l'altro residente in Francia a Bordeaux, hanno recentemente scoperto che una nuova varietà di funghi nel deserto di Sonora in California può agevolare il miglioramento genetico del fungo coltivato (conosciuto anche come "Agaricus bisporus"). Grazie a un particolare gene localizzato in laboratorio e appartenente al DNA di questo nuovo fungo, gli scienziati sono stati in grado di produrre in grande quantità spore che svolgono il lavoro dei gameti: l'incrocio delle spore selvatiche con rare spore tradizionali consentirà nel prossimo futuro di ottenere funghi di qualità migliori e più resistenti ai parassiti. C'è addirittura chi sta pensando di manipolare la genetica di questi esemplari per poterli utilizzare come "filtri" disinquinanti del fondo del sottobosco inquinato da sostanze tossiche. Avremmo in questo modo una specie di "spazzini" naturali che aiuterebbero l'uomo a conservare lo stato delle sue foreste, peraltro sempre in pericolo.
È un'altra scoperta nata proprio sul fronte ambientale, ci narra della messa a punto (è proprio il caso di dirlo) grazie a complesse tecniche di ingegneria genetica di microorganismi in grado di "nutrirsi" di sostanze radioattive.
Questi formidabili guerrieri genetici, piccoli e instancabili, sarebbero stati messi a punto da una società americana impegnata nel settore ambientale e nelle aree a rischio. Il problema delle scorie e dei rilasci radioattivi è ancora una spina nel fianco degli ambientalisti. I ricercatori hanno pensato bene di operare una serie di manipolazioni (come in un grande gioco di costruzioni) su particolari microorganismi preesistenti in natura e resistenti a condizioni ambientali avverse.
La variazione di alcune parti insite nel codice del loro DNA ha prodotto quello che è stato definito il "mangia radiazioni", un microorganismo che sarebbe in grado di trarre autosostentamento dalle scorie radioattive presenti in una certa quantità in un terreno contaminato, senza la riimmissione di scorie causate dal processo digestivo da parte dello stesso esemplare, ponendolo quale ideale candidato per la lotta all'inquinamento da sostanze radioattive.
Possiamo dunque chiederci: i Trifidi sono davvero di nuovo ritornati sul nostro mondo?

FINE