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Urania - Asimov d'appendice
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ROBOT INTELLIGENTI ED ORGANISMI CIBERNETICI - Isaac Asimov
Titolo originale: Intelligent robots and cybernetics organism

Robot intelligenti

I robot non devono essere dotati di intelligenza particolare per essere giudicati intelligenti: se uno di essi fosse in grado di eseguire ordini elementari, di svolgere i lavori domestici, o di far funzionare meccanismi semplici in modo facile e ripetitivo, potremmo dichiararci perfettamente soddisfatti.
Realizzare un robot è piuttosto difficile, perché è necessario inerire un computer molto compatto nell'equivalente di una teca cranica, se vogliamo che la nostra macchina abbia una forma vagamente umana. Ma anche costruire un computer sufficientemente complesso delle dimensioni di un cervello umano non è cosa facile.
Ma a prescindere dai robot, perché dovremmo darci la pena di realizzare un computer così compatto? Nel corso degli anni, le componenti dei calcolatori sono diventate sempre più piccole: dai tubi a vuoto ai transistor, ai minuscoli circuiti integrati, ai chip di silicio. Proviamo ad immaginare di costruire un computer sempre più grande oltre a creare componenti sempre più piccole.
Più un cervello aumenta di dimensioni e minore è la sua efficienza, perché gli impulsi nervosi non viaggiano ad una velocità molto elevata: quelli più veloci raggiungono al massimo i sei chilometri al minuto. Un impulso nervoso attraversa il cervello, da un'estremità all'altra, in un quattrocentoquarantesimo di secondo, ma se il cervello fosse lungo quindici metri, ci impiegherebbe due minuti e mezzo. In pratica, le complicazioni derivanti da un cervello di tali dimensioni sarebbero enormi, basti pensare alle lunghe attese che richiederebbero la trasmissione e l'elaborazione delle informazioni.
Ma i calcolatori utilizzano impulsi elettronici che viaggiano a più di diciassette milioni di chilometri al minuto. Pertanto, in un computer largo 640 chilometri l'impulso elettrico coprirebbe l'intera distanza in un quattrocentoquarantesimo di secondo. Da questo punto di vista, almeno, un computer di simili gigantesche proporzioni sarebbe ancora in grado di elaborare le informazioni alla stessa velocità del cervello umano
Se perciò immaginiamo di costruire calcolatori sempre più grandi con componenti sempre più sofisticate, non è possibile ipotizzare che un giorno saranno in grado di fare tutto quello che fa un cervello umano?
Esiste un limite teorico all'intelligenza che può raggiungere un computer?
Io ritengo di no: ogni volta che riusciamo a introdurre in un determinato volume un numero maggiore di componenti elettroniche più complesse, il computer acquisisce ulteriori capacità. Perciò ogni volta che costruiamo un calcolatore più grande, mantenendo inalterata la densità di complessità di ogni suo settore, il calcolatore sa fare più cose.
Di conseguenza, se un giorno riuscissimo a realizzare un computer abbastanza complesso ed abbastanza grande, perché non dovrebbe possedere la stessa intelligenza dell'uomo?
Immagino che questa ipotesi incontri lo scetticismo di molte persone che obietteranno: «Come può una macchina comporre una sinfonia, creare un'opera d'arte o elaborare una nuova teoria scientifica?».
A queste domande sono sempre tentato di ribattere con un'altra domanda: «Tu ne sei capace?». Ma, naturalmente, se anche il mio interlocutore fosse una persona qualunque, esistono persone fuori dall'ordinario dotate di autentico genio: tuttavia, la loro genialità è semplicemente dovuta alla complessa organizzazione degli atomi e delle molecole del loro cervello, perché nel loro cervello non ci sono altro che atomi e molecole. Se ponessimo atomi e molecole in un ordine particolarmente complesso all'interno di un computer, anche il computer sarebbe capace di produrre cose geniali; e se le sue componenti non sono minuscole e sofisticate come le cellule del cervello umano, si può ovviare a questo inconveniente costruendo un computer più grande.
Le persone, però, potrebbero eccepire che «i computer fanno soltanto quello per cui sono stati programmati».
A questa osservazione si può rispondere così: «È vero. Ma anche il cervello umano fa soltanto quello per cui è stato programmato... dai geni dell'individuo. Il programma del cervello prevede, fra le altre capacità, quella dell'apprendimento, ma questa specializzazione può essere inserita anche nella programmazione di un computer».
Ma allora, se è possibile costruire un computer intelligente come un essere umano, perché non può essere reso ancora più intelligente?
Davvero, perché no? In fondo, forse l'evoluzione consiste proprio in questo. Nel corso di tre miliardi di anni, lo sviluppo casuale di atomi di molecole ha prodotto, attraverso progressi lentissimi, una specie in grado di compiere il passo successivo nell'arco di una mandata di secoli o addirittura di decenni. E a quel punto le cose cominceranno a muoversi davvero. Ma se i computer diventassero più intelligenti degli esseri umani, non potrebbero prendere il nostro posto? Be', perché no? Potrebbero essere tanto gentili quanto intelligenti e far declinare la nostra specie per puro attrito. Potrebbero tenere qualche esemplare umano come animale domestico o di riserva. Del resto, pensiamo a quello che stiamo facendo a noi stessi, alle altre creature che popolano il pianeta ed alla Terra: forse sarebbe davvero ora che qualcuno prendesse il nostro posto. Forse, il vero pericolo è che non riusciremo a costruire robot così sofisticati in tempo utile.
Pensateci!

L'unione fa la forza

Ho accennato alla possibilità che un giorno i robot possano diventare così intelligenti da sostituirsi a noi. Ho anche aggiunto, con una vena di cinismo; che, considerato il nostro comportamento, potrebbe essere una buona cosa. Dall'epoca a cui risalgono queste mie osservazioni, gli automi hanno assunto un ruolo sempre più importante nel mondo dell'industria e, pur continuando ad essere piuttosto ottusi sul piano delle capacità cognitive e dell'elaborazione intellettiva, stanno facendo progressi rapidissimi.
Forse, a questo punto, dovremmo approfondire l'analisi dell'ipotesi che un giorno i robot (o i computer, che, di fatto, sono il meccanismo motore degli automi) possano prendere il nostro posto. Il risultato finale dipenderà, naturalmente, dal grado di intelligenza che riusciranno a raggiungere e se riusciranno a superare il nostro in misura tale da considerarci, nella migliore delle ipotesi, alla stregua di animali domestici, o, nel caso peggiore, di parassiti. Questo implica che l'intelligenza sia semplicemente qualcosa che può essere misurata con uno strumento, come un righello od un termometro (o un test di quoziente intellettivo), e quindi possa essere espressa da un numero. Se il quoziente medio di intelligenza umana è 100, non appena l'intelligenza media dei computer supererà questo valore saremo nei guai.
Ma è così che funziona? È evidente che una qualità così sottile e complessa come l'intelligenza deve possedere numerose sfaccettature: in altre parole devono esistere diverse specie di intelligenza. Io presumo che ci voglia intelligenza per scrivere un componimento di senso compiuto, per scegliere le parole giuste ed ordinarle in modo corretto. Analogamente, presumo che ci voglia intelligenza per studiare un congegno tecnico complesso, capire come funziona e come perfezionarlo (o ripararlo se smettesse di funzionare). Come scrittore, io possiedo un alto grado di intelligenza, ma come tecnico la mia intelligenza è scarsa: questo che cosa significa, che sono un genio o un idiota? La risposta è: né l'uno né l'altro. Ho soltanto maggiori capacità in un campo rispetto ad un altro, come tutti gli esseri umani.
Proviamo a riflettere, a questo punto, sulle origini dell'intelligenza umana e su quelle dell'intelligenza artificiale. Il cervello umano è composto essenzialmente di proteine ed acidi nucleici, è il prodotto di più di tre miliardi di anni di evoluzione casuale, e le forze motrici del suo sviluppo sono l'adattamento e la sopravvivenza; i computer, invece, sono fatti essenzialmente di metallo e di oscillazioni di elettroni: sono il frutto di circa quarant'anni di progettazione umana e la forza motrice del loro sviluppo è il desiderio dell'uomo di soddisfare alcuni bisogni percepiti come tali. Se esistono tante varietà di intelligenza umana, non è ovvio pensare che intelligenza umana e intelligenza artificiale saranno sempre profondamente diverse per il semplice fatto che hanno origine diversa, natura fisica diversa e si sono sviluppate in condizioni differenti e sotto l'impulso di fattori che non hanno niente in comune fra di loro?
In apparenza sembra che i calcolatori, anche quelli relativamente più semplici e meno evoluti, possiedano capacità straordinarie: hanno memorie enormi, il potere di richiamare informazioni in modo praticamente istantaneo e infallibile, e sono in grado di eseguire un gran numero di operazioni aritmetiche ripetitive senza mostrare alcun segno di stanchezza e senza commettere errori. Se queste capacità costituiscono una misura di intelligenza, i computer sono già molto più intelligenti di noi. È proprio in virtù di questa loro superiorità che li usiamo per milioni di scopi diversi e che sappiamo che, se smettessero di funzionare tutti contemporaneamente, la nostra economia andrebbe a carte quarantotto.
Ma queste capacità dei computer non sono la sola misura dell'intelligenza. Anzi, noi attribuiamo così poco valore a tali capacità che, per quanto un calcolatore sia veloce e sofisticato, continuiamo a considerarlo soltanto un regolo cresciuto e privo di vera intelligenza. Per quanto riguarda questa qualità, la specialità dell'uomo sembra sia la capacità di considerare i problemi nella loro globalità, di pervenire alle soluzioni per deduzione ed intuizione, di concepire combinazioni nuove, di fare congetture creative e straordinariamente ricettive. E non possiamo programmare un computer per fare altrettanto? No, è molto improbabile perché queste nostre capacità dipendono da meccanismi dell'intelligenza che noi stessi non conosciamo.
Pertanto, sembra che i computer siano destinati a raggiungere livelli sempre più elevati di intelligenza "analitica", mentre gli esseri umani (grazie alle nuove conoscenze sul funzionamento del cervello ed allo sviluppo dell'ingegneria genetica) potranno sviluppare in misura sempre crescente la loro intelligenza di tipo più "sintetico". Ogni forma di intelligenza ha i propri pregi e, unendo le forze e compensando le reciproche lacune, l'intelligenza umana e quella artificiale possono progredire molto più rapidamente di quanto potrebbero fare ciascuna singolarmente. Non assisteremo, perciò, ad una gara o alla vittoria dell'una forma di intelligenza sull'altra, ma al lavoro sinergico di entrambe nell'ambito delle leggi della natura.

Organismi cibernetici

Un robot è un robot ed un organismo è un organismo.
Un organismo vivente, come tutti sappiamo, è formato da cellule. Da un punto di vista molecolare, le molecole base dell'organismo sono gli acidi nucleici e le proteine, che galleggiano in un mezzo acquoso, ed il tutto è sostenuto da una struttura ossea. È inutile proseguire nella descrizione perché sappiamo tutti di che cosa si tratta, dato che ognuno di noi ne è un esempio.
Un robot, invece è (come viene normalmente rappresentato in fantascienza) un oggetto, di forma più o meno antropomorfa, costruito di metallo resistente ed antiruggine. In genere, gli scrittori di fantascienza sono avari di dettagli, sia perché, per lo più, non sono rilevanti ai fini della narrazione, sia perché sono in seria difficoltà a fornire descrizioni particolareggiate.
Comunque, l'impressione che si ricava dai loro racconti è che, al posto dei vasi sanguigni, i robot possiedano un impianto elettrico, fatto di fili lungo i quali scorre l'elettricità. La fonte ultima dell'energia non viene nominata o si sottintende che sia della stessa natura dell'energia nucleare.
E il cervello dei robot?
Nei miei primi racconti sugli automi, che scrissi fra il 1939 e il 1940, immaginai un "cervello positronico", fatto di un tipo poroso di lega di platino ed iridio: la scelta del materiale era motivata dal fatto che si tratta di un metallo particolarmente inerte e poco suscettibile alle modificazioni chimiche, mentre la sua natura porosa rispondeva all'esigenza di avere una grande superficie per la formazione degli impulsi elettrici. Infine, il cervello era "positronico" perché quattro anni prima che io scrivessi il mio primo racconto, gli scienziati avevano scoperto il positrone, come antiparticella dell'elettrone, e l'aggettivo "positronico" suonava straordinariamente fantascientifico.
Oggi, naturalmente, il mio cervello positronico di platino ed iridio è superato: per la verità, già dieci anni dopo essere stato inventato era antiquato, perché già alla fine degli anni '40 ci eravamo resi conto che il cervello di un robot doveva essere una specie di computer. Anzi, se un robot doveva essere sofisticato come i protagonisti dei miei romanzi più recenti, il suo cervellocomputer doveva essere complesso come quello umano: perciò doveva essere fatto di microchip non più grandi delle cellule cerebrali.
Ma adesso cerchiamo di immaginare un essere che non sia né un organismo vivente né un robot, ma una combinazione di entrambi: una specie di organismo-robot, che potremmo chiamare "orbot". Ma "orbot" è un termine piuttosto misero, in pratica è "robot" con le prime due lettere invertite. Ma anche "orgabot" è una soluzione infelice.
Potremmo definirlo allora robot-organismo, o peggio, "robatismo", oppure "roborg". Al mio orecchio "roborg" non suona male, ma non possiamo adottare questo termine perché, nel frattempo, è successo un fatto nuovo.
Una generazione fa, Norbert Weiner (1894-1964) ha definito la scienza dei computer "cibernetica"; perciò, quando consideriamo un essere che è in parte un organismo vivente ed in parte è un robot, ricordando che un robot è di natura cibernetica, potremmo chiamarlo un "ciberorganismo", o semplicemente "cyborg": ed è proprio questo il termine che è entrato nell'uso corrente.
Per capire che cosa sia un cyborg, partiamo dall'organismo umano e approdiamo al robot; e quando saremo giunti alla fine di questo percorso, ripartiremo dal robot per approdare all'essere umano.
Per passare da un essere umano ad un robot dobbiamo cominciare a sostituire alcuni suoi organi con componenti meccaniche. In parte lo abbiamo già fatto. Per esempio, io ho un buon numero di denti otturati, in cui smalto e dentina sono stati sostituiti dal metallo, ed il metallo, si sa, è il materiale robotico per eccellenza.
Le protesi dentarie non sono necessariamente di metallo; infatti, io ho alcuni denti ricostruiti in porcellana. È difficile distinguere a prima vista la porcellana dalla dentina: eppure, nonostante la dentina abbia l'aspetto e, entro certi limiti, anche la struttura chimica della porcellana, è un tessuto vivo, mentre la porcellana non lo è.
Ma possiamo citare altri esempi. Anni fa, nel corso di un intervento chirurgico ho subìto l'incisione longitudinale dello sterno che, da allora è tenuto unito da una serie di punti metallici. Mia cognata ha una protesi dell'articolazione dell'anca. Ci sono persone che hanno braccia o gambe artificiali, arti che la tecnologia rende sempre più funzionali e più complessi. Ci sono persone che hanno vissuto per giorni o addirittura per mesi con un cuore artificiale e altre che vivono per anni con il pacemaker.
Possiamo quindi immaginare che alcune parti del corpo umano vengano, una dopo l'altra, sostituite da congegni ingegneristici o protesi fatte di materiale inorganico. C'è qualche organo che faremmo fatica a sostituire, anche con l'immaginazione?
Penso che nessuno abbia esitazioni al riguardo: possiamo sostituire qualunque parte del nostro corpo - arti, cuore, fegato, ossa e così via - e restare autentici esseri umani. Saremmo esseri umani con protesi artificiali, ma sempre esseri umani.
E il cervello, invece?
Se c'è un organo che ci rende umani quello è senz'altro il cervello. Se c'è qualcosa che fa di ciascuno di noi un individuo umano è quel complesso insieme di emozioni, capacità di apprendimento e di ricordi, che è specifico del cervello di ciascuna persona. Non si può sostituire il cervello con un congegno pensante costruito in laboratorio: al suo posto bisogna inserire qualcosa che incorpori tutto ciò che un cervello naturale ha imparato, che possieda tutta la sua memoria e che riproduca il suo stesso sistema di funzionamento.
Un arto artificiale può funzionare in modo diverso da un arto naturale, ma servire allo stesso scopo; un'analoga considerazione vale per un polmone, un rene od il fegato artificiali. Il cervello artificiale, invece, deve essere la copia perfetta dell'organo che sostituisce: in caso contrario, infatti, l'essere umano non sarà più lo stesso essere umano.
Pertanto è il cervello il punto d'arresto nel passaggio fra l'organismo umano ed il robot.
E l'opposto?
In L'uomo bicentenario, ho descritto il passaggio dell'eroe-robot, Andrew Martin, da automa ad uomo. A poco a poco, Andrew si era fatto modificare, fino ad assumere l'aspetto esteriore di un essere umano. Possedeva un'intelligenza pari, se non superiore, a quella di un uomo; era artista, storico, scienziato ed amministratore.
Aveva imposto leggi a tutela dei diritti dei robot ed aveva conquistato il rispetto e l'ammirazione di tutti.
Eppure non era mai riuscito a farsi accettare come uomo. Il punto di arresto anche in quel caso era il cervello: Andrew si era reso conto che avrebbe dovuto affrontare quel problema, prima di abbattere l'ultima barriera.
Perciò arriviamo alla dicotomia, corpo e cervello. Il cyborg per eccellenza è quella creatura in cui corpo e cervello sono di natura diversa. Questo significa che possono esistere due categorie di cyborg completi:
a) quelli con cervello robotico e corpo umano, e
b) quelli con cervello umano e corpo di robot.
È indubbio che nel giudicare un essere umano (od un robot), il primo elemento che valutiamo è il suo aspetto esteriore.
Immagino un uomo che veda una donna bellissima e la fissi rapito. «Che donna stupenda» dice o pensa, e fantastica di innamorarsi di lei. Nei romanzi credo che questo accada abitualmente. E, naturalmente, anche una donna, alla vista di un uomo di superlativa bellezza, proverà un'analoga attrazione.
Se ci si innamora di una donna o di un uomo particolarmente belli, è assai poco probabile che ci si interroghi in modo approfondito sulla sua intelligenza, sul suo carattere, sulla sua capacità di giudizio e su altre simili qualità. Se alla fine si scopre che la bellezza è il suo unico pregio, si ha il diritto ad essere scusati e di lasciarsi guidare, per una volta, almeno, dal riflesso condizionato della risposta erotica. A lungo andare, naturalmente, ci si stancherà della bellezza priva di contenuti, ma chi può sapere quanto tempo occorrerà per scoprirlo?
D'altro canto, è più improbabile che una persona dotata di grandi virtù, ma d'aspetto insignificante, attiri la nostra attenzione, a meno che non siamo così intelligenti da intuire le sue qualità e da decidere di condividere con lei il nostro futuro, che sarà, con ogni probabilità, gratificante e felice.
Quello che intendo dire è che un cyborg con cervello robotico e corpo umano verrebbe accettato dalla maggior parte delle persone, se non da tutti, come un essere umano, mentre un cyborg con il cervello di uomo ed il corpo di robot verrebbe considerato dai più, se non da tutti, un robot. In altre parole, siamo, almeno per la maggior parte delle persone, ciò che sembriamo essere.
In ogni caso, questi due cyborg con caratteristiche opposte pongono problemi diversi agli esseri umani.
Proviamo a domandarci, per esempio, che senso abbia trasferire un cervello robotico in un corpo umano: un cervello robotico sta molto meglio nel corpo di un automa, che è assai meno vulnerabile di quello umano. Potremmo trovarci di fronte al caso di un corpo umano giovane e vigoroso, il cui cervello sia stato compromesso da un trauma o da una malattia, e potremmo domandarci: «Perché sprecare questo corpo stupendo? Inseriamogli un cervello robotico in modo che possa continuare a vivere».
Ma l'essere umano generato da una simile operazione non sarebbe più quello originale: sarebbe un individuo nuovo. Con un simile espediente non si restituirebbe la vita ad una persona, ma si manterrebbe in vita un corpo privo di mente. E, per quanto bello, un corpo umano (privo del suo cervello) è povera cosa; ogni giorno nascono mezzo milione di nuovi corpi: non c'è alcun bisogno di salvarne uno con il cervello fuori uso.
Che cosa dire, invece, dell'ipotesi opposta, cioè quella di inserire un cervello umano nel corpo di un automa? Il cervello umano non è eterno, ma può vivere fino a novant'anni in condizioni di efficienza. Esistono molti casi di persone novantenni piene di acume e perfettamente in vado di ragionare, così come esistono menti raffinate che, dopo soli venti o trent'anni, scompaiono perché una malattia od un trauma ha compromesso il corpo che le ospitava. In questi casi, si è tentati dall'idea di trasferire un cervello tanto dotato in un corpo artificiale per consentirgli di vivere ancora molti anni.
Perciò, quando parliamo di cyborg, tendiamo a pensare quasi esclusivamente ad un corpo robotico dotato di cervello umano ed a considerarlo un robot.
Potremmo sostenere che una mente umana è una mente umana e che è questo che conta, non l'involucro meccanico all'interno del quale si trova e, probabilmente, è vero. Sono sicuro che qualsiasi giudice razionale sentenzierebbe che un cyborg dotato di cervello umano ha gli stessi diritti legali di un uomo in carne e ossa: il diritto alla libertà, il diritto di voto e così via.
Eppure immaginiamo che ad un cyborg venga chiesto: «Dimostra di possedere un cervello umano e non robotico prima che io ti riconosca il godimento dei diritti umani».
Il modo più semplice il cui il cyborg può provare la propria natura umana consiste nel dimostrare di non essere vincolato dalle Tre Leggi della Robotica. Poiché le Tre Leggi impongono un comportamento socialmente accettabile, questo significa che il cyborg dovrà dare prova di essere capace di comportamento umano (cattivo, per esempio). In altre parole, il cyborg potrebbe dimostrare la propria natura umana assestando un bel pugno al giudice e rompendogli una mandibola, cosa che un robot non sarebbe in grado di fare. (In uno dei miei racconti, La prova, pubblicato nel 1946, sono ricorso a questo espediente proprio per dimostrare che un personaggio non era un robot... ma in quel caso c'era l'inganno).
Tuttavia, se un cyborg deve comportarsi sempre in modo violento per dimostrare di possedere un cervello umano, difficilmente riuscirà a farsi molti amici.
Inoltre, anche se sarà accettato come uomo, anche se potrà votare, affittare una camera in un hotel e fare tutte le altre cose che fanno gli esseri umani, la sua condizione lo renderà comunque diverso; sarà più forte e il suo pugno potrebbe essere considerato un'arma letale: la legge potrebbe vietargli di colpire un altro essere umano, perfino per legittima difesa e non potrebbe partecipare ad alcuna competizione sportiva.
Ma è proprio necessario trasferire il cervello di un uomo in un telaio di metallo? Perché non utilizzare come contenitore un corpo fatto di porcellana, plastica e fibre sintetiche, più simile al corpo umano?
Ma, sapete, io penso che in ogni caso un cyborg continuerebbe ad avere vita difficile nel nostro mondo. Resterebbe comunque un diverso e, per quanto minima fosse la sua diversità, agli occhi degli esseri umani sarebbe sempre motivo di discriminazione.
Sappiamo che talvolta persone con un corpo umano ed un cervello umano si odiano per una pigmentazione leggermente diversa della pelle, o per una irrilevante differenza nella forma del naso, degli occhi, delle labbra o dei capelli.
Sappiamo che persone perfettamente simili sul piano delle caratteristiche fisiche che, nel corso della storia, hanno rappresentato motivo di odio, si combattono per questioni che non sono razziali ma culturali, religiose, politiche o semplicemente linguistiche.
Dobbiamo ammetterlo: i cyborg incontrerebbero sempre un sacco di problemi in mezzo agli uomini, nonostante tutto.

FINE