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Urania - Racconti d'appendice
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UN CONTINENTE DIMENTICATO: L'AFRICA - Vittorio Cavini

Un'altra testimonianza di Vittorio Cavini, tanto innamorato dell'Africa da averne sviscerato miti e misteri in una vita di appassionate ricerche. Il perché del presente articolo, che tocca solo tangenzialmente la sf, è presto detto: sempre alla disperata ricerca di spunti nuovi e di idee poco sfruttate, i giovani aspiranti scrittori, cui nelle pagine a seguire si rivolge il prezioso contributo di Stefano Di Marino, potranno trarre ispirazione per qualcosa di diverso, insolito, fantascientificamente valido. Niente da dire contro le mode correnti (cyberpunk, steampunk, realtà virtuali e così via) ma chi volesse evitare di cadere nelle ovvietà del momento potrebbe trovare nuove fonti d'ispirazione.
Nella fantascienza l'Africa non esiste. O meglio: è presente sì, ma in quantità assolutamente marginale.
Un elenco dei temi fantascientifici che hanno per teatro l'Africa è presto fatto: la battaglia di Timbuctù, il cui esito ha aperto agli arabi i territori a sud del Sahara, è stata il pretesto per immaginare cosa sarebbe successo se...; una casbah di fantasia è la vera protagonista dei romanzi del Budayeen che si svolgono tutti in un'ipotetica città del Magreb; la savana primordiale fa da cornice a un avventuroso viaggio nel tempo che porta i protagonisti sulle rive del lago Turcana quando l'australopiteco muoveva i primi passi su due sole zampe e si accingeva al lungo cammino che lo avrebbe trasformato in uomo.
Tutti a Zanzibar di africano ha ben poco, a parte il titolo. Del resto l'ambiente africano non era davvero essenziale per il romanzo.
Scorrendo l'ormai lunghissimo elenco dei libri di fantascienza, sicuramente se ne troveranno altri, pochi, la cui trama si dipana in Africa, ma è certo che quando devono ambientare le loro storie i nostri autori all'Africa non pensano proprio. Il loro palcoscenico ideale resta ancor oggi quello che era in origine: lo spazio. Subito dopo viene l'America, o meglio gli Stati Uniti, che abbiano ancora questo nome o no. Poi, a largo margine, viene l'Europa con l'Inghilterra in primo piano.
Ovvio, è quasi inutile sottolinearlo, che ciò dipende (spazio a parte) dalla diffusione del genere nei diversi paesi e dal numero degli autori americani, inglesi, francesi ecc. Analogamente gli scrittori dell'Est prediligono scenari che sono loro più familiari senza avventurarsi mai sulle sconosciute savane africane.
Che poi sui pianeti che ruotano attorno a lontanissime stelle appaiano acacie a ombrello e gialle savane, giganti che paiono baobab in tutto salvo che nel nome e foreste che sembrano prese pari pari dalle rive del Congo, è cosa del tutto secondaria.
Il più africano dei romanzi di sf è stato scritto da un autore che sforna solo best sellers e che certamente rifiuterebbe con sdegno l'appellativo di "scrittore di fantascienza": Wilbur Smith. Il suo L'uccello del sole potrebbe entrare infatti a pieno diritto in una qualsiasi delle collane che trattano questo genere. Wilbur Smith è nato in Rhodesia, l'attuale Zambia, e quindi è ovvio che abbia l'Africa nel cuore e che ne conosca tutti i segreti. Per di più è cresciuto quando la Rhodesia era colonia britannica e i bianchi vi si muovevano da padroni. Gli anni delle dure lotte di indipendenza gli hanno mostrato il volto di un'Africa che non conosceva, ma che certamente era molto più reale. Al sangue dei grandi animali che i bianchi avevano sparso a piene mani durante i loro safari si è aggiunto quello degli uomini bianchi e neri e il colore del sangue era per tutti identico.
A Wilbur Smith l'Africa ha mostrato il suo volto più violento e crudele, non solo i tramonti infuocati, l'allegro cicaleccio delle scimmie, il rassicurante battito di un lontano tam tam.
E tutto ciò lo si ritrova puntuale nei suoi romanzi, quelli di fantascienza e no.
Ma questo avviene solo quando scrive della "sua" Africa, quell'Africa che noi chiamiamo "nera" e che inizia immediatamente a sud del Sahara per finire là dove onde gelate di due Oceani spazzano il Capo di Buona Speranza. È la terra delle impenetrabili foreste del Congo; delle distese di sabbia, sterpi e calore dei deserti del Kalahari e del Namib; dell'erba tagliente del veld e della savana.
L'altra Africa, quella degli arabi, Wilbur Smith non la conosce, o per lo meno non l'ha mai vissuta. Il suo il Dio del fiume, storia di un medico egiziano all'epoca dei faraoni, sarà sì un best seller, ma in realtà non è che una brutta copia di Sinhue l'egiziano, forse l'insuperato esempio di romanzo storico strettamente legato alle vere vicende del periodo.
Si respira invece un'aria ben diversa nei romanzi ambientati nell'Africa nera.
Wilbur Smith ricorre spessissimo alla fantascienza. L'immensa petroliera di Come il mare potrebbe trovare ospitalità senza difficoltà alcuna nelle pagine di URANIA e L'uccello del sole è fantascienza a pieno titolo, con una scivolata nella fantasy, ma anche gli autori più ortodossi, quando devono fare un balzo nel tempo, ne inventano di tutti i colori.
Un archeologo gobbo e deforme, amico di un miliardario, trova in mezzo al Kalahari i resti di un'antica città costruita, forse, dai cartaginesi. Nell'ultima tomba portata alla luce, due figure mummificate si polverizzano al primo tocco; sono quanto resta dell'ultimo signore della città e del suo amico stregone, anch'egli gobbo e deforme come l'archeologo.
A questo punto - e siamo appena alla metà del libro - la scena cambia: non più l'Africa di oggi, ma quella di 2.500 anni fa e i protagonisti diventano l'antico Re e il suo stregone.
Questo solo per fare un accenno alla trama che si rifà a un episodio storico assolutamente sconosciuto alla stragrande maggioranza dei lettori, il fatto cioè che i cartaginesi nell'Africa più profonda sono arrivati sul serio e vi hanno fondato molte città. Che una di esse si trovasse nel Kalahari (che nel libro era verde e ricco di messi e animali) è però solo frutto della fantasia dello scrittore.
In sostanza: decine di autori di fantascienza sono risaliti al passato facendo riferimento a specifici avvenimenti storici ben documentati. Si va dalle vicende della Roma repubblicana a quelle della Roma imperiale, da Bisanzio all'impero dei mongoli, dai normanni ai vichinghi, per non parlare di fatti molto più vicini a noi. Ben pochi invece si sono avventurati sul continente nero che per la fantascienza continua a mantenere pagine bianche con la scritta "hic sunt leones".
Eppure proprio il mistero che ancora avvolge (ma solo fino a un certo punto) il suo passato bene si presterebbe a quelle scorribande temporali che sono così care ai nostri autori.
L'episodio al quale si rifà Wilbur Smith risale al 520 a. C. quando Cartagine era la signora incontrastata del Mediterraneo. Il Mare nostrum aveva allora ben poco di romano. Senza il permesso dei cartaginesi nessuna nave poteva mettersi in mare con la speranza di raggiungere indisturbata la meta. Fin dalle elementari i libri di storia ci insegnano che Cartagine era un grande potenza marinara che dava fastidio a Roma ed ecco allora in rapida successione le tre Guerre puniche e il "Cartago delenda est", con Catone che ci viene descritto quasi come un rompiscatole che va in giro ripetendo a tutti sempre la stessa frase, che la vogliano sentire o no.
In effetti Roma non aveva alternative: o distruggere Cartagine, o restare potenza di secondo piano all'interno della penisola.
Come sia finita ormai lo sanno tutti. Per noi però il grande "merito" di Cartagine sta soprattutto, se non esclusivamente, nel fatto di essere stata sconfitta da Roma, il che è profondamente ingiusto per una città che per quasi tre secoli ha dominato tutti i paesi del Mediterraneo.
Cartagine è figlia di quel popolo di navigatori che furono i fenici e i fenici ebbero l'opportunità di affrontare il mare grazie ai grandi cedri che crescevano sulle colline del Libano. Oggi l'unico cedro che resta al Libano è quello che appare al centro della bandiera nazionale: gli altri sono stati trasformati in navi perché tutti coloro che volevano vascelli capaci di tenere il mare non potevano fare altro che rifornirsi su quelle sponde. Lungo le coste del Mediterraneo infatti non esistevano, e non esistono, alberi dal fusto così grosso e così diritto. E andare a cercarli nell'entroterra in territori ovunque ostili non era proprio la cosa più semplice.
I fenici navigarono fino al Mare del Nord e al Mar Nero; percorsero il Mediterraneo avanti e indietro fondando colonie e costruendo città. Una di queste fu Cartagine, eretta là dove oggi si trova Tunisi.
Alle spalle della città si alzano dolcemente le prime pendici dell'Atlante coperte da fitti boschi e i cartaginesi, figli di navigatori, divennero a loro volta navigatori.
È uno straordinario esempio di come le risorse dell'ambiente determinano la vita e i comportamenti di chi in quei territori vive. E proprio la fantascienza si è sbizzarrita centinaia di volte, con maggiore o minor successo, su questo tema.
I cartaginesi ereditarono dai fenici anche la vocazione di fondare città e colonie e di esplorare tutto l'esplorabile. Nel 520 a. C. organizzarono una spedizione di portata assolutamente eccezionale: una flotta di sessanta navi, ognuna di cinquanta remi, agli ordini di Hanno, aveva il compito di attraversare le Colonne d'Ercole (che ormai non incutevano più il terrore superstizioso del quale ci parlano i poemi omerici), piegare a sud e bordeggiare le coste dell'Africa.
Sulle sessanta navi c'erano uomini, donne, vettovaglie e animali. A ogni approdo possibile la flotta doveva perdere una parte di sé e coloro dietro venivano lasciati indietro fondavano una città.
A questo punto, avendo tempo e pazienza, bisognerebbe elencare i libri di fantascienza che raccontano la stessa identica storia: flotte di astronavi che partono verso l'ignoto alla ricerca di pianeti abitabili. A una a una le navi lasciano la flotta chi per discendere su Sirio V, chi su Vega VIII, chi ancora su Deneb E le restanti proseguono il lungo viaggio verso l'ignoto.
Fu un'impresa eccezionale. Fu ripetuta solo duemila anni più tardi, ai tempi di Enrico il Navigatore, ma mai con una massa di navi così imponente.
Superate le Colonne d'Ercole, i cartaginesi si spinsero fino all'attuale Sierra Leone esplorando accuratamente golfi, promontori, isole e fiumi. Più andava avanti, più la flotta si assottigliava.
La cronaca del viaggio lasciataci da Hanno e giunta a noi attraverso una più tarda trascrizione greca è dettagliata e precisa, così come farà nei secoli successivi ogni esploratore che si rispetti.
La prima città fu costruita al centro di una grande pianura appena due giorni oltre Gibilterra e fu chiamata Thymiaterio. È l'attuale Mahdyya alla foce del Sebon, in Marocco.

"Alla distanza di una giornata di navigazione l'una dall'altra edificammo alcune città sulla costa chiamandole Muro Carico, Gytta, Arca, Melitta e Arambe". (Si trovavano probabilmente tra Mogadir e Agadir, ma non divennero mai importanti.)
"Arrivammo quindi al gran fiume Lixio (probabilmente l'oued Dra, alcune centinaia di chilometri a Sud di Agadir. Oggi il Dra è completamente secco; 2.500 anni fa evidentemente riusciva a portare fino al mare molta dell'acqua con la quale lo alimentavano le nevi dell'Atlante). Lungo il fiume - prosegue il racconto di Hanno -
pascolavano i loro animali alcuni pastori detti Lixiti, coi quali restammo fino a quando si abituarono a noi."
"All'interno abitavano i negri che non vogliono contatti con nessuno: il loro paese è molto selvaggio e pieno di fiere ed è circondato da monti altissimi dai quali dicono che discenda il fiume. I Lixiti dicono anche che intorno ai monti abitano vari tipi di uomini che vivono nelle grotte e corrono più veloci dei cavalli."
"Poi navigammo lungo un golfo al cui interno trovammo una piccola isola che chiamammo Cerne e vi lasciammo un certo numero di persone che la abitassero".


Si tratta dell'isola di Arguin in Mauritania, circa 700 chilometri a nord di Dakar.
Il racconto di Hanno prosegue narrando di fiumi immensi (il Senegai, il Gambia), di grandi paludi lungo la costa, di monti altissimi (il Futa Jalon), di pericoli e di paure.

"Di giorno non vedevamo altro che boschi, ma di notte molti fuochi erano accesi e udivamo suoni di tamburi e flauti e molti gridi. Questo ci spaventò moltissimo e i nostri indovini ci dissero che dovevamo abbandonare quei posti".

Nel suo giro attorno all'Africa la spedizione di Hanno si spinse fino all'isola Shebro, un paio di centinaia di chilometri a nord-ovest di Monrovia.

"L'isola era piena di uomini selvatici. Noi ne inseguimmo alcuni, ma non riuscimmo a prenderli perché fuggirono verso dirupi scoscesi difendendosi con le pietre. Catturammo invece tre femmine che morsicavano e graffiavano quelli che le tenevano. Per questo, avendole ammazzate, le scorticammo e portammo le pelli a Cartagine dove decidemmo di tornare per mancanza di vettovaglie".

Hanno quindi tornò a casa e una delle più straordinarie spedizioni di tutti i tempi ebbe termine lasciandosi alle spalle una collana di città (per l'esattezza solo villaggi neppure particolarmente grandi), alcune delle quali sono ancor oggi rintracciabili.
Cosa successe ai cartaginesi abbandonati in una terra sconosciuta, circondati da popolazioni ostili e nemici di ogni genere, resterà per sempre un mistero. Per tornare alla fantascienza, sono come quei pionieri di tanti romanzi e racconti abbandonati su qualche "pianeta dimenticato" e dei quali si perde anche il ricordo.
Secondo Wilbur Smith alcuni di essi, forse decine di anni più tardi, ripresero il mare. Arrivarono al Congo e lo risalirono spingendosi poi fino al cuore dell'allora verde Kalahari.
Cosa fecero in realtà i cartaginesi non lo si saprà mai: è certo però che la loro storia ha dato vita a quello che probabilmente è il più africano dei romanzi di fantascienza, che Wilbur Smith sia d'accordo o no.

FINE